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Pirandello  amò  la sua città,  Girgenti, dove vi nacque nel 1867.

E di essa cosa ne pensava?

L’amò e scrisse “te sempre vedo , sempre, vedo da lontano”, e scrisse anche nelle pagine di un suo importante romanzo, ricordando Girgenti; “Città di preti e di campane a morto che echeggiano da trenta chiese, città triste dove le processioni funebri ogni giorno attraversano il corso, un mesto corteo preceduto dalle orfanelle del “Boccone del Povero”.

In quella  città così descritta Pirandello vi nacque, in una casa romita, in contrada Caos, e vi trascorse periodi della sua  infanzia e adolescenza, e vi tornava da Roma anche dopo il suo matrimonio.

Ricordi indelebili di Girgenti  appariranno nelle pagine delle sue opere, l’amò, e qui ricordiamo due aspetti interessanti della sua esistenza: si laureò a Bonn sul Reno con una tesi “Suoni e sviluppi di suoni nella parlata di Girgenti”, e nelle sue ultime volontà scrisse: “Le mie ceneri in un’urna siano portate in Sicilia e murate in una rozza pietra  nella campagna di Girgenti, dove nacqui”.

E’ questo, per la propria città,  non è altro che un atto d’amore.

Don Stefano, il padre di Luigi, era un energico commerciante, girava per la Sicilia per i suoi affari e poco stava in casa. La sua vasta famiglia era di origine ligure, ma erano in Sicilia già dalla metà del Settecento.

Stefano era il diciottesimo dei figli, in quanto tutti erano ventiquattro, ma ridimensionati dalle morti infantili.

Stefano, come già detto, commerciante energico e intraprendente si fece da solo ed ebbe momenti di grande fortuna e altri di rovesci economici. La sua attività principale fu il commercio dello zolfo: la produzione nelle miniere del retroterra, il trasporto al porto della marina, il caricamento su  speronare e vascelli.

Delle zolfare e dei carusi che vi lavoravano se ne ricordò Pirandello e scrisse che era un lavoro da schiavi, e stringe il cuore a vedere quei carusi schiacciati sotto il carico dei sacchi di zolfo, salire lentamente verso l’arco della bocca di luce.

 

Và, và e và, spogliati,                                         

levati a cammisa e mettiti u saccu

a Cummatini nun fa notti,

a Cummatini nun è festa.

Và, và, e mettiti a lumera in testa

Carricati di zurfu, portati a coffa.

 

Toto  Cacciato

 

Il bel romanzo di Goffredo Parise, in una copia del 1969.

Giorni di ansia questi che stiamo attraversando, stare in casa è necessario, l’apporto divagante di una lettura può alleggerire apprensione e tensione, almeno per un momento.

 Autore di rilievo, tra i tanti  pregevoli scrittori della seconda metà del Novecento, Goffredo Parise è stato scrittore di successo,  giornalista e sceneggiatore; puntuale nelle analisi della vita sociale che osservava e frequentava, (dalla miracolata Milano, alla travolgente Roma).  E’ stato anche inviato speciale, in  America  e in Vietnam.

IL PRETE BELLO è tra i primi romanzi della sua felice scrittura, chiara e scorrevole e ricca di immagini,  di scene e di personaggi fortemente  caratterizzati. Nella storia narrata ne “Il Prete bello” c’è qualcosa di farsesco, ma fondamentalmente è pervasa di tristezza  e di amara considerazione della vita;  le tante piccole e grandi sciagure che continuano a riproporsi nel suo romanzo, fantasticando intorno a quella corte tra le contrade di Vicenza, la sua città, sono originate dalla sua forza immaginativa, ma anche dalla realtà intensamente  osservata e vissuta.

Il romanzo è del 1954, (Garzanti Editore), e nel dipanare delle pagine l’autore elabora e manifesta le sue qualità: comprende fortemente la realtà che narra, la penetra, la vive e la elabora. Tutto come se avesse una grande esperienza di vita vissuta, ma Gofferedo Parise nel 1954 aveva soltanto 25 anni.

Il racconto ci da anche uno spaccato di vita dei primi anni Cinquanta, quando era ancora presente il ricordo della guerra e si attraversava il dopoguerra tra lutti, carestie, e diciamo pure, fame e mancanza di tutto.

Infatti, il ragazzino protaginista, ad un’offerta: ”Ho dei biscottini”, affinche rivelasse un piccolo segreto dice: “io, che ero quall’affamato che ero, risposi prontamente: Me li dia, me ne dia un po’”.

I personaggi del romanzo sono ben distinti, tutti vivino con i propri problemi e la fatica della sopravivenza, sono  ben risolti e vanno da chi non ha niente, ma tanta fame e miseria, a chi ha qualcosa e poco può dare. Una vita intensa di rapporti, di piccole aspirazioni e grandi desideri.

