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Ma sì, facciamola un po’ di pubblicità alla concorrenza!
La verità è che Fiorello  da bravo show-man tutto può, finanche travestirsi da Maria De Filippi, aprire la seconda puntata del Festival di Sanremo ed essere così credibile da indurre “nostra signora della tv” a telefonare a Fiorello, in diretta, proprio mentre è sul palco e dopo essersi complimentata con Amadeus, si presta simpaticamente allo sketch del doppiaggio.

Si entra nel vivo delle nuove proposte e tra gli altri 4 in gara, passano Fasma e Marco Sentieri, ma il livello è basso e se avessi dovuto premiare qualcuno, avrei fatto passare al successivo step Gabriella Martinelli e Lula (anche batterista) con la loro canzone che parla del dramma dell’Ilva con il loro pezzo “Il gigante d’acciaio“.

E’ il  5 febbraio, e allora un pensiero va a Fabrizio Frizzi che in questo giorno avrebbe compiuto gli anni e con grande sobrietà, con indosso un abito meraviglioso, calca il palco la vedova di Frizzi, Carlotta Mantovan, accolta da lungo applauso dedicato al presentatore prematuramente scomparso.

Sanremo ha un corpo di ballo, ed è ancora Fiorello il protagonista; Lui che canta e poi balla, tra  ballerini e ballerine tra i quali spicca Leon Di Domenico, talentuoso ballerino diciannovenne di Vallo della Lucania che studia all’accademia di danza di Londra dopo stage a Madrid e Los Angeles.

Ma Sanremo è kermesse canora e tocca cominciare.

Piero Pelù  apre la gara, ma è sotto tono, e subito dopo come per magia sul palco arrivano le splendide giornaliste RAI Laura Chimenti e Emma d’Aquino.

E’ il turno della Lamborghini con una tuta improbabile e un pezzo che manco nei peggiori bar di Caracas.  Tra gli ospiti Il tennista Novak Đoković costretto a cantare “terra promessa” con Fiorello in un siparietto penoso.

Nigiotti, scarso con la sua “baciami adesso“, si concede un assolo di chitarra.  Sabrina Salerno sembra uscita dritta dritta dal 1980 calandosi a tempo di record nei panni della valletta.

La cantante siciliana indi-pop Levante, arriva sul palco con un delizioso abito rosa, e  con un pezzo discreto, buon sound, nel suo stile, ma ha problemi con il cantato, come se fosse fuori forma o forse gioca brutti scherzi l’emozione da palco sanremese. Sull’onda della musica indi arrivano i Pinguini Tattici Nucleari, che un po’ ricordano “lo stato sociale”, ma restano nei canoni del loro genere con il pezzo “Ringo Starr“.

Avevo dimenticato che è ospite fisso ed invece torna Tiziano Ferro, questa volta insieme a Massimo Ranieri, e si spartiscono il famoso pezzo “perdere l’Amore“. Ma Ferro non ce la fa e sarà scarso nella performance anche quando, nella seconda metà della serata canora, intonerà alcuni dei suoi più famosi pezzi come “Serenere“.

E’ Tosca a regalare in mondovisione il momento più bello e più alto della serata, e di tutto il Festival fino ad ora. Presenza scenica, ottimo look, intonazione impeccabile, personalità da vendere e un pezzo davvero bello “ho amato tutto“. Sembra essere decontestualizzata per quanto è brava, sembra sovrastare completamente tutto il resto. Come se fosse ospite sopraffino e non cantante in gara che, se fosse per merito, vincerebbe a mani basse, ma la classifica all’una e mezzo di notte – seppur provvisoria – dirà altro.

Momento toccante quando Amadeus con accanto il Maestro De Amicis introduce la canzone di Paolo Palumbo, ragazzo 22enne che da 4 anni è affetto da SLA. E parte l’hashtag #iostoconpaolo

Come annunciato da Amadeus stretto in uno dei suoi abiti glitterati, arrivano i Ricchi e Poveri, tutti e 4, anche con la Occhiena e la reunion dopo 40 anni, avviene in playback, così, giusto per non correre il rischio di figuracce. Partono con la versione tarocca di “everlasting love” per poi adagiarsi su quelli che furono i loro successi.

Ospite – ma direi super ospite – Zucchero, che si conferma essere un grande artista, che calca quel palco che fu suo nel 1985 con “Donne” e che accompagnato da coristi stratosferici, risolleva le sorti della Kermesse canora.

E’ il turno di Gabbani, che sarà primo in classifica alla fine della seconda serata,  Paolo Jannacci emoziona con il pezzo “Voglio parlarti adesso” e con quella somiglianza spiccata con suo papà.

Che Sanremo sarebbe senza “non dirgli mai” di Gigi D’Alessio, canzone che festeggia 20 anni. Gigi alla fine è uno che se la canta e se la suona e che – va ricordato per onore di cronaca – ha venduto oltre 30 milioni di dischi in tutto il mondo.

Arriva Rancore, ma nessuno sa chi sia, manco chi l’ha portato al festival.
Ancora Ranieri che fa la sua figura e ancora Tiziano Ferro condannato alla stonatura a vita.

E’ notte fonda quando arriva lui, Junior Cally,  senza maschera, con la faccia da pischello, quel suo “no no grazie” e vestit0 con una giacca che ricorda le divise naziste.

E i monologhi?
Apprezzabile quello di Emma d’Aquino sul mestiere del giornalista e sul diritto alla libertà di informazione, un po’ meno quello che arriverà più in là da Laura Chimenti che altro non è che una lettera melensa alle 3 figlie. Forse si poteva evitare.

In finale di gara tra big Giordana Angi, che paga lo scotto di cantare per penultima all’una e un quarto di notte, che è vocalmente brava ma che perde l’occasione di fare bene, perché a mio avviso la canzone ha un testo troppo banale.
Zarrillo torna a Sanremo, ma se non lo avesse fatto, era lo stesso.

Nella classifica Gabbani primo, Junior Kelly ultimo.

