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Potremmo dire che Nanni Moretti ha fatto semplicemente un film a modo suo.
Ed invece no, non è così perché intanto per la prima volta il regista dirige un film la cui storia non è originale ma ispirata (molto poco liberamente) al capolavoro letterario Tre Piani, romanzo di Eshkol Nevo.
Nanni Moretti non fa quel che sa fare, ma si limita a raccontare una storia e a recitare a modo suo (che in questo caso non è efficace) considerato che tiene per sé la parte di uno dei personaggi delle tre storie raccontate; storie di tre famiglie borghesi in una Roma dei giorni nostri, che in comune hanno l’essere incapaci di una qualsivoglia felicità.
E qui – prima ancora di addentrarci in alcune caratteristiche del film che a mio avviso è il più brutto mai realizzato da Moretti – corre l’obbligo di dire che a questo prodotto cinematografico manca una cosa importantissima che invece imbastisce completamente il libro ossia il pathos.
Nel film le tre storie sono ovviamente raccontate in contemporanea, in fondo i personaggi vivono, si muovono e si condannano nello stesso condominio, cosa che nel libro non accade considerato che seppur con diverse interazioni, i tre piani, rappresentano tre vite a sé che vengono svelate in tutta la loro drammaticità in tre momenti diversi e che si evolvono senza però mai consegnare al lettore la certezza del riscatto per ognuno dei personaggi, pur intravedendosi proprio nel magistrale modo di dotare i protagonisti delle storie di quella volontà di rinnegare parte di quella che era stata la propria vita precedente, dotata di scelte opinabili.
Sembra come se Nanni Moretti abbia perso la capacità di forgiare personaggi nella loro stratificazione intellettiva e sentimentale ma senza sentimentalismi.
Dicevamo manca di pathos, il film, manca di quella capacità di emozionare mentre si cammina accanto ai personaggi ma manca anche di atmosfere, che nel libro sono di una Tel Aviv che pulsa di rivolte, di incertezze, di paesaggi e di strade da percorrere e che non conducono solo da qualche “parte altra” ma anche in un pezzo di vita sconosciuta ai personaggi e che cambierà drasticamente la percezione di tutta la loro esistenza.
Tre piani, tre famiglie, tre storie.
Una coppia con una bambina che spesso viene affidata ai vicini, una coppia di anziani pacifici, fin quando il vecchio sparisce insieme alla bambina, e il padre teme che abbia potuto abusare di sua figlia.
La storia di una coppia di giudici che fanno i conti con un figlio che disattende ogni loro idea di perbenismo e che commette un reato fino poi a voler vivere senza nulla più  sapere dei suoi genitori.
Una donna che molto poco verosimilmente va a partorire da sola, attendendo poi un marito che lavora spesso fuori, mentre gestisce una emotività che la porta a credere di aver ricevuto la visita del cognato in perenne astio con suo marito.
Lo spettatore non prova nessuna empatia nei confronti di nessuno dei personaggi, non ci si affeziona, non ci si “accomoda” accanto a nessuno di loro, cosa che invece avviene durante la lettura del libro.
Leggendo vorremmo essere Dora che parla con il marito morto attraverso una vecchia segreteria telefonica e che incontra un uomo che le fa vivere emozioni mai vissute, ad incominciare da un bagno in una vasca, oppure Hani, la donna che tutti chiamano “la vedova” che passa dall’isolamento della maternità alle emozioni provate con il cognato in fuga dai creditori, senza che mai il lettore sappia se si tratta di realtà o attimi di pazzia così come era accaduto a sua madre.

Non si avverte nel film la crisi vissuta dai personaggi, la loro disperazioni.
Le emozioni non pulsano, non arrivano. Non pulsano l’angoscia, il dubbio, il senso di colpa, la solitudine, la voglia di riscatto.
È solo una storia. Nanni Moretti mette tutto davanti alla macchina da presa, ma non sfonda la personalità dei personaggi, malgrado una scelta stilistica della ripresa che non dispiace. Bella la fotografia, i campo contro campo.

