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Si chiama Zika, il nuovo virus che si diffonde in maniera veloce ed ampia, e che preoccupa il mondo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, sta già pensando di dichiarare lo stato di emergenza, dopo che il virus “Zika”, si sta diffondendo in maniera esplosiva nelle americhe, e pertanto il Comitato di emergenza, si riunirà il prossimo 1° febbraio a Ginevra, per fare il punto della situazione.

Sono migliaia i casi di “microcefalie fetali” che si sono registrati in Brasile, e durante la riunione del prossimo lunedì si deciderà se dichiarare o meno una emergenza sanitaria internazionale.

Zika, preoccupa moltissimo sia la Russia che gli Stati Uniti, tanto che Putin ha chiesto al ministro della salute di prestare la massima allerta sull’eventualità che dal sud America, il virus possa arrivare in Russia.

Lo stesso Putin, avrebbe dichiarato che “se anche le zanzare non potranno volare sull’oceano, le persone infette lo potrebbero fare tutti i giorni, e magari lo stanno già facendo”. Il leader del Cremlino, ha anche precisato che “il virus è già apparso in Europa”.

Barak Obama, dal canto suo, sta premendo affinché si ci velocizzi nella ricerca per una diagnosi precoce del contagio dal virus Zika, che si lavori sulla prevenire e soprattutto che si trovi quanto prima la cura per l’infezione che dal virus, sta derivando.

Dalla Casa Bianca Obama annuncia che “tutti dovrebbero al più presto essere informati sul virus e su come difendersi”.

Ma le parole più crude e sconfortanti arrivano dal sud America, dal ministro della Salute brasiliano, Marcelo Castro che dichiara che “il Paese sta perdendo la battaglia contro il virus Zika”, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha prontamente ribattuto che “non è così”.

Botta e risposta dunque, tra ministro e organizzazione, che creano ancor più caos di quello che già regna in questo momento di altissima allerta.

Fatto sta che ad oggi, in Brasile sono 4.000 i neonati affetti da microcefalia, gravissima patologia genetica, che vede la nascita di bambini privi della calotta cranica, nati da madri che erano state infettate dal virus.

Le polemiche sono arrivate subito, dopo che un giudice avrebbe autorizzato l’aborto in caso di gravi malformazioni del feto, considerato che in Brasile l’aborto è illegale e pertanto questa decisione ha provocato la reazione del “Movimento Brasile senza aborto”.

La realtà è che in Europa, adesso, cresce vertiginosamente la paura di contagio generale, dopo che sono stati registrati i primi casi di infezione da virus Zika in Gran Bretagna, Spagna e Italia, su soggetti che rientravano dalle zone colpite dal virus.

E allora si aspetta il prossimo lunedì 1° febbraio, per sapere quanto grave è questa situazione, e soprattutto cosa sarà più giusto e saggio agire.

Simona Stammelluti

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Si chiama Zika, il nuovo virus che si diffonde in maniera veloce ed ampia, e che preoccupa il mondo.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, sta già pensando di dichiarare lo stato di emergenza, dopo che il virus “Zika”, si sta diffondendo in maniera esplosiva nelle americhe, e pertanto il Comitato di emergenza, si riunirà il prossimo 1° febbraio a Ginevra, per fare il punto della situazione.
Sono migliaia i casi di “microcefalie fetali” che si sono registrati in Brasile, e durante la riunione del prossimo lunedì si deciderà se dichiarare o meno una emergenza sanitaria internazionale.
Zika, preoccupa moltissimo sia la Russia che gli Stati Uniti, tanto che Putin ha chiesto al ministro della salute di prestare la massima allerta sull’eventualità che dal sud America, il virus possa arrivare in Russia.
Lo stesso Putin, avrebbe dichiarato che “se anche le zanzare non potranno volare sull’oceano, le persone infette lo potrebbero fare tutti i giorni, e magari lo stanno già facendo”. Il leader del Cremlino, ha anche precisato che “il virus è già apparso in Europa”.
Barak Obama, dal canto suo, sta premendo affinché si ci velocizzi nella ricerca per una diagnosi precoce del contagio dal virus Zika, che si lavori sulla prevenire e soprattutto che si trovi quanto prima la cura per l’infezione che dal virus, sta derivando.
Dalla Casa Bianca Obama annuncia che “tutti dovrebbero al più presto essere informati sul virus e su come difendersi”.
Ma le parole più crude e sconfortanti arrivano dal sud America, dal ministro della Salute brasiliano, Marcelo Castro che dichiara che “il Paese sta perdendo la battaglia contro il virus Zika”, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha prontamente ribattuto che “non è così”.
Botta e risposta dunque, tra ministro e organizzazione, che creano ancor più caos di quello che già regna in questo momento di altissima allerta.
Fatto sta che ad oggi, in Brasile sono 4.000 i neonati affetti da microcefalia, gravissima patologia genetica, che vede la nascita di bambini privi della calotta cranica, nati da madri che erano state infettate dal virus.
Le polemiche sono arrivate subito, dopo che un giudice avrebbe autorizzato l’aborto in caso di gravi malformazioni del feto, considerato che in Brasile l’aborto è illegale e pertanto questa decisione ha provocato la reazione del “Movimento Brasile senza aborto”.
La realtà è che in Europa, adesso, cresce vertiginosamente la paura di contagio generale, dopo che sono stati registrati i primi casi di infezione da virus Zika in Gran Bretagna, Spagna e Italia, su soggetti che rientravano dalle zone colpite dal virus.
E allora si aspetta il prossimo lunedì 1° febbraio, per sapere quanto grave è questa situazione, e soprattutto cosa sarà più giusto e saggio agire.
Simona Stammelluti

