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E’ a Sanremo, Garko dove presenterà la famosa kermesse dal 9 al 13 febbraio prossimo e proprio ad una settimana dall’avvio del festival resta vittima di una esplosione.
E’ stata proprio un’esplosione, quella che ha creato il crollo della villa dove Gabriel Garko risiedeva per prepararsi alla sua partecipazione al festival di Sanremo.
Lo scoppio è avvenuto in mattinata, e la donna dormiva ancora, al piano di sopra della villetta, al momento posta sotto sequestro.
A seguito dello scoppio – dovuto con molta probabilità ad una fuga di gas – una donna anziana ha perso la vita. Il famoso attore, trasportato subito all’ospedale a bordo di un’ambulanza, ha riportato un lieve trauma cranico, qualche escoriazione, ed è guaribile in una decina di giorni. Lo stesso – che ha subìto un forse choc – una volta dimesso, ha lasciato l’ospedale da una uscita di sicurezza per non essere assalito da orde di fotografi e giornalisti.
Saranno i Vigili del Fuoco di Sanremo, che sono ancora sul posto, ad accertarne le cause. Si sta provvedendo anche a controllare se tutto l’impianto a gpl fosse a norma. Delle indagini se ne stanno occupando i Carabinieri, che hanno già provveduto ad interrogare il costruttore della villa, il figlio dell’anziana donna deceduta, alcuni testimoni e lo stesso Gabriel Garko, che si trova ancora a Sanremo e che ha smentito di voler andar via.
Simona Stammelluti

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Ci sono differenti correnti che parlano di “vivere la vita come un’opera d’arte”. Le diverse correnti – per alcuni versi spiccatamente astratte – trovano una sorta di concretezza, in alcuni esempi viventi di persone che sono riuscite realmente a farlo.
C’è chi la pensa come Gabriele D’Annunzio, che esaltava profondamente il proprio “io”, inneggiava alla “perfezione” in ogni dettaglio del vivere, succhiando la vita sino al midollo, ed essendo padrone della propria esistenza. In realtà nell’era moderna questo pensiero è stato travisato, pensando che una vita, per essere “perfetta”, debba essere piena di agi, di lusso, di piaceri. Ed invece il pensiero di D’Annunzio, da lui stesso portato avanti durante la sua vita, risiedeva nell’accettazione di alcuni eventi della propria esistenza, e di quel destino che spesso mette alla prova, e davanti al quale bisognerebbe reagire scansando le vicissitudini e continuando a vivere come lo si desidera. Lo stesso D’Annunzio, divorato dai debiti, riuscì a vivere come se nulla lo turbasse.
Poi c’è chi pensa che tutto ruoti intorno al “carpe diem”, al “qui e ora”, alla capacità di lasciare il segno del proprio passaggio, sempre, come in preda ad una “fame d’eternità”, inchinati ad una esistenza egoistica, strappata all’anonimato, con indosso una divisa di “fierezza e solitudine”.
Ed ancora c’è chi parla di opera d’arte nel vivere, coniugando “bontà, bellezza e beatitudine”. Semplice a dirsi, difficile a farsi.
In realtà c’è chi “per davvero”, ha vissuto la propria vita come un’opera d’arte e sono coloro che “inconsapevolmente” hanno lasciato il segno nella storia, nella propria storia, nella storia degli altri, nei ricordi di chi ha visto in loro la “vita ideale”, dettata da gesti non eroici, ma degni di nota, o vissuta all’ombra di un talento inequivocabile, indossato però con la naturalezza di chi sa che quel proprio fare, produce del bene, anche al di fuori della propria esistenza.
Di esempi se ne potrebbero fare parecchi, ed ognuno vedrà “una opera d’arte” lì dove riconosce qualcosa di simile al proprio vivere. Eppure ci sono casi eclatantemente simili ad opere d’arte e sono quelle di coloro che mai hanno considerato un percorso di felicità a discapito della felicità altrui, o coloro che oggettivamente sono stati un “esempio”, in diversi campi.
Mi vengono in mente tutte quelle persone – o personaggi – che hanno lasciato che il tempo scorresse, senza volerlo fermare ed ingabbiare, che si sono “arresi” allo scorrere, agli eventi, alla caducità del vivere ed hanno realizzato quel che potevano, come meglio potevano.
Madre Teresa di Calcutta, per esempio, e quella sua vita instancabile al servizio degli altri, sempre serena in mezzo a mille difficoltà, che spronava il mondo a non arrendersi mai. Lei, che pensava che “il male mette le radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore degli altri”, e poi quel suo Premio Nobel per la pace nel 1979.
O mi verrebbe da pensare a David Bowie, che non ha mai vissuto di cliché, che è sempre stato contro la società borghese e conservatrice, che ha smascherato l’ipocrisia tra idoli e fan. Lui, il simbolo del trasformismo, quindi contro ogni omologazione, che ha lasciato che fosse il suo ritratto, ad invecchiare, non il suo vivere. Lui, che ha il suo testamento lo ha inciso in un disco, forse proprio quando aveva più paure, e più nessuna certezza.
La vita come un’opera d’arte. Forse parlarne è più facile che realizzarla.
Certo è che sarebbe opportuno vivere senza rimpianti, ma con discrete dosi di pentimenti, mettendo l’arte in ogni piccolo gesto, con la capacità di godere sempre, ma nella giusta misura.
Forse la formula magica, è tutta qui.
Simona Stamellutti

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Ci sono differenti correnti che parlano di “vivere la vita come un’opera d’arte”. Le diverse correnti – per alcuni versi spiccatamente astratte – trovano una sorta di concretezza, in alcuni esempi viventi di persone che sono riuscite realmente a farlo.