Manca nel film quella introduzione alle storie, che lo scrittore invece regala attraverso dei dialoghi con qualcuno ai quali raccontare il perché delle proprie scelte, delle proprie paure. Nel film ci sono personaggi che fanno cose compostamente, anche quando sarebbe stato giusto dotarli di una umanità (inteso come cose da esseri umani e non da attori)  che sembravano aver dimenticato chissà dove.

Veniamo al cast.
Lecito chiedersi perché il regista abbia scelto Scamarcio per fare il ruolo di Lucio, il padre della bimba. Non ha i requisiti Scamarcio per interpretare un uomo divorato dai dubbi prima e dal senso di colpa poi. Non sa piangere, non sa esprimere rabbia, passione, delusione.

Brava Margherita Buy nel ruolo della donna magistrato. È sempre una certezza, ma malgrado sia attrice cara a Moretti e che con lui ha spesso lavorato, non è riuscita a tirar fuori dal Nanni attore quella espressività che necessitava. A mio avviso la sobrietà sua solita in questo film non bastava.

Nel cast anche Adriano Giannini (così così) una discreta Alba Rohrwacher  alle prese con quel ruolo di donna piena di paure ed incertezze. Bravo Stefano Dionisi in una parte secondaria, del cognato della donna che fa irruzione nella sua vita, forse in sogno forse nella realtà e che le consegna un anelito di emozione, un guizzo dentro una vita di perenni insicurezze.

Mentre leggi il libro vorresti che non finisse mai, lo leggi lentamente e sai che alla fine resterai orfano dei personaggi, della storia e di quelle scelte che tu come lettore devi attuare perché lo scrittore ti lascia libero di scegliere il finale che vuoi, per ognuna delle storie che si dipanano nei tre piani; mentre guardi il film vorresti finisse il prima possibile. Forse perché il rimbombo della storia raccontata nel libro prende il sopravvento e ti suggerisce quando sbagliato sia il film perché manca di troppi dettagli.
Non c’è Moretti nel film di Moretti.

È tutto statico se non fosse per lo schianto dell’auto in principio di film, che ti desta un po’.
Il minimalismo e la sobrietà di Moretti non si addicono a questo film, nel quale si raccontano tragedie, rapporti difficili tra genitori e figli, ma senza mai travolgerti, senza emozionarti, senza coinvolgerti, e ahimè anche senza farti riflettere.

É un film non in sintonia, ed é a che anacronistico, perché seppur moderno ci sembra vecchio nella misura in cui vediamo cose che al tempo della pandemia ci sembrano inconcepibili.

Se volete vedere il film dimenticate la maestria di Moretti che gioca con la metafora dell’identità perduta come in Palombella Rossa, o il linguaggio esplicito e  forte della condizione giovanile in Porci con le Ali o quel senso di anarchia in Ecce Bombo, film in cui si parlava di rapporti umani, di coscienza e di drammi giovanili.

Moretti ha solo perso la capacità di interagire con la modernità, forse invecchiando ha smarrito anche quell’estro nel rendere tutto credibile e a tratti terribilmente vero  mentre fotografava l’epoca.

Ritenta Nanni … ritorna, Nanni.

 

È stato come ascoltare un disco, ma con le emozioni dell’aspetto scenico, del talento che ti coinvolge, che ti avvolge e che ti fa fare un viaggio davvero intorno al mondo.
Ieri sera, nell’ambito della rassegna musicale Festival D’Autunno, il suggestivo teatro Politeama di Catanzaro, ha ospitato il progetto musicale di Tosca Morabeza, un vero e proprio viaggio nelle sfumature musicali, nel linguaggio e nei sentimenti di altre culture, di luoghi lontani ma che pulsano sul palco dove la cantante romana accompagnata dai suoi musicisti racconta in musica, le intenzioni raccolte durante un viaggio in giro per il mondo.

Un’atmosfera coinvolgente, per un pubblico variegato, che si è lasciato guidate in quel viaggio dove i suoni, il pathos e la capacità interpretativa si fondono a costruiscono un ponte immaginario che lo spettatore percorre, fino a sentirsi parte di quel progetto sonoro fatto di strumenti che suonano insieme ma nello stesso tempo ognuno per sé, delineando e ricamando ogni melodia che affonda le radici nelle terre che Tosca ha cercato, vissuto, respirato, fino a rubarne l’essenza musicale e culturale.

