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Cosenza – Dopo il caos degli ultimi giorni che attraverso il social network ha mandato nel panico l’intera cittadina di Montalto Uffugo, il numero Uno dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza, spiega perché il caos mediatico, non era necessario anzi è stato deleterio

Sono stata accolta al terzo piano della Direzione Sanitaria dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza, dal Direttore Amministrativo Dott. Achille Gentile in persona, che ha accettato di rispondere in maniera estremamente esaustiva a tutte le mie domande circa la vicenda del caso della donna nigeriana – residente in Montalto Uffugo con regolare progetto di accoglienza  – risultata positiva al batterio da meningococco, che non solo non è mai stata in pericolo di vita, così come il vox populi aveva divulgato, ma che è stata seguita e curata senza nessun problema dalla struttura all’avanguardia, che vanta una sala rianimazione ed è ad oggi punto di riferimento per questo ed altri casi clinici, per l’intera Regione.

La donna, della quale si è cercato di mantenere intatta la privacy, malgrado la fuga di notizie e le chiacchiere da bar, è stata trasportata presso l’ospedale dell’Annunziata con un’ambulanza lo scorso 22 giugno, a seguito di malori che hanno portato il personale medico a sospettare che la stessa avesse contratto la meningite. L’esame del prelievo del liquor spinale avvenuta,  ha confermato nelle ore successive il sospetto e la diagnosi iniziale, e si è provveduto ad agire secondo il protocollo del caso, compresa la profilassi necessaria per le persone che nelle ultime ore avevano avuto contatto diretto con la donna, e dunque i volontari dell’ambulanza ed i medici intervenuti sul caso, anche come consulenti.

Attualmente, così come spiegano i medici del reparto di malattie infettive di Cosenza si curano, senza nessun problema, circa due casi di meningite al mese, pertanto la struttura ospedaliera non ha mai incontrato nessun problema nella gestione di malattie di questo tipo. Per altro, esiste un pericolo di contagio pari a zero, se non si è avuto contatto stretto con un paziente affetto da quel tipo di batterio e per contatto stretto si intende, condivisione di spazi strettissimi, come nel caso di conviventi, o rapporti che prevedono scambio di saliva o rapporti cosiddetti intimi “entro i 30 cm”.

Il Dott. Gentile, ha spiegato come tutto l’iter procedurale nel caso in oggetto, non abbia subìto nessuna interruzione, tant’è che così come da procedura, il giorno successivo al ricovero, ossia il 23 giugno scorso, è stata inviata regolare comunicazione agli uffici preposti che sono: Ministero della salute, ASP di Cosenza, Ufficio Igiene Pubblica e Regione Calabria. Nella comunicazione stessa si attestava che “era necessaria la profilassi ESCLUSIVAMENTE  per le persone che erano entrate in strettissimo contatto con la paziente e che NON VI ERA NESSUN PERICOLO PER LA COLLETTIVITA'”

L’iter burocratico prevede l’invio della comunicazione anche alla Prefettura in caso di pandemia o di rischio per la collettività che, SOLO IN TAL CASO viene avvisata ed invitata tramite la ASP di competenza, ad un profilassi preventiva obbligatoria.

L’Uffucio Igiene territoriale dell’Asp di Montalto Uffugo, seguendo le comunicazioni ricevute ha pertanto sottoposto a profilassi i soggetti interessati. Null’altro era da fare.

Quando ho chiesto al dott. Gentile, se secondo lui fosse stata necessaria una comunicazione formale alla comunità da parte del primo cittadino, mi è stato risposto che “non era dovuta né necessaria”, considerato che questo genere di notizie, diffuse in maniera a volte difforme dalla realtà – così come si è verificato a mezzo social network, dove in un gruppo si invitava la collettività a rivolgersi ai medici di base affinché disponessero eventuali profilassi –  possono essere stravolte nella loro verità, possono arrecare danni alla collettività stessa, creando allarme infondato, mettendo a rischio anche la salute di chi, non reggendo alcuni stress emotivi, può giungere a gesti non consoni al quieto vivere.

Come è facile comprendere, a seguito del provocato caos ingiustificato, si sono manifestate forme di razzismo nei confronti degli extracomunitari presenti sul territorio, oltre a casi di isteria e di nevrosi.

Simona Stammelluti

Bergamo – Dopo 10 ore di camera di consiglio, dopo 4 anni di indagini, 60 faldoni, 45 udienze e decine di testimoni, i giudici della Corte D’Assise condanna Massimo Bossetti, alla pena dell’ergastolo

foto Ansa

Impassibile Bossetti alla lettura della sentenza, e i suoi occhi li rivolge al cielo, quando sente pronunciare la parola “ergastolo”.

Sono le 20,35 quando la sentenza letta durante quei lunghissimi 4 minuti condanna Bossetti a “fine pena mai“, considerandolo responsabile del reato di omicidio volontario aggravato dalla minorata difesa della vittima e dalle crudeltà e dalle sevizie.

Bossetti dovrà anche risarcire le parti civili, quindi genitori, fratelli e sorelle di Yara, con un milione di euro.

