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Si è svolto ieri 26 agosto a Camigliatello Silano un dibattito dal titolo “Informazione nel mezzogiorno in formato 2.0”, uno dei tanti incontri organizzati dall’Associazione ASSUD

Si chiama “Stelle del Sud 2016” il programma di incontri, dibattiti ed eventi organizzati per discutere del mezzogiorno, della sua economia, di come si gestisce l’informazione, l’attualità e la politica e ieri sera a Camigliatello, sono giunti tre dei più capaci giornalisti di cronaca che la nostra nazione può vantare, i cui nomi sono ormai famosi per il loro impegno costante nel contrasto alla criminalità organizzata, che è poi costato loro una vita sotto scorta.

Ospiti del dibattito Federica Angeli, giornalista di nera e giudiziaria di La Repubblica, Paolo Borrometi di Agi e Michele Albanese del Quotidiano della Calabria. A moderare l’incontro, la giornalista del TgR Rai Calabria, Livia Blasi.

Tre giornalisti, dunque, che hanno raccontato non solo la propria esperienza di cronisti sotto scorta, ma anche la loro personale e sentita idea di come si possa e si debba fare notizia nelle terre devastate dalla criminalità che in ogni territorio prende un nome diverso, ma che sortisce sempre gli stessi effetti nefasti nel sud, radicandosi sempre più in tessuti sociali mirati, mimetizzandosi e tessendo tele che vanno scovate e distrutte.
Un delicato ruolo, dunque, quello dei giornalisti, così come loro stessi hanno raccontato.

Federica Angeli, da anni ormai sotto scorta, a seguito di minacce ricevute dopo essere stata sequestrata dalla malavita di Ostia, dopo essere stata testimone oculare di un tentato omicidio, che ha scelto di non tacere, di denunciare, di andare avanti nelle indagini, “scavando”senza sosta nella verità. Lei, che ha parlato della mafia romana, prima ancora che saltasse alla ribalta della cronaca, lei, che fu accusata di “vedere troppi film gialli”, lei, che la paura la guarda in faccia tutti i giorni ma non si arrende, lei, che non si è mai fermata davanti alla verità, l’ha raccontata sempre quella verità facendo il suo mestiere con estrema coscienza, con equilibrio, senza mai scadere nello show “tout court”, non accontentando mai la parte morbosa dei lettori, nel rispetto sempre delle storie e dei protagonisti, decidendo “liberamente” che tipo di informazione dare nel rispetto del dolore, sempre. Perché dopo aver rinunciato alla libertà, la stessa la restituisce al lettore attraverso una verità che merita di essere raccontata senza aggiungere altro se non dettagli sostanziali di immagini di quella parte di società che si nasconde dietro interessi che non sono per il bene comune.

Paolo Borrometi, siciliano, che dalla Sicilia è dovuto scappare dopo aver raccontato la mafia nel territorio di Montalbano, dopo l’inchiesta sul boss di Scicli, alla quale sono seguite minacce e poi aggressioni, che adesso lo costringono a girare con la scorta. Anche da Roma, dove adesso vive continua a scrivere di mafia, e le minacce lo spaventano, ma fino ad un certo punto. Racconta alla platea che lui, come i suoi colleghi, racconta ciò che nei territori del sud non venita raccontato. Racconta di quella mafia in provincia di Ragusa, città che per tanto tempo è stata considerata distante dalla criminalità organizzata. Ragusa dove venne ucciso Giovanni Spampinato (giornalista italiano, ucciso dalla mafia), dove i suoi stessi colleghi dissero “se l’è cercata” e al suo funerale non andarono.

Anche Michele Albanese, giornalista sotto scorta per aver raccontato nei suoi articoli le attività delle cosche nella piana di Gioia Tauro. Lui, che sostiene che “se non risolve il problema della mafia, della ndrangheta, della camorra, l’Italia non potrà mai risolvere i suoi problemi”. Se non ci fossero giornalisti come loro – continua Albanese – i territori non verrebbero raccontati e neanche le forze dell’ordine potrebbero agire e “reagire” ai fenomeni mafiosi. Perché la mafia toglie occasioni al sud, ai figli, cancellando la parola “futuro”.

Rispondono alle domande intelligenti e mirate di Livia Blasi, i tre giornalisti sotto scorta, che li invita a raccontare come si resta persone “per bene”, raccontando storie attraverso le loro “scarpe consumate”, rispettando la notizia nel tempo della notizia “mordi e fuggi”, nel tempo del 2.0

Tutti concordi nel sottolineare l’importanza di recuperare una deontologia, lasciando da parte il giornalismo spettacolarizzato, recuperando anche la voglia di anonimato, senza voler apparire a tutti i costi, altrimenti si rischia di non essere più credibili.

Angeli, Borrometi ed Albanese, sottolineano come avere la scorta non è uno status symbol, ma una condizione difficile nella quale vivere, e il ringraziamento e l’applauso di tutti, è stato rivolto ai ragazzi della scorta, che difendono le loro vite e le scelte giuste di un giornalismo che rispetta la verità.

Simona Stammelluti

Una serata semplice, nel suo intento, “di cuore” nella sua destinazione. Una serata in una piazzetta suggestiva di Montalto Uffugo, piccola cittadina in provincia di Cosenza, dove lo storico autore, Mogol, ha raccontato la sua carriera, tra anedotti e citazioni

Mogol - Foto Sicilia24h - riproduzione riservata

Montalto Uffugo (Cs) – “Io, te e altre 450 persone”…una serata di spettacolo come se fosse un piacevole convivio tra amici di vecchia data. Perché insieme a Mogol, ieri sera sul palco, vi erano Andrea Mingardi, la vocalist Valentina Cortesi, ed il maestro Maurizio Tirelli, che ha accompagnato gli estemporanei accenni a tutti quei pezzi scritti da colui che ha passato una intera carriera tra “musica e parole”.

