Home / Articoli pubblicati daToto Cacciato

di  Toto  Cacciato

 I “Mi ricordo” appaiono alla memoria rapidi come un flash, emergono dalla mente a sorpresa e sono evocativi di un’immagine lontana, a volte sentimentale o poetica.

Ha con se, nello scatto memoriale, la visione di un’immagine che appare completa nella sua atmosfera, nel colore, quasi nell’odore d’epoca e l’aura cristallina sospesa, ma per pochi istanti.

I miei “Mi ricordo” sono prevalentemente degli anni Sessanta, vanno avanti ma anche  indietro nel tempo, sono sparsi e mischiati, si accendono anche sugli anni tristissimi del dopoguerra e poi negli anni speranzosi del “miracolo economico”, quelli di auspicato benessere. Tutto ciò per non perdere i “Mi ricordo” per sempre, ma per rivederli con gli occhi della memoria: liberi, aerei, che volano via fragili e ondivaghi come farfalle.

 

LA VESPA PIAGGIO.

La Vespa Piaggio, con un tubo per manubrio, il faro sul parafango anteriore,  la sella in cui si entrava senza  scavalcare e due gobbe ai lati della ruota posteriore, a noi appariva una macchina potente, veloce, pericolosa in curva, scattane se non tenuta a bada con sapiente gioco di acceleratore e frizione. Detto questo a me piaceva molto l’odore di benzina che diffondeva la vespa nel nostro piccolo garage dopo una corsa.

MOTOCICLETTA  ABS.

Mi ricordo di una motocicletta posteggiata vicino casa. Era il desiderio di tutti i ragazzi ma anche degli adulti. Il rombo ci deliziava insieme dell’odoroso fumo della marmitta. “Che marca è”, abbiamo chiesto al proprietario motociclista, “BSA” rispose. E cosa significa, “Bisogna Saperci Andare”, rispose.

 

VIAGGIO IN TRENO.

Mi ricordo di aver viaggiato in treno, da sud a nord, in uno scompartimento di sei posti già occupato da una famiglia di cinque persone, in seconda classe. Siamo stati tutti insieme per 12 ore, in quel breve spazio tra mangiate e dormite. Tra loro una bella ragazza diciottenne, la figlia, bruna con gli occhi verdi come non avevo mai visto. Ci fu un momento per parlare, affacciati al finestrino del treno che correva. Lei guardava il paesaggio e disse: fra pochi giorni partiamo tutti per il Venezuela.

GRANITA AL LIMONE

Chi ritorna in Sicilia appena possibile gusta una granita di limone, da accompagnare con  un biscotto, come  taralli  o savoiardi. Nel bicchiere bianco e vaporoso  vede  e  sente tutto:  la festa estiva, le luminarie, i dolci, torroni, odore di  timballi; sente la banda musicale, ora lieta  e brillante, ora   lenta   e commovente come in una processione religiosa.

UN BICCHIERE d’ORZATA

Mi ricordo i chioschi palermitani, agli angoli delle vie nelle estati infuocate, con piramidi di limoni tra zampilli d’acqua a servire bicchieri colmi d’orzata, menta o limonata. Nell’aria le voci e i suoni delle canzonette di moda, lo schiatto delle marmitte scassate, le voci dei venditori ambulanti.

 

LA PRIMA SIGARETTA.

Mi ricordo la prima sigaretta. Il tabaccaio spacchettava le sigarette per venderle  sfuse. I clienti ne chiedevano di solito cinque, a volte due o dieci. Il tabaccaio serviva le sigarette avvolte con maestria in mezza schedina della Sisal scaduta. La nostra richiesta era per le Alfa, Nazionali, Stop, Sax, e altre popolari, non certo per le Camel, Chesterfield, Philip Morris, Luche Striche. Una mattina noi ragazzini, presi di coraggio, abbiamo comprato cinque Nazionali, e le abbiamo fumate di nascosto in un androne, in un mare di tosse e di fumo.

