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Jazz & Vento è uno degli appuntamenti più attesi e ricchi dell’estate calabrese “in musica”, per tradizione e alto profilo del cartellone artistico, ed è diretto da Maria Teresa Marzano, che nei prossimi giorni avrò il piacere di intervistare

Il programma in cartellone per il prestigioso festival, si svolgerà dall’8 al 10 agosto a Cortale, splendido borgo in provincia di Catanzaro, la cui amministrazione guidata dal sindaco Francesco Scalfaro, ha previsto un agosto denso di appuntamenti tutti fa godere.
L’attenzione resta alta proprio per quanto riguarda il festival che allieterà lunghi e appassionati con un canto propiziatorio a Eolo nelle immediate pendici del paese a cura del trombettista Franco Suppa, quindi una prosecuzione in jam presso il centro storico.
Quindi il giorno 9 agosto il festival entrerà nel vivo con il progetto “Parientes” a cura del trio  Servillo, Girotto e Mangalavite. Peppe Servillo – che ho avuto il piacere di intervistare lo scorso anno proprio in occasione di una sua performance in trio – è un artista dal talento versatile, già voce degli Avion Travel, al centro di innumerevoli progetti di spessore anche al fianco del fratello Toni. Con lui in tour, due musicisti di grande caratura artistica,  Javier Girotto sassofonista, arrangiatore, compositore e flautista argentino, uno dei più versatili e talentuosi tra i contemporanei, e Natalio Luis Mangalavite, pianista eclettico anch’egli argentino, di Cordoba che ha all’arrivo innumerevoli collaborazioni con il mondo del jazz, del pop e della musica etnica e contemporanea.
Il progetto in cartellone ricordiamo si intitola “Parientes”, terzo capitolo discografico di un rapporto ultradecennale,  un viaggio nei ricordi, nelle persone, nell’immaginario di un popolo migrante che ha dato vita ad un’altra cultura e, nel contempo, ha preservato la propria, portandovi nuova linfa. Nascono, così, avventure d’amore, ricordi, intrecci sentimentali, e tra una milonga, un tango, una cumbia, emergono storie di vita vissuta, di fatiche quotidiane e voglia di riscatto, di legalità e delinquenza, e, perché no, di tradizioni culinarie da esportare e mantenere come tratto imprescindibile e distintivo di una comunità in movimento. In altre parole si tratta di un lungo e stimolante ponte tra l’Italia e l’Argentina , dove non c’è solo il tango, ma una ricca tradizione folclorica piena di ritmi e suggestioni. ‪
Il 10 agosto‬ invece dapprima la Takabum Street Band, quindi la superstar Bireli Lagrene, l’unico erede legittimo della grande tradizione manouche propria a Django Reinhardt e già al fianco di autentiche icone del jazz come Jaco Pastorius, John Mc Laughlin e Paco De Lucia, noto per il suo fluido virtuosismo alla chitarra che suona con irrisoria facilità nelle sua complesse trame. Enfant prodige con una prima apparizione in pubblico a soli 4 anni, Lagrene  a 11 anni aveva già vinto un premio  importante prima di spiccare il volo verso una carriera di grandi riconoscimenti, in cui ha inciso grandi album per etichette di prestigio come Blue Note, Universal e Dreyfus.
Con il suo nuovo quartetto, Bireli Lagrene ha scelto di presentare un tributo alle sue radici non solamente tzigane, riproponendo la formazione, con due chitarre, violino e sax, che rimanda ai giorni ruggenti dell’ Hot Club de France.
Inizio fissato per le ore 22 con ingresso rigorosamente gratuito, grazie al sostegno dell’amministrazione comunale guidata dal Sindaco Francesco Scalfaro e dall’Assessore alla Cultura Simona Papaleo.
Un’estate in musica, lì dove le notti sono cornice di progetti validi e di possibilità di crescita culturale per un territorio che ha bisogno di “vivere” attraverso iniziative come queste.
Simona Stammelluti

Il posto è dei più incantevoli d’Italia e gli artisti sono protagonisti della scena jazz internazionale

Al parco archeologico “Scolarum” di Roccelletta di Borgia, si terrà domani 30 luglio, un concerto di straordinario valore per il mondo del jazz: Il chitarrista John Abercrombie con il suo strepitoso quartetto che vede al pianoforte Marc Copland, al basso Drew Gress e alla batteria Joey Baron.

