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Photo Fabio Orlando

Parigi – A prima vista sembra un ragazzo come tanti … capello lungo, barba incolta. Poi lo senti suonare e ti accorgi di essere al cospetto di un vero e proprio fuoriclasse, una sorta di “orizzonte sonoro” dal quale fai fatica ad allontanarti. Look sopra le righe, suona il pianoforte con gli occhiali da sole, forse per nascondere quella timidezza che abbandona solo quando entra in intimità con il suo pianoforte. Musicista schivo, poche parole ma tutte messe “al posto giusto”, come fa meravigliosamente, con le note che suona, che anche se “improvvisate” in pieno senso jazzistico, non sono mai a caso.

Ho intervistato Dino Rubino, siciliano, di Biancavilla (CT) enfant prodige, oggi uno dei più apprezzati pianisti jazz tra i talenti italiani, ma anche eclettico trombettista, dotato di una spiccata personalità musicale oltre che di buon gusto, versatilità, capacità interpretativa, tocco tecnico, ma al contempo evocativo.

Un mondo, quello di Dino Rubino, che andrebbe attraversato “ascoltando” la sua musica, ma anche conosciuto un po’ più da vicino.

Photo Fabio Orlando

D: Sei nato nel 1980, oggi hai 35 anni, e mentre ti “trasformavi” in un prodigio, non eri certo catapultato nel vortice della tecnologia “a tutti i costi”. Cosa sarebbe diventato Dino Rubino, se fosse stato adolescente nell’era digitale?

R: Qualche anno fa lessi un’articolo di Paolo Fresu nel quale, parlando di me, mi descriva come una “persona d’altri tempi”.

Solo col tempo capii quanto questa visione fosse esatta.

Se fossi nato nell’era digitale penso mi sarei sentito ancora più “disadattato”.

D: Mi piacerebbe sapere – se lo ricordi – quando è nato in te il desiderio di essere un jazzista, che in realtà non è un normale musicista, ma un mix tra genialità, capacità interpretative, voglia di sperimentare.

R: Ricordo bene quel momento; ero a casa seduto al piano e stavo suonando “Georgia on my mind” scoprendo per la prima volta l’improvvisazione”. Provai una sensazione difficile da spiegare, come una fiamma interiore che accendeva tutto il mio corpo.

Avevo poco più di 5 anni.

D: Quanto servono gli spartiti, per diventare un buon musicista? Perché spesso ho sentito dire “basta il talento”.

R: Personalmente ho studiato musica classica, dunque ho studiato sugli spartiti anche se in fondo penso che la musica non abbia nulla a che vedere con quest’ultimi.

Per contro il talento è fondamentale.

D: Tu sei senza dubbio un “fuoriclasse”. Vorrei che fossi tu a spiegare qual è la differenza tra un musicista bravo ed un fuoriclasse.

R: In realtà sono molto critico con me stesso, ma grazie per le tue parole. Utilizzando una metafora, penso che ci sia la stessa differenza tra fare sesso e fare l’amore. Il fuoriclasse fa l’amore con la musica o con l’arte in generale coinvolgendo corpo, cuore, anima e mente.

D: Il piano, la tromba, poi ancora il piano. Mi interessa sapere quel “passaggio”. Tentativo o necessità espressiva?

R: Necessità espressiva. Per una serie di circostanze, non ho mai avuto un buon rapporto con la tromba e dunque non riuscivo a esprimere molte cose che avevo dentro; così un giorno, grazie al consiglio di un amico, decisi di incominciare lo studio del pianoforte e pian piano me ne innamorai.

Oggi cerco di suonare entrambi gli strumenti, a volte mi riesce a volte meno.

D: Quanto conta il carattere di un musicista, nel suo modo di fare musica?

R: Un musicista suona quello che è. Nella musica non si può mentire, o quanto meno se una persona è sincera con se stessa, comprenderà l’autenticità di quello che ha suonato.

D: Il jazz è un mondo strano. In Italia lo è ancor di più, al sud Italia è roba per appassionati. Un concerto jazz, costa quasi sempre un terzo di un concerto pop, i musicisti jazz prendono cachet diversissimi dai musicisti pop. Scegliere di essere un jazzista passa anche attraverso quel meccanismo che prevede che a suonare sui palchi di tutto il mondo siano “sempre gli stessi”, o quelli con alle spalle manager che sono “squali” più che estimatori.  Com’è il “tuo mondo”, la tua strada, la tua carriera? COME ti sei incamminato, DOVE sei arrivato, DOVE VUOI ANDARE e soprattutto COSA TI INVENTERAI per arrivarci.

R: Sin da piccolo sono stato sempre molto fatalista. Quello che cerco di fare è di essere pronto, di studiare, di scrivere musica, di registrare dischi, di cercare i musicisti con cui scatta una sintonia musicale.

Nel mondo della musica non esistono garanzie, non ci sono strade da seguire o strategie da mettere in campo; dunque, per buona parte, bisogna affidarsi al vento.

D: Di te i grandi (intendo per esperienza ed età) del mondo jazzistico dicono “senza ombra di dubbio” che tu sei un fuoriclasse. Ecco, questo tuo essere un fuoriclasse, si nutre anche dell’esperienza che nasce dalle situazioni musicali che si mettono in piedi, oppure è una radice profonda che al massimo può prendere linfa solo da una continua ispirazione personale?

R: Credo che siano entrambe; alcune collaborazioni mi hanno molto arricchito, facendomi scoprire quale fosse il mio respiro interiore, la melodia che si trovava già dentro di me; penso a Paolo Fresu, ad Aldo Romano, a Gianni Basso.

Tutto ciò però, deve camminare di pari passo con una consapevolezza delle proprie radici altrimenti il rischio è di lasciarsi influenzare da musicisti lontani dalla propria essenza, e questo risulterebbe molto dannoso.

