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Erano gli anni ’30 e nel panorama musicale di quel tempo c’erano due signori, Billie Holiday e Lester Young, che insieme realizzarono una serie di cose memorabili.

Potrei fare alcuni esempi, di quelli che saltano subito alla memoria: “That Way”, “Travlin’ All Alone” e “Easy Livin”.
Questi sono solo alcuni dei pezzi che li hanno visti vicini e complici.
Ma la collaborazione musicale e l’amicizia personale che ci fu tra i due titani del jazz, ebbe svariate sfumature.
Billie e Lester ebbero un incredibile rapporto intuitivo, quando capirono che avrebbero dovuto fare musica, insieme.

Ascoltando le loro registrazioni, è chiaro che si ispirarono a vicenda,
musicalmente, portando però in quel connubio parte della proprio vissuto, della propria personalità e del proprio bagaglio emotivo.
Cantare, per Billie Holiday, era un modo per sopravvivere.

LEI, Billie Holiday – nota come Lady Day, ma all’anagrafe Eleonora Fagan – era nata “povera e nera”, a Baltimora intorno al 1915. Era cresciuta a Harlem, insieme a sua madre che lavorava come domestica.  Billie sosteneva che la depressione per lei non fosse nulla di nuovo, perché aveva visto sempre e solo lei, durante la sua esistenza e con lei era cresciuta.
Billie aveva 15 anni, quando si presentò in un locale di Harlem per fare un provino per un posto di lavoro da ballerina.
Le dissero che non era “abbastanza brava” per essere una ballerina e allora provò a cantare, lì sul posto, e fu così che scopri che le piaceva così tanto farlo che avrebbe anche potuto pensare di fare quello, come lavoro, per sopravvivere.
Il suo cantare così incisivo e sofisticato, la portò ad esibirsi nei club di Harlem, nei primi anni ’30, quando fu scoperta dal un produttore discografico, John Hammond.
Da allora incominciò il successo come una delle più grandi interpreti vocali americane di jazz e blues.

LUI, Lester Young, tenorsassofonista, proveniva da una famiglia di New Orleans, nella quale erano tutti musicisti.
Quando aveva dieci anni, Lester suonava il rullante nella banda di suo padre, viaggiando in tutto il Midwest, con uno spettacolo itinerante, nei tendoni.
Fu durante la sua adolescenza, che partorì l’obiettivo di fare per conto suo.
All’inizio della sua carriera, Lester fu sollecitato a “smorzare” quel suo stile musicale così unico.
Si pensi a quando cominciò a suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson, e la moglie del leader, lo costrinse ad ascoltare i dischi di Coleman Hawkins più e più volte, in un vano tentativo di convincerlo a rinunciare al suo approccio lirico e di imitarne lo stile.
Fu solo quando Lester si unì all’orchestra di Count Basie presso la Sala Reno a Kansas City nel 1934, che il suo stile ebbe la possibilità di fiorire.

Billie e Lester si incontrarono ad una jam session di Harlem nei primi anni ’30 e poi lavorarono insieme nell’orchestra di Count Basie, nei locali notturni di New York, sulla 52esima.
Ad un certo punto della loro conoscenza, Lester si trasferì nell’appartamento che Billie condivideva con la madre, Sadie Fagan.
La storia racconta che Lester fosse un grande appassionato di cucina casalinga e stanco di vivere a New York stanze infestate dai topi d’albergo, decise di accettare l’invito di Sadie ad assaggiare le sue delizie e così lui decise di far parte di quella famiglia.
Fu quello un piacevole cambiamento per Billie e sua madre, che si ritrovarono ad avere un uomo per casa, e Lester fu sempre un vero gentiluomo.
Tra Lester e Billie ci fu del “tenero”, in molti lessero un grande amore, anche se lei, ha sempre sostenuto che la loro relazione fu solo platonica.
Fu lei a dare a Lester il soprannome di “Prez”, ossia “presidente” perché lui era l’unico in cima nei suoi pensieri.
Per Billie, Lester era il migliore, il più talentuoso di tutti, il più eclettico e insieme vissero gioie e dolori, trionfi e periodi di magra.
A sua volta lui, diede a Billie il famoso soprannome, “Lady Day”.
E questo perché lei era una “Signora”, sofisticata, schiva e schietta.
E poi quel “Day” diminutivo di “Holiday”.

