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Se si provasse a guardare al Festival di Sanremo, un po’ come ad una metafora del vivere italiano, non si farebbe fatica a scorgerne dei tratti somiglianti. Siamo spesso vestiti a festa ma altrettanto maldestri, facciamo del nostro meglio ma mai abbastanza, abbiamo le capacità ma non le applichiamo mai fino in fondo. Perché è così, tutti gli anni si ripete la storia di quanto sia scontato il Festival, eppure non ci facciamo sfuggire nessun particolare su cui imbastire conversazioni, così come si fa con il migliore dei pettegolezzi. Una sottile contraddizione che regge i giorni sanremesi, nei quali tutto può essere sovvertito a seconda se si decida di simpatizzare o meno con l’evento.

Perché tutti gli anni con Sanremo il popolo italiano si divide in due: chi sta con la Kermesse canora e chi “fa finta di non interessarsene”, perché ormai tra gli esperti di tutto, ci sono anche quelli che “Sanremo è trash, è spazzatura”, e poi in macchina però hanno il cd di Nek o di Giorgia, o – peggio ancora – giurano di non vederlo mai, ma sanno tutti i ritornelli delle passate edizioni.

Insomma, che piaccia o no, Sanremo detta tendenza, crea un meccanismo che inevitabilmente diviene una questione di “costume” e che mette in moto il mercato della discografia, oltre a far discutere circa i cachét di presentatori ed ospiti che – sarebbe proprio il caso di dirlo – sono senza dubbio inappropriati rispetto a quello che “singolarmente” danno (presentatori ed ospiti), in fatto di performance. Perché a presentatori che non spiccicano una parola in inglese, io non affiderei una maratona con ospiti stranieri e per di più, passi il gobbo (elettronico) ma ci si aspetta da chi fa questa professione da decenni, che abbia la capacità di memorizzare una semplice frase di 10 parole alla volta, senza per forza far vedere che legga.

Quest’anno l’accoppiata Conti-De Filippi appare come una tranquilla convivenza tra inquilini di uno stesso quartiere, e sembra aver gradito il pubblico, che fa schizzare lo share della prima serata oltre il 50 per cento. Anche perché ognuno di essi si è “vestito” con ciò che fa quotidianamente e pertanto Maria ha portato un pezzo di quel che fa dall’altra parte del quartiere, anche sul palco dell’Ariston. Echi di “c’è posta per te” si odono di sottofondo come se qualcosa la tirasse con forza giù dal palco dell’Ariston.  In quanto a vestiti, inteso come look, non si può non sottolineare come gli abiti disegnati dallo stilista Riccardo Tisci, indossati dalla De Filippi saranno pur belli, ma forse non sono appropriati al suo fisico, come per esempio il maxi cardigan indossato nella seconda serata. Eppure gli outfit al femminile di questa edizione, tolta qualche eccezione, erano degni di nota. Belli i completi pantalone della Mannoia e della Turci, molto sofisticati gli abiti della Atzei e di Chiara. Bocciato invece il look della Ferreri.

Sparite le vallette – nate proprio per supportare la conduzione e per far parlare di se, delle loro papere e dei loro vestiti – quest’anno ci siamo dovuti sorbire dei “valletti” non proprio all’altezza. Passi Raul Bova, ma Totti che – per carità sarà pure un grande campione – ha mostrato tutta la sua “maldestrezza” con la parola e a poco è servita la simpatia, che dopo 5 minuti lascia il posto al nulla.

Ma quel che alla fine passa o non passa, è la musica. Diciamolo subito: non ci sono più i testi di una volta, le musiche lasciano a desiderare e malgrado gli arrangiamenti “orchestrati”, sono due volte su tre scarse, tanto quanto l’intonazione dei cantanti in gara. In una serata si contano al massimo 3 performance convincenti su 10. E se si escludono i veterani come Zarrillo, Ron, Al Bano e la Mannoia, si fa fatica a trovare una esecuzione “in nota”, se si chiudono gli occhi e non ci si lascia distrarre da tutto il meccanismo che gira sul palco di Sanremo, considerato che l’orchestra fa sempre il massimo che può e resta – anno dopo anno – la parte più affidabile della kermesse. Intonatissimi Chiara, Michele Bravi e nella prima serata Ermal Meta, del quale si è apprezzato anche il senso del testo che racchiude un chiaro messaggio contro la violenza con la sua “vietato morire“. Anche Sergio, il figlio artistico di Maria, delude le aspettative considerato che ha una gran voce, ma non ha ancora il pieno controllo della stessa e ad aggravare il tutto, una canzone che non era proprio adatta a quel timbro e a quelle potenzialità.

Tornano sul palco di Sanremo le coppie di cantanti, come dei moderni Jalisse, ma non passano al televoto forse perché sconosciuti malgrado il loro posto tra i Big. Chi sa in fondo chi siano Raige & Giulia Luzi?

Come sempre per dire cosa piaccia davvero, i pezzi sanremesi necessitano di essere ascoltati più e più volte, ma alla fine per un orecchio un po’ esperto si fa presto a scovare nella canzone della Mannoia “Che sia benedetta” un bel testo, un vero e proprio inno alla vita, supportato dall’esperienza della brava interprete che però – a mio avviso – perde nel corso del tempo quell’appeal e quella credibilità interpretativa che aveva ai tempi in cui a scriverle le canzoni erano Fossati e De Gregori.

