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Benigni alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, vince il Leone D’oro alla carriera e dedica quel premio a sua moglie Nicoletta Braschi. 
Ed oggi tutti i giornali, hanno dato ampio spazio alla dichiarazione d’amore che Roberto Benigni ha fatto a Nicoletta Braschi subito dopo aver ricevuto il premio

Che lei possa essere la sua attrice preferita, ci sta.
Che lei abbia condiviso con lui una lunga vita e un’altrettanta longeva carriera, è dato di fatto.
Che da persona innamorata si voglia condividere un premio così prestigioso con chi si ama, perché ci si sente legati all’altro e quindi consapevoli che alcuni traguardi magari da soli non li si sarebbero raggiungere, è comprensibile.

Ma quella dichiarazione così ridondante in quella occasione e su quel palco, a me personalmente è sembrata eccessiva e a tratti imbarazzante. La stessa Braschi, più volte inquadrata dalla regia, non ha mosso un ciglio, è rimasta immobile, e non è sembrato avesse una espressione ilare, sotto la mascherina. Ho avvertito un certo imbarazzo. Che lo fosse davvero?

Abbiamo fatto tutto insieme per 40 anni – ha aggiunto Benigni – Produzioni, interpretazioni. Ma come si fa a misurare il tempo in film? Io conosco solo una maniera per misurare il tempo: con te o senza di te”, ha detto ancora l’attore ricevendo un caloroso applauso dal pubblico presente in sala. Il premio, ha aggiunto, “ce lo possiamo dividere: io prendo la coda, il resto è tuo. Le ali, soprattutto, perché se qualcosa ha preso il volo nel lavoro che ho fatto è grazie a te”. Quindi Benigni ha parlato del loro amore: “È stato proprio un amore a prima vista, anzi a ultima vista. O meglio, a eterna vista”. 

Queste le parole del vincitore del premio per sua moglie.
Ai più è sembrato un fare tenero, perché l’amore è la cosa più bella che possa investire l’essere umano.
Vero.
Ma forse è tanto bello proprio perché privato, e così dovrebbe restare.
E sinceramente a me quel perpetuare in quella direzione, per svariati minuti, è sembrato imbarazzante, eccessivo, stonato.

Sarà pure la sua musa ispiratrice, la sua attrice preferita, ma a parte la Vita è Bella ( la cui sceneggiatura è stata scritta da un immenso Vincenzo Cerami), nessuno ricorda chissà che fantasmagoriche interpretazione della Braschi al cinema. Che poi sia stata un’ottima compagna di lavoro, anche, va bene.

Che adesso non si spolveri il classico: “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna” che davvero si finisce per rendere tutto ancora più ridicolo.
E non è vero che chi non ha gradito quell’eccesso di amore in pubblico, non l’ha mai provato.
L’amore può essere perfetto e discreto, può vivere anche lì dove non ci siano palchi prestigiosi dal quale proferirlo.
Contenti per loro, certo e per lui che conosce così bene la letteratura, essendo un professionista anche delle citazioni, che ha scelto – preparandosi quel discorso – una frase d’effetto che è stata di Vladimir Nobakov nel romanzo Lolita:

Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista 

Forse è piaciuto moltissimo a chi l’amore non l’ha mai davvero toccato con mano e comunque ha sortito un effetto forte, quella dedica, in un momento storico in cui l’amore è come un dettaglio sfocato, visto con occhi di un miope.

Forza magnetica a tratti inspiegabile, icona di stile e di fascino, schiva e appassionata di beneficienza, lady Diana ha lasciato in eredità quella sua capacità di sopportare tutto ciò che avrebbe annientato chiunque altro; e poi quella tristezza che la rendeva ancora più bella e quella forza intrinseca di sdoganare il desiderio di essere felice, anche se questo sarebbe significato morire.

La sua morte non fu la mano del destino, ma il destino le consegnò, forse, la consapevolezza che per vivere quella vita, occorreva tanto coraggio.

A distanza di 24 anni dalla sua morte, sembra come se nessuno abbia mai avuto voglia di risolverlo, quel mistero.