Così sia

 

a domani

Simona Stammelluti 

Sanremo assomiglia sempre più ad un grande show che ha bisogno di elementi che si muovano nello spazio, che riempiano tempo e che vadano a tempo, piuttosto che ad una kermesse canora.
E così parte anche la 70esima edizione del festival di Sanremo, quest’anno diretto e condotto da Amadeus (neanche tanto male alla conduzione) che si lascia affiancare da un Fiorello che apre la prima puntata vestito da prete, che fa ridere ma non troppo, e poi ancora da Diletta Leotta che sembra un po’ svampita, e che ritmo nella co-condizione non ne ha, e da Rula Jebreal la giornalista  palestinese, che non solo da una vera stoccata al presentatore con quella sua “e stasera facciamo tutti un passo avanti, così evitiamo le gaffe”, ma che nella seconda parte della kermesse regalerà ad pubblico a casa e in sala, il già annunciato monologo contro la violenza sulle donne, raccontando la storia vera di lei bambina che ascoltava le storie delle donne stuprate e di sua madre che si è suicidata perché voleva liberasi del suo corpo che era stata la sua tortura. Il suo monologo intervallato delle parole di canzoni scritte da uomini, Battiato, Vasco Rossi e Francesco De Gregori. 
Entrando nel vivo delle manifestazione canora, sono stati 4 i giovani della sezione nuove proposte ad esibirsi e hanno passato il turno Tecla e Leo Gassman. Strana questa sezione dove ci sono voci carine ma canzoni brutte, e viceversa. Ma alla fine passa la canzone sanremese di Tecla e l’appeal di Gassman. 
I big ad esibirsi sono 12, e tra cose già sentite (Achille Lauro, che però fa parlare di sé passando dal mantello alla calzamaglia nel giro di 2 minuti) e canzoni improponibili la serata, lunghissima, può contare sulla bravura indiscussa dell’orchestra che da sempre regala il piacere della musica. 
Primi Le Vibrazioni alla fine della prima puntata, ultimo Morgan con Bugo. Nel mezzo una Rita Pavone che non si arrende, Anastasio che porta un pezzo con un buon sound, Elodie che fa la diva nel suo vestito Versace che arriva seconda in classifica ma con un pezzo a mio parere scarso. Masini resta coerente, malgrado il cambio di look e la sua canzone ancora una volta è adatta al palco dell’Ariston e canta senza sbavature. Diodato poco incisivo, malgrado l’intonazione, ma ancora abbiamo nelle orecchio il pezzo colonna sonora del film di Ozpetek. Irene Grandi delude, malgrado la canzone le sia stata scritta da Vasco Rossi e Gaetano Curreri. E poi ancora Riki (ce l’eravamo dimenticato) e Alberto Urso di cui nulla posso dire perché è come se non ci fosse stato, su quel palco. Canta per ultimo Raphael Gualazzi, con un pezzo carioca, carino ma lui sembra uscito da un cartone animato.
Ma come dicevamo Sanremo è un grande Show con ospiti di vario genere.
Scandaloso Tiziano Ferro  – che sarà a quanto sembra ospite fisso – che storpia completamente “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini e che si salva cantando la sua  “Si accettano miracoli“. Da sempre sostengo che Ferro sia un bravo autore e che dovrebbe scrivere per altri e lasciar stare il canto, perché se in sala di incisione lo aiutano, dal vivo finisce per fare figuracce e questo è un gran peccato perché un artista deve poter essere apprezzato per quel che sa realmente fare e lui sa scrivere ma non sa cantare.
Pessima figura anche per Romina Power e Albano che dopo un melenso revival dei loto antichi successi, si piegano al playback per cantare una canzone scritta da Cristiano Malgioglio, che è presente in sala tra il pubblico. Il tutto con la presentazione della figlia Romina Carrisi, apparsa come un cavolo a merenda sul palco. Cosa non si fa per piazzare i figli da qualche parte!
Pure Emma Marrone, canta … dentro e fuori l’Ariston. Ma sale sul palco come “attrice” insieme a Favino, Rossi Stuart. Claudio Santamaria e Micaela Ramazzotti,  ognuno con un piccolo monologo e tutti protagonisti del nuovo film di Gabriele Muccino, e quale palco migliore dell’Ariston per pubblicizzare un film?
Sembrerebbe l’edizione votata al messaggio contro il femminicidio, tanto che Gessica Notaro, la ragazza trasfigurata con l’acido dall’ex fidanzato, con la passione per il canto, sale sul palco sanremese e canta con il suo amico Antonio Maggio.
Una lunga serata che si consuma tra abiti bellissimi, molti momenti di noia, e la musica di Sanremo, che fa parlare di se tutto l’anno, che non mette mai tutti d’accordo, ma che resta un’appuntamento a cui si fa fatica a mancare, almeno per noi addetti ai lavori.
A domani
Simona Stammelluti 

Ieri sera ho visto “Judy” il film di Rupert Goold nelle sale in questi giorni, con una straordinaria Renée Zellweger (candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista) che ha incarnato in maniera impeccabile Judy Garland nel racconto dell’ultimo periodo della sua carriera.
Non nascondo che sul finale del film, in una sala in cui è regnato un silenzio assoluto per tutta la durata della pellicola, mi sono commossa;

quella commozione esplosa nel mentre la talentuosa cantante capisce che ormai è arrivata la fine e non ci sarà più nulla per lei, e così canta per l’ultima volta “Over the rainbow”, si commuove, le si rompe la voce, non ce la fa a continuare e allora il pubblico londinese si alza in piedi e canta al posto suo, prima che si apra un applauso infinito.

Ma quella commozione parte all’inizio e accompagna tutta la durata del film mentre allo spettatore è dato di sapere che la vita può esserti nemica sin da subito, quando un talento può divenire una condanna e quando tutta la tua esistenza diventa pesantissima da portare sulle spalle, malgrado la leggerezza della fama, della notorietà, dei soldi che però poi finiscono, e ti costringono a fare scelte che non vuoi, vivere luoghi che ti diventano ostili, mentre rinunci all’unica cosa che ti interessa davvero, i tuoi figli.
Una serie di flash-back verso un passato di Judy bambina prodigio, privata della sua giovinezza, incastrata tra anfetamine per non avere fame e sonniferi per poter dormire, mentre con le trecce di Dorothy nel famoso “Mago di Oz”, viene plagiata da un produttore despota, e sogna un futuro che però non le riserverà la felicità. Una felicità cercata in amore effimeri, mentre sposa 5 uomini senza amarne nessuno e senza mai essere amata veramente.

La tristezza negli occhi truccati di nero di una Judy Garland con i capelli corti, magra e costretta a lasciare i suoi figli più piccoli con il padre perché non può più prendersene cura. Ci prova, lasciando tutto e trasferendosi a Londra dove ancora la osannano, ma alla fine fallisce. I figli restano lontano da lei, e lei lontana da se stessa.