Morabeza non è solo una parola ma uno stato d’animo, un senso di nostalgia, che insieme alle tradizioni e alle lingue originali, contaminano la padronanza del linguaggio musicale, che Tosca mostra con intraprendenza sul palco, con vigore e raffinatezza, padrona non solo del suo mezzo vocale, che le permette di cantare in una maniera impeccabile, ma anche di essere padrona dello spazio che vive e respira non solo cantando, ma ballando, suonando strumenti a percussione e interagendo con le altre voci ospiti sul palco e che con la sua si legano, si fondono, in mille sfumature tutte da godere. Nel suo modo di fare musica c’è conoscenza approfondita di come si canta, ma c’è anche carisma e quell’anima che ribolle e che esplode in tutta la sua veracità.

Musica e parole di brani arrangiati da Joe Barbieri, cantautore sopraffino suo amico, che “rende comoda” la struttura dei pezzi e li rende amabili, accattivanti, accoglienti.

I suoni della terra d’Africa, fino al Sudamerica, passando per la Francia, fino al cantautorato italiano, vivono su un palco, il cui allestimento scenico è curato da Massimo Venturiello.
Luci soffuse, un grande mappamondo illuminato, gli strumenti come se arrivassero da ogni parte del mondo e la bellezza della musica che si apre, si snoda, nota dopo nota e che abbraccia l’ascoltatore rendendolo erudito e coinvolto e accolto in ogni suono di tamburo, percussione, violoncello, contrabbasso, chitarra e voce.

I musicisti che accompagnano la cantante nel progetto Morabeza sono tutti di grande talento e di straordinaria capacità di dare forma e colore ai brani proposti e con Tosca hanno grande complicità artistica.

Giovanna Famulari al violoncello, al piano e alla voce, musicista di caratura artistica, Massimo De Lorenzi virtuoso della chitarra, Fabia Salvucci che canta altre lingue in maniera appassionata, che suona le percussioni e incanta, Elisabetta Pasquale al contrabbasso e voce, Luca Scorziello, pieno di energia e di prorompenza ritmica, tutti insieme conducono l’ascoltatore in una vera e propria esperienza sensoriale.

 

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Il processo per l’omicidio di Denis Bergamini si farà. 

Isabella Internò l’allora fidanzata del calciatore che quel 18 novembre del 1989 era con lui sulla statale 16 nei pressi del Castello di Roseto Capo Spulico, e che dichiarò che Denis si era suicidato finendo sotto le ruote di un camion che l’aveva poi trascinato per 60 metri,  è stata rinviata a giudizio con l’accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione e da futili motivi, in concorso con soggetti ancora ignoti. Lo ha deciso il gup di Castrovillari Fabio Lelio Festa accogliendo la richiesta del pm Luca Primicerio.

La prima udienza del processo è stata fissata per il 25 ottobre prossimo.

In aula non erano presenti né la Internò né la sorella di Bergamini Donata.

Nel corso dell’udienza, l’avvocato Angelo Pugliese, difensore di Isabella Internò, nella sua arringa durata circa tre ore, ha illustrato le tesi della difesa chiedendo il non luogo a procedere per la propria assistita.

La famiglia Bergamini era rappresentata dall’avvocato Fabio Anselmo che si è così espresso subito dopo la decisione:

 

Si scrive un nuovo capitolo. La giustizia ha fatto una inversione di marcia. Grazie soprattutto al procuratore Facciolla che ha avuto il coraggio di far riaprire il caso. […] Una pagina importante e una inversione di marcia estremamente tardivo. 32 anni. 32 anni da quei verbali falsi, che certificavano il traumatismo, lo sfondamento del torace che guarda caso,  collimava con la versione di Isabella Internò e cioè  l’investimento di Denis e il suo trascinamento per 60 metri e seguito di un tuffo suicidario.