C’è chi la pensa come Gabriele D’Annunzio, che esaltava profondamente il proprio “io”, inneggiava alla “perfezione” in ogni dettaglio del vivere, succhiando la vita sino al midollo, ed essendo padrone della propria esistenza. In realtà nell’era moderna questo pensiero è stato travisato, pensando che una vita, per essere “perfetta”, debba essere piena di agi, di lusso, di piaceri. Ed invece il pensiero di D’Annunzio, da lui stesso portato avanti durante la sua vita, risiedeva nell’accettazione di alcuni eventi della propria esistenza, e di quel destino che spesso mette alla prova, e davanti al quale bisognerebbe reagire scansando le vicissitudini e continuando a vivere come lo si desidera. Lo stesso D’Annunzio, divorato dai debiti, riuscì a vivere come se nulla lo turbasse.

Poi c’è chi pensa che tutto ruoti intorno al “carpe diem”, al “qui e ora”, alla capacità di lasciare il segno del proprio passaggio, sempre, come in preda ad una “fame d’eternità”, inchinati ad una esistenza egoistica, strappata all’anonimato, con indosso una divisa di “fierezza e solitudine”.

Ed ancora c’è chi parla di opera d’arte nel vivere, coniugando “bontà, bellezza e beatitudine”. Semplice a dirsi, difficile a farsi.

In realtà c’è chi “per davvero”, ha vissuto la propria vita come un’opera d’arte e sono coloro che “inconsapevolmente” hanno lasciato il segno nella storia, nella propria storia, nella storia degli altri, nei ricordi di chi ha visto in loro la “vita ideale”, dettata da gesti non eroici, ma degni di nota, o vissuta all’ombra di un talento inequivocabile, indossato però con la naturalezza di chi sa che quel proprio fare, produce del bene, anche al di fuori della propria esistenza.

Di esempi se ne potrebbero fare parecchi, ed ognuno vedrà “una opera d’arte” lì dove riconosce qualcosa di simile al proprio vivere. Eppure ci sono casi eclatantemente simili ad opere d’arte e sono quelle di coloro che mai hanno considerato un percorso di felicità a discapito della felicità altrui, o coloro che oggettivamente sono stati un “esempio”, in diversi campi.

Mi vengono in mente tutte quelle persone – o personaggi – che hanno lasciato che il tempo scorresse, senza volerlo fermare ed ingabbiare, che si sono “arresi” allo scorrere, agli eventi, alla caducità del vivere ed hanno realizzato quel che potevano, come meglio potevano.

Madre Teresa di Calcutta, per esempio, e quella sua vita instancabile al servizio degli altri, sempre serena in mezzo a mille difficoltà, che spronava il mondo a non arrendersi mai. Lei, che pensava che “il male mette le radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore degli altri”, e poi quel suo Premio Nobel per la pace nel 1979.

O mi verrebbe da pensare a David Bowie, che non ha mai vissuto di cliché, che è sempre stato contro la società borghese e conservatrice, che ha smascherato l’ipocrisia tra idoli e fan. Lui, il simbolo del trasformismo, quindi contro ogni omologazione, che ha lasciato che fosse il suo ritratto, ad invecchiare, non il suo vivere. Lui, che ha il suo testamento lo ha inciso in un disco, forse proprio quando aveva più paure, e più nessuna certezza.

La vita come un’opera d’arte. Forse parlarne è più facile che realizzarla.

Certo è che sarebbe opportuno vivere senza rimpianti, ma con discrete dosi di pentimenti, mettendo l’arte in ogni piccolo gesto, con la capacità di godere sempre, ma nella giusta misura.

Forse la formula magica, è tutta qui.