Maurizio Crozza – che si è ben guardato da andare sul palco dell’Ariston e appare in vidiwall – tira le serate con le sue gag politiche, che fanno spesso ridere Carlo Conti quasi sguaiatamente. Nella prima serata invece è stato lo strepitoso duetto composto da Paola Cortellesi e Antonio Albanese a mettere tutti d’accordo, mentre fanno un omaggio all’amore e alla storia di Sanremo.

Boccio Tiziano Ferro che omaggio Tenco in apertura di Festival. Un accostamento troppo arduo, che si smonta come un soufflé riuscito male, malgrado gli ottimi ingredienti utilizzati.

Sono riusciti a rilanciare Ricky Martin, che nella seconda parte della prima serata, ha costretto con il suo medley il pubblico ad un salto nel passato, non saprei dire con quali precisi risultati.

Ieri sera invece tra gli ospiti senza dubbio spicca Keanu Reevs, inserito dalla rivista Peaple tra i 50 uomini più sexy del mondo. Bello è bello, e sa suonare pure il basso! Insomma, il cachet sembra se lo sia guadagnato.

C’è chi va e c’è chi resta.
Un po’ si scivola, un po’ si resta in piedi.
Si procede, perché la barca va condotta in porto.
Abbiamo ancora qualche giorno per farci un’idea e per scoprire se abbiamo fatto bene o meno a stare dalla parte di chi pensa che “Sanremo è Sanremo”.

Ed anche se sono scomparsi i begli intro di una volta, se la conduzione non è proprio come la vorremmo e non ci sono i Claudio Villa ed i Tenco, tra maldestrezza e ritornelli che ci accompagneranno fino all’estate, non ci resta che godere del piacere di dire la nostra.

Simona Stammelluti


Se si provasse a guardare al Festival di Sanremo, un po’ come ad una metafora del vivere italiano, non si farebbe fatica a scorgerne dei tratti somiglianti. Siamo spesso vestiti a festa ma altrettanto maldestri, facciamo del nostro meglio ma mai abbastanza, abbiamo le capacità ma non le applichiamo mai fino in fondo. Perché è così, tutti gli anni si ripete la storia di quanto sia scontato il Festival, eppure non ci facciamo sfuggire nessun particolare su cui imbastire conversazioni, così come si fa con il migliore dei pettegolezzi. Una sottile contraddizione che regge i giorni sanremesi, nei quali tutto può essere sovvertito a seconda se si decida di simpatizzare o meno con l’evento.
Perché tutti gli anni con Sanremo il popolo italiano si divide in due: chi sta con la Kermesse canora e chi “fa finta di non interessarsene”, perché ormai tra gli esperti di tutto, ci sono anche quelli che “Sanremo è trash, è spazzatura”, e poi in macchina però hanno il cd di Nek o di Giorgia, o – peggio ancora – giurano di non vederlo mai, ma sanno tutti i ritornelli delle passate edizioni.
Insomma, che piaccia o no, Sanremo detta tendenza, crea un meccanismo che inevitabilmente diviene una questione di “costume” e che mette in moto il mercato della discografia, oltre a far discutere circa i cachét di presentatori ed ospiti che – sarebbe proprio il caso di dirlo – sono senza dubbio inappropriati rispetto a quello che “singolarmente” danno (presentatori ed ospiti), in fatto di performance. Perché a presentatori che non spiccicano una parola in inglese, io non affiderei una maratona con ospiti stranieri e per di più, passi il gobbo (elettronico) ma ci si aspetta da chi fa questa professione da decenni, che abbia la capacità di memorizzare una semplice frase di 10 parole alla volta, senza per forza far vedere che legga.
Quest’anno l’accoppiata Conti-De Filippi appare come una tranquilla convivenza tra inquilini di uno stesso quartiere, e sembra aver gradito il pubblico, che fa schizzare lo share della prima serata oltre il 50 per cento. Anche perché ognuno di essi si è “vestito” con ciò che fa quotidianamente e pertanto Maria ha portato un pezzo di quel che fa dall’altra parte del quartiere, anche sul palco dell’Ariston. Echi di “c’è posta per te” si odono di sottofondo come se qualcosa la tirasse con forza giù dal palco dell’Ariston.  In quanto a vestiti, inteso come look, non si può non sottolineare come gli abiti disegnati dallo stilista Riccardo Tisci, indossati dalla De Filippi saranno pur belli, ma forse non sono appropriati al suo fisico, come per esempio il maxi cardigan indossato nella seconda serata. Eppure gli outfit al femminile di questa edizione, tolta qualche eccezione, erano degni di nota. Belli i completi pantalone della Mannoia e della Turci, molto sofisticati gli abiti della Atzei e di Chiara. Bocciato invece il look della Ferreri.