Quando a Billie fu chiesto di spiegare il suo stile di canto, rispose:
Non penso mai che sto cantando. Mi sento come se sto giocando con un corno nel quale ci soffio di dentro. Cerco di improvvisare e quello che viene fuori è quello che sentite. Odio cantare diritto, devo sempre cambiare un brano a modo mio. Questo è tutto quello che so“.
E proposito di Lester Young, Billie ha detto:
Per me Lester é il più grande del mondo perché ama se stesso e la sua musica. I miei dischi preferiti sono quelli che ho fatto con Lester, perché mentre lui suona il suo sassofono tu lo ascolti e ci puoi quasi sentire le parole.

Lester Young e Billie Holiday erano entrambi anime particolarmente sensibili, facilmente ferite dai colpi duri del “music business” e dal razzismo palese, nell’America del 1930.
Per alleviare questo dolore, entrambi hanno trovato conforto nella droga e nell’alcool.

Lester Young morì il 15 marzo 1959 all’età di 49 anni.
Billie Holiday lo seguì pochi mesi dopo, nel mese di luglio.
Ne aveva solo 44, di anni.
Questi due vecchi amici finirono la loro vita in maniera tragica, insieme e il loro essere geni della musica e del jazz, fu logorato dall’uso pesante di droghe e alcool.

Attraverso la loro eredità, lasciata in registrazioni e meraviglie – e che magari un giorno a venire vi racconterò – Prez e Lady Day continuano a intrattenere il pubblico e di influenzare il corso della musica jazz.

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Simona Stammelluti

Insignito quest’anno del titolo di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, racconta i suoi 80 anni in quel sodalizio unico con Lucio Battisti, per il quale ha scritto quasi tutto

All’anagrafe Giulio Rapetti (anche se ad oggi quello pseudonimo fa parte del suo cognome che è divenuto Rapetti Mogol) è senza dubbio il più celebre paroliere della musica italiana. I più grandi capolavori degli anni 60 e 70 sono stati firmati da Mogol. Perché oltre che per Battisti, ha scritto per Mango, Adriano Celentano, Riccardo Cocciante e la PFM. Sono sue canzoni come “Oro”, “Io non so parlar d’amore”, e “Cervo a Primavera”.

Ha fondato il CET, scuola di formazione musicale nato per formare nuovi talenti, ed è stato anche il co-fondatore della Nazionale Cantanti.

Ho conosciuto Mogol nel maggio del 2013. I nostri libri erano entrambi alla “Fiera del Libro” di Torino. La sala dove presentava il suo “Le ciliegie di Mogol” – aforismi di colui che con “pensieri e parole” ha  condito la sua vita –  era gremita. Sorrideva, rispondeva alle domande, e “si raccontava”.

Raccontava di essere negli anni 60 lo stesso uomo libero, battagliero e “canterino” e “non condizionabile” che è oggi.

“Mai fatto nulla per convenienza” – raccontava. E poi quello, era il tempo per raccogliere “le ciliegie”, aforismi che raccontano come ha vissuto, quel che è stato, come vede la vita.

E quando a fine presentazione lo avvicinai, dicendo di essere una scrittrice, mi abbracciò, mi chiese del mio libro e mi disse che avrebbe avuto piacere di ricevermi a casa sua, appena possibile.

“Bello parlare con una scrittrice” – mi disse, e quando io, chiamandolo maestro, gli chiesi se avesse un consiglio per me, mi fece una carezza e mi rispose: “quando percorri una strada, anche se temi che qualcuno ti insegua, non girarti, perché potresti inciampare, ed invece quando si cammina verso qualcosa, bisogna sapere sempre dove si mettono i piedi”.

Io quel consiglio l’ho tenuto ben saldo tra le cose care che ho. Magari un giorno vado a trovarlo e gli racconto quanta strada ho fatto da allora, senza voltarmi mai.