Simona Stamellutti

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Le parole che l’On. Sandro Bondi proferisce in aula, nel suo discorso sulle
Unioni Civili durante la discussione in senato del Ddl Cirinnà, non sono
passate certo inosservate. Il suo discorso, fatto con lungimiranza e
concretezza in 6 minuti ed una manciata di secondi, non solo è stato ricco
di spunti di riflessione, ma si è palesato come una analisi attenta sulla
delicata questione.
Sandro Bondi, che nasce come uomo di sinistra, e che sembra – da questo
suo discorso – aver conservato la logica, le idee e le ideologie di quella
sinistra alla quale è appartenuto in gioventù, regala riflessioni non solo
condivisibili, ma concrete ed “illuminanti”.
Parla di confronto, prima di ogni altra cosa, Bondi, e poi di “libertà di
coscienza”, da poter esternare in aula. Parla subito del disegno di legge,
dichiarandolo “non incostituzionale” e poi annuncia come lo stesso, “della
costituzione osservi la lettera, e lo spirito più profondo”.
“Il riconoscimento delle unioni civile – dice Bondi nel suo intervento –
abbatterà ogni forma di discriminazione per i cittadini italiani e porterà
l’Italia, ad essere un paese più moderno e più civile”.
Prende la parola come “cristiano”, l’On. Bondi, e si definisce un cristiano
con una discreta dose di dubbi, con tante domande senza risposte. Parla
di fede come dottrina non rassicurante, del dubbio come una porta sulla
coscienza, alla ricerca di un senso. Da cristiano lamenta una chiesa, che
nonostante le aperture di Papa Francesco, rimane ancora attardata su
posizioni che non si conciliano con una coscienza moderna.
Ammette poi che “l’arretratezza dell’Italia sul piano dei diritti e sulla
modernità, si spiega anche con il conservatorismo e con il clericalismo
politico di una parte della cultura cattolica”.
Parla poi del disegno di legge, e si esprime dichiarando che come sulle
questioni della bioetica – compreso il testamento biologico –  sia un dato
di fatto che “il parlamento faccia fatica a legiferare e quando lo fa,
produce delle leggi così condizionate dalle ideologie politiche e talvolta
dalle interferenze indebite della chiesa cattolica, che le stesse non
superano quasi mai l’esame della corte costituzionale”.
L’On. Bondi dichiara che – a suo avviso – “la coscienza del paese sia
cambiata profondamente e che l’influenza dell’attuale Papa sia destinata
a cambiare radicalmente la cultura cattolica in Italia”.
Si auspica poi che “il Parlamento approvi il disegno di legge, che è un
passo in avanti in questo momento, e che vi siano anche degli
emendamenti come quelli a firma dei senatori Lumia, Fedeli, Marcucci o
Pagliari, che possano migliorare il testo, stemperando contrapposizioni
che non rispecchiano la coscienza della maggioranza dei cittadini, anche
cattolici”.
Ma il passaggio fondamentale del suo discorso arriva sul finale, quando
l’On. Bondi, cambia anche il tono di voce ed in maniera incisiva si esprime
dicendo che “nessuno vuole mettere in discussione la famiglia
tradizionale, nessuno fa l’apologia dell’utero in affitto e nessuno vuole
aprire alla adozione anche per le coppie omosessuali senza regole e senza
limiti, poiché tutto questo fa parte di una abitudine perpetrata in Italia ad
estremizzare le posizioni mentre in questo momento, bisognerebbe aprirsi
al nuovo e trovare punti di incontro”.
“La famiglia come la conosciamo si sta trasformando, e sono convinto –
dice Bondi – che ciò che è importante è la civiltà dei rapporti che legano
due persone e i loro legami con i figli”.
“La vita reale manda in frantumi i nostri pregiudizi – continua – e le nostre
convizioni, e se anche i sacerdoti potessero sposarsi, comprenderebbero
meglio cosa sia una famiglia nel bene e nel male”.
“Anche in Italia, a breve – dice Bondi con convinzione – i matrimoni tra
persone dello stesso sesso e la possibilità di adottare i figli sarà un fatto
normale, e allora ci sarà chi come al solito farà mea culpa, tanti anni
dopo, ammettendo anche nella chiesa, di aver capito tardi, i cambiamenti
della società”.
“Coloro che hanno fede – conclude – hanno tutta la possibilità di mettere
in pratica le proprie convinzioni senza pretendere che essere valgano per
tutti. Al centro la coscienza personale, dunque,  ed i frutti che essa potrà
dare anche in ambito pubblico”.
Simona Stammelluti

Le parole che l’On. Sandro Bondi proferisce in aula, nel suo discorso sulle
Unioni Civili durante la discussione in senato del Ddl Cirinnà, non sono
passate certo inosservate. Il suo discorso, fatto con lungimiranza e
concretezza in 6 minuti ed una manciata di secondi, non solo è stato ricco
di spunti di riflessione, ma si è palesato come una analisi attenta sulla
delicata questione.
Sandro Bondi, che nasce come uomo di sinistra, e che sembra – da questo
suo discorso – aver conservato la logica, le idee e le ideologie di quella
sinistra alla quale è appartenuto in gioventù, regala riflessioni non solo
condivisibili, ma concrete ed “illuminanti”.
Parla di confronto, prima di ogni altra cosa, Bondi, e poi di “libertà di
coscienza”, da poter esternare in aula. Parla subito del disegno di legge,
dichiarandolo “non incostituzionale” e poi annuncia come lo stesso, “della
costituzione osservi la lettera, e lo spirito più profondo”.
“Il riconoscimento delle unioni civile – dice Bondi nel suo intervento –
abbatterà ogni forma di discriminazione per i cittadini italiani e porterà
l’Italia, ad essere un paese più moderno e più civile”.
Prende la parola come “cristiano”, l’On. Bondi, e si definisce un cristiano
con una discreta dose di dubbi, con tante domande senza risposte. Parla
di fede come dottrina non rassicurante, del dubbio come una porta sulla
coscienza, alla ricerca di un senso. Da cristiano lamenta una chiesa, che
nonostante le aperture di Papa Francesco, rimane ancora attardata su
posizioni che non si conciliano con una coscienza moderna.
Ammette poi che “l’arretratezza dell’Italia sul piano dei diritti e sulla
modernità, si spiega anche con il conservatorismo e con il clericalismo
politico di una parte della cultura cattolica”.
Parla poi del disegno di legge, e si esprime dichiarando che come sulle
questioni della bioetica – compreso il testamento biologico –  sia un dato
di fatto che “il parlamento faccia fatica a legiferare e quando lo fa,
produce delle leggi così condizionate dalle ideologie politiche e talvolta
dalle interferenze indebite della chiesa cattolica, che le stesse non
superano quasi mai l’esame della corte costituzionale”.
L’On. Bondi dichiara che – a suo avviso – “la coscienza del paese sia
cambiata profondamente e che l’influenza dell’attuale Papa sia destinata
a cambiare radicalmente la cultura cattolica in Italia”.
Si auspica poi che “il Parlamento approvi il disegno di legge, che è un
passo in avanti in questo momento, e che vi siano anche degli
emendamenti come quelli a firma dei senatori Lumia, Fedeli, Marcucci o
Pagliari, che possano migliorare il testo, stemperando contrapposizioni
che non rispecchiano la coscienza della maggioranza dei cittadini, anche
cattolici”.
Ma il passaggio fondamentale del suo discorso arriva sul finale, quando
l’On. Bondi, cambia anche il tono di voce ed in maniera incisiva si esprime
dicendo che “nessuno vuole mettere in discussione la famiglia
tradizionale, nessuno fa l’apologia dell’utero in affitto e nessuno vuole
aprire alla adozione anche per le coppie omosessuali senza regole e senza
limiti, poiché tutto questo fa parte di una abitudine perpetrata in Italia ad
estremizzare le posizioni mentre in questo momento, bisognerebbe aprirsi
al nuovo e trovare punti di incontro”.
“La famiglia come la conosciamo si sta trasformando, e sono convinto –
dice Bondi – che ciò che è importante è la civiltà dei rapporti che legano
due persone e i loro legami con i figli”.
“La vita reale manda in frantumi i nostri pregiudizi – continua – e le nostre
convizioni, e se anche i sacerdoti potessero sposarsi, comprenderebbero
meglio cosa sia una famiglia nel bene e nel male”.
“Anche in Italia, a breve – dice Bondi con convinzione – i matrimoni tra
persone dello stesso sesso e la possibilità di adottare i figli sarà un fatto
normale, e allora ci sarà chi come al solito farà mea culpa, tanti anni
dopo, ammettendo anche nella chiesa, di aver capito tardi, i cambiamenti
della società”.
“Coloro che hanno fede – conclude – hanno tutta la possibilità di mettere
in pratica le proprie convinzioni senza pretendere che essere valgano per
tutti. Al centro la coscienza personale, dunque,  ed i frutti che essa potrà
dare anche in ambito pubblico”.
Simona Stammelluti

