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Piazza Armerina – Tornato a casa nella notte, Filippo Calcagno, a Piazza Armerina, in provincia di Enna, dove fuori alla porta ancora sventolano i palloncini colorati simbolo della vita che resiste alle peggiori intemperie.
E poi un lenzuolo, appeso ad un balcone con la scritta “Bentornato a casa”, e in quelle parole la gioia di un’attesa che si chiude a lieto fine, dopo mesi e mesi di angoscia e di paura.
Torna a casa Filippo Calcagno, dopo 8 mesi di sequestro in Libia. Torna nella sua città dove tutto parla di lui, dove sui muri l’amministrazione comunale sta facendo affiggere manifesti con su scritto “bentornato Filippo, Piazza Armerina è felice di riabbracciarti”.
Prima notte a casa dunque, per il siciliano Filippo Calcagno, che insieme al suo collega della Bonatti, Gino Pollicardo, è riuscito a sfuggire dopo 8 mesi di prigionia in Libia.
Può adesso restare accanto alla moglie, ai due figli e alla nuora, e prima di entrare in casa ha pregato i giornalisti di lasciarlo in pace nei giorni a venire, perché molto provato da quello che ha vissuto, e ha dichiarato di aver saputo solo al suo arrivo in Italia della morte di Salvatore Failla e Fausto Piano.
Toccante sentire le dichiarazione che Calcagno e Pollicardo hanno rilasciato ai Pm, nelle quali hanno raccontato di essersi liberati da soli. Avrebbero raccontato come i sequestratori abbiano prelevato i loro colleghi mercoledì, lasciandoli così da soli. Ed in quella situazione hanno poi sfondato la porta dove erano rimasti sequestrati per 8 lunghi mesi e sono riusciti a fuggire. Sono stati picchiati e lasciati senza cibo, durante la prigionia. Violenze fisiche e psicologiche alle quali – stando ai racconti dei sopravvissuti alla prigionia – hanno resistito solo facendosi coraggio vicendevolmente, dandosi forza tutti e quattro insieme.
Ma adesso sono a casa, e nelle prossime ore saranno in collegamento con le maggiori testate televisive per raccontare, forse, qualche dettaglio in più di quelli che sono stati 8 mesi di paura e di terrore.
Simona Stammelluti

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Se la parola Jazz vi affascina, ma ancora non vi siete lasciati coinvolgere, vi raccomando un ascolto che – ne sono sicura – vi farà apprezzare questo genere musicale, che in realtà è un “linguaggio”, sofisticato e ricco di “mood”, che attraversa melodie, armonie ed improvvisazione per giungere esclusivamente al gusto di ognuno, sollevando, come in questo caso, un’ottima dose di emozioni
Il disco in oggetto si chiama “Sensory Emotions”, edito da Dodicilune, progetto realizzato da un bravissimo contrabbasista e compositore abruzzese, Luigi Blasioli, che nasce da una vera e propria necessità, ossia di fare un tuffo nel proprio “Io”, alla ricerca di una appassionata comunicazione che potesse essere un viaggio, che attraversando una intera vita, fosse in grado di guardare da vicino un pubblico che potesse emozionarsi, senza formalizzarsi troppo.
Un lavoro fatto bene, che conta 9 pezzi, tutti di facile ascolto, ma resi preziosi non solo dalla bravura dei musicisti che in esso suonano, ma dalla capacità di Blasioli di scrivere le parti per ognuno degli strumenti, come se ci fosse un codice preciso da decifrare, step by step, lungo 50 minuti carichi di “pathos” per un jazz moderno e piacevolissimo.
Ad affiancare Blasioli nei nove brani tutti originali, Pierpaolo Tolloso, al sax, Cristian Caprarese al pianoforte, Francesco Santopinto alla batteria. Ma hanno collaborato a questo prestigioso lavoro discografico, anche Fabrizio Mandolini al sax tenore nel brano “Autumn Reflections” e il compianto Marco Tamburini, che con la sua tromba ha reso unico il brano “Family Warmth”.
C’è spazio per “respiri” ampi, nel disco, ma c’è spazio anche per il tempo serrato del bebop, mentre ogni strumento ha il suo compito preciso, fin quando non si apre all’improvvisazione e alla ricerca del dettaglio e del fraseggio, che abbellisce ogni singolo pezzo del progetto discografico.
Emozioni e sensazioni, così ben evocate dal titolo, sono tutte stipate ordinatamente nei “cassetti” voluti da Luigi Blasioli, da aprire volta per volta, e da richiudere delicatamente per poi riaprirli all’occorrenza, perché questo disco crea una sorta di “dipendenza” emozionale, e capita spesso di tornare indietro per riascoltare un pezzo, prima ancora di completarne l’ascolto.
Non si può non notare la bellezza del pezzo “Family Warmh” nel quale la tromba di Marco Tamburini, che manca proprio a tutti, traccia il disegno di un ascolto fatto di note vicine, che alleggeriscono l’animo e aprono alla bellezza del giro armonico, come se si potesse per davvero essere inghiottiti dalla melodia che sa divenire anche orecchiabile, e sulla quale tutti gli altri strumenti imbastiscono un “tappeto” equilibrato e caldo, fino all’ingresso del pianoforte, che raccoglie l’eredità armonica della tromba e la trascina su, fino alle note alte della tastiera, deliziando, fino al ritorno della tromba di Tamburini, che riprende il tema, per accompagnare l’ascoltatore alla fine del pezzo.
Non è difficile notare come tra le tracce vi siano due pezzi con un titolo “simile”, e questo, ovviamente, ha un suo preciso perché. La traccia 2, che da il titolo all’album, si intitola “Sensory Emotions”, mentre la numero 9, che chiude il disco si intitola “My Sensory Emotions”. Un percorso vero, dunque, quello che Luigi Blasioli regala agli ascoltatori, che parte da una ampia bolla, nella quale tuffarsi, attraverso la musica, per provare delle emozioni da “sentire” sulla pelle, che conducono a ricordi e pezzi di proprio vissuto, fino al racconto personalissimo di quello che è e “sa essere”, l’appassionata vita del contrabbassista, nell’ultima traccia del disco, attraverso la sua “propria voce”, mentre racconta le note che descrivono sguardi, parole e sentimenti, visti attraverso una finestra, un oblò o semplicemente attraverso la sua mente, che sanno poi divenire, meravigliosa musica.
Simona Stammelluti