Simona Stammelluti

Lamezia Terme – E’ una storia vera, quella di Rocco Mangiardi, l’imprenditore di Lamezia Terme, che un giorno, di una decina di anni fa, si trova nella situazione di dover decidere se pagare il pizzo, o denunciare

La cifra da pagare si aggirava intorno ai 1200 euro al mese. Quello sarebbe significato licenziare tutti i giovani – regolarmente assunti – che lavoravano con lui, chiudere tutto e andare a casa. Ma Rocco Mangiardi, ha invece deciso di collaborare con la giustizia, ed attraverso intercettazioni ed indagini si è giunti all’arresto di 4 persone. Nel 2008 è poi iniziato il processo, e l’imprenditore è andato a testimoniare, contro coloro che volevano estorcergli del denaro. A fianco a Mangiardi c’erano molti imprenditori – così come lui stesso racconta in una intervista rilasciata per la realizzazione di un documentario dal titolo “Un pagamu – la tassa sulla paura” – facenti parte come lui dell’Associazione Antiracket Lamezia. E’ stato anche grazie al coraggio infuso dai suoi colleghi ed amici, che Rocco Mangiardi è riuscito ad indicare al giudice quali fossero i suoi estorsori. Quella che fu in primo grado la condanna a 14 anni di reclusione per i due imputati maggiori, si è poi ridotta a 10 in secondo grado.

Dal Natale del 2009 Mangiardi e la sua famiglia vivevano sotto scorta, fin quando  l’uomo che ha avuto il coraggio di raccontare la verità e la sua esperienza, si è visto costretto a dover mettere lui stesso a disposizione dal 1 settembre prossimo, una macchina che sarebbe stata guidata da un agente del commissariato della Polizia di Stato, considerato che Mangiardi non guida dal 2006.

Che tipo di tutela poteva essere quella, se lo stesso agente doveva guidare la macchina?

Tra l’altro il testimone aveva fatto notare che le sue condizioni economiche non gli permettevano pià di comperare un’auto efficiente e di assicurarla.

La Questura di Catanzaro, in una nota, aveva precisato che “il dispositivo di protezione predisposto per il testimone di giustizia, non aveva subito nessuna mofidica rimanendo al cosiddetto 4° livello, ossia tutela su autovettura non blindata, e quello che cambiava era l’utilizzo di una vettura provata messa a disponsizione dal sig. Mangiardi come è previsto dalle circolari ministeriali“.

Questo fino a ieri, quando il Tar del Lazio, ha accolto il ricorso di Mangiardi contro la decisione del Ministero dell’Interno che gli imponeva l’utilizzo della sua auto privata, e dunque riavrà la sua auto di scorta, almeno fino al 31 dicembre di quest’anno.

Nell’ordinanza emessa dal Tar, si afferma che “sussistono per Mangiardi, le condizioni di eccezionale gravità ed urgenza“. I giudici – così come si apprende dalla notizia Ansa – parlano di “gravi pericoli per l’incolumità personale del testimone di giustizia, in una zona caratterizzata, tra l’altro, da gravi fenomeni criminali“.

Resta da chiedersi cosa accadrà o cosa “potrà accadere” a Rocco Mangiardi e alla sua famiglia, dal primo gennaio prossimo, in poi.

Simona Stammelluti

Una tragedia consumatasi a Mascalucia, in provincia di Catania, dove un bimbo di un anno e mezzo è stato sbranato dai suoi cani, con i quali probabilmente aveva anche giocato. La madre del bambino, ferita anch’essa nel tentativo disperato di proteggere il piccolo dall’aggressione dei molossi, è ora indagata per omicidio colposo

I due dogo argentini, vivevano in quella villa, con una famiglia, con quel bimbo che presumibilmente trascorreva con loro del tempo, giocandoci e divertendosi. Eppure non hanno esitato ad aggredire e sbranare il bambino.  A nulla è valso il disperato tentativo di trasporto all’ospedale a mezzo elisoccorso.

