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A distanza di dieci anni, Calogero Martello riprova la corsa a Sindaco di Porto Empedocle. Perchè questa scelta?
“Porto Empedocle oggi vive uno dei suoi momenti economici e finanziari peggiori; le casse del Comune sono vuote e siamo in procinto di essere dichiarati dissestati. Difronte a queste difficoltà, poiché sono nato e cresciuto e lavoro a Porto Empedocle, che amo tantissimo, ho ritenuto giusto impegnarmi in prima persona e contribuire a risollevare le sorti della mia amata città”.
Come intende contribuire nel concreto?
“In primo luogo, occorre in maniera responsabile effettuare una ricognizione certa della situazione contabile del Comune e quindi procedere con un risanamento delle finanze pubbliche. Ciò passa attraverso anche una rinegoziazione del nostro debito, una maggiore attenzione al prelievo fiscale di competenza comunale, senza vessare i cittadini e ad un maggiore rigore nella spesa pubblica, garantendo alla città i servizi essenziali quali il trasporto pubblico, i servizi scolastici, l’assistenza sociale ai bisognosi ed alle fasce deboli. Direi più sociale e meno feste”.
Questo è sufficiente?
“A questa politica di risanamento dei conti pubblici, occorre poi affiancare una politica di programmazione a medio e lungo termine, che tenga conto delle potenzialità produttive del nostro paese. Ci chiamiamo Porto Empedocle proprio perchè abbiamo un porto di livello, che può fungere da volano sia per il sostegno alle industrie che per il sostegno alle attività turistiche. Senza contare che deve essere incentivata e tutelata la nostra secolare attività peschereccia”.
Può essere più specifico?
“Negli ultimi dieci anni, il dibattitto politico empedoclino si è concentrato sul tema rigassificatore si, rigassificatore no. Oggi bisogna capire se ed in che termini questo impianto di rigassificazione sarà realizzato ed, in caso contrario, come utilizzare al meglio questa aerea. Fermo restando che mi pare di capire vi è anche un interesse dell’Italkali per un impianto di verticalizzazione dei sali potassici. Il che dimostra, ulteriormente, che quell’area può essere destinata solo ed esclusivamente ad attività di tipo industriale o a supporto del porto”.
In che senso?
“Nel senso che il nostro porto occupa una posizione di assoluto rilievo e centralità nel Mediterraneo, crocevia dei traffici commerciali da e verso l’Oriente, attraverso il Canale di Suez. Fornire logistica a questo flusso di navi significa creare posti di lavoro, centinaia di posti lavoro”.
Quindi lo sviluppo di Porto Empedocle passa attraverso una nuova fase industriale?
“Più che di fase industriale, io parlerei di una nuova fase produttiva, che si snoda lungo tre dorsali: l’area a riempimento, il porto ed il litorale verso Realmonte. L’area a riempimento può essere destinata solo ed esclusivamente ad insediamenti di tipo industriale o di logistica, visto che è attaccata al porto; il porto ha sia una vocazione ittica, che deve essere salvaguardata e valorizzata, che una vocazione turistica, poiché può ospitare navi da crociera. Il turismo crocieristico, stante anche la vicinanza a due siti culturali di livello mondiale quale la Casa natale di Pirandello e la Valle dei Templi, deve essere assolutamente incoraggiato, attraverso una serie di iniziative imprenditoriali a supporto che possono creare posti lavoro. E’ chiaro che dobbiamo offrire poi una offerta turistica tale da non essere solo transito per questi siti: in questo senso, credo che debba essere programmato un intervento di recupero del nostro centro storico, al fine di creare le condizioni perchè possano essere create nuove piccole strutture ricettive, ristorantini, pub. Il nostro è un centro storico molto bello ma decadente: serve rivalutarlo, ed investire in esso risorse, affinchè diventi un tutt’uno con il porto e con il nascente porticciolo turistico”.
E le risorse economiche per farlo?
“Uno dei maggiori gap delle pubbliche amministrazioni è quello di conoscere poco il mondo dei finanziamenti europei. L’Unione Europea destina ingenti quantità di denaro per queste iniziative: occorre conoscere i bandi e sapere fare progetti innovativi e ammissibili. Nessun ente pubblico può esimersi dall’avere un Ufficio Europa, perchè i trasferimenti statali e regionali diminuiscono ed è quindi necessario attingere a nuove forme di finanziamento, anche e soprattutto con il coinvolgimento dei privati”.
Crede che sia possibile evitare il dissesto finanziario?
“Credo che sia necessario provare ad evitarlo.Per farlo, abbiamo necessità di essere aiutati sia dal Governo Regionale sia dal Governo Nazionale. In entrambi i casi, sia per i miei rapporti personali che per il sostegno della coalizione, siamo in grado di essere interlocutori seri sia del Presidente Crocetta sia del Presidente Renzi, atteso che in entrambi i governi due partiti della coalizione che mi sostiene sono autorevolmente presenti”.
Pensa di potere vincere?
“La mia candidatura è la migliore tra i miei competitors. Io non ho mai fatto il sindaco di Porto Empedocle e quindi non ho mai avuto alcuna responsabilità diretta su quanto accaduto negli ultimi anni. Soprattutto, non sono mai stato sfiduciato come Sindaco. E questo la dice lunga sulla mia credibilità a potere essere il migliore sindaco della città”.
In bocca al lupo!

