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Nell’aria c’è molto scetticismo circa il significato di questo giorno, nella cui data ricorre l’anniversario della famosa dichiarazione di Schuman, nel maggio del 1950

Era il 9 maggio del 1950 quando Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese proponeva la creazione di una comunità europea, i cui membri avrebbero messo “in comune” la produzione del carbone e dell’acciaio. Quella che all’epoca fu la CECA di cui facevano parte  Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto poi a quella che oggi prende il nome di “Unione europea”.

Il senso in origine era mettere in comune gli interessi economici, così da innalzare i livelli di vita, facendo il primo passo verso un’Europa più unita.

E così nel 9 maggio di ogni anno, da allora, le istituzioni dell’Unione Europea, celebrano la festa dell’Europa, aprendo al grande pubblico le porte delle sedi di Bruxelles e di Strasburgo.

Gli uffici locali dell’UE in Europa e nel resto del mondo organizzano una serie di attività ed eventi per un pubblico di tutte le età.

Ogni anno migliaia di persone partecipano a visite, dibattiti, concerti e altri eventi organizzati per l’occasione e per avvicinare i cittadini all’UE.

La giornata dell’Europa diviene così l’occasione giusta per organizzare eventi mirati ad avvicinare i cittadini all’idea di Europa unita, per educare gli studenti ai temi della cittadinanza europea e a ciò che questo oggi significa, in termini di opportunità e di diritti riconosciuti. E poi ancora per sottolineare la necessità di una convivenza europea priva di ogni forma di violenza, di guerra, di atti di terrorismo.

In questo giorno vengono promossi ed incentivati i servizi di volontariato, nonché progetti di sviluppo locale in posti diversi da quelli nei quali si vive. Le proposte sono tutte nobili, affinché questa festa dell’Europa, sia un contributo al dialogo con le istituzioni europee sulle politiche dell’Unione, in particolare in ambiti come la famiglia, lo sviluppo sostenibile, l’economia, il ruolo dell’UE nel mondo ed anche l’accoglienza di immigrati e rifugiati.

Eppure, malgrado questi  nobili principi c’è aria di scetticismo, considerato che un italiano su due, non si sente europeo. Il 50 % di cittadini che si sono sottoposti al sondaggio si sono così espressi e questo dato fa riflettere, considerato che la risposta si dipana su due differenti motivazioni. Una parte degli intervistati dichiara di non sentirti “attaccato” all’Unione Europea, gli altri sostengono di non sapere neanche come funzioni, l’UE. Sembra dunque che l’idea di Europa comune si stia affievolendo sia nelle menti che nei cuori degli italiani, mentre sale la preoccupazione per la sempre maggiore immigrazione, tant’è che rispetto alla media europea – che si attesta intorno al 65% – solo il 42% degli italiani dichiara di essere favorevole a che si fornisca assistenza ai rifugiati, mentre il restante 48% è assolutamente contrario.

Forse un vero lavoro di aggregazione e di integrazione sociale, contro un tentativo di disfattismo e di antieuropeismo, andrebbe irrobustito e promosso nelle scuole, che restano il primo e concreto ambiente di integrazione sociale, dove la pratica della differenza, va gestita partendo dai valori e dagli intrecci sia culturali che linguistici.

Socializzazione tuttavia significa non solo apertura, ma anche ricerca di somiglianze, di conferme, di similitudini di gusto, di sensibilità, di storia personale.

Le persone cercano nel contatto non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia reciproca, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili e quindi amichevoli e fruttuosi.

Gli scettici contro l’europeismo sono in crescita. Sono quelli che criticano con forza la mancata coesione, il disimpegno su problematiche come l’immigrazione o il potere della moneta, o l’utilizzo dei fondi europei per i progetti delle regioni italiane. Una sorta di malumore mediterraneo.

Eppure nel processo di secolarizzazione che ha investito le società occidentali, la vita sociale è andata incontro a un doppio processo di diminuzione e al tempo stesso d’intensificazione del senso di appartenenza. Accanto allo stile di vita individualistico e secolarizzato è cresciuto anche il grado di coinvolgimento in forme di associazione neo-identitarie. Alla realizzazione di sé nel lavoro e all’evasione edonistica si è unito il bisogno di perseguire obiettivi nei quali l’individuo si possa sentire risolto in identità più collettive e comunitarie, sia pure nei limiti di una mentalità individualistica.

