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Il 19 luglio 2021, sul sagrato della Chiesa M. SS. Addolorata, Agrigento, ore 18,30,  sarà ricordata la triste giornata della frana, 19 Luglio  1966,  un evento che ha sconvolto la vita sociale e civile della Città.

Con il coordinamento del Dott. Paolo Cilona e i saluti del Sindaco della Città Dott. Franco Miccichè e del Dott. Lillo Argento, interverranno: Prof.ssa Alessia Cilona, Avv. Giovanni Tesè, Ing. Gabriella Battaglia, Arch. Rino La Mendola, Arch. Roberto Sciarratta, Dott.ssa Giovanna Iacono.

 

Paolo Cilona, animatore della manifestazione, celebra la ricorrenza del 19 luglio 1966 – giornata della frana – con un forte significato civile.

Agrigento è città millenaria, custodisce e tramanda nel tempo  gloriose tracce del passato, segni dell’arte classica, nobili resti, ai quali si sono ispirati poeti, storici, artisti, letterati, in varie epoche e di tanti Paesi; beni architettonici che sono Patrimonio dell’Umanità

Beni culturali che abbiamo ereditato sono da custodire con attenta e accorta gestione del territorio.

di Toto Cacciato

Dopo dieci giorni  di traversata oceanica, all’alba del 21 luglio 1935, Luigi Pirandello  vide la selva di grattacieli di Manhattan,  pronto sbarcare nella metropoli del nuovo mondo.

New York, città attenta ai grandi eventi nelle capitali europee, accoglieva con entusiasmo i personaggi che sull’onda del successo arrivavano in America; fotografi e giornalisti li accoglievano fin dalla scaletta dell’approdo  e subito finivano sulle pagine dei giornali. Così è stato anche per Luigi Pirandello.

Dal Waldorf Astoria,  Luigi Pirandello,  già Premio Nobel per la letteratura, intreccia nuovi contatti e muove nuove intese per le future rappresentazioni teatrali, per il cinema, la nuova Musa  in evoluzione negli effetti delle riprese e del sonoro, e per  il festoso Star-system intorno ad Hollywood.

New York offre una serie di teatri con rappresentazioni sfavillanti di luci e colori, un’invenzione americana splendente di brio e festosa allegria, la musica nell’aria e folle di ballerine danzanti, uno spettacolo che sazia l’occhio e l’anima.

Pirandello scrive un testo e immagina uno spettacolo in tre atti più epilogo, una storia americana, con riferimenti di carattere sociale, geografico e fantastico,  che tutto coglie nel titolo “Just like that”, (Proprio così).

Il libretto della commedia musicale racconta di Lorna, una splendida fanciulla americana, sicura e intraprendente, che sogna in grande fasto e bellezza; intanto celebra il suo diciottesimo compleanno nella sua  fastosa villa a Palm Beach in Florida tra sale addobbate e giardini lussureggianti.

Nell’aria  le note ritmate della Jazz- band Orchestra di Harlem, sistemata in un angolo della grande sala.

Tre giovani  festeggiano e assediano Lorna, tre giovani di aree geografiche diverse: è francese il giovinetto René, che volteggia sulle note di un romantico valzer, è scozzese Winston, saltellante in un fox-trot, è argentino Pablo in un elegante ed appassionato tango.

Tra tanto fascino e armonica bellezza  sogna Lorna, e sogna tre vite diverse, un fastoso matrimonio con ciascuno di loro, un sogno ispirato alla danza e alla musica, fantastico come può essere quello di una bella fanciulla americana e della dolce Florida.

Nessuno dei tre la convince, ma finalmente capisce che il suo amico d’infanzia Charles, ora affascinante pilota d’aereo, contiene e miscela in se l’incanto delle tre diverse personalità, come  in un perfetto e inarrivabile cocktail.

Allora il dilemma è risolto.

L’aviatore e Lorna volano in Amazzonia, ma precipitano nel centro di un villaggio di indigeni:  ora l’aviatore rischia di finire  arrosto ma… l’amore di Lorna lo salva.

Ancora sorprendente Pirandello,  assorbe a pieni polmoni l’aria artistica americana,  assimila e interpreta le nuove proposte di  spettacolo: il cinema, che si completa col sonoro nella recitazione e nella musica, l’effervescente spettacolo del musical, luci e colori in un’infilata di gambe al ritmo sincopato, una perfetta magia che dona, per un po’,  gioia e felicità.

