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Ciao Simona come stai?
Sono tempi duri, lo so.
Tempi duri per noi giornalisti che dobbiamo stare sempre sul pezzo senza però dimenticarci del codice deontologico e che dobbiamo ricordare di avere un solo padrone, il lettore al quale dobbiamo la verità ma anche la tutela dal danno che una notizia può provocare; tempi duri per noi mamme, che dobbiamo proteggere i nostri figli e spiegare loro cosa sta accadendo responsabilizzandoli ma senza allarmarli; tempi duri in cui dobbiamo avere tanta paura ma mostrarla con parsimonia, disperarci in silenzio e piangere da soli, continuare a dirci che “andrà tutto bene” e crederci fino in fondo. Perché se non ci crediamo fino in fondo, finiamo per morire ogni giorno un po’.
Io ti conosco, so come sei fatta, quanta forza metti in tutto quello che fai, sempre in equilibrio tra ottimismo e buonsenso e ti immagino mentre rispondi a tutti, provi a rassicurare tutti, mentre ti metti a disposizione di chi ha bisogno, come sempre, senza mai dimenticare che la vita è fatta di responsabilità dalle quali non possiamo assolutamente abdicare.
E siamo qui, a domandarci reciprocamente come stiamo e quel “come va?” che è sempre più difficile da chiedere senza temere la risposta. Che in questo momento di crisi, finalmente riusciamo ad ascoltare la risposta a quella domanda che non è più di rito, o un intercalare, ma una necessità, una necessità di sentirsi confortati da quel “sto bene, grazie”.
Che in questi giorni sembriamo tutti estranei, ma le persone che amiamo, le amiamo più forte che si può, e ci voleva un momento di crisi per capire fino in fondo quanto ci stanno a cuore alcune persone e nel sacrificio di star loro lontani, mostriamo tutto l’amore di cui siamo capaci.
Chissà da te come va, chissà se sarete più bravi degli altri a mettere da parte la superficialità e la disattenzione, mostrando dovere civico, responsabilità e amore per la vita.
Sembra tutto così surreale  … già lo so, ci scriverai su un libro! Sono sicura che ci stai già pensando e dentro ci saranno gli stati d’animo che – ne sono sicura – ancora non hai raccontato a nessuno.
Vorrei poterti guardare negli occhi, adesso, per scoprire che ci credi ancora. 
Vorrei poterti parlare per capire  come commenti le notizie che giungono all’improvviso mentre guardi un film. 
E poi vorrei sapere se i tuoi sogni sono rimasti intatti. Perché alla fine tu mi hai insegnato a tenerli stretti quei sogni, che le tempeste si dominano con lucidità e determinazione e che vince chi resiste. 
Resistere, per esistere. 
Da tempo ce lo dici, prima ancora di questa crisi. 
Questa crisi che mostra tutti i nostri lati deboli: la sanità che fa fatica a reggersi sulle proprie gambe, l’economia sempre più in ginocchio, ma disattenzione di chi non ha la percezione del pericolo, di questo pericolo invisibile che ci angoscia, ci fa tremare e ci fa sperare. 
Emmanuel Kant diceva che se hai qualcosa di buono da fare (niente ozio), qualcuno da amare (senza essere egoista) e qualcosa in cui sperare (discrete dosi di ottimismo) allora meriti di essere felice. 
Oggi la felicità risiede nell’amore per la vita, nel fare responsabilmente e nello sperare senza riserve. Oggi vorrei stringerti la mano, dirti che ti stimo, come sempre, darti tutto il supporto che serve e raccontarti di quella volta in cui fummo capaci di uscire da quella situazione così difficile io e te, di quando ce l’abbiamo fatta e poi abbiamo pianto di felicità.
Stammi bene, e come dici sempre tu, resistiamo.
Aspetto tue; e se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano.

 

Firmato
Simona Stammelluti 

 

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La notizia che si aspettava è giunta: a causa dell’emergenza da coronavirus che sta toccando anche la Sicilia, sono state rinviate al 14 giugno le elezioni amministrative, per il rinnovo dei consigli comunali, che erano in programma per il prossimo 24 maggio e l’eventuale ballottaggio avverrà il 28 giugno. L’eventuale ballottaggio avverrà il 28 giugno. A prendere la decisione è stato il Presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci, in accordo con l’assessore alle Autonimie locali Bernardette Grasso. Il provvedimento sarà ufficializzato nella prossima seduta della giunta regionale, prevista in settimana, alla presenza del presidente Musimeci che domani si sottoporrà al secondo tampone, dopo l’autoisolamento che è imposto per aver avuto contatti diretti con il segretario del PD, Nicola Zingaretti. 