Le influenze bisogna saperle sceglierle, come una donna o come un paio di scarpe comode.

D: Come si scelgono i propri compagni di viaggio? Per affinità o per curiosità?

R: Si possono scegliere anche per curiosità ma è l’affinità ciò che alla fine unisce.

D: Di cosa è “appassionato” Dino Rubino? Ascolta il jazz in macchina? A chi si è ispirato, nel corso degli anni? C’è un concerto che dal vivo ancora ti manca, e che vorresti vedere?

R: Ultimamente mi capita raramente di ascoltare jazz in macchina. Diciamo che ascolto e mi appassiono, a tutto ciò che riesce a darmi delle immagini, delle emozioni.

Le influenze sono state tantissime, da musicisti a scrittori, da poeti a registi, da pittori a gente dello sport, come Ayrton Senna ad esempio.

Mi piacerebbe moltissimo vedere un concerto di Sixto Rodriguez e spero di poterlo fare prossimamente.

D: Quanto critico è un jazzista, nei confronti della musica in generale e del jazz suonato dagli altri, nello specifico?

R: Sono critico con gli altri quanto lo sono con me stesso; se qualcosa non mi piace non l’ascolto; così come se qualche pietanza non mi piace non la mangio.

Photo Fabio Orlando

D: Volevo fare a meno di citare i numeri, però mi sembra quasi impossibile non dire che hai vinto decine di concorsi musicali, hai partecipato a decine e decine di festival jazz in tutto il mondo e che le formazioni nelle quali hai suonato, sono state tante, e tutte riuscitissime. Si pensi all’ultima “On air Trio” con Dalla Porta e Zirilli. Però sul tuo biglietto da visita ( se ne hai uno) cosa c’è scritto, considerato che tutto un curriculum, dentro, non ci sta?

R: Premesso che non ho un bigliettino da visita, ma se mai dovessi farlo potrei scrivere “Placido Arcobaleno”.

D: Se un giorno qualcuno ti dicesse che per salvare il mondo dovresti suonare un solo pezzo, cosa suoneresti e con che strumento. In piedi con la tromba in mano, o seduto al pianoforte?

R: Suonerei quello che mi viene al momento, così come faccio nei concerti live; suonerei seduto al piano con il flicorno poggiato sul leggio e magari alla fine soffierei due note, sempre rigorosamente seduto!

D: Oggi vivi a Parigi. Se ti seguissi, un giorno di questi, che musicista vedrei? Che abitudini ha Dino Rubino?

R: Mi piace leggere, scrivere, camminare, guardare film, guardarmi intorno, osservare le persone, ascoltare chi ha qualcosa da dire, ascoltare chi non ha niente da dire (per molto meno tempo), guardare dal finestrino quando sono in viaggio; e poi mi piace la natura, molto.

Mia nonna diceva che fin quando abbiamo voglia di guardare il cielo vuol dire che in fondo va tutto bene.

D: E poi scende la sera e immagino Dino Rubino scalzo, che da solo, è seduto al pianoforte. Se questa scena i nostri lettori potessero vederla, se vi potessero assistere, cosa ascolterebbero?

R: Ascolterebbero quello che ascoltano nei concerti live; l’approccio è lo stesso anche se nei concerti live c’è uno scambio di energia col pubblico che non può esserci quando suoni nella tua stanza.

Una differenza è che a casa di tanto in tanto mi capita di cantare e accompagnarmi al piano.

Forse prima o poi capiterà anche nei live.

D: Il cassetto dei sogni di uno come te lo immagino sempre “accostato” pronto ad essere spalancato alla prima occasione utile. Lì dentro, sopra sopra, cosa c’è?

R: Tanti sogni, sparsi qui e lì nel cassetto.

Mi piacerebbe essere un buon seminatore di grano.

Simona Stammelluti

Un ringraziamento a Fabio Orlando, per le foto concesse
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Due giorni per “contare i suoi” e per tentare di divenire un leader, più che per discutere il futuro del centrodestra

Sconfitto alle scorse amministrative nel tentativo di divenire nuovo sindaco di Milano, Stefano Parisi, imprenditore, ex manager pubblico, ha indetto una convention per raccontare – con fare carismatico – quella che è la sua nuova idea di centrodestra, nel quale riportare – così come lui sostiene – le personalità della società civile che negli ultimi anni si erano allontanate.

photo La Press

Per più di qualcuno, però, quel suo “one man whow”, è stato mirato a dimostrare le sue capacità attrattive sulle masse, rafforzando così la sua posizione in vista di un futuro confronto che deciderà chi sarà il nuovo leader del centrodestra italiano.

I numeri hanno deluso un po’ considerato che le persone che avevano prenotato un posto alla convention di Parisi al MegaWatt di Milano, erano più di 4000, ed i presenti poco più di 1000.

“Energia per l’Italia”, il titolo dell’incontro, che sembra essere uno slogan che porta un nuovo respiro, e senza dubbio l’uomo scelto da Berlusconi per rinnovare le sorti del partito, di carisma ne ha da vendere, anche se gli stessi uomini della “bandiera azzurra” non solo non erano presenti, ma non hanno certo gradito quell’appoggio del “grande capo”.

Certo è che le assenze non meravigliano, considerato che Stefano Parisi aveva già concepito una sorta di “atto unico”, nel quale l’attenzione fosse tutta su di lui, ma le sue parole dette, sembrano non dare l’emozione che la politica “deve dare” e deve “essere”.

