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di  Toto  Cacciato

 

Un saggio di storia narrato in modo esemplare, un volume ricco d’immagini d’epoca.  I Savoia regnanti  nel Novecento tra due guerre,  il Ventennio fascista, e  fine della loro dinastia sabauda.

 La storia dei Savoia è la nostra storia, vissuta, goduta e sofferta, la storia della nostra nazione, l’Italia.  

Il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, salito al trono nel 1900, regnò per 46 anni, e infine un triste epilogo, la fine della dinastia sabauda con l’esilio dell’ultimo re Umberto II.

Ma il Re del Novecento  è rimasto a lungo impresso nella memoria degli italiani, molti lo amarono, la sua immagine la tenevano in casa, il suo profilo nella moneta.

Vittorio Emanuele III  appariva chiuso ed ermetico,  si supponeva uomo di poche parole,  con   lo sguardo rivolto in alto, a causa della sua bassa statura, superato spesso da generali e da  dignitari di corte.           

Non possiamo non ricordare  Vittorio Emanuele III “Re soldato” nella prima guerra mondiale; triste impresa della quale ne abbiamo avuto sempre dolorosa memoria.

Nei nostri territori, fra i monti, in contrade nascoste, vi è sempre un cippo, arredato con fiori in un amorevole giardinetto,  con i nomi di alcuni di quei 378 mila soldati uccisi  nei campi di battaglia: Caporetto, Carso, Monte Nero, Monte San Michele e altri..   

Un capitolo del saggio è dedicato alla Regina  di Casa Savoia, Elena del Montenegro, sposata da Vittorio Emanuele III nel 1896. Umile e discreta, lontana da questioni politiche – così la descrive Rosario  D’Ottavio – “ si impegnò in molte iniziative caritatevoli e assistenziali”, donò il suo anello per  “Oro alla Patria”, nel 1935.

Un capitolo, anch’esso interessante, è dedicato a Umberto II, “il Re di maggio”, che regnò, tra eventi eccezionali e di rilievo storico,  pochi giorni di maggio e pochi di giugno del 1946. Il 18 partì per l’esilio a Cascais, Portogallo. (Per il referendum Monarchia-Repubblica del 2 Giugno 1946, Agrigento scelse a maggioranza la monarchia, era ancora presente il mito del Re nel ricordo e nell’animo popolare).

Rosario D’Ottavio offre al lettore, con parole, sicure  ed efficaci, l’immagine del personaggio: ”Era di certo bellino, bruno, alto, con sguardi romantici; purtroppo per lui, in un Paese dove veniva esaltata nell’uomo soprattutto la virilità…”.

Un capitolo, l’ultimo, è dedicato a alla principessa Mafalda di Savoia, secondogenita, (1902), di Vittorio Emanuele III.

Una vicenda triste, tristissima, tragica la sorte alla quale andò incontro la Principessa Mafalda,  tra le sorti funeste dei Savoia regnanti.

  La presento al lettore con le parole dell’Autore, eccole: “… quella di Mafalda di  Savoia non va intesa come una normale biografia, cioè un racconto organico ed esaustivo di una vita, ma soltanto come un piccolo brandello di vita da lei vissuta in funzione della sua morte, e cioè quello che va dal 28 agosto 1943, giorno in cui mosse il suo primo passo sulla strada di Buchenwald, al 28 agosto 1944, giorno in cui morì”.

E ancora,  ”… nel dramma della seconda guerra mondiale,  Casa Savoia fu di certo un tutt’uno con le famiglie italiane, anche nella sofferenza e nel lutto”.

Il libro è corredato di ben quattro prefazioni, e una postfazione che al suggerimento alla lettura  aggiungono  altri rapidi  flash alle molte vicende di quella  triste metà del Novecento.

 Dott. Salvatore Cardinale

 “… i maschi del Casato, e in particolare i due ultimi regnanti, generalmente non sono circondati da pari o, comunque, da adeguata considerazione da parte degli storici che addebitano ad essi l’assenza di una coscienza di ruolo, una inidoneità mai corretta  a prendere decisioni coraggiose ma necessarie, una supina acquiescenza al fascismo e una ingiustificata incapacità a dissentire efficacemente dalle scelte scellerate adottate dal regime mussoliniano”.  

