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Ho terminato la lettura del libro di Gino Strada “Una persona alla volta” qualche giorno fa, ma ho dovuto attendere un po’ prima di scrivere questo articolo, perché le emozioni che ti travolgono sono tante, la commozione davanti alla sua meravigliosa utopia non ti lascia indifferente e se è vero che un libro come questo, che racconta di vita vera, deve indurre delle riflessioni, beh, quelle riflessioni hanno bisogno di alcuni giorni per trovare il proprio posto, o compimento, come direbbe lui.

E così in punta di piedi e con tutta la delicatezza che conosco, provo a raccontarvi questo libro, che tutti – oggi più che mai – dovrebbero leggere.
E magari potremmo farlo nei momenti liberi, al posto delle nostre disquisizioni asfissianti ed anche banali che ormai siamo soliti fare al bar, al telefono, o sui social, dove ci atteggiamo a persone che sanno tutto sulla guerra, sui perché, sui perché no, ma davvero poco sanno sulle conseguenze a lungo termine di un conflitto. Quello che sappiamo di ciò che accade ai civili lo vediamo in tv, ma sempre comodamente seduti sul divano di casa, dalla comodità e dalla libertà di essere, pensare, agire, fare o non fare.

Una delle cose che più mi ha colpito di questo libro che per davvero non è un’autobiografia ma il racconto toccante di come si possono salvare vite umane e diritti del singolo che poi diventano di tutti, è scritta nella postfazione curata da Simonetta Gola, moglie di Gino Strada che lo descrive come una “persona libera”, con quel suo modo straordinario di abitare il mondo, qualunque cosa facesse. E allora mi sono domandata cosa avrebbe detto oggi, con la sua perentorietà ai fautori di questa assurda guerra, ma anche agli ucraini, che proprio in nome della libertà stanno resistendo. Anche il “resistere” è parola cara a Gino Strada. Ha resistito lui, mentre cercava di curare e salvare le vittime delle guerre dentro le quali lui ha messo letteralmente le mani. E lui sì che di guerra poteva parlare perché l’aveva vista in faccia, l’aveva sfidata e poi vinto ogni qualvolta ha prima salvato una persona alla volta, e poi ha urlato verso chi rendeva i civili vittime.

“Se nove vittime su dieci sono civili, non è più normale. Non è più la stessa guerra. Non si dovrebbe nemmeno chiamarla tale”

Leggendo il racconto delle vittime di altre guerre, si fa presto a pensare ai civili di Mariupol, città martire della guerra in Ucraina. Anche loro, come i feriti salvati da Gino Strada, erano persone che stavano facendo una propria vita prima che una mitragliata o un’esplosione la cambiasse per sempre. L’atrocità della guerra, la disumanità della guerra, la violenza che distrugge vite e toglie dignità e possibilità di futuro. E chi resta, fa i conti con la disperazione e il dolore.

Nel libro Gino Strada racconta la sua vita spassionatamente, senza nascondersi mai. Parla della sua famiglia di origine, del dolore che si prova quando si perde una persona cara, di come ci voglia del tempo, per capire l’amore.

È stato un concentrato di efficenza ed efficacia; perché lui sapeva quanto difficile fosse poter curare persone in posti del mondo dimenticati da Dio e dagli uomini (o meglio dai potenti), luoghi dove la fame e le malattie e la guerra rendeva tutto quasi impossibile, ma lui pensava, agiva, realizzava, tutto con efficienza e a volte impiegando le risorse minime indispensabili. Davanti ad un problema, aveva bisogno di fare.

Era quel binomio bisogno/azione che lo aveva fatto appassionare alla chirurgia. E così la passione per la medicina, insieme all’antifascismo, alla politica e alla militanza, erano diventate le radici che lo tenevano ben saldo, ovunque fosse andato nel mondo. Racconta quel mondo visto, vissuto e salvato con una semplicità disarmante, come se creare ospedali ai confini del mondo, dove non c’è nulla se non il dolore, fosse una cosa semplice. Perché lui, non aveva scelto quel lavoro perché mosso irresistibilmente dal bisogno di salvare vite umane, ma aveva semplicemente scoperto quanto gli piacesse farlo.

Ha speso la sua vita a studiare le dinamiche delle guerre, le motivazioni sempre meno plausibili, cercava di capire, di saperne di più con la forza di chi non si rassegna mai. Non si è mai rassegnato Gino Strada, non si è mai girato dall’altra parte ed anche se non poteva fermare la follia delle guerre che incontrava sul suo cammino, poteva curare le sue vittime.

Spesso, il fondatore di Emergency ha detto la frase “mi sono sbagliato“. Ma subito dopo essersi indignato, agiva.
Gino Strada mi ha insegnato che per davvero da soli si può fare ben poco, che la cooperazione è sempre la soluzione, che il coinvolgimento, le energie comuni, la condivisione, il sostegno, rendono possibili alcuni progetti impossibili. E dove finisce tutto questo, finisce la storia.

Regole di condotta, codici di comportamento, valgono nella vita di tutti i giorni, ma non nella guerra.
Lo dice a gran voce Gino Strada.

Non vi è nessuna differenza sostanziale quando decidi di uccidere.

Ripensavo non solo alla guerra però, dopo questa sua affermazione. Penso a tutte le volte che si muore per mano di un proprio simile. Regole comportamentali dismesse come un vecchio abito, codici etici del vivere, rottamati in cambio della follia.

