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Diane Schuur chiude il Beat Onto Jazz Festival: emozioni, commozione ed ammirazione per la regina vivente del jazz internazionale

Beat Onto Jazz Festival ha chiuso i battenti ieri, 4 agosto 2017, con una serata da incorniciare. Giunto alla 17esima edizione, la rassegna anno dopo anno ha raccontato il jazz attraverso delle serate gratuite e ricche di talento e di progetti interessanti ed originali e – come ieri sera – con la presenza di artisti internazionali, del calibro di Diane Schuur che ha incantato una piazza Cattedrale a Bitonto (Ba) stracolma di intenditori e non.

Ho molto apprezzato nel discorso dell’Assessore Rocco Mangini la sua coerenza circa il ruolo importantissimo della cultura per un territorio, e quel che ha realizzato insieme al Sindaco Michele Abbaticchio, parla chiaro. La realizzazione di un rassegna come il Beat Onto JF, inserito in un circuito di 23 festival, è la dimostrazione di come si può concepire un territorio che investa nella cultura, nella conoscenza, nella sperimentazione e nella voglia di divenire migliore, tanto che – come ha annunciato lo stesso Mangini ieri sera – Bitonto ha intenzione di candidarsi come Capitale Europea della Cultura. E se le premesse sono queste, non è difficile credere che la stessa cittadina pugliese possa ambire a pieno titolo a questo prestigioso riconoscimento. E quando Alceste Ayroldi – anima pulsante del festival, critico dotato di immensa cultura musicale che ha introdotto tutti gli artisti delle 4 fortunate serate – gli ha chiesto se per il prossimo anno fosse possibile invitare Pat Metheny, l’assessore gli ha risposto che “per il 18esimo compleanno del festival, ci vuole un bel regalo“. Questa è la società alla quale aspiriamo, pugliesi e non … una società nella quale si insegna a camminare lungo un percorso che non sempre è di facile fruizione ma che sa rendere “culturalmente spesso” il domani di chi ha il diritto di scegliere, perché “sa”, senza dover andare lontano per colmare conoscenza e passioni.

In questa atmosfera di progetti per il futuro, e subito dopo l’ottima performance del quintetto di Pierluigi Villani, la piazza è esplosa in un fragoroso applauso che ha accolto la stella del jazz internazionale, la cantante e pianista americana Diane Schuur, che viaggia con un quartetto capace di essere perfetta cornice del talento della Schuur che – seppur non vedente dalla nascita – sa divenire un tutt’uno con il pianoforte che lega a quella voce che copre tutta la gamma di registri e che percorre le note, le cerca, le canta, le rende uniche, come se la sua voce non avesse tempo, come se non avesse età.

Non si può seguire un live dell’artista senza tenere in considerazioni le emozioni che prepotenti si dipanano mentre si realizza quanto la lady del jazz “veda” attraverso le mani che corrono su e giù sul pianoforte, e attraverso quella voce che sa diventare acutissima fino al falsetto, attraverso quel travolgente carisma con il quale interagisce con il pubblico e con i suoi musicisti. E se per ogni musicista la musica è il perno attorno al quale gira tutta un’esistenza, per lei è senza dubbio il legame più soddisfacente per relazionarsi al mondo, agli altri, attraverso sensazioni che sono forti quanto un abbraccio.

La sensazione è quella che al suo cospetto si debba sentire altro, oltre che quel che propone attraverso la musica, come se l’equilibrio precario che spesso ci dice se qualcosa ci è piaciuta o meno, passi inevitabilmente da ciò che, in questo caso, arriva e travolge: la volontà di attraversare i limiti e di “unire” ciò che lei sa di essere a quello che gli altri percepiscono.