La speranza è dunque che vi sia un rinnovato bisogno di appartenenza a qualcosa di “grande” e “comune”, generando un equilibrio tra libertà e conservatorismo comunitario. E se l’Europa saprà rielaborare una nuova sintesi, potrà sopravvivere ad eventi e scetticismo.

Simona Stammelluti

L’ultimo giorno di aprile, dedicato al Jazz, con una giornata fortemente voluta dall’Unesco come riconoscimento ad uno dei generi musicali  più affascinanti che si conoscano

Bisogna conoscerlo ed amarlo, il jazz, per poterlo raccontare. Solo così si può senza fatica, comunicarne lo spirito più profondo ed intenso. Si pensa al jazz come “in bianco e nero”, con il volto di Miles Davis e il piglio di Thelonious Monk, la simpatia di Louis Armstrong, la perfezione di Billie Holiday, ma anche la raffinata, intensa, straziante affinità con l’anima di Bill Evans, o il fascino inimitabile di Chet Baker.
Quel jazz che nasce nei locali, sulle tavole di legno, sui palcoscenici o negli alberghi, nei club, nei backstage, nei camerini, per poi divenire dirompente in posti divenuti storici come il Village Vanguard di New York City.
Un genere musicale, il jazz, che vive di radicate contraddizioni, ma che sa essere una dimensione talmente accogliente che quando ci entri, poi, non ne vuoi uscire più.  Il jazz come un vero e proprio modo di pensare, che sa essere al contempo rigoroso ed anarchico, popolare ma colto, disciplinato e ribelle, moderno, ma con radici profonde, ma soprattutto libero e stracolmo di stili. Un genere dove la tecnica cede il passo all’improvvisazione, per poi ritornare nel tema, attraverso un progressivo excursus in poliritmie e progressioni armoniche.
Ma questo genere musicale che ancora oggi viene definito di nicchia, è contaminazione, mescolanza, improvvisazione e intrattenimento…é un abbraccio alla memoria.
È la musica di tutti e per tutti e chi non la ama e non l’ascolta, non sa cosa si perde.
Da musicista, figlia di un chitarrista jazz, proprio non potrei vivere senza quella musica che bussa da sempre alla porta delle mie emozioni, e alla quale spalanco con entusiasmo il mio “piacere”.
International Jazz Day…un 30 aprile nel quale festeggiare le virtù del jazz come strumento educativo, come forza di pace, unità e dialogo. Un giorno per essere più civili, per promuovere la musica, per apprezzarla, sempre meglio o “solo un po’ di più”.
Un’iniziativa mondiale, che possa servire a realizzare una società migliore, nella quale la musica sia per tutti un mezzo di comunicazione, di educazione ed una veicolo di pace. Ed è questo il mondo che vogliamo.
Il jazz, come forma più alta della voglia di restituire un significato forte alla parola “libertà”.
C’è chi sostiene che questo sia”un giorno che diventa inutile, perché ormai suonano tutti, anche chi non ne è capace”. Ma la musica ha sempre un senso, anche quando a farla o a “provarla a fare”, siano persone che non necessariamente appartengono alla categoria dei professionisti. E sinceramente in un giorno “dedicato” alla musica, questo senso di “condivisione” diventa il fulcro del significato per il quale questo giorno è stato istituito dall’Unesco.
Che poi i professionisti debbano fare i professionisti e i dilettanti debbano aver consapevolezza dei propri limiti, resta un fondamento del saper vivere.
Il jazz avvicina i popoli e le culture del mondo, abbattendo le barriere di razza, religione, classe sociale.
Il jazz…il suono di un battito sincopato, di un suono sospeso, di un sorriso improvviso.
30 aprile, International Jazz Day: Oggi in tutto il mondo si festeggia il jazz con omaggi, concerti e festival e allora basterà lasciare liberi i sensi e mescolare i tempi.
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Simona Stammelluti

C’era una volta…Prince

foto di Max Pucciarello

Sembra essere un anno nefasto, questo 2016, per la musica mondiale, per generazioni intere che hanno vissuto gli anni migliori della propria esistenza, scanditi da vere e proprie colonne sonore, che, solo a pensarlo che ad oggi gli autori non ci siano più, vien proprio da piangere.