20160514-190018.jpg Incontriamo un altro dei candidati a sindaco di Porto Empedocle. Si tratta di Gianni Hamel che con la lista Cambio di Rotta sfida gli altri candidati- Avv. Hamel, perché di questa candidatura a Sindaco di Porto Empedocle? “Porto Empedocle è la città ove sono nato e cresciuto, un borgo marinaro di cui conosco ogni angolo ed ogni persona e la mia candidatura è proprio frutto dell’amore per questa città e per la sua gente che vorrei vedere più felice e serena. Ed è per questo che voglio mettermi al servizio della mia comunità per spendere i miei talenti e cercare di superare il disastro sociale e finanziario che oggi travolge il Comune”. Quindi una candidatura di servizio senza sostegni politici o dei partiti, non le sembra un po’ Riduttivo? “Io ritengo che la politica, come si diceva al tempo dei cattolici democratici, sia la più alta forma di carità, non ripudio i partiti a cui riconosco il ruolo di strumenti per l’organizzazione democratica e costituzionale della nostra Nazione, ma non posso non rilevare come nella nostra realtà i partiti sono occupati da mestieranti della politica che a tutto pensano tranne che all’affermazione dei valori di cui dovrebbero essere portatori”. Ed allora lei pensa di poter fare una battaglia tutta in solitudine, ma con quali prospettive? “La mia non è una battaglia in solitudine, a mio sostegno ci sono due liste civiche: “CAMBIO DI ROTTA” E “PRIMAVERA EMPEDOCLINA”, due liste composte da persone ricche di entusiasmo e di passione civile, poi ci sono centinaia di amici impegnati che con la loro credibilità, in due giorni, sono riusciti a portare quasi 500 persone a mettere la firma in Municipio per la presentazione delle liste, poi ci sono centinaia di persone disilluse e deluse delle passate esperienze che mi hanno manifestato la loro vicinanza e la volontà di impegnarsi in questa difficile campagna elettorale. Tutto questo é un patrimonio di umanità sufficiente per scardinare le vecchie logiche e riprendere il cammino della ripresa economica e della riorganizzazione sociale”. Sul Piano operativo quali sono i suoi impegni programmatici? “I settori di intervento dovranno essere necessariamente quelli del turismo, della utilizzazione economica dell’ex area industriale e dell’area Montedison collegate al porto e contestualmente il rilancio dell’attività portuale, anche con l’inserimento nei circuiti croceristici, della riorganizzazione della macchina comunale, della motivazione del personale dipendente chiedendo la condivisione delle iniziative di razionalizzazione dei ruoli e delle mansioni, della politica di agevolazione per le nuove attività artigianali, commerciali e produttive, dell’inserimento della città nei circuiti culturali nazionali ed internazionali attraverso il mix della convegnistica collegata ai tour enogastronomici e turistici, la diminuizione della pressione tributaria sui cittadini. Nel contempo non trascureremo la solidarietà che in questo momento di crisi deve avere un ruolo fondamentale”. Ritiene di poter fare qualche cosa per ridare fiducia ai giovani e creare condizioni per l’occupazione giovanile? “Creare lavoro è molto difficile perché la nostra realtà è fuori dai mercati e non esistono risorse disponibili per impegnare i giovani, ma noi ci attiveremo per creare le condizioni per far nascere posti di lavoro attraverso l’attuazione del nostro programma. Sicuramente nessun ragazzo o ultratrentenne privo di lavoro sarà abbandonato a se stesso e alla sua disperazione: creeremo un luogo dove i giovani potranno trovare tutte le informazioni ed i consigli per tentare raggiungere l’obiettivo dell’ occupazione lavorativa, creeremo canali per agevolare esperienze paesi della comunità europea, forniremo l’elenco di tutte le offerte di lavoro presenti nella nostra realtà provinciale (purtroppo poche) ed anche nel resto del Paese o nella comunità europea. Nessuno sarà lasciato indietro e il comune sarà sempre una spalla su cui potersi appoggiare per ricaricarsi di fiducia ed entusiasmo e continuare a sperare che questa realtà prima o poi dovrà cambiare”. In merito alla pressione tributaria sui cittadini come intende operare “Ritengo ormai insostenibile il livello di prelievo tributario sul cittadino, dobbiamo invertire la rotta, operare sulla diminuzione della spesa pubblica e nella prima fase procurarsi delle entrate straordinarie che ci consentano di ridurre il deficit comunale e programmare il futuro”. Uno dei temi più caldi di questi anni è la distribuzione dell’acqua, come intende operare “Premesso che secondo me l’acqua è un bene primario che va assicurato a tutti, anche a coloro che non hanno i mezzi economici per pagare. Io sono per l’acqua pubblica. Comunque nel periodo di transizione mi attiverò, all’interno dell’ato idrico, per difendere i cittadini ed assicurare un costo dell’acqua minimo e fermando il taglio indiscriminato delle utenze idriche per morosità.” Un impegno significativo, ma con quali mezzi potrà realizzare questi obbiettivi? “Li realizzerò utilizzando le risorse del volontariato da tempo sottovalutato e messo da parte nella nostra realtà locale, cercherò di razionalizzare la spesa comunale eliminando il superfluo e privilegiando i servizi, utilizzerò le opportunità comunitarie organizzando uno staff di funzionari comunali che saranno formati nelle pratiche di ricerca e progettuali, offriremo le nostre risorse a imprenditori nazionali o stranieri disposti a investire. Cambierò la mentalità statica e rinunciataria di tanta gente per recuperare energie al servizio della comunità. Il mio motto contro le clientele e le speculazioni sul bisogno sarà questo: “ il bene di tutti alla fine sarà anche il mio bene personale, se tutti ci impegniamo per realizzare un poco di felicità alla fine anch’io sarò felice”. Tanti candidati sindaci in corsa, positivo o negativo “Sicuramente positivo, la gente potrà scegliere. Io mi auguro che i cittadini valutino i candidati e la loro storia, perché al di là dei buoni propositi, programmi e progetti, la loro realizzazione è affidata alla capacità e credibilità delle persone. Spero vivamente di partecipare ad una campagna elettorale serena e costruttiva per dar modo ai cittadini di scegliere il miglior candidato per far ripartire il nostro paese”. Grazie e in bocca al lupo! 20160515-011159.jpg

