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Uno sguardo sul teatro, di professione o d’amatore, nobile manifestazione d’arte, la più antica e risolutiva della comunicazione visiva, dove il personaggio interprete lascia il segno nell’agone della scena e nel ricordo di tutti. Come i tanti personaggi pirandelliani che abbiamo visto nella nostra città.

E’ una passione che nasce, a volte, negli anni dell’adolescenza e si conferma nella giovinezza, quando poi approda alla      prima maturità, allo studio di testi, alla recitazione, alla parola efficace e significativa, quando si è già composti nell’insieme della finzione  scenica, tra quinte e luci opportune, fondali e cieli e già tutto appare magico.

IL teatro negli anni della gioventù vive nel tempo sottratto allo studio scolastico, tempo ceduto alla passione, passione disordinata e focosa, per il gruppo e per l’affermazione propria, visiva, comunque edonistica e di pratica culturale elevata per i testi classici che si pongono in studio, testi troppo classici che spesso vanno al di là  dall’ essere compresi appieno.

Occorre allora un teatro da abitare e viverlo con personaggi espressivi, manifestarlo con recite, parlare, muoversi, entrare e uscire dalla scena, avanzare verso la ribalta  con le luci in faccia.

Un momento particolare è quello  dell’approssimarsi della recita, quando si alza il sipario. Il quel momento l’attore, pronto e attento, diventa altro; per un momento sospende il rapporto con tutti e diventa personaggio, il personaggio, come lo vuole l’autore: con nome e cognome, professione, interessi nella sua vita e nella società figurata.

Diventa, quindi, un personaggio completo, ricco di sentimenti e risentimenti, proprio come scritto nel dramma o nella tragedia che va a rappresentare.

Ecco che interpreta, parla e va al centro della scena, usa la parola con una vasta serie  di tonalità, più della musica. Usa lo sguardo, le mani, le braccia, si muove di qualche passo. Rivela e sottintende, aggredisce e si quieta. Mormora, ora invoca, ora si impunta, non parla più, dice soltanto mmm, mmm. Poi si guarda intorno, si addolcisce nella pronuncia e nello sguardo, ora si svela alla platea, la guarda, la sente, la scorre tutta.

E’ una creatura dell’Autore che lo ha plasmato a tavolino e che decide, parola dopo parola, della sua vita, lieta o di tragedia.

Il personaggio segue il testo davanti al suo pubblico pronto a comprendere le sue gioie, soffrire delle sue angosce, fallimenti, e ricatti e tutto ciò che anima il turbinio dell’ esistenza.

Terminata la rappresentazione ritorna nel testo, in uno scaffale e rimane sepolto con tanti altri personaggi. Ma attende sempre, comunque, chi può ridargli la vita e riportarlo in scena, perché il personaggio è eterno.

Ed è per questo che il teatro è una magia, anche per la scena, le luci, il suono, l’attesa, l’atmosfera, fino all’ansia dell’attore esposto alla platea.

All’attore tocca di svelare lo spessore e l’anima del personaggio, l’attore entra nel personaggio e lascia fuori se stesso e quello che egli è, pronto a dare e svelare tutta la miseria e la nobiltà del testo.

Le parole del testo sono le pietra lastricate di una via che percorrono, passo, paso, tutti i personaggi: palpitanti, pronti a ragionare fino a consumersi il cervello, logorare i sentimenti, amare, odiare, piangere e ridere.

A chiusura di tutto ecco il personaggio,: avanza piano, ancora  un altro passo sulle magiche tavole del palcoscenico verso la ribalta, gli astanti già applaudono… e allora ci vuole  un inchino, un inchino.

Quale sarà l’ultima dimora  dell’animale che abbiamo amato e che ha trascorso anni con noi. Il nostro FIDO o  Micio,  nel giorno della  morte  non può essere abbandonato in un cassonetto, che peraltro non c’è più, oppure ai  margini di una strada, o interrato in qualche posto recondito, o ancor peggio, senz’altre soluzione,  lasciarlo cadere in un dirupo.

Gli elefanti, dicono gli umani, sanno dove andare a morire, gli uccelli si scelgono verosimilmente, un posto dall’alto, e i cani e i gatti che muoiono  in casa dove li portiamo?  Ci vuole un cimitero per cani e gatti, e altri animali  domestici  che vivono in Agrigento, ci vuole un CIMITERO, in un luogo della nostra città; un cimitero, come esistono in altre città, e non è un’invenzione balzana, è una giusta e umana pietà per gli animali domestici che sono stati con noi, che a noi sono stati  fedeli,  e che loro stessi si sono ritenuti parte della famiglia.