Molto toccante il passaggio dove racconta le ragioni del più forte. I suoi occhi hanno visto vittime sempre uguali di guerre diverse.

“Ma verrà anche il momento della guerra di tutti contro tutti”.  

Spesso mi sono espressa circa la necessità di studiare per capire. Senza il sapere, si brancola nel buio. E questo libro, a tratti, funge da fonte straordinaria di nozioni, circa gli innumerevoli tentativi che ci sono stati nella storia, di costruire letteralmente la pace.

E poiché la guerra non si può umanizzare, la si può solo abolire. 

Questo disse Einstein nel 1932 alla conferenza generale sul disarmo tenutasi a Ginevra.
Einstein non pensava certo di abolire la guerra con un trattato, ma con un salto di qualità della coscienza collettiva. Convivere senza uccidersi.
Iniziavano a prendere forma le parole Pace ed Utopia.

Si parlavano da esseri umani ad essere umani pur avendo divergenze profonde.
Quanto siamo capaci noi di parlarci oggi “da esseri umani ad essere umani” pur avendo profonde divergenze di opinione?

Vorrei raccontare ancora tanto di questo libro, ma lascio al lettore la possibilità di immergervisi di dentro e di trovare un proprio filo magico che lo conduca dritto dritto alla propria vita quotidiana. Dalla straordinarietà di ciò che Gino Strada ha fatto per una vita intera, come se fosse normale, alla normalità delle nostre esistenze che però possono diventare straordinarie se solo grazie al suo esempio siamo pronti ad accogliere, aiutare, fare squadra, comprendere.

Un giorno dell’anno 2001 Gino Strada capì di non essere un pacifista, ma solo un uomo che era contro la guerra.
E allora mi sono chiesta perché nelle trasmissioni televisive spesso in questi mesi abbiamo sentito pacifisti, che mai si sono espressi a gran voce contro la guerra e chi l’ha avviata e ancora oggi si arroga il diritto di sovrintendere il destino del mondo.

Troppo facile dirsi pacifisti, diceva lui. Quanto aveva ragione …

E allora è possibile un mondo senza guerra?
Bella domanda.
Neanche Gino Strada seppe mai rispondere a questa domanda.
Lui era convinto che tutto ciò che può sembrare utopico alla fine può avvenire.

L’utopia è solo qualcosa che ancora non c’è.

L’abolizione della schiavitù, della ghettizzazione erano ideali utopici – dice Strada – ma alla fine ci si è riusciti a compierli.
Ed anche se c’è ancora qualche forma di schiavitù e il razzismo è una moderna forma di ghettizzazione, la logica intrinseca è stata annientata.
Perché alla fine è una questione etica. C’entra sempre l’etica, perché esistono il bene ed il male.

E allora forse un giorno, anche la vita senza guerra potrà essere realtà.
Un giorno. Forse. Oggi no.

 

 

 

Una mattina mi sono svegliato, e ho trovato l’invasor. 

Quante volte abbiamo cantato “Bella Ciao” nel giorno del 25 aprile.
Lo abbiamo fatto con la leggerezza di una generazione che non ha visto la guerra, che non ha subìto l’invasione, la distruzione, lo sgomento che invece i nostri nonni, alcuni dei quali partigiani, ci hanno raccontato, che ancora ci raccontano con le lacrime agli occhi.
Noi che pensavamo di aver consegnato definitivamente alle pagine dei libri di storia, l’orrore dei regimi totalitari, che oggi vediamo voler ripristinare invece una sorta di “colonialismo”, con la prepotenza che è propria di chi vìola e oltraggia altri popoli, saccheggiando dentro il loro bene più grande, la libertà di scegliere in che direzione andare.
Noi che viviamo lo sgomento di trovarci dinanzi ad una delle pagine peggiori della storia della Chiesa dai tempi delle crociate, davanti ad un Patriarca che in maniera assurda e folle appone “il sigillo della sacralità” su una guerra come quella che si sta consumando in Ucraina, voluta da un un uomo che nel giorno della Pasqua ortodossa con un cero acceso, con una mano si è fatto il segno della croce e con l’altra continuava ad ordinare il massacro dei civili.

L’abbiamo cantata mille volte quella canzone simbolo della resistenza e di libertà.
L’abbiamo cantata anche in maniera quasi scaramantica, affinché quello scempio chiamato guerra, non fosse mai più, anche grazie alla memoria, alla storia. Perché la libertà non è un feticcio, è una macchina che va fatta camminare, va incoraggiata e protetta, a qualunque costo.
Ed invece da oltre 50 giorni, abbiamo la guerra nel cuore dell’Europa, così tanto vicina a noi che quasi sentiamo il suono delle bombe e l’odore della morte.
Ma ciò che sentiamo forte è l’angoscia di sapere che il popolo ucraino “una mattina, si è svegliato, e ha trovato l’invasor”. Un invasore spietato, che sta facendo scorrere fiumi di sangue e sta riaprendo la ferita che avevamo chiuso nei libri di storia con l’aiuto delle parole “democrazia” e “libertà”.

Democrazia e libertà violate, annientate, strappate via ad un popolo libero e democratico, che però non si è arreso di fronte alla prepotenza, e ha praticato il coraggio di affrontare l’invasione russa, tra paura e determinazione, nella libertà stretta a sé, di decidere se vivere o morire.
Un orrore che si ripete. Le bombe, i rifugi, la violenza, la paura, la morte, la distruzione, le urla, il dolore, le richieste di aiuto, il terrore, gli occhi che non si chiudono per paura di non vedere un nuovo giorno.
E quelle parole “mai più” sembrano volate via, nel vento di una primavera rossa di sangue e dittature che fanno ritorno e che offendono una società e i suoi valori, che con prepotenza calpestano diritti, dignità e libertà di essere umani, che è il popolo ucraino.