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A pochi giorni dal Family Day che si svolgerà a Roma il prossimo 30 gennaio, una ragazza come tante altre, dichiara pubblicamente di essere omosessuale e questa sua affermazione, diventa notizia.
Forse la notizia deriva dal fatto che la ragazza in questione non è proprio una ragazza qualunque, considerato che porta un cognome ormai noto a tutti, essendo la figlia di Massimiliano Latorre, il marò la cui vicenda è ormai da anni nota a tutti.
Avere 22 anni e dichiarare pubblicamente di essere gay, a pochi giorni dal “Family Day” – manifestazione contro le unioni civili – suona un po’ come una provocazione, come un voler dare il proprio contributo ad una vicenda che di spicciolo non ha proprio nulla.
“Ho deciso di fare questo passo non per pubblicità, anzi forse è la cosa di cui ho meno bisogno, ma perché voglio dare forza a quelle persone che hanno paura di mostrarsi per timore delle polemiche, degli insulti e delle conseguenze di un coming out”, scrive la giovane nella sua lettera, resa poi pubbica attraverso i social network.
La ragazza prima scrive, e poi chiede ai giornali di non dire nulla, per non sollevare problematiche con suo padre.
Appare come una ragazzetta ingenua, Giulia Latorre, ma forse non lo è così tanto, considerato che la stessa, si è espressa anche in merito alla questione adozione, per le coppie gay e usa parole come queste: “a mio avviso ci sarebbe più amore nelle coppie gay che crescono un bambino, che in una coppia etero”. E sul finale delle sue riflessioni a scena aperta, Giulia Latorre dichiara che “il mondo fa veramente schifo”.
Se la mia o la vostra vicina di casa, avesse fatto queste affermazioni, non sarebbe finta certo sui giornali, ma la signorina Latorre, sì.
La questione come sempre diventa virale, quando c’è odore di scoop, ma la faccenda è seria abbastanza perché in gioco ci sono i “diritti di tutti”.
Family Day e legge sulle unioni civile, sembra dividere un popolo che prova a dire la sua, esprimendo le proprie opinioni anche in maniera accesa, ma che poi continua la propria vita, facendo i conti con le problematiche di sempre.
Polemiche, tensioni, scontri, dibattiti.
Chi sostiene la famiglia “tradizionale” e chi la “nuova famiglia”.
I favorevoli al ddl Cirinnà e quelli contrari.
C’è chi attacca e chi difende.
L’aggettivo “tradizionale”, cosa reca in se? Perché spesso si spacciano cose per tradizionali, ma in realtà di “tradizione” hanno ben poco.
Ma soprattutto la scelta dei “diritti per tutti”, in teoria non toglierebbe nulla alle cosiddette famiglie cattoliche tradizionali, quelle sposate in chiesa, per intenderci.
Che poi le unioni civili non sono solo quelle tra uomini e donne dello stesso sesso, ma anche tra tutti coloro che scelgono di stare insieme senza ricorrere all’istituzione del matrimonio. Perché sono tantissime le coppie eterosessuali che convivono e si riproducono e vorrebbero una maggiore tutela.
Le esasperazioni in occasioni come queste sono sempre a portata di mano, servite fresche di giornata.
Ovvi alcuni schieramenti sia a favore del Family Day, che contrari. La risposta resta sempre nella libertà di scegliere, a prescindere dai proprio gusti sessuali, ma nel rispetto di una condizione di diritto, che dovrebbe spettare a tutti.
La famiglia resta il fulcro trainante di una società. Resta solo da capire se il termine “famiglia” possa essere usato da tutti coloro che amandosi, decidono di divenire un nucleo, avendo i diritti che spetterebbero a tutti.
Divide moltissimo la questione adozione di bambini per le coppie omosessuali. Siamo solo troppo abituati a sentire parlare di una mamma e di un papà, o per davvero ci potrebbero essere delle problematiche anche psicologiche per i figli di queste coppie? Certo, le opinioni non fanno la storia e le leggi servono proprio a regolamentare questioni che, in caso contrario, rischierebbero di ledere libertà e dignità.
A “giudicare” una coppia gay, non c’è riuscito neanche Papa Francesco, e forse guardare il presepe aiuterebbe a capire che anche Maria e Giuseppe, con un bambinello che era solo di Maria, erano una coppia di fatto, moderna più che mai.
Giulia Latorre ha affermato di essere gay e ha fatto notizia, io non lo sono, e la notizia la scrivo. Trovate le differenze … se ce ne sono.
Simona Stammelluti