Mi inquieta che gli autori di quei verbali di ricognizione cadaverica non possono essere perseguiti. 
Al processo finalmente avremo la possibilità di far entrare in una aula giudiziaria la verità. 
Oggi non è stata condannata Isabella Internò, oggi è una tappa fondamentale, è stata rinviata a giudizio. Abbiamo ottenuto un processo che sembrava non si volesse fare. Sono stato accusato di fare i processi mediatici, ma come si fa senza la presenza dei media nel momento in cui tu rappresenti una verità così surreale e palesemente falsa, cioè che il corpo di Denis è stato investito da un camion, e trascinato per 60 metri senza produrgli alcuna lesione, quando metà addome  (non il torace) ha i segni di sfondamento da parte di una ruota del camion e nessun altro segno. Quando la dottoressa Innamorato dice al signor Conte il poliziotto “il corpo guarda che parla”, lo dice in modo preoccupato, e questa circostanza è stata diciamo fortunata, perché quel corpo ha voluto parlare, e tutto questo lo dobbiamo alla giustizia, nel bene e nel male. 

Lo sconforto  che nessuna pandemia avrebbe potuto annullare.
Lo sconforto di vedere sempre gli stessi nomi, le stesse beghe, le stesse facce (… “come al culo” Cit.) che saltano fuori da santini (che ci fanno odiare di avere WhatsApp) e cartelloni 7×3, e le pagine Facebook che nascono “per l’occasione” e che ci ricordano che non abbiamo scampo, che ci toccherà andare a votare e che siamo stufi di votare il meno peggio che alla fine è sempre il peggio che si ripropone, senza un briciolo di decenza.

Pensi che sia passato il “tempo suo” ed invece sono sempre lì, inquietanti più che mai, con sempre nuovi burattini pronti a fare i ventriloqui.

Qualche faccia apparentemente nuova, dunque, ma che alle spalle ha i soliti noti, quelli che da decenni muovono le fila di una politica marcia che ha fatto marcire questa terra così bella e maledetta che cerca un riscatto che – lo sappiamo tutti – non arriverà fin quando ci saranno i soliti noti, i soliti nomi, che ci disgustiamo anche a pronunciare, figuriamoci a votare, ma che alla fine saranno rivotati perché le dinamiche circa come ci si procaccia i voti, sono ahimè sempre le stesse.

Ma la cosa che più mi ha colpito a questo giro è stato vedere questa novità di propinare all’elettorato il racconto a puntate della propria vita, con tanto di foto nostalgiche, manco i cittadini calabresi dovessero scegliere la tata per i propri figli. A parte il fatto che sappiamo bene chi siete, a chi siete figli, e considerato l’obbligo di ogni candidato di caricare online il proprio curriculum vitae affinché tutti possano sapere che percorso si è fatto,  la cosa che fa rabbrividire è che puntata dopo puntata, manco fosse una soap opera di quelle che si vedono in tv all’ora di cena, non esiste una che sia una proposta su cosa si intende fare semmai si riesca a ricoprire un ruolo alla Regione.

A noi poco importano i dettagli della vostra infanzia, del viaggio di nozze, delle cene alla quali intervenite, ma ci interessa un eventuale programma con tanto di punti che ci permettano poi, di sbugiardarvi quando non realizzerete quello che eventualmente promettete.

Per alcuni candidati poi, era tutto già in programma, come da programma.
Passerelle televisive in tempi non sospetti, confezionate ad arte, in prospettiva della corsa ad una carica per la quale non sappiamo certo se ci saranno o meno le capacità.

Presentazioni video come quelle che si fanno per andare dalla De Filippi, degne proprio di “tronisti” edizione autunnale.

Io voglio programmi (non soap o talk show), voglio progetti, voglio idee concrete, attuabili, fattibili.
Ne ho piene le scatole della fuffa che pensate di poterci ancora propinare perché nella vostra “carriera” vi manca il ruolo istituzionale e allora pensate che il capriccio che volete togliervi, ve lo tolga la gente da dentro la cabina elettorale.

Quando con gli amici e colleghi facemmo alcuni pronostici, non ci sbagliavamo affatto.
Solo che la realtà supera spesso la fantasia e a volte è così terribile, che vorremmo sempre poterci svegliare da un incubo che incombe sulle vite di chi aveva creduto che la decenza, la sobrietà e il senso del pudore potesse avere un peso.
Ma non sarà così neanche questa volta.

