Depositate le motivazioni della sentenza d’Appello al processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio contro Borsellino.
Il 4 giugno del 2024, la Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la sentenza di primo grado, emessa il 12 luglio del 2022 dal Tribunale nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio. E’ stato dichiarato prescritto il reato di calunnia aggravata contestato ai tre poliziotti imputati. La prescrizione è scattata perché non è stata riconosciuta l’aggravante dell’avere agevolato Cosa nostra. In sintesi: il reato sarebbe stato commesso ma non favorendo la mafia tramite gli effetti della commissione del reato.
I tre sono il funzionario Mario Bo, ex capo del gruppo d’indagine “Falcone – Borsellino” diretto dal defunto Arnaldo La Barbera, e gli ispettori in pensione Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che si occuparono della tutela di tre falsi pentiti, Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura. Ebbene adesso la stessa Corte d’Appello, presieduta da Giovanbattista Tona, ha depositato le motivazioni della sentenza.
I giudici si soffermano in particolare su Arnaldo La Barbera, ex capo della Squadra Mobile di Palermo morto nel 2002. E tra l’altro scrivono: “La Barbera con la sua azione nel depistare le indagini volle agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato”. Tradotto: La Barbera ha depistato le indagini per proteggere interessi o mandanti occulti dietro gli esecutori dell’attentato. Poi, in riferimento ai tre poliziotti, i giudici scrivono: “Non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera, consapevoli di stare instradando un ‘collaboratore’, ovvero Scarantino, inattendibile.
E ciò al fine di costruire attorno a lui un’aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose. Né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull’innocenza delle persone accusate da Scarantino”. Tradotto: i tre poliziotti sono stati a conoscenza che Scarantino sia stato un calunniatore. “Tuttavia – come sottolineano i magistrati – i tre poliziotti, pur aderendo alle direttive illecite di La Barbera, non vi è prova che abbiano inteso agevolare la mafia quanto, piuttosto, garantire l’impunità a soggetti diversi dai clan. Ecco perché, cadendo l’aggravante mafiosa, è intervenuta la prescrizione.
Angelo Ruoppolo (Teleacras)