Come sempre accade, c’è più pathos nella congetture, nel gossip, nell’intrigo, che nella verità. Che seppur esiste, è finita chissà dove, insieme a quell’orecchio che Lady D perse prima di morire, in una notte di fine agosto, e che nessuno ha trovato mai

“Ieri sera squilla il telefono!! Chiamata dall’Ospedale: c’è da andare in sala operatoria: infarto in un paziente giovane COVID positivo con polmonite! Arriviamo ci vestiamo con mille tute, caschi, visiere e mascherine. Il malato dentro la barella di biocontenimento affannato, stringendo il cellulare unico affetto rimasto, immerso nel dramma che stava vivendo e nella sua solitudine! Occhi lucidi impauriti e sgranati! Quello che mi è rimasto impresso è il suo sguardo disperato insieme ad una frase: dottore perché non mi sono vaccinato perché!! Oggi sempre più complicanze cardiovascolari in pazienti con polmonite da COVID-19!”.

E’ ciò che racconta il cardiologo emodinamista dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento Giovanni Vaccaro, nonchè assessore comunale alla Sanità ad Agrigento, il quale ieri sera è intervenuto in emodinamica per un paziente affetto da Covid ma con un infarto in corso. Il dott. Vaccaro coglie immediatamente il messaggio che gli lancia il paziente, seppur colpito dal grave malore: “Sono stato uno stupido a non vaccinarmi”.

E con grande cura inizia il percorso emodinamico coadiuvato dai bravi infermieri Maria Assunta Russo e Davide Terranova.  

Non è il primo caso che si verifica nel reparto di Cardiologia dell’ospedale di Agrigento. Già altre volte si è conclamato un legame tra Covid 19 e patologie cardiovascolari (infarto, turbe del ritmo). Tanto è vero che la prima paziente Covid, ricoverata un paio di anni fa in cardiologia ad Agrigento, ha poi impiantato un  pace maker per una malattia del sistema di conduzione.

Questo avvalora sempre di più che esiste un legame tra infezione da Covid 19 e patologie cardiovascolari, come già dimostrato da alcuni studi pubblicati su prestigiose riviste scientifiche tra cui “Circulation”.

“Più del 90% dei ricoverati in provincia di Agrigento non sono vaccinati – dichiara il dott. Giovanni Vaccaro -; questo dato dovrebbe far riflettere maggiormente la popolazione che ancora oggi insiste sulla non praticabilità del vaccino anti Covid e su fantasiose teorie complottistiche – ha concluso il dott. Vaccaro”.

Ho tagliato solo la parte privata della lettera che mi è giunta poche ore fa da uno degli angeli italiani, uomo dello Stato Italiano che in queste ore sta volando più volte verso Kabul e sta salvando vite umane.

Ecco qual è la reale situazione.
Pubblico il contenuto della lettera con il suo permesso, perché è giusto che si sappia cosa sta accadendo davvero in quei luoghi scenari di violenza e terrore e cosa si sta facendo per quella gente.

[…] La situazione di questi giorni è diventata davvero critica […]

Ti scrivo questa lettera perché in questi giorni leggo sui media e sui social notizie assurde in relazione a quello che sta succedendo a Kabul ed in tutta la regione dell’Asia centrale.
Ti racconto dal giorno che siamo stati allertati.

Ore 23.00 del giorno […]
Sono 2 giorni che siamo in attesa della luce verde per decollare per Kabul.
Sappiamo che i colleghi americani hanno già effettuato un’evacuazione molto rischiosa nel caos più totale.

I Carabinieri del Tuscania che proteggono i nostri diplomatici, ci scrivono che la situazione all’aeroporto interazione di Kabul è precipitata. I civili hanno invaso la pista rendendo praticamente impossibile atterrare.
Ci prova un Boeing C17 Globemaster dell’USAF e miracolosamente nei 1100 metri di corsa sulla pista per arrestarsi, nessun civile finisce sotto il carrello o nei motori.
Le immagini del decollo dello stesso velivolo, sono di pubblico dominio con la terribile sequenza dei ragazzi che si schiantano al suolo dopo essersi nascosti sul vano del carrelli.

Intorno alle 00.00 della stessa notte arriva l’ordine di decollo.
Per la maggior parte di noi non è la prima volta che si va in teatro operativo.
Ciononostante non c’è una missione uguale all’altra.

Il quadro generale è influenzato da moltissime varianti, non ultima quella di atterrare illesi…e possibilmente ritornare a casa interi.
Questa volta l’obiettivo è quello di evacuare un gruppo di collaboratori che negli ultimi 20 anni hanno lavorato per noi.

