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Si è spenta nella giornata di oggi all’età’ di 75 anni la signora Pasqualina Bartolomeo,meglio conosciuta come Lina,moglie del Professore Settimio Biondi, storico di fama regionale e sapiente operatore culturale, nonché genitore di Beniamino e Adalgisa.

il professor Biondi è stato più volte assessore alla cultura alla provincia e al comune di Agrigento.

Il Direttore Lelio Castaldo e lo staff di Sicilia24h rendono cordoglio all’illustre famiglia.

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Due domande, nel giorno di ferragosto.
Questo mondo tutto da salvare.
Oggi più che mai ci chiediamo come faremo a risollevare le sorti di un mondo in difficoltà, che vive momenti di crisi profonda, sotto molti punti di vista.
Ed io che di solito valuto altre forme di bellezza, vedi l’arte in tutte le sue forme, sinuose e spesso irresistibili, altre volte di non facile interpretazione, mi sono trovata per una sera a dover decidere insieme ad altri illustri giurati, quale fosse la più bella. Essere giurato a Miss Italia mi mancava, e non nascondo che l’esperienza è stata più impegnativa di quanto si possa comunemente immaginare.
In fondo, basta dire chi, a proprio parere,  sia la più bella.
Ma la più bella rispetto a cosa?
Annullati – a ragion veduta – alcuni parametri che un tempo volevano le Miss non maritate, incastrate, esasperatamente costrette dentro misure standard, oggi la bellezza la valutiamo con qualche dettaglio in più: portamento, espressività, modo di calcare il mondo e non solo la passerella, e poi la cultura, che finalmente non è più solo un dettaglio trascurabile in un concorso di bellezza.
Sì perché sembra essere dentro una nuova era, quella in cui va bene l’esperienza di Miss Italia, va bene questo “gioco” che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più, ma alla fine le ragazze – anche più che ventenni – mirano ad un traguardo solido e sono disposte pertanto a studiare, a intraprendere una strada dentro la quale l’esperienza della passerella, sarà stata una bella parentesi estiva.
Ma la bellezza è da considerarsi oggettiva o soggettiva?
Quante diatribe, quante polemiche su qualcosa che dovrebbe essere semplice da individuare.
E se madre natura fa la sua parte, spesso quella bellezza da Dna non basta, eppure spesso premia. Non basta perché la realtà richiede altre doti, e questo accade anche in passerella, ormai non ho dubbi.
E’ bella ma non sorride.
Bella ma cammina male.
Bella …  ma il portamento?
Bella, ma le manca qualcosa.
Ecco dov’è la chiave giusta.
Alla bellezza, non deve mancare nulla.
Come un quadro del Caravaggio, come una foto di Cartier Bresson, come un pezzo di Bill Evans.
Ma all’essere umano non è consentita la bellezza assoluta, come in altre arti. 
E allora quel che manca, può diventare un punto di forza.
Vi chiederete allora come siano andate le cose la sera dell’11 agosto, serata di ripresa delle selezioni della famosa kermesse guidata da Patrizia Mirigliani.
Intanto è giusto specificare che la serata si è svolta nel rispetto delle norme di sicurezza anti-covid.
Una serata amabile, con una bravissima ed impeccabile Larissa Volpentesta, attrice e modella, prestata al ruolo di presentatrice, con Linda Suriano della CarliFashionAgency agente Miss Italia per la Calabria alla co-conduzione, 11 giurati e 17 splendide ragazze tra le quali non era difficile individuare qualche volto adatto per il cinema.
Una serata con un buon ritmo, tre uscite per le ragazze, un piccolo intermezzo musicale e la proclamazione della più bella che risponde al nome di Denise Caligiuri, 28 anni, calabrese doc, di Cirò Marina, vincitrice del titolo Miss Monna Lisa 3.0, che ha tutte le carte in regola per continuare la sua corsa al titolo.
Aveva tutto, per noi che l’abbiamo scelta come prima vincitrice del concorso post covid.
E’ scaltra, mi verrebbe da dire, per “coronare” il giudizio che ha portato alla sua vittoria.
Aveva senza dubbio una marcia in più e poi quel portamento, che diventa un tutt’uno con la bellezza, quella che è dono di nascita, ma come la porti in giro, fa sempre la differenza.
Andando via dal Lido Monna Lisa a Cirella, rientrando a casa, pensavo a come c’è un imponente bisogno di bellezza, di quella bellezza che si nasconde in gesti semplici e autentici come la beneficenza, o della bellezza della solidarietà, della cultura e della capacità di mettere a disposizione della collettività ciò che si ha o che si sa fare. Anche due occhi belli, possono salvare il mondo, quegli occhi che partono da una passerella di provincia e possono diventare opera d’arte, soggetto di un pittore, o dettaglio cinematografico o ispirare uno standard jazz.
O semplicemente convincere un giurato durante una sera d’estate, mentre il mondo va, in cerca di una bellezza che non deluda, almeno finché il sole non scivola nel mare che è bello perché è capace di accogliere anche le tempeste.

