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Le piazze d’Italia erano piene di gente e le bandiere rosse sventolavano al vento, nell’aria le note e il canto “Compagni, avanti!. Il gran partito noi siamo dei lavorator…”. Era la festosa attesa di un comizio politico.

Era così nello spaccato degli anni Sessanta, la comunicazione politica si affidava ai comizi in piazza e alle parole  dei più rappresentativi parlamentari del partito, come Gian Carlo Pajetta, Pietro Ingrao, Mario Alicata e altri. Fra gli applausi al comiziante c’era chi concretamente  gridava “Pane e Lavoro”.

Onorevole Agostino Spataro  nel  1968 lei aveva vent’anni,  tanti anni sono passati da quel tempo, ma oggi siamo ancora a “Pane e Lavoro”.

Beh! Già nel ’68 si era registrata un’evoluzione anche del “pacchetto” rivendicativo dei movimenti dei lavoratori. Chiedevano non solo “pane e lavoro”, ma anche servizi, riforme e diritti sociali fino ad allora negati: statuto dei lavoratori, scuola, sanità, trasporti, pensioni, ecc. Fu quella una stagione di effettivo cambiamento, di progresso delle condizioni di vita e di lavoro. Grazie alla ritrovata unità sindacale, fu possibile ampliare il fronte di lotta e conquistare diritti e condizioni di vita e di lavoro che nella storia mai avevano goduto i lavoratori dipendenti”.                                                                                                                                                                                                                   

I comizi erano la primaria forma di comunicazione, la televisione passava una striminzita Tribuna politica. Che ricordo ha di quelle folle, ha avuto occasione di ascoltare i grandi comizi, come  erano stati quelli di Togliatti, in tre ordini di palchi con tutti i rappresentanti del partito.

Data l’età, non ebbi occasione di partecipare al comizio di Togliatti, ad Agrigento  nel 1953, in cui parlò a una piazza Stazione strapiena. Partecipai (16 enne), a Roma, ai suoi funerali (immortalati da Renato Guttuso) in compagnia di tre compagni dirigenti sindacali agrigentini di cui due vennero per assicurarsi “ch’era

morto per davvero” e un terzo che piangeva di tutto cuore per la grave perdita. Questo per dire che anche nei tempi “eroici” c’erano singolari contraddizioni”. 

Lei è giornalista ed ha una lunga bibliografia che apre nel 1985 con un testo impegnativo dal titolo “Missili e mafia”, scritto con Paolo Gentiloni e  Alberto Spampinato; poi una lunga sequenza di titoli  e argomenti  tra i più scottanti della politica nazionale e internazionale, argomenti ancora attivi e vivi. Ne ricordo tre: il Mediterraneo. “Popoli e risorse verso uno spazio economico comune”.1993. “Fondamentalismo islamico. L’Islam politico”.1995. “Sicilia, cronache del declino”.2006; altri temi riguardano l’immigrazione,  l’America Latina. Tra i saggi più recenti  lei scrive di “Una bella amicizia polemicamente vissuta – Sciascia e Guttuso”. In apertura un capoverso titola: “Sciascia dovrebbe ‘lasciare’ Racalmuto per una vacanza”. Ce ne vuole parlare?

Da estimatore dell’opera di Leonardo Sciascia ho cercato, con questa provocazione, di far capire che il suo lascito culturale, la gestione Fondazione di Racalmuto non possono divenire oggetto di una contesa non proprio esaltante e per finalità improprie, a carattere locale. Poiché questo era il clima che nei mesi scorsi si era creato intorno alle problematiche, al futuro stesso della fondazione. Sciascia non poteva essere strattonato a destra e a manca. Da qui l’invito a prendersi una “vacanza” magari nella sua amata Parigi. Per una fortuita coincidenza, lo scrittore a Parigi c’è “tornato” di recente, in occasione del 30° anniversario della sua morte, accompagnato dai dirigenti dell’associazione degli “Amici di Sciascia”.

Lei è stato parlamentare per tre legislature, (’76-‘79’-83), ed è stato anche componente di diverse commissioni parlamentare, ha, quindi, vissuto i rapporti e le evoluzioni politiche di quegli anni. La domanda è spontanea: quali differenze tra la classe politica di quegli anni e quella di oggi, quali differenze di costume e di comportamento sociale.