L’estate è uno dei momenti più propizi per godersi concerti di spessore, di musica “fatta bene”. A proporre un cartellone ricco di straordinario valore per gli appassionati di jazz, il Festival Armonied’arte – diretto da Chiara Giordano –  che propone per domani 30 luglio alle ore 22, un concerto che porta al sud, in Calabria per la precisione, musicisti di grande caratura artistica ed uno spettacolo di musica raffinata ma al contempo ricca di pulsioni oblique e trasversali al linguaggio jazzistico.

John Abercrombie - foto Guy Fonck

Ospite nella serata di domani sera a Roccelletta di Borgia, John Abercrombie, definito uno dei chitarristi jazz e “post jazz” più indispensabili del ‘900 e tutt’ora uno dei più significativi sulla scena internazionale. Strumentista musicalmente versatile, legato alla tradizione jazz – di cui ha esteso e ampliato i confini seguendo il suo istinto di fine improvvisatore – oltre che creatore di emozionanti melodie, ma anche di spigolose e argute composizioni. Abercrombie riesce a coniugare l’evoluzione delle tecniche sonore e strumentali con il significato più autentico dell’espressione jazzistica da lui attraversata con sapienza.

Nella sua lunga carriera  ha collaborato con innumerevoli straordinari musicisti: dagli inizi  jazz-rock del gruppo Dreams, a Gil Evans, Gato Barbieri, Billy Cobham, Ralph Towner, al GATEWAY co-diretto con Dave Holland e Jack De Johnette, per finire ai gruppi con Peter Erskine, Kenny Wheeler e Joe Lovano.

Arriva al festival Armonied’arte con grandissimi compagni di viaggio: Marc Copland, billevansiano, al pianoforte, Drew Gress, fondamentale al contrabbasso e quel gigante di Joey Baron alla batteria.

Si prospetta una serata di grande valore artistico, che merita di essere vissuta tutta, fino in fondo, per poi portare con se, nel tempo, l’esperienza di un concerto da ricordare.

Per gli appassionati, ma anche per i curiosi ricordiamo anche la data del 7 AGOSTO “Napoli trip”, con Stefano Bollani, Daniele Sepe, Nico Gori, Manu Katche.

Simona Stammelluti

A parlare con me, circa quella che è stata definita “la guerra del libro”, Michele Falco, editore quarantenne, pieno di talento e con lo sguardo puntato su un futuro di successi e di solidità imprenditoriale. Uno di quelli che pensa, e poi realizza, che usa l’intuito per riuscire e che verso il futuro ci va con passione. Lui, figlio di un grande intellettuale ed editore, della cultura parla come di una “virtù familiare” poi divenuta vizio.

Mi interessava sapere come un editore di quelli affermati nel settore, vedesse l’attuale situazione che ha diviso il mondo dell’editoria, circa la famosa – e storica – fiera del libro.

D: Dott. Falco, è notizia delle ultime ore che gli editori hanno rotto gli indugi e hanno detto di volere la fiera del libro a Milano. Lei è della stessa opinione? Se no, ci dica perché difende la fiera di Torino.

