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Da martedì 30 novembre a domenica 5 dicembre al PTU Piccolo Teatro dell’UNICAL andrà in scena Vite di Ginius, l’ultima Produzione di Libero Teatro

Lo spettacolo, che ha debuttato nel mese di luglio al Campania Teatro Festival con un ottimo successo di pubblico e critica, partecipa a pieno titolo alle “Celebrazioni per il settecentenario della morte di Dante Alighieri” ideate, curate e patrocinate da DiSU Dipartimento di Studi Umanistici dell’UNICAL diretto dal Professore Raffaele Perrelli. Una ricorrenza importante per tutti gli Atenei italiani e l’UNICAL già il 18 e 19 novembre scorsi ha dato inizio agli eventi in programma con il convegno dal titolo “Tra cotanto senno. Dante negli studi umanistici”. Importante la collaborazione del CAMS Centro Arti Musica e Spettacolo presieduto dal Professore Francesco Raniolo per la realizzazione delle repliche nel Piccolo Teatro dell’UNICAL.

Vite di Ginius è il viaggio di purificazione e consapevolezza che l’anima di Ginius, corpo morto giunto al capolinea, intraprende in una dimensione spazio-temporale sconosciuta.
Lo spettacolo è una metafora visionaria in versi e prosa. Il verso con il suo scorrere musicale descrive il soprannaturale accompagnando l’anima nei molteplici stadi dell’essere. Come il Sommo Poeta di cui quest’anno ricorre il settecentenario dalla morte, l’anima si ritrova nella barca di Caronte, da qui Ginius percepisce una misteriosa voce che la aiuta ad andare oltre il tempo concepito dai mortali. Costretta a scavare dentro se stessa, l’anima di Ginius deve ricordare l’esperienza di alcune sue vite incarnate: un monito a ricordarci chi siamo stati per riconoscere chi siamo davvero.

«Il ricordo è la fase più dolorosa – spiega Max Mazzotta – perché ogni vita ricordata è come se venisse vissuta in prima persona e allo stesso tempo osservata come fosse una terza persona. Lo spettacolo interseca due dimensioni del racconto e diversi stili linguistici. La dimensione soprannaturale è descritta attraverso i versi: un linguaggio poetico strutturato in canti di versi in rima alternata e canti in terzine dantesche a catena. La seconda parte utilizza un linguaggio in prosa più adatto al racconto di frammenti di vite vissute».

Lo spettacolo interseca diversi linguaggi. Corpo, suoni viscerali, musica, ma è soprattuto il video che permette al pubblico di vivere insieme al protagonista tutti i moti e gli stadi dell’ultraterreno. Il lavoro di scrittura drammaturgica viene esaltato dalla sua fusione con una lingua di per sé musicale, ritmica, onirica. Straordinaria proprio come il viaggio di Ginius nelle sue vite passate.

I biglietti avranno un costo di 10€ intero e 5€ ridotto (studenti di ogni ordine e grado, universitari con libretto) e possono essere acquistati direttamente a Teatro la sera stessa dello spettacolo o in prevendita da Agenzia InPrimaFila a Cosenza e al Bar Ventimiglia dell’Università a Rende.

Per motivi di maggiore sicurezza e prevenzione oltre al controllo del green pass e all’obbligo di mascherine, come per tutti gli spazi dell’UNICAL aperti al pubblico, anche il PTU non sarà a capienza piena, ma si applicheranno norme di distanziamento e riduzione degli ingressi; si consiglia pertanto di acquistare preferibilmente i biglietti nei punti in prevendita o online e di recarsi a Teatro in anticipo per evitare file e ritardi.

La biglietteria del Piccolo Teatro UNICAL sarà aperta ogni giorno di repliche dalle 18.30 in poi.

Per comunicazioni: 333.9555376 > Iris Balzano | Organizzazione Libero Teatro

VITE DI GINIUS
scritto, diretto e interpretato da Max Mazzotta
installazioni video Max Mazzotta
assistente alla regia Angela Candreva
responsabile tecnico e struttura scenica Gennaro Dolce
costumi Giada Falcone/Moema Academy
consolle luci e video Serafino Sprovieri
consolle audio Vladimir Costabile
produttore esecutivo/amministrazione Gianluigi Fabiano
organizzazione Iris Balzano
produzione Libero Teatro

Saranno il Monte Somma, il Vesuvio, i suoi vini e lo storico tessuto culturale del vulcano più famoso del mondo ad ospitare la presentazione del nuovo disco del quintetto jazz di Leonardo De Lorenzo, “On fiVe” pubblicato da Alfa-Music in anteprima digitale, ed ora disponibile su CD.

Il tutto, il prossimo 27 novembre alle ore 22 presso il teatro Summarte, a Somma Vesuviana,  Napoli.

A precedere il concerto, alle 18.30 ci sarà una conferenza stampa durante la quale l’artista presenterà il suo lavoro nel foyer del teatro.
La conferenza verrà condotta dai giornalisti Angelo Sciaudone e Diego Andese della testata musicale Sound Contest, media partner ufficiale per questo evento.

I musicisti consegneranno il disco al pubblico intervenuto alla registrazione e, a chi lo desidera, vi apporranno le firme. Il Cd sarà comunque disponibile per chiunque vorrà acquistarlo.

Al progetto ideato, arrangiato e diretto dal batterista e compositore Leonardo De Lorenzo,  hanno partecipato Ciro Marone al sax alto, Giacinto Piracci, alla chitarra elettrica, Ergio Valente al piano e fender Rhodes e Vincenzo Lamagna al contrabbasso.

Il  titolo del disco nasce da un gioco di parole modificando il modo di dire Inglese “to be on fire” (cioè essere nel fuoco, essere a “mille” e in grande fermento creativo) cambiando la lettera R con la V e facendolo diventare “on fiVe” letteralmente “sul cinque” perché il numero cinque in questo lavoro, è di grandissima importanza.

