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Aumenta la sicurezza a Giardina Gallotti.
Un defibrillatore di ultima generazione è stato donato alla collettività, dalla ditta Pharma Medical di  Sabrina Susinno.
La cerimonia di consegna dell’apparecchio salvavita, è avvenuto questo pomeriggio alle 18 alla presenza della donatrice, del dott. Giovanni Vaccaro, cardiologo ed emodinamista all’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, che nei prossimi giorni terrà un corso di primo soccorso ai volontari del luogo, ai quali spiegherà anche il funzionamento del defibrillatore.
Presente questo pomeriggio anche il dott. Franco Miccichè, candidato alla carica di sindaco di Agrigento.

Silvia Siravo interpreta il ruolo di Io nel “Prometeo” per la regia di Patrick Rossi Gastaldi

E’ Silvia Siravo ad interpretare il ruolo di “Io” nel PROMETEO di Eschilo adattamento di Patrick Rossi Gastaldi con Eduardo Siravo, Ruben Rigillo, Gabriella Casali e Alessandro D’Ambrosi. In una estate difficile per il teatro italiano, segnata dall’emergenza per la pandemia da Covid19, un segnale di ripresa arriva da più parti e importanti sono le date della tournée di questo “Prometeo” che vede protagonista la Siravo: 7 agosto alle 21:30 a Volterra nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra, 12 agosto presso l’arena plautina di Sarsina nell’ambito del Plautus Festival, 13 agosto ore 21.15 Calvi Teatro nell’ambito del Calvi Festival, 21 agosto Festival del Teatro Classico “Tra Mito e Storia” di Portigliola, per poi fare tappa in Sicilia il 24 agosto a Segesta, il 25 agosto a Selinunte, 26 agosto a Gela e 27 agosto a Tindari.

Io, il personaggio che sto interpretando nel Prometeo di Eschilo – racconta Silvia Siravo – è doppiamente vittima: degli abusi di Zeus e dei suoi stratagemmi per coprire quegli stessi abusi. Trasformata in giovenca, condannata ad errare pungolata da un tafano, il personaggio pone senza dubbio delle difficoltà. Spontaneamente ho immaginato il tafano come una paura interna che non si può scacciare, quella corsa come un’ossessione distonica, cioè incoerente con tutto il suo essere. I movimenti convulsi e afinalistici di Io, mi hanno fatto pensare ad un disturbo mentale provocato da un forte trauma. Sarà per me una sfida complessa ma sicuramente interessante portare in scena un personaggio perennemente in fuga che vaga senza requie e meta e così colmo di dolore”.

In un momento storico in cui si deve andare in scena prestando la dovuta attenzione al distanziamento sociale, la scelta di un testo bellissimo come il Prometeo, permette, racconta ancora Silvia Siravo, di svolgere un lavoro giustissimo in questi tempi di emergenza: “Abbiamo scelto questo testo perché è piuttosto statico e permette il distanziamento. È vero però che Prometeo è interpretato da Edoardo Siravo, nonché mio padre, e in quanto congiunti possiamo avvicinarci. È spiazzante stare così lontani in scena, limitare l’impulso ad accostarsi. Lo stesso disagio sentito nella vita durante questo periodo così difficile risuona sul palcoscenico in modo evidente”È la prima volta che l’attrice romana lavora con Patrick Rossi Gastaldi, e l’esperienza si è rivelata essere molto bella per Silvia: “E’ un vero piacere, il suo sguardo è sempre profondo e le sue indicazioni stimolanti”.

Silvia Siravo, sempre molto impegnata nel suo percorso artistico in questo periodo è anche alle prese con altri progetti interessanti e ce lo racconta: “In questo periodo sto facendo anche un audiolibro sul lessico giapponese…un’impresa appassionante. Quando mi ritrovo a dover pronunciare molte frasi e parole in questa lingua così lontana ma affascinante devo dire però che sudo più che in palestra (commenta ridendo); inoltre con una collega ed amica Arianna Ninchi stiamo curando un progetto editoriale dal titolo Musa e getta che poi diventerà anche teatrale. Sta per nascere, grazie a Ponte alle Grazie e a Vincenzo Ostuni, un’antologia tutta al femminile che intende celebrare le muse ispiratrici, ovvero quelle donne che meritano di uscire dall’ombra in cui hanno vissuto”.