Natalie Cole, David Bowie, Glen Flay degli Eagles, Paul Kantner dei Jefferson Airplaine, Maurice White degli Eart, Wind & Fire e poi lui…Prince. La notizia è solo di un giorno fa. Tutti pensano ad una bufala ed invece è tutto vero. Si scopre poco dopo che i media hanno dato la notizia della sua scomparsa, che a stroncare il re del pop mondiale è stata, presumibilmente, una dose massiccia di oppiacei.

Immagino l’espressione e lo sgomento di chi ha scoperto il corpo del cantante nell’ascensore degli Studios dove il cantante registrava. Lo sgomento e l’impossibilità di sottrarsi alla responsabilità di dare quella notizia, che poi è divenuta di dominio pubblico ed in poche ore ha fatto il giro del mondo, mandando al tappeto l’animo di tutti coloro che lo hanno incoronato icona, ed anche di chi magari, almeno una volta nella vita, si era imbattuto in uno dei suoi maggiori successi.

C’era una volta, Prince.

Oggi non c’è più colui che calcava le scene, in spettacoli che erano un vero e proprio tripudio di geniale versatilità, creatività e alla continua ricerca di qualcosa di fantasmagorico che potesse soddisfare se stesso, prima ancora che il suo pubblico.

Difficile tracciare un profilo su un artista che ha venduto milioni di dischi, che ha fatto la guerra alle major, che ha cambiato tanti nomi e che alla fine, muore perché lontano dalle droghe non riesce proprio a stare. Perché sempre più spesso ormai ci si domanda perché si resta schiacciati sotto il peso delle dipendenze, proprio quando la vita ti concede tutto o forse troppo. E se il quel “troppo” c’è la risposta, è anche vero che non è per tutti, essere un’icona, oltre a tutto quello che quel ruolo comporta.

Definirlo artisticamente potrebbe sembrare facile, considerato che da un figlio di jazzisti, non ci si aspetta proprio che diventi uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Musicista, cantante, attore, produttore, che ha “cavalcato” tutti i generi musicali: il calore del soul, l’irruenza del rock, la sensualità del funky. Tutto contaminando, scrivendo vere e proprie “formule musicali”, sperimentando la fusione del rock con la black music. Tutto era “spettacolare”, spesso trasgressivo, condizioni che potevano appartenere solo ad un “affamato” di musica, ad un irrequieto ma al contempo creativo. Attraverso la sua musica ha parlato alle masse. Ha parlato di sesso e di libertà, di ribellione.

Era senza dubbio un personaggio estremamente egocentrico, un anarchico, un megalomane, a tratti “profetico”. E tutto questo si esalta attraverso quel suo desiderio di cambiare nome spesso, per poi restare però per tutti sempre e solo Prince, quello di “purple rain”, di “when doves cry”, di “cream”.

C’era una volta, Prince.

Il genio di Minneapolis, il polistrumentista che scriveva, suonava ed arraggiava “da solo” tutti i suoi pezzi. Lo stesso che durante i suoi concerti dava largo spazio però ai suoi musicisti e alle coriste. Prince, il genio che si è sempre, sempre, sempre rinnovato nel tempo senza mai snaturalizzare la sua natura.

“Slive” si dipinse sul volto per un periodo di grande ribellione, mentre difficile è contare le sue tante e tormentate storie d’amore, che però facevano parte del suo essere “un mito”. Un mito schivo, che rifuggiva le occasioni pubbliche, le interviste dei media, tanto che ci fu un gran vociare sulla sua mancata partecipazione alla registrazione di “we are the world” dove furono presenti tutte le star americane di quel periodo storico.

Ci fu un grande jazzista che si interessò al “fenomeno” Prince, e che ebbe a paragonarlo anche all’immenso Duke Ellington. Questi fu Miles Davis, genio anch’egli della musica del 900. E che ci fosse una vena jazz, nella genialità di Prince non lo si può certo escludere, considerato che ogni forma di contaminazione conduce ad un trampolino dal quale ci si lancia in una sorta di bolla di improvvisazione, che quando poi si rompe, restituisce i frammenti di un bel viaggio fatto in lungo e in largo nelle armonie da collezionare.

Ha collezionato tanto, Prince, nella sua vita e nella sua carriera e dunque una bella storia, attraverso la sua musica, ricomincia oggi, dopo un giorno di lutto che lascia un po’ storditi ma senza rimpianti.

E allora possiamo ancora raccontarla.

C’era una volta…Prince.