Il sindaco di Mascalucia, ha disposto il sequestro dei due molossi, e la mamma del bambino, 34 anni, è ora indagata per omicidio colposo, considerato che gli inquirenti hanno accertato che il bambino al momento dell’aggressione era stato lasciato solo con i cani, ed la mamma è intervenuta in soccorso del figlio, solo dopo aver udito le urla di una vicina. L’iscrizione nel registro degli indagati si è reso necessario per appurare eventuali atti di negligenza da parte della madre del bimbo, così come ha spiegato il magistrato. Sul corpo del piccolo verrà eseguita l’autopsia, e la madre ha facoltà di nominare un perito di parte.

Ci sarebbe da analizzare la situazione nella quale i due molossi vivevano. Spesso si pensa che avere una villa e dello spazio a disponibile possa essere sufficiente per crescere dei cani, in generale, a maggior ragione se sono molossi, ossia cani non da divano, e quindi neanche facilmente gestibili, che a loro volta hanno delle precise necessità di socializzazione, di educazione, di addestamento serio, e che dovrebbero almeno in “un adulto”, riconoscere il proprio capo branco, cosa che nel caso in oggetto, probabilmente non è accaduta alla luce del fatto che la stessa madre, nel tentativo di sottrarre suo figlio dalle fauci dei due animali, è stata a sua volta aggredita.

Anche se è vero che alcune razze di cani sono potenzialmente pericolose, come nel caso del dogo argentino, si rende necessaria sempre, non solo la supervisione di un adulto in presenza di minori nel nucleo familiare, ma importante è che quel supervisore sia dunque una persona competente che conosca bene il carattere dell’animale, prevenendo così eventuali comportamenti che possano poi degenerare in aggressioni e tragedia come quella consumatasi a Mascalucia.

Simona Stammelluti

Per ricordare il Pianista che oggi avrebbe compiuto 87 anni, scomparso a New York il 15 settembre del 1980, vi racconto ciò che accadde al trio di Bill Evans, domenica 25 giugno 1961 presso Village Vanguard jazz club di New York City

Era solo un pomeriggio in un jazz club.

Quarantuno anni fa…quando il 25 giugno 1961, tre giovani musicisti jazz – il pianista Bill Evans, il bassista Scott LaFaro, e il batterista Paul Motian – scesero in un seminterrato affumicato di New York, e dopo aver sbadigliato e scherzato un po’, si misero al lavoro.
Il trio suonò tredici pezzi, la maggior parte sofisticati come “My Romance”, “I Loves You, Porgy”, e anche un valzer dal film di Walt Disney “Alice in Wonderland”.
Quella loro performance fu registrata, e fu resa nota nello stesso anno da una piccola etichetta indipendente chiamata Riverside.
Il titolo dell’album fu “Sunday al Village Vanguard.”
Più tardi nel corso dello stesso anno un’altra registrazione di quel pomeriggio fu resa nota con il titolo di “Waltz for Debby“.
Nel tempo, quelle meravigliose due ore e mezzo, furono riconfezionate, rimasterizzate, riconsiderate, e ripubblicate in un album chiamato, “The Village Vanguard Sessions” e “Al Village Vanguard“.

Tutti o quasi, ci hanno provato a raccontare quella performance jazz, in materia di intonazione, passaggi modali e toni di canto. In pochissimi invece sono riusciti a coglierne a pieno la forza emotiva di tali esecuzioni.
In realtà é difficile spiegare la forza che la musica racchiude in se, quando non suona in maniera particolarmente forte.
La stragrande maggioranza delle persone che ascoltano uno di quei pezzi realizzati in quella domenica, la definirebbero esclusivamente come “musica di sottofondo”.
In realtà la musica di Evans, era un ricamo tra melodia e meditazione, tra tormento e passione.
Certo se ci si riscopre “vulnerabili” ascoltando questa musica, vuol dire che si è vulnerabili nei confronti della perfezione.
Bill Evans non ha fans occasionali, questa é cosa certa.
Nel senso che può piacere a molti, ma solo in pochi lo concepiranno come una vera e propria passione.