Parisi vuole “costruire una nuova speranza per l’Italia, facendo i conti con il futuro dei prossimi trent’anni”. E quel verbo “costruire” lo usa più volte. Afferma: “Siamo profondamente alternativi alla sinistra, e tutto il centrodestra deve essere una alternativa credibile e vera”. Il suo intento è rigenerare, con una sorta di “energia alternativa”, ed invoca anche una sorta di unione e coesione con gli altri partiti del centrodestra, che dati alla mano, non sembra però possibile.

E sul referendum dice “no” e come spiegazione da’ quella che “si possa fare una riforma migliore”, ma non sembra specificare come. La polemica poi sulla data del voto. Ha poi indurito i toni verso il governo sull’argomento Europa. Parisi ha poi provato ad imbastire un filo tra passato e presente e come un paladino “nuovo di zecca” ha detto ai presenti che “vuole costruire le fondamenta del liberalismo popolare”, rimarcando il credo del ’94, eppure nessun omaggio alla storia di Forza Italia.

Intanto Angelino Alfano si relaziona ancora a Berlusconi e non a Parisi, e forse perché ha compreso che questa operazione potrebbe produrre un “nulla di fatto”, considerato che Parisi si muove probabilmente un po’ troppo autonomamente.

Il punto è che se Parisi riesce a “rianimare” il partito, riportandolo almeno al 20 per cento, bene, altrimenti ognuno per la propria strada, le spine si staccano.

Fantasie, sogni, e solo un metro per misurare i tentativi di Parisi.

Simona Stammelluti

Sorrise ai suoi assassini, prima di essere ucciso. Era la sera del 15 settembre di 23 anni fa, quando nel giorno del suo 56esimo compleanno, senza mai abbassare la testa, Don Pino Puglisi venne ucciso con un colpo alla nuca, sotto casa sua

Sono passati tanti anni. Perché sì, gli anni passano, ma non passano gli insegnamenti di coloro che la vita l’hanno vissuta onorando l’impegno, il sacrificio e la dedizione agli altri. Sono passati tanti anni, ma le parole di una delle omelie più belle di Don Puglisi, rieccheggiano oggi attuali più che mai.

“Io non ho paura delle parole dei violenti. Io temo il silenzio degli innocenti”. E spesso in una terra dove il silenzio regna sovrano, inteso come “omertà”, quello degli innocenti di cui parlava Padre Puglisi, ha sempre pesato come un macigno sulla storia, sugli eventi e su un futuro che sembra ancora essere tutto da organizzare.

Il 15 settembre del 2003, muore Padre Puglisi per mano di Cosa Nostra. Lui che a Palermo era nato, nel quartiere Brancaccio, nel 1937. Prima di morire si girò verso il suo assassino e sorridendo gli disse “me l’aspettavo”.  Perché Padre Pino Puglisi era un prete scomodo, uno di quelli che viveva per strada, tra la gente, con i bambini, con gli anziani, con tutti coloro che avevano bisogno di aiuto e sostegno, ma anche con chi con la proprio condotta, era responsabile di soprusi e di violenza. Era capace di sottrarli alla malavita, dalla criminalità, al traffico di droga.  Forse era proprio questa sua figura scomoda che dava fastidio. Come scomodo era il suo centro “Padre Nostro”, vero punto di riferimento per le famiglie della Palermo di quegli anni.

Era scomodo quel suo modo di vivere la strada in maniera così radicale, tra i più bisognosi, dando respiro ogni giorno, ad una missione che mirava a proteggere gli innocenti. La mafia la guardò in faccia molto prima di essere ucciso, le pestò i piedi, l’affrontò spesso a muso duro.

Fu docente in molte scuole siciliane e quella sua predisposizione  all’insegnamento, rivelò spesso la sua tenacia circa il futuro dei giovani.

Se l’aspettava, Don Puglisi. Certo, perché avevano già provato ad intimidirlo, con un classico metodo mafioso, incendiandogli una notte, la porta della chiesa.

Da anni era parroco della parrocchia di San Gaetano, proprio a Brancaccio, feudo della famiglia Graviano. Furono proprio i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i mandanti di quell’omicidio. Arrestati nel 26 gennaio del 1994, scontano adesso l’ergastolo.

L’esecutore materiale della morte di Padre Puglisi, fu Salvatore Grigoli, adesso pentito e collaboratore di giustizia, che tra i 46 omicidi dichiarati, ammise di aver ucciso anche don Pino Puglisi.

Fu un modello di prete che la mafia voleva rimandare in sagrestia, a dire messa e basta, ma lui invece la messa la diceva per strada, mettendo la vita al servizio della gente, sorridendo a tutti coloro che l’avvicinavano, così come fece ai suoi assassini, prima di morire.

Simona Stammelluti

La cornice è delle più suggestive, ed il concerto di Dino Rubino e del suo prestigioso trio, ha chiuso il festival jazz giunto alla sua settima edizione

Photo - Giancarlo Ferlito

A guidare il trio che ha allietato una mite serata di settembre, è Dino Rubino, trombettista, ma anche pianista, “enfant prodige” dotato di talento indiscusso, ma anche di quella capacità di spostare sempre un po’ più in là il traguardo del suo modo di fare musica. Tutta sua la capacità anche di scegliersi i compagni di viaggio, tanto da portare nella sua Sicilia – dove è nato e dove ritorna sempre con immutata emozione – due dei nomi di spicco del panorama jazzistico italiano ed internazionale. Con lui, sul palco della villa comunale di Taormina, Paolino Dalla Porta, contrabbassista che vanta collaborazioni con i migliori jazzisti al mondo, sempre ispirato, impeccabile sia nelle esecuzioni che nella sinergia con gli altri musicisti, ed Enzo Zirilli, siciliano anch’egli, figlio del mondo, che da diversi anni vive tra Londra e Bari, considerato uno dei batteristi più creativi  e versatili tra i contemporanei, dotato non solo di tecnica, ma anche di un groove travolgente.