In aula, durante la lettura della sentenza, era presente anche la moglie di Bossetti, Marita Comi che dopo la sentenza si è allontanata dall’aula insieme agli avvocati.

Il Pm Letizia Ruggeri, aveva chiesto l’isolamento diurno per sei mesi, ma i giudici hanno deciso di non applicarlo. Il procuratore di Bergamo, Massimo Meroni, commentando la sentenza di condanna, ha detto che “questa è una sentenza di primo grado, si è a metà strada di una inchiesta difficile”.

La mamma di Yara Gambirasio, ha dichiarato agli avvocati post sentenza: “Adesso sappiamo chi è stato, anche se siamo consapevoli che Yara non ce la riporterà indietro nessuno“.

Simona Stammelluti

Mondello (PA) – Il famoso marchio altoatesino, si è trasferito al mare, ieri 26 giugno 2016, per far festa sulla famosa spiaggia di Mondello, dove in tanti non hanno resistito a farsi fotografare con il famoso simbolo di casa Thun, l’orsetto Teddy in versione “balneare”

Presso il famoso stabilimento balneare Valdesi di Mondello, ieri si è consumata una vera e propria festa all’insegna dell’allegria, del divertimento e della curiosità di vedere quali fossero i nuovi nati in casa Thun, che ha creato una nuova linea, quella estiva:  stelle marine, e i tanti modelli di pesci tropicali che ricordano spiagge esotiche e terre lontane.

Ma il momento clou è stato senza dubbio quando in scena è entrato il famoso orsetto Teddy, in versione gigante, icona del grande marchio, che si è concesso una simpatica giornata al mare, sulla spiaggia di Mondello.

E così, è scattata una vera e propria “selfiemania” e nessuno ha voluto rinunciare allo scatto con il famoso orsetto, che sulle sue gambe ha tenuto tanti bambini. Il selfie, così tanto di moda, è dunque riuscito ad immortalare la giornata, la gioia, il divertimento, e sul web in queste ore impazzano le tante foto, che ognuno ha voluto condividere attraverso gli ormai famosissimi social network.

Gli amici siciliani, hanno risposto all’appuntamento ed hanno riempito la spiaggia, perfetta per l’occasione, in una domenica estiva speciale, originale, dai colori vivaci e appassionati come i prodotti della nuova linea Thun.

Una sorpresa dunque, per chi non sapeva che ad attenderli sulla spiaggia di Mondello ci fosse non solo un orso gigante, ma anche la possibilità di trascorrere una giornata diversa ed originale!

Simona Stammelluti

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Ad un anno dalla sua elezione abbiamo incontrato il consigliere comunale del Movimento 5stelle Marcella Carlisi. Tracciamo un bilancio.

E’ passato un anno dalla elezione di questo Consiglio, un bilancio?

Ho imparato tanto, dicono che ci vuole un anno e mezzo per diventare consigliere, quindi ci siamo quasi. E’ dura in questo Consiglio dove parlano in pochi, alcuni fanno passerelle e poi c’è una specie di ombra, una volontà assoluta che si manifesta prepotente e cerca di annullare ogni voce in disaccordo. Ci sono tante persone valide in Consiglio ma stanno rischiando di passare alla storia come “pupi” o meglio di non passare proprio alla storia ma di essere dimenticati. Penso che però questo andazzo non durerà a lungo. Almeno lo spero. Abbiamo presentato mozioni, recentemente anche insieme alla collega Monella, molte sono passate in Consiglio comunale. Lamento ancora una mancanza di risposte concrete. E’ un’amministrazione che si nasconde ai cittadini e al Consiglio.

come pensi di contrastare il fenomeno Firetto che poca importanza da al consiglio comunale?

Intanto dando poca importanza a lui. Ne ha bisogno dato tutti quelli che gliene danno tanta. Se qualcosa in Consiglio non mi convince non li mollo e magari porto a casa il risultato: dalla delibera per l’acqua all’esenzione della tassa per occupazione del suolo pubblico, dal 2% dell’IRPEF comunale  alla disinfestazione. Comunque dopo aver testato il muro di gomma siamo in tanti pronti a misure più drastiche per farci ascoltare dall’amministrazione, come si è visto ieri in Consiglio comunale

E per la tassa di soggiorno?

Sarà discussa prossimamente in Consiglio. Questo è un momento d’oro per il turismo in Sicilia, anche se purtroppo per i disordini e il terrorismo temuto in altre regioni del mondo. Ne dobbiamo approfittare ma la tassa di soggiorno se i ricavi non vengono spesi bene non porta sviluppo nel turismo, perchè dobbiamo lavorare per il futuro, non possiamo contare sulle disgrazie altrui.

D’altro canto c’è la tassa sul turismo mordi e fuggi, quella sui bus che è stata già approvata due anni fa in Consiglio comunale. L’amministrazione, nonostante si sia insediata da un anno ne sta cominciando a interessare solo in questi giorni per le sollecitazioni che stiamo facendo. Penso sia prioritario regolare quel genere di turismo e sperare che gli albergatori riescano a trattenere quanto più possibile i turisti in città.

La disinfestazione?