Adesso vanno di moda gli omosessuali, ed i loro diritti.
Fino a qualche tempo fa, prima dell’ormai famoso ddl Cirinnà, la stragrande maggioranza degli italiani, non transitavano su alcune famose vie della capitale perché frequentate da gay, non sedevano a fianco ad una coppia omosessuale in metropolitana, e metteva la mano sugli occhi ai propri figli o nipoti se per strada o in Tv, due gay o due lesbiche si scambiavano un bacio o una semplice effusione.
La cosa che sembra essere divenuto un caso “culturale” è il repentino cambio di rotta, come se “non essere d’accordo” sulla questione della figliolanza, compresa l’adozione, sia una sorta di demerito, quando invece la libertà di parola e di pensiero, prima ancora che altre forme di libertà, andrebbe difesa con le unghie e con i denti.
La gente si mobilità, si affanna ad offendere chi la pensa in maniera contraria, dice la propria “come se fosse un vangelo” e nessuno o quasi, prova a “capire”, prima, e a parlare, poi.
La nuova legge sulle unioni civili sembra aver messo tutti d’accordo, accomunati dalla necessità di vedere riconosciuti i diritti di coloro che, da omosessuali, decidono di condividere una vita, o parte di essa insieme, e che dunque, parimenti alle coppie etero che contraggono matrimonio, hanno diritto ad avere “diritti”. E così dopo discussioni e battaglie politiche, in Senato passa il ddl Cirinnà –  seppur con delle modifiche –  con diritti riconosciuti alle coppie omosessuali. Tema caldo, lo stralcio della Stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà. Ed intanto tutti gridano ad una legge di serie B per persone di serie B. Meglio qualcosa che nulla, sembra non valere più, ed il predominante “o tutto o niente”, viene ingoiato come un boccone amaro.
Ormai non si parla d’altro, come se la nostra povera Italia non avesse altri seri problemi sui quali legiferare, dei quali interessarsi con solerzia e determinazione. Ma sulla cresta dell’onda resta ancora la faccenda dei diritti degli omosessuali, mentre la questione dei figli, delle adozioni dei figli del partner, e degli uteri in affitto, rischia di divenire un serio spartiacque…tutti da qui i favorevoli, tutti da lì i contrari, come se ci si dovesse dividere esclusivamente perché la si pensa diversamente.
Ho visto gente non parlarsi più, perché distanti sulla faccenda adozioni. Che poi se il referendum è uno strumento per dare al popolo sovrano la possibilità di dire la propria, allora forse sarebbe il caso di usarlo, questo strumento, che unisce almeno sotto il tetto del poter scegliere secondo propria ideologia e non coscienza.
Perché la coscienza di chi esprime un concetto non vale quanto la propria idea di come si debba, e si possa vivere. Anche perché un tempo esistevano gli uomini e le donne sotto la frase “amatevi e procreate”, c’era la natura, con le sue leggi imprescindibili. Oggi c’è tanto altro ancora, che non condanniamo perché ognuno nella sua camera da letto fa ciò che vuole, ma non meravigliamoci se alcune metodiche vengono definite “contronatura” perché tali sono.
Ed eccoci arrivati alla notizia dell’ultima ora. Nichi Vendola ed il suo compagno Eddy, sono divenuti papà di un bambino chiamato Tobia, nato in una clinica canadese, dove una donna, ha dato in affitto il suo utero, per far nascere un bambino del quale – malgrado quello che si racconta come se fosse una bella favola a lieto fine – probabilmente non saprà più nulla, che non potrà attaccare al seno, che sicuramente vivrà con due padri.
Ma facciamo un passo indietro. Intanto la questione adozioni sarebbe bene metterla a posto, una volta per tutte. Intanto considerata la “messa a punto” sulle unioni civili, sarebbe giusto concedere l’adozione di bambini da orfanotrofio alle coppie omosessuali, e non sarebbe male se la questione “adozione” si snellisse, ed anche con una certa solerzia. Quanto alle adozioni del figlio del partner, se si deve tutelare il bene del minore, allora è giusto che – come si sta già facendo – si provveda a decidere volta per volta.
Per tornare alla questione del figlio di Vendola e compagno, ognuno la pensi come vuole, chiamandolo gesto di generosità, di egoismo, atto giusto, atto ingiusto. Intanto in Italia, la maternità surrogata è illegale, in altri paesi è legale. Certo, dietro vi è un gran bel business. Si pensi che Vendola ha speso 137 mila euro per avere il suo bel bambino.
Non deve interessarci? Se uno è un personaggio pubblico, la sua vita inevitabilmente diventa pubblica e si autorizza così “il pubblico” a dire la propria.
“Ma un bambino è venuto al mondo, dobbiamo fare festa” – gridano in tanti. “Due papà bravi sono meglio di una mamma e un papà separati” – dicono altri. “Che vergogna non volere che due omosessuali possano divenire genitori” – il massimo del luogo comune.
C’è anche chi sostiene che l’utero in affitto sia una sorta di “mercificazione” tanto quanto la “prostituzione”, ma sarebbe giusto fissare l’attenzione sul fatto che una donna che si prostituisce per libera scelta, risponde esclusivamente per se, mentre chi presta il proprio utero, risponde anche per un’altra vita, della quale – da un preciso momento in poi – non saprà più nulla. Non saprà se il frutto del suo grembo andrà a due genitori bravi, meno bravi, se starà bene, male e così via.
“Ma in America, come in molte parti del mondo, le donne che prestano l’utero sono quasi tutte facoltose ed hanno figli, non ci guadagnano nulla” – è la frase che leggo più spesso nelle ultime ore. Io una di quelle donne vorrei guardarle in faccia quando tra i dolori classici del parto, mettono al mondo un figlio che la “nuova cultura” vuole che non sia suo.
E non c’entra neanche la religione, in tutto questo. Perché in queste ultime ore anche i più “timorati di Dio” stanno andando lungo il filone del “Embè che c’è di male? Sono tutte creature di Dio!”
La verità è che se tutti i gay fossero operai e manovali, queste problematiche non si porrebbero, perché non si potrebbero certo permettere di andare oltreoceano a spendere centinaia di migliaia di euro, o dollari, per pagare una struttura dalla quale esce “Il trofeo” di un figlio nato da madre surrogato.
E se proprio la dobbiamo dire tutta, allora una battaglia – ma non a chiacchiere – andrebbe fatta anche per permettere che i single, che ne abbiano le caratteristiche, possano adottare i bambini. Perché prima di arrivare a ciò che è contronatura, che piaccia o no, c’è tutto un mondo di bambini nati, non per sbaglio, ma a causa di sbagli altrui, che meriterebbero una chance, per vivere in un mondo civile, dove non è tutto solo una questione “di cultura”.
Simona Stammelluti