Photo - Giancarlo Ferlito

Sul palco tre generazioni, e ognuno dei musicisti con il suo personalissimo bagaglio di esperienza jazzistica, appaiono perfettamente miscelati in “nuance” accattivanti e a tratti lussureggianti. Un trio che nasce “sul campo”, un anno e mezzo fa, che diventa subito intesa e che traccia un “mood” nel quale dipanare un repertorio che spazia tra composizioni originali, standard americani e canzoni d’autore dal cui tema poi, parte un’onda di improvvisazione che soddisfa anche i più esigenti degli appassionati e che dà ad ogni musicista, il giusto spazio nel quale raccontare variazioni ritmiche e sfumature, senza mai alterare lo stile nel quale il trio si identifica a pieno.

“On air Trio” è un bel lavoro. E’ un boccale di talento che “trabocca” sonorità e virtuosismi, a tratti senza freni. Equilibri perfetti, scambi di assoli e interplay impeccabile.

E proprio quando decidi di adagiarti in un sonorità mediterranee, dove Paolino Dalla Porta suona il contrabbasso con l’archetto e Zirilli regala il meglio di se come percussionista, Dino Rubino intesse le trame di variazioni sul tema che conducono lontano, lì dove il jazz non teme confronti.

Il trio è fortissimo sia nell’esecuzione degli standard sia nella capacità di raccontare la bossanova. E così “Oh que sera” di Chico Buarque, resta impigliata ad una notte che non conosce fine, durante la quale un pubblico appassionato applaude e chiede loro “ancora e ancora” di continuare a suonare.

Photo - Giancarlo Ferlito

Dino Rubino è un personaggio oltre che un bravissimo pianista, dotato di “resistenza” tecnica, oltre che di quella capacità di raccontare “il tempo ed i suoni del mondo”.

Finge di non aver più nulla in repertorio, ma c’è tanto nel suo vaso artistico che scoperchia insieme ai suoi compagni di viaggio, con la semplicità di chi la musica la fa sua, la plasma e la regala, semplicemente, dietro un paio di occhiali da sole e dietro una bellezza artistica, per nulla scontata.

C’è spazio per tutto, nel repertorio dei tre musicisti, anche per una “Moonlight Serenade” o per Pata Pata, o “Mi Ritorni In mente”. Tutto condito da assoli che colmano la curiosità di sapere come verranno eseguiti, e “come” andranno a finire.

Ognuno ha scelto il proprio posto in un concerto, equilibrato nel repertorio, oltre le aspettative nelle intenzioni, e dunque un regalo fatto alla Sicilia, per mezzo di due siciliani, che con la complicità di un milanese, sono riusciti “anche” nella loro terra ad essere “profeti” di quel che si racconta, suonando con passione.

Simona Stammelluti

Quell’11 settembre del 2001, la parola terrorismo era già nota al mondo occidentale.
Il terrorismo cosiddetto “interno” era già stato considerato una piaga virulenta da combattere. Il terrorismo basco, le brigate rosse, o gli attentati all’occidente, “fuori” dall’occidente. Si pensi agli attacchi alle ambasciate di paesi occidentali. Eppure fino a quell’undici settembre di 15 anni fa, quel tipo di attacco terroristico, aveva una incidenza minima sugli equilibri e sugli scenari mondiali.

E mentre i nuovi libri di storia, hanno incominciato a menzionare quella data indimenticabile come “il giorno” in cui le sorti del mondo occidentale, sono cambiate irrimediabilmente, l’attacco all’occidente “in occidente” da parte del terrorismo islamico, ha aperto una lotta mondiale al combattente islamico che con se porta la strage, una lotta mondiale al sistema terroristico che da quell’11 settembre in poi, l’Occidente lo tiene in pugno, sveglio, vigile, insonne e sempre all’erta.

Quell’occidente che perde la sua “invincibilità“, che non solo non è poi così forte, ma diventa immediatamente vulnerabili, costretto a guardarti le spalle da un Allah nel nome del quale c’è chi si fa saltare all’aria per raggiungere un paradiso inesistente. Il mondo che cambia. Un mondo non più al sicuro. Un mondo viene minato nel suo quotidiano, nel suo essere comunità, nella sua capacità di “continuare”, malgrado tutto, di creare una sorta di “punto zero” dopo ogni paura, dopo ogni orrore, dopo ogni “terrore” che colpisce sempre il simbolo di una nazione, di una comunità, di uno stile di vita. Tutto il mondo occidentale si schiera per la lotta al terrorismo.

Ma in che termini? Pace o guerra?

Un 11 settembre in cui si ricordano le oltre 2947 vittime, i 411 soccorritori morti, quella scena apocalittica nella quale le torri gemelle vengono giù come se fossero di sabbia, un mondo che cambia e che ancora si chiede, come in una roulette russa, a chi toccherà.

Per me l’immagini più nitida dell’undici settembre del 2001 resta quella che ritrae l‘azzeramento di tutti i ceti sociali, razziali e di genere; ricco o povero, nero o giallo, povero o uomo d’affari…solo “sagome” di persone che sotto quella coltre di polvere grigia, rimasero sopravvissuti, in una New York che di megalopoli occidentale non ne aveva più né i connotati né i colori, e poteva essere scambiata per una qualsiasi città del medioriente.

E così nell’era dell’informazione globale ed “immediata” ci siamo resi conto che qualsiasi punto della terra è come se fosse il “dietro l’angolo“, New York come Bagdad, il Bataclan di una Parigi come Nairobi.

Sono passati 15 anni.
Cosa è rimasto di quella tragedia?
Abbiamo maturato una “coscienza” sul perché sono venute giù le torri gemelle, e perché ancora continueremo ad avere paura?
Basterebbe che ciò che è accaduto non ci torni alla memoria solo quando viviamo il fastidio di non poter portare in aereo il nostro shampoo preferito, perché superiore ai 100 ml.