Un excursus in un periodo storico anche, non solo nella biografia di quella che fu una grande artista holliwoodiana; il periodo dello star system, della droga, dell’alcool, di quel sistema in cui pur di fare soldi si stritolano gli artisti fino a farli divenire macchine che però si inceppano e allora vanno sostituite.

Rupert Goold punta l’attenzione su quel meccanismo, su come i soldi e la fama sono le uniche luci sulla vita di un personaggio che anziché viverla la vita, passa l’esistenza a convincersi di essere “solo una goccia nel mare” e che dunque, non ci si può permettere nessuna défaillance. Ma quelle défaillance Judy le incontra tutte, nell’ultima stagione della sua vita, mentre scopre di essere sola, con un bicchiere in mano, vestita di quella tenerezza  che percorre tutto il film, e arriva prorompente fino allo spettatore.

Nella pellicola solo un piccolo accenno al rapporto tra Judy Garland e sua figlia Liza Minnelli nata dal secondo matrimonio della cantante con il regista Vincente Minnelli. Le immagini sono quelle di una festa a casa di sua figlia, dove Judy si reca solo per avere un posto dove stare.

Renée Zellweger – giustamente candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista – è perfettamente calata nel personaggio; movenze, manie e quel modo di muovere gli occhi che fu segno distintivo della Garland. Credibile e amabile, mentre cerca un contatto umano sincero e autentico che trova nella donna che si occupa di lei durante i concerti londinesi e in quella coppia gay, innamorati della sua arte canora e che per una sera riescono a non lasciarla sola e non farla sentire sola.

La fotografia non eccellente, riesce a dare alla pellicola i toni e a riprodurre la forma dell’epoca; molti i primi piani che mettono in risalto lo sguardo nel vuoto di Judy bambina abbandonata al suo successo e di Judy donna abbandonata al suo insuccesso.

Un film senza sorprese, canonicamente calato nel genere biopic, con una regia semplice ma efficace, che da alla protagonista la possibilità di tornare a “casa”, dentro un dolore che nessuna ribalta fu capace di cancellare mai.

 

Simona Stammelluti

Enrico Remigio, di Pescara manager di un’azienda motociclistica, che lavora  a Singapore ha appena vinto un milione di euro a “chi vuol essere milionario” rispondendo ad una domanda su Gene Cernan: “cosa lasciò scritto sul suolo lunare l’ultimo uomo che mise piede sulla luna?

Decide di raccogliere la sfida, Enrico e abbandona l’assegno di 300 mila euro nella speranza di vincere l’ambito premio. Se sbaglia scende a 70 mila ma come dice Gerry Scotti questa trasmissione prevede un pizzico di spregiudicatezza; “only the brave” cose per coraggiosi, insomma.

Il presentatore lo guida nel ragionamento fino alla scelta di provare a rispondere all’ultima domanda;

le 4 opzioni sono:

– A il simbolo della pace

B le iniziali della figlia (quella esatta) 

– C god bless America

– D Gene was here

Il concorrente sempre più convinto a dare la risposta, segue le indicazioni di Gerry Scotti che gli ricorda che la domanda prevede la parola “scrivere” e che invece il simbolo della pace non è scritto ma solo disegnato. E così dopo averci riflettuto su decide di ipotizzare che il gesto più bello, carico d’amore che non prevede molta fatica nell’atto stesso di scrivere sul suolo lunare potesse essere quello di lasciare in quel luogo le iniziali di sua figlia.
La sua famiglia non è convinta che stia facendo la scelta giusta rinunciando ai 300 mila euro già vinti, ma lo sostiene.
Scotti gli chiede di strappare quell’assegno.
Se perde torna a 70 mila, il traguardo che lo stesso Enrico si era posto.
Prima di rispondere riflette sul fatto che comunque è un gioco e dunque è bene andare fino in fondo.
E così dopo essere arrivato da Singapore a sue spese, torna dall’altra parte del mondo, stringendo tra le mani un assegno da un milione di euro.

Audaces fortuna iuvat 

 

Simona Stammelluti

 

Sarà in scena allo Spazio Diamante dal 24 al 27 gennaio, Il VENDITORE DI SIGARI di Amos Kamil, con Gaetano Callegaro e Francesco Paolo Cosenza, regia Alberto Oliva; una produzione MTM Manifatture Teatrali Milanesi.

Lo spettacolo rientra nel ciclo di eventi che Oti-Officine del teatro italiano ha programmato per celebrare il Giorno della memoria.

Sinossi

Berlino 1947, ore sei e trenta. Nella Germania appena uscita dalla guerra, tutte le mattine alla stessa ora, due uomini si incontrano: un professore ebreo che vuole partire per fondare lo Stato di Israele e il proprietario di una tabaccheria, dall’aspetto tipicamente tedesco. Sono sopravvissuti alla tragedia che ha appena sconvolto e quasi annientato un popolo intero. Si attaccano, si rinfacciano colpe reciproche e recriminano sui torti subiti, fino a scoprire dolorosamente quanto gli obblighi della Storia possano condizionare il modo di agire dei singoli individui, quando, completamente soli, devono affrontare il proprio destino. Si gioca una partita in cui è impossibile giudicare vincitori e vinti, perché vittime e carnefici camminano su un piano sempre in bilico.

Nascere tedesco nel 1920 significava essere condannato a diventare un carnefice. Nascere ebreo nello stesso anno era la condanna ad essere una vittima. In entrambi i casi, la ribellione a questo destino poteva costare molto cara. A quali compromessi un essere umano, da solo, è disposto a scendere quando si trova sull’orlo dell’abisso? Lo spettacolo, partendo dalla questione ebraica in un momento cruciale della sua evoluzione, parla a tutti, perché tutti prima o poi siamo chiamati a fare i conti con la nostra identità e a scegliere i tempi e i modi della nostra partecipazione sociale.