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Il presidente iraniano Hassan Rouhan è in visita al Campidoglio, per un incontro con il premier Matteo Renzi, e per questa occasione alcune statue di nudi dei Musei Capitolini sono state “censurate”, relegate dietro pannelli bianchi, che hanno coperto tutti e quattro i lati delle stesse.
Sembrerebbe che questa scelta sia stata fatta come forma di rispetto nei confronti della cultura e della sensibilità iraniana, considerato che anche durante le cerimonie istituzionali tutto è stato fatto in maniera “rispettosa” delle usanze dell’ospite, e pertanto durante il banchetto, non è stato servito neanche il vino.
Così Matteo Renzi si “inchina” ad Hassan Rouhan, e decide di non mettere in difficoltà neanche i media che hanno seguito il viaggio diplomatico del presidente iraniano in Italia, che prima di incontrare il premier, ha avuto un incontro al Quirinale con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Con questo incontro si siglano nuovamente i rapporti tra Italia ed Iran, dopo la delicata questione dell’accordo sul nucleare. Rapporti che dovranno tener presente tutte le problematiche attuali, comprese la lotta all’Isis e le faccende economiche che contemplano gli interessi delle aziende italiane.
Un eccesso di pudore, dunque, nella scelta di “inscatolare” le statue di nudo all’interno dei Musei Capitolini, ma forse i rapporti diplomatici, valgono più di un’opera d’arte.
Simona Stammelluti
Foto ANSA