Sparite le vallette – nate proprio per supportare la conduzione e per far parlare di se, delle loro papere e dei loro vestiti – quest’anno ci siamo dovuti sorbire dei “valletti” non proprio all’altezza. Passi Raul Bova, ma Totti che – per carità sarà pure un grande campione – ha mostrato tutta la sua “maldestrezza” con la parola e a poco è servita la simpatia, che dopo 5 minuti lascia il posto al nulla.
Ma quel che alla fine passa o non passa, è la musica. Diciamolo subito: non ci sono più i testi di una volta, le musiche lasciano a desiderare e malgrado gli arrangiamenti “orchestrati”, sono due volte su tre scarse, tanto quanto l’intonazione dei cantanti in gara. In una serata si contano al massimo 3 performance convincenti su 10. E se si escludono i veterani come Zarrillo, Ron, Al Bano e la Mannoia, si fa fatica a trovare una esecuzione “in nota”, se si chiudono gli occhi e non ci si lascia distrarre da tutto il meccanismo che gira sul palco di Sanremo, considerato che l’orchestra fa sempre il massimo che può e resta – anno dopo anno – la parte più affidabile della kermesse. Intonatissimi Chiara, Michele Bravi e nella prima serata Ermal Meta, del quale si è apprezzato anche il senso del testo che racchiude un chiaro messaggio contro la violenza con la sua “vietato morire“. Anche Sergio, il figlio artistico di Maria, delude le aspettative considerato che ha una gran voce, ma non ha ancora il pieno controllo della stessa e ad aggravare il tutto, una canzone che non era proprio adatta a quel timbro e a quelle potenzialità.
Tornano sul palco di Sanremo le coppie di cantanti, come dei moderni Jalisse, ma non passano al televoto forse perché sconosciuti malgrado il loro posto tra i Big. Chi sa in fondo chi siano Raige & Giulia Luzi?

Come sempre per dire cosa piaccia davvero, i pezzi sanremesi necessitano di essere ascoltati più e più volte, ma alla fine per un orecchio un po’ esperto si fa presto a scovare nella canzone della Mannoia “Che sia benedetta” un bel testo, un vero e proprio inno alla vita, supportato dall’esperienza della brava interprete che però – a mio avviso – perde nel corso del tempo quell’appeal e quella credibilità interpretativa che aveva ai tempi in cui a scriverle le canzoni erano Fossati e De Gregori.
Maurizio Crozza – che si è ben guardato da andare sul palco dell’Ariston e appare in vidiwall – tira le serate con le sue gag politiche, che fanno spesso ridere Carlo Conti quasi sguaiatamente. Nella prima serata invece è stato lo strepitoso duetto composto da Paola Cortellesi e Antonio Albanese a mettere tutti d’accordo, mentre fanno un omaggio all’amore e alla storia di Sanremo.
Boccio Tiziano Ferro che omaggio Tenco in apertura di Festival. Un accostamento troppo arduo, che si smonta come un soufflé riuscito male, malgrado gli ottimi ingredienti utilizzati.
Sono riusciti a rilanciare Ricky Martin, che nella seconda parte della prima serata, ha costretto con il suo medley il pubblico ad un salto nel passato, non saprei dire con quali precisi risultati.
Ieri sera invece tra gli ospiti senza dubbio spicca Keanu Reevs, inserito dalla rivista Peaple tra i 50 uomini più sexy del mondo. Bello è bello, e sa suonare pure il basso! Insomma, il cachet sembra se lo sia guadagnato.
C’è chi va e c’è chi resta.
Un po’ si scivola, un po’ si resta in piedi.
Si procede, perché la barca va condotta in porto.
Abbiamo ancora qualche giorno per farci un’idea e per scoprire se abbiamo fatto bene o meno a stare dalla parte di chi pensa che “Sanremo è Sanremo”.
Ed anche se sono scomparsi i begli intro di una volta, se la conduzione non è proprio come la vorremmo e non ci sono i Claudio Villa ed i Tenco, tra maldestrezza e ritornelli che ci accompagneranno fino all’estate, non ci resta che godere del piacere di dire la nostra.
Simona Stammelluti

Stefano Costantini, caporedattore della Cronaca di Repubblica Roma, è senza dubbio la persona giusta alla quale porre qualche domanda a caldo, a seguito della sentenza di condanna con l’aggravante del metodo mafioso, per gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e delle concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia.

D: Dott. Costantini qual è stato il primo pensiero che le è venuto a far visita appena ha appreso della sentenza?

R: Sono stato doppiamente contento, sia come cittadino che come giornalista. E’stata una sentenza importante, che ha ad oggi un peso ancor più significativo considerato che per la prima volta viene riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso ad Ostia, e che dunque è una conferma che ad Ostia c’è la mafia. Tra l’altro il comune di Ostia è commissariato e pertanto questa sentenza è molto, molto significativa.

D: Lei guida la redazione della cronaca di Roma e lavora ogni giorno fianco a fianco con Federica Angeli, la giornalista la cui inchiesta è stato il vero punto di partenza che poi ha condotto alla sentenza di poche ore fa. Com’è stata la prima conversazione tra di voi, subito dopo la sentenza?

R: C’era grande tensione, ma l’ho sentita molto soddisfatta, come era giusto che fosse. Il suo lavoro fatto con competenza e coraggio ha portato a questo risultato e la sua soddisfazione è stata anche la mia, che guido la redazione, e di tutto il giornale.

D: Dott. Costantini com’è lavorare con una professionista che ad oggi ha un grande seguito sui social, ha una grande notorietà, ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti per il lavoro svolto e per il coraggio che la contraddistingue?

R: Federica Angeli ha un carattere forte, è una persona solare, malgrado la situazione difficile che la riguarda. Non dimentichiamo che vive sotto scorta, che non è solo una giornalista di Repubblica, ma è anche una madre, pertanto la situazione è doppiamente difficile. Si lavora insieme con sinergia e con una perfetta gestione dei ruoli.


D: Mi viene da chiederle quanto importanti siano secondo lei, le inchieste come quella condotta dalla Angeli su Ostia, quanto importante siano sia per un giornale come Repubblica, che per il lettore.