Adesso vanno di moda gli omosessuali, ed i loro diritti.

Fino a qualche tempo fa, prima dell’ormai famoso ddl Cirinnà, la stragrande maggioranza degli italiani, non transitavano su alcune famose vie della capitale perché frequentate da gay, non sedevano a fianco ad una coppia omosessuale in metropolitana, e metteva la mano sugli occhi ai propri figli o nipoti se per strada o in Tv, due gay o due lesbiche si scambiavano un bacio o una semplice effusione.

La cosa che sembra essere divenuto un caso “culturale” è il repentino cambio di rotta, come se “non essere d’accordo” sulla questione della figliolanza, compresa l’adozione, sia una sorta di demerito, quando invece la libertà di parola e di pensiero, prima ancora che altre forme di libertà, andrebbe difesa con le unghie e con i denti.

La gente si mobilità, si affanna ad offendere chi la pensa in maniera contraria, dice la propria “come se fosse un vangelo” e nessuno o quasi, prova a “capire”, prima, e a parlare, poi.

La nuova legge sulle unioni civili sembra aver messo tutti d’accordo, accomunati dalla necessità di vedere riconosciuti i diritti di coloro che, da omosessuali, decidono di condividere una vita, o parte di essa insieme, e che dunque, parimenti alle coppie etero che contraggono matrimonio, hanno diritto ad avere “diritti”. E così dopo discussioni e battaglie politiche, in Senato passa il ddl Cirinnà –  seppur con delle modifiche –  con diritti riconosciuti alle coppie omosessuali. Tema caldo, lo stralcio della Stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà. Ed intanto tutti gridano ad una legge di serie B per persone di serie B. Meglio qualcosa che nulla, sembra non valere più, ed il predominante “o tutto o niente”, viene ingoiato come un boccone amaro.

Ormai non si parla d’altro, come se la nostra povera Italia non avesse altri seri problemi sui quali legiferare, dei quali interessarsi con solerzia e determinazione. Ma sulla cresta dell’onda resta ancora la faccenda dei diritti degli omosessuali, mentre la questione dei figli, delle adozioni dei figli del partner, e degli uteri in affitto, rischia di divenire un serio spartiacque…tutti da qui i favorevoli, tutti da lì i contrari, come se ci si dovesse dividere esclusivamente perché la si pensa diversamente.

Ho visto gente non parlarsi più, perché distanti sulla faccenda adozioni. Che poi se il referendum è uno strumento per dare al popolo sovrano la possibilità di dire la propria, allora forse sarebbe il caso di usarlo, questo strumento, che unisce almeno sotto il tetto del poter scegliere secondo propria ideologia e non coscienza.