 UN CIMITERO PER CANI E GATTI,  e che ci pensino veramente gli Enti  e le Istituzioni pubbliche alle quali può essere delegata la risoluzione di questo problema.  Restiamo in attesa, e speriamo che non  cada nel silenzio, perché scade, si posticipa e non se ne parla più.

Sarà moda, sarà quel sarà, i negozi di cibo e accessori per cani e gatti sono numerosi e offrono pranzi da Gourmet da alta cucina: manzo, pollo, anatra, fegato, tacchino, pesce e biscotti, quindi chi li ha nutriti desidera anche un buon ricordo. Che  la morte non li lasci  finire nei trita spazzatura,  o in sacchi lasciati al sole fino alla putrefazione e disfacimento.

E allora ci vuole quello che manca in questa citta: UN CIMITERO PER CANI E GATTI e altri amici animali. Con l’amore non può mancare la pietà.

Se hanno l’anima ? Già si chiamano ANIMA-LI

In libreria, tra scaffali e  banchi d’esposizione, la sfolgorante copertina di un libro, traslucida e dorata, mostra il volto di una bella ragazza, come una  “maschietta”, per dirla con  Buzzati, dalla quale è facile attendersi novelle  vicende e narrazioni. 

Il nome dell’autore ci sorprende perché noto e conosciuto per il suo  lungo percorso di autore TV,  e oggi, con belle pagine, debutta nella narrativa.

 Il titolo del libro è Fimminedda”, l’autore è Michele Guardi,  editore Sperling & Kupfer.

All’interno, in quasi duecento pagine, una storia ricca di sorprendenti eventi, di rapporti, ora aspri e astiosi, ma a volte benevoli, tra famiglie contrapposte nelle contrade di un paesino dalle nostre parti, nel corso degli anni Sessanta. Una commedia con personaggi precisi e composti, scolpiti nei loro comportamenti e maniere di fare e agire; personaggi pieni  che vivono tra  le loro vicende  in  un microcosmo di relazioni intense di sentimenti, interessi e affermazioni di identità. Un libro che al voltar delle pagine scivola via come l’olio; è di bella scrittura, chiara e articolata,  colta e fantasiosa.

L’autore, con acuto spirito di osservazione, descrive i luoghi, gli interni, il paesaggio; conduce il racconto, muove i personaggi  come attori sulla  scena,  e tutto condisce con leggera e divertente  ironia. Divertente, perché  leggendo non manca il sorriso,  e non mancano neanche momenti di attesa e d’ansia  al  dipanarsi della storia.

E’ una storia nostra, della nostra tradizione sociale e di costume, ora ricreata  magicamente fino a far respirare la stessa aria; “Ed è un libro, tra l’altro, molto italiano” per dirla con Raffaele La Capria, che così scrive  in quarta di copertina.

È  un’opera prima,  ed è sicuramente un libro che andrà a caratterizzare il suo  autore, un unicum, un seme che tutto contiene; come è stato con “Agostino” per Moravia,” Il ragazzo morto  e le comete” per Goffredo Parise,” L’isola d’Arturo” di Elsa Morante.

Ci aspettiamo altri libri e altri racconti, perché ancora  molto può  succedere  tra Acquaviva e Castrogiovanni, ed è ancora  tutto da raccontare. I protagonisti ci sono tutti: l’avvocato, il farmacista, il prete, il maresciallo. il barbiere , le belle ragazze e i giovanotti; intorno alla piazza i locali: il Caffè Impero, il salone,  la farmacia, la pompa di benzina, e, all’occorrenza, per le urgenze, c’è anche l’automobile, una Millecento nera con comodi  strapuntini

Manifestata in tutte le sue componenti festose la serata che ha celebrato il ritorno di un gruppo di newyorchesi, di origine empedoclina, nella terra natia, per le desiderate vacanze estive; un’ ambita occasione per rivivere affetti e nostalgie, rivedere i volti di amici e parenti, forse un po’ cambiati rispetto al passato, ma felici di esserci e di riabbracciarsi.