Note di regia

Suscita una strana emozione ritornare a lavorare su questo spettacolo, che è stato in scena per cinque stagioni tra il 2010 e il 2014, e riscoprirne la straordinaria attualità nell’Italia di oggi, così simile e così diversa nel breve volgere di pochi anni. Sentendo risuonare nuovamente le parole di Amos Kamil, mi rendo conto di quanto sia diventato importante il tema dell’odio che scaturisce dal pregiudizio. Il fenomeno degli “haters” si è sviluppato a dismisura in questi ultimi anni e, senza averlo voluto quando ha fatto il suo primo debutto, Il venditore di sigari mette a tema proprio questo, focalizzando l’attenzione su un uomo che sceglie un bersaglio tanto preciso quanto pretestuoso per dare sfogo a tutta la sua frustrazione e rabbia. Credo che affrontare di nuovo il testo da questo inedito punto di vista possa dargli ancora più valore, ben aldilà della questione ebraica negli anni successivi alla sconfitta nazista, rimane un tema che merita di essere sempre ricordato e analizzato.

L’odio non è una faccenda delle personi ignoranti, come oggi si tende a pensare per stigmatizzare e circoscrivere il fenomeno che imperversa sui social network e copre di fango quasi tutti i personaggi che emergono dall’anonimato, facendoli bersaglio di insulti spesso gratuiti e pesantissimi. Nel testo di Amos Kamil l’odio è prerogativa di un professore di grandissima cultura. Questo forse ci aiuta a capire che a suscitare questo tipo di accanimento sociale sono motivazioni antropologiche e tanta sofferenza. Perciò l’antidoto non sta nel moralismo, ma nella capacità di ascoltare l’altro ed entrare veramente in dialogo superando le barriere del pregiudizio.

Oti-Officine del teatro italiano per il Giorno della memoria

Oti-Officine del teatro italiano partecipa al giorno della memoria come può fare un teatro: mettendo in scena spettacoli che raccontino quel male, affinché la memoria rimanga vigile.

L’odio non nasce solo dall’ignoranza. Non erano ignoranti i nazisti, come oggi non sono ignoranti tutti quelli che emergono dall’anonimato per tacciare altri di diversità e poterli insultare, quando non annientare. Per questo, l’antidoto non sta nel moralismo, ma nella capacità di ascoltare l’altro ed entrare veramente in dialogo con lui, superando le barriere del pregiudizio. Capire l’altro attraverso la sua storia, e di qui capire noi stessi: questo ci permette di fare il teatro, questo è il suo compito.

 

Ridateci il Sanremo dei super-ospiti, delle modelle strapagate che facevano per bene le vallette, e ridateci Pippo Baudo, che di mestiere faceva il Presentatore, con la “P” maiuscola.

Ridateci le canzoni al centro di tutto, le conferenze stampa nelle quali si parla di Canzoni e di Stilisti, ridateci la gioia del palco del teatro Ariston addobbato con i fiori della Liguria, le signore vestite a festa, e la giuria “di qualità”.

No, perché non è possibile gettare nel cesso cento anni di emancipazione in una conferenza stampa in cui si definisce una donna come bella, che di mestiere fa la modella ma anche la fidanzata di Valentino Rossi e che sa stare un passo indietro“.

E le scuse del nuovo direttore artistico del 70° Festival di Sanremo, Amadeus, poco sono servite a placare gli animi e la rivolta che a buon dire si è scatenata contro le sue affermazioni denigratorie e difficili da mandar giù.  Ma la cosa che più mi fa indignare è che la signorina Francesca Sofia Novello quella bella, quella che fa la modella, che di mestiere fa la fidanzata di Valentino Rossi e che sa stare un passo indietro,  ha pure sorriso compiaciuta, della descrizione che si faceva di sé.

Mi verrebbe da dire “cosa non si fa per un po’ di notorietà“!
Ma allora signorina Francesca Sofia, la vuoi o no, questa notorietà?
O ti basta fare la fidanzata bella di Valentino Rossi?
Vuoi stare un passo indietro o prenderti uno spazio che sia tuo?
La vuoi, la vuoi quella notorietà, altrimenti non saliresti su quel palco.
E forse non ti interessa neanche se diventerai famosa per essere quella di un passo indietro, per essere la bella statuina del Festival o quella dello scivolone di Amadeus.

Nel Festival da sempre ci sono figure femminili e quest’anno a dispetto di quello che voleva apparire una sorta di riscossa delle donne che diventano più d’una sul prestigioso palco, c’è invece una sorta di subalternità delle signore presenti, delle quali viene sottolineato spesso dal presentatore, il loro dettaglio estetico: “la bella e brava …”  Perché da sempre la donna deve essere bella per soddisfare a pieno l’ego maschile, quel maschilismo travestito da galanteria.

E dunque ci faccia capire Amadeus, la Chimenti e la D’Aquino, sono state scelte perché belle, telegeniche e non forse perché sono brave professioniste?
Ci faccia capire il loro ruolo quale deve essere, quello di “stare un passo indietro”?

Ricordiamo però che la giornalista italo-israeliana, classe 73, laureata a Bologna, che parla 4 lingue, che ha scritto romanzi, che è stata inviata del New York Time e della CNN, che ha un dottorato di ricerca a Miami, ed è anche bella, che risponde al nome di Rula Jebreal era e resta un personaggio scomodo da mandare in prima serata, e alla stessa la Rai aveva chiesto di “fare un passo indietro“, ma lei non ci è stata e allora Rula, al 70° Festival della Canzone Italiana ci sarà.

La sua presenza, contestata dai sovranisti, resiste dunque alle continue polemiche e agli attacchi. Il suo monologo – presumibilmente sulla violenza di genere – farà da spartiacque tra il guazzabuglio di presenze femminili, e tra le canzoni in gara; ed anche lì qualche problemino Amadeus lo sta avendo. Rapper sì. Rapper no.
Junior Cally (ma poi chissà da dove escano fuori questi personaggi e cosa abbiano a che fare con il festival della canzone italiana, qualcuno ce lo dica) che all’anagrafe fa Antonio Signore, qualche problemino lo ha, più che crearlo ad Amadeus e alla Rai. Un passato tra ossessioni, alcol, condanne per furti, che sceglie di mascherarsi e che nelle sue canzoni parla delle donne come degli oggetti, che incita all’odio e alla violenza.

Ridateci il Sanremo con le canzoni Sanremesi, con due strofe e il ritornello, che creavano aspettative tutto l’anno e che riempivano le radio dal secondo giorno, che si preparavano a diventare il tormentone dell’estate e che consacrava talenti, veri, anche quando non vincevano. Mia Martini, Tosca, Malika Ayane, Arisa, Giorgia, Elisa. Sì, tutte donne … perché le donne lo hanno da sempre un ruolo, in mezzo a centinaia di peculiarità e di talenti, che possono stare in prima fila, in prima linea, a cui spetta spesso anche la prima parola, e forse anche l’ultima.