Gli editori che vogliono che la fiera si sposti a Milano, che hanno deciso sia meglio così, sono solo “alcuni editori” dell’Aie(Associazione Editori Italiana), sono pochi. La fiera del libro di Torino raccoglie da sempre tantissimi piccoli, medi e grandi editori italiani e internazionali, e ritengo in questi anni abbiano avuto –  pur nelle critiche che rivolgo a singoli aspetti organizzativi –  ospitalità e opportunità di rendersi visibile e soprattutto di rendere visibile la propria azione editoriale. Questo è accaduto anche a me, sono proprio testimone di questo.

D: Il presidente della regione Piemonte rilancia; dice che salTo 2017 si rifarà e che ci sono anche nuovi progetti in cantiere. Ci racconta le sue 10 edizioni delle 30, del salone del libro e cose porta, ad una casa editrice “artigianale” come la sua, in termini di visibilità e concretezza, essere a quella specifica fiera del libro.

Le polemiche degli ultimi anni –  che non hanno toccato l’organizzazione interna della Fiera del libro di Torino ma La Fondazione che ne gestisce il funzionamento e soprattutto i finanziamenti a disposizione – non hanno aiutato la credibilità della Kermesse torinese, ma ripeto riguarda questioni interne e politiche, non di rapporto con noi editori. Tutto ciò ha creato le condizioni perchè Milano avesse le motivazioni per farsi avanti. Certo che una fiera con a capo degli Editori – se mi posso permettere – è la pre-condizione del proprio fallimento. Una sorta di “conflitto di interessi”; chi gestisce una Fiera rivolta a tutte Le Case editrici “deve essere” super partes. Galassia Gutenberg, la fiera del libro di Napoli, fallita miseramente, insegna.
Non boccio a priori la fiera di Milano, attendo con ansia quelli che saranno i programmi dei miei colleghi per poter valutare e decidere. Certo, per un editore romantico come me, metà maggio è da oltre dieci anni, dedicato alla città di Torino.

D: Era necessaria secondo lei una tale spaccatura in un momento in cui l’editoria sconta un numero storicamente bassissimo di lettori?

Probabilmente no, ma aspettiamo nel dettaglio cosa propone Milano e se possibile invito formalmente tutti gli operatori a un maggior coinvolgimento di tutti gli editori, che immagino possano solo arricchire di idee e iniziative la fiera del libro che verrà. In fondo il risultato finale deve essere il rispetto del lettore e delle sue esigenze.

D: Feltrinelli ha votato contro, lo spostamento della fiera a Milano. Se dovesse azzardare le loro motivazioni, cosa pensa abbiano detto?

Probabilmente perché in questo momento serve lungimiranza e non gioco di forza.

D: Perché secondo lei Milano non ha proposto una edizione complementare e non sostitutiva? Mi spiego. Torino, Roma…ed anche Milano. Una porta in più dalla quale far passare i lettori, non una decisione sul dove.

E’ proprio quello che invece si dovrebbe fare. Proporre, ingrandendo, integrando e non certo dividendo, o usando soluzioni rigide. I lettori si aspettano un mondo da attraversare e siamo noi, tutti insieme, a dover dar loro questa chance.

D: Si dice che il cambiamento porti in se cose buone. Non se ne comprende il perché in questo preciso caso. Ci spiega le motivazioni che solo un editore come lei, può comprendere anche non condividendole?

I cambiamenti dovrebbero sempre essere considerati in virtù di un processo di miglioramento, e se vige una sorta di caos, difficilmente il cambiamento può portare cose buone, soprattutto in un settore nel quale la costanza, genera il successo.

Michele Falco con suo padre Pasquale

Voglio ricordare a me stesso un antico adagio: “chi lascia la vecchia strada per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”.