Gli indagati: Gaetano Sferrazza, 78 anni; Diego Sferrazza, 51 anni; Gioacchino Sferrazza, 54 anni; Gaetano Sferrazza, 30 anni; Fabiana Sferrazza, 26 anni; Gaetano Sferrazza, 28 anni; Clelia Sferrazza, 23 anni; Maria Teresa Cani, 54 anni; Lorena Argento, 33 anni; Giovanna Lalicata, 51 anni; Graziella Falzone, 53 anni; Vincenzo Lo Cicero, 36 anni; Francesco Maraventano, 38 anni; Mariella Mamo, 38 anni; Veronica Vassallo, 33 anni; Giulia Di Marco, 51 anni; Ignazio Giacchetto, 59 anni; Cristian Amato, 27 anni;  Assuntina Lupo, 55 anni; Nicolò Zambuto, 67 anni; Calogera Licata, 66 anni e Salvatore Noto 39 anni.

In atto un vastissimo incendio nei pressi del mercato ortofrutticolo presso Villaggio Mosè ad Agrigento. 

Sul posto i Vigili del Fuoco lavorano alacremente per cercare di domare le fiamme. La situazione è pericolosissima.

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Un concerto dedicato ad Alberto Falco.

Alberto Falco, che è morto dopo 90 giorni di attese, di vicissitudini, senza poter ricevere le cure oncologiche adeguate che avrebbero potuto salvargli la vita. Muore al Covid Center dell’Ospedale del Mare dove era stato tradotto il 9 maggio, dopo aver contratto il Covid proprio in ospedale, al Cardarelli, dove si era recato per una recidiva di un linfoma, curato un anno prima.
Alberto, 53 anni, apprezzato musicista  napoletano, quel suo calvario dentro un container, da solo, in attesa di una autopsia che arriverà solo dopo 40 giorni e una diffida legale, mentre sopraggiunge la paralisi ad una parte del suo corpo e mentre il responso conferma il ritorno del tumore.

Sua moglie sente Alberto per l’ultima volta il 15 luglio, prima che entrasse in coma per poi morire poche ore dopo. Una situazione assurda e straziante.

Alberto Falco è stato per 2 mesi in un container solo, senza cure, semi-paralizzato e in continuo peggioramento, prima di morire.

Un concerto dedicato ad Alberto Falco.

Tanti musicisti, tanti amici , hanno deciso di ricordarlo nell’unico modo che forse gli sarebbe piaciuto: suonando.
I nomi non ci sono tutti, perché dalla nascita dell’idea di questo concerto sino a poche ore fa, ancora giungevano richieste per poter aderire alla pregevole iniziativa e dunque, suonare.
Giacinto Piracci, Gianmarco Volpe, Leonardo De Lorenzo, Dario Guidobaldi, Mario Mazzaro, Luca Roseto, Ergio Valente, Giulio Martino, Ciro Riccardi, Marco Castaldo, Vincenzo Lamagna, Fausto Ferraiuolo, Pasquale De Angelis, Aldo Fucile, Gianfranco Coppola, Marcello Giannini e molti altri che si aggiungeranno fino all’ultimo momento.

Il concerto  PREVISTO PER IL PROSSIMO LUNEDI’ 27 LUGLIO ALLE ORE 21.00 A NAPOLI, NEL CORTILE DEL COMPLESSO MONUMENTALE  DI SAN DOMENICO MAGGIORE vuole ricordarlo e portare all’attenzione dell’opinione pubblica, le assurde circostanze in cui il musicista partenopeo si è ritrovato a vivere gli ultimi mesi di vita e per sostenere per come è possibile la sua famiglia, sua moglie Raffaella Marcantonio e i suoi due figli.