Li ho incontrati ogni volta che per motivi diversi atterravo a […]
All’interno della base c’era chi si occupava di mansioni umili, ma c’erano anche medici, insegnanti e laureati di ogni tipo che facevano il loro lavoro. La maggior parte di loro hanno studiato a Londra ed in Italia.
Il volo di notte ci concede il tempo necessario di valutare le operazioni che abbiamo schedulato dal momento in cui il nostro velivolo entra nello spazio aereo Afghano.
Il capo team ci ricorda che una volta a terra è necessario utilizzare le comunicazioni standard e mantenere focalizzato l’obiettivo.
Per ovvi motivi una volta a terra ci staremo il meno possibile… almeno è questo il nostro intento.

Lo strano fuso Afghano ( GMT+ 4.30 ) mi porta a calcolare frequentemente l’orario locale di atterraggio previsto alle 9.30 lt.
Dopo qualche ora dove la calma apparente aveva silenziato l’equipaggio, il Capo ci avverte che da questo momento siamo al minimo dei contatti radio e di prepararci per un atterraggio tattico.

Dal Cockpit la pista è sgombra e atterriamo senza problemi…

Dal quel momento in poi … Sono passate 9 ore.
540 minuti dove la mia vita e quella dei miei colleghi e durata 5 volte di più.

Abbiamo imbarcato il massimo dei passeggeri previsti e qualcosina in più.
Abbiamo scaricato casse di medicine, acqua e cibo.
Abbiamo preso tra le braccia decine di bambini.
Abbiamo rispettato la grande dignità di un popolo sconfitto da mille guerre.
Abbiamo scoperto la terribile rassegnazione di una civiltà devastata dal fondamentalismo.
Abbiamo nascosto lo sguardo quando occhi troppo tristi ci osservavano da dietro il velo.
Abbiamo stretto mani e abbracciato uomini con le lacrime agli occhi.
Abbiamo distribuito dolci, pane, acqua e conforto.
Abbiamo rassicurato tutti che li avremmo portati in un luogo più sicuro.
Abbiamo pianto…da soli ed in silenzio sperando che qualcuno non ci notasse…

Scopro da un insegnante che la scuola italiana inaugurata qualche hanno fa è stata dichiarata fuori legge dai taliban. Le classi miste sono state vietate.

I taliban hanno iniziato la pulizia religiosa cercando porta a porta chi non è a favore del Pashtunwali definendo chi non si adegua, Kuffar ed emettendo verso di loro una Fatwua perenne (praticamente una condanna a morte)

Amica mia … un sito specializzato ha pubblicato una foto autorizzata del nostro velivolo… la foto è diventata virale.

La nostra stanchezza emotiva infinita è legata alla mancanza di empatia che abbiamo letto dappertutto.
Hanno scritto che a bordo non c’erano donne e bambini.
Hanno notato che qualcuno aveva il cellulare (come se a Kabul o in tutto l’Afghanistan non esistesse la tecnologia).
Hanno scritto che abbiamo riportato i pezzenti… i talebani… i morti di fame.

Vorrei che si sappia che la maggior parte degli Afghani sono persone che studiavano e lavoravano.
Vorrei che si sappia che stanno scappando da un guerra… e non sono rifugiati politi (che se anche lo fossero non sarebbe un delitto)
Vorrei che si sappia che a Kabul come quasi nella maggior parte dell’Afganistan, prima delle guerre c’erano campioni sportivi, c’erano palestre, c’erano scuole, c’erano università … c’erano un sacco di cose che noi abbiamo contribuito a portargli via…

Sto diventando vecchio per questo lavoro… e sto diventando troppo permeabile alle cattiverie umane…

Sarà in scena in prima nazionale presso il Teatro Antico di Segesta nell’ambito delle Dionisiache 2021, Romeo e Giulietta di William Shakespeare, con la regia di Nicasio Anzelmo.

In scena Giovedì, 19 agosto, ore 19.15, venerdì 20, sabato 21, domenica 22, mercoledì 25, giovedì 26 agosto ore 19.15  Simone Coppo (Romeo), Eleonora De Luca (Giulietta) e Anna Lisa Amodio (Madonna Capuleti), Giuseppe Benvegna (Baldassarre), Camillo Marcello Ciorciaro (Padre Montecchi),Nicolò Giacalone (Mercuzio/Lo speziale), Alessandro Marmorini (Duca di Verona), Giacomo Mattia (Paride), Mimma Mercurio (Madonna Montecchi), Marco Valerio Montesano (Benvolio), Lorenzo Parrotto (Tebaldo), Matteo Munari (Gregorio/Frate Giovanni), e con Monica Guazzini (la balia),Giovanni Carta (Frate Lorenzo) e la partecipazione di Domenico Pantano (Padre Capuleti). Lo spettacolo è una produzione CTM Centro Teatrale Meridionale in esclusiva per Dionisiache. Una produzione imponente e coraggiosa, che in un momento storico particolare si impegna a coinvolgere un grande numero di attori e maestranze; un segnale di sostegno concreto e reale a chi continua a subire quotidianamente sulla sua pelle le dure conseguenze economiche della pandemia in un settore da sempre in difficoltà.