E allora io l’ultima parola me la prendo:
Verrebbe voglia davvero di boicottare il Festival, ma per chi fa il mio mestiere non è possibile;
non si può, non si deve.
Salviamo Sanremo dalle gaffe, da chi vuole “orchestrare” ma senza conoscere la musica e da chi vuole la musica in secondo piano.

“Sarà la musica che gira intorno, 
quella che non ha futuro, 
Sarà la musica che gira intorno, 
saremo noi che abbiamo nella testa
un maledetto muro”

[I. Fossati]

 

Simona Stammelluti

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO 


Si è conclusa, con la consegna agli Organi Costituzionali, la raccolta firme a sostegno della petizione sorta all’indomani della notizia del trasferimento, disposto dal CSM, ad altra sede e funzione del Procuratore Capo di Castrovillari (CS) dr. Eugenio Facciolla.

Abbiamo raccolto oltre 5000 firme sia in formato cartaceo sia online, attraverso il sito charge.com,  non sono certo poche considerando il poco tempo a disposizione.

Quello di cui siamo orgogliosi è che abbiamo avuto consensi dappertutto, anche dall’estero. Tanti i corregionali, per lavoro fuori, che hanno espresso, firmando liberamente, il loro “NO” al citato trasferimento. Dall’ Usa, Inghilterra, Svizzera, Tunisia , Germania; molti i calabresi ed i cittadini del resto d’Italia, che firmando hanno inteso far propria l’ingiustizia che si sta perpetrando ai danni del magistrato Facciolla e della Calabria, terra sempre più martoriata. Hanno manifestato il loro dissenso a questo ennesimo scippo da parte dello Stato, ed espresso anche, perchè no, un gesto di affetto e riconoscenza nei confronti di un Alto Servitore dello Stato, magistrato onesto ed integerrimo che, schivo e lontano dai riflettori, sta affrontando questa situazione in silenzio e con quella signorilità che lo ha sempre contraddistinto.

Forse tutto questo non servirà a nulla, ci sono giochi di potere molto più forti, ma le Istituzioni devono sapere che c’è una gran parte d’Italia che ancora crede ci possa essere un barlume di Giustizia.

Quello che però ci lascia ancora più  basiti è che il ministro Bonafede ed il CSM, a fronte dei recenti scandali che hanno investito la magistratura calabrese, non abbiano speso una parola in merito, né preso provvedimenti disciplinari d’urgenza così come invece è stato fatto nei confronti del dr Facciolla per il quale lo stesso Bonafede, eludendo la richiesta di sospensione del provvedimento di trasferimento, ha disposto, il 13 dicembre scorso, il trasferimento immediato a Potenza del Magistrato.

Ci troviamo forse di fronte a figli e figliastri ??

Concetta Tiano 

La cosa straordinaria del mio lavoro è che mi capita di imbattermi in artisti così bravi che mi fanno divenire affamata di bellezza. Ricevo tanto materiale da ascoltare e mentre ascolto, a volte resto impigliata in un’idea, non soltanto in una bella esecuzione. E ultimamente la mia attenzione va in quella direzione ossia oltre la bravura, lì dove il talento si apre, prende respiro, decanta a si trasforma … e poi appaga. Questo mi è successo ascoltando il nuovo lavoro di Enrico Olivanti, SYNPHONIA, un strada tracciata all’interno della dimensione sonora che così diventa luogo, spazio, pura percezione; una narrazione, una storia di cui anche l’ascoltatore ne diviene protagonista.
Avevo già conosciuto Olivanti come chitarrista jazz talentuoso, schivo, non incline all’autocelebrazione, profondo conoscitore delle partiture, un musicista autentico, attento e raffinato; lo avevo già conosciuto attraverso il suo album “Il pensiero positivo” e già avevo ammirato la sua arte, fatta di dedizione, di ricercatezza e di capacità di “condurre” nel senso di “portare a destinazione” e la musica è un viaggio.
Su di lui avevo ancora tanta curiosità e così è nata questa intervista:

 

SS: Italianissimo, musicista e compositore, vivi, studi e lavori in Germania. Raccontaci cosa fai in Germania e dalla Germania

EO: Vivo in Germania dal 2015, anno in cui mi sono trasferito dapprima a Berlino per assaporare e vivere da dentro l’atmosfera unica di questa grande capitale artistica e culturale d’Europa.
Appena trasferitomi ho ricevuto la notizia di essere stato ammesso per un Master in Composizione alla Hochschule für Musik Carl Maria von Weber di Dresda con una lauta Borsa di Studio del DAAD (Servizio tedesco di scambi accademici).
Da allora ho avuto ed ho l’opportunità di espandere la mia ricerca e attività artistica proseguita poi per altri due anni nella Meisterklasse, una sorta di corso di alto perfezionamento nel quale grazie a una nuova lauta Borsa di Studio dello stato federale della Sassonia da me vinta ho potuto finanziare e approfondire i miei progetti artistici.
In questi anni ho avuto l’opportunità di lavorare in ogni ambito della creazione musicale come Compositore, dall’Orchestra Sinfonica (Landesjugendorchester Sachsen, Mittelsächsische Philharmonie, Dresdner Bläserphilharmonie) alla Big Band, all’Orchestra di Fiati da Camera, Duo Chitarra e Batteria, Duo con Elettronica, Installazione, Musica da Film e formazioni jazzistiche classiche (Quartetto, Trio), nonché collaborazioni con solisti al Pianoforte e al Violoncello.
Nel contempo sono riuscito anche a lavorare in Italia ad un progetto in Teatro in collaborazione con il Teatro Porta Portese di Roma nel 2015/16 con il mio Enrico Olivanti Quintet: La Musica che Gira Intorno.
Al momento porto avanti la mia attività artistica su vari dei fronti sopra elencati, innanzitutto gestendo progetti da me fondati come  l’Ensemble NOI di 10 elementi, il Quartetto PEGASUS, il Duo con Joao Raineri e quello di Composizione spontanea e Performance elettroacustica con Milos Tschubenko, oltre che come Compositore freelance.
Dalla Germania porto avanti inoltre il progetto che da più anni mi lega all’Italia, ovvero l’Enrico Olivanti Quintet.