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Le parole che l’On. Sandro Bondi proferisce in aula, nel suo discorso sulle
Unioni Civili durante la discussione in senato del Ddl Cirinnà, non sono
passate certo inosservate. Il suo discorso, fatto con lungimiranza e
concretezza in 6 minuti ed una manciata di secondi, non solo è stato ricco
di spunti di riflessione, ma si è palesato come una analisi attenta sulla
delicata questione.
Sandro Bondi, che nasce come uomo di sinistra, e che sembra – da questo
suo discorso – aver conservato la logica, le idee e le ideologie di quella
sinistra alla quale è appartenuto in gioventù, regala riflessioni non solo
condivisibili, ma concrete ed “illuminanti”.
Parla di confronto, prima di ogni altra cosa, Bondi, e poi di “libertà di
coscienza”, da poter esternare in aula. Parla subito del disegno di legge,
dichiarandolo “non incostituzionale” e poi annuncia come lo stesso, “della
costituzione osservi la lettera, e lo spirito più profondo”.
“Il riconoscimento delle unioni civile – dice Bondi nel suo intervento –
abbatterà ogni forma di discriminazione per i cittadini italiani e porterà
l’Italia, ad essere un paese più moderno e più civile”.
Prende la parola come “cristiano”, l’On. Bondi, e si definisce un cristiano
con una discreta dose di dubbi, con tante domande senza risposte. Parla
di fede come dottrina non rassicurante, del dubbio come una porta sulla
coscienza, alla ricerca di un senso. Da cristiano lamenta una chiesa, che
nonostante le aperture di Papa Francesco, rimane ancora attardata su
posizioni che non si conciliano con una coscienza moderna.
Ammette poi che “l’arretratezza dell’Italia sul piano dei diritti e sulla
modernità, si spiega anche con il conservatorismo e con il clericalismo
politico di una parte della cultura cattolica”.
Parla poi del disegno di legge, e si esprime dichiarando che come sulle
questioni della bioetica – compreso il testamento biologico –  sia un dato
di fatto che “il parlamento faccia fatica a legiferare e quando lo fa,
produce delle leggi così condizionate dalle ideologie politiche e talvolta
dalle interferenze indebite della chiesa cattolica, che le stesse non
superano quasi mai l’esame della corte costituzionale”.
L’On. Bondi dichiara che – a suo avviso – “la coscienza del paese sia
cambiata profondamente e che l’influenza dell’attuale Papa sia destinata
a cambiare radicalmente la cultura cattolica in Italia”.
Si auspica poi che “il Parlamento approvi il disegno di legge, che è un
passo in avanti in questo momento, e che vi siano anche degli
emendamenti come quelli a firma dei senatori Lumia, Fedeli, Marcucci o
Pagliari, che possano migliorare il testo, stemperando contrapposizioni
che non rispecchiano la coscienza della maggioranza dei cittadini, anche
cattolici”.
Ma il passaggio fondamentale del suo discorso arriva sul finale, quando
l’On. Bondi, cambia anche il tono di voce ed in maniera incisiva si esprime
dicendo che “nessuno vuole mettere in discussione la famiglia
tradizionale, nessuno fa l’apologia dell’utero in affitto e nessuno vuole
aprire alla adozione anche per le coppie omosessuali senza regole e senza
limiti, poiché tutto questo fa parte di una abitudine perpetrata in Italia ad
estremizzare le posizioni mentre in questo momento, bisognerebbe aprirsi
al nuovo e trovare punti di incontro”.
“La famiglia come la conosciamo si sta trasformando, e sono convinto –
dice Bondi – che ciò che è importante è la civiltà dei rapporti che legano
due persone e i loro legami con i figli”.
“La vita reale manda in frantumi i nostri pregiudizi – continua – e le nostre
convizioni, e se anche i sacerdoti potessero sposarsi, comprenderebbero
meglio cosa sia una famiglia nel bene e nel male”.
“Anche in Italia, a breve – dice Bondi con convinzione – i matrimoni tra
persone dello stesso sesso e la possibilità di adottare i figli sarà un fatto
normale, e allora ci sarà chi come al solito farà mea culpa, tanti anni
dopo, ammettendo anche nella chiesa, di aver capito tardi, i cambiamenti
della società”.
“Coloro che hanno fede – conclude – hanno tutta la possibilità di mettere
in pratica le proprie convinzioni senza pretendere che essere valgano per
tutti. Al centro la coscienza personale, dunque,  ed i frutti che essa potrà
dare anche in ambito pubblico”.
Simona Stammelluti