Dopo quel pomeriggio, il suo nome è diventato sinonimo di una qualità musicale “heart-break” come la definirono i newyorkesi, che non è simile a null’altro, nel mondo della musica.
Lui, Bill, non é mai stato un “giovane smarrito”, ma un “uomo trasparente e malinconico”.
Basti ascoltare gli assoli di Evans su “Alice in Wonderland” e “My Foolish Heart” e, in particolare, “Porgy” – che hanno un tono madreperla – mentre salta da una modulazione all’altra come se fosse in grado di godere – e far godere – di un sentimento puro, ottenuto senza impedimenti, senza inibizioni, come se conoscesse lui solo l’accesso a tanta meraviglia.
In quella esibizione Bill Evans riesce a raccontare la verità segreta di New York, immaginandolo come una sorta di giardino capovolto, con tutti i fiori che fioriscono a testa in giù nei sotterranei.
Questo particolare seminterrato, il Village Vanguard, che si ferma, o quasi si nasconde, sotto “the Seventh Avenue”.
Altre tre persone, erano lì quel particolare pomeriggio, il produttore, un batterista, e il proprietario del club.
Esiste qualche fortunato che é riuscito a parlare con loro e a capire cosa sia accaduto davvero quel pomeriggio, e la loro riflessione si ferma sui temi trattati in quella performance.
Il romanticismo, le luci della città, il tema della morte e il pianoforte che regna, con la grazia che apparteneva solo ad Evans.
Gli avvenimenti della vita di Bill Evans, che lo hanno condotto portato a quel pomeriggio, sono facili da trovare.
Bill Evans, nato nel 1929 nel New Jersey, in una famiglia ortodossa russa, aveva studiato musica presso Southeastern Louisiana College, e fu definito da tutti come un vero prodigio visto che si laureò con il massimo dei voti in flauto, violino e pianoforte.
É stato uno dei primi musicisti jazz che conosceva benissimo Schubert e Nat King Cole altrettanto bene, e pensava che avrebbe potuto ottenere di più dello spirito di Schubert, suonando come Nat Cole più che come Arthur Rubinstein.
Egli arrivò a New York nel 1955, e nel 1968 si unì al gruppo di Miles Davis e fu l’unico musicista bianco nel sestetto, quando registrarono “kind of blue”.
Quello stesso Davis che definì la sua musica, come “acqua frizzante in un bicchiere di cristallo”.
Evans ha registrato tantissimi album con bassisti e batteristi newyorkesi in quegli anni e nel 1959, poi, scoprì il giovane bassista Scott LaFaro, che ha spesso suonato il basso come se fosse una chitarra, liberamente e melodicamente, senza mai costrizioni di genere.
Poi arrivò Paul Motian, che “spennellava di argento” la batterista, e si unì a loro, e così ebbe vita “il primo trio”. Hanno registrato un sacco di cose insieme, quei tre.
Ma per capire a pieno ciò che avvenne quel giorno, si dovrebbe conoscere ciò che accadeva musicalmente in quel periodo storico: il jazz era una musica diffusa, ma non era una musica popolare.
Poi arrivò Bill Evans e le cose cambiarono.
Lui, bravo come molti dell’epoca, aveva in più, genialità e idee.
Prima di Evans, i trii erano formati da un pianista, che veniva “accompagnato”.
Con l’avvento del nuovo trio, ognuno aveva il suo spazio, la sua “aria”, la sua “posta in gioco”.
Bill aveva anche un sensazionale senso dell’umorismo e chi lavoro con lui, lo testimoniò, nel corso del tempo.
Quando Max Gordon aprì il Vanguard, era un posto per poeti.
Quel luogo é stato prima un posto clandestino, poi diventò un teatro, e fu solo alla fine degli anni Cinquanta, che divenne un jazz club.
Il giorno della registrazione del trio di Evans, il pubblico mutò…da pubblico divenne folla e da gente comune, divenì agglomerato di appassionati “rilassati” e felici.
All’epoca Gordon aveva un pianoforte Steinway, che fu sostituito da un Yamaha, che Bill amava.
Bill Evans fu, per la maggior parte della sua vita, un tossicodipendente e Lorraine Gordon, moglie di Max lo vide sbattere la parte sinistra della tastiera con una mano paralizzata dall’eroina che gli aveva colpito un nervo.
Eppure quel pomeriggio di Domenica a New York nel 1961, il trio suonò in maniera impeccabile per circa due ore e mezza…un cadenzato “Waltz for Debby”, un sommesso “My Foolish Heart”, un “Alice in wonderland ” galleggiante, e una sublime “My Romance”.
Poi, per la prima volta quel giorno, Evans ha suonò “I Loves You, Porgy.”