Come ben si può capire, vista ancora l’emergenza Covid che prevede il distanziamento sociale e il rispetto delle norme igienico-sanitarie così come previsto in caso di concerti, i posti a disposizione sono solo 200 e i biglietti sono acquistabili sul sito www.ilpozzoeilpendolo.it

Comperando il biglietto si compirà un gesto di solidarietà non solo verso la famiglia di Alberto Falco ma anche un gesto simbolico verso tutte quelle persone che ogni giorno vivono le stesse assurde vicissitudini subite dal giovane musicista partenopeo.
I biglietti saranno disponibili anche al botteghino il giorno dell’evento.
Un piccolo gesto che, se fatto tutti insieme, diventerà un boato, che rieccheggerà in una notte d’estate, mentre la musica sarà una mano tesa, fin lassù.

 

Simona Stammelluti 

 

Tutto ciò che è osceno, è porno. 
Tutto ciò che è immorale, è porno. 

Sul palco una Moana Pozzi come non la si è mai vista, o forse mai neanche immaginata.
E se Moana Pozzi fosse viva?
E’ viva? Evviva!
E se fosse una donna che smaschera la pornografia altrui?
Sul palco del cortile di Capodimonte, per il Napoli Teatro Festival, una impressionante e sublime Euridice Axen diretta da una delle più brave registe contemporanee, Nadia Baldi, in un racconto di Ruggero Cappuccio. Un racconto colmo di verità crude sparate attraverso l’eccentricità di colei che fu diva, e poi lasciate decantare affinché possano essere ricordate.
La Axen è Moana, ma non la Moana nota al grande pubblico come la pornodiva e basta, anche se strizzata in un vestito di tulle rosso, con rossetto rosso e quella capigliatura bionda che a guardarla, fa quasi impressione per quanto le somiglia.
E’ bionda, bella, accattivante, audace, intelligente e coltissima, la Moana portata in scena, colei che probabilmente fu molto altro, oltre alla donna dei set. Una Moana Pozzi colta, che ha letto Stendhal, Fitzgerald, che cita “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes e che declama “A Silvia” di Leopardi, quella che volteggia e incanta sul palco.
Il racconto di un incontro, di un ipotetico dialogo, tra una donna e un uomo nel terrazzo di fronte di una villa in costiera. Lui è un probabile giornalista che sicuramente punta ad uno scoop, scoprendo che Moana Pozzi è ancora viva. Eppure la donna propone all’uomo di fare un gioco, un gioco che svelerà quello che è il settimo senso, che nulla ha a che fare con il sesto senso che prima o poi fa visita a tutti sotto forma di premonizione, ma sarà una dimensione che può essere vissuta solo se quel che “tocchi” puoi condividerlo con un’altra persona. Una sorta di estetica dell’essere dove per sentire, devi collassare nell’altro. Moana probabilmente lo possedeva il settimo senso; sicuramente riesce a raccontarlo, attraverso una magistrale interpretazione Euridice Axen, che è la Moana oltre quello che il mondo volle, un mondo pornografico e osceno in molti aspetti.
Fottere.
Fottere gli altri godendo da soli.
Non a caso si dice “prostituirsi”.
C’è la pornografia lì dove mai potresti immaginarla. O almeno se non ci pensi su, e a fartici pensare, ci prova la donna che hai di fronte e che ti parla e ti tira in faccia una realtà cruda.
C’è pornografia nella politica, nelle cravatte dei dittatori, nei bambini che muoiono nel mondo, nelle montagne di spazzatura lasciate galleggiare sugli oceani.
E’ osceno anche un tramonto, perché eccita i sensi e tutto ciò che eccita i sensi è osceno.

Una poltrona ricoperta di tulle rosso, sulla quale la Axen siede, sulla quale si piazza in piedi, mentre muove le mani che volteggiano, diventando parte semiotica del testo recitato, mentre una musica cupa, monocorda, incessante scandisce il tempo in cui Moana canta, a modo suo, fuori da tutto ciò che fu un cliché.
E’ profonda, Moana, in quel suo “non sentire”, ma in quel “provare ad essere” mentre “si viene rapiti dall’asfissia di ciò che è reale”.
Balla, ammiccante la Axel, è credibile in quel ruolo, anche mentre simula un orgasmo, dentro quel gioco che fa con il suo interlocutore che tocca sei oggetti, che corrisponderanno al corpo di Moana che “sente” e si abbandona al profondo, perché “non c’è esperienza, se non c’è abbandono”.
Bellissima la scelta delle musiche, i rintocchi, “Casta Diva” della Callas che rieccheggia in quel carattere di una donna inquieta e ribelle … e diva.
Prorompente nel monologo la Axen che veste i panni di quella diva, che fu per come il mondo la volle, che fece tutto quello che doveva fare con il suo corpo, ma innocentemente.