La città, Vicenza, come tante altre cose, è  cambiata, ma ancora verso la fine degli anni del Novecento, nei vicoli, nei cortili, nelle stradine del centro, pareva che ci fosse ancora, nell’ombra umida degli androni profondi e bui, l’alito e l’impronta di quei personaggi, Ma ci sarà  ancora la macchia di neve all’angolo, a terra, in inverno, il cielo chiaro in primavera, il raggio di sole inclinato  sulle facciate storiche prima del tramonto: i luoghi descritti e vissuti.

Cena e Sergio, due ragazzini, instancabili protagonisti di infinite ricerche per soddisfare le loro più elementari necessità, ma anche appassionati  ai loro giochi: la desiderata bicicletta, le corse sfrenate, le lunghe scorribande, fino allo sfinimento.

Quegli anni sono stati per loro gli anni eroici dell’adolescenza, unici e irrepetibili.

La figura dominante del romanzo è  Don Gastone, il prete che appare bello a tutta la corte della cominità, alle donne del Comitato e alla Signorina Immacolata, animatrice di tutto quanto può accadere, tra piccoli eventi, massainscena  di oratorio,  commediole e drammi.

Intanto trascorsi gli anni del dopoguerra, e trascorsi anche gli anni Cinquanta, già nei primi anni Sessanta si parlava di Miracolo economico.

Rileggere un romanzo di qualità, come quello di Goffredo Parise, negli anni di quella edizione 1969, e rileggerlo, ora, dopo tanti, tanti anni, si scoprono nuovi pensieri e nuove riflessioni.

Sono sicuramente diversi, sia il lettore, con l suo vissuto, e anche il libro, che ora spinge ad altre considerazioni e interpretazioni

 Toto  Cacciato

 

Nella ceramica un’immaginifica visione, dalla metafora apparente,  di un itinerario nella Valle dei Templi, una passeggiata archeologica tra le opere dell’arte classica.

La ceramica “Passeggiata archeologica” in terracotta smaltata, (misure: cm. 10×14) che ho avuto occasione di realizzare, insieme ad altri oggetti alcuni anni fa, in un laboratorio del vicentino, vuole indicare per immagini, la sintesi di un itinerario nella Valle dei Templi

Una sintesi di simboli, un itinerario fantastico tra le opere dell’arte classica e dintorni; dintorni perché il Pino di Pirandello, (con l’urna cineraria nella roccia sottostante), si trova in località Caos, poco oltre  in uno sperone della costa, affacciato sul mare, verso occidente.

L’itinerario può partire dalle pale di ficodindia, pianta sempre presente nel paesaggio, che un frutto all’interno dolce e succoso in  una miriade di piccoli semi, mentre all’esterno, forse a difesa delle sue  bontà, e pieno di  spine aculei, in quantità.

A destra il Tempio della Concordia in una visione singolare: sei colonne doriche sulla facciata, con la trabeazione, il  frontone e il timpano.

Costruzione in tufo arenario che con la complicità dei raggi dorati del tramonto offre in un momento  un’immagine unica, un ricordo perenne.

A fianco due conci disgiunti,  resti archeologici.

Poi il Pino di Pirandello, come lo ricordiamo  di  quando stava sulla costa marina del Caos; nell’ autunno del 1997, a causa di un fortunale, perse la chioma

Luigi Pirandello giovinetto, all’ombra del pino e  difronte al vasto mare, che chiamò africano, fantasticava e immaginava i percorsi che avrebbe compiuto nella sua esistenza. Tornò altre volte a meditare, ma volle tornare sotto quel pino, scrisse nel testamento, in cenere e dentro un’urna, e murato in una rozza pietra del Caos.

Scendendo nell’itinerario un Vaso Attico. Sono opere di grande bellezza compositiva nell’immagine incisa, e sono di fine qualità nella materia. La forma del vaso è nella tradizione classica, composta ed essenziale.

Sono vasi del V secolo a.C., e Il Museo Archeologico di Agrigento, anch’esso nella Valle, ne conserva alcuni magnifici esemplari.

Nella base le colonne spezzate del tempio di Hera Lacinia o Giunone e poi un piccolo vaso per gli unguenti. Ancora un piatto che sarà stato istoriato e con dei bei disegni  di bella fattura.  Ora il Telamone, una figura imponente posta a reggere le possenti trabeazioni e le mura del grandioso Tempio di Giove.

Nel sito vi sono le tracce per affermare che il Tempio di Giove è stato il più grande e imponente di tutti i templi  dell’antichità.

Ritorniamo ai fichidindia che verdeggiano lungo le coste e negli angoli di strade e contrade; sono un perenne arredamento di verde, un’incantevole soluzione cromatica, insieme ai mandorli e ulivi, nell’arsura dell’estate siciliana.

Al centro del riquadro non vi è immagine, vi abita il pensiero e il ricordo di questa singolare  passeggiata archeologica.