Due settimane più tardi, il 6 luglio 1961, Scott LaFaro morì sul colpo mentre stava guidando sulla Route 20, quando la sua auto sbandò e andò contro un albero.
“Stavo dormendo e il telefono ha squillato…era Bill che mi diceva che scott era morto”, ricorda Paul Motian.
“Ha detto solo, Scott è morto.
Paul a quella telefonata sconvolta di Bill Evans, avrebbe risposto con un semplice “si” e poi sarebbe andato a dormire, e al mattino successivo avrebbe detto a sua moglie di aver fatto un brutto sogno, nel quale BILL gli diceva che Scott era stato ucciso.
Dopo la morte di Scott LaFaro, Bill Evans diventò come succube del dolore; gli ci vollero mesi per recuperare, e in molti pensano che da quell’evento lui non si riprese mai davvero.
Quella registrazione al villag vanguard ebbe due vite.
Una che prese respiro sin da subito, ed una 22 anni più tardi, e la seconda vita di quel disco, fu ancora più grande.

Uno dei misteri della carriera di Evans è che, dopo “quella domenica”, lui ha continuato a suonare “Porgy” più e più volte, quasi ossessivamente – ma mai come allora, e quasi sempre come se fosse solo, come se suonasse mostrando senza vergogna, una mancanza.

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Simona Stammelluti

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Enrico Garozzo, Paolo Pizzo e Marco Fichera, sono i tre catanesi che insieme all’umbro Andrea Santarelli, hanno al loro collo la medaglia d’argento olimpica di Rio 2016, dopo essersi arresi, solo in finale, contro la Francia

foto Ansa

Quell’oro mancato, ma non importa…è sempre una vittoria da podio.

Tornano a casa con una bella medaglia, i giovani siciliani, imbarcati per il Brasile, dall’altra parte del mondo, per una gara il cui anche lo stesso nome, profuma di magia.

Con questo argento, i 4 giovanissimi riscattano le delusioni delle gare individuali e rendono meno amare le Olimpiadi in una disciplina nella quale l’Italia è abituata da sempre, a dominare.

Il più grande del gruppo è Paolo Pizzo, 33 anni, con già un oro vinto ai mondiali proprio a Catania nel 2011.  Enrico Garozzo, classe 1989, ha ottenuto a livello individuale il miglior risultato con il bronzo mondiale del 2014 a Kazan, dove venne sconfitto solo dal sudcoreano Park Kyoung-doo. E poi c’è lui, Enrico Fichera, nato ad Acireale, che è il più giovane di tutti con i suoi 23 anni, e che a Rio ha rischiato di non andare, dopo aver subìto un infortunio durante la tappa di Coppa del Mondo a Parigi che lo ha costretto a saltare gli Europei, ma alla fine non sono ha recuperato, ma in Brasile è stato praticamente perfetto, sulla pedana azzurra che grazie proprio alla spada, chiude l’avventura olimpica con 4 medaglie.

21esima medaglia all’Italia, in una notte d’argento, dunque. Italiani al secondo posto, dopo essersi arresi alla favoritissima Francia, con il punteggio di 43-31.

La Francia ha fatto meglio dell’Italia, è partita forte, con le 11 stoccate di vantaggio sul 30-19.
Cala così il sipario sulla scherma olimpica, ma c’è da esserne fieri. Stringono tra i denti la loro medaglia, i vincitori e così si fanno immortalare in una foto che diverrà storica nella categoria Rio 2016.