Simona Stammelluti

Messina – dicono che non sia un miracolo, ma una cosa è certa, Rosalba Giusti, palermitana di 68enne, si è risvegliata dopo un sonno durato 4 lunghi anni

Era entrata in coma dopo una emorragia celebrale, un coma durato 45 mesi, ma da ieri riconosce le persone, risponde alle domande e dopo aver chiamato per nome l’infermiera che per 4 anni si è occupata di lei, si sarebbe anche messa a cantare le canzoni dei suoi cantanti preferiti, Massimo Ranieri e Claudio Baglioni.

Succede una volta  ogni 5 anni, che ci si svegli dal coma come quello che aveva inghiottito la signora Giusti. A dirlo gli specialisti che l’hanno tenuta in cura per tutto questo tempo. Uno di loro ha ammesso di non aver mai visto un caso del genere, durante la sua carriera lunga più di 25 anni.

Eppure non c’è nessun rischio che lo stato vegetativo possa essere scambiato per morte celebrale. Nei casi come quello della 68enne palermitana, c’è un costante risveglio delle capacità cognitive ma manca la capacità di comunicare con l’esterno per la difficoltà oggettiva di muovere gli arti, o di parlare.

L’attendono mesi e mesi di riabilitazione, e al momento nessuno può dire se la signora Rosalba possa aver subìto dei danni irreversibili, o quanto tempo ci possa volere per ritornare a quella vita dalla quale si era presa una sorta di “pausa forzata” per 4 lunghi anni. La cosa certa è che è tornata la felicità per lei e per i suoi cari, che però chiedono di poter trasferire la donna in un centro più vicino a casa. Ma in Sicilia esiste solo un centro pubblico specializzato ed è proprio quello di Messina, dove la donna è al momento ricoverata e l’azienda ospedaliera di Palermo, dove la donna risiede, non è attrezzata per pazienti con lesioni celebrali. Pertanto per i suoi parenti, continueranno i costosi spostamenti.

Però la cosa bella è che la signora Rosalba Giusti, adesso canta le sue canzoni preferite e chissà che Massimo Ranieri, non vada a trovarla per stare un po’ con la donna che è tornata dal coma dopo 4 anni, anche grazie alla musica.

Simona Stammelluti

Firenze – Ho intervistato il Dott. Giuseppe Spinelli, siciliano, uno dei migliori medici che la nostra Italia possa vantare di avere. E’ un chirurgo di fama internazionale, dirige il reparto di Maxillo-Facciale del Cto di Careggi. Da lui mi sono fatta raccontare come si rende al cittadino un servizio eccellente nella sanità pubblica, e poi gli ho posto le mie curiosità circa la sua esperienza nel campo sia chirurgico-ricostruttivo, che estetico. Spicca nel panorama per bravura ed umanità, lavorando alacremente al servizio del paziente e delle sue necessità. Un esempio dunque, anche per le generazioni future che vorranno intraprendere questa carriera.

D: Dott. Spinelli, mai come in questo momento storico, noi giornalisti siamo quasi costretti a raccontare una Sanità Pubblica che non solo non difende a pieno gli interessi del cittadino, ma quasi ne disattende le necessità oggettive. Le difficoltà sono molteplici e sotto gli occhi di tutti però poi uno entra al CTO di Careggi e sembra varcare la porta di un “terreno paradiso” dove efficienza, bravura, garbo e servizi sanno essere un “quasi scontato” biglietto da visita della sanità pubblica. Che cosa accade a Careggi, nel suo reparto, per esempio, che altrove non accade.

R: Credo le motivazioni siano molteplici: le difficoltà oggettive di settori molto complessi quali la sanità in generale ed in particolare per quella pubblica dovute alle diverse tematiche che affronta (etiche, sociali, economiche etc); perché spesso le notizie per la “malasanità” hanno un riscontro mediatico maggiore della “buona sanità.
Quello che cerchiamo di realizzare a Careggi,  presso il reparto di Chirurgia Maxillo-Facciale, è di curare con professionalità, attraverso l’aggiornamento continuo e l’utilizzo delle nuove tecnologie (cellule staminali, progettazione computerizzata delle ricostruzioni facciali, tecniche di approccio sempre meno invasive, etc) ma senza perdere di vista il rapporto con il paziente che “deve essere” permeato di elevata umanità.

D: Esiste un divario “sostanziale” tra nord e sud, nella sanità pubblica. Mi piacerebbe che ci spiegasse se a suo avviso esiste una modalità perseguibile, per colmare almeno un po’ quel divario. Non a caso sono tantissimi i suoi pazienti, che giungono dal sud.

R: Le statistiche dicono che esiste un divario, ma credo che ci siano anche al sud eccellenti realtà in sanità pubblica. Difficile trovare le soluzioni “sic et simpliciter”. Per fare funzionare un singolo reparto oggi, non è sufficiente solo la qualità ad esempio del singolo chirurgo, ma è necessario che “l’intero sistema” ospedale e/o territorio, funzioni in modo sinergico. Mi spiego. Per avere prestazioni di livello elevato, ad esempio nel campo dell’oncologia maxillo-facciale, è necessario avere un team che comprenda, oltre al chirurgo, le seguenti figure professionali: radiologo, medico nucleare, anatomo patologo, radioterapista, oncologo, anestesista, nutrizionista, terapista del dolore.
Il team multidisciplinare dovrà discutere tutti i casi prima di consigliare la terapia che deve essere “personalizzata”.