Non mi piace fare confronti con realtà, anche umane, fra loro diverse. Ciascuno vive il tempo che gli è dato. I nostri riferimenti erano la Costituzione repubblicana (una fra le più evolute al mondo) e l’idea della politica intesa come servizio per il bene comune, con particolare attenzione ai bisogni, ai diritti dei lavoratori, dei ceti più deboli della società.

Tante cose sono cambiate in Italia e nel mondo. Non doveva cambiare- a  mio avviso-  il sistema elettorale proporzionale, con il voto di preferenza che consentiva all’elettore di scegliere il candidato”.

Gli uomini della politica. Quelli degli anni Settanta e Ottanta, sono nella memoria di tanti. Lei ne ha conosciuti parecchi, come erano i politici di allora, mi riferisco al comportamento sociale e impegno intellettuale.

Io ebbi la ventura di far parte di alcune importanti commissioni parlamentari (Bilancio e Partecipazioni statali, Esteri,  Difesa, ecc) e della presidenza dell’Associazione nazionale di amicizia italo araba e attraverso queste di occuparmi di problemi, di dossier davvero importanti e, pertanto, d’incontrare personalità politiche e di governo (anche straniere) di un certo rilievo.

Com’erano? Il giudizio lo esprimemmo al momento e caso per caso. Personalmente, diffido dal pre-giudizio. Mi piace controllare, verificare e giudicare con la mia testa. Consapevole che si può anche sbagliare. In generale si può affermare che – pur con limiti ed abusi- il livello politico e morale della classe dirigente (liquidata dai processi milanesi) era ben più alto dell’attuale. Di là dei nomi, si dovrà ammettere che quella classe politica (dentro cui ci metto anche il Pci all’opposizione) portò l’Italia, uscita sconfitta e distrutta dalla guerra, ad essere la quinta potenza economica mondiale, mentre quella della “seconda” o “terza” Repubblica (che non si capisce bene chi la manda, da dove proviene) sta facendo di tutto per indebolire l’autorità, l’efficienza dello Stato democratico e antifascista, l’economia, la politica estera del Paese, ecc”.

Negli anni del suo mandato parlamentare  stava al centro della politica italiana  l’autorevole figura di Giulio Andreotti. Lei lo ha conosciuto da vicino, qual è il suo ricordo, come è stata la sua azione politica nel corso degli anni, quale eco trova oggi  nella nostra storia.

Comunque sia, fra i personaggi incontrati quello che non sono riuscito a decifrare (chi può dire di averlo conosciuto fino in fondo?) fu Giulio Andreotti con il quale convissi per quattro anni nella Commissione esteri di Montecitorio di cui egli era presidente. Nel Pci c’erano due visioni di Andreotti: una, la più diffusa alla base del partito, ricavata dai suoi collegamenti, veri o presunti, con personaggi in odore di mafia e un’altra, accreditata ai vertici del partito, secondo la quale l’Andreotti del dopo-Moro era un abile statista che, soprattutto in politica estera, riusciva a rappresentare bene gli interessi nazionali dell’Italia e la causa della pace in Europa e nel mondo. Era l’unico politico italiano che riusciva a parlare (senza irritarli) con i principali attori internazionali, anche fra loro in conflitto. E si faceva ascoltare. Dall’osservatorio della commissione esteri (dove mi occupavo di mondo arabo e pesi mediterranei), ho più volte constatato questa sua, positiva “versatilità”.

Qui mi fermo. Dico solo che, in quel periodo e sulla base degli atti, Andreotti diede un contributo rilevante alla politica estera italiana e all’iniziativa di pace in Europa (euromissili) e nel mondo arabo/mediterraneo.

Per queste ragioni andai ai suoi funerali, seppure confuso tra la folla assiepata davanti la chiesa di San Giovanni de’ Fiorentini”.

Non possiamo tralasciare di commentare un grosso problema, un evento che sta ogni giorno sulle pagine dei giornali quotidiani: l’immigrazione. Esodi che pongono problemi sociali gravi. Si avverte anche, in molti, un senso di compassione per quanto avviene, di ansia, un stillicidio di tragiche notizie. Vi sono soluzioni?  Non possiamo rimanere a contare gli annegati e i salvati.