Pirandello scrive a Marta Abba della sua opera “Just like that”, di  aver intercettato il gusto americano per  musical e di aver scritto un libretto per il pubblico americano.

“Just  like that” fu prossimo alla messa in scena, ma molti e complessi ostacoli complicarono la produzione fino a rendere impossibile la rappresentazione.

Il sogno americano non si è realizzato.

Ci rimane la testimonianza, ancora una, che Pirandello è stato un eccelso autore di teatro, artista di grandi capacità creative ad elaborare nuovi testi narrativi e   nuovi tipi di commedie, che distanti da Diana, Giacomino e Liolà, mutano per andare a scoprire le attese  narrative  cinematografiche e   teatrali  della cultura americana.

 

 

di Toto Cacciato

La fine della pandemia, della quale siamo in fiduciosa attesa, aprirà  una nuova era, sarà un nuovo capodanno e da dove eravamo rimasti proseguire al meglio, in tutti i campo.

Sarà un giro di boa, mutuato dalla bella immagine, dell’artista americano Edward Hopper. Questo è il buon  auspicio, a che avvenga presto.

Questa volta vogliamo lasciare con la terribile pandemia tutto ciò che non era in ordine con etica e spirito, ritornare a  stare insieme  con gli altri, serenamente, con fiducia, senza che un  fatale colpo di tosse possa innestare una tragedia.

Non entriamo nelle dinamiche e polemiche dei vaccini, delle aperture, dei rimborsi.

L’augurio è che siano risolti al meglio.

Noi, inopinatamente abbiamo fiducia che dopo tutte le discussioni, si riesca a far bene in tutte le evidenze amministrative, burocratiche, al riparo di  velate imposizione e di complicati equilibri di area politica;  dalle nostre conoscenze casalinghe cosa possiamo dire d’altro, possiamo dire fate i bravi e siate a posto con la vostra coscienza.

Noi non vorremmo più sentire, ogni sera, quell’atroce numero dei deceduti. Affrettiamo il giro di boa.

di  Toto  Cacciato

La cucina è sempre appartenuta alla storia, al costume e alla tradizione popolare, così come la elaborazione: cucinare i prodotti alimentari offerti dal territorio.

I prodotti, i frutti dei campi e degli orti, sono arricchiti in qualità nelle felici zone climatiche, e rinomate sono le trasformazioni in pregevoli alimenti  e ricercati piatti.

Negli anni recenti vi è stata una grande attenzione alla cucina e a nuove invenzioni, e per quanto sia possibile, una nuova cultura culinaria è presente nella moda e nel costume contemporaneo, e questa nuova disciplina ha già laureato virtuosi chef e dato fama a  prestigiosi ristoranti.

Nuove invenzioni, cioè accostamenti di nuovi sapori, portano a nuove pietanze, in curiosi piatti di nuovi gusti e sapori, nuovi anche gli argomenti, molto ragionati e raccontati fino a creare narrazione letteraria: le  proposte culinarie tanto ragionate fino alla scoperta di “valori scientifici” e di “virtuose abilità”.

Gli apprezzamenti vengono da chi ha un palato fine, finissimo,  mentre ad altri tutto appare come una dotta speculazione filosofica.

Senza nulla voler togliere al merito delle ricerche culinarie, alle scoperte   di nuovi gusti, alle sperimentali  elaborazioni, volgiamo il nostro interesse alla cucina nel Novecento: come poteva essere un pranzo in famiglia la domenica, giorno di festa, ritenendo, anche, che è un privilegio conservare i piatti della tradizione.

Girgenti, in uno scorcio degli Anni Venti del Novecento, dopo gli sconvolgimenti della Prima Guerra Mondiale, stava quieta sul suo colle, di fronte al mare, e con le sue stradine acciottolate  i cortili lindi, e ringhiere intrecciate di pergolati pensili.

In prossimità dell’ora del pranzo domenicale, nell’aria delle vie e dei cortili, odori di pietanze in cottura, di aromi, di salse, fritture di carne e di pesce e altre.

Il rito del pranzo domenicale, ancor più in occasione di feste sociali o religiose, imponeva una varietà di portate insieme ad una letizia e festosità tutta da vivere in famiglia.

A mezzogiorno suonavano le campane, e come consuetudine molti  si segnava con la croce; le cucine erano animate, sotto le pendole bruciavano legna e carbone, l’acqua bolliva, le padelle friggevano di tutto, polpette di carne, pesce  e verdure, e l’odore, vaporoso e intenso,  saturava la cucina e usciva in strada.  La tavola era già apparecchiata con bianca tovaglia, posate e piatti rilucenti e al centro una panciuta bottiglia riluceva il color rosso rubino del vino.