D: Dottor Spinelli,  lei è Direttore del reparto di maxillofacciale del Cto di Careggi, come dicevamo, e le sue competenze spaziano dalla chirurgia traumatologica, alla malformativa, e poi ancora ricostruttiva, oncologica e potremmo andare avanti ancora. Ma la verità è che lei rappresenta l’eccellenza, in Italia. Eccellenza per ciò che fa e per come lo fa. C’è chi sostiene che il più bravo sia colui che sbaglia di meno. Io aggiungerei che il più bravo e chi conosce in egual misura le proprie potenzialità ed i propri limiti. Mi piacerebbe sapere se esiste una sorta di “formula” per divenire un medico d’eccellenza quale lei è.

R: La ringrazio innanzitutto per i complimenti,  ma credo che per raggiungere determinati obbiettivi sia necessario avere delle motivazioni elevate che si rinnovano tutti i giorni, e poi ancora essere curiosi ed insaziabili di conoscere e sperimentare nuove tecniche; non in ultimo confrontarsi con i colleghi sia in ambito nazionale che internazionale, e cercare i collaboratori migliori sia dal punto di vista professionale che umano.

D: Dott. Spinelli io ho visto con i miei occhi gente senza volto alla quale lei lo ha restituito, come ha restituito loro anche una dignità e la voglia di vivere e di “riconoscersi”, in quel vivere. Me la racconta la sensazione che si prova quando si raggiungono dei risultati così netti, così visibili, così straordinari. Si avverte una sorta di onnipotenza, in quel che si riesce a realizzare per la gente che si rivolge a lei?

R: Onnipotenza mai. E’ l’errore peggiore, per chi esercita la professione di medico ed ancor più di chirurgo. Le dirò che considero la perfezione irraggiungibile…perlomeno in questo mondo, per cui non c’è mai, da parte mia, la soddisfazione totale, piuttosto la voglia di cercare di capire come fare meglio la prossima volta.

D: Lei vive e lavora ormai a Firenze, e al nord ha studiato e si è specializzato, ma è un uomo del sud è siciliano, di Messina. Cosa porta con se di quelle sue origini? Che percentuale di “caparbietà” dell’uomo del sud le è rimasta appiccicata addosso?

R: Sono nato in Sicilia ma ho vissuto sia in Calabria che in Sicilia, e sono molto orgoglioso della mia “meridionalità”. Credo mi siano rimasti “i valori” del sud, e quella “voglia” di chi non dimentica le proprie origini, ma persegue con caparbietà gli obiettivi prefissati.

D: Dottore lei è anche Presidente dell’Associazione Tumori Toscana. Ci racconta questa associazione e come possiamo sostenerla?

R: L’ATT si occupa di curare a domicilio i malati di tumore GRATUITAMENTE e può essere sostenuta attraverso varie forme (vedi www.associazionetumoritoscana.it)
Ma credo che il modo migliore per sostenerla sia replicare l’esperienza toscana anche in altre regioni e/o province o città, dove le cure domiciliari gratuite non sono state organizzate.

D: Lei è un medico che si occupa “anche” di estetica, ed è forse la persona più adatta per parlare di cosa sia bello ed armonico. Dove va ricercata secondo lei la bellezza, e quando si può dire che qualcosa è bella per davvero?

R: Credo che la bellezza vada “coniugata” con la naturalezza e l’armonia facciale, facendo sì che i principi della personalizzazione e della moderazione, siano fondamentali. Penso inoltre che bisogna sempre associare la funzione alla bellezza, perché questa associazione rappresenta la sintesi e non l’antitesi.

Simona Stammelluti

Non è semplice capire la disperazione e la paura che ti assale quando ti viene diagnosticato un brutto male, ed il nome “cancro”fa ancora tanta paura e che si chiami leucemia, epatocarninoma, dermoblastoma la sostanza del dolore ed il peso della disperazione non cambia. E’ proprio su quella paura che speculano i “guru” che promettono – grazie a cure alternative che non hanno nessun valore scientifico – guarigioni.

Sono sempre loro, i finti medici, che fanno presto a far leva sulla disperazione dei pazienti e delle loro famiglie, convincendoli che qualunque malessere dipenda da una sorta di trauma, di dispiacere, di conflitto irrisolto verso qualcosa o qualcuno. La morte di una persona cara, il lavoro perso, un amore finito…per chi pratica le cure alternative, basta risolvere il conflitto e tutto come per incanto svanisce, perché il corpo si guarisce da solo, perché – a loro dire – ha questa capacità. E sempre a loro dire, le malattie come il cancro, sono “rigenerazione” e chi le supera diventa un uomo più forte.

Ma la verità è che sono tanti i casi come quelli di Eleonora Bottaro, la diciottenne di Padova che ha rifiutato la chemioterapia e che invece aveva oltre 85 possibilità su 100 di salvarsi, ma ha deciso di morire, dopo aver accettato una cura a base di dosi massicce di cortisone e di vitamina C, in una clinica in Svizzera. I genitori della ragazza, su decisione del tribunale, avevano perso la patria potestà, proprio perché avevano sottratto la loro figlia, ad una molto più che probabile guarigione. Per loro dunque, omeopatia e cure psicologiche erano la soluzione a tutto.

Ad esprimersi in merito alla vicenda, moltissimi medici che hanno con forza ribadito come ad oggi esistano svariate cure, tra queste anche quelle chemioterapiche, che a differenza di un ventennio fa, salvano un sempre maggiore numero di pazienti. E le cure saranno pure a volte invasive e non leniranno certo il dolore e la disperazione, ma salvano molte vite umane.

Scatta l’appello dunque a farsi curare con le cure antitumorali tradizionali, provando a star quanto più possibile lontani dai ciarlatani che promettono guarigioni senza avere né competenze, ne mezzi.

E’ categoricamente inaccettabile che dei genitori sottraggano la propria figlia alle cure mediche e che la lascino morire, sulla base di teorie visionarie, e ad ideologie mitomani.