Esatto. Ormai, in Italia, in Europa siamo come quelli cui qualcuno ha passato il cerino acceso e lo guardano bruciare, impotenti, sapendo che se non sarà spento brucerà loro le dita. Personalmente, seguo il fenomeno dell’immigrazione fin dai suoi inizi ossia dai primi anni ’80, sia a livello parlamentare sia con articoli e libri che ne hanno illustrato le caratteristiche e proposto le soluzioni possibili basate su trattati bilaterali e multilaterali fra Stati e fra l’Unione Europea e le regioni di provenienza per regolamentare, governare i flussi secondo le esigenze reciproche.

Ovviamente, agivo per conto del Pci (allora diretto da E. Berlinguer) che riguardo all’immigrazione aveva due concetti essenziali: quelli dell’accoglienza nella solidarietà e nella legalità. La nostra proposta di legge (del 1981) era contraria all’immigrazione clandestina e assai disponibile a riconoscere i diritti dell’immigrato regolare. Il nostro motto era “Riconoscere agli immigrati in Italia gli stessi diritti (e doveri) che rivendichiamo per gli emigrati italiani all’estero”.

Parliamoci chiaro, come scrivo nel mio, recente “Immigrazione, la moderna schiavitù”, in Italia e altrove non si vogliono lavoratori immigrati regolari, ma clandestini da sfruttare al massimo”.

Il suo  recente articolo, pubblicato su montefamoso.blogspot.com, apre con un magnifico incipit: “I popoli latino-americani sembrano aver preso coscienza dei loro diritti e delle loro ricchezze naturali, minerarie e agricole strategiche che vogliono mettere al servizio del loro sviluppo”. Praticamente c’è tutto. Vuole commentare?

Dall’inizio del nuovo secolo, lo scenario latino-americano (dal Messico all’Argentina) è attraversato da forti movimenti politici, etnici e culturali che hanno provocato la crisi  delle oligarchie neo-colonialiste e il controllo democratico, la sovranità dei popoli (specie indigeni) sulle risorse strategiche nazionali.                                                                                                                                                Un’aspirazione più che legittima alla quale le multinazionali interessate, in combutta con le oligarchie “bianche” locali, non potendo più fare affidamento sulle dittature militare e nemmeno sul confronto elettorale, pensano di rispondere con “colpi di stato” paludati, con presidenti “autoproclamati” in nome della difesa dei “diritti umani e politici” che stanno violando e calpestando.                                                      Certo, il pericolo di un ritorno a soluzioni autoritarie esiste, anzi è in atto, ma stavolta non sarà facile. Poiché  nel frattempo, sembra essersi svegliato “il gigante dormiente“ latinoamericano ossia il variegato mondo dei  popoli indigeni che vi abitano da almeno 30 millenni, mentre i colonialisti  spagnoli, portoghesi, ecc, ci sono da mezzo millennio. E questa – mi sembra- la vera novità che potrà segnare il futuro di questa importante regione  del Pianeta”..

 

 

 

Due frammenti evocano con nostalgia il  piacere di camminare su un viale d’autunno sparso di foglie, ormai morte, come accade lungo i Champs Elysèes o Bois de Boulogne e evocate dal cantante Yves Montand.

Cadono le foglie morte e  cadono come i ricordi  nell’oblio.

 

Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,

Tu vois, je n’ai pas oublié

Les feuilles mortes se ramassent à la pelle

Les souvenirs et les regrets aussi.

 

Les feuilles mortes se ramessent à la pelle

Les souvenits et les regrets aussi,

Mais mon amour silencieux et fidèle

Sourit toujours et remercie la vie.

Le foglie, o meglio Les Feuilles Mortes, quelle che cadono qui, senza estetica e senza poesia, cadono  e basta, e  nessuno le porta via.

Luciano De Crescenzo, intellettuale e creativo di grande notorietà editoriale e televisiva, è scomparso all’età di Novanta anni, e a Napoli, (sabato 20 luglio 2019), si sono tenuti i funerali, nella sua città, che ha già decretato il lutto cittadino.
Ingegnere informatico della IBM, è stato soverchiato dalla sua vena creativa con interessi per la storia antica, la saggistica, la narrativa, argomenti che lo hanno portato alla pubblicazione di libri e anche alla regia e alle partecipazioni in programmi televisivi.
Il suo approccio alla comunicazione, scrittura e televisione, era caratterizzato da una sottile chiave umoristica, apprezzata e caratterizzante, da crearne un personaggio.
Ad Agrigento, nella Valle dei Templi, i visitatori, turisti e viaggiatori, che hanno visitato le Stoai, dove si svolgeva un intrattenimento teatrale a carattere storico, una commedia con musiche: “Komodia, Akragas l’alba di una civiltà”, hanno conosciuto, in video, Luciano De Crescenzo nel prologo di apertura, in scena tra Diodoro Siculo, Timareta, Antistene e Gellia.
Le Stoai è stata una pregevole iniziativa della Camera di Commercio di Agrigento a favore del turismo culturale, per rappresentare l’arte e le tradizioni della cultura classica di Akragas. Il suo ideatore e autore è stato l’Avv. Franco Capitano, Segretario Generale della stessa Camera.