E’ il tipico esempio di cosa non va. Ogni anno bisogna fare la guerra per avere questo servizio che diventa sempre più necessario con l’importazione di nuovi più pericolosi parassiti. Ho trovato delle interrogazioni alle amministrazioni anche negli anni precedenti. Mi sembra un pò assurdo che la politica debba ricordare agli uffici degli appuntamenti periodici. Siamo in ritardo, la gara è partita in ritardo, mi hanno detto gli assessori, e che hanno pochi operai e pochi soldi, la disinfestazione larvicida è stata fatta con scorte che c’erano in magazzino. Mi chiedo perchè avevamo scorte tali da fare una disinfestazione e non ci abbiamo pensato per tempo, ad Aprile.

La polemica dei gettoni che ha fatto dimettere Marcello La Scala?

Non so perchè si sia dimesso. Aspettavo anche io, come tanti altri, la sua conferenza stampa. La previsione era di far partecipare la cittadinanza alla scelta della destinazione a distanza di un anno dall’elezione. Ora aspettiamo di arrivare alla cifra tonda, nel frattempo ci saranno sicuramente delle spese da affrontare per il referendum di ottobre. Non abbiamo altri finanziamenti e useremo parte di quei soldi per rendere cosciente la cittadinanza.

“Sul Viale dei Pini, ho letto di una nota congiunta, insieme alla nuova consigliera Rita Monella…”

Insieme alla collega Rita abbiamo pensato di diramare una nostra nota perchè venga sollecitato un repentino intervento, ogni giorno che passa quel tratto diventa sempre più pericoloso, non soltanto alle 2 ruote per le quali è stato disposto il divieto di transito, ma per tutti i veicoli, oserei dire anche a 6 ruote, come gli autobus. Pare che a breve sarà riasfaltato.

Ma i pini verranno buttati giù alla fine?

Insieme al meetup “Attivisti con le stelle per Agrigento” abbiamo cercato di trovare una o più soluzioni alla annunciata strage degli alberi al viale dei pini, noi “Rispettiamo la necessità di salvaguardare l’incolumità pubblica che rimane prioritaria, ma il rischio è che a subire danni siano anche molti pini della zona”… le parole sono copiate ed incollate da persone non tanto distanti dall’attuale amministrazione, anzi, sono proprio di Legambiente (http://agrigento.gds.it/2014/09/09/alberi-tagliati-ad-agrigento-legambiente-protesta-373212_234555/) di cui l’assessore Fontana fa parte, parole che condividiamo e facciamo nostre ma, proprio perchè le diciamo noi stessi, ma in questa occasione, non veniamo presi nella giusta considerazione.

Abbiamo invitato e chiesto ai cittadini, agronomi e tecnici di ogni genere. Abbiamo individuato innanzi tutto la causa: la mancanza di terreno attorno alle piante, i marciapiedi sembrano dei collari pronti a strozzarle e le radici non hanno possibilità di prendere letteralmente aria, perciò la cercano facendosi spazio nel più tenero e malleabile asfalto creando quella che è l’attuale ed insostenibile situazione. Abbiamo pensato anche ad una soluzione che però porta a diverse altre migliorie: prendendo spunto dal PUM (Piano Urbano della Mobilità) in cui il Viale dei Pini sarebbe diventato a senso unico, si potrebbe far riacquistare tanto terreno attorno alle piante (ne servono almeno 2 mq per ognuna), creato parcheggi per gli avventori della località balneare, anche stazioni di bike sharing, eventualmente, e reso il traffico più fluido, soprattutto nel periodo estivo.

La polemica sui parcheggi?

Il sindaco ha dato poco conto alle risoluzioni del Consiglio. Dopo la vicenda South Park e la distruzione del parcheggio Cugno Vela i Consiglieri hanno deciso che fosse più opportuna una gestione diretta da parte del Comune dei parcheggi comunali che possono anche essere oggetto di interventi e di sviluppi più fruttuosi. A partire dall’abbandonato Cugno Vela che necessita di una risistemazione da parte di chi ne era responsabile e potrebbe essere il Check point bus. Noi abbiamo deliberato ma il sindaco non ne ha tenuto conto lasciando Porta V alla gestione dell’Ente Parco, l’ennesimo schiaffo al Consiglio.

la vittoria dei 5 stelle nei Comuni dell’agrigentino e dopo il flop in città dell’anno scorso?

Sicuramente è una testimonianza che il modo di fare politica utilizzato finora è ormai morto anche perchè oramai c’è poco da promettere. E’ l’ora del sacrificio e può farlo solo il movimento 5 stelle con i suoi rappresentanti. I nuovi eletti dovranno studiare e faticare parecchio per salvare le città che andranno ad amministrare.

La campagna elettorale dell’anno scorso è stata poco efficace. Non c’era una squadra unita come quella che abbiamo adesso, non c’era carisma e si ci scontrava con uno schieramento di 7 liste che prometteva qualcosa che non esisteva, vista la relazione della Corte dei conti a Porto Empedocle.

Il futuro per Agrigento?