Primi piatti. Portate  di pasta, un punto fermo nella tradizione culinaria siciliana; le bionde spighe di grano ondeggiavano nei campi intorno alla città, ottima la farina dei pastifici locali, ottima la pasta, di tanti formati, ma preferiti nelle festività  rigatoni e tortiglioni e gli sfuggenti  bucatini e ziti. I condimenti erano vari, ma primeggiava il rosso  intenso del pomodoro maturo.

Secondi piatti. Potevano essere delle pietanze elaborate: come carne di vitello, di pollo, cotolette varie, arrosto di vitello, polpette al basilico, frittate di carciofi.

Il pesce era molto presente, specie nei mesi estivi, come le sarde a beccafico, calamari e triglie e si alternavano con pesce spada e tonno. Una grande insalatiera  ricca  di colori nella varietà delle erbe, accompagnava le pietanze.

Dolci. Un pranzo festivo non poteva chiudersi senza un bel  “cannolo”,  il dolce di antica e gradita tradizione siciliana.

Ripieni di ricotta, i cannoli hanno, una per parte, l’immancabile ciliegina; innevati da zucchero a velo, è un dolce che già alla vista   porta allegria a tavola, ma anche un fugace sentimento di conclusione: la festa è quasi finita.

Ma la festa non è ancora conclusa se, a sorpresa, giunge sulla tavola la “cassata”, il dolce più celebre e tradizionale della Sicilia.

La frutta nella stagione estiva aggiunge colori e gusto alla tavola, sono tanti i prodotti e vanno dalle pesche, all’uva, alle angurie, ciliegie, fichi, fragole e meloni.

Il pranzo è concluso, e sta tutto  nella tradizione, che a ben vedere da quel tempo nulla è cambiato; è soddisfacente e pare che non urgono nuove invenzioni, anche se il divenire porta sempre nuovi esiti e nuove sperimentazioni.

 Girgenti, ripartiamo da quei vicoli di quel tempo per visitare la città. Dal colle scendiamo verso  valle attraverso gli orti, i vigneti, mandorleti e poi oltre ancora le spiagge assolate e solitarie. A sera si vedevano in mare le luci delle barche lampare a pescare. Ricorrenti erano le feste religiose, seguite con devozione e poi il al viale, festoso di luminarie, torroni e gelati di campagna.

Passeggiava la  borghesia locale, aspirante a tante cose e intanto sfoggiava cappelli, rasi e gioielli. Passeggiavano, le ragazze, un po’ segregate, un po’ annoiate, passeggiavano i letterati, i politici e i commendatori, frequentatori del Circolo Empedocleo mentre la vetusta nobiltà, stava a riposo al Circolo dei Nobili, in Via Atenea.

Stavano anche, a meritato riposo, i lavoratori soci del Circolo Operaio Feace

Girgenti, la sua Valle, con le vecchie glorie del suo passato, (V° secolo a.C.); eventi di notevole portata storica di cui restano mute testimonianze: i ruderi e le colonne disgiunte dei Templi dorici, raccolti nella Valle dei Templi.

Sito  importante di storia antica, (Akragas), sito esclusivo dell’arte classica, scelto e visitato da turisti italiani e molti turisti stranieri.

Girgenti fino al 1927, quando cambiò nome in Agrigento, per una revisione dei nomi della città storiche, voluta dal Governo di allora.

P.S. Si dice da più parti che gusti e sapori di oggi, non sono più quelli squisiti di una volta. Si è cosi, e io ci credo.

di  Toto  Cacciato

 I “Mi ricordo” appaiono alla memoria rapidi come un flash, emergono dalla mente a sorpresa e sono evocativi di un’immagine lontana, a volte sentimentale o poetica.

Ha con se, nello scatto memoriale, la visione di un’immagine che appare completa nella sua atmosfera, nel colore, quasi nell’odore d’epoca e l’aura cristallina sospesa, ma per pochi istanti.

I miei “Mi ricordo” sono prevalentemente degli anni Sessanta, vanno avanti ma anche  indietro nel tempo, sono sparsi e mischiati, si accendono anche sugli anni tristissimi del dopoguerra e poi negli anni speranzosi del “miracolo economico”, quelli di auspicato benessere. Tutto ciò per non perdere i “Mi ricordo” per sempre, ma per rivederli con gli occhi della memoria: liberi, aerei, che volano via fragili e ondivaghi come farfalle.