Chiediamo a Franco Capitano: Come è stato l’incontro con Luciano De Crescenzo.
“Molto cordiale, e quando gli spiegai che avrebbe dovuto leggere il prologo ad un’opera teatrale sulla storia classica di Akragas, mi ha chiesto se – questa cosa la devo fare in costume greco? – Non era necessario, ma capii subito che aveva accettato. Apprezzai molto la sua semplicità e disponibilità, ero commosso e fu una vera gioia per me”.
Come e dove avete realizzato il video?
“In uno studio televisivo e fu ancora un’emozione sentire le mie parole con la voce di Luciano De Crescenzo. Riuscì bene il video per lo spettacolo delle Stoai, riuscì bene l’interazione virtuale tra lui, in video, e gli attori reali in scena. Ci furono cinquecento repliche nell’arco di diversi anni.
Il mio ricordo è quello di una persona cordiale, colta e di grande disponibilità”.

“Ogni volta che ritorno  a “Marina” una passeggiata al molo a narici dilatate non me la leva nessuno”.

Sono oltre un centinaio i libri pubblicati da Andrea Camilleri, molti da Sellerio editore  con le vicende del suo Commissario Montalbano, libri che hanno riempito la vita dello scrittore e almeno uno scaffale di libreria di molti lettori.

Tra letture e fiction televisive, Salvo Montalbano sta con noi, a cena, e se Andrea Camilleri è il padre di Montalbano , noi siamo, i fratelli, cugini, cognati e anche nipoti.

Camilleri ha portato ai grandi numeri il romanzo “giallo” che in Italia editava poco,  erano i francesi a raccontare i “noir”, misteriosi, oscuri ed occulti e di eleganti omicidi.

Acuto osservatore della società, non solo siciliana, Camilleri muove tutto intorno Vigata, un paesino di costa marina, (come Porto Empedocle), muove tutto il suo immaginario nei personaggi con i loro caratteri, profili e tic, ma è anche molto attento al reale  nel riscontro delle cose, la scena, l’ambiente, e sullo sfondo il mare, spesso presente nelle sue composizioni; nella narrazione, certamente, non può mancare l’omicidio, il malaffare, l’indagine, il sospetto e  lo svelamento.

Le donne nella storia di un “giallo, tenue”, mai feroce, sono bellissime, come belli sono gli arredi delle case, gli interni; le stanze hanno l’aria di primo Novecento, mobili e le suppellettili sono da modernariato, pareti colorate di azzurro e di rosa, pavimenti in maiolica amalfitana, scalinate con riccioli e volute barocche, vetrate, e quasi segreti piccoli giardini di limoni e mandarini, ulivi, mirto e alloro.

Sono le dimore della borghesia paesana, dove è successo un fattaccio. Passerà, e quando il Commissario Montalbano, (sono), scenderà per quelle scale, presto tutto sarà dimenticato e tutto rientrerà nella quiete di quelle stanze fresche e ombrose. Salvo, ormai siamo in confidenza, è pronto per sbrogliare la prossima matassa, ma prima di iniziare, solitario, nuota in un mare di cristallo azzurro.

Andrea Camilleri, autore acuto e geniale che tutto muove, scompone e ricompone, pensieri e sentimenti, nella bella serie del “giallo” italiano, è stato anche autore di romanzi storici, autore e regista di drammi radiofonici prima e televisivi dopo, insegnante nell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.

In  tanta attività creativa e intellettuale quali erano gli altri suoi pensieri?

“Ogni volta che torno al mio paese, una passeggiata al molo a narici dilatate non me la leva nessuno. Mi piaceva respirare l’aria del porto,  l’odore di catrame, di nafta, di cordame bagnato mischiato a quello del mare, era un tonificante”. E ancora, “Ora che ci penso, mi rendo conto che il mio paese, Porto Empedocle, l’ho cominciato a chiamare così, col suo vero nome geografico, solo dopo che me ne sono allontanato, nel 1949 per trasferirmi a Roma come allievo regista dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.