 

I dischi più difficili da recensire sono quelli che quando arrivi in fondo, dopo il primo ascolto ripeti senza sosta “è bellissimo, è bellissimo, è bellissimo” e magari durante quel primo ascolto – al quale ne seguiranno tanti altri – ti sei anche commosso.

Ecco, questo disco è difficile da raccontare perché per me che faccio questo lavoro, si rende necessario trovare parole degne e accorate per dirvi i motivi che portano all’esclamazione”è bellissimo!”

Ormai sta diventando una moda quella di unire il jazz all’opera, alla lirica, alla musica classica. Diversi i tentativi, ma fino ad ora sull’olimpo c’è lei, solo lei, Cinzia Tedesco, che con questo disco “Mister Puccini in Jazz” ha dimostrato non solo di essere un’artista straordinaria, ma anche di avere le idee chiare sul “come si fa”.

L’artista entra magistralmente nel mondo di Giacomo Puccini, nelle arie più famose; lo fa con sentimento. Nessuna intenzione delle opere del grande maestro sono state snaturalizzate, anzi, al contrario, sono rimaste autentiche nel loro ecletticismo originario, ma con in aggiunta le modulazioni e gli arrangiamenti jazz che hanno reso gli 11 pezzi del disco un susseguirsi di temi trasbordanti di intensità e di armonia. Tutto il disco è infatti armonioso, impreziosito da assoli in cui è incastonata la bellezza della voce di Cinzia Tedesco che è voce tra le voci dell’orchestra, che diventa un tutt’uno di armonia meravigliosa, con un rispetto magico dei canoni dell’opera e delle storie raccontate. Una voce la sua, che scandisce benissimo le parole;  non v’è una sola parola che non si chiara, limpida, accattivante, rotonda, delicata e ben modulata, capace di lunghi respiri, e di percorrere tutte le note dalle più gravi a quelle acute ma senza mai perderne intonazione e corpo;  caratteristiche queste, di chi ha la piena padronanza del mezzo vocale. Cinzia Tedesco, una delle migliori voci del panorama jazzistico contemporaneo dimostra di avere una splendida estensione da soprano.

La Tedesco ha realizzato questo disco insieme a quelle che possono essere definite le punte di diamante del jazz mondiale: Stefano Sabatini al pianoforte ed Arrangiamenti, Luca Pirozzi al contrabasso, Pietro Iodice alla batteria, Pino Jodice  alla scrittura ed orchestrazioni archi (e che archi!) che ha curato anche l’esecuzione di “un bel dì vedremo”.

Al disco hanno anche partecipato come ospiti Javier Girotto al sax soprano, Antonello Salis alla fisarmonica, Flavio Boltro alla tromba e Stefano Di Battista al sax soprano. Due sassofonisti così diversi, che trovano il loro spazio nel disco, con la loro personalissima timbrica. I fiati nel disco fanno meraviglie. Ogni ospite ha il suo spazio ed il tempo per arricchire il progetto, per lasciare un segno, per far sì che il jazz sia un fiocco di raso rosso che impacchetta la bellezza dell’opera. Il progetto è nato anche grazie alla Puccini Festival Orchestra diretta magistralmente dal maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, vincitore dell’Oscar della lirica. Partner del disco è la Fondazione Puccini Festival di Torre del Lago. 

 Lescaut, Boheme, Madama Butterfly, le Villi, Tosca. Ci sono tutte le opere più belle di Giacomo Puccini in questo disco e con esse Sabatini ha fatto un ottimo lavoro di arrangiamento e tutte le parti di piano sono un ricamo sopraffino, nel quale perdersi.

E se con Verdi’s Mood, l’artista fece un salto nel buio, immergendosi nell’opera del grande Giuseppe Verdi, realizzando un lavoro degno di nota, riuscendo in quel crossover, superando i confini stilistici e le convenzioni, con Mister Puccini in Jazz, si conferma essere la regina di questo genere così difficile ma anche così accattivante. Cinzia Tedesco ci ha insegnato come si fa, come si fa a portare nell’opera accenni di bossa, di swing, di jazz modale mentre ogni suono trova il suo preciso posto, ogni strumento la sua condizione ideale, mentre quella sua voce soffia beltà.
Vorrei dirvi qual è il mio pezzo preferito dell’album ma non so come fare a scegliere. Posso però dirvi che alcuni pezzi li ho riascoltati più e più volte, perché mi hanno appagato e inebriato, per il tempo scelto, per come sono stati modulati, arrangiati e concepiti.
Pensavo prima di approcciare a questo disco che “E lucevan le stelle” sarebbe stato il pezzo sul quale sarei stata più critica, ed è stato invece uno di quelli al quale emotivamente mi sono arresa e che ho trovato magistrale. E poi ancora “Recondita Armonia” e quel “Coro Muto/Tonight“.
Vorrei che questo progetto fosse invitato in tutti i Festival Jazz estivi, in lungo e in largo nello stivale e che anche i giovani possano ascoltarlo.