 

LA VESPA PIAGGIO.

La Vespa Piaggio, con un tubo per manubrio, il faro sul parafango anteriore,  la sella in cui si entrava senza  scavalcare e due gobbe ai lati della ruota posteriore, a noi appariva una macchina potente, veloce, pericolosa in curva, scattane se non tenuta a bada con sapiente gioco di acceleratore e frizione. Detto questo a me piaceva molto l’odore di benzina che diffondeva la vespa nel nostro piccolo garage dopo una corsa.

MOTOCICLETTA  ABS.

Mi ricordo di una motocicletta posteggiata vicino casa. Era il desiderio di tutti i ragazzi ma anche degli adulti. Il rombo ci deliziava insieme dell’odoroso fumo della marmitta. “Che marca è”, abbiamo chiesto al proprietario motociclista, “BSA” rispose. E cosa significa, “Bisogna Saperci Andare”, rispose.

 

VIAGGIO IN TRENO.

Mi ricordo di aver viaggiato in treno, da sud a nord, in uno scompartimento di sei posti già occupato da una famiglia di cinque persone, in seconda classe. Siamo stati tutti insieme per 12 ore, in quel breve spazio tra mangiate e dormite. Tra loro una bella ragazza diciottenne, la figlia, bruna con gli occhi verdi come non avevo mai visto. Ci fu un momento per parlare, affacciati al finestrino del treno che correva. Lei guardava il paesaggio e disse: fra pochi giorni partiamo tutti per il Venezuela.

GRANITA AL LIMONE

Chi ritorna in Sicilia appena possibile gusta una granita di limone, da accompagnare con  un biscotto, come  taralli  o savoiardi. Nel bicchiere bianco e vaporoso  vede  e  sente tutto:  la festa estiva, le luminarie, i dolci, torroni, odore di  timballi; sente la banda musicale, ora lieta  e brillante, ora   lenta   e commovente come in una processione religiosa.

UN BICCHIERE d’ORZATA

Mi ricordo i chioschi palermitani, agli angoli delle vie nelle estati infuocate, con piramidi di limoni tra zampilli d’acqua a servire bicchieri colmi d’orzata, menta o limonata. Nell’aria le voci e i suoni delle canzonette di moda, lo schiatto delle marmitte scassate, le voci dei venditori ambulanti.

 

LA PRIMA SIGARETTA.

Mi ricordo la prima sigaretta. Il tabaccaio spacchettava le sigarette per venderle  sfuse. I clienti ne chiedevano di solito cinque, a volte due o dieci. Il tabaccaio serviva le sigarette avvolte con maestria in mezza schedina della Sisal scaduta. La nostra richiesta era per le Alfa, Nazionali, Stop, Sax, e altre popolari, non certo per le Camel, Chesterfield, Philip Morris, Luche Striche. Una mattina noi ragazzini, presi di coraggio, abbiamo comprato cinque Nazionali, e le abbiamo fumate di nascosto in un androne, in un mare di tosse e di fumo.

 IL PRIMO BACIO.

 Mi ricordoforse mi ricordo di quel bacio, perché quel primo bacio è stato vago, fantastico e forse sognato. Sarà stato intorno ai miei quindici anni d’età, con una ragazzina vista di domenica, fuori dalla chiesa, dopo la messa.

Una sera un incontro casuale in una stradina semibuia del quartiere. Un saluto e quattro parole, non capite, un contatto, sconvolgente ed emozionante, assai, come quel piede che toccava la luna. E forse accadde: un bacio umido e sfuggente

PROFESSORESSA di CHIMICA

Mi ricordo ancora la professoressa di chimica,  era una bella ragazza, anzi una bella donna. Era bionda con occhi azzurri,  seno piccolo e a punta nel suo morbido e aderente  golf di lana mohair, fianchi morbidi e bocca incantevole.

La nostra classe stava molto attenta alle sue lezioni, a differenza di altre,  in quell’ora di chimica nessuno parlava, tutti attenti a guardare l’insegnate, ascoltare la sua voce, seguire i suoi gesti misurati, tutto era al massimo dell’attenzione.

Un giorno capì che l’attenzione della classe non era per la chimica.

IL BARBIERE

Mi ricordo quel barbiere dalle dita fredde sul collo, ci calava la testa in  avanti e con la macchinetta tagliava i capelli: dalla nuca a salire, poi dietro le orecchie e sulle tempie, a  destra e a sinistra. Infine spruzzava acqua sul capo e ci pettinava con la riga quasi al centro.