Simona Stammelluti

Policoro – Partirà tra pochi giorni sul lungomare di Policoro e durerà dal 3 al 7 di agosto, il Festival musicale Blues in Town giunto alla sua 13esima edizione e che anche quest’anno si impreziosirà di tante attività compreso il Workshop di fotografia musicale “Uno scatto in Blues” tenuto da uno dei più stimati ed eclettici fotografi dello stivale, Carlo Terenzi, dotato di spiccato senso artistico, oltre alla capacità di mostrare il miglior volto della musica, attraverso i suoi scatti ormai celebri

Un festival di musica Blues, dunque che anno dopo anno, ha saputo essere un contenitore a 360 gradi, all’interno del quale si possono scoprire innumerevoli attività: Seminari musicali gratuiti, Book crossing, vinile blues, mostre fotografiche, motoraduno e poi tanti ospiti.

Quest’anno a chiudere il festival, il 7 agosto alle 23 ci sarà Eugenio Finardi.

Nei giorni di sabato 6 e domenica 7 agosto, il fotografo Carlo Terenzi terrà per gli appassionati e gli addetti ai lavori un workshop sul mondo della musica, su come la si fotografa. Un mondo da analizzare con cura, grazie all’esperienza pluriennale del fotografo proprio nell’ambito dei più prestigiosi festival jazz e musicali d’Italia. Così partendo dalle regole di base sulla fotografia, il lavoro si dipanerà sino a come si effettua uno shooting, come si realizza un reportage, ed un ritratto fotografico.

Un festival dunque dinamico e colto, che permetterà a residenti e turisti di scegliere il momento che preferisce in base alle proprie personalissime inclinazioni e dunque anche di partecipare ad un laboratorio tenuto da un grande professionista della fotografia.

Le iscrizioni al workshop sono aperte sino al prossimo 30 luglio, e per ogni informazione si può visitare il sito www.carloterenzi.com o telefonare al 3387575625

Non resta che attendere l’apertura dei battenti del festival Blues in Town che anche quest’anno promette ottima musica ed emozioni frizzanti, quanto l’estate nella quale si entra ormai nel vivo.

Simona Stammelluti

La situazione a Monaco di Baviera in questo momento è ancora di grande caos dopo la sparatoria nel centro commerciale. Ferme le metro, nessun autobus, alla stazione centrale ci sono verificate scene di panico quando è stata sgombrata

foto Ansa

Le strade sono deserte, le piazze vuote, regna un silenzio pauroso, in una città che di solito pullula di vita.

La polizia ha invitato tutti a tornare a casa, a non usare i mezzi pubblici, ma questo non è facile perché è un problema serio rientrare o mettersi in salvo senza usare i mezzi.  E’ stato messo in piedi un servizio simile a quello usato a Parigi, al tempo del Bataclan. In tanti hanno messo a disposizione uffici e posti pubblici per accogliere la gente ancora per strada.

Le teste di cuoio sono ancora al Centro Commerciale dove è iniziato tutto, perché si teme che ci sia ancora qualcuno dentro munito di esplosivo.

Il centro commerciale è molto grande. Per essere sicuri che non ci sia più nessuno ci vorrà ancora un po’.

Secondo alcuni media, uno degli attentatori si sarebbe sparato in testa con la sua stessa pistola, sarebbe in fin di vita, mentre i morti accertati sarebbero 6.

E’ stato diramato un appello a tutti gli automobilisti affinché lascino libere le strade  e le autostrade verso Monaco affinché possano essere rese disponibili per i mezzi di soccorso e della Polizia.

Gli altri 2 attentatori sono riusciti a fuggire e avrebbero armi a canna lunga.

La priorità è quella di evitare quante più vittime possibili. Tutti i medici sono stati richiamati in servizio negli gli ospedali.

Il giornalista Fisher dal posto, racconta che a differenza di altri attentati, dopo tre ore dopo i primi colpi nel Centro Commerciale gli attentatori sono ancora in giro e la polizia non ha la situazione sotto controllo.

Si pensa sia essere un attentato condotto da persone tedesche, nate e cresciute in Germania. Il terrorismo ormai, colpisce anche lì.

Amarezza ed incredulità, considerato che Monaco è stata una città serena fino a poche ore fa.