 IL PRIMO BACIO.

 Mi ricordoforse mi ricordo di quel bacio, perché quel primo bacio è stato vago, fantastico e forse sognato. Sarà stato intorno ai miei quindici anni d’età, con una ragazzina vista di domenica, fuori dalla chiesa, dopo la messa.

Una sera un incontro casuale in una stradina semibuia del quartiere. Un saluto e quattro parole, non capite, un contatto, sconvolgente ed emozionante, assai, come quel piede che toccava la luna. E forse accadde: un bacio umido e sfuggente

PROFESSORESSA di CHIMICA

Mi ricordo ancora la professoressa di chimica,  era una bella ragazza, anzi una bella donna. Era bionda con occhi azzurri,  seno piccolo e a punta nel suo morbido e aderente  golf di lana mohair, fianchi morbidi e bocca incantevole.

La nostra classe stava molto attenta alle sue lezioni, a differenza di altre,  in quell’ora di chimica nessuno parlava, tutti attenti a guardare l’insegnate, ascoltare la sua voce, seguire i suoi gesti misurati, tutto era al massimo dell’attenzione.

Un giorno capì che l’attenzione della classe non era per la chimica.

IL BARBIERE

Mi ricordo quel barbiere dalle dita fredde sul collo, ci calava la testa in  avanti e con la macchinetta tagliava i capelli: dalla nuca a salire, poi dietro le orecchie e sulle tempie, a  destra e a sinistra. Infine spruzzava acqua sul capo e ci pettinava con la riga quasi al centro.

PANE E OLIVE

Mi ricordo  che gli operai al mattino, prima di entrare in cantiere, mangiavano pane e olive; masticavano forte, guardavano a destra e sinistra, e avevano il labbro inferiore unto d’olio che brillava al sole.

 ANDREA DORIA

Mi ricordo che vidi la nave nel tardo pomeriggio, quasi sera,  in televisione  bianco nero. L’Andrea Doria era rovesciata su un fianco con le onde che già percorrevano la fiancata ed entravano nelle finestre i nei corridoi della promenade. Sembrava un animale ferito, un grosso cetaceo che non aveva più la forza di reagire e si abbandonava al grande oceano senza speranza. Anche gli uomini avevano perso la speranza, l’avevano infatti abbandonata al suo destino e al buio del mare profondo.

VERSO  SERA

Mi ricordo che verso sera, nei paesi meridionali, la gente si siede davanti la porta di casa, sull’uscio direbbero i toscani, che da sulla strada. Il cielo è ancora chiaro, le rondini impazzano negli ultimi giri. Molti ritornano a casa, e già si accendono le luci nelle stanze. Solo chi non aspetta nessuno si attarda a guardare fuori, attende invano chi non arriverà, infine chiude la porta.

 

P.S.  Il libro MI RICORDO, con altri brevi testi e foto, elenca oltre duecento “ricordi”, ed è di prossima stampa e diffusione.

di  Toto  Cacciato

Giovanni Battista Hodierna, nato a Ragusa nel 1597, fu un sacerdote, architetto e astronomo; figlio di un artigiano ebbe fin da piccolo interesse per  lo studio, per il disegno e per le applicazioni meccaniche.

Fu compreso e aiutato nello studio da un erudito locale  che aveva rapporti culturali e corrispondenze con l’Università di Padova, luogo di interesse e studi per l’astronomia.

Scienza che affascinò il giovane Giovanni Battista tanto da indurlo a costruire un rudimentale cannocchiale galileiano e dal punto più alto della città di Ragusa, il campanile della Chiesa San Nicola, osservò il cielo e le tre comete visibili in quegli anni del Seicento. Era il 1618.

Dopo la formazione teologica Giovanni Battista Hodierna fu ordinato sacerdote, (1622), trascorse alcuni anni a

Roma dove lo studioso Vincenzo Mirabella, di Siracusa, lo avvicinò agli studi e alle scoperte astronomiche di Galileo Galilei.