Una serata “senza scaletta”, nella quale il senso logico si reggeva sulle esperienze di vita di Mogol, che ha raccontato molto, di come si è ritrovato a scrivere testi per i più quotati artisti italiani, da Battisti a Mina, da Celentano a Cocciante. La bellezza delle serata – in un momento di grande tristezza dopo gli accadimenti post terremoto nel Lazio – è stata senza dubbio la scelta del Sindaco, Avv. Pietro Caracciolo e dell’Amministrazione Comunale di devolvere l’intero incasso alle popolazioni vittime del terremoto. Con questo spirito, la serata è sembrata avere per davvero “un senso”, considerato che in tutta Italia sono stati annullati moltissimi eventi, per rispetto a coloro che hanno subìto gli eventi drammatici post sisma.

Mogol ha risposto alle domande – modello talk show – poste da Andrea Mingardi, che abbandonata la sua anima prettamente blues, ha saputo mettere al centro della serata l’intera carriera dell’autore, ponendogli quelle domande che forse molti, tra il pubblico, avrebbero voluto porgli. E così Mogol ha raccontato ad oltre 450 persone presenti nella piazzetta Pietro Rizzo, come si vive, sentendo i propri testi, divenire “intercalare quotidiano” di grandi e piccini. Mogol ha sottolineato l’importanza dell’affetto che la gente nel corso degli anni ha saluto regalargli e si è definito, per questo, un vero privilegiato.

Tu sei un benzinaio, che ha dato carburante a centinaia di cantanti. Di solito si fa fatica a ricordare i testi delle canzoni, ma nel tuo caso tutti conoscono le canzoni che hai scritto da autore” – gli dice Mingardi, proprio in apertura di spettacolo.

Mogol Mingardi - Foto Sicilia24h - riproduzione riservata

Scrivere canzoni che vengono ricordate, è solo frutto di un destino favorevole” – risponde Mogol, che poi ci tiene a sottolineare che tutti si possiede una sorta di talento, che andrebbe sempre coltivato, ma che solo pochissimi coltivano per come si dovrebbe. Spiega anche la differenza tra talento e genialità e spiega come il genio è colui che possiede un dono raro, che si rivela sin da bambini. Per lui un genio è stato Gianni Bella, che scrisse un’opera senza avere preparazione operistica. Ha raccontato che lo stesso a soli 5 anni, si recava sulla scalinata della chiesa per scoprire come mettessero le mani sulla chitarra i musicisti. Era un bambino che si interessava alla musica anche solo “spiandola”.

E quando Mingardi gli ha chiesto cosa lui facesse, a 5 anni, Mogol ha risposto che era particolarmente preoccupato di come recuperare le distanze tre se e gli altri. Nel tempo si è dato molto da fare per raggiungere il suo sogno, che era semplicemente “sopravvivere” e per farlo ha messo in campo tutto quello che aveva.

Il momento musicale arriva dopo la citazione di quella che fu la prima canzone scritta da Mogol per la sua amica Mina, che è “Briciole di baci”, intonata da Valentina Cortesi.

Tanti i pezzi raccontati, scritti da Mogol che hanno vinto Sanremo, tanti gli anedotti su come sono nati i pezzi, come “Se stiamo insieme” di Cocciante, fatto ascoltare allo stesso cantante a Parigi, che pianse, dopo aver letto il testo. Fu così che lui, Mogol e Mario Lavezzi decisero di portare la canzone al Festival, dove poi vinse.

Simpatico il  momento nel quale Mogol racconta di essersi sposato “solo” due volte, ma di aver avuto 3 o 4 donne!

Suggestivo il momento musicale, quando viene intonato “la voce del silenzio”, interpretata da Valentina Cortesi, intonatissima.

Valentina Cortesi - Foto Sicilia24h - riproduzione riservata

Ma anche Mingardi, canta. In fondo è anche quello il suo ruolo in una serata che scivola via tra un ricordo ed una manciata di note.
“Senza luce” è il pezzo che sceglie di cantare, prima che in scena arrivi Lucio Battisti, con tutto quello che ha rappresentato per la canzone italiana.

“Mogol-Battisti” – questo il pezzo cantato subito a seguire, mentre sullo schermo passano le immagini del video girato da Mingardi e Mina.
Mogol poi sbaglia le parole, recitando il testo di “balla Linda” e fa tenerezza vedere un signore di 80 anni, raccontare una carriera, con la semplicità che appartiene a chi nella vita ha fatto quel che voleva e che “sapeva”.

Ho scritto Una Lacrima sul Viso, durante il tragitto verso la sala di incisione – racconta – prima proprio non mi era venuto nulla in mente“.
Ma il pubblico si lascia particolarmente coinvolgere quando Mingardi intona un piccolo medley dei pezzi più famosi di Battisti, che sono – senza dubbio – un piccolo mondo eterno, scavato nella roccia che contiene oltre 200 perle scritte dal grande paroliere.

Una serata riuscita nel suo intento di raccontare una carriera, più che fare musica, perché in fondo, ascoltare come sono nati alcuni successi che sono destinati a restare eterni, è più importante di una serata che si potrebbe ascoltare in qualunque pianobar.