La triste storia di Eleonora si incastona nella attuale moda che dilaga, di non vaccinare i bambini e tutto questo, porta ad una sorta di regressione verso una inciviltà intellettiva e non solo pratica.

Purtroppo sono tanti i casi di persone che si lasciano convincere e che come Eleonora,  firmano un contratto con la morte, perché la “pseudo-scienza” uccide.

Simona Stammelluti

Su Ra1, in prima serata, un docu-film per raccontare il coraggio e la tenacia di Libero Grassi, anche attraverso la testimonianza di chi l’ha conosciuto, della sua famiglia, e poi ancora storici, giornalisti, procuratori, fotografi e associazioni

Amava la barca a vela, Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991. Amava la barca a vela, ed il suo sogno era quello di fare il giro del mondo, una volta andato in pensione, con la usa adorata moglie Pina, la quale qualche giorno prima della sua morte, scattò – proprio durante una gita in barca insieme al figlio Davide – quella che rimane l’ultima foto di Libero, da vivo.

Una storia, la sua, raccontata attraverso immagini di repertorio e ricostruzioni realistiche di quella che fu la sua vita in quella Palermo che lo ignorava anziché sostenerlo. Lui, che viveva a testa alta mentre tutti agivano per screditarlo, mettendo all’angolo colui che fu il portabandiera della lotta alla mafia, in un territorio nel quale l’imprenditoria si era piegata alla regola del “pizzo”. E proprio quando tutto il mondo, parlava di Libero Grassi, che aveva anche rifiutato la scorta, dopo le minacce ripetutamente ricevute, Palermo riusciva ad “ignorarlo”. Washington Post, i giornali francesi, tutti in fila per intervistarlo, per raccontare la sua storia, mentre nella sua terra, quella sua storia non interessava a nessuno.

Ben evidenziato nel documentario, il ruolo che la TV ebbe, nel destino di Libero Grassi, ma che non fu la causa della sua morte, bensì un modo per dare voce a chi sapeva che se non si fosse reagito alla logica della malavita, si sarebbe dovuto solo abbandonare quei luoghi. Ma lui restava e “resisteva”. Le immagini di repertorio della sua presenza alla trasmissione “Samarcanda” di Michele Santoro, restano terribilmente attuali, così come anche la famosa staffetta che la Rai e Mediaset, fecero il 21 settembre del 1991, poco meno di un mese dalla sua morte. Una staffetta per dare un segno di libertà, come quella che Libero Grassi aveva difeso vivendo a testa alta. Personalmente, ho ricordato quell’invito fatto alla popolazione italiana di accendere una luce, come gesto concreto, per lui, lui che voleva i “riflettori accesi”, sulla mafia.

Nel docu-film si susseguono i racconti di collaboratori di giustizia, che raccontano i dettagli di tutto quello che accadde prima, dopo e durante le decisioni circa il “destino” che toccò all’imprenditore, e poi ancora le testimonianze di sua moglie Pina, e dei suoi figli Davide e Alice.

Pina, che aveva organizzato un convegno per gli imprenditori palermitani, che invece quell’incontro lo disertarono, suo figlio Davide, che il 31 agosto del 1991, durante i funerali di suo padre, mentre portava a spalla la bara, insieme a tre suoi amici e a due dipendenti dell’azienda alzava al cielo la mano che mimava una V, in segno di vittoria e non di sconfitta, considerato che suo padre non aveva mai ceduto alla mafia, ed era morto da uomo libero. E poi Alice, che nell’intervista racconta come il non aver visto la scena di suo padre morto assassinato l’abbia aiutata a sopravvivere. Per mesi, dopo la sua morta, la donna ha sognato di dialogare con suo papà, mentre gli chiedeva come salvare l’azienza.

Significativi anche i racconti del giornalista Sandro Ruotolo, che ha raccontato quanto l’umiltà del grande e coraggioso imprenditore si vedesse da quei sandali che uscivano fuori da sotto il lenzuolo, immagine che nei suoi occhi era rimasta impressa quella mattina del 29 agosto del 1991, quando Libero Grassi, esce di casa poco dopo le sette e trenta del mattino, dopo aver sorriso e scherzato con sua moglie, e si allontana a piedi e dopo essere stato chiamato per nome, viene avvicinato alle 7,36 e assassinato a viso aperto.

Simonetta Martone regala il ricordo della lettera ricevuta da Libero Grassi, dalla quale sia nella grafia, che nel contenuto, mostrava l’arrivo della paura, della consapevolezza che proprio quando le minacce avevano smesso di giungere, si avvicinava la sua fine.

Leoluca Orlando, che sottolinea quanto il successo dell’imprenditoria a Palermo, era dovuta all’essere collusa con la mafia e che tali accordi, non avrebbero mai potuto concedere un ruolo attivo nella società. Ed in questo panorama Libero Grassi, che non si piegava a questi meccanismi era visto come un eretico.

E’ proprio con Libero Grassi che nacque il termine “pizzo legalizzato”, riferito alle banche che ponevano dei tassi di interesse sui prestiti agli imprenditori così alti, che gli stessi erano costretti a cedere alla mafia. E quando un banchiere gli disse di “smetterla di rompere i coglioni”, lui gli rispose: “i rompicoglioni sono destinati a soccombere, ma io non smetterò“.

E con lui pure, si incominciò a fare luce sui cosiddetti “voti di scambio”, in politica. Perché fu lui, il primo a parlarne, raccontando come alcuni politici andassero al potere “scambiando” favori con la mafia. Lui, repubblicano, che quando il suo partito incominciò ad andar male, accettò l’incarico di ricostruirlo.