PANE E OLIVE

Mi ricordo  che gli operai al mattino, prima di entrare in cantiere, mangiavano pane e olive; masticavano forte, guardavano a destra e sinistra, e avevano il labbro inferiore unto d’olio che brillava al sole.

 ANDREA DORIA

Mi ricordo che vidi la nave nel tardo pomeriggio, quasi sera,  in televisione  bianco nero. L’Andrea Doria era rovesciata su un fianco con le onde che già percorrevano la fiancata ed entravano nelle finestre i nei corridoi della promenade. Sembrava un animale ferito, un grosso cetaceo che non aveva più la forza di reagire e si abbandonava al grande oceano senza speranza. Anche gli uomini avevano perso la speranza, l’avevano infatti abbandonata al suo destino e al buio del mare profondo.

VERSO  SERA

Mi ricordo che verso sera, nei paesi meridionali, la gente si siede davanti la porta di casa, sull’uscio direbbero i toscani, che da sulla strada. Il cielo è ancora chiaro, le rondini impazzano negli ultimi giri. Molti ritornano a casa, e già si accendono le luci nelle stanze. Solo chi non aspetta nessuno si attarda a guardare fuori, attende invano chi non arriverà, infine chiude la porta.

 

P.S.  Il libro MI RICORDO, con altri brevi testi e foto, elenca oltre duecento “ricordi”, ed è di prossima stampa e diffusione.

di  Toto  Cacciato

Giovanni Battista Hodierna, nato a Ragusa nel 1597, fu un sacerdote, architetto e astronomo; figlio di un artigiano ebbe fin da piccolo interesse per  lo studio, per il disegno e per le applicazioni meccaniche.

Fu compreso e aiutato nello studio da un erudito locale  che aveva rapporti culturali e corrispondenze con l’Università di Padova, luogo di interesse e studi per l’astronomia.

Scienza che affascinò il giovane Giovanni Battista tanto da indurlo a costruire un rudimentale cannocchiale galileiano e dal punto più alto della città di Ragusa, il campanile della Chiesa San Nicola, osservò il cielo e le tre comete visibili in quegli anni del Seicento. Era il 1618.

Dopo la formazione teologica Giovanni Battista Hodierna fu ordinato sacerdote, (1622), trascorse alcuni anni a

Roma dove lo studioso Vincenzo Mirabella, di Siracusa, lo avvicinò agli studi e alle scoperte astronomiche di Galileo Galilei.

Dal 1625 svolse la missione di sacerdote in varie chiese del territorio ragusano, e nel contempo fu assiduo padre spirituale presso la nobile famiglia dei Tomasi. Si applicò a studi di architettura per costruzioni civili e religiose con pitture e decorazioni, giardini e facciate di ordine barocco.

Con la famiglia Tomasi partecipò alla fondazione e alla progettazione dell’impianto e  del tracciato urbano della città del Ducato di Palma. Dal 1865 nominata “Città di Palma Montechiaro”

Studioso di astronomia fu anche insegnante privato, divulgatore della ricca cultura seicentesca nel ducato della famiglia Tomasi. Dal 1637 abitò nella sua casa a Palma.

Pur aperto alle nuove idee galileiane,   non abbandonò la teoria geocentrica, conservando nella ricerca astronomica i concetti della metafisica e della teologia.

(Nel 1633 ricorre la condanna all’astronomo Galileo Galilei)

I suoi studi hanno prodotto una serie di ricerche con   ulteriori indagini nell’ambito della biologia, fisica, matematica, ottica.

Scrisse, pubblicò e diffuse i suoi studi in numerosi opuscoli sulle scienze naturali, sulla botanica, studiò la meteorologia, la natura dell’arcobaleno, anatomia ed entomologia, fino alla struttura  degli insetti.

In astronomia Le due opere di astronomia che diedero notorietà a G.B. Hodierna, furono: “De systemate orbis cometici” e “De Admirandis Coeli Characteribus”, ambedue pubblicate a Palermo nell’anno 1654.

Ebbe fama in Italia e in Europa, particolarmente per gli studi sui satelliti di Giove e della Galassia del triangolo.

Il suo lavoro scientifico fu apprezzato dalla Royal Society di Londra.

Visse a Palma fin dalla sua fonazione, 1637, dove nella sua casa morì il 6 aprile 1660.