Simona Stammelluti

Maurizio Tirelli

Per tutte le città e le cittadine d’Italia che volessero organizzare centri di raccolta per le persone terremotate, ecco l’elenco di ciò che necessita

Già da stasera, ma soprattutto nei giorni a venire, le popolazioni colpite dal terremoto, che sono adesso in estreme necessità di sopravvivenza, mentre ancora si lotta contro il tempo per salvare quante più vite possibili, hanno bisogno davvero di tutto.

Qui di seguito l’elenco (sempre in aggiornamento) dei BENI DI PRIMA NECESSITA’, inviato dalla Confcommercio di Rieti:

  • Lenzuola singole nuove o usate (pulite)
  • Asciugamani (puliti)
  • Cuscini (puliti)
  • Carta igienica
  • Rotoloni asciugatutto
  • Bicchieri di plastica
  • Piatti di plastica
  • Tovaglioli di carta
  • Prodotti per la pulizia personale(shampoo, bagnoschiuma,
    sapone, dentifricio, ecc…)
  • Salviette umidificate
  • Pannolini (per adulti e per bambini)
  • Colori per i bambini
  • Blocchi di carta
  • Giochi per i bambini
  • Acqua minerale – Naturale.
  • torce e pile
  • apriscatole
  • kit pronto soccorso-medicine da banco (tachipirine – cerotti – pomate per ferite)
  • attrezzature varie
  • lettini da campo- brandine-coperte
  • Maglioni
  • Giacche a vento
  • Sacchi a pelo
  • Coperte
  • Alimentari non deperibili tutti i generi : pasta, pomodori, pelati, barattoli di fagioli ceci, lenticchie, piselli,olio, sale grosso e fino, zucchero, caffè, omogenizzati, biscotti, latte lunga conservazione. preferibile scatolame
  • Ps: non dimenticate gli animali : cani, gatti pelosi e non, hanno bisogno di cibo.

Giustino Parisse, giornalista de “Il Centro”, racconta, con il terrore che appartiene a chi in un terremoto ha perso i suoi due figli e suo padre, cosa “resta” dopo il sisma di magnitudo 6.0 che stanotte ha distrutto Amatrice, Arquata e Pescara del Tronto

Foto Ansa

Di Amatrice non resta più nulla, resta una nuova storia da costruire e da scrivere, perché quello che c’era non esiste più. Sembra un brutto sogno che si ripete, mentre le immagini sono sempre le stesse, immagini di morte e distruzione. Ho passato le ultime ore con un mio collega sul posto e ho raccontato quello che vedevo, lo scempio della distruzione, la gente per strada. Eppure le immagini più difficili da raccontare sono quelli della morte, quella morte che fa sempre paura, ma che quando porta il nome di bambini, diventa ancor più cruda e spietata. Poco fa, lasciando momentaneamente quei luoghi, io ed il mio collega, non abbiamo potuto fare a meno di imbatterci nella scena di un ragazzo tredicenne portato via dalle macerie, purtroppo senza vita. Ed il padre del ragazzo, che cercava di consolare l’altro figlio più piccolo, ha rimproverato un cameraman che voleva riprendere quella scena di grande strazio e di immenso dolore…immenso dolore. Solo materie, solo cumuli di materie, solo distruzione, di luoghi e di vite umane. Difficile raccontare, anche se le immagini che vi inviamo sono fin troppo esaustive“.

Queste le parole di un padre, prima ancora che un giornalista, che conosce bene il volto e il potere distruttivo del terremoto. Lui che nel 2009 perse i suoi due figli e suo padre, a L’Aquila e che proprio qualche mese fa, dalle pagine del suo giornale, aveva scritto una lettera accorata ai suoi figli. In quella lettera, rivolta a Domenico e Maria Paola, racconta sette anni dopo, tutta la solitudine che regna da quel giorno, racconta la paura dell’alba, di quell’alba che i suoi figli non potranno più vedere. Ricorda quei 23 maledetti secondi che hanno “spento tutto”. Parla di quella “fatica del vivere che si fa montagna insuperabile”. Immagina come sarebbero stati i suoi figli, oggi, di 18 e 23 anni, negli anni delle scelte di vita. Parla ai suoi figli come se potessero sentirlo, anche se sa bene che nessun postino busserà alla sua porta, per consegnargli una lettera di risposta. Parla della nuova chiesa inaugurata, dei nuovi cantieri aperti, della tristezza profonda. E poi ancora racconta di una notte nella quale tenuto sveglio dalla tosse, si è alzato ed ha scritto una riflessione sulla ricostruzione: «Dal 2009 a oggi è mancata una riflessione collettiva su quanto accaduto. Una cosa, forse, dovuta al fatto che la tragedia, quella vera, quella che ruba il passato e l’avvenire, ha interessato una piccola parte della popolazione.
Gli altri – ognuno per proprio conto  – superato lo choc hanno cercato di massimizzare ciò che potevano “riscuotere” da quella tragedia.
Oggi in tanti fanno la loro piccola battaglia con l’arma dell’egoismo, non si vedono invece grandi battaglie – quelle in cui si impugna l’arma del bene comune -su come ricostruire al meglio la città e i paesi. Fra 80-100 anni nessuno ricorderà i nomi degli aquilani di oggi, ma tutti giudicheranno ciò che questa generazione ha saputo fare non per trasformare un pagliaio in un appartamento, ma per come l’impianto urbano e gli spazi pubblici saranno stati resi funzionali alla qualità della vita e alle occasioni di crescita occupazionale, sociale e culturale».