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Quando entri in una sala cinematografica, per vedere un film su un personaggio famoso a livello mondiale – sul quale ti sei già abbondantemente fatto un’idea – pensi a cosa avranno mai scovato, per sorprendere lo spettatore.
Un film “Steve Jobs”, scritto da Danny Boyle che a primo acchito sembra il racconto della straordinaria carriera del fondatore della Apple scomparso prematuramente, 5 anni fa. In realtà il film – scritto e diretto in maniera impeccabile – vede come protagonista un eccellente Michael Fassbender, attore irlandese, classe 1977, e racconta molto di più di una carriera.
Racconta prima di tutto un carattere, un temperamento, la capacità di Steve Jobs di “essere” a discapito di quello che gli altri pensavano che lui fosse, ma soprattutto è un film che racconta senza troppi sentimentalismi, di rapporti umani. Rapporti solidi, meno solidi, di amicizia, di stima, e poi ancora rapporti tra un genitore ed una figlia, tra un uomo e una donna che sa stare al suo fianco, malgrado tutto, mentre tra di loro si consuma una intera vita, senza che nessuno dei due ceda mai ad una parentesi di intimità.
A fianco di Fassbender, candidato all’Oscar 2016 come miglior attore protagonista, proprio per la sua interpretazione nel film “Steve Jobs”, vi è una impeccabile Kate Winslet, ben lontana dalle sue precedenti interpretazioni, che sembra essere arrivata alla giusta maturazione artistica, per divenire Joanna Hoffman, una credibile donna in carriera, una manager tutta d’un pezzo che si occupa di marketing, una creatura instancabile, che non si lascia impressionare dalla bravura dell’uomo per il quale lavora, e che sa tirar fuori al momento giusto tutto il carattere che serve, per tenere testa non solo a lui, ma anche alle situazioni che spesso si manifestano in tutta la propria drammaticità.
Una sceneggiatura incredibile, scritta ad un ritmo serrato da Aaron Sorkin, che permette allo spettatore di sentirsi parte delle scene, dei dialoghi, come se tutto si consumasse attorno ad un “one to one”, come se il protagonista potesse interagire con ognuno degli spettatori.
Il film non fa nessun accenno alla malattia di Steve Jobs e questo lo rende ancor più di qualità, perché non si serve della parte drammatica della vita di un uomo potente, quale è stato in vita, per emozionare, o per commuovere. Perché questo film sa anche commuovere in alcuni delicati e profondi passaggi e l’unico familiare messo sulla scena, è sua figlia Lisa, che in diverse età, ma col medesimo carattere, salva il rapporto con suo padre, malgrado lui voglia inconsapevolmente sabotarlo, per non fare i conti con responsabilità e sofferenza che deriva dai rapporti importanti. E cosi si comporta come se quel ruolo genitoriale non “fosse importante” quanto la sua carriera, fin quando scopre, invece, che quel rapporto non solo è importante ma è anche “fondamentale” per il proseguo della sua carriera e della sua stessa esistenza.
Durante la visione del film assai dinamico, si assiste a tutto ciò che accade dietro le quinte del lancio di tre dei suoi più famosi prodotti, a quel che si sussegue quando Jobs va via dalla Apple, per poi farvi ritorno nei panni dell’unico uomo che può salvare l’azienda.
E’ un film girato in “presa diretta”, che mette in evidenza ed amplifica al massimo l’atmosfera stressante vissuta dal protagonista e da tutti coloro che gravitano intorno al suo ruolo di uomo potente e capace, oltre che all’uomo egocentrico, detestabile, con un carattere spesso intollerabile per chi lavorava con lui. Perché lavorare con Steve Jobs significava fare i conti giorno dopo giorno con un uomo che pensava che “tutto ciò che conta è avere il controllo”, che si sentiva colui che “suona un’orchestra”, che sapeva che nessuno poteva vedere il mondo come lo vedeva lui. Un uomo a cui non interessava se gli altri pensassero che fosse fatto male, o se lo detestassero.
Perché in fondo la verità era che anche se gli altri provavano a detestarlo, non ci riuscivano, perché l’esclusività di ciò che quell’uomo in vita fu – e non solo il ruolo che aveva assunto a livello mondiale – era più forte di ogni rancore o di ogni diatriba intavolata.
E’ senza dubbio un film astuto, scritto con cognizione e con la scelta giusta di un attore protagonista che ha saputo dare il giusto senso ad un ruolo, che ha saputo recitare alla perfezione tutti i rapporti instaurati da Jobs con le persone che avevano fatto parte della sua vita; dal suo compagno di liceo, con il quale aveva messo a punto la primissima idea, ai giornalisti, ai soci, all’amministratore delegato, alla donna che lo aveva assistito in ogni sfumatura della sua carriera e della sua vita, rendendolo un uomo migliore, fino al rapporto con sua figlia.
I dialoghi nei film sono tutti “credibili”, e viene anche il dubbio che ci sia una discreta dose di improvvisazione, in alcuni di essi, come se i protagonisti stessero pensando quelle cose, in quel preciso momento.
Un film che – inserito in quello che è oggi il nostro stile di vita – incoraggia una forte ammirazione per Steve Jobs, oltre ad un senso di gratitudine per tutto quello che ha realizzato attraverso la sua intelligenza ed il suo talento. Ma al contempo rappresenta un momento per guardare da vicino il carisma di un uomo che aveva anche qualche rimpianto, oltre a una dose di emotività da tenere sempre sotto controllo, affinché per il mondo intero fosse solo il grande ed immenso “Steve Jobs”.
Senza voler svelare troppo del film, mi viene da regalare una piccola curiosità che questa pellicola racconta. L’I-pod Jobs lo inventa, perché stanco di vedere sua figlia ormai diciannovenne, continuare ad andare in giro con un mangiacassette ingombrante, e così le regala l’idea – poi divenuta realtà – di poter portare con se, in tasca mille brani tutti insieme. Quella sua figlia, Lisa, che amava Joni Mitchell e quelle due versione di un pezzo che se però volete sapere qual è, dovete andare a vedere il film.
Simona Stammelluti

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Cosenza – Viveva a Luzzi, un piccolo paese in provincia di Cosenza, Hamil Mehdi, marocchino di 25 anni, finito in manette durante un blitz antiterrorismo

Ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un “foreing fighter” fermato all’alba di oggi, ad opera degli uomini della Digos di Cosenza in collaborazione con il Servizio centrale Antiterrorismo.

