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Calato il sipario sulla 68esima edizione del Festival della canzone Italiana: ecco tutto quello che non ho detto

 

Succede tutti gli anni, ed il bello sta proprio lì. A chi piace e a chi no, poi c’è chi finge di non vederlo perché molti lo definiscono “démodé” o privo di materiale culturale e allora per uniformarsi alla massa, lo guarda di nascondo, senza esprimersi mai in merito (hai visto mai che venga scoperto mentre canticchia il suo pezzo preferito?!?)

E poi si ha sempre qualcosa da ridire sui presentatori (più o meno abili), sul direttore artistico (le cui scelte non si apprezzano mai fino in fondo) e sulle presenze femminili che, tra una gaffe e l’altra, e vestite di tutto punto, portano sempre a casa il compitino.

Quest’anno c’è chi “altro che compitino” ha portato a casa ed è colui che è stata la vera rivelazione di questo Sanremo 2018, e che ha saputo sfruttare quel palco per mostrare tutti – ma proprio tutti – i suoi talenti.

Pierfrancesco Favino che fino a ieri era visto esclusivamente, forse, come uno dei migliori attori che l’Italia possa vantare, oggi, soprattutto dopo la straordinaria ed emozionante performance di ieri sera, può dire di saper fare davvero tutto.

E se ieri sera Favino ha straziato emotivamente tutti, con quel toccante monologo sulla condizione degli immigrati, tratto dal dramma di Bernard-Marie Koltès, commuovendosi e commuovendo, dimostrando di essere un attore di grande caratura, la sera prima ha lasciato tutti a bocca aperta suonando al sax “In a sentimental Mood”, famosissimo standard jazz composto da Duke Ellington.  E prima ancora ballando, e cantando, tanto che ci si è chiesti dove e quando abbia imparato a fare tutto, così bene. Verrebbe da dire che non ci si dovrebbe meravigliare più di tanto considerato che l’attore vero, dovrebbe essere capace di interpretare un qualsiasi ruolo e dunque le abilità dovrebbero essere tante e tutte in modalità “on”, e nel caso di Favino questa regola sembra calzargli a pennello.

Durante questo festival, mi sono domandata se mettere alla conduzione e alla direzione artistica un cantante, fosse stata una scelta giusta e onesta, o se potesse entrare in scena anche una buona dose di conflitti di interesse.  Da addetta ai lavori mi verrebbe da dire che un musicista, è sicuramente più abile nel scovare un pezzo che funziona e nel costruire poi uno spettacolo che, malgrado tutti gli annessi e connessi, alla fine si basa sulla canzone italiana. Baglioni ha passato quasi tutto il suo tempo sul palco dell’Ariston cantando le sue canzoni in duetto con i vari ospiti che si sono avvicendati (c’era troppo Baglioni nel Festival), e questo si è inevitabilmente tradotto in frutto in fatto di diritti d’autore; e poi la sigla, che ha scritto lui e ancora, scava scava, si scopre che la maggior parte dei cantanti in gara è della scuderia Sony Music, la stessa di Claudio Baglioni. Un caso? Direi di no. Che poi a dirla tutta, i momenti che sono toccati a lui, nella conduzione, sono stati spesso salvati da coloro che di mestiere sanno come fare uno Show, e allora Fiorello nella prima serata, la Virgina Raffaele nella seconda e così via.

Gli ospiti quest’anno, condannati al duetto con Baglioni – che forse se avessero potuto scegliere liberamente avrebbero probabilmente declinato l’invito – hanno fatto meno scalpore degli anni precedenti, fatta eccezione per Sting, che ha cantato in italiano, e James Taylor che nella terza serata ha regalato un bel duetto con Giorgia. Il Volo, i Negramaro, la Nannini, Gino Paoli, Antonacci, Pelù … ognuno a proprio modo ha riempito “un tempo”. Gli omaggi ad alcuni artisti scomparsi sono stati un tentativo (non sempre riuscito) per ricordare la bravura di cantautori che hanno ricamato in maniera impeccabile le trame della musica italiana. De Andrè, Bindi, Endrigo, Battisti. Ieri sera molto bello è stato il duetto Baglioni-Mannoia sulle note di “mio fratello che guardi il mondo” di Fossati, subito dopo il monologo di Favino.

Forse quasi nessuno ha notato la bravura al pianoforte ieri sera di Goeffry Martin Wesley, proprio mentre cantava Baglioni, ma era troppo dispendioso raccontare colui che è uno dei migliori pianisti ed arrangiatori in circolazione. Wesley che ha diretto l’orchestra di questa edizione e che proprio ieri sera, durante l’esecuzione della sigla.

