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“Utilizzate i miei risparmi per aiutare gli altri bambini” – Questo l’ultimo desiderio di Giovanni Ignaccolo, il bimbo di 7 anni morto dopo 4 anni di ricoveri e interventi

La disgrazia era accaduta 4 anni fa quando il piccolo Giovanni, allora di anni 3, aveva fatto un volo di 6 metri, nella tromba delle scale di un palazzo di Ispica, in provincia di Ragusa. Le sue condizioni apparvero gravissime sin da quando arrivò al pronto soccorso, dove furono riscontrate gravissime ferite alla testa e compressione di masse ematiche.
Da allora il piccolo, ha trascorso il suo calvario in ospedale, dove hanno provato con ogni mezzo a salvarlo; terapie, ricoveri, tentativi di salvalo, ma purtroppo, senza riuscirci.
E così, il piccolo Giovanni si è spento nell’Ospedale Maggiore di Modica, dove prima di morire, ha lasciato una sorta di testamento, un ultimo grande e pregevole desiderio: “con i miei risparmi, comprate un’attrezzatura per questo reparto, servirà per altri bambini”.
Grande emozione e commozione tra personale medico e paramedico, che ha avuto in cura il bambino per 4 lunghi anni.
E così i suoi genitori hanno deciso di dar corso alle ultime volontà del loro figlioletto, e quei risparmi serviranno per regalare un oscillometro (strumento ultlizzato per la misurazione dell’espansibilità delle pareti anteriori di un arto) alla divisione di pediatria dell’ospedale Maggiore di Modica, che negli ultimi anni si è trasformata nella casa del piccolo Giovanni.
All’iniziativa della famiglia, su volontà di Giovanni, contribuisce anche la raccolta fondi avviata da Ragusanews.
Non solo risparmi, ma anche volontà, amore e voglia di assistenza, in quello che è stato da parte del piccolo Giovanni Ignaccolo, non solo un gesto di grande generosità, ma anche una enorme lezione per tutti.
Simona Stammelluti

Cosenza – Sembrerebbe che le mura di cinta dell’Ospedale Civile dell’Annunziata pronunciassero le parole “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, il che la dice lunga su quello che può attendere un comune cittadino che, non certo per gioco ma per mera necessità, varca il cancello di un Pronto Soccorso, con la “speranza” di essere aiutato, soccorso, guarito, per quanto possibile.

Sì, perché se è vero che solo chi non fa, non sbaglia, è anche vero che la bravura si vede nel “sbagliare il meno possibile”, e nel caos, chi resiste, facendo al meglio e con coscienza il proprio mestiere, vince…anzi no, vincono i pazienti, tutti, anche quelli piccoli, tenuti nel corridoio di un reparto Pediatria, che al suo ingresso mostra finestre pericolanti, sporcizia e disordine, peggio del peggior ospedale da campo dei Burundi.

Si fra presto a dire che “ci sono lavori in corso”, lavori che tra l’altro durano da così tanto tempo, che ci si domanda quando si potrà avere l’onore (se di onore si tratta) di varcare le porte di un ospedale – luogo che si visita solo per estrema necessità – potendo procedere per padiglioni e reparti senza dover incorrere in ascensori fuori uso, e discariche a ridosso di reparti come quello di ortopedia, che mostra ammassi di roba vecchia, monitor di computer obsoleti, fili elettrici, pezzi di attrezzatura in disuso e così via, ammassati su barelle, alcune delle quali completamente rotte, messe a disposizione di un reparto, che dovrebbe avere ricevuto da poco, una sorta di “abito nuovo”.

Ma la cosa che ancora fa tremare, oltre alla sporcizia che sembra regnare sovrana, su pavimenti che mostrano macchie di sporco stantie, e mentre camminando tocca scansare sacchi neri di spazzatura, pieni di chissà cosa, è la gestione “anche spicciola” di alcuni reparti, come per esempio il pronto soccorso pediatrico, dove arrivando, con un bambino con un braccio rotto, si attende che quell’unico medico chirurgo in forza al reparto, sbrighi quella che loro definiscono “urgenza”, mentre tutto il resto dei pazienti attende.  E così accade che durante quell’attesa, una paziente adolescente, con il volto ricoperto di bolle, continui a tossire in faccia a bambini febbricitanti, stipati nello stesso corridoio dove l’attesa – spesso di ore – si trasforma in un vero e proprio inferno.

E così, tra le esperienze che la vita ti riserva, c’è anche quella di imbatterti in un medico che prescrive il Voltaren a pomata sul braccio di un bambino ingessato per sospetta rottura del capitello radiale, e che quel piccolo paziente, prima di dimetterlo, non lo degna neanche di uno sguardo.

C’è chi approfitta del marasma, del caos e dei “lavori in corso” per nascondere la propria incompetenza, e per concedersi “momenti di svago”.