Così Leonardo De Lorenzo:

Ho preparato il repertorio alla soglia dei miei cinquantacinque anni, la musica è per quintetto e in cinque dei sei brani è sempre presente il 5/4 “puro” o espresso nei suoi multipli suddivisionali. On fiVe! Non poteva essere altrimenti! Ad accompagnarmi in questa nuova avventura, ci sono amici di vecchia data e qualche piacevole scoperta degli ultimi mesi, come il bravissimo e giovanissimo alto sassofonista Ciro Marone, conosciuto per caso durante la festa della musica nel 2018, quando ho diretto un’orchestra formata da allievi del conservatorio di Benevento, dove insegno. Giacinto Piracci alla chitarra ed Ergio Valente al pianoforte e tastiere, si sono occupati delle armonie e il fido e solido Vincenzo Lamagna con il suo contrabbasso ha coadiuvato il sottoscritto nelle tessiture ritmiche. Un repertorio non facile, ma sempre legato alla melodia, costituito da pez-zi di lungo respiro, quasi in forma di “suite” con tanti inaspettati cambi di scena, colori ed atmosfere. Ogni brano racconta una storia, e tutte le sto-rie di questo lavoro sono legate ad un filo rosso che porta l’ascoltatore per mano, avvolgendolo nel suono moderno del gruppo. Nel giorno 18 Gennaio 2019, poco prima della recrudescenza dei contagi da Covid e del lockdown, siamo riusciti a registrare questo cd con una formula molto particolare attraverso la quale abbiamo portato in studio un pubblico ristretto e selezionato di appassionati di musica e audiofili che hanno avuto così l’opportunità di assistere alla creazione del lavoro disco-grafico, facendone parte integrante! Inoltre, data la presenza del pubblico, le riprese sono state di tipo “diretto” in quanto pubblico e musicisti erano tutti nella stessa sala, rendendo così impossibile qualsiasi tipo di editing. Questo vuol dire che alcuni errori di esecuzione che potevano pregiudica-re la registrazione, non potendo essere corretti, ci hanno costretti a proce-dere ad una nuova registrazione (take). Esattamente come si faceva ai vecchi tempi nei grandi studi di una volta. Tutto questo ha reso possibile il flusso di un’energia particolare e spero che tutti i fruitori di quest’opera possano percepirla.

Gero Mannella (Jazzophile) dice del disco:

“In perfetta continuità con le mirabilie di “Waiting” e di “The Ugly Duckling” il nuovo progetto di Leonardo De Lorenzo “on fiVe” è un inno alla sincope e alla creatività. Suoni nuovi e progressivi, mai rimasticati, energia conta-giosa, vibrazioni telluriche che sono pura epifania. Con lui, infaticabile bombarolo, in quell’antro delle meraviglie che è la sua musica, la chitarra sanguinosa di Giacinto Piracci, il piano vorticoso di Ergio Valente, gli acuti sdruccioli del giovine sassofonista Ciro Marone, il basso poderoso di Vin-cenzo Lamagna.
Il jazz è vivo e lotta insieme a noi”

Giulio Scognamiglio:

Ho imparato ad applaudire senza battere le mani. Di lì a pochi giorni avremmo tutti fatto altre cose senza farle. Abbracciarsi senza brac-cia, baciarsi senza bocca, amarsi senza fare l’amore.
Il mondo sarebbe cambiato, e noi con lui, ma stavamo nella placenta della musica ed eravamo connessi alla nostra emozione.
La mia prima esperienza di registrazione di un disco con pubblico silente in sala. In parte è stato faticoso perché avrei voluto gioire con tutti i sensi, con l’esuberanza dell’eloquio e del gesto che mi appartengono, dopo ogni assolo, e alla fine di ogni brano. C’era un’atmosfera come alle cene di na-tale della mia infanzia; aspettavo che i grandi finissero di mangiare e di be-re, per scartare il regalo che avevo intuito e che mi faceva salire la febbre ben visibile sulle mie gote accaldate. E allora diritta avanti a me la chitarra, a destra il piano, a sinistra il sassofono, nelle gabbie il basso e, un po’ dal vetro e un po’ via monitor, Leonardo che osservavo come lo zio che il re-galo me lo faceva grande e che monopolizzava lo spazio angusto dei doni sotto l’albero.
Tutti i brani andavano via veloci, perfetti, senza ripetizioni o “accrocchi” della moderna tecnologia della quale, oramai ne facciamo un uso ecces-sivo un po’ tutti. Noi astanti eravamo emozionati ma loro, i musicisti, di più, perché non c’era la distanza del golfo mistico a separare le loro paure e la loro voglia di regalarci bellezza. Ma tutta questa tensione è defluita nella musica, nel gesto di un accordo sul pianoforte o di un colpo di timpa-no proprio lì in quel punto. Ci siamo trovati come dei piccoli peluche a muovere le mani in questo gesto catartico ma senza far rumore, senza far rumore come quando cercavo furtivamente di capire l’entità del mio rega-lo. Le connessioni emotive sono state tante ma anche indimenticabili per-ché quel giorno, dove ancora ci baciavamo con la bocca e ci abbraccia-vamo con le braccia, è stato un giorno dove abbiamo imparato a far l’amo-re con la musica, questa bella musica di un uomo, Leonardo, che sa come far l’amore anche senza poterlo fare.

Il disco – composto interamente da Leonardo De Lorenzo – è stato registrato in modalità live, in due set, con pubblico in sala.

Sì troppe parolacce e per giunta sempre le stesse, che – a lungo andare – stancano.

Però detto questo, che mi sembra d’obbligo proprio in prima battuta, “Strappare lungo i bordi” la serie animata di Zerocalcare visibile su Netflix, è stata una piacevolissima rivelazione.

Tante aspettative, buono il risultato.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, è un fumettista famoso, che negli anni ci ha abituato ad entrare nelle sue storie, “vignettate”, raccontate senza pretese, quasi sempre autobiografiche, capaci di far riflettere, e che con “Strappare lungo i bordi” è passato all’animazione, alla serie animata, e l’ha fatto sperando di non deludere il suo pubblico, e tenendo dentro tutto il suo mondo narrativo.

Il passaggio semiotico dal fumetto all’animazione, è stato impegnativo, proprio perché è un altro linguaggio con sue proprie regole, ma è venuta fuori tutta la maestria di Zerocalcare che è passato dal lavorare in solitaria, alla collaborazione con 200 persone che con lui hanno permesso la realizzazione di questo piccolo capolavoro per il quale Michele Rech ha fatto proprio tutto. Scrittura, regia ed anche doppiaggio. Tutti i personaggi li ha doppiati lui, ad eccezione di quella della sua coscienza che ha forma di armadillo e che porta la voce riconoscibilissima del bravissimo Valerio Mastandrea. E solo Rech poteva fare tutte le voci, perché tutti i personaggi sono lui, sono l’animazione del suo modo di essere e di concepire l’esistenza, a volte sgangherata e tremendamente incerta.