La loro Liberazione che sembra così lontana e la parola pace che sembra non avere più suono tanto da migrare da cuore ad orecchio, da orecchio a coscienza.
E poi le polemiche, così tante, spesso così vicine ad ognuno di noi, che mettono in dubbio i motivi circa i quali il popolo ucraino sta combattendo e il perché non si voglia arrendere al nemico, alla dittatura, alla violenza e alla prepotenza, che – se ci si pensa bene – è rivolta anche alla nostra di società e ai nostri di valori, mentre si avverte come fiato sul collo il pericolo di veder indebolire le nostre democrazie, già fragili anche senza guerra.

Se la nostra di liberazione è avvenuta dopo la difesa con le armi e con la resistenza verso il nemico, perché il popolo ucraino dovrebbe arrendersi?
Dovrebbe essere un 25 aprile di solidarietà, espressa e praticata, forte e coesa, verso quel popolo che è divenuto martire in nome di una libertà che vale così tanto, che pesa così tanto, che vale più di una sopravvivenza sotto il peso di una dittatura.

(Che si pensi poi a come qui da noi si sopravvive a forme di dittatura indiretta come la mafia, e contro la quale bisognerebbe lottare e resistere, per potersene liberare).

E mi viene da pensare a tutti coloro che stanno criticando “la resistenza” del popolo ucraino, e domani però sventoleranno la bandiera della Liberazione e canteranno Bella Ciao.
Penso agli esponenti di destra, sempre vicini a Putin, ai filoputin – intellettuali, parlamentari, imprenditori che in passato o più recentemente hanno sottolineato meriti e qualità del presidente russo –  ed anche a giornalisti che per giorni hanno scritto contro il fare decisionale dell’Ucraina e che domani titoleranno a gran voce circa il significato del 25 aprile. Che ci si astenga, almeno dalle commemorazione, dagli inchini alla bandiera, dalla mano sul petto.

… e questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà.

 

 

 

 

 

 

Letizia Battaglia muore a 87 anni, dopo aver amato Palermo visceralmente.
Fotografa di fama internazionale, animatrice culturale, impegnata in politica,  ha raccontato i tanti volti della sua città, e poi la mafia e quel suo scatto dell’omicidio di Piersanti Mattarella, divenuto poi celebre.

“Io con la macchina fotografica al collo, scatto dal finestrino. All’interno della macchina c’è il corpo di un uomo che viene trascinato fuori da un altro uomo. Avevano sparato al presidente della nostra regione ” 

Queste le parole di Letizia Battaglia mentre racconta gli eventi accorsi nel 1980 al quale provava a prestare soccorso il fratello Sergio.

La fotografa si trasferisce poi a Milano nel 1970, ma resta legatissima alla sua terra.
Ha testimoniato con il suo lavoro la stagione del terrorismo a Palermo; realizza le immagini degli omicidi di mafia, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Collabora con le più importanti agenzie internazionali e nella sua carriera hanno celebrato la sua arte, con mostre e premi in Italia ma anche all’estero.

Uno sguardo severo il suo, ma sempre con una luce di speranza.

“Noi eravamo in balia della mafia. Perché c’erano anche politici collusi. La figura oggi di Mattarella come presidente della Repubblica è di grande speranza”. 

Dotata di personalità, carattere e carisma, riversava ogni dettaglio di sé nei suoi scatti che, come lei stessa diceva, erano diversi quando puntava l’obiettivo sui dettagli di Palermo. Trovava le giuste inquadrature, poneva lo sguardo geometricamente rispetto ai luoghi, trovava un senso, e quelle immagini in bianco e nero, durante le stragi di mafia, erano d’obbligo, per evitare che il colore del sangue distogliesse da tutta la scena rappresentata, che nelle sue foto pulsava di umanità violata. Realtà e nessuna censura nelle sue immagini, che hanno assunto nel tempo uno straordinario valore anche storico, considerato che ha immortalato un’epoca, e che poi sono finite nell’archivio dei ricordi di Letizia Battaglia e nelle mostre, come quelle “sospese nel vuoto” nella mostra al Maxxi di Roma nel 2017.
In quella mostra attaccata ad un muro anche il telegramma che Letizia Battaglia ricevette dalla mafia che le ordinava di lasciare Palermo, altrimenti l’avrebbero fatta fuori.
Ma lei mai si fece intimorire.

Non era solo una fotografa, ma una vera fotoreporter alla quale fu riconosciuto il Premio Eugene Smith, a New York. Lei prima donna europea a ricevere quel premio, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il famoso fotografo di Life. Nel 2017 il New York Times l’ha citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno. Enorme il suo contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina.

La sua attenzione anche verso il mondo femminile, che ha fotografato fino all’ultimo giorno, come il suo progetto sui nudi di donna, corpi non sexy ma belli, veri e sinceri. I soggetti erano tutte sue amiche. Il ricordo poi della bambina con il pallone, che Battaglia ha rincontrato da adulta, dopo 38 anni, trovandosi dinanzi una donna bellissima, buona, gentile, che ha vissuto la sua vita distante da quella realtà anche se mai la fotografa l’aveva dimenticata perché mai avrebbe potuto dimenticare quello sguardo così greve incastonato in occhi da bambina.