Tra i tanti oggetti stellari, che viaggiano nel firmamento, vi è un asteroide che la scienza dell’astronomia ha dedicato al nome dello studioso di Palma di Montechiaro: “Asteroide 21047 Hodierna”

 

di   Toto  Cacciato

 

Un quadro d’ improvvisa ispirazione e di recente realizzazione che  pur nelle sue piccole dimensioni,  coglie al volo e amplifica la scena di una bellezza ormai nota: la “Scala dei Turchi”.

Meraviglia della natura, la marna bianca a gradoni sporgente verso il mare di un blu intenso, perché già profondo.   

La scogliera  da secoli viene chiamata “Scala dei Turchi”, perché quei lunghi gradoni avranno favorito i “pirati saracene” che genericamente e impropriamente venivano intesi, fin dal Cinquecento, come i “turchi”.

Quietate le tragedie del Cinquecento, oggi rimane un luogo di incomparabile bellezza, splendente in modo accecante al sole, mentre  nelle notti di luna piena aleggia tutt’intorno  una vacua  luminescenza. 

Il luogo della “Scala dei turchi” si trova lungo la costa    agrigentina, tra la cittadina di Porto Empedocle, (ora  idealmente eletta a “Vigata”, per sentimentale e solidale scelta di origine letteraria), e  il Comune di Realmonte.

Vista unica, che al voltar delle spalle si trasforma subito in un indelebile ricordo, un fotogramma da conservare nella memoria.

Un piccolo quadro, un acrilico su tela, di pochi colori ma di intense  tonalità, un colpo d’occhio come un flash rapito ad un sogno.

Nell’immagine del piccolo quadro di Toto Cacciato, un acrilico su tela di pochi colori, ma di intense tonalità,

un flash rapito ad un sogno

 

 

 

 

di  Toto  Cacciato

 

Un saggio di storia narrato in modo esemplare, un volume ricco d’immagini d’epoca.  I Savoia regnanti  nel Novecento tra due guerre,  il Ventennio fascista, e  fine della loro dinastia sabauda.

 La storia dei Savoia è la nostra storia, vissuta, goduta e sofferta, la storia della nostra nazione, l’Italia.  

Il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, salito al trono nel 1900, regnò per 46 anni, e infine un triste epilogo, la fine della dinastia sabauda con l’esilio dell’ultimo re Umberto II.

Ma il Re del Novecento  è rimasto a lungo impresso nella memoria degli italiani, molti lo amarono, la sua immagine la tenevano in casa, il suo profilo nella moneta.

Vittorio Emanuele III  appariva chiuso ed ermetico,  si supponeva uomo di poche parole,  con   lo sguardo rivolto in alto, a causa della sua bassa statura, superato spesso da generali e da  dignitari di corte.           

Non possiamo non ricordare  Vittorio Emanuele III “Re soldato” nella prima guerra mondiale; triste impresa della quale ne abbiamo avuto sempre dolorosa memoria.

Nei nostri territori, fra i monti, in contrade nascoste, vi è sempre un cippo, arredato con fiori in un amorevole giardinetto,  con i nomi di alcuni di quei 378 mila soldati uccisi  nei campi di battaglia: Caporetto, Carso, Monte Nero, Monte San Michele e altri..   

Un capitolo del saggio è dedicato alla Regina  di Casa Savoia, Elena del Montenegro, sposata da Vittorio Emanuele III nel 1896. Umile e discreta, lontana da questioni politiche – così la descrive Rosario  D’Ottavio – “ si impegnò in molte iniziative caritatevoli e assistenziali”, donò il suo anello per  “Oro alla Patria”, nel 1935.

Un capitolo, anch’esso interessante, è dedicato a Umberto II, “il Re di maggio”, che regnò, tra eventi eccezionali e di rilievo storico,  pochi giorni di maggio e pochi di giugno del 1946. Il 18 partì per l’esilio a Cascais, Portogallo. (Per il referendum Monarchia-Repubblica del 2 Giugno 1946, Agrigento scelse a maggioranza la monarchia, era ancora presente il mito del Re nel ricordo e nell’animo popolare).

Rosario D’Ottavio offre al lettore, con parole, sicure  ed efficaci, l’immagine del personaggio: ”Era di certo bellino, bruno, alto, con sguardi romantici; purtroppo per lui, in un Paese dove veniva esaltata nell’uomo soprattutto la virilità…”.

Un capitolo, l’ultimo, è dedicato a alla principessa Mafalda di Savoia, secondogenita, (1902), di Vittorio Emanuele III.