Visse lungamente a Roma per le sue elaborazioni intellettuali, ma la “marina” con le casette dei pescatori che si inerpicano sul bianco della marna, la campagna, il porto,  il mare, sono il paesaggio che resta nella sua memoria  e che a volte  ritrova tra vecchie carte e cartoline illustrate conservate.

 

 

Cretto di Gibellina completato, 2015

E’ risorta nel segno dell’arte con tante opere di artisti contemporanei e il “Grande Cretto” di Alberto Burri.

Nella tragica notte del 15 Gennaio 1968 un’onda sismica di magnitudo 6.4 attraversò la Valle del Belice  e sfarinò come niente le case, casette e casupole dove, in quel breve declivio di collina, stava Gibellina. L’urto mandò in frantumi quelle case dai muri di pietra, pareti di sassi, travi di legno, tegole d’argilla; ruppe le brocche e le anfore, le vetrine, i lumi e i lampadari nel breve dondolio poco prima del buio e della paura. Tutto andò in polvere, proprio tutto il paese. Ad emergenza terminata si è dovuto constatare che nulla vi era da ricostruire, il paese sarebbe stato ricostruito in un altro luogo, nella stessa valle a poca distanza.

Cosi pensarono e così fecero, infatti, la Nuova Gibellina  sorge a undici kilometri in linea d’aria, dal luogo originario.

Gibellina ha il nome, per dirla con Wikipedia, di origine araba, composto da  Gebel, (montagna), e Zghir (piccola), “piccola montagna”; in epoca medievale  fu un piccolo paese edificato intorno al castello della famiglia dei  Chiaramonte.

Nella tragica notte di Gibellina il terremoto fu di tale forza che distrusse e spopolò il paese e altre contrade; provocò 370 vittime, 1000 feriti e 90.000 sfollati.

Di Gibellina rimasero soltanto le macerie.

Alberto Burri, artista di fama internazionali, che si era già misurato con vasti allestimenti e grandi opere, sopra  le pietre disgiunte e sfarinate delle case e delle chiese di Gibellina volle creare, (1984-1989), un Grande Cretto, un’opera plastica, di memoria e di ricordo, in cui sono fissate le spaccature del cretto ad indicare gli antichi percorsi urbani; una costruzione alla Land-art: estesa per 134.000 metri quadri. Infine è un’opera partecipe del dramma accaduto che appare, infatti, in uno scenario suggestivo: il vasto cretto, bianco e segnico, nel verde della collina, come un sudario, una colata di cemento bianco che tutto va a coprire.

Il Cretto ispirò lungamente Alberto Burri, li visitò in natura, li elaborò in studio, ricreò la magica composizione segnica che appare nei terreni riarsi, abbandonati dall’acqua che è vita.

Nella ricostruzione, Gibellina Nuova, accolse l’architettura moderna  con il corredo di opere di artisti di fama internazionale, che vollero essere presenti e crearono espressamente imponenti opere per la rinascita di quel paesino nella valle del Belice, violentemente distrutto da tanta spropositata forza della natura.

Oggi Gibellina Nuova  è un grade museo a cielo aperto, una raccolta significativa di opere  che ripropongono lo spazio urbano in modo unico e originale.

Le opere architettoniche sono “La Porta del Belice” di Pietro Consagra, “La Torre Civica” di Alessandro Mendini,  “La Chiesa Madre” di Ludovico Quaroni, “I Giardini Segreti” di Francesco Venezia, “Edificio Comunale” di Vittorio Gregotti, Giuseppe e Alberto Samonà, decorazioni architettoniche di Carla Accardi, la scultura in travertino “Citta del sole” di Mimmo Rotella

Mentre le opere di pittura e scultura, ceramica e mosaico e altri materiali, sono presenti con i lavori di Andrea Cascella,  Mimmo Paladino, Franco Angeli, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Giulio Turcato, Fausto Melotti, Gino Severini, Giuseppe Uncini, Leonardo Sciascia.

Gibellina  attende e riceve turisti e viaggiatori da tutto il mondo per visitare la notevole rassegna d’arte contemporanea  e per le tradizionali “Orestiadi”: un festival internazionale  con manifestazioni teatrali, concerti, mostre di pittura e scultura, cinema e narrativa.