Ma la realtà quando la si racconta, la si deve raccontare per bene, attraverso lo sguardo della verità, e la verità è che all’interno di quell’ospedale che di “civile” a guardarlo da vicino, ha ben poco, lavorano “anche” medici, infermieri, e paramedici che sono dei veri e propri professionisti, di grande caratura, che svolgono il proprio lavoro districandosi tra difficoltà, mancanza di personale, disagi, imprevisti, e che quel lavoro così delicato lo fanno con caparbietà e coscienza, con dedizione, con amore e compassione, quella che serve per restituire “la speranza” a chi arriva in quei luoghi, per essere curato, aiutato, salvato.

In questa realtà sciagurata, ci sono medici che non guardano l’orologio, attendendo la fine del turno, ma che finiscono di lavorare quando hanno terminato per davvero il proprio compito; medici che non lasciano nulla al caso, che lavorano con zelo, e rispetto nei confronti dei pazienti, mettendo a disposizione tutto il proprio sapere, come se nel proprio contratto ci fosse inserita la clausola “donare fino ad esaurimento scorte”.

La verità è che non si può e non si deve generalizzare, ma non si può neanche tacere, perché una cittadina come Cosenza, che vive ancora il lusso di avere un ospedale dentro le mura della città, dovrebbe tutelarne l’utilità, e la politica competente, dovrebbe avere l’occhio ben puntato su ciò che accade, e non far passare per eccezionale, quelle rare forme di normalità che si consumano molto raramente, rispetto ai disagi e a ciò che è obbrobrioso e fa paura.

Tornerò ancora, all’Ospedale Civile di Cosenza e spero di poter raccontare finalmente una realtà diversa, ma per adesso “lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.

Simona Stammelluti

Cosenza – Sembrerebbe che le mura di cinta dell’Ospedale Civile dell’Annunziata pronunciassero le parole “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, il che la dice lunga su quello che può attendere un comune cittadino che, non certo per gioco ma per mera necessità, varca il cancello di un Pronto Soccorso, con la “speranza” di essere aiutato, soccorso, guarito, per quanto possibile.

Sì, perché se è vero che solo chi non fa, non sbaglia, è anche vero che la bravura si vede nel “sbagliare il meno possibile”, e nel caos, chi resiste, facendo al meglio e con coscienza il proprio mestiere, vince…anzi no, vincono i pazienti, tutti, anche quelli piccoli, tenuti nel corridoio di un reparto Pediatria, che al suo ingresso mostra finestre pericolanti, sporcizia e disordine, peggio del peggior ospedale da campo dei Burundi.
Si fra presto a dire che “ci sono lavori in corso”, lavori che tra l’altro durano da così tanto tempo, che ci si domanda quando si potrà avere l’onore (se di onore si tratta) di varcare le porte di un ospedale – luogo che si visita solo per estrema necessità – potendo procedere per padiglioni e reparti senza dover incorrere in ascensori fuori uso, e discariche a ridosso di reparti come quello di ortopedia, che mostra ammassi di roba vecchia, monitor di computer obsoleti, fili elettrici, pezzi di attrezzatura in disuso e così via, ammassati su barelle, alcune delle quali completamente rotte, messe a disposizione di un reparto, che dovrebbe avere ricevuto da poco, una sorta di “abito nuovo”.
Ma la cosa che ancora fa tremare, oltre alla sporcizia che sembra regnare sovrana, su pavimenti che mostrano macchie di sporco stantie, e mentre camminando tocca scansare sacchi neri di spazzatura, pieni di chissà cosa, è la gestione “anche spicciola” di alcuni reparti, come per esempio il pronto soccorso pediatrico, dove arrivando, con un bambino con un braccio rotto, si attende che quell’unico medico chirurgo in forza al reparto, sbrighi quella che loro definiscono “urgenza”, mentre tutto il resto dei pazienti attende.  E così accade che durante quell’attesa, una paziente adolescente, con il volto ricoperto di bolle, continui a tossire in faccia a bambini febbricitanti, stipati nello stesso corridoio dove l’attesa – spesso di ore – si trasforma in un vero e proprio inferno.