 Prof.ssa Gabriella Portalone

 “Se un merito ebbe Umberto, il malinconico e debole Re di Maggio, fu quello di aver coraggiosamente deciso di partire per  l’esilio, abbandonando la partita prima ancora che venissero ufficialmente proclamati i risultati del referendum, per evitare l’ennesimo scontro fratricida fra gli italiani”.

 Prof. Angelo Amato – Prof.ssa Pina Rizzo

“Mafalda di Savoia, ultimo (non per importanza) personaggio raccontato nel libro, meriterebbe, invece, rappresenta, a nostro parere, la figura che meriterebbe una trattazione a parte, forse un’intera opera, perché in lei si incarna il corso del destino umano vario e mutevole, che alterna grandezza e miseria, gioie e dolori, dove la morte, alla  fine, stende il suo velo pietoso catartico e di liberazione dalle atroci sofferenze”. 

 Dott.ssa Carola De Paoli

“Il  giudizio della storia  sulla figura di questo sovrano è spietato, senza appello: investito sicuramente di responsabilità superiori alle sue forze. Re Vittorio Emanuele III fu censurato, criticato ed additato  come il principale responsabile della caduta della monarchia”.

 Avv. Giovanni Tesé

“Fra tutti indubbiamente il più esposto fu Vittorio Emanuele III di Savoia, che durante il suo lunghissimo regno, di quasi quarantasei anni, con le sue scelte , le sue complicità, le sue ambizioni, i suoi errori e le non poche responsabilità, secondo la gran parte degli studiosi, influenzò  sicuramente il corso della storia del ventesimo secolo”.                                                             

Di Toto Cacciato

L’Oratorio dei Salesiani era sistemato e composto in un palazzone posto in alto tra casette e viuzze dell’antica nostra città; un edificio, forse di origine borbonica, o forse di un più antico monastero. All’interno, a memoria di un antico chiostro, uno spazio fra quattro facciate, lastricato  a disegni con pietre di lava e pietre di mare, giusto lo spazio per giocare a palla.

Nei giorni di festa per gli oratoriani quel quadrato  era il campo di calcio, con le traverse delle due porte sistemate negli angoli opposti, era l’arena di eccezionali dispute intorno ad un pallone.

La costruzione dell’edificio a due piani aveva un’infilata di finestre all’esterno, aule e lunghi corridoi all’interno, altre sale di riunione e in fondo quelle del prefetto.

I Salesiani, così da tutti indicato, era un convitto con alunni di Scuola media, ma era anche frequentato dai ragazzi del quartiere, dove un torneo di calcio appassionava molto gli adolescenti.

Quel quadrato di pietra era l’arena di gloriose vittorie e di cocenti sconfitte; correvano i primi anni Cinquanta, il calcio era l’unica risorsa sportiva e agonistica per i ragazzi di allora.

L’attività oratoriana era molto festosa, animata da sentimenti di competizione  e di amicizia; a termine del meriggio sportivo i convittori ripercorrevano i lunghi corridoi e ritornavano alle loro carte.

Partite favolose, con le regole orecchiate dall’inglese dei fondatori del gioco del calcio, termini come fut-bal, e poi penarty, enzi, fully, off-said, corner, ecc. (Mister era ancora da divenire).

Le aree del campo erano segnate a  gesso, l’abbigliamento dei calciatori era spontaneo e approssimativo; pericolose erano le scarpe adattate al gioco, quasi scarponi, e a protezione delle gambe i parastinchi e spessi calzettoni.

Il pallone era a losanghe di cuoio, pesante, e con una vistosa cucitura a protezione del beccuccio della camera d’aria che conteneva all’interno. Arbitro, a volte, un prete, per definizione giusto e irremovibile.

Quando arbitrava Don Blandino esplodeva in campo un particolare furore agonistico, una gara di abilità calcistiche che spesso  includevano: mischia, baruffa e zuffa.

Don Blandino, di origine, forse, altoatesina, quasi due metri, rosso di capelli, energico, dirigeva con pochi gesti e pochi fischi.

Scioglieva le zuffe con le sue grandi mani, e nel caso ce n’erano per tutti.