6 piccole puntate da 20 minuti circa, niente di troppo impegnativo nell’epoca delle lunghissime serie tv.
Una storia compatta, che si evolve puntata dopo puntata e che si dipana attorno ai personaggi, che li ingloba, li racconta e li interseca ma mantenendo sempre una struttura che si evolve e si conclude all’interno di una puntata, trasportando però la storia sempre un passo più in là.

Il rimo della serie tv è abbastanza serrato, è dinamico e si serve di quelle parti della narrazione che sono tipiche della scrittura.
Un viaggio, che non sarà ovviamente solo fisico, ma anche all’interno di stati d’animo e di riflessioni sul vivere, e poi i flashback, che servono all’autore per sottolineare caratteri e caratteristiche dei personaggi, alimentare suggestioni e per sfumare tutto su atmosfere e particolari, così come si fa con una matita dalla punta leggera.

Intorno ai fumetti di Zerocalcare c’è stata tutta una regia tecnica, che doveva evidenziare le inquadrature, conferendo un taglio adeguato che passa dal comico al drammatico, e in questo ritengo che l’intento sia perfettamente riuscito. I personaggi raccontati si confessano spesso, davanti alla telecamera e si dotano di una tridimensionalità di intenti. La dinamicità dei personaggi e delle loro coscienze.

Il linguaggio usato è sicuramente irriverente, schietto, semplice e dunque accessibile a tutti, ma non è mai banale.
Diversi passaggi e  il modo in cui ha raccontato la storia,  l’ho trovato assolutamente efficace. 

E’ la storia di Zerocalcare, del suo mondo, dei suoi amici che fanno un viaggio (un classico della narrazione) e che si raccontano, tra voci della coscienza e autoironia. Tra passato da bambini e il presente “imperfetto”. Una riflessione collettiva su come si debba pensare al proprio percorso non sempre come ad una linea tratteggiata che ci indichi “dove strappare” per far venire fuori l’immagine precisa e completa, ma come a volte serva strappare oltre, anche male, se questo possa servire a trovare il proprio posto nel mondo, che è fatto di scelte, di volontà e di tenacia, oltre che di carattere.

E il carattere del singolo spesso si scontra, altre si incastra a quello di coloro che scegliamo come amici, e come compagni di viaggio, anche quando la meta non è quella convenuta o sperata.

Una serie un po’ punk un po’ centri sociali, un po’ “regole di vita” un po’ “a cazzi”.
Tutto condito dal romanesco, sfacciato e bellissimo, con quelle frasi che sottolineano alcuni momenti dell’esistenza, che ti fa capire come tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo trovati a fare scelte e a sentirci inadeguati e a provare un senso di colpa.

Amori adolescenziali, inadeguatezza, incomprensioni, scelte su cosa fare da grandi, imprevedibilità e “spade di damoche” che a volte non cascano lì dove dovrebbero.

Si ride, ma si piange anche un po’.
Piacerebbe a Nanni Moretti quanto a Woody Allen, quella comicità che finisce dentro un groppone in gola.
Perché per riflettere non serve sempre la solennità, davanti alla macchina da presa.

Molto bene, a mio avviso questa prima esperienza animata di Zerocalcare e qualcosa mi dice che sicuramente continuerà a ragionare in questa direzione.

Ora sa come si fa.

“La prossima volta meno parolacce, ‘tacci tua Michè”

Roma, 9 novembre 2021 – Il Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha incontrato il Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, Ezio Bonanni, affiancato dal coordinatore ONA della regione Sicilia, Calogero Vicario, in rappresentanza dei lavoratori delle Industrie Meccaniche Siciliane di Siracusa che sono in costante mobilitazione dall’estate del 2020.

Il presidente ha esposto al ministro, che ha mostrato particolare attenzione e sensibilità, la drammatica situazione del rischioamianto in Italia, anche a causa della pandemia Covid-19, e ha chiesto che, per rimuovere l’amianto dagli edifici privati, siano sanciti strumenti premiali per le imprese che innovano in sicurezza, con modulazione del premio INAIL in relazione agli standard raggiunti, credito di imposta e risorse del recoveryfound per le bonifiche, e bonus fiscale del 110%.

Nello specifico si è soffermato ad esporre il caso emblematico dei lavoratori delle Industrie Meccaniche Siciliane (SIN Siracusa) ai quali, nonostante l’esposizione ad amianto e ad altri cancerogeni, la Corte di Appello di Catania, in riforma della sentenza del Tribunale di Siracusa che aveva riconosciuto i benefici contributivi per l’esposizione alla fibra killer, ha negato il diritto alla pensione, giudizio ora affidato alla Suprema Corte di Cassazione.

Sia Bonanni che Vicario si sono appellati al Ministro chiedendo che la problematica possa essere risolta con un decreto ad hoc che tuteli i lavoratori.  Sono vicino alle vittime dell’amianto e alle loro famiglie. Faremo tutto quanto è nella nostra disponibilità per la bonifica dei siti, la loro messa in sicurezza, e per la tutela dei diritti delle vittime e dei lavoratori esposti ha dichiarato il Ministro nel sottolineare di essersi già attivato a studiare uno specifico intervento normativo da inserire nella prossima legge finanziaria.

La condizione di allarme amianto in Sicilia è stata certificata anche dall’ex Ministro dell’Ambiente, Generale Sergio Costa, che ha più volte visitato i territori, in particolare Augusta, e dalReNaM che, per quanto riguarda i mesoteliomi, stabilisce che la regione ha un’incidenza del 5,3% su base nazionale.

Il Presidente Ona ha comunque voluto esporre anche un ampio quadro della situazione italiana con i dati di morbilità e di mortalità delle malattie asbesto correlate provocate dall’esposizione ad amianto che, solo nel 2020, ha causato il decesso di 7000 persone nel nostro paese, prevedendo un picco di morti tra il 2025 e il 2030, e denunciando il ritardo del censimento pubblico sia dei casi di mesotelioma, che delle altre malattie asbesto correlate.

Ho insistito sul fatto che è indispensabile bonificare con urgenza per ridurre il rischio di esposizione dei cittadini (prevenzione primaria), ma ho ribadito anche la necessità della sorveglianza sanitaria per coloro che sono stati già esposti (prevenzione secondaria) e delle corrette  tutele previdenziali e risarcitorie (prevenzione terziaria), auspicando la deflazione dei contenziosi giudiziari a cui sono costrette le vittime e i familiari per il riconoscimento dei loro diritti” – spiega Bonanni.