Dal 1625 svolse la missione di sacerdote in varie chiese del territorio ragusano, e nel contempo fu assiduo padre spirituale presso la nobile famiglia dei Tomasi. Si applicò a studi di architettura per costruzioni civili e religiose con pitture e decorazioni, giardini e facciate di ordine barocco.

Con la famiglia Tomasi partecipò alla fondazione e alla progettazione dell’impianto e  del tracciato urbano della città del Ducato di Palma. Dal 1865 nominata “Città di Palma Montechiaro”

Studioso di astronomia fu anche insegnante privato, divulgatore della ricca cultura seicentesca nel ducato della famiglia Tomasi. Dal 1637 abitò nella sua casa a Palma.

Pur aperto alle nuove idee galileiane,   non abbandonò la teoria geocentrica, conservando nella ricerca astronomica i concetti della metafisica e della teologia.

(Nel 1633 ricorre la condanna all’astronomo Galileo Galilei)

I suoi studi hanno prodotto una serie di ricerche con   ulteriori indagini nell’ambito della biologia, fisica, matematica, ottica.

Scrisse, pubblicò e diffuse i suoi studi in numerosi opuscoli sulle scienze naturali, sulla botanica, studiò la meteorologia, la natura dell’arcobaleno, anatomia ed entomologia, fino alla struttura  degli insetti.

In astronomia Le due opere di astronomia che diedero notorietà a G.B. Hodierna, furono: “De systemate orbis cometici” e “De Admirandis Coeli Characteribus”, ambedue pubblicate a Palermo nell’anno 1654.

Ebbe fama in Italia e in Europa, particolarmente per gli studi sui satelliti di Giove e della Galassia del triangolo.

Il suo lavoro scientifico fu apprezzato dalla Royal Society di Londra.

Visse a Palma fin dalla sua fonazione, 1637, dove nella sua casa morì il 6 aprile 1660.

Tra i tanti oggetti stellari, che viaggiano nel firmamento, vi è un asteroide che la scienza dell’astronomia ha dedicato al nome dello studioso di Palma di Montechiaro: “Asteroide 21047 Hodierna”

 

di   Toto  Cacciato

 

Un quadro d’ improvvisa ispirazione e di recente realizzazione che  pur nelle sue piccole dimensioni,  coglie al volo e amplifica la scena di una bellezza ormai nota: la “Scala dei Turchi”.

Meraviglia della natura, la marna bianca a gradoni sporgente verso il mare di un blu intenso, perché già profondo.   

La scogliera  da secoli viene chiamata “Scala dei Turchi”, perché quei lunghi gradoni avranno favorito i “pirati saracene” che genericamente e impropriamente venivano intesi, fin dal Cinquecento, come i “turchi”.

Quietate le tragedie del Cinquecento, oggi rimane un luogo di incomparabile bellezza, splendente in modo accecante al sole, mentre  nelle notti di luna piena aleggia tutt’intorno  una vacua  luminescenza. 

Il luogo della “Scala dei turchi” si trova lungo la costa    agrigentina, tra la cittadina di Porto Empedocle, (ora  idealmente eletta a “Vigata”, per sentimentale e solidale scelta di origine letteraria), e  il Comune di Realmonte.

Vista unica, che al voltar delle spalle si trasforma subito in un indelebile ricordo, un fotogramma da conservare nella memoria.

Un piccolo quadro, un acrilico su tela, di pochi colori ma di intense  tonalità, un colpo d’occhio come un flash rapito ad un sogno.

Nell’immagine del piccolo quadro di Toto Cacciato, un acrilico su tela di pochi colori, ma di intense tonalità,

un flash rapito ad un sogno

 

 

 

 

di  Toto  Cacciato

 

Un saggio di storia narrato in modo esemplare, un volume ricco d’immagini d’epoca.  I Savoia regnanti  nel Novecento tra due guerre,  il Ventennio fascista, e  fine della loro dinastia sabauda.