Questo disco mi ha rapita, inebriata, sconvolta di piacere, fatto commuovere e mi ha raccontato di tutto il sentimento che c’è voluto per realizzarlo. Sì, è un disco d’amore. Perché con il solo talento  non sarebbe stato possibile. E tutto meraviglioso, potrei dire perfetto se non fosse che la perfezione non sempre si accorda con quelle sfumature e con quei dettagli che rendono un lavoro unico, magistrale, straordinario. Arrangiato benissimo, eseguito da Dio, penso che la musica classica abbia ricevuto un dono inestimabile attraverso la voce di Cinzia Tedesco per questo disco che, riascoltarlo, e apprezzarlo a pieno, diventa una necessità emotiva.

Simona Stammelluti 

Ogni giorno sempre la stessa domanda: “quanto durerà?” 
Mi sa che tocca mettersi comodi, perché l’epidemia in Italia, durerà ancora per mesi. Probabilmente la bella stagione aiuterà, nel frattempo si saprà sempre di più su questo virus, sarà messo a punto il vaccino e forse il prossimo anno, ad oggi, ne parleremo in termini di: “ma ti ricordi l’anno scorso in febbraio che caos?

Però fino ad allora, per favore, non trattateci e non trattiamoci come appestati.
Stamane leggevo sul sito della Farnesina tutti i paesi che non ci vogliono. Restrizioni assolute sull’ingresso degli italiani all’estero. Non ci vogliono da nessuna parte in lungo e in largo sul pianeta.

Dalla Germania al Madagascar;
Dall’Honduras al Kenia;
Dall’Algeria al Mozambico;
Dalla Libia al Venezuela;
E potrei continuare ancora.

Insomma, ci sono ancora dei posti dove non sono riusciti a debellare il morbillo, dove hanno la peste bubbonica e a noi ci trattano come appestati.

Sarà perché come ha detto qualcuno all’OMS: “il mondo non è pronto”?
Ecco, dopo aver letto tutto questo, stamane, mi assale lo sconforto; che non è paura, è sconforto. Perché se non siamo pronti a questo, allora davvero c’è qualcosa che ci sfugge.
E quel che ci sfugge, ci sfugge nel bel mezzo di un caos mediatico che dice tutto e il contrario di tutto. E a parte i numeri – quelli devono per forza essere certi, o almeno si spera – ognuno dice la sua, anche tra gli esperti in materia, e poi i giornali fanno il resto.

E allora a dirla in termine giornalistico, cerchiamo di capire quali debbono essere le parole chiave in tutta questa vicenda nella quale solo apparentemente siamo tutti impotenti. Perché se è vero che non possiamo avere un potere e un controllo sulla diffusione del virus, abbiamo sicuramente un potere sul buonsenso, che dovrebbe accompagnarci, e per noi giornalisti la parola d’ordine dovrebbe sempre essere la buona informazione. Si sa, la cattiva notizia ha più fascino della buona, si cavalca l’onda per far salire il numero di lettori, e la libertà di informazione fa il resto; e il resto spesso si tramuta in fake news e quelle sono inarrestabili in condizione come questa.

Il giornalismo in Italia ha provocato il panico, spesso. Nel resto dell’Europa i giornali hanno trattato l’argomento in maniera più morigerata. L’importanza dell’informazione, che deve essere fatta bene,  è il sintomo trainante del buonsenso.

La percezione di quello che accade arriva da come raccontiamo gli eventi.

Dobbiamo raccontare la realtà e non solo calcare i momenti di emergenza e siamo noi che spesso, con quello che diciamo e per come lo diciamo, pilotiamo le scelte e i comportamenti della collettività. 

E così la notizia delle morti sovrasta quella delle guarigioni, la durata della guarigione non fa gli stessi like dei giorni di quarantena,  e non sempre si spiega alla collettività che chi muore, spesso muore avendo anche il coronavirus ma non a causa di esso. 
Se la gente si precipita a svaligiare i supermercati è perché i giornali raccontano che quasi quasi moriremo tutti di coronavirus e non è così e forse questo lo si dovrebbe dire un po’ più forte e un po’ più spesso.

La vera emergenza è che alcune situazioni dal punto di vista economico in Italia sono al collasso e non si vede una via d’uscita. Precauzione sì. delirio da panico no. Concerti annullati ovunque, e così a perdere lavoro sono musicisti e i locali che li ospitano. La ristorazione perde in derrate deperibili da settimane, ormai. Chiusi cinema e teatri, film in uscita che non escono, allenamenti sportivi annullati. E il calo della spesa turistica? Migliaia le cancellazioni. Tutti i settori della vita economica ne risentiranno.