Chiama i carabinieri e minaccia di gettarsi dal ponte in piazza Borsellino. I militari della compagnia di Cammarata e quello della stazione di San Giovanni Gemini, intervengono e dopo un delicato e toccante dialogo con il 47enne, riescono a scongiurare la tragedia. L’uomo che si è sfogato circa le sue ansie dovute alla disoccupazione, è stato poi ricondotto alla sua abitazione

 

 

Si è chiusa la 78esima Mostra del Cinema di Venezia, ed il Leone d’Oro è andato oltralpe, al film francese L’Événement  della regista francese Audrey Diwan, che arriverà nelle sale italiane a ottobre con Europictures.

Un film che difende la legge sull’aborto raccontando la durissima vicenda di una studentessa costretta ad affrontare un aborto clandestino nella Francia del 1963, dove l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale.

Decisone unanime da parte della Giuria, così come ha dichiarato il presidente Bong Joon.
Durante la premiazione la regista, che ha più volte alzato al cielo il premio, era in lacrime per la vittoria e ha spiegato come quel film sia stato realizzato con tutto ciò che aveva a disposizione, ossia “cuore, testa e viscere”. Ma durante la premiazione di ieri sera, molti riconoscimenti sono andati anche a film italiani.

L’Italia vince con È stata la mano di Dio  il film autobiografico di Paolo Sorrentino, che si è aggiudicato il Leone d’Argento Gran Premio della Giuria. Sorrentino – rigorosamente in smoking – era particolarmente emozionato e commosso, fino alle lacrime, e ha ringraziato  di cuore tutti coloro che hanno permesso questo traguardo, dalla moglie passando per tutti i collaboratori che sono stati preziosi per la realizzazione di questo film che vince un premio assai prestigioso a Venezia.

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché continui a fare i film con Toni Servillo, ed io rispondo: guardate dove sono arrivato facendo i film con Servillo“.

Bravo, schietto, capace Sorrentino, anche questa volta, con il suo film autobiografico, che prima di lasciare il palco racconta alle persone in sala:

“il giorno del funerale dei miei genitori ci rimasi male, perché il preside della mia scuola mandò soltanto quattro ragazzi e non tutta la classe, ma questo non ha importanza perché oggi è arrivata tutta la classe, che siete voi”. 

Paolo Sorrentino contagia con la sua gioia e la sua commozione e adesso attendiamo il film nelle sale.

Ma il suo film a Venezia vince anche il Premio Marcello Mastroianni, destinato a un giovane attore emergente, Filippo Scotti:sono onorato e emozionato come quando Paolo mi ha scelto per il film” – ha detto con le lacrime agli occhi.

Ma il nostro Paese ha vinto anche con Il Buco di Michelangelo Frammartino che si è aggiudicato il Premio speciale della Giuria.
Ringrazia la Calabria definendola “La regione più bella d’Italia” e poi ancora Rai Cinema, la Calabria Film Commission.

Leoncino d’Oro attribuito da Agiscuola, è  andato a Freaks Out di Gabriele Mainetti, che ha convinto la giuria all’unanimità:

 “Un’imprevedibile atmosfera conquista lo spettatore proiettandolo in un mondo tanto spettacolare quanto catastrofico. Tra tendoni da circo e campi da guerra, quattro protagonisti, nella loro diversità, esprimono la necessità di essere umani.”

Coppa Volpi come miglior attrice a Penélope Cruz in Madre Paralelas di Pedro Almodóvar. Lei dopo la proclamazione bacia il marito, sale sul palco fa una dedica al suo regista, e racconta un aneddoto sulla suocera da poco scomparsa. Il discorso e i ringraziamenti li fa in tre lingue, ma inizia dall’italiano. Deliziosa Penélope, che ringrazia sua madre, “madre, migliore amica e insegnante di vita” e poi sua suocera che prima di morire le ha consegnato il suo “ti voglio bene”.