Toto Cacciato

Plastica, carta e cartone, utensili dismessi, pneumatici e laminati, resti di varie lavorazioni, sono inquinanti e, confermano gli esperti,  gli scarti dei nostri consumi coprono già  una vasta superfice del pianeta; distese di rifiuti sono  nelle spiagge, nei mari, nei fiumi, lungo le strade e le autostrade, nei rioni abbandonati, nelle discariche autorizzate e in quelle clandestine, ai piedi delle montagne, e di fianco sulla via della scalata alla cima dell’Everest, si trova plastica e vetro, lattine e bombole, bottiglie e cartoni per minestre.

Utile e urgente il recupero e il riciclaggio dei rifiuti che hanno fatto il loro corso, come queste eleganti attrazioni cromatiche delle necessità e del consumismo, ai quali dobbiamo dare, ora, giusta destinazione.

Percorrendo il profilo delle colline o lungo i litorali marini, è possibile trovare, a sorpresa, un piccolo paese con la piazza, la chiesa e la farmacia, il Bar Sport e il municipio imbandierato Italia ed Europa.
Non sono paesini fantasma, gli abitanti ci sono, ma sono rimasti in pochi, a causa del decremento demografico, di trasferimenti e di abbandono, motivi che hanno spopolato i piccoli nuclei urbani.
Gli abitanti rimasti sono i custodi di eventi trascorsi, delle storie passate, delle immagini dell’arte, delle forme dell’artigianato, dei canti e delle ballate, della poesia, e della narrativa.
In tempi recenti corre un sottinteso sentimento di apprezzamento per i piccoli centri abitati, di riconsiderazione con il desiderio di vivere nella semplicità di un piccolo borgo, e i piccoli borghi in Italia sono tanti; sono disseminati lungo la spina dorsale degli Appennini, e poi a seguire negli Appennini siculi, con i Peloritani, Nebrodi, Madonie, Iblei, fino a Rocca Busambra che chiude con i Monti Sicani.
Abitare i borghi, dopo l’irresistibile l’esodo verso le grandi città, le metropoli, ovunque esse siano, anche oltre i confini nazionali, appare un nuovo desiderio, una nuova rivalutazione, a volte un ritorno di chi era partito da quei luoghi, ma anche, e con maggior convinzione, l’arrivo di nuova gente da sempre metropolitana; sono italiani, ma molti sono francesi, inglesi, tedeschi e anche scandinavi.
Non è emigrazione per esigenze primarie, ma scelta di vita, la vita di paese, di campagna, crescere con la natura, con i pomodori, zucchine e cipolle, con le arance, le mandorle e l’uva, ogni cosa a suo tempo, come stagione comanda; per non dire poi del grano, l’ulivo, la vite; scoprire che è buono anche il frutto del carrubo.
Nei borghi, piccoli e reconditi tutto questo appare, ed è la loro dote, poi vi è il paese di case mischiate con qualche nota di architettura di antica storia e altre opere collezionate nel corso dei secoli; vi è la piazza, abbiamo detto, con la chiesa, il comune, farmacia, i carabinieri e bar dello sport. La campana segna l’ora e il ritmo della giornata e sollecita l’alba e il tramonto. I panorami sicuramente saranno spettacolari, a volte come quelli già visti nella pittura del Quattrocento. Il mare sta sempre laggiù, e le stelle, come sempre, stanno a guardare.
I francesi, ai quali attribuiamo uno scambievole sentimento di cuginanza, sono a volte all’avanguardia dei costumi contemporanei. Infatti le cronache annunciano che da qualche tempo gli intellettuali francesi lasciano Parigi e altre grandi città, accentratrici di tutte le attività politiche, sociali, culturali, dove si formano e si esprimono, per alcune piccole cittadine del Sud, dove scelgono di vivere intorno al Massiccio Centrale, o lungo i declivi delle colline che scendono verso il mare.
Cercano e trovano la auspicata serenità, fuori dalla caotica metropoli, ma la semplicità di vita, favorevole all’ ispirazione e alla creatività. Dicono le cronache che alcuni, ma già sono in tanti, cittadini europei, sono orientati a Sud.
Anche gli italiani, non quelli in cerca di lavoro, ma quelli che invece hanno qualche idea per nuove iniziative da manifestare, qualche riproposta sul patrimonio culturale giacente da rinnovare e veicolare e cercare un nuovo contributo da artisti di varia ispirazione, poeti, scrittori architetti, quanti hanno scelto il Sud. Ma sono ancora in pochi a scegliere la semplicità della vita agreste, la quiete in antinomia al trambusto e alle turbolenze della metropoli, per la vita di paese, quita, pacata e placida una scelta che offre varietà di piacevoli iniziative e meritato riposo.
A questo punto mettiamo in campo il Sud d’Italia, ma proprio il Sud, la sua isola, la maggiore di tutto il Mediterraneo; conserva una varietà di piccoli paesi, piccoli centri, ancora intatti dalle composizioni architettoniche dei secoli passati e con qualche modernità del Novecento. Dalla metà del secolo scorso poche cose si sono aggiunte; erano, e in parte ancor oggi, gli anni di emigrazione, e tutto è rimasto fermo e sospeso.