Una vicenda triste, tristissima, tragica la sorte alla quale andò incontro la Principessa Mafalda,  tra le sorti funeste dei Savoia regnanti.

  La presento al lettore con le parole dell’Autore, eccole: “… quella di Mafalda di  Savoia non va intesa come una normale biografia, cioè un racconto organico ed esaustivo di una vita, ma soltanto come un piccolo brandello di vita da lei vissuta in funzione della sua morte, e cioè quello che va dal 28 agosto 1943, giorno in cui mosse il suo primo passo sulla strada di Buchenwald, al 28 agosto 1944, giorno in cui morì”.

E ancora,  ”… nel dramma della seconda guerra mondiale,  Casa Savoia fu di certo un tutt’uno con le famiglie italiane, anche nella sofferenza e nel lutto”.

Il libro è corredato di ben quattro prefazioni, e una postfazione che al suggerimento alla lettura  aggiungono  altri rapidi  flash alle molte vicende di quella  triste metà del Novecento.

 Dott. Salvatore Cardinale

 “… i maschi del Casato, e in particolare i due ultimi regnanti, generalmente non sono circondati da pari o, comunque, da adeguata considerazione da parte degli storici che addebitano ad essi l’assenza di una coscienza di ruolo, una inidoneità mai corretta  a prendere decisioni coraggiose ma necessarie, una supina acquiescenza al fascismo e una ingiustificata incapacità a dissentire efficacemente dalle scelte scellerate adottate dal regime mussoliniano”.  

 Prof.ssa Gabriella Portalone

 “Se un merito ebbe Umberto, il malinconico e debole Re di Maggio, fu quello di aver coraggiosamente deciso di partire per  l’esilio, abbandonando la partita prima ancora che venissero ufficialmente proclamati i risultati del referendum, per evitare l’ennesimo scontro fratricida fra gli italiani”.

 Prof. Angelo Amato – Prof.ssa Pina Rizzo

“Mafalda di Savoia, ultimo (non per importanza) personaggio raccontato nel libro, meriterebbe, invece, rappresenta, a nostro parere, la figura che meriterebbe una trattazione a parte, forse un’intera opera, perché in lei si incarna il corso del destino umano vario e mutevole, che alterna grandezza e miseria, gioie e dolori, dove la morte, alla  fine, stende il suo velo pietoso catartico e di liberazione dalle atroci sofferenze”. 

 Dott.ssa Carola De Paoli

“Il  giudizio della storia  sulla figura di questo sovrano è spietato, senza appello: investito sicuramente di responsabilità superiori alle sue forze. Re Vittorio Emanuele III fu censurato, criticato ed additato  come il principale responsabile della caduta della monarchia”.

 Avv. Giovanni Tesé

“Fra tutti indubbiamente il più esposto fu Vittorio Emanuele III di Savoia, che durante il suo lunghissimo regno, di quasi quarantasei anni, con le sue scelte , le sue complicità, le sue ambizioni, i suoi errori e le non poche responsabilità, secondo la gran parte degli studiosi, influenzò  sicuramente il corso della storia del ventesimo secolo”.                                                             

Di Toto Cacciato

L’Oratorio dei Salesiani era sistemato e composto in un palazzone posto in alto tra casette e viuzze dell’antica nostra città; un edificio, forse di origine borbonica, o forse di un più antico monastero. All’interno, a memoria di un antico chiostro, uno spazio fra quattro facciate, lastricato  a disegni con pietre di lava e pietre di mare, giusto lo spazio per giocare a palla.

Nei giorni di festa per gli oratoriani quel quadrato  era il campo di calcio, con le traverse delle due porte sistemate negli angoli opposti, era l’arena di eccezionali dispute intorno ad un pallone.

La costruzione dell’edificio a due piani aveva un’infilata di finestre all’esterno, aule e lunghi corridoi all’interno, altre sale di riunione e in fondo quelle del prefetto.

I Salesiani, così da tutti indicato, era un convitto con alunni di Scuola media, ma era anche frequentato dai ragazzi del quartiere, dove un torneo di calcio appassionava molto gli adolescenti.

Quel quadrato di pietra era l’arena di gloriose vittorie e di cocenti sconfitte; correvano i primi anni Cinquanta, il calcio era l’unica risorsa sportiva e agonistica per i ragazzi di allora.

L’attività oratoriana era molto festosa, animata da sentimenti di competizione  e di amicizia; a termine del meriggio sportivo i convittori ripercorrevano i lunghi corridoi e ritornavano alle loro carte.