R: Bella, domanda. Rispondo dicendole che non è solo importante; è corroborante, è un vero e proprio “carburante” per il lavoro che facciamo dedito alla notizia, alla verità e alla capacità che questi risultati hanno, di cambiare le cose. Inchieste svolte così come ha fatto Federica Angeli, danno proprio la misura dell’importanza del giornale, in un momento come questo, nel quale si legge meno, ma l’informazione è sempre più importante. Questi risultati, queste sentenze, servono a togliere ogni dubbio sull’importanza di fare bene questo lavoro, semmai qualche collega abbia ancora qualche dubbio. E poi non ci dimentichiamo che questi risultati possono davvero fare la differenza. Sono fondamentali per il cittadino, che può sentirsi incoraggiato a collaborare per la giustizia, comprendendo l’importanza della denuncia.

D: Dott. Costantini, lo sguardo sui fatti di Ostia dunque, è sempre stato molto alto, vero?

R: Verissimo. Come giornale siamo stati sempre sulla notizia, come nel caso della marcia contro la proroga del commissariamento del X Municipio, marcia nella quale hanno sfilato contemporaneamente i militanti di destra e di sinistra. E abbiamo preso una posizione forte, sulla vicenda, così come si evince dalla cronaca che abbiamo raccontato.

Ho ringraziato il Dott. Stefano Costantini per aver risposto alle mie domande per il Sicilia24h.it e dopo avergli augurato buon lavoro, ho realizzato quanto sia importante che alla guida di una redazione ci sia la persona giusta, che con competenza e lucidità mediatica gestisca giornalisti che, come Federica Angeli, ogni giorno danno l’esempio di come si possano “cambiare le cose”, così come il Dott. Costantini ci ha raccontato.

Simona Stammelluti


Stefano Costantini, caporedattore della Cronaca di Repubblica Roma, è senza dubbio la persona giusta alla quale porre qualche domanda a caldo, a seguito della sentenza di condanna con l’aggravante del metodo mafioso, per gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e delle concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia.
D: Dott. Costantini qual è stato il primo pensiero che le è venuto a far visita appena ha appreso della sentenza?
R: Sono stato doppiamente contento, sia come cittadino che come giornalista. E’stata una sentenza importante, che ha ad oggi un peso ancor più significativo considerato che per la prima volta viene riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso ad Ostia, e che dunque è una conferma che ad Ostia c’è la mafia. Tra l’altro il comune di Ostia è commissariato e pertanto questa sentenza è molto, molto significativa.
D: Lei guida la redazione della cronaca di Roma e lavora ogni giorno fianco a fianco con Federica Angeli, la giornalista la cui inchiesta è stato il vero punto di partenza che poi ha condotto alla sentenza di poche ore fa. Com’è stata la prima conversazione tra di voi, subito dopo la sentenza?
R: C’era grande tensione, ma l’ho sentita molto soddisfatta, come era giusto che fosse. Il suo lavoro fatto con competenza e coraggio ha portato a questo risultato e la sua soddisfazione è stata anche la mia, che guido la redazione, e di tutto il giornale.
D: Dott. Costantini com’è lavorare con una professionista che ad oggi ha un grande seguito sui social, ha una grande notorietà, ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti per il lavoro svolto e per il coraggio che la contraddistingue?
R: Federica Angeli ha un carattere forte, è una persona solare, malgrado la situazione difficile che la riguarda. Non dimentichiamo che vive sotto scorta, che non è solo una giornalista di Repubblica, ma è anche una madre, pertanto la situazione è doppiamente difficile. Si lavora insieme con sinergia e con una perfetta gestione dei ruoli.


D: Mi viene da chiederle quanto importanti siano secondo lei, le inchieste come quella condotta dalla Angeli su Ostia, quanto importante siano sia per un giornale come Repubblica, che per il lettore.
R: Bella, domanda. Rispondo dicendole che non è solo importante; è corroborante, è un vero e proprio “carburante” per il lavoro che facciamo dedito alla notizia, alla verità e alla capacità che questi risultati hanno, di cambiare le cose. Inchieste svolte così come ha fatto Federica Angeli, danno proprio la misura dell’importanza del giornale, in un momento come questo, nel quale si legge meno, ma l’informazione è sempre più importante. Questi risultati, queste sentenze, servono a togliere ogni dubbio sull’importanza di fare bene questo lavoro, semmai qualche collega abbia ancora qualche dubbio. E poi non ci dimentichiamo che questi risultati possono davvero fare la differenza. Sono fondamentali per il cittadino, che può sentirsi incoraggiato a collaborare per la giustizia, comprendendo l’importanza della denuncia.
D: Dott. Costantini, lo sguardo sui fatti di Ostia dunque, è sempre stato molto alto, vero?
R: Verissimo. Come giornale siamo stati sempre sulla notizia, come nel caso della marcia contro la proroga del commissariamento del X Municipio, marcia nella quale hanno sfilato contemporaneamente i militanti di destra e di sinistra. E abbiamo preso una posizione forte, sulla vicenda, così come si evince dalla cronaca che abbiamo raccontato.
Ho ringraziato il Dott. Stefano Costantini per aver risposto alle mie domande per il Sicilia24h.it e dopo avergli augurato buon lavoro, ho realizzato quanto sia importante che alla guida di una redazione ci sia la persona giusta, che con competenza e lucidità mediatica gestisca giornalisti che, come Federica Angeli, ogni giorno danno l’esempio di come si possano “cambiare le cose”, così come il Dott. Costantini ci ha raccontato.
Simona Stammelluti