Eppure continuiamo a svaligiare i supermercati, e le tv estere mandano in onda le immagini dei supermercati italiani vuoti, anche nelle zone dove il virus non è arrivato e probabilmente non arriverà. Sembriamo investiti da un’ondata di ozio forzato anziché da un virus che si diffonde e che – a quanto sembra – solo in rarissimi casi degenera fino alla morte.

L’ozio uccide invece, altro che.

E allora se avete paura e non uscite più, almeno riorganizzate il vostro tempo. Prendete in mano un libro, guardate film che non avete visto per mancanza di tempo, ma lasciate stare i supermercati.
L’invito è dunque al buonsenso, non solo al lavarsi le mani spesso e bene, cosa che si dovrebbe fare a prescindere dalla situazione attuale.
L’invito è a difendersi con il buonsenso, non emarginando o rinunciando a mangiare la pizza nei luoghi dove non esiste l’emergenza.
L’invito è a leggere i giornali, sì, perché l’informazione è importante e il ruolo dell’informazione è quella di servire il cittadino, ma soffermatevi sui titoli che vi spiegano, non che vi allarmano.

Perché un titolo come quello di Libero, il giornale di Feltri che titolava: “prove tecniche di strage“, è un caso di sciacallaggio, come quelli che vendono l’amuchina a prezzi esorbitanti o mascherine che non servono se non sei malato, se non hai nessuno intorno a te perché il virus non fluttua nell’aria.
E allora isoliamo tutto ciò che è privo di buonsenso, di logica e di bontà intellettuale. 
Diamoci una mano reciprocamente, senza paura di contagio.
Contagiamoci di buonsenso, utilizziamo le dovute precauzioni senza allarmarci oltre il dovuto e prepariamoci ad una crisi vera, quella che ci vedrà fra quale tempo a dover rimettere a posto un po’ di cose, mentre ci domanderemo come abbiamo fatto a non accorgercene prima.

Simona Stammelluti 

 

Erano da poco passate le 17 quando questo pomeriggio il cosentino è stato investito da una violenta scossa di terremoto, di magnitudo 4.8 avvenuto a circa 10 km di profondità;  al momento la scossa sembra aver causato pochi e lievi danni solo nel centro storico del paese di Rende, in provincia di Cosenza, epicentro della scossa sismica.
E’ venuto giù qualche cornicione, ma gli accertamenti degli eventuali danni proseguiranno anche nelle prossime ore, ad opera dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e della Polizia Municipale,  sperando che la terra non tremi ancora questa notte.

Tutti in strada dopo la scossa che è durata oltre 7 secondi e che ha terrorizzato le popolazioni di Rende, Cosenza e paesi limitrofi come Montalto Uffugo, dove chi era all’aperto ha sentito tremare la terra sotto i piedi e ha visto muoversi pali della luce e segnali stradali come se fossero di cera.

Nelle abitazioni sono venuti giù suppellettili dai mobili che hanno ondeggiato violentemente come se fossero privi di peso.

Notizia in fase di aggiornamento

ore 19:55 Vertice Prefettura Protezione Civile appena terminato 
Danni alla chiesa madre di Rende (Cs) e un ferito a Castiglione Cosentino, una donna che era in chies  a pregare.

Simona Stammelluti

 

Massimiliano Conteddu, si è spento oggi dopo un lungo periodo di malattia.
Oggi sui social, oltre 50 mila follower lo piangono, lo ricordano, gli dedicano un pensiero.
Ha lasciato tutti sgomenti la notizia della sua morte, mentre attendavano sue notizie da quell’ultimo post dell’8 febbraio scorso che recitava: ” tenete in tasca un po’ di sole. Ne avrete bisogno quando sarà buio nella vostra vita”. Eppure lui quel buio maledetto nel quale il tumore ha provato a rinchiuderlo lo ha combattuto fino alla fine.

Lui, Max che ha insegnato a tutti dalle sue pagine social, l’amore per la vita, ha insegnato ad essere tenaci, forti, ha insegnato a non mollare, malgrado tutto.Ha raccontato con coraggio e dignità il suo male, che lo aveva profondamente cambiato nel corpo, ma non nel cuore. Un cuore colmo di amore e lui di quell’amore si è servito per lottare, fino alla fine, nonostante tutto.

Oggi l’hashtag #ciaoMax riempie le timeline. Ognuno lo ricorda a proprio modo, in molti hanno cambiato la loro foto di profilo con una immagine nera assoluta: “Max oggi siamo in lutto” – scrivono in tanti, ed in tanti lo hanno amato, lo hanno considerato come un amico di sempre, perché lui non si è mai nascosto, non si è mai negato, è rimasto, con a fianco i suoi cari, la sua fidanzata con cui spesso, ultimamente faceva selfie a testimonianza di come l’amore potesse essere la migliore medicina possibile.