20160514-190018.jpg Incontriamo un altro dei candidati a sindaco di Porto Empedocle. Si tratta di Gianni Hamel che con la lista Cambio di Rotta sfida gli altri candidati- Avv. Hamel, perché di questa candidatura a Sindaco di Porto Empedocle? “Porto Empedocle è la città ove sono nato e cresciuto, un borgo marinaro di cui conosco ogni angolo ed ogni persona e la mia candidatura è proprio frutto dell’amore per questa città e per la sua gente che vorrei vedere più felice e serena. Ed è per questo che voglio mettermi al servizio della mia comunità per spendere i miei talenti e cercare di superare il disastro sociale e finanziario che oggi travolge il Comune”. Quindi una candidatura di servizio senza sostegni politici o dei partiti, non le sembra un po’ Riduttivo? “Io ritengo che la politica, come si diceva al tempo dei cattolici democratici, sia la più alta forma di carità, non ripudio i partiti a cui riconosco il ruolo di strumenti per l’organizzazione democratica e costituzionale della nostra Nazione, ma non posso non rilevare come nella nostra realtà i partiti sono occupati da mestieranti della politica che a tutto pensano tranne che all’affermazione dei valori di cui dovrebbero essere portatori”. Ed allora lei pensa di poter fare una battaglia tutta in solitudine, ma con quali prospettive? “La mia non è una battaglia in solitudine, a mio sostegno ci sono due liste civiche: “CAMBIO DI ROTTA” E “PRIMAVERA EMPEDOCLINA”, due liste composte da persone ricche di entusiasmo e di passione civile, poi ci sono centinaia di amici impegnati che con la loro credibilità, in due giorni, sono riusciti a portare quasi 500 persone a mettere la firma in Municipio per la presentazione delle liste, poi ci sono centinaia di persone disilluse e deluse delle passate esperienze che mi hanno manifestato la loro vicinanza e la volontà di impegnarsi in questa difficile campagna elettorale. Tutto questo é un patrimonio di umanità sufficiente per scardinare le vecchie logiche e riprendere il cammino della ripresa economica e della riorganizzazione sociale”. Sul Piano operativo quali sono i suoi impegni programmatici? “I settori di intervento dovranno essere necessariamente quelli del turismo, della utilizzazione economica dell’ex area industriale e dell’area Montedison collegate al porto e contestualmente il rilancio dell’attività portuale, anche con l’inserimento nei circuiti croceristici, della riorganizzazione della macchina comunale, della motivazione del personale dipendente chiedendo la condivisione delle iniziative di razionalizzazione dei ruoli e delle mansioni, della politica di agevolazione per le nuove attività artigianali, commerciali e produttive, dell’inserimento della città nei circuiti culturali nazionali ed internazionali attraverso il mix della convegnistica collegata ai tour enogastronomici e turistici, la diminuizione della pressione tributaria sui cittadini. Nel contempo non trascureremo la solidarietà che in questo momento di crisi deve avere un ruolo fondamentale”. Ritiene di poter fare qualche cosa per ridare fiducia ai giovani e creare condizioni per l’occupazione giovanile? “Creare lavoro è molto difficile perché la nostra realtà è fuori dai mercati e non esistono risorse disponibili per impegnare i giovani, ma noi ci attiveremo per creare le condizioni per far nascere posti di lavoro attraverso l’attuazione del nostro programma. Sicuramente nessun ragazzo o ultratrentenne privo di lavoro sarà abbandonato a se stesso e alla sua disperazione: creeremo un luogo dove i giovani potranno trovare tutte le informazioni ed i consigli per tentare raggiungere l’obiettivo dell’ occupazione lavorativa, creeremo canali per agevolare esperienze paesi della comunità europea, forniremo l’elenco di tutte le offerte di lavoro presenti nella nostra realtà provinciale (purtroppo poche) ed anche nel resto del Paese o nella comunità europea. Nessuno sarà lasciato indietro e il comune sarà sempre una spalla su cui potersi appoggiare per ricaricarsi di fiducia ed entusiasmo e continuare a sperare che questa realtà prima o poi dovrà cambiare”. In merito alla pressione tributaria sui cittadini come intende operare “Ritengo ormai insostenibile il livello di prelievo tributario sul cittadino, dobbiamo invertire la rotta, operare sulla diminuzione della spesa pubblica e nella prima fase procurarsi delle entrate straordinarie che ci consentano di ridurre il deficit comunale e programmare il futuro”. Uno dei temi più caldi di questi anni è la distribuzione dell’acqua, come intende operare “Premesso che secondo me l’acqua è un bene primario che va assicurato a tutti, anche a coloro che non hanno i mezzi economici per pagare. Io sono per l’acqua pubblica. Comunque nel periodo di transizione mi attiverò, all’interno dell’ato idrico, per difendere i cittadini ed assicurare un costo dell’acqua minimo e fermando il taglio indiscriminato delle utenze idriche per morosità.” Un impegno significativo, ma con quali mezzi potrà realizzare questi obbiettivi? “Li realizzerò utilizzando le risorse del volontariato da tempo sottovalutato e messo da parte nella nostra realtà locale, cercherò di razionalizzare la spesa comunale eliminando il superfluo e privilegiando i servizi, utilizzerò le opportunità comunitarie organizzando uno staff di funzionari comunali che saranno formati nelle pratiche di ricerca e progettuali, offriremo le nostre risorse a imprenditori nazionali o stranieri disposti a investire. Cambierò la mentalità statica e rinunciataria di tanta gente per recuperare energie al servizio della comunità. Il mio motto contro le clientele e le speculazioni sul bisogno sarà questo: “ il bene di tutti alla fine sarà anche il mio bene personale, se tutti ci impegniamo per realizzare un poco di felicità alla fine anch’io sarò felice”. Tanti candidati sindaci in corsa, positivo o negativo “Sicuramente positivo, la gente potrà scegliere. Io mi auguro che i cittadini valutino i candidati e la loro storia, perché al di là dei buoni propositi, programmi e progetti, la loro realizzazione è affidata alla capacità e credibilità delle persone. Spero vivamente di partecipare ad una campagna elettorale serena e costruttiva per dar modo ai cittadini di scegliere il miglior candidato per far ripartire il nostro paese”. Grazie e in bocca al lupo! 20160515-011159.jpg