Ed oggi, ancora una volta, gli occhi di Giustino Parisse si sono abbassati, pieni di lacrime, sulle immagini di un centro Italia, distrutto dal sisma e dal dolore.

Simona Stammelluti

Passione, professionalità, idee e lungimiranza, solo le qualità che appartengono a Paola Pinchera, classe 1961, una donna che sa bene quello che fa, che conosce le dinamiche del mondo dello spettacolo, che ha fatto un percorso professionale lungo quasi 35 anni e che lo racconta in questa intervista, in esclusiva per il sicilia24h

Paola Pinchera

D: Da quando si occupa della direzione artistica del Roccella Jazz Festival?
R: Dal 2013 ma sono quasi 35 anni che mi occupo del Festival, prima come addetto stampa, poi in evoluzione, sono diventata direttore di produzione, e poi dal 2013 direttore artistica insieme al prof. Vincenzo Staiano.

D: Nella vita voleva fare questo?
R: NO! (sorride)

D: Come si è trovata a diventare direttore artistico e a gestire situazioni artistiche così importanti?
R: E’ stato un crescendo. Io volevo fare la giornalista, occuparmi di spettacolo, tant’è che nel corso della mia carriera ho fatto l’addetto stampa per il teatro, per il cinema. Poi però è salito l’amore per la musica e per il jazz, ho conosciuto tanti artisti importanti, ci siamo scambiati dinamiche sensoriali, che mi hanno poi portata ad amare moltissimo questo lavoro.

D: Sappiamo che ci sono tanti appassionati di musica, tanti competenti in materia, ma che caratteristiche deve avere un direttore artistico per portare il giusto splendore ad un festival?
R: Innanzitutto deve esserci una grande conoscenza della musica, questo è importante, grande orecchio alle novità che accadono intorno, grande umiltà e buona dote in pubbliche relazioni.

D: Cos’è il jazz per la terra di Calabria? Quali Cambiamenti ha visto nel corso del tempo?
R: La Calabria è cresciuta tantissimo, nel senso che quando ho iniziato io insieme a mio papà, non sapevano neanche cosa fosse il jazz; ricordo ero piccolina e questi concerti di grandi nomi, si facevano con 20 persone e le capre! (Sorridiamo)
Poi, pian piano c’è stato un coinvolgimento e si è capito che organizzare poteva essere un indotto economico. Sono cresciuti tanti giovani in quella direzione, molti hanno potuto ascoltare la musica che sognavano di ascoltare o che avevano sentito solo su dischi, e così sono nate tante iniziative, tante rassegne e molti sono cresciuti anche in maniera notevole, a livello nazionale.

D: Si può educare al jazz, dunque, alla buona musica, attraverso questi festival? Si può diventare un buon ascoltatore.
R: Si, certo. Ci sono cose che possono piacere di più o di meno, o non piacere affatto, possono essere vicine ai propri gusti, o più distanti. Per questo un buon direttore artistico devo fornire un panorama vasto, di tutte le tendenze sia passate che future, in modo da poter per quanto più possibile accontentare sia la vecchia guardia, che le nuove generazioni.

D: Che difficoltà si incontrano nella gestione di festival come quello che lei dirige, e quanto tempo ci vuole per programmare, contattare, organizzare? Sembra facile parlare del lavoro di un direttore artistico che si porta dietro una propria esperienza personale, ma esistono delle problematiche tecniche nel fare questo lavoro.
R: La prima cosa importante come sempre, sono i soldi. Non conoscendo un budget sicuro sin dall’inizio, è tutto molto difficile. A parte il ministero che per fortuna ci finanzia da tanti anni, noi viviamo con il problema delle cifre che non bastano e non possono bastare. Abbiamo delle situazioni in cui le Regioni soprattutto, decidono di concedere dei finanziamenti dei quali non si conosce l’entità, se non tre giorni prima che inizi un festival, quindi programmare è molto difficile. Quest’anno è accaduto che a ferragosto la Regione ha comunicato quanti soldi avrebbe stanziato, oltretutto ci aspettavamo una cifra diversa, per cui siamo stati costretti a cancellare anche alcuni concerti.
Io inizio già da settembre a riorganizzare il tutto, perché il Festival di Roccella è particolare, ha tante produzioni originali da mettere insieme, pertanto ci sono tantissimi artisti nazionali ed internazionali da contattare, poi si cerca di capire se un progetto possa o meno piacere loro, pertanto un anno prima, già ci si attiva per la giusta riuscita del festival.

D: Ci racconta quante e quali sono tutte le figure professionali che ruotano intorno ad un festival così prestigioso, a parte direttore Artistico e gli addetti all’ufficio stampa?
R: Come in tutte le cose che riguardano lo spettacolo, le maestranze sono la parte essenziale del lavoro. Una segreteria importante, una fonica che sia importante, una direzione tecnica, direttore di palco, tutta la parte logistica, alberghi e ristoranti, i transfer considerato che il festival è a Roccella Jonica, è ad un’ora sia dall’aeroporto di Lamezia che di Reggio, per cui è importante avere una buona agenzia che curi questi spostamenti, più tutti i ragazzi che sono con noi, dal catering, a coloro che si occupano dei botteghini, alle pubbliche relazioni. Sono tante le figuri importanti per la realizzazione di un festival di tale caratura.

D: Signora Pinchera, lo possiamo dire che questo genere di festival crea benefici ad un territorio come la Calabria?
R: Io credo che ogni festival di questo peso, possa divenire un vero indotto economico e culturale, in qualunque posto del mondo. Lo hanno capito in tanti, in tutto il mondo, in Italia ancora fatichiamo, nel Sud Italia è ancora più difficile, ma la volontà di andare avanti c’è e comunque ci sono tante persone, il comune stesso di Rocchella, che hanno compreso che questo festival può essere veramente un indotto economico molto importante per il territorio.