 

Simona Stammelluti 

Ritrovato nei boschi di Caronia nel Messinese, il corpo della 43enne Viviana Parisi, scomparsa lunedì con il figlioletto di 4 anni, Gioele. Il corpo della donna – che indossava una maglietta, un paio di pantaloncini di jeans e delle scarpe da ginnastica – è  stato rinvenuto in stato di decomposizione, nei boschi della provincia di Messina e riconosciuto grazie alla fede nuziale. Le indagini sono ancora in corso ma non si esclude che la donna possa avere ucciso il figlio prima di morire o che presumibilmente il corpo del piccolo possa essere stato attaccato dai cinghiali presenti nella zona.

Gli inquirenti hanno sequestrato un pilone dell’alta tensione ipotizzando che la donna possa essere caduta gettandosi da quell’altezza dopo essersi arrampicata sul traliccio che regge i cavi elettrici.

Secondo il medico legale, Viviana Parisi potrebbe essere  morta lo stesso giorno della scomparsa e il suo corpo oltre al deperimento per cause naturali e climatiche può essere stato sfigurato da animali selvatici.

In ogni caso le ipotesi sono più d’una: un incidente, un atto estremo, un incontro sfortunato, così come ha spiegato  il procuratore capo di Patti Angelo Cavallo.

Grande impegno di uomini, mezzi e cani molecolari, per proseguire nelle ricerche del bambino in un’area che è vasta per oltre 300 ettari.

La donna e il suo bimbo erano spariti lunedì mattina. Al marito aveva detto di recarsi a Milazzo per comperare le scarpe al figlio ma, sulla Messina-Palermo la donna ha un lieve incidente d’auto con il furgone degli impiegati di una ditta di manutenzione. Da allora sembravano essere scomparsi nel nulla malgrado alcune segnalazioni in diverse parti della Sicilia, fino al ritrovamento del corpo della donna, quest’oggi.

Aumenta la sicurezza a Giardina Gallotti.
Un defibrillatore di ultima generazione è stato donato alla collettività, dalla ditta Pharma Medical di  Sabrina Susinno.
La cerimonia di consegna dell’apparecchio salvavita, è avvenuto questo pomeriggio alle 18 alla presenza della donatrice, del dott. Giovanni Vaccaro, cardiologo ed emodinamista all’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, che nei prossimi giorni terrà un corso di primo soccorso ai volontari del luogo, ai quali spiegherà anche il funzionamento del defibrillatore.
Presente questo pomeriggio anche il dott. Franco Miccichè, candidato alla carica di sindaco di Agrigento.

