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Dal Mediterraneo all’Irlanda, andata e ritorno: 4 musicisti siciliani che raccontano la musica celtica, elegantemente contaminata

E’ bello quando un musicista si alza in piedi, ti parla, ti racconta a voce prima ancora che in musica, il perché ha intrapreso quel preciso viaggio, e dove vuole provare a condurti. Poi, quel che si nasconde “dentro” un progetto musicale, lo scopri chiudendo gli occhi ed ascoltando, anche se quando sul palco c’è una elegante electroharp blu, è difficile non restarne visibilmente incantati. Non si vedono spesso arpe sui palchi nei quali si consuma la musica, (a meno che non si tratti di orchestre) ma il concerto di ieri sera, tenutosi al Teatro dell’Acquario di Cosenza, nell’ambito della rassegna “La Nave dei Folli” diretta da Carlo Fanelli, è stata un’esperienza rara ed appagante.

Sul palco ieri sera 4 musicisti siciliani – Rosellina Guzzo (arpa elettrica), Vincenzo Mancuso (Chitarre), Giuseppe Viola (fiati) e Matteo Mancuso (chitarra elettrica) – con una grande esperienza musicale alle spalle, che hanno deciso di dedicarsi ad un progetto che è un vero e proprio viaggio; un viaggio sonoro e di storia della musica, che parte da molto lontano, dall’Irlanda, che prima sfiora e poi si fonde alle sonorità e alle influenze mediterranee, mentre sul più bello decide di saltare l’oceano e arrivare sin sulle sponde del nuovo continente.

 

E’ stato come viaggiare stando comodamente seduti nella poltrona di un teatro, godendosi un concerto di grande atmosfera, che ti conduce per mano mentre cammini su quel ponte che unisce culture musicali così distanti, ben connotate, eppur così compatibili.

Un concerto che asseconda la musica celtica, le ballate irlandesi, una musica tradizionalmente acustica, con arpa che disegna la melodia, con le chitarre che fanno anche da base ritmica e con i fiati che impreziosiscono, che fanno da controcanto, da bilanciamento acustico, oltre che fare da risposta alle note prodotte da un’arpista che al suo strumento, sembra poter chiedere qualunque cosa.

Le musiche prodotte durante il concerto di ieri sera, hanno la straordinaria caratteristica di essere complesse ma non troppo, armonicamente orecchiabili e rifinite a tal punto che ogni nota trova il suo spazio come nella costruzione di un puzzle perfetto.

Il concerto è senza troppi vincoli, ed è questo che lo rende particolarmente interessante. I brani –  “Granelli di sabbia” e  “The secret garden” – hanno nomi che disegnano paesaggi e invitano a tuffarsi dal punto di alto di una collina irlandese, come se la musica di quell’arpa che interroga e fa domande semplici e appassionate, possa trovare risposte nelle emozioni che trasmigrano inevitabilmente da quel palco, in platea. E quanto più l’arpa suona note acute, tanto più la chitarra detta il tempo e introduce il suono dei fiati, che ieri sera sono stati più d’uno nelle mani di Giuseppe Viola. Chalumeau, kaval, speciali flauti di canna, caratteristici proprio della musica tradizionale, folkloristica mediterranea, per poi passare in maniera versatile al sax soprano.

Non so quanti anni abbia Vincenzo Mancuso, ma porta con se, nel suonare le chitarre, tutta la sua sicilianità oltre che l’esperienza ultradecennale di musicista della Rai, di collaboratore di Francesco De Gregori e di molti altri artisti noti. La rivelazione della serata lo “Special guest” è lui, il giovanissimo Matteo Mancuso, poco più che ventenne, ex enfant prodige, in partenza per la Berklee School, che suona la chitarra elettrica senza plettro (come i più bravi), che è capace di veri e propri virtuosismi, che è capace di incastonare le note del suo strumento nell’atmosfera della musica celtica, nelle sonorità che nascono tradizionalmente acustiche e pizzicate, e riesce a far scivolare la pioggia di note ritmicamente perfette, nelle trame dell’armonia dell’arpa.