Note di Nicasio Anzelmo

La definizione di tragedia non sembra molto appropriata a un’opera il cui fascino consiste soprattutto nella suggestione poetica di brani che con la tragedia vera e propria hanno poco a che fare. In realtà è la storia di un amore contrastato, come quello di tante commedie, che si conclude dolorosamente soprattutto per una serie di romanzeschi contrattempi, attribuibili a un destino particolarmente maligno. I due eroi non hanno fatto nulla per meritarselo: sono vere vittime e non creature che, mosse da una qualche forma di hybris, si siano attirate una terribile punizione; sarebbe arduo trovare in loro quell’incrinatura, quel segreto senso di colpa che trasformano un individuo, cui sono capitate alcune disgrazie, in un personaggio tragico. A meno di non considerare come Hybris l’ambizioso tentativo di edificare un microcosmo dell’amore inattaccabile dalla società, dalle sue violenze e dai suoi pregiudizi. È un amore concepito come incondizionato e che, in quanto tale, non tollera di essere confuso con il matrimonio come istituzione sociale o con la mera soddisfazione dell’istinto sessuale, additata quale meta sufficiente in sé, dai due personaggi di rilievo, quali Mercuzio e la Balia.

È impossibile realizzare questa utopia, in una società, in un mondo, che non la tollera. Ed è proprio la società a determinare la caduta degli amanti infelici, che l’età appena adolescenziale rende teneramente patetici.

Infatti essi sono convinti che il piccolo universo da loro creato corrisponda a quello reale e che le sue leggi abbiano una validità assoluta. In questo senso il destino che li conduce alla morte finisce con l’apparire lo strumento di un mondo disposto sì a versare qualche lacrima sui due sventurati, ma non ad accettare e a perdonare la carica eversiva di un amore così profondo, così totale e, nello stesso tempo, anche così disarmato.

Un’opera complessa e per niente banale, piena di fascino poetico nel raccontare quello che nei secoli è diventato l’inno dell’amore impossibile. O forse amore non è, e se non lo è, che cos’è quindi?

Come sempre accade, i capolavori vivono sì nello spazio simbolico della propria epoca, ma al contempo fanno di quello spazio simbolico un universo a sé stante. Così quest’opera reca il marchio del genio shakespeariano e l’idealismo romantico (se mai c’è stato).

Gli inestinguibili odi familiari, lo sferragliare delle spade, i sussurri amorosi dei giovanetti in amore nei freschi giardini italiani, l’enfasi e il lirismo sentimentale senza paragoni del loro fraseggio amoroso, il ballo intrecciato del caso e della malasorte, il sinistro operare dei veleni nel freddo della tomba (dovuto anche al maneggio di un frate un po’ pasticcione quasi da opera buffa), le morti incrociate degli amanti resteranno nella memoria in fiamme dello spettatore e del lettore avvinti dal binomio di sempre (che come non mai qui celebra il suo trionfo): l’Amore che eleva le anime in cielo e la Morte che trascina i corpi sottoterra.

Fino ad una settimana fa, nessuno ci pensava che sarebbe accaduto di nuovo.
Il ritorno dei talebani, e con essi quell’immagine di un popolo che scappa e che preferisce rischiare di morire più che vivere nella disperazione di ciò che aspetta loro. E così ci lasciamo straziare dalle immagini di uomini che cadono dai carrelli degli aerei e che precipitano non solo su una terra che è divenuta ostile, matrigna, ma anche su una voragine nella storia, larga vent’anni.

E se venti anni fa gli aerei partiti dalle basi in Afghanistan andavano a colpire New York, portatori di morte, oggi tentano ancora quella rotta, verso i posti dove portarono terrore, per salvarsi dal terrore. E la loro disperazione è simile a quella raccontata dai sopravvissuti alla ritirata di Russia. Era più facile morire, dice chi voleva essere testimone del “non si ripeterà”. Erano profughi, orfani, vedove.