Una storia, quella di Antonella Diacono, una ragazza piena di vita – “una forza della natura” come la descrive il suo papà –  che a 13 anni, il 28 novembre del 2017, decide di togliersi la vita.
Ho intervistato Domenico Diacono, padre di Antonella “Paninabella” e con lui abbiamo affrontato questo delicatissimo argomento, con il garbo e l’attenzione che merita.

Insieme abbiamo cercato di capire le dinamiche, gli errori, le mancanze, le problematiche che coinvolgono i giovani, che hanno però spesso una personalità così spiccata, tanto da non riuscire a perdonare nulla neanche a sé stessi.

Domenico e sua moglie Angela, hanno fondato un’associazione, senza fine di lucro che si può sostenere se si vuole cliccando qui https://www.paninabella.org/la-nostra-missione/

o devolvendo il 5×1000
https://www.paninabella.org/sostienici/

Domenico e Angela Diacono incontrano genitori e ragazzi, raccontando la loro storia ma senza voler mai trovare un colpevole, qualcuno su cui sfogare rabbia e dolore, ma analizzando un unico perché: “Perché Antonella non ha chiesto aiuto?” Una domanda scomoda che però può portare a comprendere cosa si può fare per aiutare chi sta male.

Durante questa toccante e a tratti commovente intervista, Domenico ha parlato utilizzando parole, sentimenti e pensieri che sono stati di sua figlia, raccontando una ragazza che si era sentita “Sfondo nella vita degli altri” e che per qualcuno era “diversa“. Perché le parole di Antonella riguardano tutti.

Vi invito a guardare questa intervista e a diffonderla, perché sono tante le parole chiave che Domenico Diacono ha pronunciato e  che – ne sono certa – potranno essere di aiuto a molti, anche a tutti coloro che mai hanno considerato il suicidio di un proprio figlio, come una cosa possibile.

 

 

Martedì 19 ottobre presso il Duomo di Monreale alle ore 21:00, verrà eseguito il Concerto in Sol maggiore per Mandolino e Orchestra di Johann Nepomuk Hummel che inaugurerà la 63ma Settimana Internazionale di Musica Sacra di Monreale.

L’interprete solista dell’autorevole Orchestra Sinfonica Siciliana sarà il mandolinista di fama internazionale Carlo Aonzo che affronterà il concerto scritto da Hummel nel 1779 per Bartolomeo Bortolazzi famoso mandolinista che rese questo strumento popolare presso il pubblico della sua epoca. Il Maestro Aonzo arricchirà questo componimento con un’inedita cadenza di sua creazione.

Una ulteriore e prestigiosa collaborazione del Maestro Aonzo in terra di Sicilia in veste di solista con l’Orchestra Sinfonica Siciliana che negli anni ha ospitato maestri solisti del calibro di Uto Ughi, Maurizio Pollini, Salvatore Accardo, Mario Brunello, Daniela Dessì fra gli italiani e Nikita Magaloff, Joshua Bell, Raina Kabaivanska, fra gli stranieri, e che per la prima volta vede come nobile protagonista il mandolino, strumento simbolo del nostro Paese.

Un forte il legame quello fra il mandolinista ligure e la Sicilia, testimoniato anche dall’interessante puntata della serie di documentari “L’Italia dei 1000 Mandolini” (https://youtu.be/Qtap76mrzWI) che Carlo Aonzo ha dedicato all’isola, terra di antiche tradizioni mandolinistiche.

Nell’affascinate contesto del Duomo di Monreale, datato 1174 e iscritto dal 2015 nella lista dei patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, si completerà il programma musicale con l’esecuzione della Messa in Do Minore KV427 per soli, coro e orchestra scritta da Wolfgang Amadeus Mozart.

CARLO AONZO
Carlo Aonzo, mandolinista italiano di fama internazionale è nato a Savona dove è cresciuto immerso nella musica; la sua stessa abitazione era sede della Scuola di Musica del Circolo Mandolinistico “G. Verdi”.

Diplomatosi in mandolino col massimo dei voti e lode al Conservatorio di Padova nel 1993, ha collaborato con prestigiose istituzioni come l’Orchestra Filarmonica del Teatro alla Scala di Milano, il Maggio Musicale Fiorentino, la Nashville Chamber Orchestra (USA), la McGill Chamber Orchestra di Montreal (Canada), la Philarmonia di San Pietroburgo (Russia), i Solisti da Camera di Minsk (Bielorussia), il Schleswig-Holstein Musik Festival (Germania). Nel 2001, con la sua “Orchestra a Pizzico Ligure” ha suonato in Vaticano per Papa Giovanni Paolo II.

Tra i suoi riconoscimenti si annoverano il Primo Premio assoluto e premio speciale “Vivaldi” al Concorso Internazionale “Pitzianti” di Venezia nel 1993 e il Primo Premio al Walnut Valley National Mandolin Contest a Winfield, Kansas (USA) nel 1997.

Il profondo interesse in attività di promozione e sensibilizzazione focalizzato sul proprio strumento è testimoniato dalle sue innumerevoli collaborazioni con le orchestre mandolinistiche di tutto il mondo: New York, Seattle, Portland, Providence, Pittsburgh, Baltimora, Filadelfia, Denver, Milwaukee, Atlanta, Montreal, Milano, Genova, Lugano, Tokyo, Nagoya, Osaka, Sendai, Saigon, Wuppertal, Berlino, Londra, San Pietroburgo.

E’ spesso invitato come direttore musicale e docente dalle più importanti istituzioni mandolinistiche internazionali quali CMSA (Classical Mandolin Society of America), FAME (Federation of Australasian Mandolin Ensemble), EGMA (European Guitar and Mandolin Association) e convocato nelle giurie di concorsi internazionali: Saigon Guitar Festival (Vietnam), Osaka International Mandolin Competition (Giappone), Yasuo-Kuwahara Competition Schweinfurt (Germania), Concorso Internazionale per Mandolino Solo di Modena.

Insegna in seminari e workshop in tutto il mondo: dal 2000 dirige il corso annuale “Manhattan Mandolin Workshop” a New York (dal 2017 a Milwaukee, Wisconsin) e nel 2006 ha fondato l’Accademia Internazionale di Mandolino di cui è tutt’ora il direttore, un ente in continua espansione con nuove attività e corsi (www.accademiamandolino.com).