La festa “americana” si è svolta in tutte le sue componenti: banchetto, musica e ballo, nel “Salone delle feste” di Villa Romana di Porto Empedocle, salone luminoso, tra barocco e neoclassico, di arredi e addobbi  e con le immancabili bandiere del tricolore e delle stelle e strisce.

Grande animatore e organizzatore è stato Giò Castelli, fautore del ritorno sentimentale nella propria terra e nelle le proprie radici. Ha organizzato un convoglio di circa cinquanta persone, e con loro condividere  un festoso ritorno. Nella comitiva i familiari di Giò Castelli, Charles e Carmela, e il nipote acquisito Erik Coleman,un atleta, campione del football americano, esponente di punta del National Football League di New York. Ancora altri parenti, figli nipoti e amici italo americani.

Nella rimpatriata tra canti e balli, il repertorio musicale degli anni Ottanta ha spinto alcuni alla commozione e altri al canto.Vi è stato anche il sorprendente intervento del gruppo Folklorico “Val d’Akragas” di Agrigento.

Le serate di rimembranze sociali sono tra i ricordi più belli della nostra vita, e quindi ancora una festa indimenticabile da portare con se e conservare, e sono certo che nella ripartenza i newyorchesi-empedoclini lasciano una lacrima sul suolo natio, mentre quelli di nuova generazione guardano al futuro, tutto americano.

 

 

Una poesia per Agrigento,

città che esprime l’eternità del bello

e lo splendore dell’arte classica

 

Un vecchio libro, dalle pagine ingiallite e dai caratteri fioriti, è stato stampato nel 1939, ad Agrigento, Edizioni Akragas, Tipografia Arti Grafiche – Agrigento. (Lire sei).

Il libro è una raccolta di poesie, il poetare colto, vocativo, enfatico e celebrativo come  sentivano i poeti in  quel tratto temporale del primo quarto del Novecento; poesia carica di rassicurante e compiuta  gloria  e tutta dedicata alla imperitura bellezza delle opere storiche, della valle,  della città.e I poeti nella raccolta che lo sguardo appassionato ad Agrigento  sconfinata di bellezza, verso valle, verso il porto, verso il profilo armonico di Pinta bianca e il mare vasto e rilucente che li unisce.

Il poeta, nella raccolta curata da Emma Morello, è Gerlando Lentini, professore di Liceo a Palermo, ma nato in Agrigento  “ ha cantato in versi dolci, gentili la bellezza, la storia e l’arte…”.

Tempio della Concordia

Alza la vasta fronte il tempio solenne, ne l’ora

de la mattina, come per un antico rito.

Entro la cella passa un subito brivido, sfugge,

col palpito di un’ala, dal peristilio aperto.

Mira: dal colonnato, fulgente come oro, lo sguardo

spazia sul muto piano,  cui  l ’Acragante  irrora.

Salgono arcane voci da mondi lontani, venendo,

ebbre d’angoscia, ne la solitudine.

Prossimamente altri poeti e viaggiatori, (Pindaro,Edrisi, Goethe), che hanno rivolto lo sguardo al colle e alla valle, quel luogo di  armonia classica con i templi dedicati agli dei.Templi bianchi erano, come il marmo,  perché stuccati  per essere partedella classicità di Atene e della Grecia.


Concluse le numerose commemorazioni dedicate a Luigi Pirandello nel 150° anniversario dalla nascita. Nel corso dello scorso anno  l’opera  è stato ricordata in Italia come in diversi paesi d’Europa e d’America, ma anche in Cina e Giappone.

La vita e l’opera, la novella e il teatro, il romanzo e la poesia, sono stati gli argomenti dei numerosi convegni sull’opera pirandelliana e numerose sono state le rappresentazioni teatrali dei suoi drammi.

Argomenti che si affacciano periodicamente sulle pagine  della critica  italiana e internazionale, negli studi di saggistica, nei convegni e a commento delle continue rappresentazioni teatrali.

Tra le tante argomentazioni e rappresentazioni vi è stata una nota di particolare interesse nella riflessione e nell’indagine letteraria: la disperazione e l’angoscia nella vita di Luigi Pirandello, una speculazione vicina alla sua vita, attenta alla sua opera.