Ed invece ci risiamo.
È una cultura di carta, quella costruita in venti anni?
Ma soprattutto i talebani sono gli stessi del 2001?
Proviamo a rispondere a queste domande.

I talebani riconquistano ampie zone dell’Afghanistan perché l’esercito afgano è malconcio e neanche ci prova però a difendersi.
E poi a seguito del ritiro delle truppe americane, che arrivarono lì dopo l’attentato a New York, compiuto da Al Qaida, gruppo terroristico protetto dal regime dei talebani che governavano dal 1996; e più in dietro non andiamo perché la storia è molto complessa e andrebbero analizzati molti aspetti sul perché esistono i talebani, ma voglio dare per scontato che la storia sia nota.

Quell’intervento militare rovesciò il regime, ma non decretò la fine dei talebani, scappati e protetti dal governo pakistano, che nel corso del tempo si sono riorganizzati pazientemente, aspettando il momento propizio per tornare, e nel mentre hanno reclutato nuovi combattenti, anche tra i profughi afghani che vivono in Pakistan,  fino all’allontanamento dei paesi occidentali che ha avuto come conseguenza, lasciare il popolo afghano in balia di sé stesso. Non compatti e ancora allo stato primordiale in fatto di difesa.

I talebani – quelli che una volta al regime hanno introdotto la sharia nella sua forma più rigida, con punizioni ed esecuzioni pubbliche per chi violava la legge, con l’obbligo per gli uomini di farsi crescere la barba e per le donne di indossare il burqa – non son più ad oggi quelli di venti anni fa.

Ma prima di spiegare perché a mio avviso non siamo più nel 2001, dovremmo dire che dietro vi è un grande fallimento a stelle e strisce.

Kabul, vista la rapidità dell’offensiva, cadrà al massimo tra 90 giorni e intanto tra matrimoni forzati, stupri e altre violenze indiscriminate, si consumano già massicci crimini di guerra e contro l’umanità operati dalle milizie talebane.Esportare la democrazia” come formula voluta da America e Nato si è rivelata un fuoco di paglia.

Dove sono finiti tutti quei progressi gridati al mondo sotto forma di stabilizzazione del paese e addestramento delle forze governative per sventare eventuali offensive? Sembra davvero come se a nulla siano serviti il tempo e le ingenti risorse stanziate. La presenza militare in Afghanistan è stata dunque un deterrente ma priva di strategia a lungo termine, e quindi era solo una questione di quando, sarebbe accaduto tutto questo.

E per ora si corre ai ripari solo per arginare un danno d’immagine, gli Stati Uniti lavorano di diplomazia affinché ci possa essere un accordo (?) tra talebani e governo e l’Europa per ora pensa alla difesa dei confini, alla tenuta delle frontiere – perché questo si tradurrà in flussi migratori – più che ai crimini verso l’umanità che si stanno consumando ora dopo ora, in quella terra dove si soffre e si muore e si combatte, ma senza più forze e da dove si cerca di scappare, perché si è senza scampo.

Eppure, in questi venti anni la storia ci dice che più di qualcosa è cambiato e lì risiede il dettaglio che potrebbe frenare i talebani.

Le donne.

Le donne sono state e sono le migliori vittime della furia talebana. Cercano di cancellare tutto quello che è stato, dall’emancipazione in scuole ed università, fino al lavoro conquistato con fatica e capacità, dalla loro personalità al loro aspetto. Ira contro le donne e le comunità lgbtq che, secondo i talebani sono il frutto dell’opera americana di aver diffuso “costumi depravati” come l’omosessualità. Siamo alla follia pura. Giornaliste che non possono più scrivere con il loro vero nome, ragazze nubili che temono di essere consegnate ai talebani per divenire schiave sessuali. Donne rimosse dai lavori pubblici vedi poste e banche, insegnanti uccise, scuole e università chiuse lì dove la presenza femminile è oltre il 60%.

A pensarci bene, questo accanimento è proprio verso ciò che in questo ventennio è mutato, e non si tratta solo di emancipazione ma anche di voglia di non arrendersi e di sfidare il potere talebano, i “nuovi padroni” dell’Afghanistan. Tornano in Tv, le presentatrici, non si arrendono, le attiviste afghane non mollano la presa e ci sono donne che governano alcune città che a rischio di essere uccise, non lasciano il loro posto.

Sono tante le donne che non hanno nessuna intenzione di riportare indietro le lancette della storia.