Ma torniamo alla suggestione di visitare un paesino solitario e magico come un presepe. Un paesino intatto tra le pieghe delle colline e penosamente così lasciato a causa di forte emigrazione.. Tutto resta intatto, e tutto sembra dire arrivederci a tempi migliori. Rimangono le casette in fila su i due lati della strada, i portoncini con i pomelli ormai ossidati, le cancellate in ferro battuto con qualche ricciolo Liberty, i cortili lastricati con pietre di mare, la piazza con i sedili di pietra sul ciglio del belvedere a guardare panorami e tramonti, i tetti rossi e le grondaie di terracotta delle casette allineate e appoggiate le une alle altre.
Visitare questi luoghi, percorrere quelle antiche strade non è un’avventura, è un viaggio che può essere pieno di sentimento e di amorevole scoperta. A tratti appaiono immagini di un mondo passato ma che subito si trasfigurano in quelle della modernità, per la presenza di elementi della vita contemporanea: in un angolo un’auto dell’ultimo modello, un’insegna in inglese, la griffe esclusiva di un negozio fortemente illuminato, una complessa antenna TV.
Ma in questo viaggio, senza avventure, vogliamo privilegiare, ritrovare, se possibile, sapori, odori e immagini, se ancora persistono, di un mondo trascorso, alla maniera dei quadretti dei Macchiaioli.
E allora ecco cosa c’è, ancor oggi, in questi piccoli paesi di collina, perché la maggior parte si trovano tra i 600 e gli 800 metri sul livello del mare: la bellezza del paesaggio, l’ambiente incontaminato, la quiete e sicuramente l’ospitalità paesana, semplice e modesta.
Vi saranno, al tocco di mezzogiorno, le fumose carni arrostite, pane e olive, le aringhe affumicate, (come quelle di Vittorini), le verdure grigliate, frutti particolari, melograni, mandarini e poi castagne e pistacchio, vino forte e sincero, e anche l’acqua che per qualità non è da meno.
Se il paesino è in riva al mare, pesce fresco e frutti di mare tutti i giorni e per tutto l’anno, poi c’è anche l’insalata di polpo e la cernia di carne bianca di gusto eccezionale ma che a vederla fa paura. Nel caso vino bianco, fresco e poco frizzante.
Ma com’è il paese urbanisticamente parlando. Vi è sempre una piazza, abbastanza grande, alberelli intorno e al centro il Monumento al Milite Ignoto, un soldatino in bronzo, armato, guarda lontano. Sul ceppo ancora una scultura di Francesco Rutelli, in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale. Ai lati del basamento i nomi dei caduti, hanno i cognomi degli abitanti del posto, un lungo elenco che dice “soldato, soldato”, ogni tanto “tenente” o “capitano”. In alcuni monumenti vi sono anche i nomi dei militari caduti nella seconda guerra mondiale. Oltre non c’è più spazio per altri nomi, basta, va bene così. Sulla piazza la Chiesa Madre, generalmente di composizione barocca con alti basamenti e colonne, trabeazione e frontone, a volte con un elegante rosone. Interno ad una navata, altare dedicato al Santo Patrono, festeggiato all’inizio dell’estate, ringraziamento dovuto dopo la raccolta delle messi. Ai lati della navata gli altri santi, il fonte battesimale in marmo, e in sacrestia i cassettoni degli arredi sacri in pregiato castagno secolare.
Poi c’è il Municipio, sede civica, con la bandiera italiana e quella d’Europa, qualche lapide che ricorda un personaggio in visita, o “qui dormi”, come Garibaldi, ambito ospite, ma non poteva dormire d’apperttutto.
La distribuzione delle istituzioni, la toponomastica del luogo, si potrebbe completare con le Scuole Elementari e il Campo sportivo, l’asse del decumano principale, il corso del passeggio, specie nei giorni festivi, e nelle feste comandate. Per completare non può mancare la caserma dei carabinieri, la farmacia e la condotta medica. Nel corso, bene illuminato, specchiano le vetrine dei negozi; non mancano le firme nazionali e internazionali, le cucine e salotti, abiti da sposa, liste nozze, ecc. ecc.
Basta così, altrimenti stiamo per ricreare un angolo di area metropolitana.

Nel foyer del Teatro della Posta Vecchia le locandine, con immagini e nomi, raccontano la storia del teatro leggero, (si diceva così, una volta), del teatro amatoriale, e spesso, e molto gradito, il teatro di Varietà, occasione buona per i giovani più focosi, creativi, umoristi, spiritosi e talentuosi della città.

Un percorso di memoria nei titoli delle opere rappresentate, nelle composizioni delle compagnie teatrali locali, nei volti dei giovani, come erano allora, numerosi, sorridenti, gesti enfatici e pronti alla battuta.