In origine vede un Pirandello “girgintano”, nel suo mondo naturale: la nascita “caddicome una stella; l’infanzia: “il figlio cambiato”; l’adolescenza: “da qui presi la via”. Per Pirandello verranno in seguito gli studi intensi e di profitto in Italia e in Germania, con le espressioni della poesia, della novella,e del teatro.

Verranno dopo anche le luci della ribalta, gli artifici della scena teatrale colma della dialettica della sua drammaturgia. Verrà la proficua scrittura di testi teatrali, impegno che sarà centrale  nel suo pensiero e nella rappresentazione: mettere in scena i valori esistenziali, tra le angosce e i drammi della raffinata società borghese delNovecento; verranno i debutti con sue opere nei grandi teatri d’Europa e d’America, verrà, a concludere, un premio molto ambito. (Nobel per la letteratura,1934). Con questi riconoscimenti Pirandello sarà, infine, un uomopubblico, che vola con successo in ambienti internazionali.

Spente le luci della ribalta, oscurate le scene delle immagini simulate, Luigi Pirandello risulta un uomo triste e avversato dalla sorte.

Due bei saggi di Nino Agnello.Una ricerca molto interessante è quella di Nino Agnello, studioso dell’opera di Luigi Pirandello, che si è fatto carico, in questo celebrato 150° anniversario dalla nascita, di due saggi consecutivi: uno sulla “povertà”  e  l’altro  sulla “tristezza”, aspetti ambedue sofferti nella vita del grande drammaturgo.

Il saggio di Nino Agnellova ad aprire nuovi e ampi propositi di riflessione: sulla povertà osservata e compresa, sulla disperazione  e tristezza drammaticamente vissuta. Perché Pirandello è tanto vicino e ispirato dalla povertà e miseria di uomini e donne, nelle novelle narrate? Fu egli stesso povero? Fu disperato?

Pirandello non fu povero, intendo dire povertà come mancanza di mezzi di sostentamento, ma durante la sua esistenza ebbe periodi di tristezza e affliggimento, particolarmente  nei rapporti coniugali e in quelli affettivi verso i figli e anche verso un’attrice, sua musa ispiratrice: Marta Abba. Non fu ricco,  ma non ebbe vero interesse ad una vera ricchezza;

L’aspetto messo alla riflessione, a lettura compiuta del saggio di Nino Agnello, è quello della povertà osservata e angosciosamente descritta nelle sue novelle, e della tristezza che  coinvolge particolarmente, una dimensione altamente tragica per l’acutezza e profondità che la contraddistingue.

Pirandello visse intensamente la vita dei suoi personaggi, partecipando emotivamente alle vicende che andava scrivendo, e ciò si vede e si sente in tanti riferimenti alla sua vita reale  nella impostazione dei suoi drammi.

E’ stato un uomo pubblico con vasta memoria della sua opera letteraria e teatrale, e pertanto appartiene a tutti,  al mondo, tanto da giustificare il nostro sguardo dentro casa sua.

 Il rettangolo di gioco dello Stadio Esseneto è stato sempre in quel medesimo posto, dove si trova oggi.

All’inizio dell’avventura calcistica nella Città di Agrigento,quel rettangolo era in mezzo agli orti, verso valle, limitato solamente da una traccia di confine tra i  campi, variamente coltivati, e la circostante aperta campagna.Da quel rettangolo si vedevano, verso la città,le antiche mura,Porta di Ponte, la chiesa di San Pietro, e il profilo tutto fino all’alto campanile del duomo..

Quel campo, è il caso di dire, strappato all’agricoltura, era il luogo idoneo e favorevole alla pratica del calcio che gli edotti già chiamavano  Football,ed era, come sappiamo, uno sport di origine inglese. La leggenda vuoleche il gioco del calcio, almeno per Agrigento, (che in quel tempo si chiamava Girgenti), fosse stato importato proprio da un gruppo di turisti inglesi, che dall’Hotel Belvederescesero a giocare a palla in quel campo, delineando l’area  e piantando i pali bianchi delle due porte. Con gli inglesi appresero lo spirito del gioco del calcio anche un gruppetto di giovani girgintani.

Da quell’incontroItalo-Inglese”, all’inizio degli anni Trenta,si avvia la lunga avventura della squadra calcistica, che sarà fondata nel 1939 nel nome di AKRAGAS S.S.,l’antico toponimo della Città in epoca classica,e nel nome di Stadio Esseneto,così chiamato in onore di un atleta agrigentino, o meglio akragantino,vincitore dei Giochi  Olimpici di Atene,  nel 412 a.C.