Il giovane marocchino era monitorato dallo scorso luglio, da quando aveva fatto ritorno in Italia, dopo essere stato respinto dalla Turchia per motivi di sicurezza. Era stato monitorato in tutto, compresi gli incontri che aveva, la corrispondenza e l’utilizzo di internet, i video che guardava e i siti che visitava.

Un ragazzo apparentemente come tanti, che faceva l’ambulante con permesso di soggiorno, ma che con il passare del tempo avrebbe incominciato ad abbracciare le posizioni estremiste dell’Islam. Stando alle accuse, il giovane marocchino avrebbe voluto combattere la guerra sotto le bandiere dell’Is, offrendo anche la sua vita alla Jhiad.

Secondo gli inquirenti, Mehdi – che era stato bloccato all’aeroporto di Istambul – avrebbe tentato di raggiungere la Siria per arruolarsi nelle file dell’Isis, ma è stato respinto dalle autorità e rispedito in Italia dove è stato bloccato all’aeroporto di Fiumicino.

Durante le perquisizioni avvenute nella sua casa in Calabria, i poliziotti hanno trovato dentro uno zaino dei pantaloni militari, una pubblicazione dei Fratelli Musulmani su alcuni comportamenti da tenere, due cellulari e 800 euro.

Al momento dell’arresto avvenuto stamane per il reato di “auto addestramento ai fini di terrorismo internazionale” il giovane marocchino ha dichiarato ai poliziotti di essere andato in Turchia “solamente per pregare”.

A parlare circa l’arresto, il coordinatore della Dda di Catanzaro, Giovanni Bombardieri.

“L’arresto di oggi è uno dei primi casi di applicazione della legge del 2015 che contesta l’auto addestramento ai fini di terrorismo internazionale ” – ha detto il coordinatore della Dda, che ha poi aggiunto che “il marocchino arrestato è il classico combattente straniero”, al quale viene contestato l’articolo 270 quinquies del Codice Penale.

A parlare dopo l’arresto anche il questore di Cosenza Luigi Liguori, che ha sottolineato come sia stata posta in essere “una attività investigativa molto serrata, a tutto campo, senza tralasciare mai nessun dettaglio”.

“Da quelle indagini – ha continuato Liguori – sono venuti fuori elementi importanti che hanno portato la Dda a chiedere la custodia cautelare, eseguita stamane”.

Simona Stammelluti

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Cosenza – Viveva a Luzzi, un piccolo paese in provincia di Cosenza, Hamil Mehdi, marocchino di 25 anni, finito in manette durante un blitz antiterrorismo
Ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un “foreing fighter” fermato all’alba di oggi, ad opera degli uomini della Digos di Cosenza in collaborazione con il Servizio centrale Antiterrorismo.
Il giovane marocchino era monitorato dallo scorso luglio, da quando aveva fatto ritorno in Italia, dopo essere stato respinto dalla Turchia per motivi di sicurezza. Era stato monitorato in tutto, compresi gli incontri che aveva, la corrispondenza e l’utilizzo di internet, i video che guardava e i siti che visitava.
Un ragazzo apparentemente come tanti, che faceva l’ambulante con permesso di soggiorno, ma che con il passare del tempo avrebbe incominciato ad abbracciare le posizioni estremiste dell’Islam. Stando alle accuse, il giovane marocchino avrebbe voluto combattere la guerra sotto le bandiere dell’Is, offrendo anche la sua vita alla Jhiad.
Secondo gli inquirenti, Mehdi – che era stato bloccato all’aeroporto di Istambul – avrebbe tentato di raggiungere la Siria per arruolarsi nelle file dell’Isis, ma è stato respinto dalle autorità e rispedito in Italia dove è stato bloccato all’aeroporto di Fiumicino.
Durante le perquisizioni avvenute nella sua casa in Calabria, i poliziotti hanno trovato dentro uno zaino dei pantaloni militari, una pubblicazione dei Fratelli Musulmani su alcuni comportamenti da tenere, due cellulari e 800 euro.
Al momento dell’arresto avvenuto stamane per il reato di “auto addestramento ai fini di terrorismo internazionale” il giovane marocchino ha dichiarato ai poliziotti di essere andato in Turchia “solamente per pregare”.
A parlare circa l’arresto, il coordinatore della Dda di Catanzaro, Giovanni Bombardieri.
“L’arresto di oggi è uno dei primi casi di applicazione della legge del 2015 che contesta l’auto addestramento ai fini di terrorismo internazionale ” – ha detto il coordinatore della Dda, che ha poi aggiunto che “il marocchino arrestato è il classico combattente straniero”, al quale viene contestato l’articolo 270 quinquies del Codice Penale.
A parlare dopo l’arresto anche il questore di Cosenza Luigi Liguori, che ha sottolineato come sia stata posta in essere “una attività investigativa molto serrata, a tutto campo, senza tralasciare mai nessun dettaglio”.
“Da quelle indagini – ha continuato Liguori – sono venuti fuori elementi importanti che hanno portato la Dda a chiedere la custodia cautelare, eseguita stamane”.
Simona Stammelluti