Ha vinto la verità, ha vinto la giustizia, ha vinto Federica Angeli e la sua tenacia.
Sono stati tutti condannati con l’aggravante dell’articolo 7 del “metodo mafioso” gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e della concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia
Sono passati più di tre anni da quando nella primavera del 2013, la giornalista di Repubblica, Federica Angeli – nota alle cronache per essere una testimone scomoda per la mafia e che a tutt’oggi vive sotto scorta – denunciava attraverso la sua inchiesta, coloro che oggi sono stati condannati con l’aggravante del metodo mafioso.
Condannato a 5 anni ed 8 mesi, Armando Spada, esponente dell’omonimo clan.
La pena maggiore, 8 anni e 6 mesi di reclusione, i giudici l’hanno inflitta ad Aldo Papalini,  ex direttore dell’ufficio tecnico del XIII Municipio, ritenuto il personaggio chiave dell’affidamento degli appalti pubblici a ditte compiacenti, per il quale i magistrati dell’accusa avevano chiesto una condanna a 17 anni e 6 mesi di reclusione.
Condannati anche Cosimo Appeso, luogotenente della Marina Militare a 5 anni e 5 mesi, sua moglie Matilde Magni e Damiano Facioni amministratore della società Bludream, entrambi condannati a 4 anni e 4 mesi. E poi ancora  8 mesi con pena sospesa, all’Imprenditore Angelo Salzano.
Gli imputati erano stati rinviati a giudizio per reati che andavano dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione, in diversi casi con l’aggravante del metodo mafioso.
Questi nomi in questi anni, sono stati fatti “forti e chiari” da Federica Angeli, che non ha avuto mai paura di andare fino in fondo, scavando in quello che poi si è rivelata essere una storia di malaffare, gestita all’ombra della criminalità organizzata, una storia fatta di illeciti sia nella gestione degli appalti, che nelle concessioni balneari. Lei, la Angeli che senza paura denunciava come il litorale di Ostia, fosse in mano alle cosche. E quelle parole che rimbombano da oggi nelle nostre orecchie e ci raccontano la verità e che sono “metodo mafioso”, non l’hanno mai spaventata, o meglio, l’hanno incoraggiata ancor più a dire, “io non mollo, io vado fino in fondo”, anche quando le fu detto “io ti sparo in testa”.
In questi anni, l’inchiesta svolta dalla coraggiosa giornalista di Repubblica è stata un vero e proprio punto fermo, che nessuno ha saputo e potuto mettere a tacere, neanche le minacce a lei stessa rivolte o forse dovremmo dire, “da lei subite”.
Federica Angeli era partita da una intercettazione avvenuta nel municipio di Ostia, dalla quale si evinceva che Armando Spada chiedeva apertamente al direttore dell’ufficio tecnico, di consegnargli un chiosco. Gli venne invece concesso uno stabilimento balneare e per lei questa era la prova di quanto si fossero spinti “oltre”. Gli Spada avevano già tante panetterie, tante sale scommesse che gestivano, gli autolavaggi, ma quell’affaccio sul mare fu per lei la prova che tutto quello che possedevano lo avevano ottenuto con il placet della politica e dell’amministrazione e pertanto, bisognava assolutamente andare avanti.
Si è andati avanti, prima con la coraggiosa denuncia, con gli avvisi di garanzia notificati nel dicembre dello stesso 2013, e con la condanna di oggi, che inchioda i colpevoli alle loro responsabilità.
“Metodo mafioso” … aveva ragione Federica Angeli, aveva in mano la verità e non l’ha barattata con la vita. Perché si può anche avere paura, ma la forza che ed il coraggio che lei ha alimentato costantemente in questi anni, le ha consegnato a piene mani questa sentenza.
Simona Stammelluti

Ha vinto la verità, ha vinto la giustizia, ha vinto Federica Angeli e la sua tenacia.
Sono stati tutti condannati con l’aggravante dell’articolo 7 del “metodo mafioso” gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e della concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia

Sono passati più di tre anni da quando nella primavera del 2013, la giornalista di Repubblica, Federica Angeli – nota alle cronache per essere una testimone scomoda per la mafia e che a tutt’oggi vive sotto scorta – denunciava attraverso la sua inchiesta, coloro che oggi sono stati condannati con l’aggravante del metodo mafioso.
Condannato a 5 anni ed 8 mesi, Armando Spada, esponente dell’omonimo clan.
La pena maggiore, 8 anni e 6 mesi di reclusione, i giudici l’hanno inflitta ad Aldo Papalini,  ex direttore dell’ufficio tecnico del XIII Municipio, ritenuto il personaggio chiave dell’affidamento degli appalti pubblici a ditte compiacenti, per il quale i magistrati dell’accusa avevano chiesto una condanna a 17 anni e 6 mesi di reclusione.

Condannati anche Cosimo Appeso, luogotenente della Marina Militare a 5 anni e 5 mesi, sua moglie Matilde Magni e Damiano Facioni amministratore della società Bludream, entrambi condannati a 4 anni e 4 mesi. E poi ancora  8 mesi con pena sospesa, all’Imprenditore Angelo Salzano.

Gli imputati erano stati rinviati a giudizio per reati che andavano dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione, in diversi casi con l’aggravante del metodo mafioso.