I suoi progetti discografici riflettono il suo interesse e talento per i differenti aspetti del repertorio mandolinistico: dalle composizioni originali per mandolino (“Integrale per Amandorlino e Chitarra Francese”), ai virtuosi italiani degli strumenti a corda tra l’800 e il ‘900 (“Serenata” con Beppe Gambetta e “Traversata” con il guru-mandolinista americano David Grisman).

In Duo con chitarra classica, Carlo ha prodotto gli album “Paganini” con René Izquierdo e “Kaze” con Katsumi Nagaoka.

Nel 2016, con il Carlo Aonzo Trio, ha realizzato l’album “A Mandolin Journey” sul repertorio mandolinistico internazionale e nel 2019 “Mandolitaly”, il progetto sulla tradizione musicale iconica italiana rivisitata ed attualizzata. Con l’ensemble barocco “Il Falcone”, ha registrato il ciclo completo delle 4 Stagioni per la prima volta con il mandolino quale strumento solista.

Per l’etichetta americana Mel Bay ha pubblicato il video-concerto “Carlo Aonzo: Classical Mandolin Virtuoso” e libro-CD “Northern Italian & Ticino Region Folk Songs for Mandolin”; per Hal Leonard ha realizzato le raccolte “Bach Two-Parts Inventions” e “Classical Mandolin Solos”.

Come ricercatore ha lavorato sulla storia del proprio strumento e collaborato con il New Grove Dictionary of Music and Musicians. Inoltre, ha presentato conferenze sull’iconografia del mandolino in rinomate istituzioni quali la Waseda University di Tokyo, il Guitar Festival di Panama, il Dartmouth College, la St. John’s University di New York, la Boston University, il New England Conservatory di Boston, il Wisconsin Conservatory of Music di Milwaukee, il Vanderbilt College of Nashville, il Centro di Cultura Italiana di Vancouver (Canada), la Biblioteca Berio di Genova, il Museo Nazionale di Strumenti Musicali di Roma.

Annovera numerose partecipazioni in trasmissioni radiofoniche e televisive nazionali Italiane e straniere tra cui Rai1, Rai3, RaiNews, RadioRai1, Radio3, Rai Radio Live, Radio24; nel 2018 si esibisce per la prima volta alla Carnegie Hall di New York e dall’autunno 2019 a febbraio 2020 effettua tournée in Giappone, Stati Uniti, Australia e India esibendosi tra gli altri al 4th Goa Mand-Fest.

Sempre nel 2020 realizza e produce la serie “L’Italia dei 1000 Mandolini”, nove mini-documentari dedicati al mandolino e all’affascinante mondo che lo circonda, un progetto che trova notevole interesse in varie parti del globo, dall’Australia agli Stati Uniti, al Canada, al Giappone e all’Irlanda.

Dal 2020 è docente presso il “Conservatorio di Musica Girolamo Frescobaldi” di Ferrara.

Il 2021 vede la nascita del “Carlo Aonzo meets Daniele Sepe” un nuovo ambizioso ed originale progetto nel quale uno fra i massimi esponenti dell’arte mandolinistica coinvolge con il suo storico trio, formato con Lorenzo Piccone alla chitarra e Luciano Puppo al contrabbasso, il talentuoso e poliedrico batterista Ruben Bellavia e come ospite speciale l’eclettico sassofonista Daniele Sepe.

Erano a Ryad per esibirsi i tre ballerini italiani morti in un incidente nel deserto in Arabia Saudita.

L’agrigentino Nicolas Esposto, di Cammarata, era insieme al pugliese Antonio Caggianelli e a Giampiero Giarri, di Tor San Lorenzo in provincia di Roma.

Era il loro giorno libero e avevano deciso di fare un’escursione con un gruppo di 10 persone. Ma la gita si è trasformata in tragedia. Il mezzo su cui i tre procedevano per il deserto sarebbe caduto in una scarpata, oltre a loro hanno trovato la morte anche altre due persone del posto.

I corpi dei ballerini della compagnia italiana,  sono stati recuperati con un elicottero.
Nella giornata di oggi, domenica 17 ottobre, c’è stato il riconoscimento delle salme.
Le famiglie degli italiani deceduti sono state informate dalla Farnesina.

 

Non si tratta di protestare, di dire la propria.
Qui stiamo parlando di assalto squadrista alla sede nazionale della CGIL di Roma.
I dubbi sono pochi, considerato che i due leader di Forza Nuova, Giuliano Castellino e Roberto Fiore (rispettivamente leader romano e nazionale) che sono stati arrestati, erano finiti nelle immagini delle telecamere.
Insieme a loro altre 12 persone finite in manette con l‘accusa gravissima per reati di danneggiamento aggravato devastazione e saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale, e tutti in flagranza di reato. 

Questi arresti sono solo il primo passo.
Forza Nuova va resa illegale, perché il fascismo NON È un’opinione ma un reato.

Violenza e disordini.
Parole che poco hanno a che fare con una protesta che è sancita nello stato democratico, ma che deve essere pacifica.
Nella storia ce ne sono state tante, con milioni di persone, ma senza lo schifo di ieri sera.
E i fatti di ieri a Roma, tutto sono stati fuorché pacifici.

La violenza cieca ed inaudita, che si è verificata era contaminata dagli estremisti.
Manifestazione autorizzata, con partecipanti che hanno  lanciato oggetti contro le forze di polizia.
Una guerriglia urbana, che le forze dell’ordine hanno cercato di fronteggiare, mentre la sede della Cgil è stata assediata da soggetti violenti fino al midollo. E oramai è chiaro – visto gli arresti – che dietro questi no-vax si celavano gruppi neofascisti. 
Non è un problema da sottovalutare, ogni scusa sarà buona per attuare violenza meschina come quella di ieri a Roma.
Oggi il no ai vaccini, domani sarà per qualcos’altro. 
Lo stato deve dare la caccia e sciogliere ogni organizzazione neofascita, perché sono alla stregua dei mafiosi e dei terroristi.
Lo stato deve applicare la disposizione costituzionale secondo la quale “è vietata la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista”. 

Tutto questo è una ferita democratica” – come ha detto Maurizio Landini segretario generale della Cgil.
E l’ennesimo tentativo di Salvini e Meloni di spostare l’attenzione altrove, anziché sulle violenze fasciste, non meraviglia più.
Loro non sanno, non conoscono la matrice – dicono.
Mai però che dalla loro bocca escono le tre semplici parole: “IO SONO ANTIFASCISTA”.