Perché la coscienza di chi esprime un concetto non vale quanto la propria idea di come si debba, e si possa vivere. Anche perché un tempo esistevano gli uomini e le donne sotto la frase “amatevi e procreate”, c’era la natura, con le sue leggi imprescindibili. Oggi c’è tanto altro ancora, che non condanniamo perché ognuno nella sua camera da letto fa ciò che vuole, ma non meravigliamoci se alcune metodiche vengono definite “contronatura” perché tali sono.

Ed eccoci arrivati alla notizia dell’ultima ora. Nichi Vendola ed il suo compagno Eddy, sono divenuti papà di un bambino chiamato Tobia, nato in una clinica canadese, dove una donna, ha dato in affitto il suo utero, per far nascere un bambino del quale – malgrado quello che si racconta come se fosse una bella favola a lieto fine – probabilmente non saprà più nulla, che non potrà attaccare al seno, che sicuramente vivrà con due padri.

Ma facciamo un passo indietro. Intanto la questione adozioni sarebbe bene metterla a posto, una volta per tutte. Intanto considerata la “messa a punto” sulle unioni civili, sarebbe giusto concedere l’adozione di bambini da orfanotrofio alle coppie omosessuali, e non sarebbe male se la questione “adozione” si snellisse, ed anche con una certa solerzia. Quanto alle adozioni del figlio del partner, se si deve tutelare il bene del minore, allora è giusto che – come si sta già facendo – si provveda a decidere volta per volta.

Per tornare alla questione del figlio di Vendola e compagno, ognuno la pensi come vuole, chiamandolo gesto di generosità, di egoismo, atto giusto, atto ingiusto. Intanto in Italia, la maternità surrogata è illegale, in altri paesi è legale. Certo, dietro vi è un gran bel business. Si pensi che Vendola ha speso 137 mila euro per avere il suo bel bambino.

Non deve interessarci? Se uno è un personaggio pubblico, la sua vita inevitabilmente diventa pubblica e si autorizza così “il pubblico” a dire la propria.

“Ma un bambino è venuto al mondo, dobbiamo fare festa” – gridano in tanti. “Due papà bravi sono meglio di una mamma e un papà separati” – dicono altri. “Che vergogna non volere che due omosessuali possano divenire genitori” – il massimo del luogo comune.

C’è anche chi sostiene che l’utero in affitto sia una sorta di “mercificazione” tanto quanto la “prostituzione”, ma sarebbe giusto fissare l’attenzione sul fatto che una donna che si prostituisce per libera scelta, risponde esclusivamente per se, mentre chi presta il proprio utero, risponde anche per un’altra vita, della quale – da un preciso momento in poi – non saprà più nulla. Non saprà se il frutto del suo grembo andrà a due genitori bravi, meno bravi, se starà bene, male e così via.

“Ma in America, come in molte parti del mondo, le donne che prestano l’utero sono quasi tutte facoltose ed hanno figli, non ci guadagnano nulla” – è la frase che leggo più spesso nelle ultime ore. Io una di quelle donne vorrei guardarle in faccia quando tra i dolori classici del parto, mettono al mondo un figlio che la “nuova cultura” vuole che non sia suo.

E non c’entra neanche la religione, in tutto questo. Perché in queste ultime ore anche i più “timorati di Dio” stanno andando lungo il filone del “Embè che c’è di male? Sono tutte creature di Dio!”

La verità è che se tutti i gay fossero operai e manovali, queste problematiche non si porrebbero, perché non si potrebbero certo permettere di andare oltreoceano a spendere centinaia di migliaia di euro, o dollari, per pagare una struttura dalla quale esce “Il trofeo” di un figlio nato da madre surrogato.

E se proprio la dobbiamo dire tutta, allora una battaglia – ma non a chiacchiere – andrebbe fatta anche per permettere che i single, che ne abbiano le caratteristiche, possano adottare i bambini. Perché prima di arrivare a ciò che è contronatura, che piaccia o no, c’è tutto un mondo di bambini nati, non per sbaglio, ma a causa di sbagli altrui, che meriterebbero una chance, per vivere in un mondo civile, dove non è tutto solo una questione “di cultura”.