Simona Stammelluti

Un po’ come nei film romantici, sul più bello arriva la proposta di matrimonio. Ma in questo preciso caso è tutto vero. Mentre la cinese He Zi è sul podio, con al collo la medaglia che spetta al secondo classificato, le arriva, inattesa, una proposta di matrimonio con tanto di anello

Una giornata proprio fuori dal comune per la cinesina. Chiusa con un secondo posto la finale del trampolino di 3 metri, vede arrivare il suo fidanzato Qin Kai, tuffatore anch’egli, campione olimpico a Pechino.

La scena, in mondovisione, è quella di un uomo innamorato che in ginocchio, pronuncia il discorso alla sua amata, che tra gli applausi compatti, risponde che “sì, vuole sposarlo”, e poi si slancia in un abbraccio, senza però baciarlo.

Dopo aver ricevuto l’anello, pegno di un amore che sfocerà presto in un “e vissero felici e contenti”, He Zi è scoppiata a piangere, lasciando così andare l’incontenibile emozione. Subito dopo sono state le sue colleghe atlete ad abbracciare lei, congratulandosi con la stessa, in un momento per lei “doppiamente” felice.

Un fuorionda emozionante anche per chi era sul posto o davanti alla Tv, considerato che dalla scatola infernale escono molto spesso notizie che fanno sì piangere, ma non certo di gioia e di contentezza. Per cui vedere due ragazzi che si promettono “amore eterno” davanti al mondo, lascia ben sperare in un futuro nel quale l’affetto e le cose “sane” come lo sport, possano spazzar via un odio che sta riducendo a brandelli un paradiso terrestre, ormai perduto.

Simona Stammelluti

Non so che faccia abbia Giuseppe Tassi, il direttore del QS Quotidiano Sportivo, sollevato dall’incarico – per “giustissima causa” con effetto immediato – per aver titolato in quella maniera così offensiva, la performance delle arciere italiane, conclusasi con un quarto posto alle Olimpiadi di Rio 2016.

Non so che faccia abbia e nemmeno voglio saperlo. Come non voglio sapere se è magro o “cicciottello”. Mi basta sapere che in quei suoi panni, che siano taglia Small o Extra Large, proprio non vorrei stare. Perché essere licenziati per il pessimo gusto, per aver “offeso” delle persone e non semplicemente delle atlete, ti mette addosso un marchio che non te lo togli più; Ed un giornalista ci mette una vita intera, a volte, per acquisire credibilità, serietà, utilizzando il garbo, prima ancora che la notizia.

L’editore chiede scusa alla federazione e alle atlete, oltre che ai lettori della testata. Ma basta davvero? Ha anche licenziato il direttore a cui forse non piacciono abbastanza le cicciottelle, direte. Sì, certo, ma a mio avviso non basta. Bisogna fermare la libertà di offendere senza pensarci su, perché la libertà di ognuno, finisce dove inizia quella dell’altro. E poi le scuse a Claudia Mandia, Lucilla BoariGuendalina Sartori, sul Resto del Carlino andrebbero fatte a “Tutta Pagina”.

Il web si è ribellato a quel titolo di cattivo gusto, ha scritto al presidente della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, Mario Scarzella e allo stesso direttore del Resto del Carlino, Giuseppe Tassi. Le ragazze cercavano nella stampa un sostegno, dopo aver sfiorato quell’impresa, ed invece allo sconforto della sconfitta si è aggiunta l’offesa per quel titolo: “il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo“. Ma che non c’era un altro modo per definirlo quel trio, che non fosse l’apoteosi del cattivo gusto?

Forse una visione fin troppo maschilista nei confronti della donne brave, nei confronti di atlete che praticano sport a livelli così alti e che aspirano a medaglie e non a coroncine da miss, o a sculettare sui tavoli da velina.

Io mi schiero con le arciere azzurre, e con tutti coloro che non ci hanno visto nulla di “simpatico” né di goliardico, in quel titolo, perché ci sono situazioni nelle quali la serietà è d’obbligo e soprattutto il garbo, è d’obbligo. Forse neanche se a gareggiare ci fosse stata sua sorella, il signor Tassi si sarebbe dovuto permettere.