I nomi sono tanti e tanti, vi sono anche quelli di professionisti del teatro italiano , che hanno calcato quelle poche tavole del palcoscenico, ricevendone poi scroscianti applausi.

Le trombe della Posta Vecchia, come nello stemma del teatro, suonarono tante volte in quei lunghi anni, tanti gli spettacoli, e le locandine sono rimaste a testimonianza. Tutte insieme raccontano le messe in scena di opere note e sperimentali, di attori e di personaggi. Di tanto spettacolo sono rimaste le locandine, allineate nella penombra del glorioso foyer.

In un grande poster dal titolo “…e fu subito varietà”  il Teatro della Posta Vecchia, del poliedrico Giovanni Moscato , ricostruisce l’origine del varietà tutto agrigentino . Diciamolo: a futura memoria.

Al Cine-Teatro Supercinema, prestigioso locale di eventi di grande spettacolarità approdarono, a metà degli anni Sessanta i nostri talentuosi artisti della Città: attori e attrici, comici e cantanti, ballerini e musicisti, orchestra e coro.

Era il 22 dicembre 1966, quando andò in scena ,in un “gran galà” , una produzione teatrale con i migliori talenti locali.

Pronti ad entrare in scena, con quel titolo breve come un flash raccolsero successi “I CANTAGUAI”.

E’ Franco Capitano che produce e propone “I Cantaguai”, spettacolo di satira politico-sociale  scritto dai goliardi  Enzo Di Pisa e Michele Guardì , autori che si confermeranno negli anni seguenti.

In scena Enzo Jacoponelli, Bertino Parisi, Pippo Montalbano, Giovanni Sardone, il Balletto Terrasi, Enzo Di Pisa , Orchestra di ottoni  e coro diretti da Pippo Flora. Partecipazione straordinaria di Giulio Cristallini, Peppino Palumbo, e poesie di Vincenzo Licata. Presentano Michele Guardì con Maricò Traficante e Luisa Cosenza . Scene di Lando Bianchini. Regia di Ernesto Natalello.

Un Varietà composto da ricchi vari aspetti di rappresentazione, come il Cabaret, il Teatro satirico e di costume. Meglio di così? Su il sipario!

Tutto quanto andava in scena, pronto alle luci sfavillanti della ribalta , era nato nella mente di Franco Capitano, idea e direzione artistica, un talento annunciato, poi confermato negli anni seguenti e in altre situazioni.

Poi vennero altri spettacoli dei neonati cabaret : “Il Punicipio” di Di Pisa e Guardì, con Giusi Carreca, Enzo Jacoponelli e Bertino Parisi e del “Il Cabarone” di Franco Capitano e Mario Gaziano, con Giovanni Moscato, Gemma Conti e Carmelo De Lorenzo.

Questi programmi, nel riconoscimento delle qualità approdarono alla RAI, nelle trasmissioni radiofoniche settimanali: “L’Altosparlante” de Il Punicipio, e “Il Programmino” de Il Cabarone.

La rivisitazione narrata , ideata dal Teatro Posta Vecchia, nel nuovo poster “…e fu subito varietà “ costituisce pregevole sintesi , nella composizione grafica di Damiano Pagano.

Lo spettacolo può iniziare, già scrosciano gli applausi.

 

Due nuovi volumi di storia e immagini si aggiungono alla lunga serie dedicata all’Akragas, e insieme tanti riferimenti per le squadre militanti nei vari  gironi nazionali.

“Akragas in Bianco e Nero”,  offre la copertina alla Sampdoria, 1990/1991 e Agrigento Interland 1999/91;  “Akragas a Colori”   offre la copertina al Sorrento 1970/1971  e Akragas 1970/71. Sono questi alcuni argomenti trattati nei due recenti volumi, ideati e curati da Basilio Borgo,  storico dell’Akragas, e attento commentatore  degli eventi sportivi del calcio giocato.

Basilio Borgo propone fascinose immagini di trascorse competizioni sportive, che trasferite nella nostra contemporaneità, conservano la carica emotiva dell’azione sportiva, (esulta Vialli, segna  Mancini, Ancellotti alle prese con Di Canio,   colpo aereo di Van Basten, non manca il rigore Gullit; poi le  figurine: Cesare Maldini, Ruben Sosa, Totò Schillaci, Franco Baresi, Alessandro Costacurta, Gianni Rivera, Ferruccio e Sandro Mazzola, Haller, Altafini e Scirea), nomi da memoria collettiva e di bei ricordi.

E’ notevole l’apporto grafico di Basilio Borgo, un film di immagini a sancire l’azione più significativa di ogni partita: i calciatori sotto-porta a caccia della palla da buttare in rete.

La grafica di  Borgo  è chiara e composta, coglie  come un flash il momento topico,  la figurazione è dinamica. Esemplare espressione iniziata da quel maestro di sintesi che è stato Silva, un ricordo del “Il Calcio Illustrato”, ancora nella polvere del dopoguerra.