I ragazzini giocavano con in testa, e a memoria, i nomi del Grande Torino: Bacigalupo, Ballarin,Maroso…Menti, Rigamonti…Castigliano Grezar…Mazzola, Loik…

Era, anche, gratificante e motivante pensare che grandi campioni come Rivera, Trapattoni e altri avevano iniziato giocando all’oratorio e che  furono poi  campioni del calcio italiano, vincendo coppe e scudetti, fino alla Nazionale e ai Mondiali di Calcio.

Gli adolescenti, calciatori dell’oratorio, gli scudetti e le coppe le hanno vinte nella vita reale e nelle loro carriere professionali, ma sono rimasti sempre tifosi del calcio, dei simboli e colori  delle squadre più significative del calcio italiano.

Ricordano le gesta dell’oratorio e le rivedono come in sogno, e ricordano, anche, la magia di quel 4 – 3 : Rivera alza i pugni al cielo e si abbandona all’abbraccio di Riva.

Alle ore 7.00 la TV, di questo nostro  10 dicembre, fa vedere un frammento di video nel  quale come prima notizia mostra un gol di Paolo Rossi; Rossi segna un gol tra Zico e Falcao. Abbiamo capito, in quel flash di Italia-Brasile c’è qualcosa di tragico. C’è una brutta notizia nell’aria, triste tristissima che nessuno  l’aspettava. E’ scomparso Paolo Rossi.

Ricordo Paolo Rossi per le vie della città, Vicenza, città elegante, piccola e raccolta, quieta e silenziosa,  ma  grande frastuono di voci, d’attesa e di vittoria esplodevano la domenica pomeriggio, allo Stadio Menti, (erano gli anni di fine Settanta), dove il Lanerossi Vicenza  vinceva e scalava la classifica della serie A, e molti gol li segnava Paolo Rossi.

Il Vicenza, quasi in vetta alla classifica, “squadra di provincia”, titolava la stampa sportiva, teneva testa alle squadre metropolitane come Milan, Inter, Roma, Napoli, Juventus, ecc.

Paolo Rossi era apprezzato da tutti, ammirato da tutta la città sportiva, ed  era un idolo per i ragazzi perché si presentava giovanissimo, mite e sorridente. Pareva un ragazzo della curva Sud, sceso in campo per giocare a palla.

In campo, smilzo e leggero, era ancora un giovinetto dalla forza atletica in formazione; nell’agone della  disputa “sotto porta” coglieva l’attimo favorevole e con  il suo guizzo, rapido e arguto, calciava la palla in rete, a sorpresa, e mettendo  tutti a tacere. Gridavano e saltavano di gioiai invece i ragazzi della curva Sud  del mitico Stadio Menti, mentre il fischio dell’arbitro sanciva “palla al centro”.

Successivamente, gli anni trascorsi nei campionati con la Juve e le presenze in Nazionale, confermarono le qualità sportive e umane  di un grande campione.

Anni felici,  indimenticabili,  di grande entusiasmo, furono quelli vicentini; di grandi risultati professionali quelli nella Juve.

Le pagine più gloriose, intensamente vissute da tutti gli sportivi italiani furono quelle giocate  con la squadra  degli Azzurri della Nazionale Italiana.

Oggi il rimpianto per la scomparsa di Paolo Rossi è sentito da tutta la Nazione.

Opere di pittura e  disegni, sono in mostra al Centro San Gaetano fimo all’11 Aprile 2021. Tra le opere i ritratti “Il postino Raulin”, “Il signor Giinoux”, “L’Arlesiana”.

 Il pittore olandese Vincent van Gogh è nato nel 1853  a Goot  Zunder,  un piccolo paese del Brabande,  ebbe una vita intensa e piena di vicissitudini, carico com’era  di un grande e sofferto talento artistico

Diede alla storia dell’arte un’originale e complessa  figurazione, un’immagine forte e pregnante di energiche soluzioni segniche e cromatiche.

Ebbe, anche, tanto fervore negli studi di teologia, fino alla vocazione di voler essere un predicatore.  Solo nel 1880, dopo un’esistenza difficile e un  profondo esame di coscienza, decise di dedicarsi definitivamente alla pittura, e con essa parlare al mondo.