Silvia Siravo interpreta il ruolo di Io nel “Prometeo” per la regia di Patrick Rossi Gastaldi

E’ Silvia Siravo ad interpretare il ruolo di “Io” nel PROMETEO di Eschilo adattamento di Patrick Rossi Gastaldi con Eduardo Siravo, Ruben Rigillo, Gabriella Casali e Alessandro D’Ambrosi. In una estate difficile per il teatro italiano, segnata dall’emergenza per la pandemia da Covid19, un segnale di ripresa arriva da più parti e importanti sono le date della tournée di questo “Prometeo” che vede protagonista la Siravo: 7 agosto alle 21:30 a Volterra nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra, 12 agosto presso l’arena plautina di Sarsina nell’ambito del Plautus Festival, 13 agosto ore 21.15 Calvi Teatro nell’ambito del Calvi Festival, 21 agosto Festival del Teatro Classico “Tra Mito e Storia” di Portigliola, per poi fare tappa in Sicilia il 24 agosto a Segesta, il 25 agosto a Selinunte, 26 agosto a Gela e 27 agosto a Tindari.

Io, il personaggio che sto interpretando nel Prometeo di Eschilo – racconta Silvia Siravo – è doppiamente vittima: degli abusi di Zeus e dei suoi stratagemmi per coprire quegli stessi abusi. Trasformata in giovenca, condannata ad errare pungolata da un tafano, il personaggio pone senza dubbio delle difficoltà. Spontaneamente ho immaginato il tafano come una paura interna che non si può scacciare, quella corsa come un’ossessione distonica, cioè incoerente con tutto il suo essere. I movimenti convulsi e afinalistici di Io, mi hanno fatto pensare ad un disturbo mentale provocato da un forte trauma. Sarà per me una sfida complessa ma sicuramente interessante portare in scena un personaggio perennemente in fuga che vaga senza requie e meta e così colmo di dolore”.

In un momento storico in cui si deve andare in scena prestando la dovuta attenzione al distanziamento sociale, la scelta di un testo bellissimo come il Prometeo, permette, racconta ancora Silvia Siravo, di svolgere un lavoro giustissimo in questi tempi di emergenza: “Abbiamo scelto questo testo perché è piuttosto statico e permette il distanziamento. È vero però che Prometeo è interpretato da Edoardo Siravo, nonché mio padre, e in quanto congiunti possiamo avvicinarci. È spiazzante stare così lontani in scena, limitare l’impulso ad accostarsi. Lo stesso disagio sentito nella vita durante questo periodo così difficile risuona sul palcoscenico in modo evidente”È la prima volta che l’attrice romana lavora con Patrick Rossi Gastaldi, e l’esperienza si è rivelata essere molto bella per Silvia: “E’ un vero piacere, il suo sguardo è sempre profondo e le sue indicazioni stimolanti”.

Silvia Siravo, sempre molto impegnata nel suo percorso artistico in questo periodo è anche alle prese con altri progetti interessanti e ce lo racconta: “In questo periodo sto facendo anche un audiolibro sul lessico giapponese…un’impresa appassionante. Quando mi ritrovo a dover pronunciare molte frasi e parole in questa lingua così lontana ma affascinante devo dire però che sudo più che in palestra (commenta ridendo); inoltre con una collega ed amica Arianna Ninchi stiamo curando un progetto editoriale dal titolo Musa e getta che poi diventerà anche teatrale. Sta per nascere, grazie a Ponte alle Grazie e a Vincenzo Ostuni, un’antologia tutta al femminile che intende celebrare le muse ispiratrici, ovvero quelle donne che meritano di uscire dall’ombra in cui hanno vissuto”.

Gli indagati: Gaetano Sferrazza, 78 anni; Diego Sferrazza, 51 anni; Gioacchino Sferrazza, 54 anni; Gaetano Sferrazza, 30 anni; Fabiana Sferrazza, 26 anni; Gaetano Sferrazza, 28 anni; Clelia Sferrazza, 23 anni; Maria Teresa Cani, 54 anni; Lorena Argento, 33 anni; Giovanna Lalicata, 51 anni; Graziella Falzone, 53 anni; Vincenzo Lo Cicero, 36 anni; Francesco Maraventano, 38 anni; Mariella Mamo, 38 anni; Veronica Vassallo, 33 anni; Giulia Di Marco, 51 anni; Ignazio Giacchetto, 59 anni; Cristian Amato, 27 anni;  Assuntina Lupo, 55 anni; Nicolò Zambuto, 67 anni; Calogera Licata, 66 anni e Salvatore Noto 39 anni.