Le piazze d’Italia erano piene di gente e le bandiere rosse sventolavano al vento, nell’aria le note e il canto “Compagni, avanti!. Il gran partito noi siamo dei lavorator…”. Era la festosa attesa di un comizio politico.

Era così nello spaccato degli anni Sessanta, la comunicazione politica si affidava ai comizi in piazza e alle parole  dei più rappresentativi parlamentari del partito, come Gian Carlo Pajetta, Pietro Ingrao, Mario Alicata e altri. Fra gli applausi al comiziante c’era chi concretamente  gridava “Pane e Lavoro”.

Onorevole Agostino Spataro  nel  1968 lei aveva vent’anni,  tanti anni sono passati da quel tempo, ma oggi siamo ancora a “Pane e Lavoro”.

Beh! Già nel ’68 si era registrata un’evoluzione anche del “pacchetto” rivendicativo dei movimenti dei lavoratori. Chiedevano non solo “pane e lavoro”, ma anche servizi, riforme e diritti sociali fino ad allora negati: statuto dei lavoratori, scuola, sanità, trasporti, pensioni, ecc. Fu quella una stagione di effettivo cambiamento, di progresso delle condizioni di vita e di lavoro. Grazie alla ritrovata unità sindacale, fu possibile ampliare il fronte di lotta e conquistare diritti e condizioni di vita e di lavoro che nella storia mai avevano goduto i lavoratori dipendenti”.                                                                                                                                                                                                                   

I comizi erano la primaria forma di comunicazione, la televisione passava una striminzita Tribuna politica. Che ricordo ha di quelle folle, ha avuto occasione di ascoltare i grandi comizi, come  erano stati quelli di Togliatti, in tre ordini di palchi con tutti i rappresentanti del partito.

Data l’età, non ebbi occasione di partecipare al comizio di Togliatti, ad Agrigento  nel 1953, in cui parlò a una piazza Stazione strapiena. Partecipai (16 enne), a Roma, ai suoi funerali (immortalati da Renato Guttuso) in compagnia di tre compagni dirigenti sindacali agrigentini di cui due vennero per assicurarsi “ch’era

morto per davvero” e un terzo che piangeva di tutto cuore per la grave perdita. Questo per dire che anche nei tempi “eroici” c’erano singolari contraddizioni”. 

Lei è giornalista ed ha una lunga bibliografia che apre nel 1985 con un testo impegnativo dal titolo “Missili e mafia”, scritto con Paolo Gentiloni e  Alberto Spampinato; poi una lunga sequenza di titoli  e argomenti  tra i più scottanti della politica nazionale e internazionale, argomenti ancora attivi e vivi. Ne ricordo tre: il Mediterraneo. “Popoli e risorse verso uno spazio economico comune”.1993. “Fondamentalismo islamico. L’Islam politico”.1995. “Sicilia, cronache del declino”.2006; altri temi riguardano l’immigrazione,  l’America Latina. Tra i saggi più recenti  lei scrive di “Una bella amicizia polemicamente vissuta – Sciascia e Guttuso”. In apertura un capoverso titola: “Sciascia dovrebbe ‘lasciare’ Racalmuto per una vacanza”. Ce ne vuole parlare?

Da estimatore dell’opera di Leonardo Sciascia ho cercato, con questa provocazione, di far capire che il suo lascito culturale, la gestione Fondazione di Racalmuto non possono divenire oggetto di una contesa non proprio esaltante e per finalità improprie, a carattere locale. Poiché questo era il clima che nei mesi scorsi si era creato intorno alle problematiche, al futuro stesso della fondazione. Sciascia non poteva essere strattonato a destra e a manca. Da qui l’invito a prendersi una “vacanza” magari nella sua amata Parigi. Per una fortuita coincidenza, lo scrittore a Parigi c’è “tornato” di recente, in occasione del 30° anniversario della sua morte, accompagnato dai dirigenti dell’associazione degli “Amici di Sciascia”.

Lei è stato parlamentare per tre legislature, (’76-‘79’-83), ed è stato anche componente di diverse commissioni parlamentare, ha, quindi, vissuto i rapporti e le evoluzioni politiche di quegli anni. La domanda è spontanea: quali differenze tra la classe politica di quegli anni e quella di oggi, quali differenze di costume e di comportamento sociale.

Non mi piace fare confronti con realtà, anche umane, fra loro diverse. Ciascuno vive il tempo che gli è dato. I nostri riferimenti erano la Costituzione repubblicana (una fra le più evolute al mondo) e l’idea della politica intesa come servizio per il bene comune, con particolare attenzione ai bisogni, ai diritti dei lavoratori, dei ceti più deboli della società.

Tante cose sono cambiate in Italia e nel mondo. Non doveva cambiare- a  mio avviso-  il sistema elettorale proporzionale, con il voto di preferenza che consentiva all’elettore di scegliere il candidato”.