Simona Stammelluti

Aveva già vinto un Oscar alla Carriera, Ennio Morricone, colui che ha reso straordinari film bellissimi, ma che senza la musica del grande Maestro, forse non avrebbero avuto la fortuna ed il successo che hanno poi riscosso a livello mondiale.
E così a 87 anni, dopo una vita dedicata alla musica che lui stesso dice “di non voler mai tradire“, arriva per Ennio Morricone un meritatissimo premio Oscar per la miglior colonna sonora realizzata per il film “The Hateful Eight”, di Quentin Tarantino. Lo stesso regista che nei suoi film precedenti, aveva preso sempre “pezzetti di altre colonne sonore” del maestro. Fu nel maggio scorso, che Tarantino riuscì a convincere Morricone a firmare per intero la colonna sonore dal suo ultimo film, scelta che si è rivelata vincente, e che lo ha condotto dritto dritto all’Oscar.
Il suo primo “Academy Award”, questo, carriera a parte. Che poi dalla sua carriera proprio non si può prescindere, considerato che Morricone, ha speso tutta la sua vita e la sua carriera nei panni impeccabili di grande musicista e compositore, mentre imbastiva e realizzava colonne sonore che hanno fatto realmente la storia della cinematografia mondiale.
Mahler, insieme a Stravinsky,  sono stati gli unici ad influenzare la sua musica per il cinema. Tutta la sua carriera è stata fondata sulla “fiducia” tra regista e compositore, ed è quella che lui ha sempre richiesto a coloro che hanno lavorato con lui. La fiducia come anello fondamentale di rapporti lavorativi e personali che possano essere vincenti.
Nella sua carriera erano state ben 5 le nomination per lui, che però non andarono mai a buon fine, e così finalmente Ennio Morricone trionfa, agli Oscar, dopo quello vinto nel 2007, proprio alla carriera.
Un oscar per 500 colonne sonore scritte, tra film e serie tv. Ma a parte questo prestigiosissimo Oscar, Morricone ha vinto altri premi tutti meritatissimi. Parliamo di premi come 3 Grammy Award, 3 Golden Globe, 11 Nastri D’Argento, 10 David di Donatello, un Leone D’Oro alla Carriera, 6 Bafta, un European Film Award, un Polar Music Prize.
Riconoscimenti a tutto quello che il Maestro Morricone ha saputo realizzare, perché la musica è stata la sua vita, e attraverso quella, ha saputo rendere concreto un talento difficilmente replicabile.
Una serata speciale, dunque per Ennio Morricone, quella della consegna degli Oscar con tanto di “Standing Ovation” per quel musicista italiano, composto ed emozionatissimo che  è salito suo palco accompagnato da suo figlio Giovanni, e con commozione dopo aver ringraziato per il premio ricevuto ha avuto parole sentite verso i film fatti bene: Non c’è musica importante se non c’è un grande film che la ispiri, ringrazio quindi Quentin Tarantino per avermi scelto e il produttore Harvey Weinstein e tutta la troupe del film“.
E la dedica di questa straordinaria vittoria è tutta per sua moglie Maria.
Ennio Morricone entra nella storia, con questo riconoscimento. Lui, che durante l’assegnazione della sua stella nella Hollywood Walk of Fame ha dicharato: “Devo cercare di realizzare una colonna sonora che piaccia sia al regista, sia al pubblico, ma soprattutto deve piacere anche a me, perché altrimenti non sono contento. Io devo essere contento prima del regista. Non posso tradire la mia musica“.
Simona Stammelluti

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Da non crederci, ma anche la maestra di Ceresole Reale, nota al grande pubblico per essere apparsa sul palco di Sanremo come insegnante della scuola più piccola d’Italia, è tra le vittime truffate da Gabriele Defilippi, il 22 arrestato per l’omicidio di Gloria Rosboch, la professoressa sparita a Castellamonte dopo una truffa di 187 mila euro.
Lei, la maestrina di 34 anni, apparsa sul palco di Sanremo, si chiama Marzia Lachello, che nel non lontano 2013, aveva concluso una tormentata relazione, incominciata nel 2011, con Gabriele Defilippi. La relazione si era conclusa nella maniera peggiore, quando lei eri finita in ospedale. Era il 21 giugno del 2013, quando Gabriele accompagnato da sua madre, Caterina Abbattista, si era recato in ospedale, dove la mamma di Marzia, cacciati via tutti, tira fuori sua figlia da un incubo senza fine. Ad oggi Marzia, è costretta a difendersi da una “notorietà diversa”, che non solo le sta togliendo la privacy, ma è costretta a ripensare a quell’incubo derivante dall’essere stata una delle prime vittime di quel giovane, che si fingeva consulente di immagine dai suoi tanti profili Facebook, e che possedeva una sessualità incerta, la passione per i travestimenti, ed una personalità disturbata, che adesso andrà analizzata.
A parlare, per difendere Marzia Lachello dalle tante voci sul suo conto è il suo avvocato che racconta come “quella relazione avveniva a ridosso di un matrimonio agli sgoccioli. Marzia è di famiglia abbiente, lui sapeva che lei era sposata ma non gli interessava. La relazione viene scoperta, il matrimonio va in frantumi, lei va a stare da lui, fin quando anoressica, Marzia si sente male, e finisce all’ospedale dove sua madre, mette fine a quell’incubo, mandando via tutti”. Ma quell’incubo oggi, sembra riapparso più mostruoso che mai.
L’avvocato di Marzia specifica che non ci sarebbe stato nessun raggiro, nessun danno economico, anche se adesso tutti vogliono la verità, Marzia compresa.
Il Gip Marianna Tiseo, ha convalidato l’arresto del 22enne, della madre Caterina Abbattista, e dell’amante Roberto Obert, ma sono tantissimi ancora tutti gli aspetti dell’omicidio di Gloria Rosboch, ancora da chiarire. I tre, che restano dunque in carcere, continuano ad accusarsi reciprocamente, mentre i carabinieri hanno sequestrato una cassetta di sicurezza che conterrebbe i 187 mila euro, oggetto della truffa operata ai danni dell’insegnante uccisa. Intanto dalla procura arriva il nulla osta per poter effettuare i funerali della donna che si svolgeranno domani a Castellamonte, dove sarà proclamato il lutto cittadino.
Davanti al Gip il ragazzo, freddo abbastanza da tenere nascosto un omicidio per un mese, si è presentato in lacrime, e – per parola del suo legale – si definisce innocente. Nulla hanno potuto quelle lacrime sul Gip, che ha respinto l’istanza di scarcerazione, presentata dall’avvocato.
Simona Stammelluti