Pochi forse hanno notato che il carillion le cui note invadono il palco, riproduce “Winter Wonderland” la famosissima canzone natalizia statunitense, e non è a caso. E’ un pezzo che narra di una passeggiata in un bosco, di un attraversare il tempo, di un sentire.

Non si vince e non si perde.
Non c’è fine e non c’è inizio.
Siamo ciò che ci manca, siamo nel settimo senso.

 

Simona Stammelluti

 Le foto sono di Tommaso Le Pera 

Un cuore che si ferma, troppo presto.
Un cuore che, quando batte sa fare meraviglie.
Lo scopri solo sul finale che “Cuore”  – scritto da Sergio Casesi, portato in scena e diretto da Fulvio Cauteruccio nella splendida cornice di Capodimonte, nell’ambito del Napoli Teatro Festival – è dedicato a Davide Astori capitano della Fiorentina, scomparso troppo presto, quando il suo cuore rallentò fino a fermarsi, durante la notte del  4 marzo del 2018.
Cauteruccio non pronuncerà mai quel nome, che salta fuori solo alla fine, dopo che per un’ora e dieci minuti ti sei affezionato al personaggio che si racconta, racconta e si infiamma, balla, simula e incanta con un monologo che si tuffa nella storia del calcio, mostrando però non solo ricordi di mirabili successi, ma la parte più profonda di quello sport che è tale se c’è cuore, se è contenuto gelosamente dentro un sentimento, se è animato dalla fatica e che si arrende, davanti alla fragilità umana che regna sovrana su ogni sogno, sia esso possibile o semplice utopia.
Sul palco sembra esserci un cinquantenne con la pancetta, gli occhiali da presbite e qualche filo di barba bianca, che ripercorre a grandi linee ma con entusiasmo la storia dello sport più amato di sempre, delle squadre, dei campioni, sempre con uno sguardo al loro cuore, alle imprese eroiche fuori dal campo, non solo davanti ad un pallone.
Racconta e parla. 
Gaetano, te lo ricordi …?
Il Gaetano compagno di ricordi e di parole sarebbe il grande Gaetano Scirea, e non a caso.
Scirea, uno dei massimi interpreti della storia del calcio, ma soprattutto icona di gentilezza, correttezza e signorilità.
Un Fulvio Cauteruccio sempre estremamente bravo, credibile, un attore che sa farti vivere alcune emozioni attraverso il suo spiccato modo di parlarti e non solo parlare, di raccontarti e non solo raccontare, di coinvolgerti e non solo coinvolgere. I verbi, con Cauteruccio sul palco sono tutti rivolti “a te” e non si riesce a resistergli, anche se ti domandi perché ti manca ancora qualcosa, mentre ti domandi quando ti verranno svelati alcuni dettagli che possano aiutarti a capire, a capire fino in fondo.
Un racconto dettagliato di alcuni momenti storici del mondo del calcio e dei suoi protagonisti, alcuni stranieri, che però nella loro carriera hanno potuto contare su delle capacità, dotati di alcune peculiarità che hanno fatto di loro delle persone appassionate, piene di cuore e di volontà.