In atto un vastissimo incendio nei pressi del mercato ortofrutticolo presso Villaggio Mosè ad Agrigento. 

Sul posto i Vigili del Fuoco lavorano alacremente per cercare di domare le fiamme. La situazione è pericolosissima.

Guarda il VIDEO

Un concerto dedicato ad Alberto Falco.

Alberto Falco, che è morto dopo 90 giorni di attese, di vicissitudini, senza poter ricevere le cure oncologiche adeguate che avrebbero potuto salvargli la vita. Muore al Covid Center dell’Ospedale del Mare dove era stato tradotto il 9 maggio, dopo aver contratto il Covid proprio in ospedale, al Cardarelli, dove si era recato per una recidiva di un linfoma, curato un anno prima.
Alberto, 53 anni, apprezzato musicista  napoletano, quel suo calvario dentro un container, da solo, in attesa di una autopsia che arriverà solo dopo 40 giorni e una diffida legale, mentre sopraggiunge la paralisi ad una parte del suo corpo e mentre il responso conferma il ritorno del tumore.

Sua moglie sente Alberto per l’ultima volta il 15 luglio, prima che entrasse in coma per poi morire poche ore dopo. Una situazione assurda e straziante.

Alberto Falco è stato per 2 mesi in un container solo, senza cure, semi-paralizzato e in continuo peggioramento, prima di morire.

Un concerto dedicato ad Alberto Falco.

Tanti musicisti, tanti amici , hanno deciso di ricordarlo nell’unico modo che forse gli sarebbe piaciuto: suonando.
I nomi non ci sono tutti, perché dalla nascita dell’idea di questo concerto sino a poche ore fa, ancora giungevano richieste per poter aderire alla pregevole iniziativa e dunque, suonare.
Giacinto Piracci, Gianmarco Volpe, Leonardo De Lorenzo, Dario Guidobaldi, Mario Mazzaro, Luca Roseto, Ergio Valente, Giulio Martino, Ciro Riccardi, Marco Castaldo, Vincenzo Lamagna, Fausto Ferraiuolo, Pasquale De Angelis, Aldo Fucile, Gianfranco Coppola, Marcello Giannini e molti altri che si aggiungeranno fino all’ultimo momento.

Il concerto  PREVISTO PER IL PROSSIMO LUNEDI’ 27 LUGLIO ALLE ORE 21.00 A NAPOLI, NEL CORTILE DEL COMPLESSO MONUMENTALE  DI SAN DOMENICO MAGGIORE vuole ricordarlo e portare all’attenzione dell’opinione pubblica, le assurde circostanze in cui il musicista partenopeo si è ritrovato a vivere gli ultimi mesi di vita e per sostenere per come è possibile la sua famiglia, sua moglie Raffaella Marcantonio e i suoi due figli.

Come ben si può capire, vista ancora l’emergenza Covid che prevede il distanziamento sociale e il rispetto delle norme igienico-sanitarie così come previsto in caso di concerti, i posti a disposizione sono solo 200 e i biglietti sono acquistabili sul sito www.ilpozzoeilpendolo.it

Comperando il biglietto si compirà un gesto di solidarietà non solo verso la famiglia di Alberto Falco ma anche un gesto simbolico verso tutte quelle persone che ogni giorno vivono le stesse assurde vicissitudini subite dal giovane musicista partenopeo.
I biglietti saranno disponibili anche al botteghino il giorno dell’evento.
Un piccolo gesto che, se fatto tutti insieme, diventerà un boato, che rieccheggerà in una notte d’estate, mentre la musica sarà una mano tesa, fin lassù.

 

Simona Stammelluti 

 

Tutto ciò che è osceno, è porno. 
Tutto ciò che è immorale, è porno. 