Non passa sicuramente per una programmazione che segue gli interventi di protagonismo civico. Il sindaco in carica aveva presentato un programma. Fra qualche giorno dovrà relazionare in Consiglio sulla sua attuazione. E’ passato solo un anno ma il “Buongiorno Agrigento” si vede dal mattino. E’ solo una vetrofania posticcia. Se continua a lavorare sul superfluo e sul’effimero denaturando questa città, perfino caltagironizzandola, non vedo nulla di buono. Ci vuole uno scatto d’orgoglio da parte di cittadini e Consiglieri comunali.

Grazie e buon lavoro!

Cumiana (TO) – Un evento che ha la straordinarietà di non essere solo un Festival Jazz, ma una opportunità per il territorio e la sua cultura che si apre al mondo

I cittadini di Cumiana hanno avuto un vero e proprio privilegio, ossia quello di “contribuire” personalmente alla realizzazione di un evento che pone i luoghi e chi li vive al centro di un contesto dove la musica unisce più che mai. I cittadini hanno investito nel progetto, hanno messo a disposizione i propri spazi per ospitare gli ospiti giunti da tutto il mondo.

E così musicisti, promoter, giornalisti, fotografi, intellettuali, direttori artistici, blogger e tutti gli addetti ai lavori, provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento a Cumiana, per dare al mondo della cultura un nuovo stimolo ed una nuova chance di futuro per le nuove generazioni.

ll Jazzit fest, ideato e diretto da Luciano Vanni ormai per il quarto anno consecutivo,  non è un semplice festival che parla la lingua del jazz, ma un vero e proprio scambio tra chi sceglie quei luoghi per condividere una “residenza creativa”, che per tre giorni diventa l’opportunità di mettere a disposizione degli altri le proprie competenze, perché – proprio come spiega Luciano Vanni – la musica ed il jazz in particolare, non rappresentano solo un aspetto artistico ma anche “e soprattutto” sociale.

E così l’intera comunità di Cumiana, che conta circa 8 mila persone, si è preparata un anno intero per ospitare l’evento e i suoi protagonisti, mettendo a disposizione tutto quello che avevano: la propria casa, la propria macchina, ma anche “donazioni”, il proprio tempo e tanta tanta passione, quella con la quale si nasce e senza non si può vivere.

L’importanza fondamentale dell’ospitalità, dell’accoglienza e della condivisione sono diventati in questi tre giorni 24/25/26 giugno, il segno tangibile della civiltà, del turismo culturale che si serve di guide turistiche locale, mentre il paese si apre a workshop, showcase, masterclass, laboratori di musica per bambini e cinema per i più piccoli.

Una vera “festa”. In quel nome, così significativo, “Jazzitfest” c’è proprio tutto, compresa la gioia di fare, di apprendere, di scambiare sinergie e competenze, di condividere spazi, momenti, emozioni.

La cosa straordinaria è che questa iniziativa non prevede né contributi pubblici, né ingressi a pagamento che possano sostenere le spese, ma viene realizzata con il sostegno di chi crede ed investe in questa opportunità culturale, attraverso delle donazioni raccolte per mezzo della “Banca di Sviluppo Culturale”. Il 40% delle donazioni, sarà utilizzato per la fondazione di una Casa Civica della Musica.

Il Jazzit Fest, è patrocinato da Comitato Giovani Unesco ed anche da Legambiente.

Luciano Vanni - Foto di Paola Giordano

Grandi sforzi, ma anche grande capacità ed energia quella profusa da Luciano Vanni, esperto editore, conoscitore non solo del jazz ma anche delle dinamiche che portano il contributo sociale di tutti, al centro di eventi che elevano concretamente le opportunità sociali nelle quali a vincere è la cultura.

Partiva dai borghi medievali dell’Umbria, nel 2013, e precisamente da Collescipoli, il Jazzit Festival, voluto e realizzato da Vanni, ed essendo itinerante, quest’anno è approdato a Cumiana, dove 160 artisti, hanno dato vita ad una maratona nella quale vince la musica, vince la cultura, una cultura che sfugge ad ogni classificazione, ma che mostra la sua grande creatività, facendo comunità, intrecciando le storie dei borghi e dei propri cittadini, che si sposano benissimo con la storia del jazz.

I nomi di chi da tutta Italia e dal resto del mondo come gli Stati Uniti sono giunti a Cumiana sono famosi ma non solo; sono il simbolo della capacità di creare intorno a se passione, musica e condivisione. Da Dave Schroeder in quartetto, a Mario Nappi in trio. E poi ancora da Giuseppe Bassi in duo con Eugenio Macchia, ad Antonio Figura in piano solo. Ma tante altre le iniziative e non solo performance, quelle che hanno dato “respiro” a Cumiana, in tre giorni tutti da godere.

Un plauso a Luciano Vanni che l’ha ideato, voluto e realizzato, il suo Jazzit Fest, che poi è divenuto di tutti, è divenuto un appuntamento al quale ci si prepara per un anno intero, perché ognuno ci mette del proprio ed il senso… “è tutto lì”.

Simona Stammelluti

Cosenza – L’atmosfera era come sempre delle più suggestive ed estremamente emozionante, per location ed intenzioni, considerato che ormai sono 2 anni che il concerto realizzato in onore di Lilli Funaro dall’associazione che porta il suo nome – gestita magistralmente dalla sua famiglia –  si svolge nella splendida cornice del Castello Svevo di Cosenza, tornato a nuovo splendore e capace di accogliere molte interessanti iniziative.