“Nessuna tecnica, solo passione” 

Diceva quando le chiedevano se i suoi scatti fossero istintivi o se seguissero una tecnica.

Un delle sue ultime riflessioni fu proprio sulla vita:

“Bisogna lavorare sodo, solo così si giunge alla conquista di qualcosa di vero e non effimero. Perché la vita è stupenda, io ho 84 anni e la considero ancora e sempre piena di sorprese. E in rapporto a questa meraviglia bisogna impegnarsi molto; con gioia, ma anche sfacciatamente. Ecco: con coraggio. Il coraggio ci vuole, lo dico anche a me stessa”.

Sapete cosa abbiamo sulla testa?
Quello che vedete nella foto qui sopra.

Qualche giorno fa, da un satellite sono arrivate le immagini che immortalano la tensione nei nostri mari tra la flotta russa e quella della Nato.
Le immagini mostrano la portaerei statunitense Truman inseguita dal caccia Kulakov: una sfida che avviene a poca distanza dalle coste calabresi e quelle siciliane. 

Scene simili non si vedevano da più di 30 anni, dai tempi cupi della Guerra Fredda.
Sulle nostre teste avviene una dimostrazione di forza senza confini, in cui le navi di Mosca esercitano una pressione crescente su quelle dell’Alleanza atlantica.

Sono operazioni che hanno un obiettivo politico ossia far capire che Mosca è pronta a tutto e non teme nessuna escalation. 

La portaerei Truman è l’ammiraglia dello schieramento occidentale nel Mediterraneo: i suoi cacciabombardieri F18 Hornet hanno simulato incursioni volando fino al Mar Nero e al Baltico, per testimoniare la capacità di intervenire in sostegno dei Paesi più vicini all’area del conflitto.

Il Kulakov invece è una nave d’epoca sovietica, completamente modernizzata nel 2010: secondo alcune fonti è dotata pure di missili cruise Kalibr, lo stesso tipo di arma che viene usata per colpire le città ucraine. Si muove in coppia con l’incrociatore Varyag, il peso massimo della Marina di Mosca: un’unità progettata proprio come “killer di portaerei”.

Nel mar Mediterraneo dunque, Mosca ha schierato una forza navale di grande portata: due incrociatori, due caccia, due fregate, una corvetta, almeno due sottomarini convenzionali e con molta probabilità anche uno a propulsione nucleare.

La Cantina Bentivoglio a Bologna è da sempre il posto magico del jazz, luogo ideale dove tutto l’anno si possono ascoltare concerti nella condizione più propizia a questo tipo di ascolto e cioè vicini agli artisti, dei quali si può percepire non solo il talento ma anche l’anima, le intenzioni, l’appeal.
La formula vincente del jazz club, dunque,  con la marcia in più di essere un posto sofisticato dove tutto è perfetto, dal cibo al vino, dalle luci al servizio, dalla musica alla complicità che si sprigiona tra gli appassionati di jazz e quel luogo che non delude mai.
Ieri sera ad esibirsi, un’artista che a mio avviso, merita molta più visibilità di quelle che già non ha esibendosi nelle sale jazz di tutto il mondo.
Champian Fulton è giovane e deliziosa, e la felicità che ha imparato a vivere (sometimes I’m happy – dice) sentendo i suoi genitori suonare il jazz, la regala al suo pubblico che non può non inebriarsi davanti ad una capacità artistica fuori dal comune, perché la cantante e pianista americana non è solo dotata di bravura sopraffina, ma è anche una virtuosa del jazz, e del jazz ne rappresenta la purezza e l’integrità.

Il suo fascino garbato è al contempo prorompente, denso di swing, con il suo pianismo brillante e pieno di idee armoniche nei passaggi improvvisativi, mentre corre sui tasti del pianoforte con la leggiadria di chi conosce in maniera impeccabile la materia e la fa sua, senza indugi e senza ammiccare.

L’ampia sensibilità verso la tradizione jazzistica e i temi di repertorio dei quali ne incarna le sfumature, diventano espressione e linguaggio che trasmigrano nell’ascoltatore diventano dimensione appassionata e coinvolgente.

Con lei sul palco ieri sera due fuoriclasse che al mondo del jazz hanno dedicato tutta la loro vita. Un team ritmico che vede al basso Lorenzo Conte e alla batteria Joris Dudli.

Un connubio perfetto, un interpley impeccabile, uno scambio di spazio sonoro e di complicità, realizzato per innescare un piacere all’ascolto tanto raro quanto appagante.

Champian Fulton eccelle sia al piano che alla voce. Ricorda le voci divine delle cantanti jazz anni 50, e se chiudi gli occhi mentre l’ascolti fai un salto nel passato, sei immerso in quei jazz club newyorkesi e ti avvolge la consapevolezza di essere nel posto giusto con le intenzioni giuste, quelle di godere fino in fondo delle emozioni sensoriali che solo il jazz sa consegnarti.

La voce di Champian è giovane ma ha in sé il tocco del veterano, mentre interpreta gli standard, e a me ha ricordato la voce di Carmen McRae, con tutte le inflessioni vocali del bop, del blues, mentre padroneggia con le ballad fino alla potenza dello swing.

È un’artista dotata e abile nel condurre, cosa non scontata e non facile da riscontare nei trii dove il leader è una donna.

Gli assoli sono agili e raffinati, eloquenti ed effervescenti, sono concentrati sul tema e permettono alla performance di apparire ritmicamente coinvolgente e ricca di sensualità.