Forse la Germania è stata colpita politicamente, ma la situazione confusa del mondo islamico, non può lasciar illudere che si faccia un percorso liscio di integrazione.

Simona Stammelluti

In realtà sul palco dell’Arena Santa Giuliana, ieri sera non c’era solo lo straordinario sassofonista con il suo quartetto, ma anche uno dei nomi di spicco del panorama jazzistico internazionale, il crooner Kurt Elling che però non è sembrato in perfetta forma

Branford Marsalis è senza dubbio un pilastro di eccellenza artistica del 21esimo secolo, sassofonista virtuoso, che nell’ambito jazzistico ha portato senza dubbio una straordinaria energia, considerato che il suo orizzonte è “l’arte del jazz” in tutte le sue sfumature. Forse non è un caso che il suo talento sia così spiccato, considerato che si è cresciuto nel ricco ambiente (dal punto di vista musicale) di New Orleans, in una famiglia dove sono tutti “fuoriclasse”, dal papà Ellis, e dai fratelli Wynton, Delfeayo e Jason.

Ieri sera, ha dato spettacolo – è proprio il caso di dirlo –  suonando sia il sax tenore che il soprano, e con entrambi gli strumenti, ha saputo tessere le maglie di un concerto che ha spiccato proprio per le capacità del quartetto, sia come performance tecnica che come interplay.
Quel quartetto formato da Joe Calderazzo al pianoforte – che ieri sera era in uno stato di grazia – Eric Revis al contrabbasso e Justin Faulkner alla batteria.

Il progetto portato ad Umbria Jazz è quello che vede come “Special Guest” Kurt Elling, cantante di Chicago, partner di scena del quartetto,  amico di Marsalis, con il quale ha un disco fresco inciso proprio con quel quartetto. La voce versatile di Kurt Elling, ieri sera non è sembrata impeccabile, così come spesso si è soliti ascoltarla, anche se le sue doti canore indubbie, si sono sentite nelle lunghe note tenute, nella capacità di contenere lo spazio grave/acuto, e in quella sua dimestichezza di “tenere il palco”, caratteristica che appartiene a tutti i crooner che delle movenze si nutrono per sorreggere l’ampiezza della perfomance.

Ieri sera veniva spontaneo pensare al grande Frank Sinatra, fuoriclasse, voce e carisma impacchettati in maniera unica. Spontaneo pensare a lui, considerato che, da lui in poi, è nata una nuova era, quella dell’intrattenimento puro.

Parla e gioca con il pubblico, Kurt Elling, anche se l’Arena è piena solo per metà. Saluta in italiano, poi scambia due parole con Marsalis, regala momenti di scat, e il suo momento migliore resta quando abbandona la ritmica ed si esprime attraverso la melodia.

Ma è Branford e il suo quartetto che equilibrato quando deve, energico all’occorrenza e travolgente nelle esecuzioni, conquista il pubblico che so entusiasma, ed applaude le esecuzioni tra radici e novità.

Gli assoli di Calderazzo al pianoforte sono da 10 e lode, dai quali si evince la versatilità del musicista che usa perfettamente sia la mano destra che la sinistra, nella velocità impressionante con la quale esegue scale e l’improvvisazione, per poi ricondurre il tema nell’esecuzione.

Un concerto bello, senza dubbio, nel quale la “statura” del quartetto e l’impeccabile capacità dei musicisti di suonare senza compromessi, resta la ricetta di qualcosa, davvero fuori dal comune.