E così, tra le esperienze che la vita ti riserva, c’è anche quella di imbatterti in un medico che prescrive il Voltaren a pomata sul braccio di un bambino ingessato per sospetta rottura del capitello radiale, e che quel piccolo paziente, prima di dimetterlo, non lo degna neanche di uno sguardo.
C’è chi approfitta del marasma, del caos e dei “lavori in corso” per nascondere la propria incompetenza, e per concedersi “momenti di svago”.
Ma la realtà quando la si racconta, la si deve raccontare per bene, attraverso lo sguardo della verità, e la verità è che all’interno di quell’ospedale che di “civile” a guardarlo da vicino, ha ben poco, lavorano “anche” medici, infermieri, e paramedici che sono dei veri e propri professionisti, di grande caratura, che svolgono il proprio lavoro districandosi tra difficoltà, mancanza di personale, disagi, imprevisti, e che quel lavoro così delicato lo fanno con caparbietà e coscienza, con dedizione, con amore e compassione, quella che serve per restituire “la speranza” a chi arriva in quei luoghi, per essere curato, aiutato, salvato.
In questa realtà sciagurata, ci sono medici che non guardano l’orologio, attendendo la fine del turno, ma che finiscono di lavorare quando hanno terminato per davvero il proprio compito; medici che non lasciano nulla al caso, che lavorano con zelo, e rispetto nei confronti dei pazienti, mettendo a disposizione tutto il proprio sapere, come se nel proprio contratto ci fosse inserita la clausola “donare fino ad esaurimento scorte”.

La verità è che non si può e non si deve generalizzare, ma non si può neanche tacere, perché una cittadina come Cosenza, che vive ancora il lusso di avere un ospedale dentro le mura della città, dovrebbe tutelarne l’utilità, e la politica competente, dovrebbe avere l’occhio ben puntato su ciò che accade, e non far passare per eccezionale, quelle rare forme di normalità che si consumano molto raramente, rispetto ai disagi e a ciò che è obbrobrioso e fa paura.
Tornerò ancora, all’Ospedale Civile di Cosenza e spero di poter raccontare finalmente una realtà diversa, ma per adesso “lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.
Simona Stammelluti

Era il 2013 quando Luca Varani ordinò a due albanesi di sfregiare con l’acido l’allora sua fidanzata Lucia Annibali, l’avvocatessa che oggi dichiara: “ho dimostrato di essere più forte io”

La cassazione dopo 5 ore di consiglio, si è espressa confermando la pena a vent’anni di reclusione per Varani, rigettando così i ricorsi della difesa, contro la sentenza della corte d’appello di Ancona del 23 gennaio del 2015, che aveva appunto dato 20 anni a Varani e 12 anni ai due albanesi, Rubin Ago Talaban e Altistin Precetaj, riconosciuti colpevoli di aver eseguito l’aggressione per conto dell’avvocato pesarese, e dunque esecutori materiali. La sentenza è ora definitiva.

Lucia Annibali, sollevata dalla sentenza, ha ringraziato tutti, i carabinieri che hanno svolto le indagini, la Procura di Pesaro e i giudici. Ha poi risposto alle domande dei giornalisti, subito dopo la sentenza, e alla domanda circa la richiesta di perdono di Varani, lei risponde: “non mi sembrava una gran richiesta di scuse, ma penso che entrambi si debba fare percorsi personali, diversi e separati”.

“Adesso ricomincio da me, posso mettere la parola fine a questa vicenda. La mia vita è un po’ da reinventare, ma attendo esperienze nuove” – dice con una sorta di sollievo, Lucia Annibali, subito dopo la sentenza definitiva.

Il suo desiderio adesso è quello di curarsi, e di tornare ad essere un soggetto attivo nella società, quindi tornare a fare l’avvocato. Gli ultimi 3 anni di Lucia sono stati difficili; 17 interventi di ricostruzione del viso, anche per arginare problemi di vista e di respirazione. Tre anni di sacrificio, di tanto dolore ma anche di consapevolezza, considerato che lei dichiara: “Sono rinata forse, proprio la sera dell’aggressione, poiché attraverso la disperazione sono riuscita a staccarmi definitivamente da un uomo che pensavo mi amasse, ed invece mi odiava”.

Il suo consiglio infatti è proprio per le ragazze, che incontra durante i convegni nei quali la invitano: “non cedete al ricatto di chi vi fa soffrire. Troncate ogni rapporto che può farvi male e mettervi in pericolo”.

Simona Stammelluti

Era il 2013 quando Luca Varani ordinò a due albanesi di sfregiare con l’acido l’allora sua fidanzata Lucia Annibali, l’avvocatessa che oggi dichiara: “ho dimostrato di essere più forte io”