Simona Stammelluti

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C’era una volta…Prince

foto di Max Pucciarello


Sembra essere un anno nefasto, questo 2016, per la musica mondiale, per generazioni intere che hanno vissuto gli anni migliori della propria esistenza, scanditi da vere e proprie colonne sonore, che, solo a pensarlo che ad oggi gli autori non ci siano più, vien proprio da piangere.
Natalie Cole, David Bowie, Glen Flay degli Eagles, Paul Kantner dei Jefferson Airplaine, Maurice White degli Eart, Wind & Fire e poi lui…Prince. La notizia è solo di un giorno fa. Tutti pensano ad una bufala ed invece è tutto vero. Si scopre poco dopo che i media hanno dato la notizia della sua scomparsa, che a stroncare il re del pop mondiale è stata, presumibilmente, una dose massiccia di oppiacei.
Immagino l’espressione e lo sgomento di chi ha scoperto il corpo del cantante nell’ascensore degli Studios dove il cantante registrava. Lo sgomento e l’impossibilità di sottrarsi alla responsabilità di dare quella notizia, che poi è divenuta di dominio pubblico ed in poche ore ha fatto il giro del mondo, mandando al tappeto l’animo di tutti coloro che lo hanno incoronato icona, ed anche di chi magari, almeno una volta nella vita, si era imbattuto in uno dei suoi maggiori successi.
C’era una volta, Prince.
Oggi non c’è più colui che calcava le scene, in spettacoli che erano un vero e proprio tripudio di geniale versatilità, creatività e alla continua ricerca di qualcosa di fantasmagorico che potesse soddisfare se stesso, prima ancora che il suo pubblico.
Difficile tracciare un profilo su un artista che ha venduto milioni di dischi, che ha fatto la guerra alle major, che ha cambiato tanti nomi e che alla fine, muore perché lontano dalle droghe non riesce proprio a stare. Perché sempre più spesso ormai ci si domanda perché si resta schiacciati sotto il peso delle dipendenze, proprio quando la vita ti concede tutto o forse troppo. E se il quel “troppo” c’è la risposta, è anche vero che non è per tutti, essere un’icona, oltre a tutto quello che quel ruolo comporta.
Definirlo artisticamente potrebbe sembrare facile, considerato che da un figlio di jazzisti, non ci si aspetta proprio che diventi uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Musicista, cantante, attore, produttore, che ha “cavalcato” tutti i generi musicali: il calore del soul, l’irruenza del rock, la sensualità del funky. Tutto contaminando, scrivendo vere e proprie “formule musicali”, sperimentando la fusione del rock con la black music. Tutto era “spettacolare”, spesso trasgressivo, condizioni che potevano appartenere solo ad un “affamato” di musica, ad un irrequieto ma al contempo creativo. Attraverso la sua musica ha parlato alle masse. Ha parlato di sesso e di libertà, di ribellione.
Era senza dubbio un personaggio estremamente egocentrico, un anarchico, un megalomane, a tratti “profetico”. E tutto questo si esalta attraverso quel suo desiderio di cambiare nome spesso, per poi restare però per tutti sempre e solo Prince, quello di “purple rain”, di “when doves cry”, di “cream”.
C’era una volta, Prince.
Il genio di Minneapolis, il polistrumentista che scriveva, suonava ed arraggiava “da solo” tutti i suoi pezzi. Lo stesso che durante i suoi concerti dava largo spazio però ai suoi musicisti e alle coriste. Prince, il genio che si è sempre, sempre, sempre rinnovato nel tempo senza mai snaturalizzare la sua natura.
“Slive” si dipinse sul volto per un periodo di grande ribellione, mentre difficile è contare le sue tante e tormentate storie d’amore, che però facevano parte del suo essere “un mito”. Un mito schivo, che rifuggiva le occasioni pubbliche, le interviste dei media, tanto che ci fu un gran vociare sulla sua mancata partecipazione alla registrazione di “we are the world” dove furono presenti tutte le star americane di quel periodo storico.
Ci fu un grande jazzista che si interessò al “fenomeno” Prince, e che ebbe a paragonarlo anche all’immenso Duke Ellington. Questi fu Miles Davis, genio anch’egli della musica del 900. E che ci fosse una vena jazz, nella genialità di Prince non lo si può certo escludere, considerato che ogni forma di contaminazione conduce ad un trampolino dal quale ci si lancia in una sorta di bolla di improvvisazione, che quando poi si rompe, restituisce i frammenti di un bel viaggio fatto in lungo e in largo nelle armonie da collezionare.
Ha collezionato tanto, Prince, nella sua vita e nella sua carriera e dunque una bella storia, attraverso la sua musica, ricomincia oggi, dopo un giorno di lutto che lascia un po’ storditi ma senza rimpianti.
E allora possiamo ancora raccontarla.
C’era una volta…Prince.
Simona Stammelluti