Le parole che l’On. Sandro Bondi proferisce in aula, nel suo discorso sulle
Unioni Civili durante la discussione in senato del Ddl Cirinnà, non sono
passate certo inosservate. Il suo discorso, fatto con lungimiranza e
concretezza in 6 minuti ed una manciata di secondi, non solo è stato ricco
di spunti di riflessione, ma si è palesato come una analisi attenta sulla
delicata questione.
Sandro Bondi, che nasce come uomo di sinistra, e che sembra – da questo
suo discorso – aver conservato la logica, le idee e le ideologie di quella
sinistra alla quale è appartenuto in gioventù, regala riflessioni non solo
condivisibili, ma concrete ed “illuminanti”.
Parla di confronto, prima di ogni altra cosa, Bondi, e poi di “libertà di
coscienza”, da poter esternare in aula. Parla subito del disegno di legge,
dichiarandolo “non incostituzionale” e poi annuncia come lo stesso, “della
costituzione osservi la lettera, e lo spirito più profondo”.
“Il riconoscimento delle unioni civile – dice Bondi nel suo intervento –
abbatterà ogni forma di discriminazione per i cittadini italiani e porterà
l’Italia, ad essere un paese più moderno e più civile”.
Prende la parola come “cristiano”, l’On. Bondi, e si definisce un cristiano
con una discreta dose di dubbi, con tante domande senza risposte. Parla
di fede come dottrina non rassicurante, del dubbio come una porta sulla
coscienza, alla ricerca di un senso. Da cristiano lamenta una chiesa, che
nonostante le aperture di Papa Francesco, rimane ancora attardata su
posizioni che non si conciliano con una coscienza moderna.
Ammette poi che “l’arretratezza dell’Italia sul piano dei diritti e sulla
modernità, si spiega anche con il conservatorismo e con il clericalismo
politico di una parte della cultura cattolica”.
Parla poi del disegno di legge, e si esprime dichiarando che come sulle
questioni della bioetica – compreso il testamento biologico –  sia un dato
di fatto che “il parlamento faccia fatica a legiferare e quando lo fa,
produce delle leggi così condizionate dalle ideologie politiche e talvolta
dalle interferenze indebite della chiesa cattolica, che le stesse non
superano quasi mai l’esame della corte costituzionale”.
L’On. Bondi dichiara che – a suo avviso – “la coscienza del paese sia
cambiata profondamente e che l’influenza dell’attuale Papa sia destinata
a cambiare radicalmente la cultura cattolica in Italia”.
Si auspica poi che “il Parlamento approvi il disegno di legge, che è un
passo in avanti in questo momento, e che vi siano anche degli
emendamenti come quelli a firma dei senatori Lumia, Fedeli, Marcucci o
Pagliari, che possano migliorare il testo, stemperando contrapposizioni
che non rispecchiano la coscienza della maggioranza dei cittadini, anche
cattolici”.
Ma il passaggio fondamentale del suo discorso arriva sul finale, quando
l’On. Bondi, cambia anche il tono di voce ed in maniera incisiva si esprime
dicendo che “nessuno vuole mettere in discussione la famiglia
tradizionale, nessuno fa l’apologia dell’utero in affitto e nessuno vuole
aprire alla adozione anche per le coppie omosessuali senza regole e senza
limiti, poiché tutto questo fa parte di una abitudine perpetrata in Italia ad
estremizzare le posizioni mentre in questo momento, bisognerebbe aprirsi
al nuovo e trovare punti di incontro”.
“La famiglia come la conosciamo si sta trasformando, e sono convinto –
dice Bondi – che ciò che è importante è la civiltà dei rapporti che legano
due persone e i loro legami con i figli”.
“La vita reale manda in frantumi i nostri pregiudizi – continua – e le nostre
convizioni, e se anche i sacerdoti potessero sposarsi, comprenderebbero
meglio cosa sia una famiglia nel bene e nel male”.
“Anche in Italia, a breve – dice Bondi con convinzione – i matrimoni tra
persone dello stesso sesso e la possibilità di adottare i figli sarà un fatto
normale, e allora ci sarà chi come al solito farà mea culpa, tanti anni
dopo, ammettendo anche nella chiesa, di aver capito tardi, i cambiamenti
della società”.
“Coloro che hanno fede – conclude – hanno tutta la possibilità di mettere
in pratica le proprie convinzioni senza pretendere che essere valgano per
tutti. Al centro la coscienza personale, dunque,  ed i frutti che essa potrà
dare anche in ambito pubblico”.
Simona Stammelluti

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Si chiama Zika, il nuovo virus che si diffonde in maniera veloce ed ampia, e che preoccupa il mondo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, sta già pensando di dichiarare lo stato di emergenza, dopo che il virus “Zika”, si sta diffondendo in maniera esplosiva nelle americhe, e pertanto il Comitato di emergenza, si riunirà il prossimo 1° febbraio a Ginevra, per fare il punto della situazione.

Sono migliaia i casi di “microcefalie fetali” che si sono registrati in Brasile, e durante la riunione del prossimo lunedì si deciderà se dichiarare o meno una emergenza sanitaria internazionale.

Zika, preoccupa moltissimo sia la Russia che gli Stati Uniti, tanto che Putin ha chiesto al ministro della salute di prestare la massima allerta sull’eventualità che dal sud America, il virus possa arrivare in Russia.