E per chi sta inneggiando, ancora, alla “marcia su Roma”, sarebbe il caso di rispondere che erano solo “marci, su Roma”.
Solidarietà dalla Cgil, perché un attacco ad una sede sindacale è un attacco alla libertà e alla democrazia.

Intervista a cuore aperto a Norma Marrocco, sorella di Lucio, marito di Simona Loizzo

 

Mi sono posta delle domande nel corso di questi mesi. Noi giornalisti siamo così. Passiamo mesi e mesi a rimuginare, a porci e a porre domande (non sempre scomode) nella speranza di ricevere delle risposte. Qualche volta ci riusciamo, altre volte no. Questa volta pensavo che le mie domande non avrebbero mai trovato risposta ed invece la Sig.ra Norma Marrocco, sorella del dott. Lucio Marrocco, morto il 7 gennaio di quest’anno nello sgomento di tutti coloro che lo avevano conosciuto, ha accettato con grande serenità di rispondere alle mie domande.

Sig.ra Marrocco, com’è vivere la vita quando si perde un fratello, una persona cara? Come si sopravvive al dolore?

Ho perso una sorella, di cancro.
Si sopravvive. Si fanno i conti con il dolore e si sopravvive.
Ma è difficile sopravvivere alla morte di Lucio. Sono una persona estremamente credente quindi so che rivedrò mio fratello e la sua presenza è forte anche in questo momento della mia vita. Da quando Lucio è morto è diventato il mio compagno quotidiano.
Dire che “la vita non si può e non si deve fermare al 7 gennaio” come ho sentito dire con tanta freddezza a pochi giorni dalla morte di mio fratello, mi sembra assurdo. Io dico che la vita cambia e la mia vita è cambiata moltissimo, completamente, ed è la fede che mi sostiene perché sono sicura che mio fratello lo rincontrerò, sicuramente in un posto migliore rispetto a dove ha vissuto.
A casa ho una foto bellissima di Lucio e ogni giorno quando incontro il suo sguardo non posso non ricordare, non posso non piangere … sento una fitta al cuore. La mia vita va avanti, certo, io e lui siamo una cosa sola, ma ammetto che è difficile, è davvero molto molto difficile.

Come è venuta a sapere della morte di suo fratello e qual è stato il suo primo pensiero, quando ha saputo quel che gli era capitato?

Ho saputo della morte di mio fratello la mattina dell’8 gennaio. Un giorno dopo la sua morte. L’ho saputo da un mio strettissimo familiare (io qui rappresento me e nessun altro) che mi ha chiamata e mi ha detto dell’accaduto. A sua volta questo familiare era venuto a saperlo quando mio fratello veniva portato in obitorio.
La notizia era già apparsa sui social.
Tutti sapevano della morte di Lucio, tranne i suoi familiari stretti.
Anche questa cosa è estremamente triste ed altrettanto dolorosa.
Il primo pensiero che ho avuto e che mi ha completamente sconvolta è stato proprio la morte in sé. Ho capito immediatamente che Lucio non c’era più, ho avvertito una fitta profonda, mi sono sentita persa, mi sono disperata, ho urlato. Ero sconvolta, non ho fatto caso a tutto il resto, ho fatto caso solo al fatto che era successo che mio fratello non c’era più e che non si poteva più tornare indietro.
Il dolore mi ha aggredita, lacerata … è stata ed è una esperienza inenarrabile.

Che tipo di rapporto c’era tra Lucio e la sua famiglia di origine?

Domanda interessante alla quale mi fa molto piacere rispondere. Va sottolineato infatti che Lucio aveva una famiglia di origine. Lucio non è nato a 27 anni ma prima dei 27 anni e il rapporto con la sua famiglia è stato sempre molto buono, perché Lucio era buono. Lui era l’ultimo della famiglia, mia madre aveva 42 anni quando lo partorì; questo fratellino che è arrivato come un dono, come un miracolo. Ricordo benissimo la mattina in cui è nato: sono entrata in camera – perché è nato in casa – era una fredda mattina di dicembre, e ho visto questo bambino bellissimo tra le braccia di mia madre. Siamo cresciuti insieme. Lucio amava profondamente la sua famiglia. Aveva un eccellente rapporto con mio padre, adorava mia madre e quando mamma è scomparsa, Lucio è scoppiato a piangere e davanti alla bara ha detto: “oggi è morta l’unica donna che mi ha veramente capito nella vita”. Amava profondamente tutti noi, ed era profondamente ricambiato da tutti noi. Quindi un bellissimo rapporto, in particolare con il fratello maggiore, rapporto che le distanze geografiche non hanno permesso di coltivare quotidianamente, ma mai si è staccato il filo di amore che ci ha sempre legati tutti.

Qual è stato l’ultimo messaggio ricevuto e cosa vi siete detti l’ultima volta che vi siete sentiti?

Con Lucio non scambiavamo molti messaggi, un po’ perché io non amo molto scrivere su whatsapp. Il 5 dicembre, il giorno del suo compleanno gli ho mandato gli auguri e lui mi ha subito risposto molto affettuosamente – “Grazie Minè” – chiamandomi con il nome con cui mi chiamano a casa. I suoi auguri erano sempre i primi che mi arrivavano, il giorno del mio compleanno che è in febbraio. Poi Lucio ad un certo punto rassicurandoci, ci aveva detto che era un periodo in cui non aveva molta voglia di parlare. Ma io nel tempo ho capito che questo suo comportamento (questa è una mia sensazione) lo aveva attuato come se volesse proteggerci da qualcosa. Non era depresso mio fratello, assolutamente, lavorava tantissimo, mi ha detto che seguiva tutta la campagna del Covid, tant’è che mio fratello ha regalato qualcosa come 1200 ore al suo lavoro che faceva con grandissima passione, ed io (e non solo io) so benissimo che una persona depressa non può lavorare tante ore, non può essere lucido fino alla fine come è stato lui. E sinceramente mi fa molto male pensare al modo sbrigativo e alla facilità con cui si è parlato di depressione riferendosi a Lucio. Questa cosa mi fa molto molto male. Mi diceva che lavorava tanto ma lo faceva con passione e amore. Lui amava il prossimo, ci metteva amore nel curare le persone che soffrivano. Questo era il suo carattere, questa la sua vocazione.
Lui il primo gennaio, quindi poco prima di morire, attraverso un nostro familiare stretto, ci rassicurava dicendo di essere molto impegnato con il lavoro e quindi di stare tranquilli. Ho saputo anche da alcune persone che conosco dell’ambiente nel quale lui è vissuto, che progettava di vedersi in un immediato futuro appena la questione Covid lo avrebbe permesso. Quindi mio fratello aveva dei progetti. Questi i ricordi … parliamo di dicembre scorso e poi del primo gennaio di quest’anno.