Cauteruccio, dotato di una voce baritonale, accattivante, suo segno distintivo che ti permette di riconoscerlo e pertanto di sentirti al sicuro dentro quella intonazione calda, sul palco non si risparmia; esulta, si emoziona, balla, mima alcuni momenti drammatici avvenuti in campo, quando il cuore dei giocatori, spesso fa come vuole, quel cuore che è così forte, che rende l’atleta invincibile e che poi però si lascia vincere da un destino che arriva talvolta, senza essere annunciato. Tutto dentro poco più di un’ora mentre ti chiedi perché quel suo interlocutore Gaetano, non parli mai.
Nei panni del suo interlocutore – che poi si scoprirà sul finale non essere Gaetano – con in dosso una divisa da calciatore, seduta immobile di spalle al pubblico c’è Flavia Pezzo, che solo sul finale, mostrerà il volto e la sua vera natura. 
Scorrono i minuti nel parco di Capodimonte a Napoli e dietro quel personaggio, che potrebbe essere un qualsiasi tifoso che si confronta con enfasi con un amico, c’è in realtà un giovane trentenne a cui è concesso un ultimo sogno, prima di percorrere la strada verso l’eternità, in uno spazio di mezzo, quello in cui non sai se ti sveglierai e dove.
Il monologo ti tiene in sospeso fino alla fine.
Chi è quest’uomo? Perché racconta le mirabolanti avventure di un calciatore?
Piano piano ti è tutto chiaro.
Il Gaetano di quell’ultimo sogno, altri non è che la morte dalle sembianze gentili, ciò che giunge e che porta via, mentre scende il freddo e tu resti lì, mentre capisci dove voleva condurti il monologo di Cauteruccio e ripensi a come a volte l’arte fa come vuole, fa giri immensi e poi arriva dove deve, a patto che si abbia un Cuore.

 

Simona Stammelluti

Il servizio

L’eccentricità come un vezzo, un segno distintivo di una personalità complessa, percepita però come stranezza, diversità.

Eppure Alma – la protagonista – non scivola mai via dalla sua natura, malgrado tutt’intorno ci sia un tessuto sociale che la vorrebbe “normale”, dentro un cliché che non contempla  certo l’eccentricità come una possibilità di essere unico, passionale, e a proprio agio dentro un qualche talento.

Sarah Biacchi porta “Le eccentricità di un usignolo”, testo di Tennessee Williams (Estate e fumo) del 1962, per la prima volta in assoluto a Palazzo Reale per la rassegna Napoli Teatro Festival, curandone la regia e tenendo per sé il ruolo di Alma.

La Biacchi è eccentrica al punto giusto, tiene su di sé l‘attenzione di tutti ed è talentuosa nel mettere a punto ogni gesto ed ogni intenzione della protagonista che spesso si domanda cosa ci sia di stonato rispetto alle aspettative  degli altri mentre lei si accorda perfettamente al suo istinto, alle sue passioni, al suo talento.

Canta molto bene Sarah Biacchi e la presenza scenica fa di lei un’artista geniale e capace di catalizzare l’attenzione del pubblico che con lei entra in empatia, mentre coloro che ruotano come satelliti intorno alla sua eccentricità, continuano a puntare il dito contro ogni sua stranezza.

Figlia di un pastore protestante, di una mamma che ha perso il senno e innamorata di un giovane medico, vittima delle attenzioni morbose di una madre esaltata, Alma continua a vedere arcobaleni nella luce che fa brillare la neve sulle ciglia e a domandarsi cosa sarebbe stato se al posto della sua ingombrante eccentricità, avesse avuto solo bellezza e grazia.

Efficace l’allestimento e l’idea di proiettare dettagli della storia in un video che diventa finestra, camino e luogo di incontri, che mostra gesti intimi e pieni di passione così come sono stati immaginati e tradotti, dal testo del drammaturgo statunitense che vuole Alma impacciata, innamorata e alla fine disillusa.

Sul palco insieme alla Biacchi , Riccardo Eggshell, Alessandra Frabetti, Paolo Perinelli, con la partecipazione di Paila Pavese, tutti corali e calati perfettamente nelle intenzioni della regista, intorno al ruolo della Biacchi che mostra tutto il pathos del personaggio che è colto e ricco di fascino.

Pieno di appeal il dialogo tra il giovane medico e l’eccentrico usignolo che mette a nudo la fragilità di Alma dentro quel sentimento non ricambiato, mentre aspira a trascorrere con quel suo giovane innamorato un’ora soltanto, a cavallo con il nuovo anno, per sentire che non tutto è perduto che si può anche fingere, solo per un’ora. “Dammi un’ora e ne farò una vita” – dice la ragazza che finirà per affidare il suo destino ad un viaggiatore incontrato per caso, a cui affiderà quel che resta della sua eccentricità e di tutti i suoi sogni infranti.