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Promuovere e formare una coscienza ambientale. Questo lo spirito con il quale oggi 22 aprile, si festeggia la Giornata Mondiale Della Terra

Salvaguardare il pianeta, proteggerlo e preservarlo non è certo cosa semplice, eppure il “perseverare” nelle buone abitudini, potrebbe già essere molto.
Questo giorno in cui si festeggia la terra, è legato a Rachel Carson, la biologa alla quale il governo americano chiese negli anni 50 di raccontare la salute delle coste e che lanciò il primo allarme sugli effetti nefasti dei pesticidi. Fu la stessa che nel 1962 scrisse un libro, “Primavera Silenziosa“, venduto in milioni di copie, nel quale denunciava come l’uso dei prodotti chimici stesse uccidendo il mare e l’ambiente. Quel libro divenne poi il manifesto degli ambientalisti, che decisero poi le 1970 di sancire proprio una Giornata Mondiale della Terra di 22 aprile.
Oggi, in questa giornata, nella sede newyorkese della Nazioni Unite si svolgerà una cerimonia durante la quale verrà firmato il nuovo accordo globale sul clima approvato nell’ultima Cop 21. I rappresentanti di tutti i paesi, dovranno in quella sede indicare i programmi scelti oltre alle iniziative individuate per tenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°C.
Saranno 165 i leader mondiali presenti alla cerimonia, e ci sarà anche il premier italiano Matteo Renzi.
Come accade ogni anno, le principali associazioni che si occupano di tutela dell’ambiente – come il WWF o Legambiente – organizzeranno per la giornata odierna, manifestazioni in tutto il mondo, rendendo anche noti i dati allarmanti che contemplano percentuali che fanno paura, dalle temperature in aumento, alle deforestazioni, dallo spreco alimentare al consumo inutile, dannoso e spropositato di energia.
Saranno le immagini bellissime del satellite Sentinel, a provare a convincere gli abitanti del pianeta a prendersene cura, a rispettarlo. Le immagini che mostreranno il blu dei mari, il giallo dei deserti e il verde dei campi coltivati, con tutte le innumerevoli sfumature simbolo della straordinarietà del nostro pianeta. Le immagini di rara bellezza – che andranno ad arricchire la mostra presso il Museo della Scienza di Milano – inviteranno a riflettere sulla fragilità di questo nostro pianeta, minacciato dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento. Un pianeta dove i ghiacciai si sciolgono, i mari si innalzano, le terre si inaridiscono.
Per difendere e preservare la terra, si dovrebbe essere tutti diretti verso una nuova economia, “la green economy”, ed è questo il messaggio che forse oggi più che mai, va sostenuto e poi incoraggiato.
Simona Stammelluti

Le notizie si rimbalzano sul web dopo che molte testate americane hanno annunciato la presunta morte del famosissimo cantante pop Prince, al secolo Prince Roger Nelson

Il corpo sarebbe stato trovato nella sua abitazione a Minneapolis, ma ancora non ci sono notizie ufficiali. Intanto sembrerebbe che il suo jet privato fosse stato costretto ad un atterraggio di emergenza in Illinois lo scorso 15 aprile, per un malore del cantante, che era però poi apparso sulla scena, rassicurando i suoi fans circa le sue condizioni di salute.
Era anche previsto un tour acustico in Europa, poi annullato in seguito agli attentati di Parigi.
A breve aggiornamenti.
ore 20.12 La notizia è stata confermata. Prince è morto nella sua abitazione oggi. Confermato dal portavoce di Prince.