Lo stesso Putin, avrebbe dichiarato che “se anche le zanzare non potranno volare sull’oceano, le persone infette lo potrebbero fare tutti i giorni, e magari lo stanno già facendo”. Il leader del Cremlino, ha anche precisato che “il virus è già apparso in Europa”.

Barak Obama, dal canto suo, sta premendo affinché si ci velocizzi nella ricerca per una diagnosi precoce del contagio dal virus Zika, che si lavori sulla prevenire e soprattutto che si trovi quanto prima la cura per l’infezione che dal virus, sta derivando.

Dalla Casa Bianca Obama annuncia che “tutti dovrebbero al più presto essere informati sul virus e su come difendersi”.

Ma le parole più crude e sconfortanti arrivano dal sud America, dal ministro della Salute brasiliano, Marcelo Castro che dichiara che “il Paese sta perdendo la battaglia contro il virus Zika”, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha prontamente ribattuto che “non è così”.

Botta e risposta dunque, tra ministro e organizzazione, che creano ancor più caos di quello che già regna in questo momento di altissima allerta.

Fatto sta che ad oggi, in Brasile sono 4.000 i neonati affetti da microcefalia, gravissima patologia genetica, che vede la nascita di bambini privi della calotta cranica, nati da madri che erano state infettate dal virus.

Le polemiche sono arrivate subito, dopo che un giudice avrebbe autorizzato l’aborto in caso di gravi malformazioni del feto, considerato che in Brasile l’aborto è illegale e pertanto questa decisione ha provocato la reazione del “Movimento Brasile senza aborto”.

La realtà è che in Europa, adesso, cresce vertiginosamente la paura di contagio generale, dopo che sono stati registrati i primi casi di infezione da virus Zika in Gran Bretagna, Spagna e Italia, su soggetti che rientravano dalle zone colpite dal virus.

E allora si aspetta il prossimo lunedì 1° febbraio, per sapere quanto grave è questa situazione, e soprattutto cosa sarà più giusto e saggio agire.

Simona Stammelluti

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Si chiama Zika, il nuovo virus che si diffonde in maniera veloce ed ampia, e che preoccupa il mondo.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, sta già pensando di dichiarare lo stato di emergenza, dopo che il virus “Zika”, si sta diffondendo in maniera esplosiva nelle americhe, e pertanto il Comitato di emergenza, si riunirà il prossimo 1° febbraio a Ginevra, per fare il punto della situazione.
Sono migliaia i casi di “microcefalie fetali” che si sono registrati in Brasile, e durante la riunione del prossimo lunedì si deciderà se dichiarare o meno una emergenza sanitaria internazionale.
Zika, preoccupa moltissimo sia la Russia che gli Stati Uniti, tanto che Putin ha chiesto al ministro della salute di prestare la massima allerta sull’eventualità che dal sud America, il virus possa arrivare in Russia.
Lo stesso Putin, avrebbe dichiarato che “se anche le zanzare non potranno volare sull’oceano, le persone infette lo potrebbero fare tutti i giorni, e magari lo stanno già facendo”. Il leader del Cremlino, ha anche precisato che “il virus è già apparso in Europa”.
Barak Obama, dal canto suo, sta premendo affinché si ci velocizzi nella ricerca per una diagnosi precoce del contagio dal virus Zika, che si lavori sulla prevenire e soprattutto che si trovi quanto prima la cura per l’infezione che dal virus, sta derivando.
Dalla Casa Bianca Obama annuncia che “tutti dovrebbero al più presto essere informati sul virus e su come difendersi”.
Ma le parole più crude e sconfortanti arrivano dal sud America, dal ministro della Salute brasiliano, Marcelo Castro che dichiara che “il Paese sta perdendo la battaglia contro il virus Zika”, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha prontamente ribattuto che “non è così”.
Botta e risposta dunque, tra ministro e organizzazione, che creano ancor più caos di quello che già regna in questo momento di altissima allerta.
Fatto sta che ad oggi, in Brasile sono 4.000 i neonati affetti da microcefalia, gravissima patologia genetica, che vede la nascita di bambini privi della calotta cranica, nati da madri che erano state infettate dal virus.
Le polemiche sono arrivate subito, dopo che un giudice avrebbe autorizzato l’aborto in caso di gravi malformazioni del feto, considerato che in Brasile l’aborto è illegale e pertanto questa decisione ha provocato la reazione del “Movimento Brasile senza aborto”.
La realtà è che in Europa, adesso, cresce vertiginosamente la paura di contagio generale, dopo che sono stati registrati i primi casi di infezione da virus Zika in Gran Bretagna, Spagna e Italia, su soggetti che rientravano dalle zone colpite dal virus.
E allora si aspetta il prossimo lunedì 1° febbraio, per sapere quanto grave è questa situazione, e soprattutto cosa sarà più giusto e saggio agire.
Simona Stammelluti