Alcune società sportive fanno risalire la loro fondazioni da tempi remoti, fine Ottocento, ma è negli  gli anni Trenta, che si diffondeva alacremente il Football in ogni città; si determinarono le prime regole societarie, e iniziarono a compilarsi le formazioni e i campionati per territorio. L’Akragas inizia con  calciatori locali,estremamente dilettanti, sportivi di genere, che giocavano a palla e tutti correvano dietro la palla.

La squadra prese forma e consistenza nei campionati del dopoguerra, quando giunsero i primi successi e arrivarono anche i giocatori “continentali”. Giovani entusiasti, alcuni di talento, che subito si affermarono nella stima e anche nell’affetto dei tifosi.

Tanti e tanti giovani sono passati dall’Akragas S.S., ricordiamo qui la figura completa di sportivo, capitano dell’Akragas, Mimmo Gareffa, sportivo  di ampie vedute, si interessò, infatti, a formare i giovani in diverse discipline, dalla pallacanestro, all’atletica leggera.

L’Akragas annovera anche tra le sue numerose formazioni molti giovani agrigentini, tra questi un trittico di campioni eccezionali, nel gioco e nella militanza agonistica. Furono, infatti, giocatori esclusivi dell’Akragas, la squadra della loro città:Antonio Montalbano, Pasquale Villa, Gaspare Gallo.

Tutti campioni di impegno e tenacia quei ragazzi, che dall’inizio degli anni Cinquanta in poi si sono succeduti in quel rettangolo di terreno, all’inizio quasi un campo agricolo, poi in  terra battuta e solo recentemente, a tratti,  con il prato verde.

I giocatori akragantini in campo hanno dato tutto e hanno avuto i furiosi applausi dei tifosi e del pubblico tutto. I tifosi akragantini   hanno saputo sempre riconoscere la classe, l’impegno, e l’attaccamento alla maglia bianco-azzurra.

In ultimo volevo ricordare che molti giocatori “stranieri”,intendo di altre regioni italiane, rimasero ad Agrigento,  misero su famiglia, ma per tutta la vita, come è naturale, continuarono a parlare il loro dialetto; qualcuno continuò a parlare sempre in veneziano. E alcuni ragazzi, figli di costoro giocarono con la maglia bianco-azzurra dell’Akragas.

 

P.S. Questo breve testo vorrebbe anche suggerire e auspicare  l’organizzazione di una eventuale  “mostra fotografica antologica”,  con foto d’epoca e dedicate alla storia dell’Akragas. S.S. nella ricorrenza, nel 2019,  dell’80° anniversario dalla fondazione.

Una mostra fotografica allestita in uno spazio storico della vita sociale agrigentina, (come il Circolo Empedocleo, oppure il foyer del Teatro Pirandello). Tutto ciò per rivivere, nel fascino delle foto in bianco-nero, epoche intense di ardore sportivo, partecipazione ed entusiasmo collettivo.

Ritroveremo un volto, una storia, un’atmosfera e tanti amici

I nomi dei giocatori non sono soltanto da elencare nelle didascalia sotto la formazione: con i nomi  vogliamo ricordare che ciascuno di loro è stato un personaggio, con la sua identità, carattere e personalità, quella che si esprime chiaramente nel gioco del calcio, come nella  vita e nella società civile.

E’ un grande regalo alla Città  rivolto e gridato dagli sportivi e dai tifosi dell’Akragas.

Nella fotografia nomi della formazione dell’Akragas , in una partita a Bagheria con i dirigenti della squadra.

Campionato 1953/1954. Contino – Provenzano – Fiorini – Montalegni –Enzo Lauretta,(Presidente), Angelo Chirone – Pistone – Zanotti – Villa – Gallo – Terenziani – Sghettini – Gullo – Chirulli – Montalbano.

Dicono gli studiosi dei tempi antichi che passeggiare per il corso principale, di prima sera, nell’ora del tramonto, con il cielo chiaro e l’orizzonte di ponente rosso, fosse una consuetudine, un costume dei greci, e anche dei greci d’occidente. Anche i cittadini dell’antica Akragas, quella che fu una delle più belle città del Mediterraneo, passeggiavano nel decumano dell’antica città scambiandosi notizie e impressioni di fatti accaduti, iniziando dai grandi temi a loro contemporanei, fino alle cose minute, familiari di poco conto, compresi amori e tradimenti, mai mancati nel condimento della vita.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, si compiva ancora quel tradizionale rito delle quattro vasche nell’ora prossima al tramonto.