Leone D’Argento miglior regia a Jane Campion per The Power of the Dog.
Sobria, con i suoi capelli bianchi senza acconciatura, un abito quasi normale e un sorriso sincero. Insomma, senza fronzoli, così come si confà a chi rende assai nobile l’arte del cinema. Parla alla giuria subito dopo aver ricevuto il premio, prima ancora che al pubblico: “È meraviglioso ricevere un premio da talenti come voi”.  Ancora una donna vince. Sono tutti contenti, anche chi invoca sempre le quote rosa.  Ma alla fine diciamolo: non ci sono poi così tante donne regista al mondo, e soprattutto brave così. Sono pochi anche gli uomini.
Per chiudere con un pizzico di costume, così come tanto piacerebbe alla mia amica esperta di stile Soave Maria Pansa, un accenno alla madrina della 78esima Mostra del Cinema di Venezia che quest’anno è stata Serena Rossi, Serenella per gli amici, che sarà pure sembrata solare e spigliata, ma a tratti anche ieri sera durante la premiazione mi è sembrata poco adatta a tutto quell’ambiente anche con quel suo inglese stentato e quel sorriso sempre stampato. Insomma bene sul red carpet, ma non proprio adeguata a tutto il resto.
Chissà chi l’ha scelta e perché.
Alla prossima

Lunedì 13 settembre ore 21.00

ROBERTO HERLITZKA LEGGE DANTE

a cura di Antonio Calenda

produzione Gruppo della Creta

Prosegue la lettura integrale di Roberto Herlitzka della Divina Commedia a cura di Antonio Calenda.

Dopo l’Inferno, letto nel mese di maggio del 2021, Roberto Herlitzka torna al TeatroBasilica per completare la meravigliosa impresa di leggere integralmente l’opera di Dante Alighieri.

Il primo appuntamento si terrà lunedì 13 settembre con la lettura dei primi sei canti del Purgatorio, a cura di Antonio Calenda. produzione Gruppo della Creta

In questo 2021 che celebra i 700 anni dalla sua morte, il Sommo Poeta non smette di riservarci sorprese: con Roberto Herlitzka il linguaggio simbolico, allegorico, anagogico e metaforico della Commedia, si farà ancor più avvincente guardando quell’oltre, croce e delizia per ogni essere umano spesso costretto a saper “come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale” e che, in qualunque condizione umana interiore ed esteriore si trovi, aspirerà sempre “a riveder le stelle”.

Questi tutti gli appuntamenti con Roberto Herlitzka

13 e 27 settembre

4 e 18 ottobre

2, 15, 29 novembre

13 dicembre

Un titolo trasbordante di speranza ma anche di attesa affinché qualcosa accada, “Se Dio vuole”.

Inshallah, (parola che il cantautore ripete spesso nel brano) è tra le espressioni più conosciute della lingua araba anche tra i popoli di altre culture.
Zerella la prende in prestito e ci ricama sopra una storia che si palesa vivida e coinvolgente.

Esce a mezzanotte su tutte le piattaforme digitali il nuovo singolo dell’avellinese Ciro Zerella, in arte Zerella reduce da un bel periodo artistico, con ottimi brani che hanno preceduto questo che per il suo affezionato pubblico è nuovo di zecca, ma che in realtà il cantautore ha scritto nel 2017.

Chi ha la mia età non può non ricordare il libro della Fallaci, e ascoltando il disco non si può fare a meno di “sentire” parole che raccontano di fragilità, paura, ma anche coraggio e speranza, mentre la musica, così come è stata concepita dall’autore rieccheggia, si espande, avvolge e crea una singolare suggestione che proietta in similitudini citate e in quel senso di incertezza che accompagna i passi di profughi, di chi si allontana da incertezze assolute, senza sapere dove si è diretti e se si avrà mai pace. Ci si allontana dal dolore, ma non si allontana il dolore perché il “dolore non va lontano”.

Ad ispirare il pezzo nel 2017 fu l’attacco all’ospedale siriano con gas sarin, e da quell’evento terribile, si è alzato un inno di speranza che Ciro Zerella ha messo in musica e che ha preso forma mentre il mondo ha continuato a fare i conti con le guerre, il dolore, le torture, la voglia di andare oltre. Ed anche la speranza è un “andare oltre”. E il tutto funziona meglio”se Dio vuole”.

Questo brano, che doveva finire nell’album “Sotto casa tua” ancora non aveva trovato la sua collocazione ideale e così arriva al pubblico dopo due brani di grande successo per Zerella, che sono “Tutta bianca” e “All’una con te”, quasi a chiudere un cerchio.