Ha sempre vicino il fratello Teo, che lo sostiene nelle sue vicende e scelte sociali e artistiche, aiutandolo anche economicamente.

La pittura che esprime van Gogh non  è una riproduzione del reale, di ciò che vede nella natura e nelle sue molteplici forme. Dal reale cerca di evadere, e da visionario cerca la sua immagine, che appare come lui la sente, sofferta, sfuggente, inquietante, al punto da turbare la sua serenità.

Il sole in cielo è un cerchio infuocato, gira come una ruota di carro, , gli ulivi come braccia contorte, attorte, i cipressi sono fiamme appuntite verso il cielo, le stelle  grandi e roteanti. Dopo anni di studi e incertezze e con sentimenti contrapposi giunge ai migliori risultati, e con sofferenza esistenziale scopre il valore del suo lavoro.

Il disegno e la pittura, sono gli elementi del suo messaggio rivolto alla natura e alla fratellanza umana. Testimonia il lavoro e la fatica di vivere, sente il conforto della  preghiera. La sua immagine esemplare e quella di Millet.

Un mondo di immagini si susseguono con rapidità: luoghi, volti,  fiori, barche arenate, campi di grano, architetture di case e di chiese.

Fantastico e inquietante un  generico “Caffe di notte”; si attardano gli avventori, la strada già quasi deserta riflette un cielo carico di stelle, grandi e lontane, fulgide e roteanti, fissate nel cielo della  notte silente.

Ora un’opera molto significativa, il luogo intimo dove raccoglie le sue poche cose e i suoi  molteplici pensieri, la “Camera da letto ad Arles”.

Un letto che identifica pienamente il luogo, un letto come un trono, duro e massiccio, pochi vestiti, parecchi quadri, due sedie forti, impagliate, anch’esse dure, come tagliate con l’accetta. In tutto l’arredo nessuna eleganza, niente di superfluo, inutile, gli elementi dell’arredo si dichiarano subito per quelli che sono; la luce è forte ed è per tutto ciò che appare, nessuna penombra per esaltare il rilievo. La stanza praticamente appare vuota, ma è piena della sua presenza spirituale,  dei suoi fiati disperati, dal baluginio dei suoi riflessi rossi, dei suoi pensieri, della sua anima che vuole essere tragica, e che tragica sarà, Vincent.

Era l’8 dicembre 1980

Con la fine degli anni Settanta si chiudeva un’epoca, anche dal punto di vista musicale.

Ai gruppi musicali hippie si sostituivano, e prendevano la scena, i gruppi yuppie. Purtroppo il passaggio di armonie musicali e di costume sociale è stato sancito con un tragico evento: assassinato John Lennon con quattro colpi di pistola esplosi da un suo fan, a Lennon sconosciuto, che chiedeva un autografo su un disco dei Beatles.

Lennon rientrava a casa, al Dakota Building, n°1 di West 72nd. New York,  un luogo, ormai, noto e visitato da migliaia di fan, dopo un pomeriggio trascorso in sala di registrazione.

Colpito alle spalle e trasportato all’Ospedale Roosevelt, N.Y. mori lo stesso giorno alle 23,15.

La veglia funebre fu organizzata nel vicino Central Park, parteciparono duecentomila persone per onorare la memoria di John. Chiesti, da Yoko Ono,  dieci minuti di silenzio assoluto, al decimo minuto scoccarono le note di “Imagine there’s no heaven, it’s  easy  if  you  try…”.

In queste giornate di commemorazione, ogni sera nel parco, in tanti cantano “Imagine”, come è scritto sul mosaico circolare che lo ricorda.

Passata la prima ondata di contagi, si ritorna a fare i conti con numeri che  fanno paura;  la seconda ondata già si impone in risalita.

Facciamo in modo che un comportamento collettivo, sociale e responsabile, faccia abbassare la gobba dell’onda e liberi la spuma al vento, e che non sia capricciosa, perché abbiamo tante cose da fare: l’economia, la scuola, i trasporti, il commercio, la cultura, l’arte, il teatro, lo sport, la serenità e la libertà di tutti.