Non vorrei proprio essere nei suoi panni, che siano small o estralarge…perché da colei che conosce bene gli effetti a volte taglienti di una penna, mi meraviglio di come si sia potuto commettere un errore così imperdonabile, quasi ingenuo, pensando che “nessuno si offendesse”.

L’estate manda in vacanza gente che poi torna al proprio posto.
Qualcuno a quel suo posto non tornerà, per fortuna, perché in vacanza nella valigia, avrebbe dovuto mettere anche il buon gusto, che invece è stato dimenticato dietro una porta tirata alle spalle, con le chiavi dentro.

Simona Stammelluti

Si chiamano Rossella Fiamingo, di Catania e Vincenzo Nibali, messinese, fiori all’occhiello di un’Italia che conta e che vince, malgrado tutto

Medaglia d’argento alle olimpiadi Rio 2016, nella specialità “Individual Epee” per Rossella Fiamingo, classe 1991, schermitrice, specializzata nella spada, vincitrice della medaglia d’oro, per due volte consecutive, nella spada individuale ai mondiali di scherma di Kazan 2014 e Mosca 2015. Malgrado un piccolo rammarico – così come lei stessa dichiara a caldo – ha di che sentirsi orgogliosa Rossella, e tutta la Sicilia e l’Italia con lei, considerato che quello vinto è un argento storico, poiché è la prima italiana di sempre, a vincere una medaglia olimpica nella spada individuale, e con le due vittorie consecutive ai mondiali, entra di diritto nella storia della scherma mondiale.

Sfortunata purtroppo l’avventura dell’altro siciliano a Rio, Vincenzo Nibali, classe 1984, ciclista su strada, scalatore, discesista, corridore di corsa a tappe, che dice addio alla sua avventura olimpica dopo la rovinosa caduta, avvenuta in discesa ad 11 km dall’arrivo, riportando una doppia frattura a clavicola e polso. Sfuma così la sua medaglia d’oro e la sua vittoria praticamente “certa”, considerato che era rimasto in fuga con il colombiano Henao ed il polacco Rafal Majika.

Non termina dunque sul podio l’esperienza olimpica di Rio per Nibali, ma in ospedale, in attesa di intervento chirurgico. Il morale del Capitano dell’Italia, soprannominato Squalo, è a terra, com’è giusto che sia, in questo momento, ma resta la consapevolezza di avere in Italia, atleti da medaglia d’oro, figli della sud, che possono e sanno mostrare al mondo, di cosa sono capaci.

Ma le gare continuano.
Continueremo a seguire gli italiani, per capire cosa porteranno a casa, come premio per anni di sacrificio e se sapranno sfruttare a meglio le proprie capacità a dispetto di sfortuna ed errori che magari, sono concessi sono in gioventù.

Simona Stammelluti

Aggiornamento: Agostino Siciliano, ha confessato di aver ucciso la donna

Erano le 15 circa quando gli investigatori del Comando Provinciale di Cosenza, hanno rintracciato e posto in fermo il presunto assassino della donna di Catania, Marina Zuccarelli, mentre presumibilmente cercava di far rientro a Taranto, la sua città natale

Si sta indagando per raccogliere tutti gli elementi utili per cercare di accertare la responsabilità dell’uomo fermato a Torano in provincia di Cosenza poche ore fa.

Lo stesso si era recato in Sicilia, per la precisione a Catania, per cercare una sorta di riappacificazione con la sua ex compagna, conosciuta sul web e con la quale aveva intrattenuto una relazione fin quando la stessa non aveva deciso di troncarla.

Giunto presso l’abitazione della donna, l’uomo 28enne, tarantino, laureato,  è verosimilmente entrato in litigio con la mamma della sua ex, litigio poi degenerato con la morte della donna a seguito di accoltellamento.

A poche ore dal delitto, i Carabinieri sono all’opera incessante al fine di concludere in breve tempo il caso.

Simona Stammelluti