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Uno scrittore di classe, un gigante della cultura, un filosofo, semiologo, ma soprattutto grande comunicatore. Se ne va ad 84 anni, in un freddo venerdì di febbraio, dopo una vita di successi letterali ed accademici e dopo quel “Premio Strega” vinto nel 1981, con il romanzo “Il nome della Rosa”, un bestseller mondiale che vendette 30 milioni di copie in tutto il mondo, tradotto in tutte le lingue. Quel romanzo così famoso, che lui stesso definì il suo peggior romanzo.

“I miei romanzi nascono semplicemente da un’immagine” – diceva sempre.

Fece tanto, per la cultura, svecchiando le più alte forme di comunicazione, non smise mai di guardare alla politica, ma ciò che mancherà, da oggi in poi è quel suo disarmante modo di guardare al mondo, ai cambiamenti sociali, per poi raccontarli, attraverso quella sua penna che si è fermata nel suo ultimo romanzo “Numero Zero”, del 2015, edito da Bompiani, ambientato nel 1992. Un giallo pieno di ironia e di colpi di scena, sul cattivo giornalismo. Un romanzo che narra di una giornalista e di una redazione, con forti riferimenti alla politica, alla storia giudiziaria italiana di quegli anni. Parla di complotti e di questo Numero Zero che forse non uscirà mai, ma che ha tutte le carte in regola per divenire un vero e proprio scoop.

Un uomo di grandi passioni e di cultura sterminata, osservatore ironico e creativo, capace – come pochi – di cogliere lo spirito del tempo. Rimase fedele per una vita intera alla sua casa editrice. Ebbe un rapporto conflittuale con la chiesa e si allontanò dalla fede dopo i suoi studi su Tommaso D’Aquino.

Trovava il tempo anche per collaborare con i giornali: ll Giorno, La Stampa, il Corriere della Sera e da anni scriveva su Repubblica. Lui, che ultimamente l’aveva a morte con i giornalisti, con quelli del “riciclo”, perché come spesso diceva, “le notizie vanno cercate, zappate, cercate con maestria”.

Amava i libri…non li scriveva e basta. La sua biblioteca personale conteneva migliaia di rarità provenienti da tutto il mondo. Amava i libri. Amava tutto dai romanzi ai fumetti, dai classici di filosofia alla letteratura, dai saggi di semiologia alle riviste. Un lettore attento, e poi scrittore di grande spessore. Il suo “Trattato di semiotica generale” del 1975 è ad oggi, un testo classico nelle università di mezzo mondo.

Ha insegnato a lungo, ruolo che gli fu congeniale. Insegnava al Dams di Bologna e nei corsi di Laurea in Scienza delle Comunicazioni. Lui, grande comunicatore, che catalizzava le masse, anche quando i suoi discorsi erano forti e miravano a scuotere i giovani sull’importanza della cultura.

Lo fece anche durante una “Lectio magistralis”, durante la quale, ricordando un dolore fisico provato da giovane, raccontò di come si resiste se si sa cosa si sta subendo. “La conoscenza, la cultura, alza la soglia della sofferenza” – diceva.

E chi non ricorda quella sua lezione nella quale parlò di quanto internet dia parola anche agli imbecilli?

I social sopprimono i contatti “faccia a faccia” – diceva Umberto Eco – “oltre al fatto che internet da voce anche a legioni imbecilli, che negli anni andati, sparlavano solo dopo un bicchiere di troppo e non nuocevano alla società. Oggi tutti hanno diritto di parola quanto un premio Nobel. Anche se penso che gli imbecilli, alla fine si screditino da soli, quando ormai scettica, la gente non crede più a nulla di ciò che dicono”.

Muore un grande intellettuale, un uomo che detestava l’improvvisazione, che nel suo cammino intellettuale, ebbe vene illuministiche, con grande attenzione alla vita quotidiana perché lì – diceva – “si nasconde la verità”.