 La storia dei Savoia è la nostra storia, vissuta, goduta e sofferta, la storia della nostra nazione, l’Italia.  

Il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, salito al trono nel 1900, regnò per 46 anni, e infine un triste epilogo, la fine della dinastia sabauda con l’esilio dell’ultimo re Umberto II.

Ma il Re del Novecento  è rimasto a lungo impresso nella memoria degli italiani, molti lo amarono, la sua immagine la tenevano in casa, il suo profilo nella moneta.

Vittorio Emanuele III  appariva chiuso ed ermetico,  si supponeva uomo di poche parole,  con   lo sguardo rivolto in alto, a causa della sua bassa statura, superato spesso da generali e da  dignitari di corte.           

Non possiamo non ricordare  Vittorio Emanuele III “Re soldato” nella prima guerra mondiale; triste impresa della quale ne abbiamo avuto sempre dolorosa memoria.

Nei nostri territori, fra i monti, in contrade nascoste, vi è sempre un cippo, arredato con fiori in un amorevole giardinetto,  con i nomi di alcuni di quei 378 mila soldati uccisi  nei campi di battaglia: Caporetto, Carso, Monte Nero, Monte San Michele e altri..   

Un capitolo del saggio è dedicato alla Regina  di Casa Savoia, Elena del Montenegro, sposata da Vittorio Emanuele III nel 1896. Umile e discreta, lontana da questioni politiche – così la descrive Rosario  D’Ottavio – “ si impegnò in molte iniziative caritatevoli e assistenziali”, donò il suo anello per  “Oro alla Patria”, nel 1935.

Un capitolo, anch’esso interessante, è dedicato a Umberto II, “il Re di maggio”, che regnò, tra eventi eccezionali e di rilievo storico,  pochi giorni di maggio e pochi di giugno del 1946. Il 18 partì per l’esilio a Cascais, Portogallo. (Per il referendum Monarchia-Repubblica del 2 Giugno 1946, Agrigento scelse a maggioranza la monarchia, era ancora presente il mito del Re nel ricordo e nell’animo popolare).

Rosario D’Ottavio offre al lettore, con parole, sicure  ed efficaci, l’immagine del personaggio: ”Era di certo bellino, bruno, alto, con sguardi romantici; purtroppo per lui, in un Paese dove veniva esaltata nell’uomo soprattutto la virilità…”.

Un capitolo, l’ultimo, è dedicato a alla principessa Mafalda di Savoia, secondogenita, (1902), di Vittorio Emanuele III.

Una vicenda triste, tristissima, tragica la sorte alla quale andò incontro la Principessa Mafalda,  tra le sorti funeste dei Savoia regnanti.

  La presento al lettore con le parole dell’Autore, eccole: “… quella di Mafalda di  Savoia non va intesa come una normale biografia, cioè un racconto organico ed esaustivo di una vita, ma soltanto come un piccolo brandello di vita da lei vissuta in funzione della sua morte, e cioè quello che va dal 28 agosto 1943, giorno in cui mosse il suo primo passo sulla strada di Buchenwald, al 28 agosto 1944, giorno in cui morì”.

E ancora,  ”… nel dramma della seconda guerra mondiale,  Casa Savoia fu di certo un tutt’uno con le famiglie italiane, anche nella sofferenza e nel lutto”.

Il libro è corredato di ben quattro prefazioni, e una postfazione che al suggerimento alla lettura  aggiungono  altri rapidi  flash alle molte vicende di quella  triste metà del Novecento.

 Dott. Salvatore Cardinale

 “… i maschi del Casato, e in particolare i due ultimi regnanti, generalmente non sono circondati da pari o, comunque, da adeguata considerazione da parte degli storici che addebitano ad essi l’assenza di una coscienza di ruolo, una inidoneità mai corretta  a prendere decisioni coraggiose ma necessarie, una supina acquiescenza al fascismo e una ingiustificata incapacità a dissentire efficacemente dalle scelte scellerate adottate dal regime mussoliniano”.  