“Utilizzate i miei risparmi per aiutare gli altri bambini” – Questo l’ultimo desiderio di Giovanni Ignaccolo, il bimbo di 7 anni morto dopo 4 anni di ricoveri e interventi

La disgrazia era accaduta 4 anni fa quando il piccolo Giovanni, allora di anni 3, aveva fatto un volo di 6 metri, nella tromba delle scale di un palazzo di Ispica, in provincia di Ragusa. Le sue condizioni apparvero gravissime sin da quando arrivò al pronto soccorso, dove furono riscontrate gravissime ferite alla testa e compressione di masse ematiche.
Da allora il piccolo, ha trascorso il suo calvario in ospedale, dove hanno provato con ogni mezzo a salvarlo; terapie, ricoveri, tentativi di salvalo, ma purtroppo, senza riuscirci.
E così, il piccolo Giovanni si è spento nell’Ospedale Maggiore di Modica, dove prima di morire, ha lasciato una sorta di testamento, un ultimo grande e pregevole desiderio: “con i miei risparmi, comprate un’attrezzatura per questo reparto, servirà per altri bambini”.
Grande emozione e commozione tra personale medico e paramedico, che ha avuto in cura il bambino per 4 lunghi anni.
E così i suoi genitori hanno deciso di dar corso alle ultime volontà del loro figlioletto, e quei risparmi serviranno per regalare un oscillometro (strumento ultlizzato per la misurazione dell’espansibilità delle pareti anteriori di un arto) alla divisione di pediatria dell’ospedale Maggiore di Modica, che negli ultimi anni si è trasformata nella casa del piccolo Giovanni.
All’iniziativa della famiglia, su volontà di Giovanni, contribuisce anche la raccolta fondi avviata da Ragusanews.
Non solo risparmi, ma anche volontà, amore e voglia di assistenza, in quello che è stato da parte del piccolo Giovanni Ignaccolo, non solo un gesto di grande generosità, ma anche una enorme lezione per tutti.
Simona Stammelluti

“Utilizzate i miei risparmi per aiutare gli altri bambini” – Questo l’ultimo desiderio di Giovanni Ignaccolo, il bimbo di 7 anni morto dopo 4 anni di ricoveri e interventi

La disgrazia era accaduta 4 anni fa quando il piccolo Giovanni, allora di anni 3, aveva fatto un volo di 6 metri, nella tromba delle scale di un palazzo di Ispica, in provincia di Ragusa. Le sue condizioni apparvero gravissime sin da quando arrivò al pronto soccorso, dove furono riscontrate gravissime ferite alla testa e compressione di masse ematiche.