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A pochi giorni dal Family Day che si svolgerà a Roma il prossimo 30 gennaio, una ragazza come tante altre, dichiara pubblicamente di essere omosessuale e questa sua affermazione, diventa notizia.
Forse la notizia deriva dal fatto che la ragazza in questione non è proprio una ragazza qualunque, considerato che porta un cognome ormai noto a tutti, essendo la figlia di Massimiliano Latorre, il marò la cui vicenda è ormai da anni nota a tutti.
Avere 22 anni e dichiarare pubblicamente di essere gay, a pochi giorni dal “Family Day” – manifestazione contro le unioni civili – suona un po’ come una provocazione, come un voler dare il proprio contributo ad una vicenda che di spicciolo non ha proprio nulla.
“Ho deciso di fare questo passo non per pubblicità, anzi forse è la cosa di cui ho meno bisogno, ma perché voglio dare forza a quelle persone che hanno paura di mostrarsi per timore delle polemiche, degli insulti e delle conseguenze di un coming out”, scrive la giovane nella sua lettera, resa poi pubbica attraverso i social network.
La ragazza prima scrive, e poi chiede ai giornali di non dire nulla, per non sollevare problematiche con suo padre.
Appare come una ragazzetta ingenua, Giulia Latorre, ma forse non lo è così tanto, considerato che la stessa, si è espressa anche in merito alla questione adozione, per le coppie gay e usa parole come queste: “a mio avviso ci sarebbe più amore nelle coppie gay che crescono un bambino, che in una coppia etero”. E sul finale delle sue riflessioni a scena aperta, Giulia Latorre dichiara che “il mondo fa veramente schifo”.
Se la mia o la vostra vicina di casa, avesse fatto queste affermazioni, non sarebbe finta certo sui giornali, ma la signorina Latorre, sì.
La questione come sempre diventa virale, quando c’è odore di scoop, ma la faccenda è seria abbastanza perché in gioco ci sono i “diritti di tutti”.
Family Day e legge sulle unioni civile, sembra dividere un popolo che prova a dire la sua, esprimendo le proprie opinioni anche in maniera accesa, ma che poi continua la propria vita, facendo i conti con le problematiche di sempre.
Polemiche, tensioni, scontri, dibattiti.
Chi sostiene la famiglia “tradizionale” e chi la “nuova famiglia”.
I favorevoli al ddl Cirinnà e quelli contrari.
C’è chi attacca e chi difende.
L’aggettivo “tradizionale”, cosa reca in se? Perché spesso si spacciano cose per tradizionali, ma in realtà di “tradizione” hanno ben poco.
Ma soprattutto la scelta dei “diritti per tutti”, in teoria non toglierebbe nulla alle cosiddette famiglie cattoliche tradizionali, quelle sposate in chiesa, per intenderci.
Che poi le unioni civili non sono solo quelle tra uomini e donne dello stesso sesso, ma anche tra tutti coloro che scelgono di stare insieme senza ricorrere all’istituzione del matrimonio. Perché sono tantissime le coppie eterosessuali che convivono e si riproducono e vorrebbero una maggiore tutela.
Le esasperazioni in occasioni come queste sono sempre a portata di mano, servite fresche di giornata.
Ovvi alcuni schieramenti sia a favore del Family Day, che contrari. La risposta resta sempre nella libertà di scegliere, a prescindere dai proprio gusti sessuali, ma nel rispetto di una condizione di diritto, che dovrebbe spettare a tutti.
La famiglia resta il fulcro trainante di una società. Resta solo da capire se il termine “famiglia” possa essere usato da tutti coloro che amandosi, decidono di divenire un nucleo, avendo i diritti che spetterebbero a tutti.
Divide moltissimo la questione adozione di bambini per le coppie omosessuali. Siamo solo troppo abituati a sentire parlare di una mamma e di un papà, o per davvero ci potrebbero essere delle problematiche anche psicologiche per i figli di queste coppie? Certo, le opinioni non fanno la storia e le leggi servono proprio a regolamentare questioni che, in caso contrario, rischierebbero di ledere libertà e dignità.
A “giudicare” una coppia gay, non c’è riuscito neanche Papa Francesco, e forse guardare il presepe aiuterebbe a capire che anche Maria e Giuseppe, con un bambinello che era solo di Maria, erano una coppia di fatto, moderna più che mai.
Giulia Latorre ha affermato di essere gay e ha fatto notizia, io non lo sono, e la notizia la scrivo. Trovate le differenze … se ce ne sono.
Simona Stammelluti

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Il presidente iraniano Hassan Rouhan è in visita al Campidoglio, per un incontro con il premier Matteo Renzi, e per questa occasione alcune statue di nudi dei Musei Capitolini sono state “censurate”, relegate dietro pannelli bianchi, che hanno coperto tutti e quattro i lati delle stesse.
Sembrerebbe che questa scelta sia stata fatta come forma di rispetto nei confronti della cultura e della sensibilità iraniana, considerato che anche durante le cerimonie istituzionali tutto è stato fatto in maniera “rispettosa” delle usanze dell’ospite, e pertanto durante il banchetto, non è stato servito neanche il vino.
Così Matteo Renzi si “inchina” ad Hassan Rouhan, e decide di non mettere in difficoltà neanche i media che hanno seguito il viaggio diplomatico del presidente iraniano in Italia, che prima di incontrare il premier, ha avuto un incontro al Quirinale con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Con questo incontro si siglano nuovamente i rapporti tra Italia ed Iran, dopo la delicata questione dell’accordo sul nucleare. Rapporti che dovranno tener presente tutte le problematiche attuali, comprese la lotta all’Isis e le faccende economiche che contemplano gli interessi delle aziende italiane.
Un eccesso di pudore, dunque, nella scelta di “inscatolare” le statue di nudo all’interno dei Musei Capitolini, ma forse i rapporti diplomatici, valgono più di un’opera d’arte.
Simona Stammelluti
Foto ANSA