Vi è stata anche l’immagine di un’altra un’onda, veniva da lontano, dall’Oriente, ci ricordava eventi e sentimenti di quel tempo trascorso.

Ora, purtroppo, l’onda  naviga in era di globalizzazione, e non prende in considerazione nessun confine.

All’inizio degli anni Cinquanta, ma già dall’immediato  dopoguerra, l’americana  fabbrica di sogni, Hollywood, spediva a pieno carico tutta la sua cinematografia che in Italia, come in Europa, non era stata  vista a causa degli eventi bellici.

Ad Agrigento giungevano a ritmo serrato quei meravigliosi film a colori che narravano della sfavillante e opulenta, (per noi molto opulenta), società americana. Nelle fresche serate d’estate, i favolosi film americani si godevano al Cinema estivo.

Da una traversa di via Atenea, tra il palazzo con la balconata del ristorante “da Giugiù”,  e il palazzetto gotico dell’Orologio, una rapida discesa  conduceva proprio di fronte ad una piccola nicchia dove vi era il botteghino del Cinema estivo. Attraversato l’ingresso,  scale bianche e sinuose portavano alla platea, che vasta e compatta di sedili in ferro e a listelli in legno, era allineata davanti ad un grande  schermo bianco.

Nella luce incerta di  prima sera partivano le immagini fortemente cromatiche che, nel vortice delle sigle musicali, avviavano le vicende del film in programmazione.  Scorrevano le immagini della società americana, le città dai grattacieli alti, altissimi, le strade larghe, le auto lunghe dalle preziose finiture cromate; narravano l’America, che era il sogno del dopoguerra,  un’America tutta cinematografica, da sogno appunto, alla quale destinare  tutti i nostri desideri e tutto il nostro immaginario  fantastico.

Tutti volevamo sapere tutto di quella società, e tutto era bello e gradevole: i personaggi agili ed eleganti, con i cappelli a falde larghe di James

Stewart e Cary Grant, i vestiti di seta di Haddy Lamar e quelli leggeri come una nuvola di Ginger Rogers danzante con Fred Astaire in smoking bianco o nero.

E’ passato anche sugli schermi del Cinema Estivo, alternandosi con la cinematografia americana, il nuovo  cinema italiano del dopoguerra,  il  neorealismo, scarno ed essenziale, di Zavattini  e De Sica.

Ma torniamo al  Cinema estivo, è uno dei più bei ricordi della città degli anni Cinquanta. Poi è  scomparso per fare posto ad uno dei palazzoni di cinta all’antico Centro storico.

La  scomparsa del Cinema estivo è stata una ferita  nel cuore della città perché è mancato, con la sua aerea platea, con la sua attività culturale e ricreativa, un apporto alla formazione e alla visione  del mondo contemporaneo.

E’ stato anche un luogo di bellezza, di fantasia e di sogno, era una terrazza distesa  nella frescura della sera estiva appena  rischiarata, a tratti, da quel singolare chiaroscuro  baluginante della pellicola che ronzava nel proiettore rumoroso come una trebbiatrice.

Luogo di bellezza immaginativa, dinamica,  ricco di   quel fascino e di mistero  dato dal  fantastico sortilegio virtuale che è il cinema, e che svanisce  di colpo, al termine  del racconto cinematografico, con la parola FINE, e a volte THE END.

Nelle  sale del Convento del Carmine, Pinacoteca di Marsala,  la rassegna di opere dedicate agli artisti di “Forma 1”, quel gruppo che ha elaborato soluzioni grafiche, compositive e coloristiche al di fuori dalla figura  e dal verosimile, per affrontare le tematiche della pittura astratta da manifestare in Italia fin dal primo dopoguerra.

Chiudevano, quegli artisti, con la figurazione particolareggiata e celebrativa, e con ciò che pareva vero.

Fra gli artisti di “Forma 1” furono in primo piano i siciliani Accardi, Sanfilippo, Maugeri, Attardi, Consagra. Altri furono Dorazio, Perilli, Turcato.

Le opere, splendide cromaticamente, assumono valori artistici, culturali e storici.

La mostra di Marsala rimarrà allestita fino al Gennaio 2021.