Come tutti gli anni la presenza femminile è quella che fa più discutere, a partire da abiti e acconciature, per finire a gaffe e scivoloni vari. La Michelle Hunziker presa in presto alle reti Mediaset, fa quel che può, considerato che lei, nata modella, nella sostanza non sa fare un granché, non spicca per bravura in nulla e quella scelta infelice di farla cantare (per darle una collocazione diversa dalla valletta) non le ha giovato. Che poi capita a tutti la defaillance ma sbagliare clamorosamente il nome di un cantante come Jobim, la dice lunga su quanto lontana lei sia dal mondo musicale che l’ha inghiottita per 5 giorni, in modalità “full time”. Perché alcune cose si imparano con il tempo, si metabolizzano attraverso le passioni, però a dirla tutta, nessuno pretendeva che lei conoscesse Daniel Jobim e Ana Carolina, ma il copione in mano glielo avevano messo diversi giorni prima, le prove si erano abbondantemente consumate e dunque qualcuno avrebbe dovuto erudirla almeno sulla pronuncia. Le perdoniamo quell’eccesso di “dolcezza” nei confronti del marito seduto in platea nella prima serata, i cui abiti lei ha indossato qualche sera dopo, senza sortire grande successo. In quanto a perdono, perdoniamo anche Baglioni per non aver saputo cosa sia un melismo, nominato dalla Nannini, mentre disquisiva su abbellimenti sonori.

Ma alla fine della fiera, cosa resta di Sanremo?

Restano le canzoni, al netto di tarantelle, di denunce per plagio, di squalifiche e ripescaggi. Perché a giochi fatti, probabilmente la squalifica del pezzo “Non mi avete fatto niente” del duo Meta-Moro, accusati di aver utilizzato un pezzo già sentito, ha giocato a loro favore, ha tenuta alta l’attenzione su di loro, più che sul pezzo e alla fine alcuni meccanismi, innescano delle reazioni a catena che finiscono proprio lì, sul primo posto del podio. Fatto sta che alla quinta serata, anche quello che di solito non gradisci, si insinua nella testa, diventa orecchiabile e ti sembra di conoscerlo da sempre e si fa quasi fatica a dire cosa non piace.

Ma più che ciò che non piace, “mi piace” dire ciò che “mi piace” o meglio ciò che mi è piaciuto circa le canzoni in gara. Intanto mi sono piaciuti alcuni duetti – quelli consumatisi nella quarta serata – durante i quali l’arrivo di altre voci oltre a quelle in gara, ha concesso l’opportunità di immaginare altri abiti per le canzoni, altri arrangiamenti, altre sfumature. Il ritorno vocale di Servillo negli Avion Travel mi è sembrato un accordo perfetto, il jazz di Rita Marcotulli e Roberto Gatto hanno impreziosito il pezzo già bello di Gazzè, e poi Ron – la cui canzone ha vinto a pieno titolo il premio Mia Martini – con Alice; in quel duetto, la classe e la bravura hanno dato il giusto grembo alla canzone scritta da Lucio Dalla che, ne sono certa, sarà contemplata come una delle più belle dell’ultimo decennio.

Tutti gli anni diciamo che “non ci sono più le canzoni di una volta” oppure che “non ci sono più bei testi“, o che “gli interpreti sono orfani di buoni testi“. Beh quest’anno mi è sembrato che di buoni testi ce ne fosse più di qualcuno, forse perché a scriverli c’erano bravi autori dietro, già noti e famosi per il loro lavoro nel mondo della musica a prescindere da Sanremo, ed anche perché l’aspetto sociale è caduto in maniera NON involontaria in alcuni testi sottolineando come alcune tematiche non sono più ignorabili. Che il premio come “miglior testo” sia andato a “Stiamo tutti bene” di Mirkoeilcane che ha gareggiato nelle nuove proposte, non è un caso. La storia di un bambino che parte per un viaggio drammatico, la vita di chi lascia tutto senza sapere cosa sarà, il tema dei migranti è stato toccato con la giusta delicatezza ed anche musicalmente è stata rispettata la metrica. I ragazzi bolognesi de Lo Stato Sociale, arrivati secondi con “Una vita in vacanza“, vince il premio della Sala Stampa e a parte il ritornello orecchiabile e la dinamica artistica che mima un po’ lo show che lo scorso anno fu di Gabbani, il pezzo punta l’occhio sugli standard del lavoro, su quel voler identificare per forza qualcuno in base al lavoro che svolge, oltre che quel desiderio che appartiene ai giovani di poter lavorare facendo quello che piace e non solo per necessità.

Ho puntato più l’attenzione sull’assegnazione dei premi speciali, come quello per la migliore interpretazione andata ad Ornella Vanoni o al miglior arrangiamento stabilito dai maestri dell’orchestra che quest’anno è andato a Max Gazzè. Questi premi analizzano un po’ più a fondo i brani, li scandagliano dal punto di vista musicale, ne scorgono le novità armoniche, ne scrutano i dettagli interpretativi perché alla fine un pezzo bello ha bisogno anche di un bell’abito, che si traduce anche in un’ottima direzione d’orchestra, considerati che si è a Sanremo.

Calato il sipario, adesso si raccolgono i dati dello share, tutte le critiche che piovono insieme ai plausi e si riazzera tutto fino alla prossima edizione. A me resta la voglia di riascoltare alcuni brani, di riassaporare alcune sonorità e di far mie alcune parole. E poi resto con quel ricordo di quando nel 1998 sono entrata per la prima volta al teatro Ariston e dopo aver esclamato “ma così piccolo è?” ho respirato la magia che quel posto custodisce e che si rinnova ogni anno, quando oltre qualsiasi pronostico, produce sempre lo stesso successo perché “Sanremo è Sanremo…papàpà”

 

Simona Stammelluti

 

 

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