La cassazione dopo 5 ore di consiglio, si è espressa confermando la pena a vent’anni di reclusione per Varani, rigettando così i ricorsi della difesa, contro la sentenza della corte d’appello di Ancona del 23 gennaio del 2015, che aveva appunto dato 20 anni a Varani e 12 anni ai due albanesi, Rubin Ago Talaban e Altistin Precetaj, riconosciuti colpevoli di aver eseguito l’aggressione per conto dell’avvocato pesarese, e dunque esecutori materiali. La sentenza è ora definitiva.
Lucia Annibali, sollevata dalla sentenza, ha ringraziato tutti, i carabinieri che hanno svolto le indagini, la Procura di Pesaro e i giudici. Ha poi risposto alle domande dei giornalisti, subito dopo la sentenza, e alla domanda circa la richiesta di perdono di Varani, lei risponde: “non mi sembrava una gran richiesta di scuse, ma penso che entrambi si debba fare percorsi personali, diversi e separati”.
“Adesso ricomincio da me, posso mettere la parola fine a questa vicenda. La mia vita è un po’ da reinventare, ma attendo esperienze nuove” – dice con una sorta di sollievo, Lucia Annibali, subito dopo la sentenza definitiva.
Il suo desiderio adesso è quello di curarsi, e di tornare ad essere un soggetto attivo nella società, quindi tornare a fare l’avvocato. Gli ultimi 3 anni di Lucia sono stati difficili; 17 interventi di ricostruzione del viso, anche per arginare problemi di vista e di respirazione. Tre anni di sacrificio, di tanto dolore ma anche di consapevolezza, considerato che lei dichiara: “Sono rinata forse, proprio la sera dell’aggressione, poiché attraverso la disperazione sono riuscita a staccarmi definitivamente da un uomo che pensavo mi amasse, ed invece mi odiava”.
Il suo consiglio infatti è proprio per le ragazze, che incontra durante i convegni nei quali la invitano: “non cedete al ricatto di chi vi fa soffrire. Troncate ogni rapporto che può farvi male e mettervi in pericolo”.
Simona Stammelluti

Nell’aria c’è molto scetticismo circa il significato di questo giorno, nella cui data ricorre l’anniversario della famosa dichiarazione di Schuman, nel maggio del 1950

Era il 9 maggio del 1950 quando Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese proponeva la creazione di una comunità europea, i cui membri avrebbero messo “in comune” la produzione del carbone e dell’acciaio. Quella che all’epoca fu la CECA di cui facevano parte  Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto poi a quella che oggi prende il nome di “Unione europea”.
Il senso in origine era mettere in comune gli interessi economici, così da innalzare i livelli di vita, facendo il primo passo verso un’Europa più unita.
E così nel 9 maggio di ogni anno, da allora, le istituzioni dell’Unione Europea, celebrano la festa dell’Europa, aprendo al grande pubblico le porte delle sedi di Bruxelles e di Strasburgo.
Gli uffici locali dell’UE in Europa e nel resto del mondo organizzano una serie di attività ed eventi per un pubblico di tutte le età.
Ogni anno migliaia di persone partecipano a visite, dibattiti, concerti e altri eventi organizzati per l’occasione e per avvicinare i cittadini all’UE.
La giornata dell’Europa diviene così l’occasione giusta per organizzare eventi mirati ad avvicinare i cittadini all’idea di Europa unita, per educare gli studenti ai temi della cittadinanza europea e a ciò che questo oggi significa, in termini di opportunità e di diritti riconosciuti. E poi ancora per sottolineare la necessità di una convivenza europea priva di ogni forma di violenza, di guerra, di atti di terrorismo.
In questo giorno vengono promossi ed incentivati i servizi di volontariato, nonché progetti di sviluppo locale in posti diversi da quelli nei quali si vive. Le proposte sono tutte nobili, affinché questa festa dell’Europa, sia un contributo al dialogo con le istituzioni europee sulle politiche dell’Unione, in particolare in ambiti come la famiglia, lo sviluppo sostenibile, l’economia, il ruolo dell’UE nel mondo ed anche l’accoglienza di immigrati e rifugiati.
Eppure, malgrado questi  nobili principi c’è aria di scetticismo, considerato che un italiano su due, non si sente europeo. Il 50 % di cittadini che si sono sottoposti al sondaggio si sono così espressi e questo dato fa riflettere, considerato che la risposta si dipana su due differenti motivazioni. Una parte degli intervistati dichiara di non sentirti “attaccato” all’Unione Europea, gli altri sostengono di non sapere neanche come funzioni, l’UE. Sembra dunque che l’idea di Europa comune si stia affievolendo sia nelle menti che nei cuori degli italiani, mentre sale la preoccupazione per la sempre maggiore immigrazione, tant’è che rispetto alla media europea – che si attesta intorno al 65% – solo il 42% degli italiani dichiara di essere favorevole a che si fornisca assistenza ai rifugiati, mentre il restante 48% è assolutamente contrario.
Forse un vero lavoro di aggregazione e di integrazione sociale, contro un tentativo di disfattismo e di antieuropeismo, andrebbe irrobustito e promosso nelle scuole, che restano il primo e concreto ambiente di integrazione sociale, dove la pratica della differenza, va gestita partendo dai valori e dagli intrecci sia culturali che linguistici.
Socializzazione tuttavia significa non solo apertura, ma anche ricerca di somiglianze, di conferme, di similitudini di gusto, di sensibilità, di storia personale.
Le persone cercano nel contatto non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia reciproca, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili e quindi amichevoli e fruttuosi.
Gli scettici contro l’europeismo sono in crescita. Sono quelli che criticano con forza la mancata coesione, il disimpegno su problematiche come l’immigrazione o il potere della moneta, o l’utilizzo dei fondi europei per i progetti delle regioni italiane. Una sorta di malumore mediterraneo.
Eppure nel processo di secolarizzazione che ha investito le società occidentali, la vita sociale è andata incontro a un doppio processo di diminuzione e al tempo stesso d’intensificazione del senso di appartenenza. Accanto allo stile di vita individualistico e secolarizzato è cresciuto anche il grado di coinvolgimento in forme di associazione neo-identitarie. Alla realizzazione di sé nel lavoro e all’evasione edonistica si è unito il bisogno di perseguire obiettivi nei quali l’individuo si possa sentire risolto in identità più collettive e comunitarie, sia pure nei limiti di una mentalità individualistica.
La speranza è dunque che vi sia un rinnovato bisogno di appartenenza a qualcosa di “grande” e “comune”, generando un equilibrio tra libertà e conservatorismo comunitario. E se l’Europa saprà rielaborare una nuova sintesi, potrà sopravvivere ad eventi e scetticismo.
Simona Stammelluti