La via era affollatissima di passanti, gruppi di persone andavano insieme avanti e indietro; parlavano e dissertavano con ampi gesti,  a tratti con rapide soste nei momenti topici del racconto che andavano snocciolando.

Verso la fine degli anni Settanta o primi anni Ottanta, quella felice consuetudine tendeva scomparire, come in quasi tutte le città meridionali.

Avanti e indietro per via Atenea, a passeggio sul decumano orientato Est-Ovest, ed era quasi un obbligo essere presenti tra gli amici di consueta abitudine.

Il percorso era super affollato nei giorni festivi e ancor più nella ricorrenza di feste religiose,  come il Santo Natale, e allora avanti e indietro a gridare auguri, auguri, e anche Buon anno, Buon anno nuovo, che poi sarebbe rimasto uguale a quello vecchio.

 

La pavimentazione della via era in lastre di lava, composte a spina, che erano lucide e brillanti nelle giornate di pioggia.

Negli anni Cinquanta i negozi iniziarono ad essere appariscenti e bene illuminati; anche l’illuminazione pubblica e quella di qualche edificio storico, rendevano accogliente quel percorso, sempre animato di incontri, saluti, ossequi e occhiatacce a destra e a manca per intercettare sensuali volti femminili, a loro volta dagli sguardi ansiosi e sfuggenti.

Erano frequentati poco i ristoranti,  mentre erano molto frequentati i Caffe e i Bar. Quali erano i più noti nel percorso di via Atenea?

Il Bar Cristallo, Caffè Roma, il Gambrinus e il Caffè Torrefazione; nottetempo era frequentato  un locale, quasi un Night Club, si chiamava  “la Conchiglia”. Era il locale della serate danzanti, elegante, luminoso, al suggestivo ritmo  del Booge  Vooge, e di quel posto si raccontavano cose mirabolanti.

Fra i più bei negozi sulla via quello di Cappadona, posto di fronte la discesa della Posta Vecchia, nelle cui ampie vetrine vi erano cristallerie dai pregiati bicchieri, vasi e piatti  e oggetti e figurine di bisquit, anfore e ciotole della Royal Copenaghen.

Ancora più avanti un antico negozio di tessuti  inteso anche  come “panneri” o negozio di panni, di memoria  pirandelliana nella novella Il vitalizio; a destra ancora avanti, tra il palazzo con la balconata del ristorante “da Giugiù”, e il palazzetto gotico dell’orologio una ripida discesa  conduceva proprio di fronte ad una piccola nicchia che era il botteghino  del Cinema estivo. Rimane di quel luogo, poi scomparso,  uno dei più bei ricordi  nel cuore degli agrigentini. Diciamo subito che la scomparsa del Cinema estivo, sul quale è stato costruito un palazzo, è ancor oggi una ferita aperta nel cuore e nel ricordo di molti agrigentini.

In fondo al percorso appariva la facciata di un edificio figurante un colonnato dorico con al centro un cartiglio dedicato ad Empedocle; di fronte una piazzetta lastricata  di marmo bianco, agli angoli i lampioni di ghisa a cinque luci dai vetri sfavillanti, poi sul perimetro sedili di pietra; chiudeva la piazzetta un’inferriata elegante di  ferrosi intrecci di tralci di vigne, vagamente ispirati al Liberty.

Così Vitaliano Brancati, nel suo romanzo “Gli anni perduti”, ricorda il corso di Natàca. Era lungo e dritto con palazzi panciuti e barocchi, luogo delle tradizionali e lente passeggiate: “Tutti camminavano piano piano, lasciando per il maggior tempo che fosse possibile il piede in aria. Era inutile, infatti, era anzi riprovevole camminare velocemente, perché una volta arrivati a un capo del corso, non restava che voltarsi e arrivare all’altro capo, e quindi ridiscendere, e poi risalire, e ridiscendere e risalire…”. E ancora “Quasi tutti si conoscevano e quasi tutti si salutavano, dapprima con cenni lieti e affettuosi, poi con cenni più freddi, poi quando   i – di nuovo buongiorno – pigliavano un tono canzonatorio, il rivedersi ancora cominciava ad avere il significato che ha la grata per il prigioniero…”. Vi erano anche avvocati a spasso, “si salutavano da lontano, dichiarandosi l’un servo dell’altro e pronto l’uno a baciare le mani dell’altro, e a riceve comandi!”.