Come stava Lucio, in quel periodo? Aveva qualche preoccupazione? Aveva paura di qualcosa?

Mio fratello non ha mai avuto paura di nessuno, credeva nell’Amore tra le persone, non era praticante ma si comportava da vero cristiano.
Mio fratello era una persona seria, onesta, era un grande medico, vero e colto. Ma non si dava delle arie, non era di certo un esibizionista, anche se avrebbe potuto permetterselo. La responsabilità assegnatagli per la gestione dell’emergenza Covid all’Annunziata di Cosenza la viveva fino in fondo, perché mio fratello era un uomo con un forte senso del dovere etico.

Che ragazzo è stato e che uomo è stato prima ancora di cambiare vita e città?

Ho solo bei ricordi … le sue partite a tennis con l’altro fratello che adorava, la sua vita partecipata in casa, i tantissimi amici che Lucio aveva ancora nella sua terra di origine, amici che rivedeva quando tornava a casa e durante quei lunghi periodi dell’assistenza a nostra madre. Era una gioia per tutti quando Lucio arrivava. Mai uno screzio, mai un dissapore. Anche tutte le volte che io sono stata in Calabria, ho passato dei bei momenti con mio fratello.
Era una persona solare, aveva la capacità magnetica di attrarre la simpatia di tutti, di trascinare le altre persone, di farle stare bene. Era amatissimo. In paese, a scuola, all’università. Era amato dalle persone delle aziende che visitava come Medico del Lavoro. Non ho mai visto nessuno come lui capace di entrare in confidenza con tutti, immediatamente. Quelle che per me sono le più belle foto di mio fratello, sono quelle che lo ritraggono con le persone più umili, incontrate anche sui cantieri.
Lucio era un uomo che amava la vita.

Era felice il Dott. Marrocco?

A questa domanda in prima battuta risponderei con le sue stesse parole, quelle sotto una foto di Instagram che lo ritrae mentre cavalca un delfino: “questi cetacei rendono felici anche i più disperati”. Lui era una persona che voleva essere felice, la sua natura lo portava ad essere felice. Poi tante cose sono cambiate ed io non posso rispondere al posto di mio fratello, perché è una domanda talmente intima, ed io ho grande rispetto per chi è in vita e ancor più per chi non può più parlare, ma di sicuro non era un uomo disperato, era un uomo che aveva tutte le carte in regola per essere un uomo felice. Almeno fino ad un certo punto della sua vita.
Di sicuro l’ambiente nel quale è cresciuto nei primi 28 anni della sua esistenza è diverso da quello nel quale ha trascorso l’altra metà. I valori della mia famiglia rispecchiano molto quelli della Ciociaria (terra di San Benedetto, terra di “ora et labora”) di lavoratori, di persone genuine e semplici, con un forte senso della modestia ma anche di grande cultura.
Una cosa ricordo bene perché questo argomento spesso lo abbiamo trattato io e lui: mio fratello cercava l’amore e la felicità è legata all’amore. Se sei amato sei felice.

Lucio era una persona riservata, aveva un amico del cuore, qualcuno con cui si confidava? C’è qualcuno che ad oggi potrebbe sapere qualcosa circa quello che aveva nella testa e nel cuore nei giorni in cui è morto?

Lucio aveva tantissimi amici, ma non parlava della sua vita. Era una persona altruista, che si preoccupava prima di tutto del prossimo. Ho ricevuto testimonianza di affetto da centinaia di persone, persone che non lo vedevano da 30 anni ma che non lo avevano mai dimenticato. Un suo amico dei tempi dell’università è stato uno dei suoi testimoni di nozze e Lucio il suo. Vive in Svizzera.
Ho ricevuto messaggi da tante persone conosciute insieme trenta anni fa, sbigottite dall’evento della sua morte. Nessuno di loro se lo sarebbe mai aspettato. Mio fratello era un Uomo con la U maiuscola.
Però c’era una persona, un amico con il quale Lucio aveva un’apertura particolare e con il quale anche io continuo a sentirmi e che sostiene che Lucio non si fosse mai abituato a certi stili di vita diversi dai princìpi con i quali era cresciuto. Perché noi veniamo da una famiglia che agli occhi di qualcuno potrebbe essere vista come “quella dei morti di fame”. Noi siamo tutti professionisti, venuti su con i sacrifici dei nostri genitori, che erano insegnanti, non solo docenti ma insegnanti di valori. Nostro padre sosteneva sempre l’onestà. Diceva “meglio morire che non essere onesti”. Siamo tutti imbevuti di questo grande valore.

Sig.ra Morrocco, ha visto il corpo di suo fratello dopo la sua morte?

Sì, l’ho visto. Non appena mi è stato comunicato il suo precipitare dal quinto piano che conosco bene, mi ero psicologicamente preparata a vedere un corpo massacrato, sfracellato, sfigurato. Un corpo di circa un metro e 86 con la sua corporatura e il suo peso, arriva al suolo con un impatto a 50 km all’ora. Quando l’ho visto senza vita, ho accusato un malore. Aveva ancora il suo sorriso, non ho visto fratture evidenti, non aveva nulla di particolare. Aveva solo segni come di una colluttazione. Sul lato sinistro della fronte aveva ripetute piccole ferite tutte uguali, l’orecchio sinistro nero, dei graffi sul naso, e aveva lividi come di una presa al polso sinistro. Ma non mi sembrava un corpo di uno che ha avuto un impatto al suolo. Mi ha colpito il sorriso, però. Ho visto un corpo integro di un uomo morto. Ho pensato che Dio gli avesse voluto così bene da farlo atterrare tra le braccia degli angeli.

Cosa è accaduto dopo la sua morte? 