Nell’aria c’è molto scetticismo circa il significato di questo giorno, nella cui data ricorre l’anniversario della famosa dichiarazione di Schuman, nel maggio del 1950

Era il 9 maggio del 1950 quando Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese proponeva la creazione di una comunità europea, i cui membri avrebbero messo “in comune” la produzione del carbone e dell’acciaio. Quella che all’epoca fu la CECA di cui facevano parte  Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto poi a quella che oggi prende il nome di “Unione europea”.

Il senso in origine era mettere in comune gli interessi economici, così da innalzare i livelli di vita, facendo il primo passo verso un’Europa più unita.

E così nel 9 maggio di ogni anno, da allora, le istituzioni dell’Unione Europea, celebrano la festa dell’Europa, aprendo al grande pubblico le porte delle sedi di Bruxelles e di Strasburgo.

Gli uffici locali dell’UE in Europa e nel resto del mondo organizzano una serie di attività ed eventi per un pubblico di tutte le età.

Ogni anno migliaia di persone partecipano a visite, dibattiti, concerti e altri eventi organizzati per l’occasione e per avvicinare i cittadini all’UE.

La giornata dell’Europa diviene così l’occasione giusta per organizzare eventi mirati ad avvicinare i cittadini all’idea di Europa unita, per educare gli studenti ai temi della cittadinanza europea e a ciò che questo oggi significa, in termini di opportunità e di diritti riconosciuti. E poi ancora per sottolineare la necessità di una convivenza europea priva di ogni forma di violenza, di guerra, di atti di terrorismo.

In questo giorno vengono promossi ed incentivati i servizi di volontariato, nonché progetti di sviluppo locale in posti diversi da quelli nei quali si vive. Le proposte sono tutte nobili, affinché questa festa dell’Europa, sia un contributo al dialogo con le istituzioni europee sulle politiche dell’Unione, in particolare in ambiti come la famiglia, lo sviluppo sostenibile, l’economia, il ruolo dell’UE nel mondo ed anche l’accoglienza di immigrati e rifugiati.

Eppure, malgrado questi  nobili principi c’è aria di scetticismo, considerato che un italiano su due, non si sente europeo. Il 50 % di cittadini che si sono sottoposti al sondaggio si sono così espressi e questo dato fa riflettere, considerato che la risposta si dipana su due differenti motivazioni. Una parte degli intervistati dichiara di non sentirti “attaccato” all’Unione Europea, gli altri sostengono di non sapere neanche come funzioni, l’UE. Sembra dunque che l’idea di Europa comune si stia affievolendo sia nelle menti che nei cuori degli italiani, mentre sale la preoccupazione per la sempre maggiore immigrazione, tant’è che rispetto alla media europea – che si attesta intorno al 65% – solo il 42% degli italiani dichiara di essere favorevole a che si fornisca assistenza ai rifugiati, mentre il restante 48% è assolutamente contrario.

Forse un vero lavoro di aggregazione e di integrazione sociale, contro un tentativo di disfattismo e di antieuropeismo, andrebbe irrobustito e promosso nelle scuole, che restano il primo e concreto ambiente di integrazione sociale, dove la pratica della differenza, va gestita partendo dai valori e dagli intrecci sia culturali che linguistici.

Socializzazione tuttavia significa non solo apertura, ma anche ricerca di somiglianze, di conferme, di similitudini di gusto, di sensibilità, di storia personale.

Le persone cercano nel contatto non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia reciproca, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili e quindi amichevoli e fruttuosi.