Simona Stammelluti

Le foto presenti nell’articolo sono di Andrea Palmucci – Winner of the JJA Jazz Awards 2015 “Jazz photo of the year” New York – che ringraziamo

L’alba di un nuovo giorno di terrore, di strage, di morte, di guerra, così come ha detto a caldo il presindente Hollande, Nizza è blindata dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa

foto Ansa

Esiste un modello terroristico già in voga da tempo; falciare i civili per strada, stando a bordo di un mezzo. Sembrerebbe essere questo il metodo subdolo usato per la strage di Nizza, che mira ad uccidere civili innocenti, senza armi classiche. Ad agire la scorsa notte, sul lungomare di Nizza, durante il momento dei fuochi d’artificio, quando erano tutti lì, il giorno della Festa della Nazione, è stato un musulmano di origine tunisina, 31 anni, che è stato poi ucciso. Ad intercettare il killer, è stata una poliziotta.

Ha parlato il presidente Hollande: “E’una tragedia mostruosa, ma siamo più forti del terrore. La Francia piange, è addolorata ma è forte, e lo sarà sempre più dei fanatici che vogliono colpirla“.

Tutto il mondo è sgomento, ed è Papa Francesco, solidale con il popolo francese, a condannare “nel modo più assoluto ogni forma di follia omicida, di odio, di terrorismo e di attacco contro la pace“.

Si cercano adesso tutti coloro che non rispondono ancora all’appello e tra questi anche una coppia di italiani, Angelo D’Agostino e Gianna Muset. E’ la nuora della coppia ad aver comunicato di non avere più loro notizie delle ore 21.55 di ieri.

Tanti i bambini dispersi nel caos della tragedia. Tutti i bambini ritrovati soli, sono stati condotti presso la caserma Auvare, sede della Polizia di Nizza.

Continuano ad arrivare i racconti dei testimoni. Un cronista del Nice-Matin racconta come il camion sterzasse di continuo, proprio per colpire più gente possibile, come se fossero dei birilli.

Le immagini che arrivano da Nizza sono terrificanti. Sono quelle di una nuova strage, in Francia, nel giorno della Festa della Nazione

foto Ansa

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Durante i fuochi d’artificio sul lungomare di Nizza,  un camion si è schiantato sulla folla. La prefettura locale parla di nuovo attentato ed invita la popolazione del luogo a non uscire di casa. Secondo le fonti di polizia sarebbero decine, le persone che sono rimaste uccise.

Sembrerebbe che dal camion abbiano sparato anche sulla folla e che la Polizia abbia risposto al fuoco. Sul lungomare e lungo la spiaggia c’era tantissima gente e, come raccontano alcuni testimoni, ancora adesso arrivano ambulanze e macchine della Polizia.

Si parla di circa 60 morti e la città sembra sotto assedio, i video mostrano famiglie che fuggono tra i cadaveri sparsi sul lungomare.
Sembra che il conducente del camion sia stato ucciso.
Ancora non ci sono rivendicazioni.

Il presidente Hollande ha fatto rientro a Parigi da Avignone, per presiedere alla riunione dell’unità di crisi.

Simona Stammelluti

Ad essere magica a Perugia in questi giorni è da sempre l’aria che si respira, fatto di musica (bella) a tutte le ore, di fotografi sudati e sempre impeccabili, di appassionati che si spostano per vivere a pieno 9 giorni che – anno dopo anno – sanno divenire indimenticabili, o forse dovrei dire indelebili, come un tatuaggio che scegli per tenerlo “con te” tutta la vita.

photo di Andrea Palmucci

Il concerto di ieri sera – inteso come duo Metheny/Carter – sembra essere destinato a passare alla storia, ad essere ricordato come quello nel quale magia e carisma, prendono il sopravvento anche sul talento (indiscusso per entrambi) e sull’entusiasmo che si respira forte, nella loro intesa, nata da quell’incontro al Ditroit Jazz Festival lo scorso settembre, a seguito del quale i due straordinari musicisti hanno deciso di suonare insieme, dando vita a progetto e tournée.

Per chi si stesse chiedendo se si avvertisse la mancanza di qualcosa, considerato che non è un duetto classico – tipo tromba e pianoforte – la risposta è no…non mancava proprio nulla, considerato che gli assoli ormai famosi di Metheny, lirici, lucidi e determinati, vengono esaltati nel loro vigore da Ron Carter, il cui modo di suonare il contrabbasso è elegante, corposo, ma mai confuso, mentre il profumo di blues e funky si impossessa di lui e per osmosi avvolge lo spettatore.