Chiara Civello e Mirko Onofrio - foto Mafalda Meduri

Sono 12 gli anni nei quali la famiglia Funaro, realizza questo concerto, che ha come interesse unico, quello di raccogliere fondi per sostenere la ricerca sul cancro, oltre alla volontà di realizzare borse di studio per ragazzi meritevoli, in nome di quella giovane Lilli,  strappata alla vita e alla sua famiglia, troppo presto.

La gente che ha risposto all’invito è stata tanta, sinonimo del fatto che non solo sempre più spesso ci si mostri attenti per le iniziative che raccontano “del buono”, ma anche perché ormai da anni, la famiglia Funaro ed il loro entourage, sa come mettere a punto ogni dettaglio della loro pregevole attività no profit, oltre a quei concerti che negli anni passati hanno visto artisti come Pino Daniele, Vecchioni, Mannoia, De Crescenzo, Capossela, De Gregori, e lo scorso anno, un trio d’eccezione formato da Peppe Servillo, Natalio Mangalavite e Javier Girotto. Un concerto che lo scorso anno, fu di un livello difficile da replicare, che incantò un pubblico accorso numerosissimo.

Anche quest’anno i cosentini, hanno raccolto l’invito per quell’appuntamento con la speranza, con la solidarietà, con la musica. Eppure accadde che non sempre gli artisti siano in perfetta forma, e forse è stato il caso di Chiara Civello, apprezzata cantautrice italiana, che ha modellato il suo stile con incursioni jazz, che canta la bossanova in maniera deliziosa, che ieri sera, ha provato a creare un’atmosfera modello “io, te e 250 amici”, ma che – a mio avviso – non è riuscita perfettamente nell’intento, malgrado insieme al lei, sul palco ci fosse un talentuosissimo Mirko Onofrio, polistrumentista della formazione Brunori Sas che sul palco del castello svevo, ieri sera ha portato un flauto traverso con testata curva, che gli ha permesso di creare delle vere e proprie incursioni sofisticate e mai banali, all’interno di repertorio scelto dalla Civello, che forse non si adatta perfettamente al suo solito “mood”.

Il concerto ha il via, dopo le parole accorate di Michele Funaro al pubblico presente, con “Vieni via con me”, seguito da “Che mi importa del mondo” cantata in portoghese, che la Civello canta imbracciando la chitarra, accompagnata dalle note soffiate e calde del flauto di Onofrio.

E’ alla fine del secondo brano che la cantante saluta il pubblico raccontando che quello è un concerto in formazione intima, nato proprio per tradire le scalette, mentre lascia che sia il cuore a guidare la performance tra canzoni scritte dalla stessa ed altre che lei stessa ammette, avrebbe voluto scrivere lei.

E così arriva il momento di “Resta” e “Un uomo che non sa dire addio”, due dei suoi più famosi pezzi, quelli che l’hanno fatta conoscere al grande pubblico.

Poi la stessa cantautrice si siede al pianoforte e vengono fuori pezzi che, da “Moon River” celeberrimo brano datato 1961, scritto da Henry Mancini, arriva  a “Veleno” del 1947, divenuto celebre nella versione portoghese, ma che Chiara canta in italiano, dopo aver raccontato dei suoi viaggi in Brasile, dove la sua musica è conosciuta ed apprezzata.

Eppure che la Civello non è in perfetta forma, lo si percepisce durante l’esecuzione del brano “Fortissimo”, scritto da Bruno Canfora per Mina, cantato anche da Rita Pavone  e che, nella esecuzione della Civello, perde molto del suo significato, perché sussurrato forse, dove invece le note sottolineano il senso di quel “che ti amo fortissimo”.

Il pubblico applaude, ma non sembra particolarmente coinvolto, neanche quando la cantante chiede la collaborazione dei presenti per accompagnarla in quel viaggio musicale, scelto forse, in maniera troppo “improvvisata”.

Canta “come una rosa”, di Capossela, dopo aver chiesto al pubblico se conoscesse o meno “Vinicio” e dopo aver ironizzato sulla sua parlata di donna romana, figlia di un papà siciliano e una mamma pugliese.

Imbraccia ancora la chitarra per cantare una fin troppo famosa “senza fine” e nella sua versione di “que reste t, de el nos amours”, cantata in francese, che Chiara mostra di non essere perfettamente in forma, mentre a sostenere quel pezzo così antico e al contempo così ricco di atmosfere, ci pensa il flauto di Mirko Onofrio, che le offre ottimi spunti per svisare quel tanto che basta per impreziosire la performance.

“Tre” è il blues, scritto a 4 mani con Rocco Papaleo, che la Civello esegue con un bel riff.

Scomoda Carosone e con la collaborazione del pubblico esegue “tu vo fa l’americano”, e sul finale, lascia andare “Il mondo”, ma sembra sbagliare tonalità tanto che la seconda strofa la canta un’ottava sotto, senza però riuscire ad eseguire per bene tutte le note, e allora sapientemente ripiega su “io che amo solo te”, con la quale saluta il pubblico, già in piedi, pronto a raggiungere l’uscita.