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Da un sondaggio è venuto fuori che se si chiede a gente di qualunque estrazione sociale e di diversa età che cosa viene in mente loro, sentendo la parola “Cultura”, la stragrande maggioranza degli intervistati risponde “libro”.

Il binomio “cultura-libro” è senza dubbio il più facile da compiere ed il libro – compagno spesso di notti insonni – non smentisce mai il suo prezioso ruolo. Il libro, che ti aspetta, che non ha mai fretta, che è sempre attuale, indipendentemente dall’epoca nella quale viene scritto, e che “accultura”, portando il lettore a completare passo dopo passo la propria conoscenza, e questo accade a prescindere se il libro che si ha tra le mani sia un romanzo, un libro di storia, un manuale di ingegneria o un codice civile.

La cultura passa inevitabilmente attraverso i libri e lo studio, ma la cultura ha tante meravigliose facce, che a guardarle da vicino tutte, forse non basterebbe una vita intera.

Cultura … che a farci caso deriva dal “participio futuro” di un verbo indefinito che indica ciò che sta per “accadere”, che è imminente, che intravede una bozza, una traccia, un segno. Tre sillabe che raccontano di come si “coltiva”, attraverso un seme, o come si gettano delle fondamenta.

La bellezza mozzafiato di un verbo latino “colère”, che significa “avere cura”, trattare con attenzione, onorare. Non sempre pensiamo a tutto questo quando pensiamo a cosa ne facciamo, della nostra “cultura”. E la cosa più bella è che acculturarsi, significa crescere, “accrescere” il proprio livello di conoscenza, che è come un’ampolla che si trasforma e che diventa sempre più ampia, man mano che la riempie.

La cultura è un rito. E’ un legame tra ciò che razionalmente si conosce e tutto un mondo ancora da scoprire, e preannuncia doni e “doti” come la saggezza, attraverso un rapporto sinergico tra il tempo e la concretezza, tra la cura e la curiosità, tra l’utilizzo della parola e la creatività, e che si sposa in termini di armonia, con tutto ciò che è arte.

Avere voglia di Cultura, è sempre il primo soggettivo ma appassionato passo verso un cambiamento e basta guardare davanti a se, per capire dove mettere “quei passi” così importanti.

Ma non confondiamo la cultura con l’intrattenimento e lo spettacolo, ma accostiamo con garbo la cultura a tutto ciò che è arte, che prevede attenzione, sforzo ed impegno. Cultura “in un piatto”, se impari a preparare una pietanza tenendo conto dell’importanza di un alimento, o “in un bicchiere”, quando sai che vino bevi, da che vitigno viene e come puoi abbinarlo.

C’è chi sostiene che la cultura sia “a misura d’uomo”, eppure ci sono uomini che hanno capienza infinita in fatto di “sapere” e quell’essere colti, li pone nella condizione di essere anche capaci di vivere meglio, con più consapevolezze e forse, con qualche risposta in più.

E se poi vogliamo far spazio per davvero alla cultura, basterà accostarla alla musica, divenendo “cultura musicale”, quando non saranno solo i libri, ma anche i dischi e le partiture, ad essere messe in gioco, o quando si sceglie di andare a sentire un concerto, quello meno “popolare”, o quando, invitati ad un vernissage, ci si prepara prima, cercando di “osservare” con occhio attento e critico cosa si nasconde dietro il lavoro di un artista. Ed anche la “cultura cinematografica”, ha fatto la sua bella strada nella conoscenza di molti appassionati e non solo degli addetti ai lavori.