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E’ accaduto all’Expo 2015. Sono stati venduti cannoli siciliani senza emissione di scontrino, ed oggi la Regione Sicilia si vede recapitare una multa di 600 euro

E’ La Repubblica a riportare i fatti che si riferiscono a quanto accaduto durante la recente fiera mondiale dedicata al food, tenutasi a Milano.
Cannoli e dolci venduti senza scontrino presso il Biocluster, e così l’Agenzia delle Entrate ha notificato al governatore della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, la cartella esattoriale di 600 euro, relativa alla multa emessa dalla Guardia di Finanza durante alcuni controlli effettuati presso lo stand fieristico, dopo aver constatato la mancata emissione di scontrino fiscale, a seguito di vendita di cannoli siciliani.
A parlare in merito Dario Cartabellotta, il commissario del Biocluster, che ammette l’esistenza della multa e che giustifica dicendo “sarà stata una svista, considerato che su 156 mila scontrini emessi, ne vengono contstai solo due, e su 2 milioni e mezzo di visitatori, durante l’Expo, in 500 mila hanno acquistato prodotti siciliani”.
E poi aggiunge che “oltre a gestire lo spazio, la Regione si è occupata della vendita diretta dei prodotti, acquistati da aziende siciliane. Se ne occupavano alcuni funzionari”.
Adesso tocca capire chi dovrà pagare questa multa.
Secondo Cartabellotta, “il funzionario della regione di turno quel giorno”.
Intanto il governatore Crocetta ironizza circa il verbale della Guardia di Finanza: “anche i cannoli, no! Vada per le multe che ricevo nonostante io non guidi, vada per quelle dei manifesti elettorali del Megafono indirizzate a me, ma per i cannoli no. È un dolce che non apprezzo…”
E poi continua: “non so nulla di questa storia, né tantomeno capisco perché questo verbale sia stato inviato alla Presidenza della Regione. C’è una responsabilità del Biocluster, che la multa vada indirizzata lì”.
Chissà chi la pagherà questa multa, considerato anche che la storia dei “cannoli senza scontrino”, sono solo uno dei tanti problemi sorti dopo l’Expo 2015.
Simona Stammelluti

L’ennesimo anniversario.
Un anniversario quasi muto.
Era il 26 aprile del 1986, nel nord dell’Ucraina.
Esplode la centrale numero 4 di Cernobyl.
100 mila persone costretta ad abbandonare le proprie abitazioni.
Una landa spettrale lunga 2.600 km quadrati, tra Ucraina e Biellorussia.
Tantissimi i contagiati dalle radiazioni.
E ancora oggi si contano le vittime.
E’ la catastrofe nucleare più grave della storia.
E’ catastrofe.
E poi silenzio.

Un silenzio lungo trent’anni.
Perché da allora, sono cambiate poche cose.

Il materiale radioattivo è ancora lì e le radiazioni continuano a mietere vittime, continuano ad uccidere.

Ma lo scenario a distanza di trent’anni sembra sorprendere. Nell’area intorno alla centrale nucleare, ci sono numerosi animali selvatici, che hanno ripopolato la zona, che – ad oggi – è abitata da soli 158 anziani, che hanno deciso di tornare alle proprie abitazioni, dopo il disastro.

A documentare la presenza dei tanti animali, sono le telecamere installate in loco dai ricercatori dell’Università della Georgia, in quella che fu l’area “off limits”, e che riguarda il raggio di 30 chilometri dal luogo del disastro.

Dalle immagini è stato possibile constatare che le radiazioni, ancora presenti, non influenzano certo la presenza di animali, anche se serviranno ulteriori ed approfonditi studi per capire gli effetti della contaminazione sulla fauna, e soprattutto per stabilire i dati sulla sopravvivenza delle specie animali: quanto vivono e come.

Dalle immagini raccolte si sono potute individuare 14 specie diverse di mammiferi e tra questi le più frequenti sono lupo, volpe rossa, cinghiale, cane procione. Tutti che provano ovviamente a concentrarsi nelle zone dove c’è maggior presenza di acqua e cibo. Sotto la lente di ingrandimento sono finiti maggiormente i carnivori, che per la loro posizione nella catena alimentare, sarebbero quelli più esposti alla contaminazione, considerato che oltre ad assorbire radiazioni dal suolo e dall’acqua che bevono, ingeriscono prede che si nutrono sullo stesso territorio.

Cernobyl resta comunque una landa desolata. Un luogo vuoto, irreale e silenzioso, oltre ogni immaginazione, anche se c’è chi ha sfidato la contaminazione stessa ed ha disatteso l’ordine di evacuazione delle autorità ucraine, ed è tornato a vivere lì, forse senza un preciso perché.