 

Una lieta sorpresa, nel luogo “cult” degli spettacoli teatrali di Varietà e altre performance, la Posta Vecchia ha proposto in scena  uno spettacolo di varietà, brillante e brioso nella recita, nei costumi nelle musiche; una bella prova  di teatro amatoriale, amatoriale perché voluto e amato da chi lo ha proposto in scena, da chi sta intorno alla scena, e principalmente dagli autori che hanno colto gli aspetti più significativi e divertenti della rappresentazione. Teatro di varietà, che da tempo mancava dalla scena agrigentina, è ora apparso ed è esploso con una sorprendente carica di energia e di  creatività.

Già dal titolo lo spettacolo ha una sottotraccia carica di ambiguità. E’, infatti, criptico ed enigmatico da un verso, ma nell’evidenza è chiaro e trasparente “…e sono sempre uccelli senza zucchero”, e nel sottotitolo: (tratto da: tutti foddi so!).

Gli interpreti, un quartetto carico di brio fin dal ritmo d’apertura; in formazione sono Simona Carisi, Angelita Butera, Franco Sodano, Giuseppe Sciortino, il quinto uomo, con partecipazione straordinaria, è Alessandro Patti.

Spicca ed è evidente, e bisogna dirlo subito, Simona Carisi, mattatrice, vulcanica, effervescente di mille risorse sceniche e d’interprete.

Apre Giuseppe Sciortino, notevole presenza scenica, prende tutta l’attenzione col suo canto armoniosi e narrante, Angelita Butera ha l’eleganza e la recitazione vagante e mobile del miglior cabaret, Franco Sodano è attore di teatro, esalta il valore della parola, equilibrio e calma, una recitazione swing , ritmo e tempo, opportuno nella battuta.  Il quinto uomo è Alessandro Patti, avvocato nella scena, carico d’ironia da mettere in gioco con fine eleganza la sua stessa professione, avvocato, ma  in modo amabile, disinvolto, moderno.

Posso dire che tutto lo spettacolo gira intorno alla fantasiosa ed esuberante Simona Carisi? Detto. L’attrice vive nel contrasto di essere esplosiva ma misurata, completa nella parola e nel gesto, regge lo scambio empatico col pubblico che amministra, esalta, e libera  nell’applauso finale. Nello spettacolo non è mancato lo stand up, dalla platea al palco, inopinatamente, qualcosa accadrà.

Simona Carisi è la regista del teatro e anche co-autrice, ma la presenza autorevole e di esperienza è quella di Franco Capitano, autore di testi per la radio e il teatro fin dagli anni giovanili, poi autore di eventi notevoli come Mandorlag, Le Stoai, ora ritorna su quell’ala della giovinezza cogliendo dalla vita sociale gli aspetti  umoristici e curiosi per affidarli al Varietà.

Sul contenuto dello spettacolo? Come d’uso il tema del Varietà è frammentato, e qui non riveliamo alcun tema. Perché auspichiamo prossime repliche.

Uno sguardo sul teatro, di professione o d’amatore, nobile manifestazione d’arte, la più antica e risolutiva della comunicazione visiva, dove il personaggio interprete lascia il segno nell’agone della scena e nel ricordo di tutti. Come i tanti personaggi pirandelliani che abbiamo visto nella nostra città.

E’ una passione che nasce, a volte, negli anni dell’adolescenza e si conferma nella giovinezza, quando poi approda alla      prima maturità, allo studio di testi, alla recitazione, alla parola efficace e significativa, quando si è già composti nell’insieme della finzione  scenica, tra quinte e luci opportune, fondali e cieli e già tutto appare magico.

IL teatro negli anni della gioventù vive nel tempo sottratto allo studio scolastico, tempo ceduto alla passione, passione disordinata e focosa, per il gruppo e per l’affermazione propria, visiva, comunque edonistica e di pratica culturale elevata per i testi classici che si pongono in studio, testi troppo classici che spesso vanno al di là  dall’ essere compresi appieno.

Occorre allora un teatro da abitare e viverlo con personaggi espressivi, manifestarlo con recite, parlare, muoversi, entrare e uscire dalla scena, avanzare verso la ribalta  con le luci in faccia.