Sometimes i’m happy – dice Champian Fulton.
Lo siamo stati anche noi, ieri sera, per un’ora e mezza in cui il jazz ha pulsato nella forma più accattivante possibile.

 

Il 4 aprile 2022 verrà ricordato come il giorno in cui la giustizia ha mostrato finalmente il suo volto, dopo 13 lunghi anni di battaglie e di depistaggi.

In questi anni Ilaria Cucchi, che non si è mai arresa ad una realtà che non era la verità, e i suoi genitori che nel frattempo si sono ammalati, hanno lottato strenuamente per giungere a questo giorno giunto forse tardi, ma come si dice: meglio tardi che mai.

Ma mai avrebbe gettato la spugna Ilaria, rappresentata e sostenuta dall’avvocato Fabio Anselmo, la cui bravura indiscussa, non è stata solo un mezzo per giungere alla giustizia ma la dimostrazione di quanto sia importante competenza, tenacia e valore professionale per raggiungere l’unico obiettivo possibile: giustizia e verità.

E la Verità è che Il 22 ottobre del 2009, Stefano Cucchi è morto perché pestato con violenza all’interno della caserma dei carabinieri.

La Cassazione in via definitiva condanna a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, autori materiali del pestaggio avvenuto la sera del 15 ottobre 2009 e che ha causato la morte di Stefano.

Gli stessi giudici hanno rinviato in Appello per la rideterminazione della pena Roberto Mandolini e Francesco Tedesco, accusati di falso.

L’arma dei carabinieri si scusa, con la Famiglia di Stefano, con sua sorella Ilaria, che come una roccia ha resistito e ha sopportato i colpi di una giustizia che ha stentato ad arrivare, ma che oggi riporta la pace nella vita di chi ha sofferto così tanto, da pensare forse, a volte, di non farcela, ma tutti sapevamo che ce l’avrebbe fatta, che insieme a Fabio Anselmo ce l’avrebbero fatta.

A sentenza pronunciata, Ilaria ha ringraziato i suoi avvocati, il pm titolare dell’inchiesta Giovanni Musarò, per averli condotti fino a questa conclusione.

12 anni sono pochi o tanti, ci si è chiesto nelle ultime ore?

Questi sono gli anni di condanna per un omicidio preterintenzionale.

Tutti abbiamo davanti agli occhi le immagini che per anni Ilaria Cucchi ha mostrato in gigantografie che mostravano Stefano martoriato dai segni delle botte.

E allora ci si chiede se non ci fosse anche un aggravante in questo omicidio preterintenzionale, uno sfregio operato, un odio consumato in questo pestaggio, un abuso di potere che dovrebbe pesare come aggravante, tanto quanto il reato posto in essere.

Anni difficili quelli trascorsi, anni di depistaggi, “occhi chiusi che non hanno voluto vedere” che miravano a sotterrare la verità insieme al corpo di Stefano.

E come non soffermarsi a riflettere su come sia stato possibile che tutte quelle persone tra personale medico, paramedico, penitenziario, che hanno visto e visitato Stefano, non si siano accorti di quello che gli era realmente accaduto. C’è un concorso di colpa enorme. E chissà se non si sarebbe potuto salvare, Stefano, se chi avesse visto o voluto vedere quello che era gli era accorso, avesse parlato, avesse agito. 

Intanto tra pochi giorni, il prossimo 7 aprile, è prevista la sentenza del processo proprio sui presunti depistaggi circa il decesso di Cucchi, che vede imputati otto carabinieri accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia e per i quali il pm ha chiesto condanne che vanno da 1 anno e 1 mese fino a 7 anni.

Poca roba. Una manciata di mesi di reclusione, in relazione alla falsificazione anche di atti che hanno complicato gli eventi giudiziarie che hanno fatto assumere alla storia della morte di Stefano Cucchi, le fattezze di un grande rebus di cui tutti conoscevano la soluzione.

Giustizia è fatta.

Ma il dolore resta.

Il dolore di una perdita ingiusta, il dolore di una lotta che ha consumato le vite della famiglia Cucchi, i cui occhi hanno visto e pianto, ma non si sono mai abbassati, davanti alla verità granitica alla quale si sono aggrappati per non cadere.

Un film che era candidato a 12 Oscar ma ne vince solo uno.
È un film che ti si svela piano. Un film affascinate e complesso.
Adattato sull’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage, racconta  -in oltre due ore – la storia di tre uomini, ognuno dei quali ha un passato che scalpita, che si manifesta attraverso comportamenti le cui motivazioni si comprendono un po’ alla volta.
E poi il ruolo della donna che esce dal binario di colei che sta accanto, e diventa spina nel fianco, ma che su di sé vive un tormento che si trascina dietro e che la rende vittima ed infelice, malgrado un nuovo matrimonio che la tira fuori dal ruolo di vedova e madre.
Il suo passato non è “passato” abbastanza e le crea un disagio costante.

Una sorta di sofferenza attraversa tutto il film nascosta dentro cose non dette, che lo spettatore scopre un passo alla volta scavando dentro ciò che apparentemente caratterizza i personaggi. Inconscio, tutto ciò che non si è rimosso, e poi l’eros raccontato sottilmente e l’aggressività che è figlia diretta della frustrazione.