Gli scettici contro l’europeismo sono in crescita. Sono quelli che criticano con forza la mancata coesione, il disimpegno su problematiche come l’immigrazione o il potere della moneta, o l’utilizzo dei fondi europei per i progetti delle regioni italiane. Una sorta di malumore mediterraneo.

Eppure nel processo di secolarizzazione che ha investito le società occidentali, la vita sociale è andata incontro a un doppio processo di diminuzione e al tempo stesso d’intensificazione del senso di appartenenza. Accanto allo stile di vita individualistico e secolarizzato è cresciuto anche il grado di coinvolgimento in forme di associazione neo-identitarie. Alla realizzazione di sé nel lavoro e all’evasione edonistica si è unito il bisogno di perseguire obiettivi nei quali l’individuo si possa sentire risolto in identità più collettive e comunitarie, sia pure nei limiti di una mentalità individualistica.

La speranza è dunque che vi sia un rinnovato bisogno di appartenenza a qualcosa di “grande” e “comune”, generando un equilibrio tra libertà e conservatorismo comunitario. E se l’Europa saprà rielaborare una nuova sintesi, potrà sopravvivere ad eventi e scetticismo.

Simona Stammelluti

L’ultimo giorno di aprile, dedicato al Jazz, con una giornata fortemente voluta dall’Unesco come riconoscimento ad uno dei generi musicali  più affascinanti che si conoscano

Bisogna conoscerlo ed amarlo, il jazz, per poterlo raccontare. Solo così si può senza fatica, comunicarne lo spirito più profondo ed intenso. Si pensa al jazz come “in bianco e nero”, con il volto di Miles Davis e il piglio di Thelonious Monk, la simpatia di Louis Armstrong, la perfezione di Billie Holiday, ma anche la raffinata, intensa, straziante affinità con l’anima di Bill Evans, o il fascino inimitabile di Chet Baker.
Quel jazz che nasce nei locali, sulle tavole di legno, sui palcoscenici o negli alberghi, nei club, nei backstage, nei camerini, per poi divenire dirompente in posti divenuti storici come il Village Vanguard di New York City.
Un genere musicale, il jazz, che vive di radicate contraddizioni, ma che sa essere una dimensione talmente accogliente che quando ci entri, poi, non ne vuoi uscire più.  Il jazz come un vero e proprio modo di pensare, che sa essere al contempo rigoroso ed anarchico, popolare ma colto, disciplinato e ribelle, moderno, ma con radici profonde, ma soprattutto libero e stracolmo di stili. Un genere dove la tecnica cede il passo all’improvvisazione, per poi ritornare nel tema, attraverso un progressivo excursus in poliritmie e progressioni armoniche.
Ma questo genere musicale che ancora oggi viene definito di nicchia, è contaminazione, mescolanza, improvvisazione e intrattenimento…é un abbraccio alla memoria.
È la musica di tutti e per tutti e chi non la ama e non l’ascolta, non sa cosa si perde.
Da musicista, figlia di un chitarrista jazz, proprio non potrei vivere senza quella musica che bussa da sempre alla porta delle mie emozioni, e alla quale spalanco con entusiasmo il mio “piacere”.
International Jazz Day…un 30 aprile nel quale festeggiare le virtù del jazz come strumento educativo, come forza di pace, unità e dialogo. Un giorno per essere più civili, per promuovere la musica, per apprezzarla, sempre meglio o “solo un po’ di più”.
Un’iniziativa mondiale, che possa servire a realizzare una società migliore, nella quale la musica sia per tutti un mezzo di comunicazione, di educazione ed una veicolo di pace. Ed è questo il mondo che vogliamo.
Il jazz, come forma più alta della voglia di restituire un significato forte alla parola “libertà”.
C’è chi sostiene che questo sia”un giorno che diventa inutile, perché ormai suonano tutti, anche chi non ne è capace”. Ma la musica ha sempre un senso, anche quando a farla o a “provarla a fare”, siano persone che non necessariamente appartengono alla categoria dei professionisti. E sinceramente in un giorno “dedicato” alla musica, questo senso di “condivisione” diventa il fulcro del significato per il quale questo giorno è stato istituito dall’Unesco.
Che poi i professionisti debbano fare i professionisti e i dilettanti debbano aver consapevolezza dei propri limiti, resta un fondamento del saper vivere.
Il jazz avvicina i popoli e le culture del mondo, abbattendo le barriere di razza, religione, classe sociale.
Il jazz…il suono di un battito sincopato, di un suono sospeso, di un sorriso improvviso.
30 aprile, International Jazz Day: Oggi in tutto il mondo si festeggia il jazz con omaggi, concerti e festival e allora basterà lasciare liberi i sensi e mescolare i tempi.
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Simona Stammelluti