Nel suo modo di fare musica si avverte tutta la sua ecletticità; si sentono forti e chiari i cambi di genere, forse dettati dal suo personalissimo gusto musicale e non solo dalle sue appaganti capacità canore; ci sono pennellate di blues, di cool jazz. E’ come se tutte le sue sfumature, possano renderla così felice da sopperire a qualunque possibile errore che, nel jazz, spesso può divenire un arricchimento, così come Miles Davis ha insegnato al mondo.

Il quartetto della Schuur è ben assortito; Julian Siegel, ai sassofoni; Adam Pache alla batteria e Francesco Puglisi al contrabbasso e basso elettrico. Sono loro che accompagnano la splendida cantante nel racconto di quel che ha da dire.

Il repertorio è pescato nella tradizione del jazz, negli standard ma non solo. La Schuur attinge anche a pezzi che le piacciono particolarmente, come racconta al pubblico, come “It’s too late” di Carol King, o “How Insensitive” del grande Jobim.

Diane dialoga moltissimo con il sax di Siegel che rende lustro allo scat della cantante, in uno scambio ludico e ritmico. La sua voce è chiara, cristallina come acqua di sorgente, che poi si trasforma in potente uragano che travolge. Le note altissime, tenute con una giusta intonazione arrivano fino al falsetto.

Beve un sorso d’acqua, sorride mentre dialoga con i suoi musicisti ed è quando arriva il famoso pezzo di Cole Porter del 1936, “I got you under my skin” che l’atmosfera incomincia ad infuocarsi, la sua doppia sensibilità, del sentire, senza vedere, è amplificata da una voce prorompente. Assoli affidati al Siegel che durante la performance passa dal sax contralto al soprano con estrema versatilità, e che regala un gran bell’assolo, con molte scale e note alte, durante “Here’s that rainy day” pezzo suggestivo, tempestato di virtuosismi, mentre l’enunciato vocale si scambia di posto con l’esecuzione strumentale. Le note cantate dalla Schuur sono svisate, mentre scivola nel melismo, che caratteristica il suo cantare.

La cantante americana è generosa, e lascia molto spazio ai suoi musicisti, e la parte del concerto in cui i suoi compagni di viaggio si lanciano in un giro di assoli, il quadro che ne viene fuori è il perfetto equilibrio del materiale musicale che produce, nello sguardo ampio, un ottimo interplay.

Molto buona la base ritmica, ma ci tengo a mettere in rilievo la bravura dell’italianissimo Francesco Puglisi, siciliano di nascita, contrabbassista di classe, che mostra la sua doppia versione con il contrabbasso e con il basso elettrico, con il quale regala una buona dose di assoli nei quali si avvertono groove e timing, ed un suono fluido che avvolge.

E’ quasi mezzanotte quando la regina del jazz intona la famosissima Unforgettable, scritta da Irvin Gordon, portata al successo già dal 1951 da Nat King Kole. L’aria che si respira non è solo calda dal punto di vista meteorologico, ma anche dalle sensazioni multiformi che accomunano una folta platea, che canta, insieme a lei, mentre rende onore a quella sua caratteristica di uscire dagli schemi armonici per tornarvi, con la maestria di chi sa andare alla ricerca del virtuosismo, ma con classe.

Si serve di Let it be, la Schuur, per coinvolgere il suo pubblico, che risponde alla sua richiesta, che con lei scambia la sinergia e quell’amore per la musica che trasmigra da lei agli altri, come se potesse essere il modo più autentico per mettere insieme le gioie ed i dolori dell’esistenza.

Saluta, si inchina, sorride, ascolta gli applausi e poi vede … vede quello che le arriva forte, come una ventata che profuma di zucchero filato e di energia che si flette e abbraccia tutto ciò che incontra.

Resta la sua forza interpretativa, la leggendaria estensione vocale e quella leggerezza di chi non deve più dimostrare nulla a nessuno, perché il mondo sa già chi è, Diane Schuur, che canta, suona e si diverte, raccontando come si possa affrontare la vita, amando la musica ed ispirandosi ogni giorno con amore e passione.

Simona Stammelluti

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