E allora prendiamola “a morsi” la cultura, o buttiamola giù, in un sorso solo, mentre ci accomodiamo in un mondo che ha mille volti, ubbidendo semplicemente alle esigenze della nostra vita.

Simona Stammelluti

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Da un sondaggio è venuto fuori che se si chiede a gente di qualunque estrazione sociale e di diversa età che cosa viene in mente loro, sentendo la parola “Cultura”, la stragrande maggioranza degli intervistati risponde “libro”.
Il binomio “cultura-libro” è senza dubbio il più facile da compiere ed il libro – compagno spesso di notti insonni – non smentisce mai il suo prezioso ruolo. Il libro, che ti aspetta, che non ha mai fretta, che è sempre attuale, indipendentemente dall’epoca nella quale viene scritto, e che “accultura”, portando il lettore a completare passo dopo passo la propria conoscenza, e questo accade a prescindere se il libro che si ha tra le mani sia un romanzo, un libro di storia, un manuale di ingegneria o un codice civile.
La cultura passa inevitabilmente attraverso i libri e lo studio, ma la cultura ha tante meravigliose facce, che a guardarle da vicino tutte, forse non basterebbe una vita intera.
Cultura … che a farci caso deriva dal “participio futuro” di un verbo indefinito che indica ciò che sta per “accadere”, che è imminente, che intravede una bozza, una traccia, un segno. Tre sillabe che raccontano di come si “coltiva”, attraverso un seme, o come si gettano delle fondamenta.
La bellezza mozzafiato di un verbo latino “colère”, che significa “avere cura”, trattare con attenzione, onorare. Non sempre pensiamo a tutto questo quando pensiamo a cosa ne facciamo, della nostra “cultura”. E la cosa più bella è che acculturarsi, significa crescere, “accrescere” il proprio livello di conoscenza, che è come un’ampolla che si trasforma e che diventa sempre più ampia, man mano che la riempie.
La cultura è un rito. E’ un legame tra ciò che razionalmente si conosce e tutto un mondo ancora da scoprire, e preannuncia doni e “doti” come la saggezza, attraverso un rapporto sinergico tra il tempo e la concretezza, tra la cura e la curiosità, tra l’utilizzo della parola e la creatività, e che si sposa in termini di armonia, con tutto ciò che è arte.
Avere voglia di Cultura, è sempre il primo soggettivo ma appassionato passo verso un cambiamento e basta guardare davanti a se, per capire dove mettere “quei passi” così importanti.
Ma non confondiamo la cultura con l’intrattenimento e lo spettacolo, ma accostiamo con garbo la cultura a tutto ciò che è arte, che prevede attenzione, sforzo ed impegno. Cultura “in un piatto”, se impari a preparare una pietanza tenendo conto dell’importanza di un alimento, o “in un bicchiere”, quando sai che vino bevi, da che vitigno viene e come puoi abbinarlo.
C’è chi sostiene che la cultura sia “a misura d’uomo”, eppure ci sono uomini che hanno capienza infinita in fatto di “sapere” e quell’essere colti, li pone nella condizione di essere anche capaci di vivere meglio, con più consapevolezze e forse, con qualche risposta in più.
E se poi vogliamo far spazio per davvero alla cultura, basterà accostarla alla musica, divenendo “cultura musicale”, quando non saranno solo i libri, ma anche i dischi e le partiture, ad essere messe in gioco, o quando si sceglie di andare a sentire un concerto, quello meno “popolare”, o quando, invitati ad un vernissage, ci si prepara prima, cercando di “osservare” con occhio attento e critico cosa si nasconde dietro il lavoro di un artista. Ed anche la “cultura cinematografica”, ha fatto la sua bella strada nella conoscenza di molti appassionati e non solo degli addetti ai lavori.
E allora prendiamola “a morsi” la cultura, o buttiamola giù, in un sorso solo, mentre ci accomodiamo in un mondo che ha mille volti, ubbidendo semplicemente alle esigenze della nostra vita.
Simona Stammelluti