Spaventate, piangono, ma non vogliono rinunciare ai loro diritti. Un futuro tragico, dunque, ma a mio avviso meno tragico rispetto a quello che si prospetta, perché lì dove le donne hanno governato c’è stata una evoluzione profonda e i talebani per governare in quei luoghi, non possono farlo solo con la forza ma hanno bisogno del consenso, e a Kabul,  negli ultimi venti anni, madri hanno cresciuto figlie in un contesto democratico, con i valori democratici, e tutto questo non può non influire sulla questione “avanzata talebana”.

Pertanto i “nuovi padroni” dovranno trovare una strada percorribile, perché la forza ed il terrore non basteranno.

Simona Stammelluti 

Ruslan Sirota, compositore e pianista jazz, vincitore di un Grammy Award e adesso in tour con Noa, aveva da tre giorni un problema ai denti che gli impediva di mangiare e soprattutto gli portava molta sofferenza.

Ma ieri a Noto, ho trovato un dentista che ha aperto il suo studio alle 16 di domenica,  risolvendo il problema e, terminato il suo lavoro, non ha chiesto un euro per l’intervento effettuato.
Ruslan vive a Los Angeles, e ha affermato  che lì avrebbe pagato almeno 500 dollari per risolvere quel problema ai denti.
Per tutta la sera non ha fatto che raccontare la sua esperienza siciliana dal dentista, e sicuramente lo farà anche quando farà ritorno negli States.
La Sicilia è anche questa: non solo la Sicilia che brucia, che si disonora per mano di molti nell’indifferenza generale, ma anche il dentista di Noto che con il suo gesto, questa terra l’ha nobilitata.

Da un racconto di Pompeo Benincasa

Un maestro della regia italiana, una compagnia strepitosa e una commedia con una grandissima vis comica ma dai contenuti profondi. Mentre al Teatro Greco di Siracusa, Coefore Eumenidi di Eschilo e Baccanti di Euripide continuano a riscuotere un grande successo, è tutto pronto per il debutto della terza produzione del 2021 della Fondazione Inda: Nuvole di Aristofane per la regia di Antonio Calenda. Lo spettacolo, che ha la traduzione dal greco di Nicola Cadoni, debutterà martedì 3 agosto e resterà in scena fino al 21 agosto, alternandosi con Baccanti diretto da Carlus Padrissa della compagnia catalana La Fura dels Baus.

Antonio Calenda è alla sua ottava regia al Teatro Greco di Siracusa, la prima commedia dopo le tragedie Aiace di Sofocle (1988), Prometeo di Eschilo (1994), Agamennone di Eschilo(2001), Coefore di Eschilo (2001), Persiani di Eschilo (2003), Eumenidi di Eschilo (2003), Baccanti di Euripide (2012).

“La qualità sfumata dei confini della realtà descritta in questa commedia, che alterna irresistibile commedia ad amare derive, a tragici esiti – sono le parole di Antonio Calenda -, a figure inquietanti e grottesche, è assonante con un tempo in cui, per Aristofane, ogni dimora, soprattutto quella del Pensiero, è resa instabile da una filosofia che rispetta solo la ragione dell’evidenza, in cui ci si chiede dove siano finiti gli dei della polis”.

Nel cast di Nuvole ci sono Stefano Santospago (Aristofane), Nando Paone (Strepsiade), Fidippide (Massimo Nicolini), Antonello Fassari (Socrate), Daniela Giovanetti e Galatea Ranzi (corifee), Stefano Galante (discorso migliore), Jacopo Cinque (discorso peggiore), Alessio Esposito (primo creditore di Strepsiade), Matteo Baronchelli (secondo creditore di Strepsiade), Antonio Bandiera, Matteo Baronchelli, Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Stefano Galante, Giancarlo Latina, Alessandro Mannini, Damiano Venuto (discepoli di Socrate), Rosario D’Aniello (Xantia), Noemi Apuzzo, Rosy Bonfiglio, Luisa Borini, Verdiana Costanzo e Laura Pannia (coro di Nuvole). Il coro è formato dalle allieve dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico. Le scene e i costumi sono di Bruno Buonincontri, le musiche di Germano Mazzocchetti, la coreografia di Jacqueline Bulnes, Luigi Biondi è il light designer, Alessandro Di Murro l’assistente alla regia, Francesca Forcella l’assistente alla scenografia, Laura Gianni l’assistente ai costumi mentre Giovanni Ragusa è il direttore di scena.