D: Conta la conoscenza delle lingue straniere, per il delicato compito del direttore artistico?
R: Si, certo. L’inglese me lo porto dietro da quanto ero piccola, il francese ho dovuto impararlo… ìquantomeno capirlo!

D: Ci sono degli errori che in passato ha commesso, e che dopo si sono trasformati invece in punti di forza?
R: Di errori se ne fanno tanti. Forse quando ho creduto in un progetto e invece non ne valeva la pena, ho creduto in alcune persone e magari non ne valeva la pena. Ma a lungo andare, quando investi su alcune persone, e ti vedi tornare indietro la gratitudine, anche solo per la mezz’ora che hanno trascorso con te, e ti ringraziano perché hanno imparato qualcosa, diventa una vera e propria soddisfazione. Io ho cresciuto tanti giovani. Ho tanti ragazzi vicino a me, che sono cresciuti in questi anni, che sono divenuti esperti nel settore e che vogliono continuare in questo campo. Di questo ne sono molto felice. Io credo nei giovani, molto, ed è giusto tramandare in loro ciò che tu hai imparato dalla vita. Non bisogna tenersi tutto gelosamente, come fanno molti.

D: In Italia ormai nascono festival jazz ogni anno, e lei ne avrà visitati, presuppongo, in giro per il mondo, anche se a mio avviso la differenza la fa la “storicità” di un evento. Cosa c’è a suo avviso nel Roccella Jazz Festival che lo differenzia dal ciò che si può vedere altrove?
Roccella ha una peculiarità che in tanti hanno imitato. Intanto andrebbe fatta comprendere – perché non tutti lo sanno – qual è la differenza tra rassegna e festival Jazz. Io credo che Roccella abbia come punto di forza il fatto che molti artisti vengono intercettati da un anno all’altro, molto contano le produzioni originali e poi le alchimie…che qui si creano. Girando il mondo, ne ho viste solo in alcuni festival e a Roccella succede quasi tutti gli anni. Quest’anno per esempio, primo concerto, per la prima volta si incontrano Paul Van Kemenade e Maria Portugal, lui di Amsterdam, lei giovane brasiliana bravissima, beh…su quel palco sembrava che suonassero da sempre insieme. Un’alchimia pazzesca.

D: Prima di salutarla volevo chiederle, considerato che anche quest’anno avete invitato ospiti prestigiosi di tutto il panorama jazzistico internazionale, può affermare di essere riuscita anche per questa edizione, a mettere d’accordo la domanda, quindi ciò che il pubblico voleva con l’offerta che avete realizzato?
R: Credo proprio di si. I concerti sono piaciuti moltissimo. Credo proprio di si, anche se a dirlo dovrebbero essere gli spettatori.

Considerato che alcuni incontri, possono per davvero divenire alchimie, con la promessa di incontrarci presto, ho salutato Paola Pinchera. Durante l’intervista ho constatato quanto esperienza ed umiltà, diano un valore aggiunto a chi realizza, restando talentuosamente dietro le quinte di Festival da dieci e lode.

Simona Stammelluti per Sicilia24h

Se il sedicenne adesso in coma, dopo aver subito un delicatissimo intervento alla testa dovesse morire, i tre aggressori si trasformerebbero in tre assassini

i tre aggressori -foto Ansa

E’ accaduto a Caltagirone, dove tre ragazzi tra i 18 e 32 anni, hanno aggredito tre ragazzi egiziani, trai 16 e i 17 anni, ospiti di un centro di accoglienza. Li hanno aggrediti a colpi di mazze da basball e spranghe. Gli stessi sono stati anche intimiditi con una pistola ad aria compressa di proprietà di uno degli aggressori, ritrovata poi dai carabinieri. Una vera e propria punizione, ai danni dei tre ragazzi stranieri, un pestaggio in piena regola.

I tre ragazzi egiziani sono stati fermati ed aggrediti mentre rientravano al centro di accoglienza per migranti, vicino Caltagirone. Da due macchine sono usciti tre uomini che li hanno pestati violentemente. Il sedicenne, forse il vero bersaglio del gruppo, è stato ferito gravemente alla testa, ed ora è in prognosi riservata, ricoverato presso il reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi-Nesima di Catania. I medici lo hanno sottoposto a “un intervento di svuotamento ematologico al cranio e si trova in stato di coma farmacologico”.

Gli aggressori sono stati arrestati grazie al video girato da uno delle vittime. Proprio davanti a quel video, i tre aggressori hanno confessato ed adesso sono accusati di tentato omicidio aggravato, lesioni personali e porto illegale di armi improprie. Si tratta di Antonino Spitale, di 18 anni, e i fratelli Giacomo e Davide Severo, di 32 e 23 anni.

Si cercano ancora due persone, che sarebbero rimaste in macchina ad attendere gli aggressori.