Da allora il piccolo, ha trascorso il suo calvario in ospedale, dove hanno provato con ogni mezzo a salvarlo; terapie, ricoveri, tentativi di salvalo, ma purtroppo, senza riuscirci.

E così, il piccolo Giovanni si è spento nell’Ospedale Maggiore di Modica, dove prima di morire, ha lasciato una sorta di testamento, un ultimo grande e pregevole desiderio: “con i miei risparmi, comprate un’attrezzatura per questo reparto, servirà per altri bambini”.

Grande emozione e commozione tra personale medico e paramedico, che ha avuto in cura il bambino per 4 lunghi anni.

E così i suoi genitori hanno deciso di dar corso alle ultime volontà del loro figlioletto, e quei risparmi serviranno per regalare un oscillometro (strumento ultlizzato per la misurazione dell’espansibilità delle pareti anteriori di un arto) alla divisione di pediatria dell’ospedale Maggiore di Modica, che negli ultimi anni si è trasformata nella casa del piccolo Giovanni.

All’iniziativa della famiglia, su volontà di Giovanni, contribuisce anche la raccolta fondi avviata da Ragusanews.

Non solo risparmi, ma anche volontà, amore e voglia di assistenza, in quello che è stato da parte del piccolo Giovanni Ignaccolo, non solo un gesto di grande generosità, ma anche una enorme lezione per tutti.

Simona Stammelluti

Cosenza – Sembrerebbe che le mura di cinta dell’Ospedale Civile dell’Annunziata pronunciassero le parole “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, il che la dice lunga su quello che può attendere un comune cittadino che, non certo per gioco ma per mera necessità, varca il cancello di un Pronto Soccorso, con la “speranza” di essere aiutato, soccorso, guarito, per quanto possibile.

Sì, perché se è vero che solo chi non fa, non sbaglia, è anche vero che la bravura si vede nel “sbagliare il meno possibile”, e nel caos, chi resiste, facendo al meglio e con coscienza il proprio mestiere, vince…anzi no, vincono i pazienti, tutti, anche quelli piccoli, tenuti nel corridoio di un reparto Pediatria, che al suo ingresso mostra finestre pericolanti, sporcizia e disordine, peggio del peggior ospedale da campo dei Burundi.
Si fra presto a dire che “ci sono lavori in corso”, lavori che tra l’altro durano da così tanto tempo, che ci si domanda quando si potrà avere l’onore (se di onore si tratta) di varcare le porte di un ospedale – luogo che si visita solo per estrema necessità – potendo procedere per padiglioni e reparti senza dover incorrere in ascensori fuori uso, e discariche a ridosso di reparti come quello di ortopedia, che mostra ammassi di roba vecchia, monitor di computer obsoleti, fili elettrici, pezzi di attrezzatura in disuso e così via, ammassati su barelle, alcune delle quali completamente rotte, messe a disposizione di un reparto, che dovrebbe avere ricevuto da poco, una sorta di “abito nuovo”.
Ma la cosa che ancora fa tremare, oltre alla sporcizia che sembra regnare sovrana, su pavimenti che mostrano macchie di sporco stantie, e mentre camminando tocca scansare sacchi neri di spazzatura, pieni di chissà cosa, è la gestione “anche spicciola” di alcuni reparti, come per esempio il pronto soccorso pediatrico, dove arrivando, con un bambino con un braccio rotto, si attende che quell’unico medico chirurgo in forza al reparto, sbrighi quella che loro definiscono “urgenza”, mentre tutto il resto dei pazienti attende.  E così accade che durante quell’attesa, una paziente adolescente, con il volto ricoperto di bolle, continui a tossire in faccia a bambini febbricitanti, stipati nello stesso corridoio dove l’attesa – spesso di ore – si trasforma in un vero e proprio inferno.

E così, tra le esperienze che la vita ti riserva, c’è anche quella di imbatterti in un medico che prescrive il Voltaren a pomata sul braccio di un bambino ingessato per sospetta rottura del capitello radiale, e che quel piccolo paziente, prima di dimetterlo, non lo degna neanche di uno sguardo.
C’è chi approfitta del marasma, del caos e dei “lavori in corso” per nascondere la propria incompetenza, e per concedersi “momenti di svago”.
Ma la realtà quando la si racconta, la si deve raccontare per bene, attraverso lo sguardo della verità, e la verità è che all’interno di quell’ospedale che di “civile” a guardarlo da vicino, ha ben poco, lavorano “anche” medici, infermieri, e paramedici che sono dei veri e propri professionisti, di grande caratura, che svolgono il proprio lavoro districandosi tra difficoltà, mancanza di personale, disagi, imprevisti, e che quel lavoro così delicato lo fanno con caparbietà e coscienza, con dedizione, con amore e compassione, quella che serve per restituire “la speranza” a chi arriva in quei luoghi, per essere curato, aiutato, salvato.
In questa realtà sciagurata, ci sono medici che non guardano l’orologio, attendendo la fine del turno, ma che finiscono di lavorare quando hanno terminato per davvero il proprio compito; medici che non lasciano nulla al caso, che lavorano con zelo, e rispetto nei confronti dei pazienti, mettendo a disposizione tutto il proprio sapere, come se nel proprio contratto ci fosse inserita la clausola “donare fino ad esaurimento scorte”.