 Prof.ssa Gabriella Portalone

 “Se un merito ebbe Umberto, il malinconico e debole Re di Maggio, fu quello di aver coraggiosamente deciso di partire per  l’esilio, abbandonando la partita prima ancora che venissero ufficialmente proclamati i risultati del referendum, per evitare l’ennesimo scontro fratricida fra gli italiani”.

 Prof. Angelo Amato – Prof.ssa Pina Rizzo

“Mafalda di Savoia, ultimo (non per importanza) personaggio raccontato nel libro, meriterebbe, invece, rappresenta, a nostro parere, la figura che meriterebbe una trattazione a parte, forse un’intera opera, perché in lei si incarna il corso del destino umano vario e mutevole, che alterna grandezza e miseria, gioie e dolori, dove la morte, alla  fine, stende il suo velo pietoso catartico e di liberazione dalle atroci sofferenze”. 

 Dott.ssa Carola De Paoli

“Il  giudizio della storia  sulla figura di questo sovrano è spietato, senza appello: investito sicuramente di responsabilità superiori alle sue forze. Re Vittorio Emanuele III fu censurato, criticato ed additato  come il principale responsabile della caduta della monarchia”.

 Avv. Giovanni Tesé

“Fra tutti indubbiamente il più esposto fu Vittorio Emanuele III di Savoia, che durante il suo lunghissimo regno, di quasi quarantasei anni, con le sue scelte , le sue complicità, le sue ambizioni, i suoi errori e le non poche responsabilità, secondo la gran parte degli studiosi, influenzò  sicuramente il corso della storia del ventesimo secolo”.                                                             

Di Toto Cacciato

L’Oratorio dei Salesiani era sistemato e composto in un palazzone posto in alto tra casette e viuzze dell’antica nostra città; un edificio, forse di origine borbonica, o forse di un più antico monastero. All’interno, a memoria di un antico chiostro, uno spazio fra quattro facciate, lastricato  a disegni con pietre di lava e pietre di mare, giusto lo spazio per giocare a palla.

Nei giorni di festa per gli oratoriani quel quadrato  era il campo di calcio, con le traverse delle due porte sistemate negli angoli opposti, era l’arena di eccezionali dispute intorno ad un pallone.

La costruzione dell’edificio a due piani aveva un’infilata di finestre all’esterno, aule e lunghi corridoi all’interno, altre sale di riunione e in fondo quelle del prefetto.

I Salesiani, così da tutti indicato, era un convitto con alunni di Scuola media, ma era anche frequentato dai ragazzi del quartiere, dove un torneo di calcio appassionava molto gli adolescenti.

Quel quadrato di pietra era l’arena di gloriose vittorie e di cocenti sconfitte; correvano i primi anni Cinquanta, il calcio era l’unica risorsa sportiva e agonistica per i ragazzi di allora.

L’attività oratoriana era molto festosa, animata da sentimenti di competizione  e di amicizia; a termine del meriggio sportivo i convittori ripercorrevano i lunghi corridoi e ritornavano alle loro carte.

Partite favolose, con le regole orecchiate dall’inglese dei fondatori del gioco del calcio, termini come fut-bal, e poi penarty, enzi, fully, off-said, corner, ecc. (Mister era ancora da divenire).

Le aree del campo erano segnate a  gesso, l’abbigliamento dei calciatori era spontaneo e approssimativo; pericolose erano le scarpe adattate al gioco, quasi scarponi, e a protezione delle gambe i parastinchi e spessi calzettoni.

Il pallone era a losanghe di cuoio, pesante, e con una vistosa cucitura a protezione del beccuccio della camera d’aria che conteneva all’interno. Arbitro, a volte, un prete, per definizione giusto e irremovibile.

Quando arbitrava Don Blandino esplodeva in campo un particolare furore agonistico, una gara di abilità calcistiche che spesso  includevano: mischia, baruffa e zuffa.