SS: Qual è stato il momento preciso in cui non hai avuto più dubbi e hai pensato: “la Musica sarà il mio futuro, costi quel che costi?”

EO: Se devo trovare un momento preciso credo debba tornare con la memoria indietro a una Domenica mattina dell’anno 2006, a Perugia in Piazza 4 Novembre l’ultimo giorno del Festival Umbria Jazz.
Avevo preso parte ai corsi estivi della Berklee College of Music di Boston e per me era stata la prima esperienza in mezzo a giovani musicisti provenienti da tutta Italia, alcuni addirittura dall’estero.
In quei 10 giorni avevo conosciuto persone e musicisti splendidi, alcuni dei quali figurano fra i talenti di punta della scena italiana ancora oggi, e quella mattina, dopo una nottata passata in giro a godersi gli ultimi momenti di questa esperienza, mi ero alzato con la voglia di andare a vedere chi di quei musicisti avrebbe coronato quei 10 giorni ricevendo il riconoscimento dal prestigioso ateneo americano.
Ricordo ancora lo stupore mentre, parlando con un amico, si avvicinò la traduttrice dei Docenti americani per chiamarmi sul palco a ricevere io quel riconoscimento. Se mi avessero eletto Papa per acclamazione sarebbe stato meno sorprendente in quel momento!
Ancora stordito dall’emozione e dallo stupore scesi dal palco e incontrai per caso uno dei miei musicisti preferiti in assoluto, Antonio Sanchez, il cui autografo conservo ancora gelosamente.
Non so se è successo in quel momento, ma da quel momento  in poi solo l’idea di non fare della Musica la compagna fedele e irrinunciabile della mia Vita non mi ha più neanche lontanamente sfiorato.

SS: La domanda è di rito, ma io te la pongo perché mi interessa davvero: la musica che ti ha condotto a fare questo mestiere, quella che mettevi su e più l’ascoltavi e più ti ispiravi, e più ti innamoravi, è la stessa che oggi ascolti quando stacchi tutto e vuoi riconciliarti con il mondo?

EO: Senza ombra di dubbio è la Musica dei Beatles.
Li ascolto da quando avevo 12 anni, la prima volta che fui sfiorato dall’idea di farmi regalare una chitarra fu quando a 10 anni ascoltai una musicassetta di John Lennon e non esiste altro fenomeno musicale nel quale, nonostante gli anni, riesco a trovare sempre una nuova fonte di ispirazione come se fosse la prima volta.

SS: Cos’hai provato la prima volta che ti si sono rivolti a te chiamandoti “maestro”?

EO: In realtà niente perché credo che la prima volta fu una delle tante in cui io e i miei colleghi/amici/compagni di studio ci siamo chiamati per scherzo “maestro”.
Credo sia un termine che da una parte può incutere una certa riverenza verso l’autorità, e questo è il lato che mi piace di meno.
Dall’altra parte però può essere un termine che ancora racchiude l’aspetto puramente artigianale dell’essere musicista, nonché il suo connotato pedagogico che può essere di guida per le generazioni più giovani. Ecco, questo secondo significato, che fa del “Maestro” di turno nient’altro che il tedoforo il cui compito è passare il Testimone della bellezza della Musica, è forse quello che mi piace di più.

SS: Quando ti parte l’idea, quella che poi diventerà una composizione, già pensi alle parti di tutti gli altri strumenti? insomma cose da direttori d’orchestra …

EO: E’difficile raccontare o spiegare la nascita di un’idea musicale, innanzitutto perché credo che ognuna sia diversa.
Mi è capitato di incominciare da un motivo melodico, da una sequenza di accordi, da un ritmo, da una tinta orchestrale, da una struttura numerica, da appunti presi dopo aver intervistato il solista per cui scrivevo, da un timbro campionato…insomma, ogni composizione ha una storia a sé.
Se c’è però una cosa che cerco di fare sempre, al di là dello Stile e della prassi compositiva che variano da caso a caso, quella è l’immaginarmi il Mondo nel quale la mia Musica deve avvenire. In questo senso mi piace ragionare come uno scrittore o un regista cinematografico, come se dovessi costruire le mie città invisibili alla Italo Calvino o i mondi stellari lontani lontani nell’Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Cerco di immaginare le tinte, la qualità sonora degli elementi in gioco e instaurare con loro un rapporto che è quello che qualsiasi drammaturgo ama instaurare coi propri personaggi, che alla fine altro non sono che frammenti della propria Anima tramite i quali l’Autore stesso si rispecchia nell’Anima del Mondo.

SS: La musica è un linguaggio e come tale contempla una conoscenza di base e una capacità comunicativa. Qual è l’aspetto più difficile del dover “arrivare”a destinazione, e dunque del creare l’empatia affinché quel linguaggio possa accogliere quanta più gente possibile.

EO: Credo che la sfida più grande sia sempre quella di arrivare a toccare i sentimenti e le suggestioni più reconditi e talvolta rimossi o repressi degli esseri umani.
Al di là degli stili e delle classificazioni di genere credo che le opere musicali più “vive” siano quelle che hanno avuto successo nel toccare tensioni e aneliti propri dell’essere umano ed universali nel tempo e nello spazio, o quantomeno fortemente presenti in una determinata epoca.
Molte volte si tratta anche di pulsioni arcaiche o legate agli istinti primari, i quali come a volte fa la politica, anche l’Arte può strumentalizzare, speculando a meri fini commerciali o edonistici. D’altro canto però è propria dell’Arte o, come amo pensare, della Poesia la capacità di trascendere questo piano elevandolo a qualcosa di inedito riuscendo a congiungere in maniera appunto poetica la natura che ci apparenta alle viscere della terra con quella che ci rende vicini alle stelle.
Una continua ricerca in se’ stessi e nell’universo sociale e naturale che ci circonda può accompagnare ognuno di noi lungo questo bellissimo percorso che può fare della nostra Musica qualcosa di veramente prezioso.

SS: La tua formazione ideale? quel famoso Enrico Olivanti Quintet de”Il Pensiero Positivo”?