Capita.
Non sempre si può essere al massimo delle proprie possibilità, ma la serata era così pregna di buoni propositi e di amore, che alla fine, anche i più esperti in materia, hanno apprezzato tutto, come se fosse stato impeccabile.

Simona Stammelluti

Fino a ieri a Londra ci sentivamo a casa. Oggi è panico e ci si chiede cosa accadrà, oltre che dal punto di vista economico, anche per chi ad oggi in Inghilterra vive, lavora anche come freelance

Vince la Brexit al Referendum e l’Inghilterra è fuori dall’Europa. Statisti, economisti in queste ore si interrogano su quali saranno i radicali cambiamenti derivanti da questo risultato venuto fuori dalla domanda: “remain” or “leave”? Dentro o fuori? Fuori, dunque la scelta definitiva, che ha vinto con un distacco di quasi un milione di voti.

E’ un nuovo giorno pieno zeppo di incognite per l’Europa, ma per gli inglesi ad oggi è il nuovo “Indipendence Day”, il giorno nel quale si “liberano da Bruxelles” – così come ha dichiarato Nigel Farage, leader dell’ UPIK (Partito per l’indipendenza del Regno Unito).

La prima drammatica reazione l’hanno avuto i mercati finanziari; La sterlina è piombata ai minimi storici sul dollaro. Panico anche nelle borse asiatiche e a picco i futures sul mercato di Londra. Milano perde il 10%. I maggiori timori riguardano i titoli bancari.

Intanto la Banca Centrale Europea, diretta da Mario Draghi ha annunciato di “essere pronta ad iniettare liquidità in euro ed altre valute, per contenere il contraccolpo della Brexit”. Dovrebbero essere dunque, preparati all’emergenza.

Ma nella questione più pratica, quella degli italiani che ad oggi vivono e lavorano a Londra, per esempio, cosa accadrà? E per quelli che avevano intenzione di trasferirsi in Gran Bretagna, prossimamente? Cosa accadrà al turismo, al lavoro, agli studenti?

In queste ora dare queste risposte in maniera esaustiva non è semplice. Ad oggi circa mezzo milione di italiani, vive e lavora nella capitale britannica ed in tutto il Regno Unito, e lì fino a poche ore fa, ci si sentiva “a casa”. Ma da oggi più di qualcosa cambierà al loro vivere.  E’ stato l’ambasciatore italiano a Londra, Pasquale Terracciano, a fare qualche previsione. Per chi paga le tasse in Inghilterra da almeno 5 anni potrà richiedere un permesso di cittadinanza. In molti lo faranno, prossimamente, ma dovranno attendere almeno un anno, oltre a dover spendere circa mille sterline. Chi invece non ha intenzione di restare, potrà chiedere un visto di lavoro da rinnovare ogni 2/3 anni, fino a 5, presentando una richiesta del proprio datore di lavoro, praticamente come si fa attualmente negli Stati Uniti.

Ma le cose cambieranno in maniera radicale per chi ancora non c’è in Inghilterra ma stava pensando di andarci a studiare, o a lavorare. Non si potrà “sostare” a Londra, per esempio, con una sistemazione provvisoria mentre ci si cerca un lavoro, ma quel lavoro bisognerà trovarlo prima ancora di arrivare. Pertanto tutti quelli che al momento sono in quella condizione, dovranno tornare in patria. Accadrà dunque che molti rinunceranno a partire, o cercheranno lavoro e dimora in altri luoghi, in Europa, come ad esempio la Scozia, se sceglierà di restare in Europa.

Che non sia stata questa, una delle motivazioni determinanti di questa “uscita”? Quel numero sempre crescente di persone capaci, che migravano in Inghilterra, stabilendosi e lavorando in quella terra?

Le cose resteranno pressoché intatte per il turismo. Chi a Londra vuole andarci in vacanza, potrà farlo, senza visto e volendo, in quei tre mesi consentiti per la permanenza, potrebbe idealmente cercare un lavoro, anche se la trafila sarà senza dubbio più complicata di come avveniva fino a ieri.

Gli studenti potranno chiedere un “visto di studio”, ma non potranno più chiedere il prestito esteso a tutti gli europei, che serve a coprire le 9 mila sterline di retta universitaria, da restituire a rate solo dopo la laurea, e solo se si ha un lavoro. Pertanto per un ragazzo italiano che vorrà fare l’università a Londra sarà molto più dispendioso.

Si attende il futuro, in una Europa che forse, qualche domanda dovrebbe incominciare a farsela…seriamente.