Questi nomi in questi anni, sono stati fatti “forti e chiari” da Federica Angeli, che non ha avuto mai paura di andare fino in fondo, scavando in quello che poi si è rivelata essere una storia di malaffare, gestita all’ombra della criminalità organizzata, una storia fatta di illeciti sia nella gestione degli appalti, che nelle concessioni balneari. Lei, la Angeli che senza paura denunciava come il litorale di Ostia, fosse in mano alle cosche. E quelle parole che rimbombano da oggi nelle nostre orecchie e ci raccontano la verità e che sono “metodo mafioso”, non l’hanno mai spaventata, o meglio, l’hanno incoraggiata ancor più a dire, “io non mollo, io vado fino in fondo”, anche quando le fu detto “io ti sparo in testa”.

In questi anni, l’inchiesta svolta dalla coraggiosa giornalista di Repubblica è stata un vero e proprio punto fermo, che nessuno ha saputo e potuto mettere a tacere, neanche le minacce a lei stessa rivolte o forse dovremmo dire, “da lei subite”.

Federica Angeli era partita da una intercettazione avvenuta nel municipio di Ostia, dalla quale si evinceva che Armando Spada chiedeva apertamente al direttore dell’ufficio tecnico, di consegnargli un chiosco. Gli venne invece concesso uno stabilimento balneare e per lei questa era la prova di quanto si fossero spinti “oltre”. Gli Spada avevano già tante panetterie, tante sale scommesse che gestivano, gli autolavaggi, ma quell’affaccio sul mare fu per lei la prova che tutto quello che possedevano lo avevano ottenuto con il placet della politica e dell’amministrazione e pertanto, bisognava assolutamente andare avanti.

Si è andati avanti, prima con la coraggiosa denuncia, con gli avvisi di garanzia notificati nel dicembre dello stesso 2013, e con la condanna di oggi, che inchioda i colpevoli alle loro responsabilità.

“Metodo mafioso” … aveva ragione Federica Angeli, aveva in mano la verità e non l’ha barattata con la vita. Perché si può anche avere paura, ma la forza che ed il coraggio che lei ha alimentato costantemente in questi anni, le ha consegnato a piene mani questa sentenza.

Simona Stammelluti


In nottata, il personale del Nucleo Investigativo Carabinieri di Cosenza, guidati dal Capitano Giuseppe Sacco, hanno tratto in arresto MARSICO Walter Gianluca, classe 1967, irreperibile dallo scorso 20 aprile 2016, poiché sottrattosi alla sentenza a 30 anni di carcere emessa dalla Cassazione per l’omicidio di Vittorio Marchio avvenuto nel 1999.
Marsico, già ritenuto dagli inquirenti elemento di spicco della cosca di ‘ndrangheta “Lanzino” di Cosenza, è stato sorpreso all’interno di un residence di Rende, in provincia di Cosenza.
Fermato dagli inquirenti anche un uomo, ritenuto presunto “vivandiere” del ricercato.
Le indagini, che sono state coordinate dalla DDA di Catanzaro – Dr. Falvo – hanno così permesso di infliggere un ulteriore duro colpo, alla criminalità organizzata del capoluogo bruzio.
Simona Stammelluti

Si è tenuta stamani presso il Tribunale di Castrovillari (Cs) davanti al Gip Letizia Benigno, l’udienza di opposizione all’archiviazione chiesta per i tre carabinieri indagati per l’omicidio colposo per la morte del  29enne Vincenzo Sapia, avvenuta il 24 maggio del 2014 a Mirto Crosia, un piccolo paese del litorale ionico cosentino.

In aula la famiglia Sapia al completo, i genitori di Vincenzo, le sue sorelle ed il fratello, perché questo è senza dubbio un momento importante e delicato della vicenda che ha visto il loro caro morire in circostanza ancora non del tutto chiare.

In aula l’avvocato Fabio Anselmo ed insieme a lui l’avvocato Alessandra Pisa, che durante l’udienza hanno esposto in maniera esaustiva e con incisività le motivazione dell’opposizione all’archiviazione e della necessità di andare invece in sede dibattimentale.

Diversi i passaggi salienti dell’avvocato Fabio Anselmo mirati a far luce sui temi medico-legale, sull’uguaglianza di tutti davanti alla legge penale, sui diritti dell’uomo, sull’importanza della prova oltre ogni ragionevole dubbio, sulle contraddizioni del medico legale, sul fatto che Vincenzo Sapia non avesse commesso nessun reato che richiedesse il fermo o l’arresto, sul fatto che contro il giovane era stata usata una forma di violenza.

La vittima era conosciuta come un ragazzo pacifico, con nessun precedente né atto di violenza pregressa. Aveva solo un problema psichico Vincenzo, ma – come ha detto l’avvocato Anselmo, durante l’udienza –  “pazzo e diverso, non deve significare pericoloso“.

I consulenti medico-legali hanno espresso opinioni contrastanti circa la morte di Vincenzo Sapia. Non sarebbe avvenuta per motivi cardiaci, ma per motivi di ipossia, ossia di mancanza di ossigeno.

Il cuore di Vincenzo si è fermato ma non per infarto, poiché non vi erano segni o lesioni di quella causa, sul suo cuore.
Sarebbe dunque da capire se i comportamenti dei tre militari possano essere anche “concausalmente correlati alla morte del Sapia“.

Non si può basarsi solo su quanto dicono i testimoni, non si può chiedere a loro come è morto Vincenzo Sapia” – dice l’avvocato Anselmo.