C’è un sold out all’Arena Santa Giuliana e le tante persone sedute, puntano lo sguardo sui vidiwall, per non perdersi nemmeno un dettaglio di quello spettacolo, che, se pur non si fosse potuto vedere, ma solo ascoltare, ha saputo emozionare fino alla commozione. Eppure gli occhi servivano eccome, per godersi ad esempio la scena nella quale Pat continua a loop l’intro di un pezzo perché Ron non trova lo spartito, o quando il contrabbassista alza la mano e la muove in cenno di saluto verso il suo pubblico, come un bambino che ha gioia di salutare le persone che incontra.

Sul palco uno sportivissimo Pat Metheny con jeans e camicia di Jeans, ed un elegantissimo Ron Carter, in abito grigio, cravatta a strische diagonali e camicia rigorosamente bianca. Sul palco il pluripremiato chitarrista statunitense, che ha all’attivo oltre venti milioni di dischi venduti, 20 Grammy e che con il suo carisma ormai fa sognare più di una generazione. Ma di generazioni su quel palco ce ne sono due, considerato che il chitarrista lo divide con una leggenda, e lui lo sa. Lo sa e lo dice, di aver realizzato un sogno suonando con Ron Carter, che dal 63 al 68 ha suonato nella sezione ritmica del quintetto di Miles Davis. Metheny applaude anche il suo compagno di viaggio, dopo i suoi assoli e c’è chi giura di non averlo mai visto fare, quel gesto, durante altre sue personali performance.

Due pezzi di storia della musica, seppur di tempi diversi, due modi diversi di far musica ma simili in quelle sfumature stilistiche, capaci di trasformare un concerto in un dialogo sofisticato ed intimo, ma non troppo.

Sono tre le chitarre che Metheny utilizza durante il concerto, e tra queste c’è anche la Picasso, con la quale regala al suo pubblico un momento di pura magia. La Picasso, una sorta di incrocio tra una chitarra e un’arpa è uno strumento che ha potenzialità sonore strabilianti e con la quale Metheny racconta i terreni di contaminazioni, di matrice jazzistica, passando attraverso un abilissimo cross-over dal free e alla sperimentazione che poi si traduce sempre, in momenti di raro virtuosismo.

Eppure è quando Ron Carter regala i suoi, di assoli, mentre con quelle sue mani grandi, controlla e pizzica le corde del suo contrabbasso con tanta “lucida” maestria, che ci si chiede come faccia a 79 anni ad avere ancora così tanta verve, e padronanza tecnica, non cedendo mai il passo allo “strafare”, come se il suo modo di suonare fosse sempre un “distillato” perfetto, difficile da imitare.

Emozione e gioco, su quel palco e tutto questo si vede, e soprattutto si sente. Due grandi musicisti che si divertono con i propri strumenti e tra di loro, mentre raccontano quel che sanno fare in maniera straordinaria.

Il repertorio, che tesse la trama di un dialogo che sembra senza fine, è in parte originale e in parte intessuta sull’arrangiamento magistrale di brani di tradizione jazzistica come The shadow of your Smile, brano caro a Ron Carter con il quale hanno aperto il concerto, o A night in Tunisia, con il quale hanno salutato il loro pubblico.

Solo un bis, forse troppo poco, per un concerto bello che ha riempito orecchie ed anima.
Si stringono la mano, Pat Metheny e Ron Carter, Ron si attacca la giacca, si inchinano al pubblico, ed è già un nuovo pezzo di storia.

Simona Stammelluti

Le photo sono di Andrea Palmucci – Winner of the JJA Jazz Awards 2015 “Jazz photo of the year” New York – che ringraziamo