Il giovane cantautore, che ha trascorso la stagione estiva suonando dal vivo, aspetta di godersi le reazioni del suo pubblico che è molto vasto, che da questa notte potrà sentire il nuovo pezzo.

Molto interessante il promo del disco che Zerella ha diffuso sui social, facendo dire “Se Dio Vuole” in tutte le lingue del mondo, da ragazzi di tutte le parti del mondo.

Un inno alla vita, alla voglia di poter avere una possibilità e di riuscire … “Se Dio Vuole”.

Da stanotte, scaricate il nuovo singolo di Zerella, da tutte le piattaforme digitali.
Aiutiamo la musica, i cantautori, la genialità che non ha bisogno di nulla se non di essere ascoltata, compresa, amata.

 

Ci sono posti in Italia in cui non è disponibile il servizio essenziale di guardia medica perché non ci sono medici disponibili.

Tra qualche anno ci saranno seri problemi anche con i medici di base.
Quelli che ci sono – la maggior parte tutti anziani – andranno in pensione e non ci sono sostituti.

Durante la pandemia hanno assunto tutti quelli freschi freschi di laurea senza uno straccio di specializzazione o tirocinio.

Insomma, c’è penuria di figure sanitarie, ed è giusto che chi decida di fare il medico lo faccia con delle competenze di partenza sostanziali.
E fin qui tutto bene, tutto giusto.
Vuoi fare il medico?
Devi essere sufficientemente colto, avere la predisposizione, una cultura di base ampia e devi avere voglia di studiare tanto, ma proprio tanto, perché la medicina è una professione dove il più bravo è semplicemente quello che sbaglia di meno.

E con l’arrivo di settembre e del vino novello, immancabile arriva il test per ammissione alle facoltà di medicina di tutta Italia e a mettere in difficoltà migliaia di studenti è stata la domanda nella quale si chiedeva il significato della parola -udite udite – ZAPOTECA.

È inutile dirvi che non conoscevo questo termine, in 50 anni di vita non l’ho mai letto da nessuna parte, né sentito in nessuno dei diversi ambienti frequentati per lavoro. E così sono andata come tutti a cercarlo e ho trovato questo significato: “declinazione al femminile dell’aggettivo zapoteco che vuol dire “appartenente a una popolazione indigena del Messico centro-meridionale, stanziata nell’attuale stato di Oaxaca”. Zapoteca risulta essere quindi un aggettivo con cui si identifica la popolazione indigena degli Zapotechi e sono tutt’ora esistenti, vivono infatti in una regione del Messico. Chissà se gli indigeni stessi sanno di chiamarsi così.

Ma l’osservazione che accomuna tutte le categorie professionali e tutte le classi sociali, è a cosa servirà mai ad un aspirante medico il significato della parola Zapoteca, come potrebbe mai inficiare la sua carriera e formazione, la non conoscenza di questo vocabolo.

A meno che non si voglia augurare loro di partecipare a tempo perso alla famosa trasmissione di Gerry Scotti.

Cose all’Italiana, insomma … inserire il surreale sempre, ovunque, anche lì dove si decide il futuro (serio e reale) di un paese.

 

 

Violenza inaudita ed inaccettabile quella perpetrata dai talebani sulle donne che in queste ore stanno manifestando a Kabul.

È stato il reporter e giornalista in Afghanistan Zaki Daryabi (che nel 2020 ha vinto un premio internazionale per le sue inchieste contro la corruzione) a pubblicare il video sul suo profilo twitter,  nel quale si vede un talebano che a Kabul frusta letteralmente una giovane donna, di quelle che partecipa alla protesta di questi giorni, la marcia delle Donne che sta andando in scena nella capitale afghana.

Le immagini sono davvero inaudite e sconcertanti. Quando la donna viene colpita molte di loro mettono via i cartelli nelle borse e abbandonano i luoghi.

È stato lo stesso Daryabi a dichiarare in altri suo tweet che secondo alcuni testimoni oculari, i talebani avrebbero arrestato 5 giornalisti di  Etilaatroz, il media di cui lui stesso è caporedattore.