C’era una volta…Prince

foto di Max Pucciarello


Sembra essere un anno nefasto, questo 2016, per la musica mondiale, per generazioni intere che hanno vissuto gli anni migliori della propria esistenza, scanditi da vere e proprie colonne sonore, che, solo a pensarlo che ad oggi gli autori non ci siano più, vien proprio da piangere.
Natalie Cole, David Bowie, Glen Flay degli Eagles, Paul Kantner dei Jefferson Airplaine, Maurice White degli Eart, Wind & Fire e poi lui…Prince. La notizia è solo di un giorno fa. Tutti pensano ad una bufala ed invece è tutto vero. Si scopre poco dopo che i media hanno dato la notizia della sua scomparsa, che a stroncare il re del pop mondiale è stata, presumibilmente, una dose massiccia di oppiacei.
Immagino l’espressione e lo sgomento di chi ha scoperto il corpo del cantante nell’ascensore degli Studios dove il cantante registrava. Lo sgomento e l’impossibilità di sottrarsi alla responsabilità di dare quella notizia, che poi è divenuta di dominio pubblico ed in poche ore ha fatto il giro del mondo, mandando al tappeto l’animo di tutti coloro che lo hanno incoronato icona, ed anche di chi magari, almeno una volta nella vita, si era imbattuto in uno dei suoi maggiori successi.
C’era una volta, Prince.
Oggi non c’è più colui che calcava le scene, in spettacoli che erano un vero e proprio tripudio di geniale versatilità, creatività e alla continua ricerca di qualcosa di fantasmagorico che potesse soddisfare se stesso, prima ancora che il suo pubblico.
Difficile tracciare un profilo su un artista che ha venduto milioni di dischi, che ha fatto la guerra alle major, che ha cambiato tanti nomi e che alla fine, muore perché lontano dalle droghe non riesce proprio a stare. Perché sempre più spesso ormai ci si domanda perché si resta schiacciati sotto il peso delle dipendenze, proprio quando la vita ti concede tutto o forse troppo. E se il quel “troppo” c’è la risposta, è anche vero che non è per tutti, essere un’icona, oltre a tutto quello che quel ruolo comporta.
Definirlo artisticamente potrebbe sembrare facile, considerato che da un figlio di jazzisti, non ci si aspetta proprio che diventi uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Musicista, cantante, attore, produttore, che ha “cavalcato” tutti i generi musicali: il calore del soul, l’irruenza del rock, la sensualità del funky. Tutto contaminando, scrivendo vere e proprie “formule musicali”, sperimentando la fusione del rock con la black music. Tutto era “spettacolare”, spesso trasgressivo, condizioni che potevano appartenere solo ad un “affamato” di musica, ad un irrequieto ma al contempo creativo. Attraverso la sua musica ha parlato alle masse. Ha parlato di sesso e di libertà, di ribellione.
Era senza dubbio un personaggio estremamente egocentrico, un anarchico, un megalomane, a tratti “profetico”. E tutto questo si esalta attraverso quel suo desiderio di cambiare nome spesso, per poi restare però per tutti sempre e solo Prince, quello di “purple rain”, di “when doves cry”, di “cream”.
C’era una volta, Prince.
Il genio di Minneapolis, il polistrumentista che scriveva, suonava ed arraggiava “da solo” tutti i suoi pezzi. Lo stesso che durante i suoi concerti dava largo spazio però ai suoi musicisti e alle coriste. Prince, il genio che si è sempre, sempre, sempre rinnovato nel tempo senza mai snaturalizzare la sua natura.
“Slive” si dipinse sul volto per un periodo di grande ribellione, mentre difficile è contare le sue tante e tormentate storie d’amore, che però facevano parte del suo essere “un mito”. Un mito schivo, che rifuggiva le occasioni pubbliche, le interviste dei media, tanto che ci fu un gran vociare sulla sua mancata partecipazione alla registrazione di “we are the world” dove furono presenti tutte le star americane di quel periodo storico.
Ci fu un grande jazzista che si interessò al “fenomeno” Prince, e che ebbe a paragonarlo anche all’immenso Duke Ellington. Questi fu Miles Davis, genio anch’egli della musica del 900. E che ci fosse una vena jazz, nella genialità di Prince non lo si può certo escludere, considerato che ogni forma di contaminazione conduce ad un trampolino dal quale ci si lancia in una sorta di bolla di improvvisazione, che quando poi si rompe, restituisce i frammenti di un bel viaggio fatto in lungo e in largo nelle armonie da collezionare.
Ha collezionato tanto, Prince, nella sua vita e nella sua carriera e dunque una bella storia, attraverso la sua musica, ricomincia oggi, dopo un giorno di lutto che lascia un po’ storditi ma senza rimpianti.
E allora possiamo ancora raccontarla.
C’era una volta…Prince.
Simona Stammelluti

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C’era una volta…Prince

foto di Max Pucciarello

Sembra essere un anno nefasto, questo 2016, per la musica mondiale, per generazioni intere che hanno vissuto gli anni migliori della propria esistenza, scanditi da vere e proprie colonne sonore, che, solo a pensarlo che ad oggi gli autori non ci siano più, vien proprio da piangere.