Negli ospedali ci vorrebbe il reparto Amore” – scriveva Massimiliano verso la fine di gennaio, quando era stato costretto a ricoverarsi nuovamente per una sopraggiunta complicazione respiratoria.  E da quel letto di ospedale incoraggiava tutti. “fate, dite, scrivete cose belle. Ne abbiamo tutti bisogno”.

3o.768 tweet, che Max ha dispensato senza essere mai divo: “la pace non la trovi dietro l’angolo; devi scavare a mani nude“. Lucido, lucidissimo Massimiliano che sembrava un supereroe per tutti quelli che ogni giorno per mesi si sono affacciati ai suoi profili per sapere come stesse, sperando, tutti insieme che potesse vincere lui.
Doveva vincere lui.
Doveva.
Ma quel male è stato più forte, è stato invincibile. Ma di Max rimarranno gli insegnamenti, la forza che trasmigrava da lui al resto del mondo, come se fosse capace davvero di convincerti che: “Se ti abbatti al primo ostacolo, se non hai la forza per resistere ai pugni che la vita ti da, se non avete le palle, ma dove vuoi andare? ho imparato sulla mia pelle, per andare avanti bisogna resistere“. Diceva questo in un video del 2018 quando ancora era al massimo del suo splendore il giovane sardo, che oggi lascia un vuoto nella vita di molti.

Sorrideva Massimiliano, anche da sotto la mascherina che lo aiutava a respirare: “sorriso dopo sorriso si costruisce il coraggio“.

Quasi non volevamo crederci oggi, quando abbiamo appreso la notizia.
Abbiamo fatto il tifo per te; era bello leggerti, era bello essere tuoi amici e da oggi ci mancherai.

Ciao Max,
non ti dimenticherò.

 

Simona Stammelluti 

 

Il binomio Musica-Dono sembra facile, semplice, abbordabile; ma in realtà non lo è. Non lo è nella musica in generale, figuriamoci nel jazz, in quello spazio sonoro dove tra “fatto bene” e “fatto male” spesso non ci sono abissi, ma sfumature che possono rendere un nuovo progetto bellissimo, mediocre, oppure non convincente.

E qui a scanso di equivoci  lo dico subito, che questo disco è molto convincente.

Lo scopro dopo, perché si chiama “Il Dono” il nuovo disco del pianista Fausto Ferraiuolo realizzato in trio con Aldo Vigorito al contrabbasso e la collaborazione straordinaria di Jeff Ballard alla batteria. Sì lo scopro dopo che per Ferraioulo lo scambio di energie, di idee, di empatia sono un dono, “un dare e un ricevere” che richiedere dedizione e gratitudine.

Ma questo disco è un “dono” nel vero senso della parola; è un disco che andrebbe regalato non solo a chi ama il jazz ma anche a chi non lo conosce così bene e ha bisogno di capirci qualcosa in più. Perché Ferraiuolo ha pensato e poi realizzato un lavoro discografico di facile fruizione (il che a mio avviso è un grande pregio)  ma con delle caratteristiche musicali raffinate, fluide, che innescano grande capacità comunicativa, dentro uno spazio sonoro nel quale si incontrano, con gratitudine, le esperienze di ognuno con l’intenzione – assolutamente ben riuscita – di condurre l’ascoltatore in un piacevolissimo labirinto nel quale cambiano gli orizzonti armonici, cambia il tempo, ma non si smarrisce mai il desiderio di attardarsi ancora un po’ dentro quei brani che il pianista rende accoglienti, accattivanti, quieti e inquieti all’accorrenza.

Lo dico prima ancora di adentrarmi nel racconto di questo disco: l’ho ascoltato più volte e più lo ascoltavo più mi piaceva. E la cosa che mi è accaduta con “Il dono” – che non così spesso mi accade –  è che alcuni brani mi sono rimasti impigliati nella memoria, come se possedessero la capacità di incantare.

Mi diverto sempre a cercare di capire perché mai i jazzisti diano quei determinati nomi alle loro composizioni originali. Cosa scatta nella loro mente mentre percorrono note, creando suggestione e provocando spesso empatia verso una scala, una sincope, un particolare mood?

11 brani nel nuovo disco di Ferraiuolo,  che ha scelto due fuoriclasse come compagni di viaggio. Jeff Ballard batterista statunitense che in molti ricordiamo per le collaborazioni con Brad  Mehldau, Avishai Coen, Larry Grenadier, e Aldo Vigorito, italianissimo contrabbassista partenopeo che si fa prima a dire con chi non ha lavorato musicalmente. Insomma un trio di grande caratura che da vita a un dialogo ben strutturato, nel quale ogni strumento sa essere protagonista e cornice, audace e discreto all’occorrenza e il tutto avviene dentro un interplay degno di nota.