Simona Stammelluti

Ecco i nomi dei medagliati, dei talenti di casa nostra, gli azzurri che con talento e passione si sono distinti nelle gare olimpiche di Rio 2016, che si avviano al termine, con la manifestazione di chiusura che si terrà all’1 di questa notte, ora italiana.
Guardando il medagliere salta subito all’occhio come nel tiro a segno, si è vinto quasi tutto quello che c’era da vincere. E poi con la palla – che sia a volo o a nuoto – belle soddisfazioni colorate di azzurro.
28 medaglie portate a casa. Eccole nello specifico
1. ARGENTO il 21 Agosto
Pallavolo maschile
OLEG ANTONOV, EMANUELE BIRARELLI, SIMONE BUTI, MASSIMO COLACI, SIMONE GIANNELLI, OSMANY JUANTORENA, FILIPPO LANZA, MATTEO PIANO, SALVATORE ROSSINI, PASQUALE SOTTILE, LUCA VETTORI, IVAN ZAYTSEV
2. BRONZO il 21 Agosto
Lotta- Libera 65 kg
FRANK CHAMIZO
3. BRONZO il 20 Agosto
Pallanuoto maschile
MATTEO AICARDI, MICHAEL ALEXANDRE, BODEGAS MARCO, DEL LUNGO FRANCESCO, DI FULVIO PIETRO, FIGLIOLI ANDREA, FONDELLI VALENTINO, GALLO NICCOLÒ, GITTO ALESSANDRO, NORA CHRISTIAN, PRESCIUTTI NICHOLAS, PRESCIUTTI STEFANOTEMPESTI, ALESSANDRO VELOTTO
4. ARGENTO il 19 Agosto
Pallanuoto femminile
ROSARIA AIELLO,  ROBERTA BIANCONI, ALEKSANDRA COTTI, TANIA DI MARIO, GIULIA EMMOLO, TERESA FRASSINETTI,  ARIANNA GARIBOTTI, GIULIA GORLERO, FRANCESCA POMERI,  ELISA QUEIROLO,  FEDERICA RADICCHI, CHIARA TABANI, LAURA TEANI
5. ARGENTO il 19 Agosto
Beach Volley
DANIELE LUPO, PAOLO NICOLAI
6. ORO il 15 Agosto
Ciclismo – Pista Omnium
ELIA VIVIANI
7. ARGENTO il 15 Agosto
Nuoto di Fondo – 10 Km
RACHELE BRUNI
8. ARGENTO il 14 Agosto
Scherma – Spada a squadre
MARCO FICHERA, ENRICO GAROZZO, PAOLO PIZZO, ANDREA SANTARELLI
9. BRONZO il 14 Agosto
Tuffi – Trampolino 3 m
TANIA CAGNOTTO
10. ORO il 14 Agosto
Tiro a Segno – Carabina 3 p. 50 m (3×40)
NICCOLÒ CAMPRIANI
11. ORO il 13 Agosto
Nuoto – 1.500 m stile libero
GREGORIO PALTRINIERI
12. BRONZO il 13 Agosto
Nuoto – 1.500 m stile libero
GABRIELE DETTI
13. ORO il 13 Agosto
Tiro a Volo – Skeet (125 colpi)
GABRIELE ROSSETTI
14. ARGENTO il 12 Agosto
Tiro a Volo – Skeet (75 colpi)
CHIARA CAINERO
15. ORO il 12 Agosto
Tiro a Volo – Skeet (75 colpi)
DIANA BACOSI
16. BRONZO il 12 Agosto
Canottaggio – 4 senza (4-)
MATTEO CASTALDO, MATTEO LODO, DOMENICO MONTRONE, GIUSEPPE VICINO
17. BRONZO il 11 Agosto
Canottaggio – 2 senza (2-)
GIOVANNI ABAGNALE, MARCO DI COSTANZO
18. ARGENTO il 10 Agosto
Scherma – Fioretto individuale
ELISA DI FRANCISCA
19. ARGENTO il 10 Agosto
Tiro a Volo – Double trap (150 c.)
MARCO INNOCENTI
20. ARGENTO il 08 Agosto
Tiro a Volo – Trap (125 colpi)
GIOVANNI PELLIELO
21. ORO il 08 Agosto
Tiro a Segno – Carabina a.c. 10 m (60 c.)
NICCOLÒ CAMPRIANI
22. ORO il 07 Agosto
Scherma – Fioretto individuale
DANIELE GAROZZO
23. ORO il 07 Agosto
Judo – 66 kg
FABIO BASILE
24. ARGENTO il 07 Agosto
Judo – 52 kg
ODETTE GIUFFRIDA
25. ARGENTO il 07 Agosto
Tuffi – Tramp. 3 m sincro
TANIA CAGNOTTO  FRANCESCA DALLAPÈ
26. BRONZO il 07 Agosto
Ciclismo – Strada Individuale in linea
ELISA LONGO BORGHINI
27. BRONZO il 06 Agosto
Nuoto – 400 m stile libero
GABRIELE DETTI
28. ARGENTO il 06 Agosto
Scherma – Spada individuale
ROSSELLA FIAMINGO

Colpo su colpo, la finale di pallavolo maschile, vinta dai padroni di casa, che consegna agli azzurri una medaglia d’argento, che chiude Rio 2016

E’ stata una partita equilibrata, anche se è mancato qualcosa agli italiani, in corsa per la vittoria nella finale di pallavolo maschile. E’ mancato un pizzico di cinismo, una sorta di coesione che – davanti ad una folla tutta brasiliana – diventava necessaria minuto dopo minuto.

La medaglia d’oro va dunque ai brasiliani, e tocca accontentarsi di un argento, che però pesa quando un oro, perché i ragazzi di Blengini, hanno “giocato” bene, e meritavano di chiudere in bellezza la loro avventura olimpica di Rio De Janeiro.

Il Brasile ha vinto la finale olimpica maschile di pallavolo, battendo l’Italia dunque,  per tre set a zero. La partita è iniziata alle 18.15 ed è finita poco prima delle 20. Il Brasile ha vinto il primo set 25-22 e il secondo 28-26 e il terzo 26 a 24.