La verità è che non si può e non si deve generalizzare, ma non si può neanche tacere, perché una cittadina come Cosenza, che vive ancora il lusso di avere un ospedale dentro le mura della città, dovrebbe tutelarne l’utilità, e la politica competente, dovrebbe avere l’occhio ben puntato su ciò che accade, e non far passare per eccezionale, quelle rare forme di normalità che si consumano molto raramente, rispetto ai disagi e a ciò che è obbrobrioso e fa paura.
Tornerò ancora, all’Ospedale Civile di Cosenza e spero di poter raccontare finalmente una realtà diversa, ma per adesso “lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.
Simona Stammelluti

Cosenza – Sembrerebbe che le mura di cinta dell’Ospedale Civile dell’Annunziata pronunciassero le parole “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, il che la dice lunga su quello che può attendere un comune cittadino che, non certo per gioco ma per mera necessità, varca il cancello di un Pronto Soccorso, con la “speranza” di essere aiutato, soccorso, guarito, per quanto possibile.

Sì, perché se è vero che solo chi non fa, non sbaglia, è anche vero che la bravura si vede nel “sbagliare il meno possibile”, e nel caos, chi resiste, facendo al meglio e con coscienza il proprio mestiere, vince…anzi no, vincono i pazienti, tutti, anche quelli piccoli, tenuti nel corridoio di un reparto Pediatria, che al suo ingresso mostra finestre pericolanti, sporcizia e disordine, peggio del peggior ospedale da campo dei Burundi.

Si fra presto a dire che “ci sono lavori in corso”, lavori che tra l’altro durano da così tanto tempo, che ci si domanda quando si potrà avere l’onore (se di onore si tratta) di varcare le porte di un ospedale – luogo che si visita solo per estrema necessità – potendo procedere per padiglioni e reparti senza dover incorrere in ascensori fuori uso, e discariche a ridosso di reparti come quello di ortopedia, che mostra ammassi di roba vecchia, monitor di computer obsoleti, fili elettrici, pezzi di attrezzatura in disuso e così via, ammassati su barelle, alcune delle quali completamente rotte, messe a disposizione di un reparto, che dovrebbe avere ricevuto da poco, una sorta di “abito nuovo”.

Ma la cosa che ancora fa tremare, oltre alla sporcizia che sembra regnare sovrana, su pavimenti che mostrano macchie di sporco stantie, e mentre camminando tocca scansare sacchi neri di spazzatura, pieni di chissà cosa, è la gestione “anche spicciola” di alcuni reparti, come per esempio il pronto soccorso pediatrico, dove arrivando, con un bambino con un braccio rotto, si attende che quell’unico medico chirurgo in forza al reparto, sbrighi quella che loro definiscono “urgenza”, mentre tutto il resto dei pazienti attende.  E così accade che durante quell’attesa, una paziente adolescente, con il volto ricoperto di bolle, continui a tossire in faccia a bambini febbricitanti, stipati nello stesso corridoio dove l’attesa – spesso di ore – si trasforma in un vero e proprio inferno.

E così, tra le esperienze che la vita ti riserva, c’è anche quella di imbatterti in un medico che prescrive il Voltaren a pomata sul braccio di un bambino ingessato per sospetta rottura del capitello radiale, e che quel piccolo paziente, prima di dimetterlo, non lo degna neanche di uno sguardo.

C’è chi approfitta del marasma, del caos e dei “lavori in corso” per nascondere la propria incompetenza, e per concedersi “momenti di svago”.

Ma la realtà quando la si racconta, la si deve raccontare per bene, attraverso lo sguardo della verità, e la verità è che all’interno di quell’ospedale che di “civile” a guardarlo da vicino, ha ben poco, lavorano “anche” medici, infermieri, e paramedici che sono dei veri e propri professionisti, di grande caratura, che svolgono il proprio lavoro districandosi tra difficoltà, mancanza di personale, disagi, imprevisti, e che quel lavoro così delicato lo fanno con caparbietà e coscienza, con dedizione, con amore e compassione, quella che serve per restituire “la speranza” a chi arriva in quei luoghi, per essere curato, aiutato, salvato.

In questa realtà sciagurata, ci sono medici che non guardano l’orologio, attendendo la fine del turno, ma che finiscono di lavorare quando hanno terminato per davvero il proprio compito; medici che non lasciano nulla al caso, che lavorano con zelo, e rispetto nei confronti dei pazienti, mettendo a disposizione tutto il proprio sapere, come se nel proprio contratto ci fosse inserita la clausola “donare fino ad esaurimento scorte”.