Simona Stammelluti

Castrovillari (Cs) – Nella cornice suggestiva dell’atrio del Municipio, in una fresca serata di giugno, il concerto del quartetto di Dave Schroeder ha rappresentato uno dei momenti più significativi del Peperoncino Jazz Festival, che da anni è uno degli eventi di punta dell’estate calabrese, oltre che uno dei Jazz Festival più apprezzati a livello nazionale
Un concerto sofisticato, quello che ha visto esibirsi un quartetto nato dall’incontro e dalla sinergia della cultura musicale europea, con il grande jazz americano. A suonare con Dave Schoeder tre musicisti italiani, conosciutissimi e molto apprezzati nel panorama internazionale, che hanno masticato esperienze e collaborazioni a tutto tondo nell’ambiente jazzistico: Massimiliano Rolff al contrabbasso, Ettore Fioravanti alla batteria e Antonio Figura al pianoforte.
E’ proprio dall’incontro da Schoeder e Figura – avvenuto nel settembre del 2015 a New York – che nasce questo quartetto, estremamente versatile oltre che perfettamente calibrato su un repertorio che pone in evidenza la sensibilità jazzistica di ognuno dei musicisti, capaci di raccontare attraverso un linguaggio personalissimo e assai ben calibrato, virtuosismi e “coerenza” stilistica.
Un concerto su brani originali scritti per il quartetto, ed altri nati da precedenti progetti, vengono serviti al pubblico, attraverso il “lessico del jazz” che va dalla ballad al blues, sino alla bossa, “amabilmente”, e non si può non scovare, nel suono pianistico di Figura, la matrice del jazz di Bill Evans, che senza dubbio ha ispirato il talentuoso musicista italiano.
Anche se Dave Schoeder, è virtuoso del sax tenore,  sax sopranino e flauto basso, resta impresso l’uso che fa dell’armonica a bocca, dalla quale – durante l’esecuzione dei brani – esce tutta la struggente malinconia che appartiene al blues, e lo scambio che avviene tra Schoeder e Figura, quando lo statunitense rimbraccia il sax sopranino, ricorda tanto l’interplay e la grande vena lirica che appartenne al duo Stan Getz e Kenny Barron,  nell’indimenticabile album “people time”.
Le note che escono dal sax di Schoeder sono veloci e corrono dalle gravi alle acutissime con la complicità di un piano che, con maestria sa poi “dialogare” con il contrabbasso di Rolff in maniera impeccabile. La base ritmica – contrabbasso e la batteria di Fioravanti, che sa sempre come essere protagonista con il suo jazz moderno ma al contempo narrativo – è custodia perfetta di un repertorio che non delude per intensità del fraseggio e particolarità di arrangiamenti cuciti addosso ad ognuno dei musicisti.
Poche le parole che Schoeder regala al suo pubblico al quale in americano confessa di essere un uomo di “poche parole”, ma a raccontare e a presentare il concerto di pensa Antonio Figura che cita, sul finale di concerto il nome del suo pezzo “white shadow”, scritto da lui, e messo a disposizione del prestigioso quartetto.
E sul finale, un brano che è un vero e proprio “giro intorno al mondo” che approda alla bossanova, che Dave Schoeder suona con l’armonica, e che – racconta Antonio Figura – è nato da un gioco che fa con suo figlio, con la sua macchinina rossa, mentre il piccolo prova a portare il suo papà in giro, per il mondo.
Un pubblico attento ed infreddolito, non si è lasciato impressionare dalla serata pungente, ma ha ascoltato fino alla fine un concerto che è stato applaudito dai tanti appassionati, che attendono il Peperoncino Jazz Festival, per godere di una musica che sa mettere d’accordo gusto ed emozioni.
Simona Stammelluti
Foto di Giuseppe Di Donna

Castrovillari (Cs) – Nella cornice suggestiva dell’atrio del Municipio, in una fresca serata di giugno, il concerto del quartetto di Dave Schroeder ha rappresentato uno dei momenti più significativi del Peperoncino Jazz Festival, che da anni è uno degli eventi di punta dell’estate calabrese, oltre che uno dei Jazz Festival più apprezzati a livello nazionale
Un concerto sofisticato, quello che ha visto esibirsi un quartetto nato dall’incontro e dalla sinergia della cultura musicale europea, con il grande jazz americano. A suonare con Dave Schoeder tre musicisti italiani, conosciutissimi e molto apprezzati nel panorama internazionale, che hanno masticato esperienze e collaborazioni a tutto tondo nell’ambiente jazzistico: Massimiliano Rolff al contrabbasso, Ettore Fioravanti alla batteria e Antonio Figura al pianoforte.
E’ proprio dall’incontro da Schoeder e Figura – avvenuto nel settembre del 2015 a New York – che nasce questo quartetto, estremamente versatile oltre che perfettamente calibrato su un repertorio che pone in evidenza la sensibilità jazzistica di ognuno dei musicisti, capaci di raccontare attraverso un linguaggio personalissimo e assai ben calibrato, virtuosismi e “coerenza” stilistica.
Un concerto su brani originali scritti per il quartetto, ed altri nati da precedenti progetti, vengono serviti al pubblico, attraverso il “lessico del jazz” che va dalla ballad al blues, sino alla bossa, “amabilmente”, e non si può non scovare, nel suono pianistico di Figura, la matrice del jazz di Bill Evans, che senza dubbio ha ispirato il talentuoso musicista italiano.
Anche se Dave Schoeder, è virtuoso del sax tenore,  sax sopranino e flauto basso, resta impresso l’uso che fa dell’armonica a bocca, dalla quale – durante l’esecuzione dei brani – esce tutta la struggente malinconia che appartiene al blues, e lo scambio che avviene tra Schoeder e Figura, quando lo statunitense rimbraccia il sax sopranino, ricorda tanto l’interplay e la grande vena lirica che appartenne al duo Stan Getz e Kenny Barron,  nell’indimenticabile album “people time”.
Le note che escono dal sax di Schoeder sono veloci e corrono dalle gravi alle acutissime con la complicità di un piano che, con maestria sa poi “dialogare” con il contrabbasso di Rolff in maniera impeccabile. La base ritmica – contrabbasso e la batteria di Fioravanti, che sa sempre come essere protagonista con il suo jazz moderno ma al contempo narrativo – è custodia perfetta di un repertorio che non delude per intensità del fraseggio e particolarità di arrangiamenti cuciti addosso ad ognuno dei musicisti.
Poche le parole che Schoeder regala al suo pubblico al quale in americano confessa di essere un uomo di “poche parole”, ma a raccontare e a presentare il concerto di pensa Antonio Figura che cita, sul finale di concerto il nome del suo pezzo “white shadow”, scritto da lui, e messo a disposizione del prestigioso quartetto.
E sul finale, un brano che è un vero e proprio “giro intorno al mondo” che approda alla bossanova, che Dave Schoeder suona con l’armonica, e che – racconta Antonio Figura – è nato da un gioco che fa con suo figlio, con la sua macchinina rossa, mentre il piccolo prova a portare il suo papà in giro, per il mondo.
Un pubblico attento ed infreddolito, non si è lasciato impressionare dalla serata pungente, ma ha ascoltato fino alla fine un concerto che è stato applaudito dai tanti appassionati, che attendono il Peperoncino Jazz Festival, per godere di una musica che sa mettere d’accordo gusto ed emozioni.
Simona Stammelluti
Foto di Giuseppe Di Donna