Dopo la sua morte i funerali. Un funerale abbastanza sbrigativo, nel quale si è dato poco spazio alla figura di Lucio. Un funerale dove per fortuna il celebrante ha risottolineato e concluso la messa con una riflessione brevissima ma molto significativa, e guardando la bara ha detto: “il malato al centro, il profitto fuori”.
Dopo la morte continua il dolore.
Non ho la negazione del dolore.
Dopo la sua morte Lucio ha alzato uno tsunami di amore. Centinaia di persone che mi sono state vicine e molti hanno ricordato Lucio tutti allo stesso modo, come un uomo che portava un abito troppo stretto per lui, una corazza che non lo faceva vivere per come era la sua natura.

Se permette vorrei dire un’ultima cosa, vorrei fare un appello:

Vorrei che Lucio riposasse in pace, che venisse lasciato riposare in pace, e che adesso che è morto di lui se ne parlasse solo nella intimità e tra chi lo ha amato profondamente. Perché lui era una persona riservata e discreta, e rispettoso della propria vita e della vita degli altri. Chi vuole ricordare Lucio, lo facesse come facciamo noi fratelli, nel silenzio delle nostre case, nel silenzio dei nostri cuori, nel profondo della nostra anima, perché Lucio non è fenomeno da baraccone, non è un bel vestito da indossare nelle occasioni importanti.
Ora è lì, nella luce di Dio.

Per tutti quelli che si sono sempre schierati con Mimmo Lucano sin dalla prima ora delle sue vicissitudini processuali, questo 30 settembre 2021 è un giorno brutto.
Partiamo dal presupposto che io sto (ancora) con #MimmoLucano al quale va tutta la mia solidarietà perché penso che abbia commesso forse l’unico errore di aver operato con troppo umanità in una terra nella quale la mafia invece uccide, contamina, annienta.
La Calabria è una terra ostile.
È la terra di mafia e del voto di scambio.
È la terra dimenticata da Dio e dagli uomini.
È la terra dove ci sono problemi enormi di sanità, di rifiuti, dove le istituzioni che si sono avvicendate si sono mangiate praticamente tutto, dove nessun giovane vuole restare più.
Eppure salta alle cronache la forza di un uomo che decide di accogliere fino a rendere un piccolo centro come Riace famoso in tutto il mondo, per il suo “metodo di accoglienza“.
Siamo ancora al primo grado di giudizio, ed un uomo è innocente fino al terzo grado.
Tutto dunque, può cambiare. La sentenza di primo grado può essere ribaltata.
È assurdo, sì, ma la giustizia si accetta e non si discute.
Guai se perdessimo fiducia nella giustizia.
Non la possiamo discutere, ma possiamo parlarne, però, cercare di capire.
Perché sono innumerevoli i casi di errori giudiziari che hanno fatto la storia.
Perché questa sentenza arriva giusta giusta a 3 giorni dalle elezioni. Sarà un caso?
Mimmo Lucano che accetta di candidarsi e di correre a sostegno di Luigi De Magistris alla carica di presidente della Regione Calabria.
Così De Magistris subito dopo la sentenza:
Per me Mimmo Lucano è un uomo giusto, un simbolo di umanità e di fratellanza universale, non si è mai girato dall’altra parte di fronte alla richiesta di vita di esseri umani diversi. Conoscevo Riace prima di Lucano ed era un borgo desertificato, con Lucano era divenuto un Paese ricco di energie, di economia circolare e di comunità viva. Con il post Lucano nuovamente abbandono e spopolamento. Per me Lucano è l’antitesi del crimine. Non è certo un cultore del diritto amministrativo, avrà pure commesso delle irregolarità ed illegittimità, ma sono convinto che alla fine del suo calvario verrà assolto perché ha agito per il bene e mai per il male. […]  Mimmo non devi mollare perché sei un uomo buono e giusto e il popolo ti vuole bene. Ora mi voglio assumere la responsabilità di guidare la Calabria affinché con la volontà del popolo sovrano la giustizia e i diritti possano trionfare”.
13 anni e due mesi a Mimmo Lucano, più del doppio di quanto richiesto dal Pm, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Le accuse a Lucano: associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per presunti illeciti nella gestione del sistema di accoglienza dei migranti.
Il Pm:
“Non era importante la qualità dell’accoglienza ma far lavorare i riacesi così da conseguire, quale contraccambio, un sostegno politico elettorale. A Riace comandava Lucano. Era lui il dominus assoluto, la vera finalità dei progetti di accoglienza a Riace era creare determinati sistemi clientelari
Riace fa  – udite udite – 2300 abitanti a 125 km da Reggio Calabria.
Qualche domanda dovremmo porcela:
Di quali vantaggi elettorali si parla?
In quel paese dimenticato da tutti che cosa ci guadagna un uomo a fare il sindaco?
Che cosa si sarà mai comprato Mimmo Lucano con i soldi guadagnati facendo il sindaco di Riace?
Cosa si sarà comprato mai … una villa, una barca a vela, ha conti offshore?
Chi saranno mai questo persone che lo hanno “favorito” alle elezioni?
I proprietari di quelle 4 botteghe? Chi?
Stando alla sentenza, Mimmo Lucano – che non si è potuto neanche permettere altro tipo di avvocato – è un criminale ma nessuno se n’era mai accorto. Nessuno di quelli che negli anni sono andati a vedere da vicino il modello di accoglienza che ha reso “Il modello Riace” famoso in tutto il mondo, modello d’integrazione, che avrebbe di fatto salvato il morente borgo, grazie a una contaminazione di culture e al recupero dei vecchi mestieri artigianali.
Così Mimmo Lucano ricorda quell’idea di accoglienza:
“Mentre vedevamo Riace Marina affollata durante la stagione estiva, Riace Superiore, la parte alta del comune, era addormentata, svuotata dei suoi abitanti partiti a lavorare al nord. E se questi profughi ci aiutassero a svegliarla? Se grazie a loro le vie potessero tornare alla vita? Se si potesse ancora sentire la gente parlare e i ragazzi ridere?”
Riace così diventa simbolo di integrazione, solidarietà e accoglienza in contrasto con i porti chiusi di Matteo Salvini, ma  Lucano si dovette allontanare dalla cittadina, per divieto di dimora.
Non si era mai arreso.
E neanche noi, ci arrendiamo, caro Mimmo.
Che aggiungere …
Ognuno fa i conti con la propria coscienza e dopo, con la giustizia.
E comunque l’Italia non è sicuramente un paese ideale nel quale si può accogliere e amare gli ultimi così come ha fatto Lucano.