Appena fuori Porta di Ponte in lontananza il mare, veramente lontano e  poco interessante per la città che non sosteneva alcuna attività marinara, bastava la spiaggia del Lido di San Leone per due tre mesi estivi che volavano come in un soffio.

La valle, appena dopo il tramonto era già buia, qualche luce lontana, solitaria. Ma la valle ritornava ad esplodere rigogliosa  nella precoce primavera, imbiancandosi di tenerissimi fiori di mandorlo. Era una corsa festosa nella Valle dei templi per il nuovo appuntamento con la Sagra del Mandorlo in Fiore.

 

Persefone è tra di noi, la dea della Primavera è tra i mandorli in fiore.

E’ scesa dall’Olimpo ed è venuta da queste parti, ha lasciato le creste nevose, ha lasciato le pianure bianche,  innevate,  ha scelto le sponde mediterranee.

Passando da queste parti ha imbiancato la Valle, ma di petali di mandorlo, bianchi e con leggere sfumature rosa.

Il migliore augurio per questa Città.

Toto Cacciato

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Nuovo libro di Nino Agnello “Il corpo e le ali del Liceo Empedocle”. Cinquant’anni di storia e vita agrigentina. Edizioni Siculgrafica.
L’autore manifesta e sottolinea come i ricordi, nella sua dimensione, sono tanta parte nostra vita
Nino Agnello, per un lungo periodo professore di Lettere al Liceo Classico Empedocle di Agrigento, studioso dell’opera di Empedocle, Pirandello, Sciascia, autore di poesia e narrativa, ha pubblicato un nuovo libro, un libro po’ particolare, che lo riguarda da vicino: la sua vita scolastica, intensa e sentita, da discente e docente.
Una vita tutta spesa all’interno della scuola, una carriera esemplare, ma ancor di più, nel libro, vi è la storia degli incontri con le istituzioni , con i colleghi, gli studenti e il personale amministrativo, tecnico e ausiliario.
Chi ha affermato che i ricordi sono perle aveva ragione
I ricordi sono perle, che si depositano in una scrigno, quello della memoria, e di tanto in tanto vengono rivisitati, e rotolano per una giornata intera.
I ricordi di Nino Agnello sono nella scuola e per la scuola, e per restare nella metafora, la sua è una cascata di perle, brillanti sfere di ricordi, ricordi di vita scolastica, intensa e continua: studente al liceo, insegnante di liceo, con cattedra al Liceo classico Empedocle di Agrigento.
Un lungo viaggio all’interno della scuola e attraverso gli anni scolasti, (da studente, dal 1954, e da docente, dal 1973), e il suo ricordo va ai presidi, ai colleghi e agli studenti che si sono succeduti fra banchi e cattedra.
Emergono figure uniche, di educatori, come il Prof. Edoardo Pancamo, colto e sapiente,”…primo fra tutti, ci stimolava il senso critico spingendoci a ragionare, coinvolgendoci nelle sue lezioni sia di storia che di filosofia”, Il Preside professore Giovanni Vivacqua, “era persona austera, ma democratica e sempre disponibile, onesta e incorruttibile”, e i colleghi, altri e tanti ancora, Tito Aronica, Onofrio Lo Dico, Vito Nobile, Teresa Lo Presti.
“Perché ho scritto – si chiede l’Autore – perché scrivo? Per lottare contro la minaccia della dimenticanza, malattia tremenda delle società in rapida evoluzione, e per aiutare gli uomini, che hanno memoria labile, a mantenere desto il ricordo di quelle persone che riteniamo, dopo la morte, degne di tenercele accanto…”.
E qui, nell’epilogo, l’Autore, con Empedocle, apre la porta alla fiducia e alla speranza: “Empedocle è là, sempre là, custode dell’ingresso, deus loco, dio eponimo e portiere, guardiano perenne del Liceo; è faro sempre acceso a illuminare l’accesso e tutto il complesso della cultura che è dentro ed esce fuori, fra gli uomini comuni e fra le genti del mondo…”.
Toto Cacciato