Sul palco una Moana Pozzi come non la si è mai vista, o forse mai neanche immaginata.
E se Moana Pozzi fosse viva?
E’ viva? Evviva!
E se fosse una donna che smaschera la pornografia altrui?
Sul palco del cortile di Capodimonte, per il Napoli Teatro Festival, una impressionante e sublime Euridice Axen diretta da una delle più brave registe contemporanee, Nadia Baldi, in un racconto di Ruggero Cappuccio. Un racconto colmo di verità crude sparate attraverso l’eccentricità di colei che fu diva, e poi lasciate decantare affinché possano essere ricordate.
La Axen è Moana, ma non la Moana nota al grande pubblico come la pornodiva e basta, anche se strizzata in un vestito di tulle rosso, con rossetto rosso e quella capigliatura bionda che a guardarla, fa quasi impressione per quanto le somiglia.
E’ bionda, bella, accattivante, audace, intelligente e coltissima, la Moana portata in scena, colei che probabilmente fu molto altro, oltre alla donna dei set. Una Moana Pozzi colta, che ha letto Stendhal, Fitzgerald, che cita “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes e che declama “A Silvia” di Leopardi, quella che volteggia e incanta sul palco.
Il racconto di un incontro, di un ipotetico dialogo, tra una donna e un uomo nel terrazzo di fronte di una villa in costiera. Lui è un probabile giornalista che sicuramente punta ad uno scoop, scoprendo che Moana Pozzi è ancora viva. Eppure la donna propone all’uomo di fare un gioco, un gioco che svelerà quello che è il settimo senso, che nulla ha a che fare con il sesto senso che prima o poi fa visita a tutti sotto forma di premonizione, ma sarà una dimensione che può essere vissuta solo se quel che “tocchi” puoi condividerlo con un’altra persona. Una sorta di estetica dell’essere dove per sentire, devi collassare nell’altro. Moana probabilmente lo possedeva il settimo senso; sicuramente riesce a raccontarlo, attraverso una magistrale interpretazione Euridice Axen, che è la Moana oltre quello che il mondo volle, un mondo pornografico e osceno in molti aspetti.
Fottere.
Fottere gli altri godendo da soli.
Non a caso si dice “prostituirsi”.
C’è la pornografia lì dove mai potresti immaginarla. O almeno se non ci pensi su, e a fartici pensare, ci prova la donna che hai di fronte e che ti parla e ti tira in faccia una realtà cruda.
C’è pornografia nella politica, nelle cravatte dei dittatori, nei bambini che muoiono nel mondo, nelle montagne di spazzatura lasciate galleggiare sugli oceani.
E’ osceno anche un tramonto, perché eccita i sensi e tutto ciò che eccita i sensi è osceno.

Una poltrona ricoperta di tulle rosso, sulla quale la Axen siede, sulla quale si piazza in piedi, mentre muove le mani che volteggiano, diventando parte semiotica del testo recitato, mentre una musica cupa, monocorda, incessante scandisce il tempo in cui Moana canta, a modo suo, fuori da tutto ciò che fu un cliché.
E’ profonda, Moana, in quel suo “non sentire”, ma in quel “provare ad essere” mentre “si viene rapiti dall’asfissia di ciò che è reale”.
Balla, ammiccante la Axel, è credibile in quel ruolo, anche mentre simula un orgasmo, dentro quel gioco che fa con il suo interlocutore che tocca sei oggetti, che corrisponderanno al corpo di Moana che “sente” e si abbandona al profondo, perché “non c’è esperienza, se non c’è abbandono”.
Bellissima la scelta delle musiche, i rintocchi, “Casta Diva” della Callas che rieccheggia in quel carattere di una donna inquieta e ribelle … e diva.
Prorompente nel monologo la Axen che veste i panni di quella diva, che fu per come il mondo la volle, che fece tutto quello che doveva fare con il suo corpo, ma innocentemente.

Pochi forse hanno notato che il carillion le cui note invadono il palco, riproduce “Winter Wonderland” la famosissima canzone natalizia statunitense, e non è a caso. E’ un pezzo che narra di una passeggiata in un bosco, di un attraversare il tempo, di un sentire.

Non si vince e non si perde.
Non c’è fine e non c’è inizio.
Siamo ciò che ci manca, siamo nel settimo senso.

 

Simona Stammelluti

 Le foto sono di Tommaso Le Pera