Quasi tutti i brani sono scritti da Fausto Ferraiuolo, e quelli scritti a sei mani li ho trovati di grande gusto. “O impro mio”, traccia numero 4, musicalmente è geniale perché prende in prestito il giro semplice di “o sole mio” e vi costruisce tutt’intorno un’atmosfera trasbrordante di improvvisazione e di note che si incamminano ostinate lungo una ritmica che tiene il tema in sospeso tra la batteria e il contrabbasso, che sostengono il cambio di tempo fin dentro un accenno di strofa nella quale le note sono amabilmente imperfette, ma credibili e capaci di restare poi sospese.

In “Septembre”, dentro questo titolo francese c’è tutta l’atmosfera di una sera che scende lenta, che mette in pace il cuore, che si adagia tra il bordo del rullante di Ballard e quei piatti che suonano in controtempo alle note di quel piano che sa dove andare a posare l’armonia, leggera e placida, mentre il contrabbasso svisa e spadroneggia, mentre incede il dialogo con il pianoforte che detta la lirica tra scale e accordi ammiccanti.

C’è un po’ di  tragédie lyrique nella traccia 7 “C’est tout“. E’ tutto. E’ tutto compiuto, è tutto racchiuso in un cerchio ostinato in cui danzano note.

Ho amato molto “Astavo Blues“; un eccellente Ferraiuolo, in un pezzo che non è blues ma uno swing appassionato e accattivante. Il contrabbasso scivola tra le note del tema e le rullate di Ballard che sa essere vigoroso e leggero nello stesso tempo. Uno scambio stupendo tra i tre strumenti che si cercano, si scavalcano quel tanto che basta per imporre il senso di un pezzo che si insinua piano con un reef adorabile.

Baires” è un’esplosione di colori, un po’carioca, latino quanto basta per essere accattivante, appagante. E’ un placido vagheggio, un suono agrodolce. Il pianista coinvolge, veleggia sulla tastiera e detta il tempo perfettamente eseguito da Vigorito e Ballard.

Sulle note di “Even the Score” ci si può anche innamorare. Ho amato Vigorito in questo pezzo, con quel suo tocco raffinato, preciso e sapiente. Il piano suona, sale scale, soffermandosi su alcune note che diventano poi ostinate, velocissime, ardite e che trascinano il trio in un dialogo impeccabile.

E’ ultimo nel disco “Somebody loves me” di Gershwin. Non è messo lì a caso quel pezzo. E’ un chiudere il cerchio, è un dono, un inchino a ciò che il jazz da sempre è. Un ricamo che improvvisi su un tessuto musicale, mentre scivoli tra idee e sonorità, tra note in levare e spazi ritmici che vivono di genialità e di momenti in cui si è protagonisti indiscussi. Il pezzo lo riconosci subito. Ferraiuolo ha le idee chiare su come realizzarlo, su come suonarlo. Lo fa a modo suo, evocando immagini, epoche e personaggi.

E’ un disco accurato, intenso, ben realizzato, che mette in evidenza non solo la bravura dei tre musicisti ma che racconta come si possa procedere dentro un progetto in maniera vigorosa, attraente senza mai perdere di vista il senso, quello che conduce l’ascoltatore a trovare un pizzico di intimità come quella che si consuma in maniera affascinante, in questo bel trio.

Simona Stammelluti 

 

 

 

Roberto Herlitzka sarà in scena al Teatro Basilica dal 25 febbraio all’8 marzoin prima nazionale assoluta con lo spettacolo evento: ENRICO IV, di Luigi Pirandello, con la regia di Antonio Calenda.

In scena con Herlitzka: Daniela Giovanetti, Armando De Ceccon, Sergio Mancinelli, Giorgia Battistoni, Lorenzo Guadalupi, Alessio Esposito, Stefano Bramini, Lorenzo Garufo, Dino Lopardo.

Un nobile del primo ‘900 prende parte ad una cavalcata in costume nella quale impersona l’imperatore Enrico IV di Franconia; alla messa in scena, prendono parte anche Matilde Spina, donna della quale è innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. Quest’ultimo disarciona Enrico IV, il quale nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico che stava impersonando. La follia dell’uomo viene assecondata dai servitori che il nipote Di Nolli mette al suo servizio per alleviare le sue sofferenze; dopo 12 anni Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente per rubargli l’amore di Matilde. Decide così di fingersi ancora pazzo, di immedesimarsi nella sua maschera per non voler vedere la realtà dolorosa. Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, Belcredi, Frida (la figlia di Matilde), Di Nolli e uno psichiatra vanno a trovare Enrico IV. Lo psichiatra è molto interessato al caso della pazzia di Enrico IV, che continua, a loro insaputa, la sua finzione, e dice che per farlo guarire si potrebbe provare a ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e ripetere la caduta da cavallo. La scena viene così allestita, ma al posto di Matilde recita la figlia. Enrico IV si ritrova così di fronte la ragazza, che è esattamente uguale alla madre Matilde da giovane, la donna che Enrico aveva amato e che ama ancora. Ha così uno slancio che lo porta ad abbracciare la ragazza, ma Belcredi, il suo rivale, non vuole che la ragazza venga abbracciata e si oppone. Enrico IV sguaina così la spada e uccide Belcredi. Per sfuggire definitivamente alla realtà (e alle conseguenze del suo gesto), decide di fingersi pazzo per sempre.