Italia-Brasile è da sempre uno scontro significativo, e nella storia olimpica l’Italia non ha mai vinto un oro, ma la nazionale maschile c’è arrivata vicina più volte; bronzo a Londra nel 2012, sul podio nelle 5 edizioni delle olimpiadi e quando non vi è andata, nel 2008 a Pechino, è arrivata quarta.

Nella semifinale l’Italia aveva battuto la fortissima USA, vincendo al tie break.

L’Italia è allenata dall’ex pallavolista Gianlorenzo Blengini, con il quale la squadra vinse l’argento nella Coppa del Mondo del 2015. I giocatori portentosi della squadra, sono  sicuramente capiterà di far caso Simone Giannelli, Ivan Zaytsev e Osmany Juantorena.

Giannelli ha 20 anni, da poco compiuti, palleggiatore, colui che alza la palla a chi deve schiacciarla, Considerato uno dei migliori palleggiatori al mondo.

Ivan Zaytsev ha 27 anni,  soprannominato “lo Zar”, ed è quello che qualche giorno fa ha fatto il servizio più veloce delle Olimpiadi (127 chilometri all’ora) e che contro gli Stati Uniti è andato in battuta quando l’Italia perdeva il quarto set 20 a 22. Una vera forza della natura, difficile resistere alla sua schiacciata.

Per l’Italia, quella vinta stasera con la pallavolo maschile, è la 28esima medaglia delle Olimpiadi di Rio.

Le lacrime dei pallavolisti italiani, che perdono l’oro, resterà nella memoria di questa bella avventura olimpica.

Simona Stammelluti

Mai come dopo aver guardato l’immagine di quel bambino, abbiamo negli occhi l’immagine di una guerra cruda, cruenta, orrenda che dura da più di 5 anni, che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, che ha messo in fuga milioni di anime

Le immagini dei bambini che muoiono, o che – come nel caso del piccolo Omran Daqneesh – sopravvivono ad una guerra che facciamo troppo presto a dimenticare, scuotono a momenti le nostre emozioni, quasi costringendoci a guardare lontano, oltre quel mondo che viviamo in clima vacanziero e spensierato. Le immagini del piccolo di 5 anni, salvatosi al bombardamento, che hanno fatto il giro del mondo, ci ricordano che esiste una guerra che va fermata; Quelle immagini ci hanno fatto commuovere ed indignare, perché racconta di bombardamenti che la Siria subisce ogni santo giorno, dove per chi combatte, si allontana sempre più l’ipotesi di una qualche forma di tregua.

Quel bambino sì, ci ricorda che esiste una guerra. Fatta di morti e di feriti. Proprio come il piccolo Omran, e quel suo sguardo perso nel vuoto, attraverso occhi che non sanno forse piangere più.  Un bambino rimasto ferito, contuso, come altri suoi coetanei, nel quartiere Qaterji, a causa di un bombardamento aereo, che non ha ancora un autore certo.

E’stata una testata locale, Aleppo Media Center, a realizzare quel video dal quale è stato poi realizzato quel fermo immagine, che ha fatto il giro del mondo, che è stato condiviso milioni di volte sui social network e che tutte le testate del mondo hanno mostrato. La scena dei soccorritori che tirano fuori grandi e piccini dalle materie, l’arrivo dell’ambulanza. Scene di ordinario giorno di guerra, dove i medici provano a fare il loro, a salvare vite, a curare le ferite, almeno quelle fisiche, come nel caso del piccolo Omran che è stato curato e coccolato, per quel che è stato possibile.

Foto e video valgono sicuramente più di tante parole, proferite e poi dimenticate. Pochi giorni fa, un nutrito gruppo di medici siriani, hanno scritto al presidente Obama, chiedendo aiuti per i tanti civili colpiti dai bombardamenti, che ostacolano proprio gli aiuti umanitari. Intanto l’inviato dell’Onu per la Siria, De Mistura, è tornato a chiedere una tregua di almeno 48 ore, in particolare ad Aleppo.

Uno stop immediato ai bombardamenti è auspicabile anche dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Federica Mogherini, che ha sottolineato la priorità assoluta della riuscita delle operazioni umanitarie.

La Russia si è detta pronta ad accogliere le istanze dell’Onu. Si ipotizza una tregua di 48 ore su base settimanale. Su Aleppo, dunque, la prossima settimana dorebbe partire l’interruzione “provvisoria” delle ostilità.

La guerra in Siria non è una guerra tra due eserciti ma tra decine di soggetti diversi con diverse alleanze internazionali, senza esclusione di colpi.  Lì tutti combattono contro tutti. A volte poi si alleano temporaneamente per poi combattersi di nuovo. Si alleano solo in certe zone, e combattono in altre.

Intanto quel bambino poi medicato, ci ricorda che esiste una guerra, a pochi passi dalle nostre vite patinate. Una guerra ingiusta e sbagliata, come tutte le guerre. Ma tanto domani arriva in fretta, quell’immagine simbolo di una guerra orrenda lascerà il posto a quella del bambino profugo, che magari non ce l’avrà fatta. E si procede per simboli di qualcosa, che ancora è più forte di ogni reale volontà.

Simona Stammelluti

Erano gli anni ’30 e nel panorama musicale di quel tempo c’erano due signori, Billie Holiday e Lester Young, che insieme realizzarono una serie di cose memorabili.