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Quando entri in una sala cinematografica, per vedere un film su un personaggio famoso a livello mondiale – sul quale ti sei già abbondantemente fatto un’idea – pensi a cosa avranno mai scovato, per sorprendere lo spettatore.
Un film “Steve Jobs”, scritto da Danny Boyle che a primo acchito sembra il racconto della straordinaria carriera del fondatore della Apple scomparso prematuramente, 5 anni fa. In realtà il film – scritto e diretto in maniera impeccabile – vede come protagonista un eccellente Michael Fassbender, attore irlandese, classe 1977, e racconta molto di più di una carriera.
Racconta prima di tutto un carattere, un temperamento, la capacità di Steve Jobs di “essere” a discapito di quello che gli altri pensavano che lui fosse, ma soprattutto è un film che racconta senza troppi sentimentalismi, di rapporti umani. Rapporti solidi, meno solidi, di amicizia, di stima, e poi ancora rapporti tra un genitore ed una figlia, tra un uomo e una donna che sa stare al suo fianco, malgrado tutto, mentre tra di loro si consuma una intera vita, senza che nessuno dei due ceda mai ad una parentesi di intimità.
A fianco di Fassbender, candidato all’Oscar 2016 come miglior attore protagonista, proprio per la sua interpretazione nel film “Steve Jobs”, vi è una impeccabile Kate Winslet, ben lontana dalle sue precedenti interpretazioni, che sembra essere arrivata alla giusta maturazione artistica, per divenire Joanna Hoffman, una credibile donna in carriera, una manager tutta d’un pezzo che si occupa di marketing, una creatura instancabile, che non si lascia impressionare dalla bravura dell’uomo per il quale lavora, e che sa tirar fuori al momento giusto tutto il carattere che serve, per tenere testa non solo a lui, ma anche alle situazioni che spesso si manifestano in tutta la propria drammaticità.
Una sceneggiatura incredibile, scritta ad un ritmo serrato da Aaron Sorkin, che permette allo spettatore di sentirsi parte delle scene, dei dialoghi, come se tutto si consumasse attorno ad un “one to one”, come se il protagonista potesse interagire con ognuno degli spettatori.
Il film non fa nessun accenno alla malattia di Steve Jobs e questo lo rende ancor più di qualità, perché non si serve della parte drammatica della vita di un uomo potente, quale è stato in vita, per emozionare, o per commuovere. Perché questo film sa anche commuovere in alcuni delicati e profondi passaggi e l’unico familiare messo sulla scena, è sua figlia Lisa, che in diverse età, ma col medesimo carattere, salva il rapporto con suo padre, malgrado lui voglia inconsapevolmente sabotarlo, per non fare i conti con responsabilità e sofferenza che deriva dai rapporti importanti. E cosi si comporta come se quel ruolo genitoriale non “fosse importante” quanto la sua carriera, fin quando scopre, invece, che quel rapporto non solo è importante ma è anche “fondamentale” per il proseguo della sua carriera e della sua stessa esistenza.
Durante la visione del film assai dinamico, si assiste a tutto ciò che accade dietro le quinte del lancio di tre dei suoi più famosi prodotti, a quel che si sussegue quando Jobs va via dalla Apple, per poi farvi ritorno nei panni dell’unico uomo che può salvare l’azienda.
E’ un film girato in “presa diretta”, che mette in evidenza ed amplifica al massimo l’atmosfera stressante vissuta dal protagonista e da tutti coloro che gravitano intorno al suo ruolo di uomo potente e capace, oltre che all’uomo egocentrico, detestabile, con un carattere spesso intollerabile per chi lavorava con lui. Perché lavorare con Steve Jobs significava fare i conti giorno dopo giorno con un uomo che pensava che “tutto ciò che conta è avere il controllo”, che si sentiva colui che “suona un’orchestra”, che sapeva che nessuno poteva vedere il mondo come lo vedeva lui. Un uomo a cui non interessava se gli altri pensassero che fosse fatto male, o se lo detestassero.
Perché in fondo la verità era che anche se gli altri provavano a detestarlo, non ci riuscivano, perché l’esclusività di ciò che quell’uomo in vita fu – e non solo il ruolo che aveva assunto a livello mondiale – era più forte di ogni rancore o di ogni diatriba intavolata.
E’ senza dubbio un film astuto, scritto con cognizione e con la scelta giusta di un attore protagonista che ha saputo dare il giusto senso ad un ruolo, che ha saputo recitare alla perfezione tutti i rapporti instaurati da Jobs con le persone che avevano fatto parte della sua vita; dal suo compagno di liceo, con il quale aveva messo a punto la primissima idea, ai giornalisti, ai soci, all’amministratore delegato, alla donna che lo aveva assistito in ogni sfumatura della sua carriera e della sua vita, rendendolo un uomo migliore, fino al rapporto con sua figlia.
I dialoghi nei film sono tutti “credibili”, e viene anche il dubbio che ci sia una discreta dose di improvvisazione, in alcuni di essi, come se i protagonisti stessero pensando quelle cose, in quel preciso momento.
Un film che – inserito in quello che è oggi il nostro stile di vita – incoraggia una forte ammirazione per Steve Jobs, oltre ad un senso di gratitudine per tutto quello che ha realizzato attraverso la sua intelligenza ed il suo talento. Ma al contempo rappresenta un momento per guardare da vicino il carisma di un uomo che aveva anche qualche rimpianto, oltre a una dose di emotività da tenere sempre sotto controllo, affinché per il mondo intero fosse solo il grande ed immenso “Steve Jobs”.
Senza voler svelare troppo del film, mi viene da regalare una piccola curiosità che questa pellicola racconta. L’I-pod Jobs lo inventa, perché stanco di vedere sua figlia ormai diciannovenne, continuare ad andare in giro con un mangiacassette ingombrante, e così le regala l’idea – poi divenuta realtà – di poter portare con se, in tasca mille brani tutti insieme. Quella sua figlia, Lisa, che amava Joni Mitchell e quelle due versione di un pezzo che se però volete sapere qual è, dovete andare a vedere il film.
Simona Stammelluti