Un momento particolare è quello  dell’approssimarsi della recita, quando si alza il sipario. Il quel momento l’attore, pronto e attento, diventa altro; per un momento sospende il rapporto con tutti e diventa personaggio, il personaggio, come lo vuole l’autore: con nome e cognome, professione, interessi nella sua vita e nella società figurata.

Diventa, quindi, un personaggio completo, ricco di sentimenti e risentimenti, proprio come scritto nel dramma o nella tragedia che va a rappresentare.

Ecco che interpreta, parla e va al centro della scena, usa la parola con una vasta serie  di tonalità, più della musica. Usa lo sguardo, le mani, le braccia, si muove di qualche passo. Rivela e sottintende, aggredisce e si quieta. Mormora, ora invoca, ora si impunta, non parla più, dice soltanto mmm, mmm. Poi si guarda intorno, si addolcisce nella pronuncia e nello sguardo, ora si svela alla platea, la guarda, la sente, la scorre tutta.

E’ una creatura dell’Autore che lo ha plasmato a tavolino e che decide, parola dopo parola, della sua vita, lieta o di tragedia.

Il personaggio segue il testo davanti al suo pubblico pronto a comprendere le sue gioie, soffrire delle sue angosce, fallimenti, e ricatti e tutto ciò che anima il turbinio dell’ esistenza.

Terminata la rappresentazione ritorna nel testo, in uno scaffale e rimane sepolto con tanti altri personaggi. Ma attende sempre, comunque, chi può ridargli la vita e riportarlo in scena, perché il personaggio è eterno.

Ed è per questo che il teatro è una magia, anche per la scena, le luci, il suono, l’attesa, l’atmosfera, fino all’ansia dell’attore esposto alla platea.

All’attore tocca di svelare lo spessore e l’anima del personaggio, l’attore entra nel personaggio e lascia fuori se stesso e quello che egli è, pronto a dare e svelare tutta la miseria e la nobiltà del testo.

Le parole del testo sono le pietra lastricate di una via che percorrono, passo, paso, tutti i personaggi: palpitanti, pronti a ragionare fino a consumersi il cervello, logorare i sentimenti, amare, odiare, piangere e ridere.

A chiusura di tutto ecco il personaggio,: avanza piano, ancora  un altro passo sulle magiche tavole del palcoscenico verso la ribalta, gli astanti già applaudono… e allora ci vuole  un inchino, un inchino.

Quale sarà l’ultima dimora  dell’animale che abbiamo amato e che ha trascorso anni con noi. Il nostro FIDO o  Micio,  nel giorno della  morte  non può essere abbandonato in un cassonetto, che peraltro non c’è più, oppure ai  margini di una strada, o interrato in qualche posto recondito, o ancor peggio, senz’altre soluzione,  lasciarlo cadere in un dirupo.

Gli elefanti, dicono gli umani, sanno dove andare a morire, gli uccelli si scelgono verosimilmente, un posto dall’alto, e i cani e i gatti che muoiono  in casa dove li portiamo?  Ci vuole un cimitero per cani e gatti, e altri animali  domestici  che vivono in Agrigento, ci vuole un CIMITERO, in un luogo della nostra città; un cimitero, come esistono in altre città, e non è un’invenzione balzana, è una giusta e umana pietà per gli animali domestici che sono stati con noi, che a noi sono stati  fedeli,  e che loro stessi si sono ritenuti parte della famiglia.

 UN CIMITERO PER CANI E GATTI,  e che ci pensino veramente gli Enti  e le Istituzioni pubbliche alle quali può essere delegata la risoluzione di questo problema.  Restiamo in attesa, e speriamo che non  cada nel silenzio, perché scade, si posticipa e non se ne parla più.

Sarà moda, sarà quel sarà, i negozi di cibo e accessori per cani e gatti sono numerosi e offrono pranzi da Gourmet da alta cucina: manzo, pollo, anatra, fegato, tacchino, pesce e biscotti, quindi chi li ha nutriti desidera anche un buon ricordo. Che  la morte non li lasci  finire nei trita spazzatura,  o in sacchi lasciati al sole fino alla putrefazione e disfacimento.

E allora ci vuole quello che manca in questa citta: UN CIMITERO PER CANI E GATTI e altri amici animali. Con l’amore non può mancare la pietà.