Gli uomini della politica. Quelli degli anni Settanta e Ottanta, sono nella memoria di tanti. Lei ne ha conosciuti parecchi, come erano i politici di allora, mi riferisco al comportamento sociale e impegno intellettuale.

Io ebbi la ventura di far parte di alcune importanti commissioni parlamentari (Bilancio e Partecipazioni statali, Esteri,  Difesa, ecc) e della presidenza dell’Associazione nazionale di amicizia italo araba e attraverso queste di occuparmi di problemi, di dossier davvero importanti e, pertanto, d’incontrare personalità politiche e di governo (anche straniere) di un certo rilievo.

Com’erano? Il giudizio lo esprimemmo al momento e caso per caso. Personalmente, diffido dal pre-giudizio. Mi piace controllare, verificare e giudicare con la mia testa. Consapevole che si può anche sbagliare. In generale si può affermare che – pur con limiti ed abusi- il livello politico e morale della classe dirigente (liquidata dai processi milanesi) era ben più alto dell’attuale. Di là dei nomi, si dovrà ammettere che quella classe politica (dentro cui ci metto anche il Pci all’opposizione) portò l’Italia, uscita sconfitta e distrutta dalla guerra, ad essere la quinta potenza economica mondiale, mentre quella della “seconda” o “terza” Repubblica (che non si capisce bene chi la manda, da dove proviene) sta facendo di tutto per indebolire l’autorità, l’efficienza dello Stato democratico e antifascista, l’economia, la politica estera del Paese, ecc”.

Negli anni del suo mandato parlamentare  stava al centro della politica italiana  l’autorevole figura di Giulio Andreotti. Lei lo ha conosciuto da vicino, qual è il suo ricordo, come è stata la sua azione politica nel corso degli anni, quale eco trova oggi  nella nostra storia.

Comunque sia, fra i personaggi incontrati quello che non sono riuscito a decifrare (chi può dire di averlo conosciuto fino in fondo?) fu Giulio Andreotti con il quale convissi per quattro anni nella Commissione esteri di Montecitorio di cui egli era presidente. Nel Pci c’erano due visioni di Andreotti: una, la più diffusa alla base del partito, ricavata dai suoi collegamenti, veri o presunti, con personaggi in odore di mafia e un’altra, accreditata ai vertici del partito, secondo la quale l’Andreotti del dopo-Moro era un abile statista che, soprattutto in politica estera, riusciva a rappresentare bene gli interessi nazionali dell’Italia e la causa della pace in Europa e nel mondo. Era l’unico politico italiano che riusciva a parlare (senza irritarli) con i principali attori internazionali, anche fra loro in conflitto. E si faceva ascoltare. Dall’osservatorio della commissione esteri (dove mi occupavo di mondo arabo e pesi mediterranei), ho più volte constatato questa sua, positiva “versatilità”.

Qui mi fermo. Dico solo che, in quel periodo e sulla base degli atti, Andreotti diede un contributo rilevante alla politica estera italiana e all’iniziativa di pace in Europa (euromissili) e nel mondo arabo/mediterraneo.

Per queste ragioni andai ai suoi funerali, seppure confuso tra la folla assiepata davanti la chiesa di San Giovanni de’ Fiorentini”.

Non possiamo tralasciare di commentare un grosso problema, un evento che sta ogni giorno sulle pagine dei giornali quotidiani: l’immigrazione. Esodi che pongono problemi sociali gravi. Si avverte anche, in molti, un senso di compassione per quanto avviene, di ansia, un stillicidio di tragiche notizie. Vi sono soluzioni?  Non possiamo rimanere a contare gli annegati e i salvati.

Esatto. Ormai, in Italia, in Europa siamo come quelli cui qualcuno ha passato il cerino acceso e lo guardano bruciare, impotenti, sapendo che se non sarà spento brucerà loro le dita. Personalmente, seguo il fenomeno dell’immigrazione fin dai suoi inizi ossia dai primi anni ’80, sia a livello parlamentare sia con articoli e libri che ne hanno illustrato le caratteristiche e proposto le soluzioni possibili basate su trattati bilaterali e multilaterali fra Stati e fra l’Unione Europea e le regioni di provenienza per regolamentare, governare i flussi secondo le esigenze reciproche.

Ovviamente, agivo per conto del Pci (allora diretto da E. Berlinguer) che riguardo all’immigrazione aveva due concetti essenziali: quelli dell’accoglienza nella solidarietà e nella legalità. La nostra proposta di legge (del 1981) era contraria all’immigrazione clandestina e assai disponibile a riconoscere i diritti dell’immigrato regolare. Il nostro motto era “Riconoscere agli immigrati in Italia gli stessi diritti (e doveri) che rivendichiamo per gli emigrati italiani all’estero”.