Partite favolose, con le regole orecchiate dall’inglese dei fondatori del gioco del calcio, termini come fut-bal, e poi penarty, enzi, fully, off-said, corner, ecc. (Mister era ancora da divenire).

Le aree del campo erano segnate a  gesso, l’abbigliamento dei calciatori era spontaneo e approssimativo; pericolose erano le scarpe adattate al gioco, quasi scarponi, e a protezione delle gambe i parastinchi e spessi calzettoni.

Il pallone era a losanghe di cuoio, pesante, e con una vistosa cucitura a protezione del beccuccio della camera d’aria che conteneva all’interno. Arbitro, a volte, un prete, per definizione giusto e irremovibile.

Quando arbitrava Don Blandino esplodeva in campo un particolare furore agonistico, una gara di abilità calcistiche che spesso  includevano: mischia, baruffa e zuffa.

Don Blandino, di origine, forse, altoatesina, quasi due metri, rosso di capelli, energico, dirigeva con pochi gesti e pochi fischi.

Scioglieva le zuffe con le sue grandi mani, e nel caso ce n’erano per tutti.

I ragazzini giocavano con in testa, e a memoria, i nomi del Grande Torino: Bacigalupo, Ballarin,Maroso…Menti, Rigamonti…Castigliano Grezar…Mazzola, Loik…

Era, anche, gratificante e motivante pensare che grandi campioni come Rivera, Trapattoni e altri avevano iniziato giocando all’oratorio e che  furono poi  campioni del calcio italiano, vincendo coppe e scudetti, fino alla Nazionale e ai Mondiali di Calcio.

Gli adolescenti, calciatori dell’oratorio, gli scudetti e le coppe le hanno vinte nella vita reale e nelle loro carriere professionali, ma sono rimasti sempre tifosi del calcio, dei simboli e colori  delle squadre più significative del calcio italiano.

Ricordano le gesta dell’oratorio e le rivedono come in sogno, e ricordano, anche, la magia di quel 4 – 3 : Rivera alza i pugni al cielo e si abbandona all’abbraccio di Riva.

Alle ore 7.00 la TV, di questo nostro  10 dicembre, fa vedere un frammento di video nel  quale come prima notizia mostra un gol di Paolo Rossi; Rossi segna un gol tra Zico e Falcao. Abbiamo capito, in quel flash di Italia-Brasile c’è qualcosa di tragico. C’è una brutta notizia nell’aria, triste tristissima che nessuno  l’aspettava. E’ scomparso Paolo Rossi.

Ricordo Paolo Rossi per le vie della città, Vicenza, città elegante, piccola e raccolta, quieta e silenziosa,  ma  grande frastuono di voci, d’attesa e di vittoria esplodevano la domenica pomeriggio, allo Stadio Menti, (erano gli anni di fine Settanta), dove il Lanerossi Vicenza  vinceva e scalava la classifica della serie A, e molti gol li segnava Paolo Rossi.

Il Vicenza, quasi in vetta alla classifica, “squadra di provincia”, titolava la stampa sportiva, teneva testa alle squadre metropolitane come Milan, Inter, Roma, Napoli, Juventus, ecc.

Paolo Rossi era apprezzato da tutti, ammirato da tutta la città sportiva, ed  era un idolo per i ragazzi perché si presentava giovanissimo, mite e sorridente. Pareva un ragazzo della curva Sud, sceso in campo per giocare a palla.

In campo, smilzo e leggero, era ancora un giovinetto dalla forza atletica in formazione; nell’agone della  disputa “sotto porta” coglieva l’attimo favorevole e con  il suo guizzo, rapido e arguto, calciava la palla in rete, a sorpresa, e mettendo  tutti a tacere. Gridavano e saltavano di gioiai invece i ragazzi della curva Sud  del mitico Stadio Menti, mentre il fischio dell’arbitro sanciva “palla al centro”.

Successivamente, gli anni trascorsi nei campionati con la Juve e le presenze in Nazionale, confermarono le qualità sportive e umane  di un grande campione.

Anni felici,  indimenticabili,  di grande entusiasmo, furono quelli vicentini; di grandi risultati professionali quelli nella Juve.

Le pagine più gloriose, intensamente vissute da tutti gli sportivi italiani furono quelle giocate  con la squadra  degli Azzurri della Nazionale Italiana.

Oggi il rimpianto per la scomparsa di Paolo Rossi è sentito da tutta la Nazione.