Simona Stammelluti

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Uno scrittore di classe, un gigante della cultura, un filosofo, semiologo, ma soprattutto grande comunicatore. Se ne va ad 84 anni, in un freddo venerdì di febbraio, dopo una vita di successi letterali ed accademici e dopo quel “Premio Strega” vinto nel 1981, con il romanzo “Il nome della Rosa”, un bestseller mondiale che vendette 30 milioni di copie in tutto il mondo, tradotto in tutte le lingue. Quel romanzo così famoso, che lui stesso definì il suo peggior romanzo.
“I miei romanzi nascono semplicemente da un’immagine” – diceva sempre.
Fece tanto, per la cultura, svecchiando le più alte forme di comunicazione, non smise mai di guardare alla politica, ma ciò che mancherà, da oggi in poi è quel suo disarmante modo di guardare al mondo, ai cambiamenti sociali, per poi raccontarli, attraverso quella sua penna che si è fermata nel suo ultimo romanzo “Numero Zero”, del 2015, edito da Bompiani, ambientato nel 1992. Un giallo pieno di ironia e di colpi di scena, sul cattivo giornalismo. Un romanzo che narra di una giornalista e di una redazione, con forti riferimenti alla politica, alla storia giudiziaria italiana di quegli anni. Parla di complotti e di questo Numero Zero che forse non uscirà mai, ma che ha tutte le carte in regola per divenire un vero e proprio scoop.
Un uomo di grandi passioni e di cultura sterminata, osservatore ironico e creativo, capace – come pochi – di cogliere lo spirito del tempo. Rimase fedele per una vita intera alla sua casa editrice. Ebbe un rapporto conflittuale con la chiesa e si allontanò dalla fede dopo i suoi studi su Tommaso D’Aquino.
Trovava il tempo anche per collaborare con i giornali: ll Giorno, La Stampa, il Corriere della Sera e da anni scriveva su Repubblica. Lui, che ultimamente l’aveva a morte con i giornalisti, con quelli del “riciclo”, perché come spesso diceva, “le notizie vanno cercate, zappate, cercate con maestria”.
Amava i libri…non li scriveva e basta. La sua biblioteca personale conteneva migliaia di rarità provenienti da tutto il mondo. Amava i libri. Amava tutto dai romanzi ai fumetti, dai classici di filosofia alla letteratura, dai saggi di semiologia alle riviste. Un lettore attento, e poi scrittore di grande spessore. Il suo “Trattato di semiotica generale” del 1975 è ad oggi, un testo classico nelle università di mezzo mondo.
Ha insegnato a lungo, ruolo che gli fu congeniale. Insegnava al Dams di Bologna e nei corsi di Laurea in Scienza delle Comunicazioni. Lui, grande comunicatore, che catalizzava le masse, anche quando i suoi discorsi erano forti e miravano a scuotere i giovani sull’importanza della cultura.
Lo fece anche durante una “Lectio magistralis”, durante la quale, ricordando un dolore fisico provato da giovane, raccontò di come si resiste se si sa cosa si sta subendo. “La conoscenza, la cultura, alza la soglia della sofferenza” – diceva.
E chi non ricorda quella sua lezione nella quale parlò di quanto internet dia parola anche agli imbecilli?
I social sopprimono i contatti “faccia a faccia” – diceva Umberto Eco – “oltre al fatto che internet da voce anche a legioni imbecilli, che negli anni andati, sparlavano solo dopo un bicchiere di troppo e non nuocevano alla società. Oggi tutti hanno diritto di parola quanto un premio Nobel. Anche se penso che gli imbecilli, alla fine si screditino da soli, quando ormai scettica, la gente non crede più a nulla di ciò che dicono”.
Muore un grande intellettuale, un uomo che detestava l’improvvisazione, che nel suo cammino intellettuale, ebbe vene illuministiche, con grande attenzione alla vita quotidiana perché lì – diceva – “si nasconde la verità”.
Simona Stammelluti

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Sanremo – Si respirava nell’aria già da un po’, la vittoria meritata degli Stadio, soprattutto quando la rosa dei finalisti si è stretta, scartando tutte le canzoni eseguite in maniera impeccabile come quelle di Arisa, Annalisa e Dolcenera.
Ma il Festival è della canzone Italiana, e gli Stadio hanno portato una canzone bella “Un giorno mi dirai”, cantata bene, che vince anche il premio Mia Martini e il premio Giancarlo Bigazzi, per la miglior musica, assegnato dai maestri della grande orchestra della Rai.
L’ultima serata si apre con il saluto dei ragazzi del Volo, in collegamento da New York, durante la loro tournée in giro per il mondo. Un saluto a tutti e qualche nota accennata a cappella.
Tutto bene quel che finisce bene. Sarà una edizione del festival che si ricorderà senza dubbio per un paio di cose, tra cui la bravura indiscussa di Virginia Raffaeli, che ieri sera – dopo essere stata la Ferilli, la Fracci, la Versace e la Belen – ha vestito i suoi panni, bellissima e simpatica, capace e talentuosa, per la presenza sul palco del maestro di vita Ezio Bossio e per la capacità avuta da Carlo Conti di tenere tutti contenti, mettendo d’accordo i gusti di tutti.
Spazio ai giovani, tanti, durante questa edizione numero 66 del Festival di Sanremo: Rocco Hunt, Clementino, la Michielin, Lorenzo Fragola, i Dear Jack, e poi ancora tutte le età, da Arisa alla Patty Pravo, da Annalisa a Ruggeri, da Dolcenera a Neffa e così via.
Spazio, tanto, per gli ospiti celebri. Da coloro che hanno imbastito la loro carriera partendo proprio dal palco dell’Ariston, da Laura Pausini a Eros Ramazzotti, a coloro che hanno festeggiato le loro lunghe carriere piene di successo come i Pooh, che hanno regalato a Sanremo i loro 50 anni di Carriera e Renato Zero, che ieri sera dopo due anni e mezzo di assenza dalle scene è tornato all’Ariston con dentro la sua valigia, i pezzi di una vita. Bella la sua affermazione sulla musica: “la musia non è velleità, ma un impegno sociale. Insegnate ai ragazzi la musica, si allontaneranno dalle cose brutte della vita”.
Le serate della 66esima edizione del festival di Sanremo sono state lunghe ma senza tempi morti, e ieri sera le 5 ore di diretta – seguite da 11 milioni di telespettatori – sono state riempite da Roberto Bolle, e Cristina D’avena, che sembra non invecchiare mai e che ha regalato alcuni dei suoi successi. Ma in serata sul palco sono giunti Pieraccioni e Panariello, in una sorta di “reunion” con il Carlo Conti nazionale, così come ai vecchi tempi, che tra una battuta e una risata, hanno ricordato al pubblico la loro uscita pubblica in 3 il prossimo settembre all’Arena di Verona.
In chiusura di finalissima, prima della proclamazione dei vincitori, sul palco un emozionato ed emozionante Beppe Fiorello – prossimamente su Rai 1 con una fiction “io non mi arrendo”, che narra la vita di un poliziotto coraggioso, Roberto Mancini – che ha deliziato il pubblico in sala e a casa, con un bellissimo monologo su ciò che accadde quando nacque l’Ilva a Taranto, per poi intonare le note di “Amara terra mia”, accompagnato alla chitarra da Daniele Bonaviri e Fabrizio Palma.
Un Sanremo che passera ai ricordi come quello delle tante polemiche su Gabriel Garko che sembra non essere piaciuto proprio a nessuno, neanche alle sue numerose fans storiche. Quanto alla Madelina, ha fatto quasi tenerezza, ma allungando la falcata in quei meravigliosi abiti sfoggiati sera dopo sera, ha fatto girare la testa a molti.
La direzione artistica affidata a Carlo Conti è sembrata impeccabile, considerato che tra i Big oltre ai melodici, ai giovani e agli scontati, c’erano anche Elio e le Storie Tese, che – come è facile intuire – fanno gara a se.
Terminato il Festival adesso si aspettano i verdetti della gente che comprerà i dischi, delle radio che da domattina trasmetteranno i brani e già si scommette su quelli che saranno i tormentoni dell’estate. Io un’idea l’avrei…ma ve la dico la prossima volta.
Da Sanremo è tutto, al prossimo anno.
Viva Sanremo e la musica Italiana, quella buona.
Simona Stammelluti
Foto ANSA