Torna il terrore, torna la paura, torna lo sconforto nel sapere che il massacro non si arresta

Era un locale omosessuale, ma al suo interno anche giovani etero che insieme ai proprio amici erano andati lì per ballare, ascoltare la musica preferita, divertirsi.

Sono le due di notte, e il nightclub chiamato Pulse, ad Orlando, diventa teatro dell’orrore e torna la cronaca di una strage. Le persone che avevano preso parte alla serata erano state circa 320, quella sera, ma la serata si avviava alla fine ed erano circa un centinaio gli ultimi ragazzi che volevano godersi l’ultimo brano. Un uomo all’improvviso incomincia a sparare sul soffitto e contro la gente che balla sulla pista. Chi è vicino al bancone del bar e che è riuscita a mettersi in salvo, racconta di essersi avviato verso l’uscita posteriore. Molti si stendono sul pavimento. Un ragazzo scrive alla mamma l’ultimo messaggio prima di morire, dal bagno dove ha provato a rifugiarsi. Una ragazza, nel locale in compagnia della sua migliore amica, riprende la serata danzante, fin quando non sente gli spari, cerca di capire cosa stia accadendo, e poi il video si interrompe. Neanche per lei ci sarà scampo. Non c’è stato scampo per i 50 ragazzi che soccombono, e 53 saranno i feriti. La strage è messa in atto da un ragazzo americano di nascita ma di origine afgane, 29 anni, Omar Mateen, che di professione fa la guardia giurata, che entra nel locale con una pistola ed un mitragliatore d’assalto sparando all’impazzata verso i ragazzi che ballano spensierati. L’omicida è stato poi ucciso dalla polizia nel conflitto a fuoco che ne è seguito.

Colpito cosa, dunque…l’omosessualità, considerato che alcuni suoi colleghi lo definivano omofobo? Il divertimento, la spensieratezza che lui forse, non aveva mai avuto? Il terrore, per mano dei terroristi, ancora come a Parigi, come al Bataclan.

Mentre arriva la notizia della strage, vi è l’arresto di un uomo a bordo di una macchina diretta a Santa Monica, con a bordo una sorta di arsenale, tra esplosivi e fucili d’assalto, diretta a Los Angeles, dove si sta svolgendo il Gay Pride. Si sta dunque indagando sulla probabile connessione tra i due uomini che potrebbero aver organizzato insieme gli attentati terroristici.

L’Isis ha rivendicato l’attentato di Orlando. “Omar era uno di noi” – ha scritto l’agenzia Amaq. Fatto sta che il killer era già noto all’FBI, come simpatizzante dell’Isis, finendo nel mirino dell’FBI nel 2013 e poi ancora nel 2014, tanto che venne aperta un’indagine su di lui, che poi fu chiusa perché non fu trovato nulla che potesse essere utile per il proseguo delle indagini.

Il padre dell’attentatore si è scusato per il folle gesto del figlio, ed ha sottolineato che quanto accaduto non è stato – a suo avviso – pianificato dal ragazzo per motivi religiosi, ma racconta di aver notato qualche tempo fa suo figlio reagire male, vedendo due ragazzi che si baciavano.

Gesto omofobo, gesto terroristico.

Il “Bataclan” di Orlando, il terrore che si ripete e che lascia il mondo ancora una volta annientato e sgomento.

Simona Stammelluti