Vincenzo non era drogato, non era ubriaco, non aveva nessuna responsabilità circa il suo comportamento del momento, non aveva commesso nessun crimine, aveva solo forzato un portoncino di un condominio in cerca del suo cagnolino.

Secondo l’avvocato Anselmo dunque, anche solo le relazioni di servizio dei Carabinieri con i fatti in esse raccontati, sarebbero sufficienti a radicare un processo.

E’stata l’avvocato Alessandra Pisa a sottolineare come il Sapia sarebbe stato afferrato per il collo, trattenuto per i capelli, gli sarebbe stato appoggiato un piede sulla schiena, e dunque ci sarebbe stata una violazione della regola di condotta da parte dei militari.

Sarebbe importante, secondo l’avvocato Pisa, anche l’acquisizione e l’ascolto delle registrazioni delle telefonate fatte al 112 e al 118, per sentire tutto quello che accadeva intorno al Sapia, in quei minuti che hanno poi portato alla sua morte.

La controparte, in udienza ha invece sostenuto che la causa della morte della vittima è di natura cardiaca, così come si evincerebbe da alcune delle perizie effettuate e che il comportamento dei militari intervenuti quel 24 maggio sarebbero stati consoni rispetto ad “un’azione inconsulta del Sapia“.

Il giudice Benigno si è riservato di decidere in merito alla richiesta di opposizione all’archiviazione, e pertanto ad oggi non resta che attendere la decisione del Gip. Attenderanno la decisione con la dignità e la compostezza che li contraddistingue, i familiari di Vincenzo Sapia, che possono vantare un avvocato che al primo posto mette il diritto dell’essere umano, di essere difeso da coloro che forse, non hanno saputo farlo.

Perché come Fabio Anselmo ha detto con enfasi e fermezza “se i carabinieri non fossero intervenuti, se si fosse approcciato al ragazzo che tutti conoscevano come sempre si era fatto, forse lui sarebbe ancora vivo, e noi non saremmo qui”.

Simona Stammelluti


Si è tenuta stamani presso il Tribunale di Castrovillari (Cs) davanti al Gip Letizia Benigno, l’udienza di opposizione all’archiviazione chiesta per i tre carabinieri indagati per l’omicidio colposo per la morte del  29enne Vincenzo Sapia, avvenuta il 24 maggio del 2014 a Mirto Crosia, un piccolo paese del litorale ionico cosentino.
In aula la famiglia Sapia al completo, i genitori di Vincenzo, le sue sorelle ed il fratello, perché questo è senza dubbio un momento importante e delicato della vicenda che ha visto il loro caro morire in circostanza ancora non del tutto chiare.

In aula l’avvocato Fabio Anselmo ed insieme a lui l’avvocato Alessandra Pisa, che durante l’udienza hanno esposto in maniera esaustiva e con incisività le motivazione dell’opposizione all’archiviazione e della necessità di andare invece in sede dibattimentale.
Diversi i passaggi salienti dell’avvocato Fabio Anselmo mirati a far luce sui temi medico-legale, sull’uguaglianza di tutti davanti alla legge penale, sui diritti dell’uomo, sull’importanza della prova oltre ogni ragionevole dubbio, sulle contraddizioni del medico legale, sul fatto che Vincenzo Sapia non avesse commesso nessun reato che richiedesse il fermo o l’arresto, sul fatto che contro il giovane era stata usata una forma di violenza.
La vittima era conosciuta come un ragazzo pacifico, con nessun precedente né atto di violenza pregressa. Aveva solo un problema psichico Vincenzo, ma – come ha detto l’avvocato Anselmo, durante l’udienza –  “pazzo e diverso, non deve significare pericoloso“.
I consulenti medico-legali hanno espresso opinioni contrastanti circa la morte di Vincenzo Sapia. Non sarebbe avvenuta per motivi cardiaci, ma per motivi di ipossia, ossia di mancanza di ossigeno.

Il cuore di Vincenzo si è fermato ma non per infarto, poiché non vi erano segni o lesioni di quella causa, sul suo cuore.
Sarebbe dunque da capire se i comportamenti dei tre militari possano essere anche “concausalmente correlati alla morte del Sapia“.
Non si può basarsi solo su quanto dicono i testimoni, non si può chiedere a loro come è morto Vincenzo Sapia” – dice l’avvocato Anselmo.
Vincenzo non era drogato, non era ubriaco, non aveva nessuna responsabilità circa il suo comportamento del momento, non aveva commesso nessun crimine, aveva solo forzato un portoncino di un condominio in cerca del suo cagnolino.
Secondo l’avvocato Anselmo dunque, anche solo le relazioni di servizio dei Carabinieri con i fatti in esse raccontati, sarebbero sufficienti a radicare un processo.
E’stata l’avvocato Alessandra Pisa a sottolineare come il Sapia sarebbe stato afferrato per il collo, trattenuto per i capelli, gli sarebbe stato appoggiato un piede sulla schiena, e dunque ci sarebbe stata una violazione della regola di condotta da parte dei militari.
Sarebbe importante, secondo l’avvocato Pisa, anche l’acquisizione e l’ascolto delle registrazioni delle telefonate fatte al 112 e al 118, per sentire tutto quello che accadeva intorno al Sapia, in quei minuti che hanno poi portato alla sua morte.
La controparte, in udienza ha invece sostenuto che la causa della morte della vittima è di natura cardiaca, così come si evincerebbe da alcune delle perizie effettuate e che il comportamento dei militari intervenuti quel 24 maggio sarebbero stati consoni rispetto ad “un’azione inconsulta del Sapia“.
Il giudice Benigno si è riservato di decidere in merito alla richiesta di opposizione all’archiviazione, e pertanto ad oggi non resta che attendere la decisione del Gip. Attenderanno la decisione con la dignità e la compostezza che li contraddistingue, i familiari di Vincenzo Sapia, che possono vantare un avvocato che al primo posto mette il diritto dell’essere umano, di essere difeso da coloro che forse, non hanno saputo farlo.
Perché come Fabio Anselmo ha detto con enfasi e fermezza “se i carabinieri non fossero intervenuti, se si fosse approcciato al ragazzo che tutti conoscevano come sempre si era fatto, forse lui sarebbe ancora vivo, e noi non saremmo qui”.
Simona Stammelluti