I musicisti fanno poi un salto nella musica del Mississippi, musica dalle caratteristiche del tutto singolari. Molto bello il momento della serata in cui i due Mancuso, restano soli sul palco, per un omaggio a Django Reinhardt, chitarrista fuoriclasse, gitano, che del suo handicap (non aveva più due dita alla mano sinistra dopo essere stato vittima di un incendio) ne fece una virtù, diventando uno dei più virtuosi chitarristi, che nulla di convenzionale aveva nel suo modo di fare musica, tra il gitano e lo swing; lui che aprì la strada al solismo chitarristico.

Ieri sera in suo onore, Vincenzo e Matteo Mancuso hanno regalato al loro pubblico, un viaggio che parte dal mondo rom per arrivare agli Stati Uniti, eseguendo Nuages, Cherokee e Hungaria.

Tornati tutti sul palco, i musicisti riprendono il loro viaggio da una ballata irlandese, quelle che in quei luoghi vengono suonate per la gente, tra la gente e non solo come simbolo di folklore.

Bello quando Rosellina Guzzo racconta i brani, prima di intonarli con la sua arpa, prima di ricamarli con quell’arte di pizzicare le oltre 40 corde della sua strumento, che produce un suono rotondo che scorre lungo note acute e chiare, eleganti e incantevoli … è proprio il caso di dirlo. E così, “Down by the sunny garden” che parla d’amore, diventa un vero e proprio inno al rimpianto, con note che sono appassionate, e non tristi.

Molto buona la performance in “She Moved Through the Fair“, che come l’arpista racconta prima dell’esecuzione, parla di una donna che si allontana dal suo uomo, che però la rivede ogni notte in sogno. Avvolgente il suono del sax di Giuseppe Viola.

Resta impresso il suono del flauto e dell’arpa che suonano all’unisono, mentre la chitarra fa da tappeto, nel pezzo dedicato alle colline delle fate.

Ottimo l’interplay tra i musicisti. Sanno come dosare gli accenti, trovando ognuno il giusto spazio e sono così collaudati che suonano, senza guardarsi.

Sono passate le 23.00 quando il concerto si avvia al termine, anche se i musicisti non vogliono andar via e il pubblico non vuol lasciarli andare. Dopo due ore di concerto, arriva l’omaggio a Giuseppe Leopizzi, anima celtica, chritarrista siciliano prematuramente scomparso, che amava il suono di quelle terre lontane, che le corde della sua chitarra le accarezzava più che pizzicarle e che fu il primo a concepire quanto potessero essere compatibili i suoni mediterranei con quelli del nord Europa. Nell’82 fondò gli Aes Dana (“gente d’arte” in gaelico) – gruppo di cui la stessa Rossellina Guzzo ha fatto parte –  e diede vita al suo personalissimo folk celtico. In suo onore ieri sera è stato eseguito il brano Frontiera, un pezzo dal titolo emblematico e che nel 2000 vinse il prestigioso premio “Jhon Lennon Songwriting contest” attribuitogli da Elton John, Liza Minnelli, Carlos Santana.

Ringrazia i suoi genitori per essere giunti sin da Palermo per sentirla suonare, Rossellina Guzzo, e dopo aver raccontato la storia – che per molto tempo apparve solo come leggenda – di Lord Franklin, esploratore che sparì tra i ghiacci del mare del nord, si siede per l’ultima volta sul suo sgabello, accordando, coccolando e suonando quell’arpa che ha disegnato le tappe di un viaggio appassionato ed entusiasmante, che ha preso con se i due flauti suonati contemporaneamente nell’ultimo pezzo in scaletta, le chitarre dei Mancuso e ha fatto viaggiare gli spettatori lungo una linea invisibile che ha sorvolato culture e paesaggi, traducendo in musica le storie, le tante storie che fanno della musica, una continua leggenda.

 

Simona Stammelluti

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