La chiamano la “generazione senza strada”, quella nella quale confluiscono i giovani che ad oggi, hanno tra i 18 e i 25 anni.  Sono quelli ai quali quando chiedi se hanno un’aspirazione, un sogno nel cassetto, una passione, un obiettivo, si stringono nelle spalle e al massimo ti rispondono che “ancora non lo sanno”.
Ma nella stessa categoria di giovani adulti disillusi, o forse semplicemente senza stimoli, finiscono anche coloro che non vedono l’ora di raggiungere la maggiore età per andare via di casa, in cerca di fortuna, che – all’epoca odierna – significa fare il modello, la velina, la starlette, il calciatore, la fidanzata del calciatore.
Ho sempre pensato che con le passioni si nasca, e senza non si possa vivere. Eppure la quasi completa assenza di “passione” e “passioni”, tra le nuove generazioni, pone l’interrogativo di “come e dove” si sia inceppata la macchina che in passato ha dato al mondo persone e personaggi che quel mondo lo hanno cambiato, semplicemente alitando sopra una passione, e raggiungendo un obiettivo.
Statisticamente sono tantissimi i giovani che del proprio percorso di studi, alla fine non sanno proprio cosa farsene, considerato che le medie scolastiche sono molto vicine al mediocre, e che oltre il 70 per cento di coloro che si iscrivono all’università, lasciano strada facendo, e quasi sempre molto più vicini alla partenza, che al punto di arrivo.
Il traguardo, è ormai un privilegio, quando invece dovrebbe essere visto come una vera e propria opportunità. Il percorso di studi dovrebbe essere una piacevole passeggiata nel mondo del sapere e non certo una corsa ad ostacoli, durante la quale se caschi, rischi di farti male.
La scelta degli studi da intraprendere non solo è una scelta importantissima e strategica, ma è anche l’unica condizione che permette di fare meno fatica, sfruttando le proprie potenziali capacità, e le proprie inclinazioni. Ma ad oggi, i giovani adulti disillusi e svogliati di cui sopra, una propria inclinazione non la sanno neanche individuare. Vivono nell’epoca digitale, del tutto e subito, del qui e ora, e di ciò che accadrà domani poco importa loro.
E così saranno sempre i figli dei professionisti con la strada tracciata da una dinastia “che è già stata”, ossia da persone che hanno scelto per sè, (ed oggi scelgono “per te”), a finire gli studi con la calma di chi non ha fretta perché tanto non ha nulla da perdere. E poi se anche arrivano tardi, per loro c’è sempre tempo e sopratutto spazio, con tanto di targa dietro una porta.
La stragrande maggioranza di chi “non sa ancora cosa fare”, perderà tempo a cercare di capire cosa possa esserci oltre quella voglia di avere un futuro senza mettere sul piatto della bilancia sacrificio, dedizione, volontà, interesse.
E poi ci sono coloro che scommettono tutto ciò che sono e che “sanno”,  sul futuro. Sono quelli che nella vita non accettano compromessi con un domani “come viene viene”, che non accettano di essere “un numero” ma vogliono essere “il numero uno”, che se ne fregano di quanto costa, in termini di sacrifici, raggiungere un obiettivo, perché quello che vogliono, lo vogliono anche se non è a portata di mano, anche se non è dietro l’angolo, anche se costerà fatica, e tanto impegno. E sono le stesse persone che l’impegno lo hanno sempre messo in tutto quello che hanno fatto, perché non sapevano fare altrimenti.
La verità è che oggi, avere una specializzazione, significa avere una duplice opportunità: avere una chance, e dare una chance, ad un sistema. Essere capaci, specializzati, formati, essere un’eccellenza, significa incrementare la possibilità di trovare non solo la propria giusta collocazione in un sistema, ma anche contribuire alla crescita di un settore.
Tante lauree oggi, si possono conseguire. Esistono anche quelle triennali, e per assurdo ci sono facoltà per tutti i gusti, che però non mettono sempre in contatto il giovane laureato con il mondo del lavoro. Eppure studiare, resta l’unico modo per mettersi “in fila” allo sportello giusto, quello dove non chiedono una persona qualunque per una mansione qualunque, ma chiedono una persona capace, che ha “scelto” di avere quelle specifiche conoscenze, e che è disposto a mettere alla prova tutto ciò che sa, a discapito di un sistema che vorrebbe omologare “anche” la conoscenza ed il sapere.
E la somma delle conoscenze, apre sempre più lo spiraglio in un futuro dove è quasi tutto da rimettere a posto, dove il ricambio generazionale che arriva sempre più tardi, chiede un livello massimo, per essere all’altezza di un sistema che deve per forza essere competitivo, se vuole sopravvivere alla globalizzazione e alla legge del mercato dove solo il migliore resta, ed il più piccolo scompare.
Conoscere le lingue, sommare il proprio percorso di studi, sapere dove si è diretti, conduce proprio lì, sulla strada chiamata “successo”, anche se a volte si nasconde dopo un deserto nel quale provano a farti credere, che un domani sicuro non esiste.
Simona Stammelluti