Natalie Cole, David Bowie, Glen Flay degli Eagles, Paul Kantner dei Jefferson Airplaine, Maurice White degli Eart, Wind & Fire e poi lui…Prince. La notizia è solo di un giorno fa. Tutti pensano ad una bufala ed invece è tutto vero. Si scopre poco dopo che i media hanno dato la notizia della sua scomparsa, che a stroncare il re del pop mondiale è stata, presumibilmente, una dose massiccia di oppiacei.

Immagino l’espressione e lo sgomento di chi ha scoperto il corpo del cantante nell’ascensore degli Studios dove il cantante registrava. Lo sgomento e l’impossibilità di sottrarsi alla responsabilità di dare quella notizia, che poi è divenuta di dominio pubblico ed in poche ore ha fatto il giro del mondo, mandando al tappeto l’animo di tutti coloro che lo hanno incoronato icona, ed anche di chi magari, almeno una volta nella vita, si era imbattuto in uno dei suoi maggiori successi.

C’era una volta, Prince.

Oggi non c’è più colui che calcava le scene, in spettacoli che erano un vero e proprio tripudio di geniale versatilità, creatività e alla continua ricerca di qualcosa di fantasmagorico che potesse soddisfare se stesso, prima ancora che il suo pubblico.

Difficile tracciare un profilo su un artista che ha venduto milioni di dischi, che ha fatto la guerra alle major, che ha cambiato tanti nomi e che alla fine, muore perché lontano dalle droghe non riesce proprio a stare. Perché sempre più spesso ormai ci si domanda perché si resta schiacciati sotto il peso delle dipendenze, proprio quando la vita ti concede tutto o forse troppo. E se il quel “troppo” c’è la risposta, è anche vero che non è per tutti, essere un’icona, oltre a tutto quello che quel ruolo comporta.

Definirlo artisticamente potrebbe sembrare facile, considerato che da un figlio di jazzisti, non ci si aspetta proprio che diventi uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Musicista, cantante, attore, produttore, che ha “cavalcato” tutti i generi musicali: il calore del soul, l’irruenza del rock, la sensualità del funky. Tutto contaminando, scrivendo vere e proprie “formule musicali”, sperimentando la fusione del rock con la black music. Tutto era “spettacolare”, spesso trasgressivo, condizioni che potevano appartenere solo ad un “affamato” di musica, ad un irrequieto ma al contempo creativo. Attraverso la sua musica ha parlato alle masse. Ha parlato di sesso e di libertà, di ribellione.

Era senza dubbio un personaggio estremamente egocentrico, un anarchico, un megalomane, a tratti “profetico”. E tutto questo si esalta attraverso quel suo desiderio di cambiare nome spesso, per poi restare però per tutti sempre e solo Prince, quello di “purple rain”, di “when doves cry”, di “cream”.

C’era una volta, Prince.

Il genio di Minneapolis, il polistrumentista che scriveva, suonava ed arraggiava “da solo” tutti i suoi pezzi. Lo stesso che durante i suoi concerti dava largo spazio però ai suoi musicisti e alle coriste. Prince, il genio che si è sempre, sempre, sempre rinnovato nel tempo senza mai snaturalizzare la sua natura.

“Slive” si dipinse sul volto per un periodo di grande ribellione, mentre difficile è contare le sue tante e tormentate storie d’amore, che però facevano parte del suo essere “un mito”. Un mito schivo, che rifuggiva le occasioni pubbliche, le interviste dei media, tanto che ci fu un gran vociare sulla sua mancata partecipazione alla registrazione di “we are the world” dove furono presenti tutte le star americane di quel periodo storico.

Ci fu un grande jazzista che si interessò al “fenomeno” Prince, e che ebbe a paragonarlo anche all’immenso Duke Ellington. Questi fu Miles Davis, genio anch’egli della musica del 900. E che ci fosse una vena jazz, nella genialità di Prince non lo si può certo escludere, considerato che ogni forma di contaminazione conduce ad un trampolino dal quale ci si lancia in una sorta di bolla di improvvisazione, che quando poi si rompe, restituisce i frammenti di un bel viaggio fatto in lungo e in largo nelle armonie da collezionare.

Ha collezionato tanto, Prince, nella sua vita e nella sua carriera e dunque una bella storia, attraverso la sua musica, ricomincia oggi, dopo un giorno di lutto che lascia un po’ storditi ma senza rimpianti.

E allora possiamo ancora raccontarla.

C’era una volta…Prince.

Simona Stammelluti

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