Potrei fare alcuni esempi, di quelli che saltano subito alla memoria: “That Way”, “Travlin’ All Alone” e “Easy Livin”.
Questi sono solo alcuni dei pezzi che li hanno visti vicini e complici.
Ma la collaborazione musicale e l’amicizia personale che ci fu tra i due titani del jazz, ebbe svariate sfumature.
Billie e Lester ebbero un incredibile rapporto intuitivo, quando capirono che avrebbero dovuto fare musica, insieme.

Ascoltando le loro registrazioni, è chiaro che si ispirarono a vicenda,
musicalmente, portando però in quel connubio parte della proprio vissuto, della propria personalità e del proprio bagaglio emotivo.
Cantare, per Billie Holiday, era un modo per sopravvivere.

LEI, Billie Holiday – nota come Lady Day, ma all’anagrafe Eleonora Fagan – era nata “povera e nera”, a Baltimora intorno al 1915. Era cresciuta a Harlem, insieme a sua madre che lavorava come domestica.  Billie sosteneva che la depressione per lei non fosse nulla di nuovo, perché aveva visto sempre e solo lei, durante la sua esistenza e con lei era cresciuta.
Billie aveva 15 anni, quando si presentò in un locale di Harlem per fare un provino per un posto di lavoro da ballerina.
Le dissero che non era “abbastanza brava” per essere una ballerina e allora provò a cantare, lì sul posto, e fu così che scopri che le piaceva così tanto farlo che avrebbe anche potuto pensare di fare quello, come lavoro, per sopravvivere.
Il suo cantare così incisivo e sofisticato, la portò ad esibirsi nei club di Harlem, nei primi anni ’30, quando fu scoperta dal un produttore discografico, John Hammond.
Da allora incominciò il successo come una delle più grandi interpreti vocali americane di jazz e blues.

LUI, Lester Young, tenorsassofonista, proveniva da una famiglia di New Orleans, nella quale erano tutti musicisti.
Quando aveva dieci anni, Lester suonava il rullante nella banda di suo padre, viaggiando in tutto il Midwest, con uno spettacolo itinerante, nei tendoni.
Fu durante la sua adolescenza, che partorì l’obiettivo di fare per conto suo.
All’inizio della sua carriera, Lester fu sollecitato a “smorzare” quel suo stile musicale così unico.
Si pensi a quando cominciò a suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson, e la moglie del leader, lo costrinse ad ascoltare i dischi di Coleman Hawkins più e più volte, in un vano tentativo di convincerlo a rinunciare al suo approccio lirico e di imitarne lo stile.
Fu solo quando Lester si unì all’orchestra di Count Basie presso la Sala Reno a Kansas City nel 1934, che il suo stile ebbe la possibilità di fiorire.

Billie e Lester si incontrarono ad una jam session di Harlem nei primi anni ’30 e poi lavorarono insieme nell’orchestra di Count Basie, nei locali notturni di New York, sulla 52esima.
Ad un certo punto della loro conoscenza, Lester si trasferì nell’appartamento che Billie condivideva con la madre, Sadie Fagan.
La storia racconta che Lester fosse un grande appassionato di cucina casalinga e stanco di vivere a New York stanze infestate dai topi d’albergo, decise di accettare l’invito di Sadie ad assaggiare le sue delizie e così lui decise di far parte di quella famiglia.
Fu quello un piacevole cambiamento per Billie e sua madre, che si ritrovarono ad avere un uomo per casa, e Lester fu sempre un vero gentiluomo.
Tra Lester e Billie ci fu del “tenero”, in molti lessero un grande amore, anche se lei, ha sempre sostenuto che la loro relazione fu solo platonica.
Fu lei a dare a Lester il soprannome di “Prez”, ossia “presidente” perché lui era l’unico in cima nei suoi pensieri.
Per Billie, Lester era il migliore, il più talentuoso di tutti, il più eclettico e insieme vissero gioie e dolori, trionfi e periodi di magra.
A sua volta lui, diede a Billie il famoso soprannome, “Lady Day”.
E questo perché lei era una “Signora”, sofisticata, schiva e schietta.
E poi quel “Day” diminutivo di “Holiday”.

Quando a Billie fu chiesto di spiegare il suo stile di canto, rispose:
Non penso mai che sto cantando. Mi sento come se sto giocando con un corno nel quale ci soffio di dentro. Cerco di improvvisare e quello che viene fuori è quello che sentite. Odio cantare diritto, devo sempre cambiare un brano a modo mio. Questo è tutto quello che so“.
E proposito di Lester Young, Billie ha detto:
Per me Lester é il più grande del mondo perché ama se stesso e la sua musica. I miei dischi preferiti sono quelli che ho fatto con Lester, perché mentre lui suona il suo sassofono tu lo ascolti e ci puoi quasi sentire le parole.

Lester Young e Billie Holiday erano entrambi anime particolarmente sensibili, facilmente ferite dai colpi duri del “music business” e dal razzismo palese, nell’America del 1930.
Per alleviare questo dolore, entrambi hanno trovato conforto nella droga e nell’alcool.

Lester Young morì il 15 marzo 1959 all’età di 49 anni.
Billie Holiday lo seguì pochi mesi dopo, nel mese di luglio.
Ne aveva solo 44, di anni.
Questi due vecchi amici finirono la loro vita in maniera tragica, insieme e il loro essere geni della musica e del jazz, fu logorato dall’uso pesante di droghe e alcool.

Attraverso la loro eredità, lasciata in registrazioni e meraviglie – e che magari un giorno a venire vi racconterò – Prez e Lady Day continuano a intrattenere il pubblico e di influenzare il corso della musica jazz.

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Simona Stammelluti