Per quasi tutta la visione ci si chiede perché il film si intitoli “Il potere del cane” e solo sul finale si scopre avere a che fare con un versetto biblico, con il tradimento e la crocifissione di Gesù.
Ma vi è anche una immagine che si palesa agli occhi di chi “sa guardare” le colline che dominano in Montana.
Un cane si intravede, un cane che fa parte di un branco e che vive pulsioni e spirito di sopravvivenza.

Nel film vi è odio represso e amore nascosto. Vi è vendetta e solitudine, in un film corale nel quale ognuno interpreta paure e insicurezze.

Montana, 1924, nelle pianure del vecchio west, dove due fratelli George (Jesse Plemons) e Phil (Benedict Cumberbatch), completamente diversi in fisico, carattere ed identità, approcciano al cambiamento che sta arrivando, alla modernità che vorrebbe tirarli fuori dalla rozzezza in cui sono cresciuti. Ci sono locande che mostrano tovagliato raffinato, fiori di carta sui tavoli e pianoforti da suonare e musica da ballare.

Phil, il più giovane, il più colto ed il più bello, è anche quello più tormentato, rimasto intrappolato in quel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, un tempo impreziosito dalla presenza nella sua vita di un amico, un mentore, un amore, Bronco Henry, che gli ha insegnato a cavalcare, a diventare uomo e a nascondere la sua omosessualità ostentando un machismo che non gli appartiene.
Figura centrale in contrapposizione al fratello, che vive senza slancio e mai fuori dalle righe, uomo mite che sposa Rose (Kirsten Dunst), per non sentirsi più solo,  dopo essersi sentito solo per una vita intera. Lei, in rotta con il cognato, del quale vede solo il narcisismo, e che a sua volta la detesta perché gli ricorda che in lui alberga una parte femminile che ha sempre dovuto nascondere, considerato anche il suo ruolo da “capo branco” nel ranch di famiglia.
E poi Peter (Kodi Smit-McPhee), figlio di Rose, che appare in principio come l’anello debole della narrazione ma che a poco a poco mostra la sua reale natura.
Vittima di una storia finita tragicamente con la morte per suicidio di suo padre che era un alcolista, si trova a dover gestire una nuova vita dove il rapporto non è più a due, con sua madre, ma c’è la presenza di altri due uomini che hanno però posizioni differenti rispetto al suo modo di concepire la nuova esistenza. Prima denigrato e schernito da Phil che offende la sua parte “delicata”, finisce poi sotto la sua ala protettrice, trovando in quell’uomo così scontroso il suo mentore, per poi entrare letteralmente in quello spazio privato ed invalicabile della sua intimità.
Sarà Peter a prendere il ruolo del personaggio brutale e sottilmente sadico. Ben lontano da come il personaggio si mostra allo spettatore sul principio della narrazione, finirà per “intrecciare” ricordi nefasti con quel finale che non ci si aspetta.

La regia è da Oscar, è concepita per porre lo spettatore accanto ai personaggi, nella penombra degli interni e gli esterni luminosi, dietro spighe di grano, in groppa ad un cavallo, tra mosche e mandrie, tra mani insanguinate e corde che si intrecciano, come le vite dei protagonisti. Jane Campion con rigore ci insegna ad osservare, a saper guardare i dettagli, a “farci caso”, a passare dentro le forme rigide di interni per poi rifiatare nei panorami colorati di giallo oro e di marrone, che profumano di terra e di oblio.

 

 

 

Ho pensato a come dare una mano all’informazione russa, ormai  completamente compromessa, considerato che Putin reprime la libertà di stampa e dopo la chiusura anche della famosa testata libera Novaya Gazeta, giornale di Anna Politkovskaja e del Nobel Muratov, che si era distinta negli anni per le coraggiose inchieste sugli oligarchi e sulla guerra in Cecenia.

Ormai a resistere è solo il sito di informazione Meduza, che dal 24 febbraio scorso, segue i principali sviluppi in Ucraina, in Russia e in tutto il mondo, a seguito della decisione di Putin di lanciare un’invasione su vasta scala dell’Ucraina.

E così ho ritenuto giusto prendere un articolo, pubblicato poche ora fa da quella testata online e tradurlo, per dare spazio e voce a chi da solo con molta probabilità non ce la fa a diffondere le notizie in Russia, e forse dovremmo farlo tutti.

Questo l’articolo: 

I PRINCIPALI SVILUPPI DEL CONFLITTO NELLE ULTIME ORE:

  • Sembra un progresso: I colloqui ad Istanbul
    Martedì, l’Ucraina ha offerto alla Russia un periodo di negoziazione di 15 anni per determinare lo stato della Crimea, durante i quali l’Ucraina ha promesso di non utilizzare la forza militare per risolvere il conflitto. Secondo i funzionari ucraini, il conflitto nel Donbas sarebbe gestito separatamente nel corso dei futuri colloqui tra i presidenti dei due paesi. L’Ucraina si è anche offerta di giurare di non aderire alla NATO in cambio di garanzie di sicurezza da un altro paese, come Stati Uniti, Francia, Turchia, Germania, Canada, Polonia o Israele. La parte ucraina ha affermato che qualsiasi modifica allo stato di sicurezza dell’Ucraina dovrebbe essere approvata da un referendum nazionale seguito dalla ratifica della Verkhovna Rada e quindi dalla ratifica del parlamento del paese che fornisce le garanzie di sicurezza.
  • Se riponi la tua fiducia in me, renderò brillante la tua giornata: l’esercito russo dice che ritirerà alcune delle sue forze dalla capitale ucraina in quella che il viceministro della Difesa Alexander Fomin chiama “attività militare drasticamente ridotta” rivolta a Kiev e Chernihiv . L’annuncio fa seguito a un altro round di negoziati tenutosi a Istanbul. La decisione ha lo scopo di “aumentare la fiducia reciproca e creare le condizioni necessarie per ulteriori colloqui per raggiungere l’obiettivo finale di un accordo e la firma di tale accordo”, ha detto Fomin ai giornalisti martedì. I giornalisti a Kiev, tuttavia, riferiscono di sirene antiaeree continue.
  • Euro o niente: il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck ha affermato che il G7 sta rifiutando la richiesta della Russia che i “paesi ostili” paghino per il gas russo in rubli, definendola una “chiara violazione degli accordi esistenti”, che specificano tutti euro o dollari USA come valuta di pagamento . I dati della compagnia di trasporti Gascade hanno mostrato che i flussi di gas sul gasdotto Yamal-Europa, che di solito scorre verso ovest dalla Russia alla Germania ma è fluito verso est da quando la Polonia ha iniziato ad acquistare petrolio dalla Germania il 15 marzo, sono scesi a ZERO mercoledì. Nel frattempo, le consegne di gas dalla Russia all’Europa su altri importanti gasdotti sono rimaste stabili.
  • Un decennio in divenire: Denis Pushilin, il capo dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk (DNR), ha annunciato l’intenzione di prendere in considerazione l’incorporazione della repubblica in Russia, anche se solo dopo che il DNR si sarà assicurato il controllo su tutto il territorio di Donetsk dell’Ucraina. Leonid Pasechnik, il capo della vicina autoproclamata Repubblica popolare di Luhansk, ha dichiarato il 27 marzo che presto si sarebbe tenuto un referendum sull’adesione della repubblica alla Russia, ma in seguito ha respinto i commenti.
  • Un gioco pericoloso: il ministero dell’Interno ucraino ha accusato la Russia di utilizzare le mine navali lasciate in Crimea dall’Ucraina dopo l’annessione russa della penisola per “provocare e screditare l’Ucraina davanti ai suoi partner internazionali”. Il 19 marzo, l’FSB russo ha annunciato che le mine ucraine installate vicino ai porti di Odessa, Ochakiv, Chornomorsk e Yuzhne si stavano staccando dalle loro ancore e “si stavano spostando liberamente verso la parte occidentale del Mar Nero”. Di recente sono state trovate mine alla deriva al largo delle coste della Turchia e della Romania. Le autorità ucraine affermano che queste miniere sono vecchi modelli che il Paese non utilizza più.
  • Il rublo torna su: il 29 marzo, il valore del rublo ha raggiunto il massimo di un mese di 88 per dollaro. L’economista Dmitry Polevoy ha attribuito il rimbalzo a misure come la richiesta del governo che gli esportatori russi vendano l’80% dei guadagni in valuta estera, il recente calo delle importazioni e le misure di controllo valutario della Banca centrale.
  • ‘Fantasie malate’: il generale russo Vladimir Shamanov ha annunciato la cattura di due ucraini accusati di aver torturato prigionieri di guerra russi, Sergey Velichko e Konstantin Nemichev. Diverse ore dopo, Velichko e Nemichev hanno pubblicato un video in cui negano di essere stati catturati e affermano che il video che mostra la tortura del soldato russo è falso. “Gli amici! Sono tenuto prigioniero, prigioniero delle fantasie malate di malati di un paese vicino che ha preso l’Ucraina in tre giorni, che ha preso me e Kostya in ostaggio, che ha abbattuto l’elicottero del comandante del reggimento Azov. Buona fortuna! Vieni su! Non saremo felici di vederti”, dice Velichko nel video.
  • Scrivendo le parole di un sermone che nessuno sentirà: i legislatori di Kiev hanno redatto una legge che vieterebbe di fatto le attività della Chiesa ortodossa russa e sequestrerebbe le sue proprietà in Ucraina. Il disegno di legge prende di mira le attività delle organizzazioni religiose con un centro di governo “in uno stato che è riconosciuto dalla legge come aver commesso un’aggressione militare contro l’Ucraina e/o occupato temporaneamente parte del territorio ucraino”. (Nel 2018, la Chiesa ortodossa ucraina si è formata e ha ricevuto l’indipendenza ecclesiale in una rottura con il Patriarcato di Mosca.)
  • Sai che non è facile, sai quanto può essere difficile: gli osservatori dei diritti umani del  Net freedoms Project hanno rintracciato più di 220 condanne per reati minori in tutta la Russia per “aver screditato le forze armate”, rendendo probabile che la responsabilità per incitamento all’odio per le recidive entrerà presto in gioco. In altre parole, i manifestanti pacifici contro la guerra potrebbero presto essere condannati al carcere per aver parlato male dei militari.