 

Simona Stammelluti 

 

 

 

Quanto si è disposti a pagare per sbarcare il lunario, per un riscatto sociale?

Quanto vali, cosa conti?

Sotterfugi, tradimenti, intrallazzi in “The Red Lion” in  prima nazionale ieri nella splendida cornice di Palazzo Reale nell’ambito della rassegna Napoli Teatro Festival, che quest’anno arriva nel post lockdown incontrando l’entusiasmo del pubblico che ha risposto con estremo interesse facendo registrare un tutto esaurito sera dopo sera, nel pieno rispetto delle norme igienico sanitarie e del distanziamento sociale previsto in questo periodo post pandemico.

Il testo anglosassone di Patrick Marber, riadattato alla vita difficile di provincia, con la regia di Marcello Cotugno, vede in scena Nello Mascia, Andrea Renzi e Lorenzo Scalzo, che vivono il palco che riproduce lo spogliatoio dentro il quale si discutono le sorti di una giovane promessa del calcio, con un passato difficile, che farebbe di tutto semplicemente per poter giocare e che resta inevitabilmente incastrato in un “gioco” più grande di lui, le cui regole le faranno un allenatore egoista, bugiardo, senza passione e senza scrupoli e un massaggiatore, ormai anziano, con un passato da calciatore, scivolato poi in un degrado sociale che lo ha portato a vivere quasi di stenti. Don Gaetano per il giovane calciatore sarà come un padre, ma non riuscirà a proteggerlo dal girone dell’inferno nel quale Rosario proverà a trascinarlo semplicemente per difendere i suoi interesse, l’unica cosa che per lui conta a discapito del bene di una squadra, dei suoi giocatori e della stessa società calcistica che è solo un paravento dietro il quale si consumano  accordi loschi e sciatti.

Uno spettacolo che solo apparentemente parla del mondo del calcio ma che mostra sin da subito la sua vera natura, che si snoda su più livelli e che scivola piano dentro le scelte quasi tutte subdole, rimaste incastrate nella volontà di inseguire una gloria che però non saprà spogliarsi fino in fondo di quella realtà tutta sbagliata e troppo angusta, per far decollare un sogno.

Tre generazioni, tre storie diverse, tre passati difficili, tre aspirazioni morte troppo in fretta, le origini di ognuno dei personaggi, la voglia di cambiare in qualche modo e la convinzione che le scorciatoie siano l’unica strada percorribile, anche a costo del disprezzo.

Tre uomini con ruoli ben distinti, tre caratteri e personalità difficili da tenere insieme, e un solo finale che si divincola da ogni cliché e mostra la forma del disagio sociale e  dello svilimento di ogni possibile capacità.

Meccanismi da ingrassare, affari sporchi e interessi personali da difendere mentre è la fame che fa da collante tra l’illegalità e il gioco sporco.

In scena uno spaccato di quella realtà fin troppo vera e cruda, nella quale “si passa la vita a firmare e rompere contratti”, dove tutto spesso è finto, deciso a tavolino a discapito di un talento che potrebbe brillare se solo avesse il terreno giusto dove diventare forte, prorompente, assoluto, ed invece è solo una sconfitta sul nascere.

Dinamica e convincente la pièce per merito della regia e dei bravi attori che sul palco si scambiano spesso di posto e di intenzioni, mettendo a fuoco quel ruolo difficile di chi per convincere gli altri, alla fine deve prima di tutto tradire se stesso.

Uno spettacolo di 1 ora e 40 minuti in cui lo spettatore senza quasi volerlo, si trova catapultato nelle difficoltà del vivere, nell’ingerenza di molti e nella forza di alcune passioni che si spengono una volta investite dai fallimenti in cui ti trascina chi è disposto a tutto pur di sbarcare il lunario, mentre resta a mani vuote e cuore in sordina.

E adesso, aspettiamo la tournée.

 

Simona Stammelluti

Il servizio