 

Enrico IV: folle o rabdomante?

Cosa mi lega così fortemente all’Enrico IV di Pirandello? Perché, dopo averlo messo in scena nel 1980 con Giorgio Albertazzi, vado a interrogare di nuovo questo classico contemporaneo che considero non solo altamente simbolico ma dirompente? Il tempo interiore mi pone davanti a un mistero, a un disagio, e a un desiderio. E invece di guardare indietro, rinvangando glorie, cadute, riprese, onori e critiche, mi trovo a guardare avanti. In fondo è l’unico gesto sensato, in questi tempi sconnessi e folli. E guardando avanti ritrovo un compagno di tanti viaggi teatrali, un attore raffinato e implacabile nel suo volere continuamente cercare, una delle figure rare di artista-intellettuale. Guardo Roberto Herlitzka e ripenso alle tante esperienze artistiche condivise. Lo sento pronunciare le prime battute dell’Enrico IV e mi convinco che siamo nel momento giusto per mettere in scena quest’opera-mondo, un trattato purissimo di filosofia sciolto in forma drammatica, in grado di raccontare, meglio e più di altri testi, la follia di un mondo deragliato, il nostro, in cui regna la pura legge del caos. Pirandello dispone sul suo campo di battaglia un labirinto che moltiplica e inverte continuamente i propri dispositivi di visione e rappresentazione. Chi sta mistificando? Chi dice il vero? Chi è pazzo? E’ mai stato veramente pazzo Enrico IV? E perché, nel momento in cui sembrano cadere tutte le maschere, questo grandioso demiurgo si ostina a indossarne un’altra ancora, l’ultima, che lo porta a commettere un omicidio? Per affrontare scenicamente questo labirinto di specchi, ho voluto far cadere i riferimenti puntuali agli anni Venti del secolo scorso. Rappresentare l’Enrico IV in senso filologico ci avrebbe messo in una situazione di stallo. Ci troviamo invece, in un momento del tempo presente, a teatro. Una compagnia di attori è in scena intenta alla scelta dei costumi per la messa in scena che si appresta a fare. Citando Giovanni Macchia, si entra in una “stanza della tortura” in cui i folli passano per pazzi e i pazzi appaiono come infermieri e guaritori, finendo con l’essere travolti dalla macchina stringente e feroce che Enrico IV, nella ripetizione ossessiva del proprio incubo, ha azionato infinite volte. Trattando il testo di Pirandello come un classico contemporaneo, intendo scavarne le necessità che l’oggi ci impone: nell’ossessione del protagonista, vedo un magma di sentimenti, un dispositivo infinito di proiezioni e sdoppiamenti che apre, usando una chiave mitica e onirica, alla tragedia di questo nostro tempo, dove basta operare un piccolo gesto di dissenso per sentirsi diseredati, soli. Mi sostengono in questa mia visione le pagine che un altro fine studioso di Pirandello, Nino Borsellino, dedica al rapporto tra il nostro autore e il drammaturgo e teorico russo Nikolaj Evrèinov, una delle figure più rilevanti di quel Teatro d’Arte di Mosca che è poi l’oggetto di studio. di Ripellino ne “Il trucco e l’anima”: «Più che le teorie, erano le possibilità drammaturgiche del monodramma evreinoviano a interessare Pirandello, cioè del dramma che si immedesima con la concezione del protagonista e in cui il mondo appare come quello lo percepisce». In questo, Enrico IV è fratello di Hinkfuss e del Mago Cotrone. Ma, diversamente da loro, spinge la sua magnifica ossessione, e il suo dolore esistenziale, fino all’atto estremo, l’omicidio, sulla cui natura continuiamo ad interrogarci. Belcredi muore veramente? O si tratta dell’ulteriore strappo nel teatrino di carta, dell’ultimo prodigio di un demiurgo per il quale non esiste che il teatro, «bocca spalancata di una grande macchina che ha fame»? Mettendo sul capo di Roberto Herlitzka la corona del re pazzo, gli affido il bastone del rabdomante, perché possa rivelarci senza paura fino a che punto il mondo ha saputo convivere con la propria follia, fino a farla coincidere con il pensiero dominante, erigendo sull’ipocrisia e sul consenso i pilastri di questa nostra società.