La rassegna, I Colori del Caos presenta opere di pittura di media grandezza; le espressioni del fantastico e del figurativo sono interpretate con energiche scelte cromatiche, dove si impongono, tra le altre espressioni cromatiche, i vortici dal bianco al blu,  il  verde del paesaggio, il rosso intenso, scenario di  una figurazione espressiva e definita. Poi altri  ancora, immagini complete risolte nel segno, nel colore e nella forma, tutte significative nei valori dell’immagine pittorica.

Gli artisti sono stati scelti, riuniti e organizzati,  dal Direttore Artistico Franco Anastasi che già, nell’immagine d’insieme della rassegna, offre  un favorevole e immediato impatto visivo.

Nella rassegna una spazio all’editoria, sono infatti allineati i pregevoli volumi dedicati al Gioco del Calcio e in particolare alle immagini e ai risultati dell’Akragas Società Sportiva, nel corso dei gloriosi e favolosi eventi degli Settanta e Ottanta.

L’autore, ideatore, anche di invenzioni grafiche, è Basilio Borgo, storico del calcio. I volumi Akragas Bianco e Nero ospitano, di volta in volta una squadra di Seri A, blasonata e ricca di coppe e medaglia: Inter, Milan, Juve, Roma, Napoli, ecc, nei cui racconti e articoli d’epoca ritroviamo le tensioni agonistiche che hanno caratterizzato quegli anni, e delle quali siamo stati partecipi.

Questa editoriale è una nuova iniziativa che completa  magnificamente, anche dal punto di vista cromatico, la rassegna del Caos, Parco Letterario “Luigi Pirandello” Agrigento.

Fino al 10 Ottobre 2020.

 

 

Nella rassegna di Leonardo Sciascia fotografo, le immagini sono inedite e recuperate da un rullino degli anni Cinquanta.

Nelle immagini aspetti della vita sociale della sua Racalmuto, i familiari, la moglie giovane, le figlie bambine.

 

Lo scrittore ha avuto un grande interesse per la fotografia e molte immagini hanno accompagnato la sua vita; resta  esemplare il suo saggio in apertura del libro  Feste religiose in Sicilia  di Scianna.

La mostra è allestita alla Fondazione Leonardo Sciascia  di Racalmuto, aperta al pubblico fino al 22 febbraio  2021.

Un singolare rassegna di oggetti vari al Castello Ventimiglia di  Castelbuono.

Una bella idea, anzi due. La prima: gli abitanti di Castelbuono (PA), hanno allestito, tutti insieme, una bella rassegna in mostra al Castello Ventimiglia che sta al centro della loro bella cittadina madonita.

La rassegna è allestita con quadri e oggetti vari,  preziosi e meno preziosi, fotografie d’epoca, e del proprio album di famiglia, con vestiti d’epoca, vari ricami, e ancora con mobili, vasi, ceramiche  e maioliche; il tutto appartenente ai cittadini “castelbuonesi” che hanno prestato ed esposto, per un corale ritrovo, ciò che custodiscono affettuosamente nelle proprie case, perché carichi di ricordi e di sentimenti. Visitando la rassegna molte sono le nuove scoperte e i nuovi ritrovamenti.

La mostra è allestita, come detto, al Castello Ventimiglia, e qui la seconda idea, ma di antica data.

I “castelbuonesi”  acquistarono, cento anni fa, il Castello Ventimiglia, che era stato posto all’asta. È un bel castello, di antica storia e di pregevoli architetture, è al centro della cittadina madonita ed  oggi è il Museo Civico.

NOTO ospita nelle sale del Convitto delle Arti, una pregevole rassegna di opere della Pittura siciliana del Novecento.

La mostra si presenta con oltre duecento opere, un arco temporale e artistico che va da Fausto Pirandello a Piero Guccione, e propone nell’itinerario opere di Ugo Attardi, Bruno Caruso , Casimiro Piccolo, Lia Pasqualina Noto, Pippo Rizzo, Emilio Greco, Pietro Consagra, Salvatore Fiume e tanti altri.

In questa rassegna è anche presente la celebre opera “Vucciria” di Renato Guttuso, che ritorna in Sicilia dopo essere stata esposta a Palazzo Montecitorio, Roma.   Fino al 30 ottobre 2020.