La verità è che non si può e non si deve generalizzare, ma non si può neanche tacere, perché una cittadina come Cosenza, che vive ancora il lusso di avere un ospedale dentro le mura della città, dovrebbe tutelarne l’utilità, e la politica competente, dovrebbe avere l’occhio ben puntato su ciò che accade, e non far passare per eccezionale, quelle rare forme di normalità che si consumano molto raramente, rispetto ai disagi e a ciò che è obbrobrioso e fa paura.

Tornerò ancora, all’Ospedale Civile di Cosenza e spero di poter raccontare finalmente una realtà diversa, ma per adesso “lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.

Simona Stammelluti

Era il 2013 quando Luca Varani ordinò a due albanesi di sfregiare con l’acido l’allora sua fidanzata Lucia Annibali, l’avvocatessa che oggi dichiara: “ho dimostrato di essere più forte io”

La cassazione dopo 5 ore di consiglio, si è espressa confermando la pena a vent’anni di reclusione per Varani, rigettando così i ricorsi della difesa, contro la sentenza della corte d’appello di Ancona del 23 gennaio del 2015, che aveva appunto dato 20 anni a Varani e 12 anni ai due albanesi, Rubin Ago Talaban e Altistin Precetaj, riconosciuti colpevoli di aver eseguito l’aggressione per conto dell’avvocato pesarese, e dunque esecutori materiali. La sentenza è ora definitiva.

Lucia Annibali, sollevata dalla sentenza, ha ringraziato tutti, i carabinieri che hanno svolto le indagini, la Procura di Pesaro e i giudici. Ha poi risposto alle domande dei giornalisti, subito dopo la sentenza, e alla domanda circa la richiesta di perdono di Varani, lei risponde: “non mi sembrava una gran richiesta di scuse, ma penso che entrambi si debba fare percorsi personali, diversi e separati”.

“Adesso ricomincio da me, posso mettere la parola fine a questa vicenda. La mia vita è un po’ da reinventare, ma attendo esperienze nuove” – dice con una sorta di sollievo, Lucia Annibali, subito dopo la sentenza definitiva.

Il suo desiderio adesso è quello di curarsi, e di tornare ad essere un soggetto attivo nella società, quindi tornare a fare l’avvocato. Gli ultimi 3 anni di Lucia sono stati difficili; 17 interventi di ricostruzione del viso, anche per arginare problemi di vista e di respirazione. Tre anni di sacrificio, di tanto dolore ma anche di consapevolezza, considerato che lei dichiara: “Sono rinata forse, proprio la sera dell’aggressione, poiché attraverso la disperazione sono riuscita a staccarmi definitivamente da un uomo che pensavo mi amasse, ed invece mi odiava”.

Il suo consiglio infatti è proprio per le ragazze, che incontra durante i convegni nei quali la invitano: “non cedete al ricatto di chi vi fa soffrire. Troncate ogni rapporto che può farvi male e mettervi in pericolo”.

Simona Stammelluti

Era il 2013 quando Luca Varani ordinò a due albanesi di sfregiare con l’acido l’allora sua fidanzata Lucia Annibali, l’avvocatessa che oggi dichiara: “ho dimostrato di essere più forte io”

La cassazione dopo 5 ore di consiglio, si è espressa confermando la pena a vent’anni di reclusione per Varani, rigettando così i ricorsi della difesa, contro la sentenza della corte d’appello di Ancona del 23 gennaio del 2015, che aveva appunto dato 20 anni a Varani e 12 anni ai due albanesi, Rubin Ago Talaban e Altistin Precetaj, riconosciuti colpevoli di aver eseguito l’aggressione per conto dell’avvocato pesarese, e dunque esecutori materiali. La sentenza è ora definitiva.
Lucia Annibali, sollevata dalla sentenza, ha ringraziato tutti, i carabinieri che hanno svolto le indagini, la Procura di Pesaro e i giudici. Ha poi risposto alle domande dei giornalisti, subito dopo la sentenza, e alla domanda circa la richiesta di perdono di Varani, lei risponde: “non mi sembrava una gran richiesta di scuse, ma penso che entrambi si debba fare percorsi personali, diversi e separati”.
“Adesso ricomincio da me, posso mettere la parola fine a questa vicenda. La mia vita è un po’ da reinventare, ma attendo esperienze nuove” – dice con una sorta di sollievo, Lucia Annibali, subito dopo la sentenza definitiva.
Il suo desiderio adesso è quello di curarsi, e di tornare ad essere un soggetto attivo nella società, quindi tornare a fare l’avvocato. Gli ultimi 3 anni di Lucia sono stati difficili; 17 interventi di ricostruzione del viso, anche per arginare problemi di vista e di respirazione. Tre anni di sacrificio, di tanto dolore ma anche di consapevolezza, considerato che lei dichiara: “Sono rinata forse, proprio la sera dell’aggressione, poiché attraverso la disperazione sono riuscita a staccarmi definitivamente da un uomo che pensavo mi amasse, ed invece mi odiava”.
Il suo consiglio infatti è proprio per le ragazze, che incontra durante i convegni nei quali la invitano: “non cedete al ricatto di chi vi fa soffrire. Troncate ogni rapporto che può farvi male e mettervi in pericolo”.
Simona Stammelluti