Don Blandino, di origine, forse, altoatesina, quasi due metri, rosso di capelli, energico, dirigeva con pochi gesti e pochi fischi.

Scioglieva le zuffe con le sue grandi mani, e nel caso ce n’erano per tutti.

I ragazzini giocavano con in testa, e a memoria, i nomi del Grande Torino: Bacigalupo, Ballarin,Maroso…Menti, Rigamonti…Castigliano Grezar…Mazzola, Loik…

Era, anche, gratificante e motivante pensare che grandi campioni come Rivera, Trapattoni e altri avevano iniziato giocando all’oratorio e che  furono poi  campioni del calcio italiano, vincendo coppe e scudetti, fino alla Nazionale e ai Mondiali di Calcio.

Gli adolescenti, calciatori dell’oratorio, gli scudetti e le coppe le hanno vinte nella vita reale e nelle loro carriere professionali, ma sono rimasti sempre tifosi del calcio, dei simboli e colori  delle squadre più significative del calcio italiano.

Ricordano le gesta dell’oratorio e le rivedono come in sogno, e ricordano, anche, la magia di quel 4 – 3 : Rivera alza i pugni al cielo e si abbandona all’abbraccio di Riva.

Alle ore 7.00 la TV, di questo nostro  10 dicembre, fa vedere un frammento di video nel  quale come prima notizia mostra un gol di Paolo Rossi; Rossi segna un gol tra Zico e Falcao. Abbiamo capito, in quel flash di Italia-Brasile c’è qualcosa di tragico. C’è una brutta notizia nell’aria, triste tristissima che nessuno  l’aspettava. E’ scomparso Paolo Rossi.

Ricordo Paolo Rossi per le vie della città, Vicenza, città elegante, piccola e raccolta, quieta e silenziosa,  ma  grande frastuono di voci, d’attesa e di vittoria esplodevano la domenica pomeriggio, allo Stadio Menti, (erano gli anni di fine Settanta), dove il Lanerossi Vicenza  vinceva e scalava la classifica della serie A, e molti gol li segnava Paolo Rossi.

Il Vicenza, quasi in vetta alla classifica, “squadra di provincia”, titolava la stampa sportiva, teneva testa alle squadre metropolitane come Milan, Inter, Roma, Napoli, Juventus, ecc.

Paolo Rossi era apprezzato da tutti, ammirato da tutta la città sportiva, ed  era un idolo per i ragazzi perché si presentava giovanissimo, mite e sorridente. Pareva un ragazzo della curva Sud, sceso in campo per giocare a palla.

In campo, smilzo e leggero, era ancora un giovinetto dalla forza atletica in formazione; nell’agone della  disputa “sotto porta” coglieva l’attimo favorevole e con  il suo guizzo, rapido e arguto, calciava la palla in rete, a sorpresa, e mettendo  tutti a tacere. Gridavano e saltavano di gioiai invece i ragazzi della curva Sud  del mitico Stadio Menti, mentre il fischio dell’arbitro sanciva “palla al centro”.

Successivamente, gli anni trascorsi nei campionati con la Juve e le presenze in Nazionale, confermarono le qualità sportive e umane  di un grande campione.

Anni felici,  indimenticabili,  di grande entusiasmo, furono quelli vicentini; di grandi risultati professionali quelli nella Juve.

Le pagine più gloriose, intensamente vissute da tutti gli sportivi italiani furono quelle giocate  con la squadra  degli Azzurri della Nazionale Italiana.

Oggi il rimpianto per la scomparsa di Paolo Rossi è sentito da tutta la Nazione.

Opere di pittura e  disegni, sono in mostra al Centro San Gaetano fimo all’11 Aprile 2021. Tra le opere i ritratti “Il postino Raulin”, “Il signor Giinoux”, “L’Arlesiana”.