EO: L’Enrico Olivanti Quintet più che una formazione è per me una seconda famiglia, dato che insieme abbiamo mosso i primi passi nel mondo musicale e amiamo suonare e fare musica insieme tanto quanto ridere, scherzare e passare tempo insieme.
Detto ciò credo che la mia formazione ideale sia quella in cui mi è data la possibilità di sedermi e fare Musica imparando da chi ho accanto e potendoci condividere i sogni, le suggestioni e le vibrazioni più profonde con lo stupore e la meraviglia di un bambino che entra per la prima volta al cinema per vedere un film di fantascienza o il suo cartone animato preferito e tanto atteso.
Per questo cerco sempre di suonare con persone che da qualche parte hanno con se’ una valigia pronta a riempirsi per poi imbarcarsi per un volo o salire su un treno lasciandosi sorprendere di volta in volta dalla destinazione sempre nuova.

SS: Tu sei un chitarrista jazz e di musica contemporanea. Il jazz è terreno fertile per nuove sperimentazioni. Tu, ad oggi, in che direzione stai andando? Dove è diretta la tua ricerca sonora?

EO: Il mio attuale ambito di ricerca si snoda attraverso vari aspetti.
Innanzitutto da un anno e mezzo a questa parte ho intrapreso una ricerca negli ambiti della Musica elettronica, del Sound Design e delle Installazioni che vedo come una naturale prosecuzione della mia ricerca timbrica e formale in ambito sinfonico e cameristico, anche tramite l’approfondimento del rapporto fra l’uomo e la propria percezione  e consapevolezza dello Spazio e del suo contesto tramite il suono.
Questi aspetti e quelli relativi alla Performance in tal senso sono anche oggetto del mio ultimo lavoro SYNPHONIA, che sarà eseguito di nuovo in Germania nel 2021 e spero presto anche in Italia, dove sogno di vederlo in un Anfiteatro antico, greco o romano.
In cantiere poi c’è un progetto che mi vede impegnato in un viaggio fisico e mentale che sarà tradotto in un lavoro per il quale intanto sto scrivendo il Testo letterario, ma che farà tesoro anche delle mie ultime ricerche in ambito strettamente sonoro.

SS: Quando esce un nuovo lavoro, cosa ti gratifica di più, il riscontro della critica o del pubblico?

EO: In genere mi gratificano i commenti dei singoli individui, che siano essi critica o pubblico poco importa, nei quali riscontro di aver toccato qualcosa nel profondo.
Mi è successo per esempio dopo la prima esecuzione del mio lavoro Was Zusammen gehört per la Dresdner Bläserphilharmonie incentrato sul tema delle vicissitudini della città di Dresda fra il bombardamento del 1945 e le nuove sfide di integrazione: una anziana donna è venuta da me dopo il concerto e mi ha detto che ha dovuto resistere per poter ascoltare il brano fino alla fine perché si è trovata di punto in bianco di nuovo bambina sotto il bombardamento alleato del 13 Febbraio 1945 che distrusse la città e fece migliaia di vittime, e che neppure un Requiem scritto anni prima per commemorare le vittime era riuscito a riportarla in quei giorni e in quelle sensazioni così come il mio brano.
Un altro grande regalo avviene ogni volta che qualcuno mi scrive  (e succede ancora dopo quasi 6 anni) ricordando la presentazione romana de “Il Pensiero Positivo” dicendomi di aver deciso quella sera di voler fare un proprio progetto e dare voce alla propria vena artistica. Ecco, li non si tratta solo di riscontro in termini di giudizio, bensì di un qualcosa che ti fa capire di aver fatto qualcosa di utile che va al di là del mero riscontro personale.

SS: Perché in Italia non c’è il giusto spazio per compositori di talento, che poi sono apprezzatissimi all’estero? Dove si inceppa un percorso artistico?

EO: L’Italia è un paese straordinario dal punto di vista del talento artistico, che non ha nulla da invidiare a paesi come la Germania, la Francia o gli Stati Uniti.
Esistono però due barriere fondamentali che rendono molto difficile l’affermarsi di personalità oblique al sistema in Italia.
La prima è rappresentata innanzitutto dalla nostra assoluta incapacità di fare Sistema senza scadere nella mafia o nel nepotismo.
Un esempio su tutti è lo stato vergognoso dell’insegnamento musicale in Italia, nel quale fino a poco tempo fa nessuna associazione di categoria ha per esempio salvaguardato la garanzia di un salario minimo orario per gli insegnanti di Musica nelle scuole soprattutto private, cosa che per esempio accade in Germania. Ciò ha permesso e forse ancora permette ad esempio l’esistenza di strutture private ormai elevate al rango universitario con rette annuali da università privata, in cui però la maggior parte del personale docente riceve una paga che è la metà dello standard europeo. Questo oltre a umiliare dei professionisti degnissimi delimita lo spazio di questi ultimi affinché possano portare avanti la propria attività artistica accanto a quella didattica, mutilando di fatto sia l’una che l’altra.
Per fortuna negli ultimi anni sono nate alcune realtà virtuose, almeno da quanto vedo da lontano, come il MiDJ e le varie affiliate associazioni di categoria in ambito per ora jazzistico, che si stanno ponendo questioni come la sopracitata e stanno cercando di colmare questa nostra mancanza di capacità nel fare Sistema in modo trasparente e efficace in ciò che concerne l’ambito artistico.
Il secondo dramma riguarda un nostro rapporto un po’ malato con tutto ciò che riguarda la rottura con una certa tradizione consolidata e l’apertura ad ambiti che notoriamente vengono etichettati come Underground.
Il fatto che ancora oggi la maggior parte dei Promoter, degli agenti culturali, dei discografici, dei Direttori artistici di Festival si ostinino a relegare in spazi sempre più stretti e angusti (se va bene, altrimenti nemmeno quelli) tutto ciò che non rientra in un mainstream ormai da tempo esaurito e inflazionato amputa il nostro paesaggio artistico di alcune delle sue migliori risorse e potenzialità, generando forse la causa primaria del fenomeno di emigrazione culturale dal nostro Paese.

Simona Stammelluti 

Nel tardo pomeriggio di oggi il Tribunale di Cosenza ha convalidato l’arresto di Ivan Pucci il Maresciallo comandante della Stazione Carabinieri di Carolei, confermando altresì la misura degli arresti domiciliari almeno fino alla prima udienza che si terrà a metà febbraio c.a.

Pucci, 50 anni, è accusato di sequestro di persona e lesioni ai danni del Capitano Giuseppe Merola, comandante della Compagnia Carabinieri del capoluogo Bruzio, condotto poi al nosocomio cosentino dove gli è stata consegnata una prognosi di lesioni guaribili in 30 giorni.