Nell’aria c’è molto scetticismo circa il significato di questo giorno, nella cui data ricorre l’anniversario della famosa dichiarazione di Schuman, nel maggio del 1950

Era il 9 maggio del 1950 quando Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese proponeva la creazione di una comunità europea, i cui membri avrebbero messo “in comune” la produzione del carbone e dell’acciaio. Quella che all’epoca fu la CECA di cui facevano parte  Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto poi a quella che oggi prende il nome di “Unione europea”.
Il senso in origine era mettere in comune gli interessi economici, così da innalzare i livelli di vita, facendo il primo passo verso un’Europa più unita.
E così nel 9 maggio di ogni anno, da allora, le istituzioni dell’Unione Europea, celebrano la festa dell’Europa, aprendo al grande pubblico le porte delle sedi di Bruxelles e di Strasburgo.
Gli uffici locali dell’UE in Europa e nel resto del mondo organizzano una serie di attività ed eventi per un pubblico di tutte le età.
Ogni anno migliaia di persone partecipano a visite, dibattiti, concerti e altri eventi organizzati per l’occasione e per avvicinare i cittadini all’UE.
La giornata dell’Europa diviene così l’occasione giusta per organizzare eventi mirati ad avvicinare i cittadini all’idea di Europa unita, per educare gli studenti ai temi della cittadinanza europea e a ciò che questo oggi significa, in termini di opportunità e di diritti riconosciuti. E poi ancora per sottolineare la necessità di una convivenza europea priva di ogni forma di violenza, di guerra, di atti di terrorismo.
In questo giorno vengono promossi ed incentivati i servizi di volontariato, nonché progetti di sviluppo locale in posti diversi da quelli nei quali si vive. Le proposte sono tutte nobili, affinché questa festa dell’Europa, sia un contributo al dialogo con le istituzioni europee sulle politiche dell’Unione, in particolare in ambiti come la famiglia, lo sviluppo sostenibile, l’economia, il ruolo dell’UE nel mondo ed anche l’accoglienza di immigrati e rifugiati.
Eppure, malgrado questi  nobili principi c’è aria di scetticismo, considerato che un italiano su due, non si sente europeo. Il 50 % di cittadini che si sono sottoposti al sondaggio si sono così espressi e questo dato fa riflettere, considerato che la risposta si dipana su due differenti motivazioni. Una parte degli intervistati dichiara di non sentirti “attaccato” all’Unione Europea, gli altri sostengono di non sapere neanche come funzioni, l’UE. Sembra dunque che l’idea di Europa comune si stia affievolendo sia nelle menti che nei cuori degli italiani, mentre sale la preoccupazione per la sempre maggiore immigrazione, tant’è che rispetto alla media europea – che si attesta intorno al 65% – solo il 42% degli italiani dichiara di essere favorevole a che si fornisca assistenza ai rifugiati, mentre il restante 48% è assolutamente contrario.
Forse un vero lavoro di aggregazione e di integrazione sociale, contro un tentativo di disfattismo e di antieuropeismo, andrebbe irrobustito e promosso nelle scuole, che restano il primo e concreto ambiente di integrazione sociale, dove la pratica della differenza, va gestita partendo dai valori e dagli intrecci sia culturali che linguistici.
Socializzazione tuttavia significa non solo apertura, ma anche ricerca di somiglianze, di conferme, di similitudini di gusto, di sensibilità, di storia personale.
Le persone cercano nel contatto non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia reciproca, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili e quindi amichevoli e fruttuosi.
Gli scettici contro l’europeismo sono in crescita. Sono quelli che criticano con forza la mancata coesione, il disimpegno su problematiche come l’immigrazione o il potere della moneta, o l’utilizzo dei fondi europei per i progetti delle regioni italiane. Una sorta di malumore mediterraneo.
Eppure nel processo di secolarizzazione che ha investito le società occidentali, la vita sociale è andata incontro a un doppio processo di diminuzione e al tempo stesso d’intensificazione del senso di appartenenza. Accanto allo stile di vita individualistico e secolarizzato è cresciuto anche il grado di coinvolgimento in forme di associazione neo-identitarie. Alla realizzazione di sé nel lavoro e all’evasione edonistica si è unito il bisogno di perseguire obiettivi nei quali l’individuo si possa sentire risolto in identità più collettive e comunitarie, sia pure nei limiti di una mentalità individualistica.
La speranza è dunque che vi sia un rinnovato bisogno di appartenenza a qualcosa di “grande” e “comune”, generando un equilibrio tra libertà e conservatorismo comunitario. E se l’Europa saprà rielaborare una nuova sintesi, potrà sopravvivere ad eventi e scetticismo.
Simona Stammelluti