Tra i 158 anziani che sono tornati a vivere in quei luoghi mostruosamente desolati, c’è il signor Ivan, che ha 90 anni, e che dopo la morte della moglie, non solo ha continuato a vivere la sua vita di sempre, nei “luoghi di alienazione”, ma lo ha fatto perseverando nelle proprie abitudini, continuando persino a mangiare dei frutti del suo orto, e a prendersi cura del suo bestiame, dalle galline ai maiali. Racconta che anche sua sorella e suo cognato, erano rimasti a vivere lì, fin quando poi non sono morti…di ansia, dice. E poi aggiunge di non averne mai sofferto, lui. I medici lo visitano, spesso, e dicono che sta bene. Alla domanda di quale sia il segreto per sopravvivere, lui risponde “il non essere mai andato via dai luoghi nel quale è nato”. Ma la cosa che manca “per davvero” dice la signora Maria, 80 anni, sono le risate dei bambini, ma lei ne è certa…un giorno anche loro torneranno a giocare a Cernobyl.

Simona Stammelluti


L’ennesimo anniversario.
Un anniversario quasi muto.
Era il 26 aprile del 1986, nel nord dell’Ucraina.
Esplode la centrale numero 4 di Cernobyl.
100 mila persone costretta ad abbandonare le proprie abitazioni.
Una landa spettrale lunga 2.600 km quadrati, tra Ucraina e Biellorussia.
Tantissimi i contagiati dalle radiazioni.
E ancora oggi si contano le vittime.
E’ la catastrofe nucleare più grave della storia.
E’ catastrofe.
E poi silenzio.
Un silenzio lungo trent’anni.
Perché da allora, sono cambiate poche cose.
Il materiale radioattivo è ancora lì e le radiazioni continuano a mietere vittime, continuano ad uccidere.
Ma lo scenario a distanza di trent’anni sembra sorprendere. Nell’area intorno alla centrale nucleare, ci sono numerosi animali selvatici, che hanno ripopolato la zona, che – ad oggi – è abitata da soli 158 anziani, che hanno deciso di tornare alle proprie abitazioni, dopo il disastro.
A documentare la presenza dei tanti animali, sono le telecamere installate in loco dai ricercatori dell’Università della Georgia, in quella che fu l’area “off limits”, e che riguarda il raggio di 30 chilometri dal luogo del disastro.
Dalle immagini è stato possibile constatare che le radiazioni, ancora presenti, non influenzano certo la presenza di animali, anche se serviranno ulteriori ed approfonditi studi per capire gli effetti della contaminazione sulla fauna, e soprattutto per stabilire i dati sulla sopravvivenza delle specie animali: quanto vivono e come.
Dalle immagini raccolte si sono potute individuare 14 specie diverse di mammiferi e tra questi le più frequenti sono lupo, volpe rossa, cinghiale, cane procione. Tutti che provano ovviamente a concentrarsi nelle zone dove c’è maggior presenza di acqua e cibo. Sotto la lente di ingrandimento sono finiti maggiormente i carnivori, che per la loro posizione nella catena alimentare, sarebbero quelli più esposti alla contaminazione, considerato che oltre ad assorbire radiazioni dal suolo e dall’acqua che bevono, ingeriscono prede che si nutrono sullo stesso territorio.
Cernobyl resta comunque una landa desolata. Un luogo vuoto, irreale e silenzioso, oltre ogni immaginazione, anche se c’è chi ha sfidato la contaminazione stessa ed ha disatteso l’ordine di evacuazione delle autorità ucraine, ed è tornato a vivere lì, forse senza un preciso perché.
Tra i 158 anziani che sono tornati a vivere in quei luoghi mostruosamente desolati, c’è il signor Ivan, che ha 90 anni, e che dopo la morte della moglie, non solo ha continuato a vivere la sua vita di sempre, nei “luoghi di alienazione”, ma lo ha fatto perseverando nelle proprie abitudini, continuando persino a mangiare dei frutti del suo orto, e a prendersi cura del suo bestiame, dalle galline ai maiali. Racconta che anche sua sorella e suo cognato, erano rimasti a vivere lì, fin quando poi non sono morti…di ansia, dice. E poi aggiunge di non averne mai sofferto, lui. I medici lo visitano, spesso, e dicono che sta bene. Alla domanda di quale sia il segreto per sopravvivere, lui risponde “il non essere mai andato via dai luoghi nel quale è nato”. Ma la cosa che manca “per davvero” dice la signora Maria, 80 anni, sono le risate dei bambini, ma lei ne è certa…un giorno anche loro torneranno a giocare a Cernobyl.
Simona Stammelluti