Sembrerebbe che il Maresciallo avrebbe reagito in quella maniera a seguito di un trasferimento da Carolei a Corigliano-Rossano. Lo stesso questa mattina ha ingerito dei farmaci, presumibilmente per nuocersi. Anche Pucci pertanto finisce all’ospedale.

Sta di fatto che tra cavalierati, titoli vari e chi più ne ha più ne metta, questa storia non ha nulla di nobile.

Così inizia il nuovo anno.

 

Simona Stammelluti 

 

Gianni Amelio è un regista sofisticato, capace di condurre lo spettatore a provare empatia verso i personaggi, avvicinandoli ad essi tanto quanto basta per poterli amare o anche giudicare all’occorrenza; fa riflettere, questo suo ultimo lavoro ma senza però strappar via pezzi di realtà che sono stati pesanti, negli anni in cui gli eventi sancirono una brutta pagina della politica italiana e la fine della prima repubblica.

Non è un film che attinge a piene mani a documenti ufficiali, non è un film politico e non è un film che vuole riabilitare Bettino Craxi; Hammamet è un film che parla di un uomo sul quale pesavano delle condanne, che si era esiliato, che non rivedrà più l’Italia che aveva servito, e che nell’ultimo tratto della sua esistenza fa i conti con la rabbia, con la sensazione di impotenza – intesa proprio come perdita totale di potere – con una malattia invalidante e che nel rapporto con sua figlia (nel film si chiama Anita) che è dedizione, sostegno e forza, malgrado tutto.

Il film è girato nei luoghi veri che furono quelli di Craxi ad Hammamet, e che diventano un set perfetto, già pronto, nel quale si muove un Pierfrancesco Favino in uno stato di grazia, impeccabile, straordinariamente bravo, che non gioca a fare Craxi ma diventa Craxi in una maniera sorprendente, corpo, voce e anima, raccontando l’uomo, con le sue contraddizioni, i difetti, le delusioni e una voglia di rivalsa e di un riscatto che non arriverà.

La storia di Amelio è inventata, ma con cognizione di causa, con maestria. Mostra – attraverso le parole stesse del suo personaggio – le vicende dei finanziamenti ai partiti, delle bustarelle in cambio di favori, le tangenti, “i soldi rimasti attaccati alle dita”, come si dice nel film – in quel passaggio quando un politico (un eccellente Renato Carpentieri, già protagonista del precedente film di Amelio, “La Tenerezza”) va a far visita a Craxi;  ma anche quella linea sottile sulla quale si muoveva la volontà di avere un capro espiatorio da mostrare come un trofeo, mentre tutto il mondo politico era corrotto.

Attorno al personaggio centrale – del quale mai viene fatto nome, così come per il partito politico che egli guidò, ma del quale si fa accenno in apertura della pellicola con la ricostruzione di quello che fu il 45° congresso del Partito Socialista Italiano, quello del 1989 all’ex Ansaldo, quello con la piramide di Filippo Panseca, storico scenografo dei congressi craxiani – ruotano personaggi di fantasia, ed è con essi che Amelio compie il miracolo di poter raccontare l’uomo sulle cui spalle pesarono errori e condanne ma anche una intimità che il regista scruta e racconta con garbo. La famiglia, un nipotino che lui chiama “generale” e che in una scena del film, sulla spiaggia, con un modellino di aereo e soldatini, racconta, a modo suo, la notte di Sigonella. Nipote di un nonno amorevole con un debole per le imprese che furono dei Mille. E poi il figlio di un dirigente morto forse suicida – Giuseppe Cederna, amico di lunga data di Craxi che lo mette in guardia sui rischi che corrono continuando con le tangenti e che nel film Craxi liquida, invitandolo a tornare alla sua vita che poi sarà il suo triste destino – che serve al regista per raccontare come il malaffare era sinonimo di politica e non viceversa, e che la politica era in grado di rovinare le vite di chi ad essa si dedicava.

Ed è a quel Flavio che si reca in Tunisia per consegnare una lettera scritta dal padre, che il protagonista del film consegnerà attraverso un video, dei segreti che non furono mai di nessuno, neppure della sua adorata figlia.

Perché di segreti ce ne saranno stati, questo Gianni Amelio lo sa e lo racconta, a modo suo; E a modo suo è anche raccontare la nostalgia verso quell’Italia che il Bettino del film riesce a vedere da un punto preciso della spiaggia, “quando è sereno”.

Racconta i luoghi, Amelio (per questo il film si chiama Hammamet) e quello che in essi si compì, provando a disegnare un ritratto di ciò che fu in quegli anni, fino alla morte del protagonista, ed ogni tratto di quel disegno filmico è delusione, rabbia, illusione, rancore ma mai rimpianto. C’è in questo film il senso dell’abbandono, della fine, del finale della storia umana e politica.

Un personaggio, quello raccontato da Amelio che mostra molte debolezze, compreso l’amore clandestino, che riappare nelle fattezze di Claudia Gerini, che si reca in Tunisia perché vuole assolutamente rivedere l’uomo amato e che a sua volta la rivede perché sa che sarà l’ultima volta.

Immagini di un Craxi bambino, dispettoso e fiero, della derisione cabarettistica dell’uomo che non si può più difendere, raccontata come in un sogno, al posto dell’evento del lancio delle monetine, contro il leader politico.

Le musiche belle, di Nicola Piovani, una fotografia impeccabile di Luan Amelio Ujkaj immagini nitide all’occorrenza, i colori vividi di una Tunisia piena di fascino, una “realisticità” incastonata in dettagli di un’epoca, quella della fine di un secolo, che ti portano indietro e ti inducono a ricordare ciò che forse, si è provato a dimenticare, perché ricordare significa fare i conti con chi era, con chi eravamo.

Forse non tutti noteranno il cambiamento da 16:9 a 4:3 del taglio filmico, che il regista usa per facilitare il racconto, nell’inquadratura di Favino che buca lo schermo e parla dritto allo spettatore.

Vien voglia di capire, di andare a fondo, di scovare la verità ed anche quei segreti, morti insieme a Craxi, che ad oggi forse, nel terzo millennio, farebbero tremare i palazzi.

Ma la verità è che uscendo dal cinema viene voglia solo di lodare un bravo Gianni Amelio che ha fatto un film che non nasce, per non scontentare nessuno, ma per narrare una probabilità, perché nel cinema, le storie sono tutte possibili, se ben raccontare.

Simona Stammelluti