Parliamoci chiaro, come scrivo nel mio, recente “Immigrazione, la moderna schiavitù”, in Italia e altrove non si vogliono lavoratori immigrati regolari, ma clandestini da sfruttare al massimo”.

Il suo  recente articolo, pubblicato su montefamoso.blogspot.com, apre con un magnifico incipit: “I popoli latino-americani sembrano aver preso coscienza dei loro diritti e delle loro ricchezze naturali, minerarie e agricole strategiche che vogliono mettere al servizio del loro sviluppo”. Praticamente c’è tutto. Vuole commentare?

Dall’inizio del nuovo secolo, lo scenario latino-americano (dal Messico all’Argentina) è attraversato da forti movimenti politici, etnici e culturali che hanno provocato la crisi  delle oligarchie neo-colonialiste e il controllo democratico, la sovranità dei popoli (specie indigeni) sulle risorse strategiche nazionali.                                                                                                                                                Un’aspirazione più che legittima alla quale le multinazionali interessate, in combutta con le oligarchie “bianche” locali, non potendo più fare affidamento sulle dittature militare e nemmeno sul confronto elettorale, pensano di rispondere con “colpi di stato” paludati, con presidenti “autoproclamati” in nome della difesa dei “diritti umani e politici” che stanno violando e calpestando.                                                      Certo, il pericolo di un ritorno a soluzioni autoritarie esiste, anzi è in atto, ma stavolta non sarà facile. Poiché  nel frattempo, sembra essersi svegliato “il gigante dormiente“ latinoamericano ossia il variegato mondo dei  popoli indigeni che vi abitano da almeno 30 millenni, mentre i colonialisti  spagnoli, portoghesi, ecc, ci sono da mezzo millennio. E questa – mi sembra- la vera novità che potrà segnare il futuro di questa importante regione  del Pianeta”..

 

 

 

Due frammenti evocano con nostalgia il  piacere di camminare su un viale d’autunno sparso di foglie, ormai morte, come accade lungo i Champs Elysèes o Bois de Boulogne e evocate dal cantante Yves Montand.

Cadono le foglie morte e  cadono come i ricordi  nell’oblio.

 

Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,

Tu vois, je n’ai pas oublié

Les feuilles mortes se ramassent à la pelle

Les souvenirs et les regrets aussi.

 

Les feuilles mortes se ramessent à la pelle

Les souvenits et les regrets aussi,

Mais mon amour silencieux et fidèle

Sourit toujours et remercie la vie.

Le foglie, o meglio Les Feuilles Mortes, quelle che cadono qui, senza estetica e senza poesia, cadono  e basta, e  nessuno le porta via.

Luciano De Crescenzo, intellettuale e creativo di grande notorietà editoriale e televisiva, è scomparso all’età di Novanta anni, e a Napoli, (sabato 20 luglio 2019), si sono tenuti i funerali, nella sua città, che ha già decretato il lutto cittadino.
Ingegnere informatico della IBM, è stato soverchiato dalla sua vena creativa con interessi per la storia antica, la saggistica, la narrativa, argomenti che lo hanno portato alla pubblicazione di libri e anche alla regia e alle partecipazioni in programmi televisivi.
Il suo approccio alla comunicazione, scrittura e televisione, era caratterizzato da una sottile chiave umoristica, apprezzata e caratterizzante, da crearne un personaggio.
Ad Agrigento, nella Valle dei Templi, i visitatori, turisti e viaggiatori, che hanno visitato le Stoai, dove si svolgeva un intrattenimento teatrale a carattere storico, una commedia con musiche: “Komodia, Akragas l’alba di una civiltà”, hanno conosciuto, in video, Luciano De Crescenzo nel prologo di apertura, in scena tra Diodoro Siculo, Timareta, Antistene e Gellia.
Le Stoai è stata una pregevole iniziativa della Camera di Commercio di Agrigento a favore del turismo culturale, per rappresentare l’arte e le tradizioni della cultura classica di Akragas. Il suo ideatore e autore è stato l’Avv. Franco Capitano, Segretario Generale della stessa Camera.

Chiediamo a Franco Capitano: Come è stato l’incontro con Luciano De Crescenzo.
“Molto cordiale, e quando gli spiegai che avrebbe dovuto leggere il prologo ad un’opera teatrale sulla storia classica di Akragas, mi ha chiesto se – questa cosa la devo fare in costume greco? – Non era necessario, ma capii subito che aveva accettato. Apprezzai molto la sua semplicità e disponibilità, ero commosso e fu una vera gioia per me”.
Come e dove avete realizzato il video?
“In uno studio televisivo e fu ancora un’emozione sentire le mie parole con la voce di Luciano De Crescenzo. Riuscì bene il video per lo spettacolo delle Stoai, riuscì bene l’interazione virtuale tra lui, in video, e gli attori reali in scena. Ci furono cinquecento repliche nell’arco di diversi anni.
Il mio ricordo è quello di una persona cordiale, colta e di grande disponibilità”.