“La spada della giustizia non ha fodero”
[Joseph de Maistre]

“Non le rende giustizia”. Chi non ha mai usato questa espressione per dire che qualcuno o qualcosa fosse bello o bella dal vivo, rispetto a come appare ad esempio in una foto? Quel che è giusto, è giusto…verrebbe da dire. Ma non sempre è così.
La cronaca ci fornisce ogni giorni innumerevoli spunti di riflessione su cosa sia giusto e cosa no e la libertà di pensiero e di parola di cui siamo dotati, ci permette di schierarci da una parte o dall’altra, andando lì dove non solo la logica, la sapienza, la lucidità di intenti ci conduce, ma anche lì dove la coscienza insinua a volte un ragionevole dubbio e ci sprona a capire fino in fondo, non solo dove sia la verità, ma anche ciò che è giusto.
Dalla parole “giustizia” ci aspettiamo che sia – e resti – un principio imprescindibile. Quella parola che deriva dal latino iustus, che significa “giusto”,  e che come opposto da “errore”, sbaglio. Sbagliare è umano, si sa, ma bisognerebbe vedere come, dove e con cosa si sbaglia. Perché sbagliare strada, o decisione personale non è proprio come sbagliare a giudicare, per chi di mestiere giudica, o sbagliare a concedere, per chi può decidere se “concedere” qualcosa a qualcuno, ed in che misura.
E spesso si grida alla “giustizia” quando di stare zitti proprio non si può più, quando l’ (in)giustizia è “macroscopica”, ed è lì, proprio dietro la porta di casa, al nascere del nuovo giorno, quando è talmente spietata che non si regge il peso di quell’essere uomo che – in rispetto alla regole – non si può far giustizia da solo.
L’ordine “virtuoso” dei rapporti umani, coniugato secondo leggi che dovrebbero essere uguali per tutti, regolano il vivere civile. Ma fino a quando? Quando la giustizia sarà per davvero “la cosa giusta”?
La giustizia, per se o per gli altri, è un diritto, o un dovere? Entrambi. La giustizia è ciò che “è dovuto” ad ogni essere umano, quindi un diritto, e chi la dispensa “deve” deontologicamente renderla inviolabile. E’ dunque anche un dovere.
Ma è quando si palesa la necessità di far coincidere “diritto e dovere”, che alcune dinamiche non finiscono al proprio posto. Gli esempi potrebbero essere molteplici, in un quotidiano di molte ingiustizie e di pochissime cose rette, eppure sono spesso “le sentenze” a sfidare le nostre consapevolezze, circa la giustizia.
Poco o tanto, basta che ci sia una pena.
No. La pena deve essere congrua al reato, per essere giusta. Che poi ci pensano gli attenuanti a fare il resto. E gli aggravanti, spesso non bastano a “rendere giustizia”. Perché ciò che è giusto, non sempre si nutre di fattori quali il dolore, la perdita, la verità, che in molti casi resta sconosciuta.
E così in questi giorni, ci è toccato fare i conti con una vicenda che a più di qualcuno ha strappato un sonoro “non è giusto, hanno sbagliato”. Perché ad un soggetto come Doina Matei, che ha ucciso una sua coetanea, infilzandole la punta di un ombrello in un occhio, che ha ucciso per futili motivi, che ha ucciso con cattiveria e crudeltà, che ha ucciso … forse “non era giusto” concedere la semilibertà solo dopo 9 anni di carcere. Esce, perché dovrebbe andare a lavoro, ed invece mostra le sue foto in costume da bagno, sorridente, sul famoso social network. E meno giusto concederle la semilibertà, è ingiusto che anziché andare a lavoro codesto elemento sia andata altrove, o è orrendamente ingiusto che mostri un sorriso, sfidando il dolore di chi, forse la giustizia in questa perdita non la vedrà mai, come “diritto”?
“Per Doina Matei vorremmo la pena di morte” – si sfoga Giuseppe Russo, il papà della povera Vanessa – quelle foto per noi sono state una pugnalata”.
Ma come diceva De Maistre, la spada della giustizia non ha fodero, e dunque, colpisce e ferisce, anche quando non deve.
Simona Stammelluti