Antonio Calenda

Arriva a Roma, a Spazio Diamante dal 20 febbraio al 1° marzo (dal giovedì alla domenica), lo spettacolo TEBAS LAND di Sergio Blanco, traduzione, scene, costumi e regia di Angelo Savelli. Protagonisti: Ciro Masella e Samuele Picchi. Lo spettacolo – molto atteso – è una produzione di Pupi e Fresedde-Teatro di Rifredi Centro di Produzione Teatrale Firenze, vincitori del Premio Ubu Speciale 2019, “Per l’intenso lavoro di traduzione, allestimento e promozione della nuova drammaturgia internazionale”.

Lo spettacolo ha il patrocinio dell’Ambasciata dell’Uruguay in Italia.


Tebas Land” è un’opera del drammaturgo franco-uruguaiano Sergio Blanco, uno dei più originali e innovativi drammaturghi apparsi recentemente sulla scena internazionale. Il premio UBU Angelo Savelli ha curato la traduzione, per la prima volta in italiano di un testo di Blanco, la regia, le scene e i costumi di questa nuova produzione di Pupi e Fresedde-Teatro di Rifredi che vede protagonisti Ciro Masella e Samuele Picchi. Sergio Blanco ha scritto “Tebas Land” ispirandosi al leggendario mito di Edipo, alla vita del martire San Martino e a un fatto di cronaca giudiziaria, immaginato dallo stesso Blanco, il cui protagonista è un giovane parricida di nome Martino.

A partire da una serie di colloqui, che si svolgono nel recinto di un campetto di basket di una prigione, tra il giovane parricida e il drammaturgo che vorrebbe portare in scena la sua storia, “Tebas Land” a poco a poco si allontana dalla ricostruzione documentaristica del crimine, per soffermarsi (come in “A sangue freddo” di Truman Capote) sulla relazione che si instaura tra lo scrittore e il detenuto e sulla possibilità, e i rischi, di trasporre la realtà in una creazione artistica.

Il testo fonde l’emozione, la poesia e la passionalità del racconto di una terribile tragedia familiare con la lucidità e l’astrazione di una acuta riflessione sul linguaggio e la comunicazione teatrale, dove lo spettacolo viene montato e smontato in diretta sotto gli occhi del pubblico in un affascinante gioco di scatole cinesi.

Ho sentito l’urgenza di mettere in scena Tebas Land – dichiara Angelo Savelli – perché l’ho trovato intelligente, spiazzante, autoironico, colto, commovente, violento, popolare, delicato e molto altro…sono certo che anche gli spettatori non resteranno indifferenti al fascino di questo testo”.

Ancora poco conosciuto in Italia, Sergio Blanco è il creatore di una radicale forma di drammaturgia, da lui definita “auto-finzione”, in cui l’autore si mette personalmente e spudoratamente in scena, incrociando la sua biografia, vera e immaginaria, con temi di forte attualità e riflessioni sull’arte e la vita. La sua più recente opera “El bramido de Düsseldorf”, nell’edizione uruguaiana da lui stesso diretta, è stata presentata con grandissimo successo al Vie Festival 2019 di Modena.

Dopo essere stato messo in scena nelle più importanti città del Sud America, oltre che a Madrid e Londra, “Tebas Land” sarà rappresentato in diverse capitali europee, a New York, Tokyo, e nella versione di Pupi e Fresedde a Firenze, Roma e Napoli.

Il Centro di Produzione Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi porta avanti da molti anni un progetto di promozione della nuova drammaturgia contemporanea mettendo in scena testi di autori largamente affermati all’estero ma poco conosciuti in Italia. Grazie a questo impegnativo lavoro di ricerca e scoperta sono arrivati sui palcoscenici italiani autori come il franco-uruguaiano Sergio Blanco (“Tebas Land”), il catalano Josep Maria Miró (“Il Principio di Archimede”), il francese Rémi De Vos (“Alpenstock”, “Occidente”, “Per tutta la mia vita ho fatto solo cose che non sapevo fare”, “Tre Rotture”), delle cui opere Angelo Savelli ha curato traduzione e regia. Ricordiamo inoltre “Walking Thérapie” di Nicolas Buysse, Fabrice Murgia e Fabio Zenoni tradotto da Savelli e diretto dai tre estrosi teatranti belgi. I prossimi appuntamenti del progetto vedranno in scena al Teatro di Rifredi anche con gli spettacoli “Tre Rotture” (dall’11 al 15 febbraio) e “Il Principio di Archimede” (dal 19 marzo al 5 aprile).