Sanremo – Ormai si è in dirittura d’arrivo e si attende con ansia il nome del vincitore della 66esima edizione del Festival di Sanremo. Tutti in gara i 20 big, che provano a dare il meglio di se, rispetto alle serate precedenti nelle quali le performance non sono state sempre impeccabili.
Alcune canzoni si prestano già a divenire tormentoni da radio, mentre alcuni artisti continuano a non convincere in intonazione e capacità interpretativa.
A rischio eliminazioni, dopo le esibizioni sono i Dear Jack, Gli zero Assoluto, Irene Fornaciari, Neffa e i Bluvertigo. A vedere i risultati salta subito agli occhi la veridicità del verdetto, tranne che per figlia di Zucchero, che paga forse il cognome che porta e non riesce a far venir fuori una bravura indiscussa. Si spera adesso nel ripescaggio, e ci si aspetta una oggettività assoluta, considerato che le cattive performance, si sono ripetute serata dopo serata.
Finale per le giovani proposte tra le quali spicca e vince Francesco Gabbani, con il suo pezzo “Amen”, a cui va anche il premio della critica Mia Martini. Il premio della sala stampa web-radio-tv, è andato invece a Chiara dello Iacovo.
Serata che ospita la giuria di qualità, che – a mio avviso – dovrebbe votare tutte le sere, perché va bene il giudizio del popolo, ma conta anche quello di chi la musica la conosce, la scrive, la trasmette, la recensisce da decenni.
Non si può intanto far a meno di notare che la prima vera vincitrice di questa edizione è senza dubbio la bravissima, eclettica e straordinaria Virginia Raffaeli, che nella serata di ieri si è trasformata in una Belen Rodriguez strepitosa, che arriva dopo la Ferilli, la Fracci e la Versace, tutte in splendida forma!
La Raffaeli, mima tutto della Belen, e porta in scena uno spettacolo tra battute, ironie e presenza scenica. Un abito da suora che si trasforma in pochi istanti in miniabito, tanto da mostrare le straordinarie gambe della Raffaeli, che nulla hanno a che invidiare a quelle della vera Belen. E poi la battuta sul “paparazzo a mano”, per non restare mai senza gossip.
I valletti ormai fanno i loro ingressi programmati, lei, Madelina sfoggia abiti sempre più belli, Garko prova a sciogliersi, ma ormai il gioco è fatto e non ci si aspettano certo explois, per la serata finale, in programma per questa sera.
Tra gli ospiti della serata Rocco Papaleo e Alessandro Gassman, che utilizzano il palco di Sanremo per pubblicizzare il loro film “Onda su onda” nelle sale dal 18 febbraio, e poi ancora Enrico Brignano ed Elisa che torna a Sanremo dopo 15 lunghi anni, da quella vittoria con “Luce”.
Una serata come si dice “di mezzo”, che traghetta aspettative e verdetti, nella serata finale di questa sera, nella quale si decreterà la canzone vincitrice della 66esima edizione del Festival di Sanremo, sempre così discusso, ma sempre così tanto amato.
E allora non resta che attendere il verdetto…e che vinca il migliore.
Perché Sanremo è Sanremo…pararà.
Simona Stammelluti