 Il pittore olandese Vincent van Gogh è nato nel 1853  a Goot  Zunder,  un piccolo paese del Brabande,  ebbe una vita intensa e piena di vicissitudini, carico com’era  di un grande e sofferto talento artistico

Diede alla storia dell’arte un’originale e complessa  figurazione, un’immagine forte e pregnante di energiche soluzioni segniche e cromatiche.

Ebbe, anche, tanto fervore negli studi di teologia, fino alla vocazione di voler essere un predicatore.  Solo nel 1880, dopo un’esistenza difficile e un  profondo esame di coscienza, decise di dedicarsi definitivamente alla pittura, e con essa parlare al mondo.

Ha sempre vicino il fratello Teo, che lo sostiene nelle sue vicende e scelte sociali e artistiche, aiutandolo anche economicamente.

La pittura che esprime van Gogh non  è una riproduzione del reale, di ciò che vede nella natura e nelle sue molteplici forme. Dal reale cerca di evadere, e da visionario cerca la sua immagine, che appare come lui la sente, sofferta, sfuggente, inquietante, al punto da turbare la sua serenità.

Il sole in cielo è un cerchio infuocato, gira come una ruota di carro, , gli ulivi come braccia contorte, attorte, i cipressi sono fiamme appuntite verso il cielo, le stelle  grandi e roteanti. Dopo anni di studi e incertezze e con sentimenti contrapposi giunge ai migliori risultati, e con sofferenza esistenziale scopre il valore del suo lavoro.

Il disegno e la pittura, sono gli elementi del suo messaggio rivolto alla natura e alla fratellanza umana. Testimonia il lavoro e la fatica di vivere, sente il conforto della  preghiera. La sua immagine esemplare e quella di Millet.

Un mondo di immagini si susseguono con rapidità: luoghi, volti,  fiori, barche arenate, campi di grano, architetture di case e di chiese.

Fantastico e inquietante un  generico “Caffe di notte”; si attardano gli avventori, la strada già quasi deserta riflette un cielo carico di stelle, grandi e lontane, fulgide e roteanti, fissate nel cielo della  notte silente.

Ora un’opera molto significativa, il luogo intimo dove raccoglie le sue poche cose e i suoi  molteplici pensieri, la “Camera da letto ad Arles”.

Un letto che identifica pienamente il luogo, un letto come un trono, duro e massiccio, pochi vestiti, parecchi quadri, due sedie forti, impagliate, anch’esse dure, come tagliate con l’accetta. In tutto l’arredo nessuna eleganza, niente di superfluo, inutile, gli elementi dell’arredo si dichiarano subito per quelli che sono; la luce è forte ed è per tutto ciò che appare, nessuna penombra per esaltare il rilievo. La stanza praticamente appare vuota, ma è piena della sua presenza spirituale,  dei suoi fiati disperati, dal baluginio dei suoi riflessi rossi, dei suoi pensieri, della sua anima che vuole essere tragica, e che tragica sarà, Vincent.

Era l’8 dicembre 1980

Con la fine degli anni Settanta si chiudeva un’epoca, anche dal punto di vista musicale.

Ai gruppi musicali hippie si sostituivano, e prendevano la scena, i gruppi yuppie. Purtroppo il passaggio di armonie musicali e di costume sociale è stato sancito con un tragico evento: assassinato John Lennon con quattro colpi di pistola esplosi da un suo fan, a Lennon sconosciuto, che chiedeva un autografo su un disco dei Beatles.

Lennon rientrava a casa, al Dakota Building, n°1 di West 72nd. New York,  un luogo, ormai, noto e visitato da migliaia di fan, dopo un pomeriggio trascorso in sala di registrazione.

Colpito alle spalle e trasportato all’Ospedale Roosevelt, N.Y. mori lo stesso giorno alle 23,15.

La veglia funebre fu organizzata nel vicino Central Park, parteciparono duecentomila persone per onorare la memoria di John. Chiesti, da Yoko Ono,  dieci minuti di silenzio assoluto, al decimo minuto scoccarono le note di “Imagine there’s no heaven, it’s  easy  if  you  try…”.