Il teatro è un mondo meraviglioso capace di divenire magico se solo lo si guarda con gli occhi dei bambini, anche se si è adulti. E incuriosire ed appassionare i più giovani è una delle sfide più significative per chi di teatro vive, per chi lo ama e lo sostiene malgrado i periodi difficili per il settore.

Eppure la compagnia del Teatro dell’Acquario di Cosenza guidata da Antonello Antonante e da Dora Ricca, è sempre pronta a nuove sfide, che mettono al centro proprio i giovani e le famiglie, ospiti d’onore di iniziative e spettacoli teatrali come quello in scena in questi giorni al Teatro Morelli di Cosenza dal titolo “Odissea“, liberamente ispirato all’omonima opera omerica, e riadattata proprio per un pubblico giovane, che ha delle precise necessità quando approccia alle opere teatrali, che dunque devono avere non solo un linguaggio comprensibile, ma anche efficace ed accattivante.

In scena due attori giovani e talentuosi, Noemi Caruso (che ha curato anche le coreografie) e Francesco Pupa, entrambi dotati di ottima presenza scenica, di una dizione impeccabile e di versatilità espressiva, che da soli sul palco riescono a raccontare il poema nei suoi tratti più essenziali, con una grande energia e con la giusta intenzione.

La storia di chi vaga, dopo una guerra per far ritorno a casa è molto più attuale di quanto si possa immaginare; tanti moderni Ulisse tutti i giorni provano a raggiungere luoghi, solcando mari, alla ricerca di qualcosa più che con l’intento di tornare a casa. E chi non ha mai usato l’espressione: “è stato proprio un’odissea!”

Eppure la storia – così come viene raccontata nello spettacolo in scena la Teatro Morelli per i ragazzi della scuola primaria e secondaria di I grado – è coinvolgente, perché punta l’attenzione sulle avventure di Ulisse, sulle sfide che deve affrontare, sull’aspetto eroico dello stesso ma smorzando molto i toni epici, ed è proprio questo modo di raccontare la storia di Odisseo che i due attori catalizzano l’attenzione dei giovani presenti in platea.

L’efficacia dello spettacolo a mio avviso sta nella capacità di realizzare un’opera teatrale significativa con pochi mezzi, che però riescono a regalare al pubblico degli effetti “speciali” originali e a tratti sorprendenti.  Un telone sullo sfondo, che è allo stesso tempo vela di nave e porta magica che separa il protagonista e il suo equipaggio dalla narrazione, che mette in contatto Ulisse con le sue sfide estreme ed avvincenti. E così nulla di supertecnologico è messo a disposizione dei ragazzi, ma la tecnica delle ombre, dei giochi di luce e di effetti sonori che coinvolgono e trascinano lo spettatore lì, accanto al protagonista e al suo compagno di viaggio che è quasi un alter ego capace di divenire compagno di avventura e poi ancora colei che attende, che non si lascia sciupare dal tempo e dalla nostalgia.

La struttura narrativa ovviamente è stata ridotta e riadattata ma in maniera esemplare, consentendo sia a chi conosce già l’opera che a chi approccia ad essa per la prima volta di comprenderne i dettagli, di riconoscerne eventualmente i temi trattati e di coglierne soprattutto quei particolari che rendono la storia una opportunità di riflessione ed è proprio in questo che vince, chi l’ha pensata per i ragazzi. Il tema del viaggio, della curiosità che spinge a conoscere il mondo, l’accoglienza verso lo straniero ma soprattutto la tenacia del sopravvivere e il desiderio di far ritorno a casa.

Nessun videogioco potrebbe dare ai giovani le stesse emozioni provate in teatro nel vedere un affascinante Ulisse alle prese con Poseidone, Polifemo, Eolo, la Maga Circe, le sirene, Scilla e Cariddi, e poi ancora trasformato in mendicante dalla dea Atena. Un intreccio della storia che appare fluida ed appagante.

Un’ora di spettacolo, un ottimo esempio di come si possa fare il teatro con professionalità e competenza e se questo esperimento – perché il teatro è anche questo – è servito a mettere in circolo nuove passioni e voglia di tornare, allora a vincere è l’arte, la cultura, la voglia di non lasciarsi travolgere dallo sterile scorrere del tempo che prova a cancellare il talento. Si potrebbe fare molto, sostenendo iniziative come queste, ma fin quando ci saranno da una parte chi fa e propone, e dall’altro chi accoglie, allora l’arte del teatro sarà salva.

Mi aggrappai ad un pezzo di legno, come alla vita” – Ulisse

Simona Stammelluti