Se hanno l’anima ? Già si chiamano ANIMA-LI

In libreria, tra scaffali e  banchi d’esposizione, la sfolgorante copertina di un libro, traslucida e dorata, mostra il volto di una bella ragazza, come una  “maschietta”, per dirla con  Buzzati, dalla quale è facile attendersi novelle  vicende e narrazioni. 

Il nome dell’autore ci sorprende perché noto e conosciuto per il suo  lungo percorso di autore TV,  e oggi, con belle pagine, debutta nella narrativa.

 Il titolo del libro è Fimminedda”, l’autore è Michele Guardi,  editore Sperling & Kupfer.

All’interno, in quasi duecento pagine, una storia ricca di sorprendenti eventi, di rapporti, ora aspri e astiosi, ma a volte benevoli, tra famiglie contrapposte nelle contrade di un paesino dalle nostre parti, nel corso degli anni Sessanta. Una commedia con personaggi precisi e composti, scolpiti nei loro comportamenti e maniere di fare e agire; personaggi pieni  che vivono tra  le loro vicende  in  un microcosmo di relazioni intense di sentimenti, interessi e affermazioni di identità. Un libro che al voltar delle pagine scivola via come l’olio; è di bella scrittura, chiara e articolata,  colta e fantasiosa.

L’autore, con acuto spirito di osservazione, descrive i luoghi, gli interni, il paesaggio; conduce il racconto, muove i personaggi  come attori sulla  scena,  e tutto condisce con leggera e divertente  ironia. Divertente, perché  leggendo non manca il sorriso,  e non mancano neanche momenti di attesa e d’ansia  al  dipanarsi della storia.

E’ una storia nostra, della nostra tradizione sociale e di costume, ora ricreata  magicamente fino a far respirare la stessa aria; “Ed è un libro, tra l’altro, molto italiano” per dirla con Raffaele La Capria, che così scrive  in quarta di copertina.

È  un’opera prima,  ed è sicuramente un libro che andrà a caratterizzare il suo  autore, un unicum, un seme che tutto contiene; come è stato con “Agostino” per Moravia,” Il ragazzo morto  e le comete” per Goffredo Parise,” L’isola d’Arturo” di Elsa Morante.

Ci aspettiamo altri libri e altri racconti, perché ancora  molto può  succedere  tra Acquaviva e Castrogiovanni, ed è ancora  tutto da raccontare. I protagonisti ci sono tutti: l’avvocato, il farmacista, il prete, il maresciallo. il barbiere , le belle ragazze e i giovanotti; intorno alla piazza i locali: il Caffè Impero, il salone,  la farmacia, la pompa di benzina, e, all’occorrenza, per le urgenze, c’è anche l’automobile, una Millecento nera con comodi  strapuntini

Manifestata in tutte le sue componenti festose la serata che ha celebrato il ritorno di un gruppo di newyorchesi, di origine empedoclina, nella terra natia, per le desiderate vacanze estive; un’ ambita occasione per rivivere affetti e nostalgie, rivedere i volti di amici e parenti, forse un po’ cambiati rispetto al passato, ma felici di esserci e di riabbracciarsi.

La festa “americana” si è svolta in tutte le sue componenti: banchetto, musica e ballo, nel “Salone delle feste” di Villa Romana di Porto Empedocle, salone luminoso, tra barocco e neoclassico, di arredi e addobbi  e con le immancabili bandiere del tricolore e delle stelle e strisce.

Grande animatore e organizzatore è stato Giò Castelli, fautore del ritorno sentimentale nella propria terra e nelle le proprie radici. Ha organizzato un convoglio di circa cinquanta persone, e con loro condividere  un festoso ritorno. Nella comitiva i familiari di Giò Castelli, Charles e Carmela, e il nipote acquisito Erik Coleman,un atleta, campione del football americano, esponente di punta del National Football League di New York. Ancora altri parenti, figli nipoti e amici italo americani.

Nella rimpatriata tra canti e balli, il repertorio musicale degli anni Ottanta ha spinto alcuni alla commozione e altri al canto.Vi è stato anche il sorprendente intervento del gruppo Folklorico “Val d’Akragas” di Agrigento.

Le serate di rimembranze sociali sono tra i ricordi più belli della nostra vita, e quindi ancora una festa indimenticabile da portare con se e conservare, e sono certo che nella ripartenza i newyorchesi-empedoclini lasciano una lacrima sul suolo natio, mentre quelli di nuova generazione guardano al futuro, tutto americano.