Il chitarrista siciliano sarà impegnato fra l’Inghilterra e l’Italia in “Guitar Solo”, dove presenterà anche i brani tratti da “Music with Guitar”, album realizzato insieme al compositore statunitense Victor Frost

 

A distanza di due anni dagli ultimi concerti a Londra, Birmingham e Manchester, il talentuoso chitarrista siciliano Davide Sciacca, nelle vesti di solista, sbarcherà nuovamente in Inghilterra per poi concludere il suo tour in Italia, a partire da domenica 27 marzo. La prima data si terrà a Hoylake (Birkenhead), a St Catherine and Martina Church, dove Sciacca – con il suo live intitolato A Guitar at the Opera – eseguirà rivisitazioni chitarristiche ispirate ad alcuni straordinari compositori classici del calibro di Bellini, Rossini e Mascagni, ma anche composizioni originali autografate da Victor Frost, con il quale ha realizzato l’album dal titolo “Music with Guitar” pubblicato dalla TRP Music. Successivamente, lunedì 28, sarà la Hope University di Liverpool ad ospitare il musicista siculo per una conferenza/concerto (A Guitar at the Opera) anche in questo caso con le musiche di Vincenzo Bellini, Gioachino Rossini, Pietro Mascagni e Victor Frost. Sempre nello stesso giorno, presso la Manchester Academy 2 di Manchester, si terrà il suo concerto (ovviamente con repertorio classico) di beneficenza per l’Ucraina. Poi, martedì 29, sarà la volta di A Guitar at the Opera al 422 Manchester (Formerly Longsight Youth Centre) e, sempre martedì, Underrepresented Competition a Manchester, presso il Royal Northern College of Music, dove Davide Sciacca suonerà le musiche di Emilia Giulian ispirate ai celebri temi scaturiti dalla fervida fantasia compositiva di Bellini. Per concludere, dulcis in fundo, mercoledì 30 il concerto (A Guitar at the Opera) presso la Sala Armonia Cordium di Napoli, ancora con il repertorio incentrato su Bellini, Rossini, Mascagni e Frost, ai quali si aggiungono Tosti e Denza, un concerto impreziosito dalla presenza del tenore Bruno Sebillo e del pianista Keith Goodman. Dunque, sei appuntamenti di assoluto prestigio che rappresentano una ghiotta occasione per nutrirsi culturalmente di buona e vera musica.

 

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Un mese dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, che doveva essere una guerra lampo da mettere a segno in 72 ore, ed invece l’Ucraina resiste e il mondo è ancora con il fiato sospeso.

Tutto è iniziato con quel discorso di Putin in cui si annunciava un’operazione speciale per “denazificare” l’Ucraina, ma in realtà era una invasione, ripida sulla carta ma fermata invece da una resistenza inaspettata.

Zelensky indossata la maglietta mimetica si trasforma proprio nell’immagine della resistenza di un intero popolo, gli appelli al mondo, il voler restare tra la sua gente. E ancora la comunità internazionale che si compatta, la geopolitica che ridisegna i suoi profili e la minaccia nucleare che fa sempre più paura, di fronte a Putin che sigilla il suo paese dove non si può manifestare, nominare la parola guerra, navigare su internet, perché la verità vista da Mosca sembra davvero essere rovesciata.

E poi gli ucraini che combattono, che fuggono e poi la porta aperta dell’accoglienza.

Un mese che vale un libro di storia, da riscrivere.

Un mese in cui abbiamo imparato a memoria i nomi delle città ucraine sotto assedio, bombardate;  nomi che ignoravamo fino ad un mese fa e che non sapevamo neanche dove fossero posizionate sulla cartina geografica. Oggi di quelle città conosciamo ogni dettaglio, mentre cadono sotto le bombe che hanno distrutto ospedali e teatri e abitazioni civili, mente provano con tutte le loro forze a resistere, mentre le famiglie vengono  sventrate, i bambini destinati ad un futuro difficile, lontani dalle loro case e da una serenità che spetta invece loro di diritto.

Un mese scandito da tensione altissima, con migliaia di vittime e milioni di profughi. La risacca della guerra trascina le vite squassate dal naufragio dell’Ucraina invasa. Valigie gonfie di relitti di una vita che si sa dove e perché è finita ma si ignora dove e quando ricomincerà.
Gente che si sposta su campi minati, donne con i bambini, bambini che si spostano da soli e che rischiano di alimentare la tratta.
Sono stremati e non riescono neanche a provare sollievo. I bambini tacciono. I loro silenzi pare circondarli.
Nelle città bombardate però restano anziani e disabili e chi non ha nessuno.

Un mese di guerra che ha il volto delle donne, che provano a mettersi in salvo, a mettere in salvo.

Abbiamo familiarizzato con parole come bunker, coprifuoco, sirene, contraerea, corridoi umanitari.

Abbiamo conosciuto il presidente ucraino Zelensky che ha dimostrato di avere nervi saldi e capacità strategiche, che ancora oggi invita il mondo a schierarsi dalla parte giusta, a scendere in piazza, a dire no alla guerra.

Un mese di guerra in cui cresce la ferocia russa, così come crescono preoccupazioni e problematiche a livello mondiale che però pesano sulla vita di tutti. Paura per le centrali nucleari, paura di una guerra sul filo del rasoio, paura per un futuro che è difficile da riscrivere.

L’offensiva russa sale di livello ogni giorno di più ma l’Ucraina resiste e Kiev – che è l’obiettivo di Putin –  non si arrende.
Bombe al fosforo. La Russia è in difficoltà e così usa armi vietate dalle convenzioni internazionali, spara sui civili e chiede i pagamenti del gas in rubli.

Un mese di guerra, e di morte; muoiono civili, tanti civili, bambini e giornalisti. Oggi è morta sotto i colpi di artiglieria la giornalista russa Oksana Baulina, che stava documentando la distruzione di Kiev provocate dalle truppe del suo stesso paese dal quale era dovuta fuggire a causa delle sue inchieste anticorruzione.

Un mese che ha cambiato la vita di tutti, un mese in cui ci si sveglia sperando che di sentire che è tutto finito, ma la fine ancora non lascia intravedere la sua ombra.