In queste giornate di commemorazione, ogni sera nel parco, in tanti cantano “Imagine”, come è scritto sul mosaico circolare che lo ricorda.

Passata la prima ondata di contagi, si ritorna a fare i conti con numeri che  fanno paura;  la seconda ondata già si impone in risalita.

Facciamo in modo che un comportamento collettivo, sociale e responsabile, faccia abbassare la gobba dell’onda e liberi la spuma al vento, e che non sia capricciosa, perché abbiamo tante cose da fare: l’economia, la scuola, i trasporti, il commercio, la cultura, l’arte, il teatro, lo sport, la serenità e la libertà di tutti.

Vi è stata anche l’immagine di un’altra un’onda, veniva da lontano, dall’Oriente, ci ricordava eventi e sentimenti di quel tempo trascorso.

Ora, purtroppo, l’onda  naviga in era di globalizzazione, e non prende in considerazione nessun confine.

All’inizio degli anni Cinquanta, ma già dall’immediato  dopoguerra, l’americana  fabbrica di sogni, Hollywood, spediva a pieno carico tutta la sua cinematografia che in Italia, come in Europa, non era stata  vista a causa degli eventi bellici.

Ad Agrigento giungevano a ritmo serrato quei meravigliosi film a colori che narravano della sfavillante e opulenta, (per noi molto opulenta), società americana. Nelle fresche serate d’estate, i favolosi film americani si godevano al Cinema estivo.

Da una traversa di via Atenea, tra il palazzo con la balconata del ristorante “da Giugiù”,  e il palazzetto gotico dell’Orologio, una rapida discesa  conduceva proprio di fronte ad una piccola nicchia dove vi era il botteghino del Cinema estivo. Attraversato l’ingresso,  scale bianche e sinuose portavano alla platea, che vasta e compatta di sedili in ferro e a listelli in legno, era allineata davanti ad un grande  schermo bianco.

Nella luce incerta di  prima sera partivano le immagini fortemente cromatiche che, nel vortice delle sigle musicali, avviavano le vicende del film in programmazione.  Scorrevano le immagini della società americana, le città dai grattacieli alti, altissimi, le strade larghe, le auto lunghe dalle preziose finiture cromate; narravano l’America, che era il sogno del dopoguerra,  un’America tutta cinematografica, da sogno appunto, alla quale destinare  tutti i nostri desideri e tutto il nostro immaginario  fantastico.

Tutti volevamo sapere tutto di quella società, e tutto era bello e gradevole: i personaggi agili ed eleganti, con i cappelli a falde larghe di James

Stewart e Cary Grant, i vestiti di seta di Haddy Lamar e quelli leggeri come una nuvola di Ginger Rogers danzante con Fred Astaire in smoking bianco o nero.

E’ passato anche sugli schermi del Cinema Estivo, alternandosi con la cinematografia americana, il nuovo  cinema italiano del dopoguerra,  il  neorealismo, scarno ed essenziale, di Zavattini  e De Sica.

Ma torniamo al  Cinema estivo, è uno dei più bei ricordi della città degli anni Cinquanta. Poi è  scomparso per fare posto ad uno dei palazzoni di cinta all’antico Centro storico.

La  scomparsa del Cinema estivo è stata una ferita  nel cuore della città perché è mancato, con la sua aerea platea, con la sua attività culturale e ricreativa, un apporto alla formazione e alla visione  del mondo contemporaneo.

E’ stato anche un luogo di bellezza, di fantasia e di sogno, era una terrazza distesa  nella frescura della sera estiva appena  rischiarata, a tratti, da quel singolare chiaroscuro  baluginante della pellicola che ronzava nel proiettore rumoroso come una trebbiatrice.

Luogo di bellezza immaginativa, dinamica,  ricco di   quel fascino e di mistero  dato dal  fantastico sortilegio virtuale che è il cinema, e che svanisce  di colpo, al termine  del racconto cinematografico, con la parola FINE, e a volte THE END.