Quando il clan Madonia decide di “risolvere il problema una volta per tutte”, si rivolse a Marco Favaloro, che ci mise poco a capire che nessuno proteggeva Libero Grassi. Favarolo, esecutore materiale del delitto Grassi, viene arrestato il 20 aprile del 1992.

il 30 aprile del 2004 a Palermo accade una cosa insolita. Tutta la città viene tappezzata di adesivi con su scritto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Si scopre esserci Pina Grassi, dietro quella iniziativa, con una marea di giovani, che hanno deciso di alzare la testa, per non abbassarla mai più, così come aveva fatto Libero. Ed è stato quello il segno di una eredità lasciata, che non morirà mai.

Ad oggi in tutta Italia ci sono vie che portano il nome di Libero Grassi; A Torino, a Trapani, Lecco, Viterbo, Napoli (nel quartiere Scampia), a Milano, a Monza.

Da quel 29 agosto del 1991, nessuno è stato mai più solo a combattere contro il problema del pizzo, e tutti quelli che hanno conosciuto la sua storia, sono più Liberi.

Resteranno eterne le parole della sua famiglia, le parole del comunicato dopo la morte di Libero Grassi. Poche ma significative parole: “Dichiariamo che Libero Grassi  è stato ucciso da uno stato inefficiente e corrotto, ma se anche lo stato fosse più efficiente, non ci salverebbe comunque dal popolo siciliano“.

Ma eterne e come eredità anche e soprattutto per noi giornalisti rimarrà quella sua affermazione detta davanti ad una Italia intera: “Io credo nei giornalisti, perché loro si sono fatti uccidere pur di raccontare la verità“.

Simona Stammelluti

Si è svolto ieri 26 agosto a Camigliatello Silano un dibattito dal titolo “Informazione nel mezzogiorno in formato 2.0”, uno dei tanti incontri organizzati dall’Associazione ASSUD

Si chiama “Stelle del Sud 2016” il programma di incontri, dibattiti ed eventi organizzati per discutere del mezzogiorno, della sua economia, di come si gestisce l’informazione, l’attualità e la politica e ieri sera a Camigliatello, sono giunti tre dei più capaci giornalisti di cronaca che la nostra nazione può vantare, i cui nomi sono ormai famosi per il loro impegno costante nel contrasto alla criminalità organizzata, che è poi costato loro una vita sotto scorta.

Ospiti del dibattito Federica Angeli, giornalista di nera e giudiziaria di La Repubblica, Paolo Borrometi di Agi e Michele Albanese del Quotidiano della Calabria. A moderare l’incontro, la giornalista del TgR Rai Calabria, Livia Blasi.

Tre giornalisti, dunque, che hanno raccontato non solo la propria esperienza di cronisti sotto scorta, ma anche la loro personale e sentita idea di come si possa e si debba fare notizia nelle terre devastate dalla criminalità che in ogni territorio prende un nome diverso, ma che sortisce sempre gli stessi effetti nefasti nel sud, radicandosi sempre più in tessuti sociali mirati, mimetizzandosi e tessendo tele che vanno scovate e distrutte.
Un delicato ruolo, dunque, quello dei giornalisti, così come loro stessi hanno raccontato.

Federica Angeli, da anni ormai sotto scorta, a seguito di minacce ricevute dopo essere stata sequestrata dalla malavita di Ostia, dopo essere stata testimone oculare di un tentato omicidio, che ha scelto di non tacere, di denunciare, di andare avanti nelle indagini, “scavando”senza sosta nella verità. Lei, che ha parlato della mafia romana, prima ancora che saltasse alla ribalta della cronaca, lei, che fu accusata di “vedere troppi film gialli”, lei, che la paura la guarda in faccia tutti i giorni ma non si arrende, lei, che non si è mai fermata davanti alla verità, l’ha raccontata sempre quella verità facendo il suo mestiere con estrema coscienza, con equilibrio, senza mai scadere nello show “tout court”, non accontentando mai la parte morbosa dei lettori, nel rispetto sempre delle storie e dei protagonisti, decidendo “liberamente” che tipo di informazione dare nel rispetto del dolore, sempre. Perché dopo aver rinunciato alla libertà, la stessa la restituisce al lettore attraverso una verità che merita di essere raccontata senza aggiungere altro se non dettagli sostanziali di immagini di quella parte di società che si nasconde dietro interessi che non sono per il bene comune.

Paolo Borrometi, siciliano, che dalla Sicilia è dovuto scappare dopo aver raccontato la mafia nel territorio di Montalbano, dopo l’inchiesta sul boss di Scicli, alla quale sono seguite minacce e poi aggressioni, che adesso lo costringono a girare con la scorta. Anche da Roma, dove adesso vive continua a scrivere di mafia, e le minacce lo spaventano, ma fino ad un certo punto. Racconta alla platea che lui, come i suoi colleghi, racconta ciò che nei territori del sud non venita raccontato. Racconta di quella mafia in provincia di Ragusa, città che per tanto tempo è stata considerata distante dalla criminalità organizzata. Ragusa dove venne ucciso Giovanni Spampinato (giornalista italiano, ucciso dalla mafia), dove i suoi stessi colleghi dissero “se l’è cercata” e al suo funerale non andarono.

Anche Michele Albanese, giornalista sotto scorta per aver raccontato nei suoi articoli le attività delle cosche nella piana di Gioia Tauro. Lui, che sostiene che “se non risolve il problema della mafia, della ndrangheta, della camorra, l’Italia non potrà mai risolvere i suoi problemi”. Se non ci fossero giornalisti come loro – continua Albanese – i territori non verrebbero raccontati e neanche le forze dell’ordine potrebbero agire e “reagire” ai fenomeni mafiosi. Perché la mafia toglie occasioni al sud, ai figli, cancellando la parola “futuro”.

Rispondono alle domande intelligenti e mirate di Livia Blasi, i tre giornalisti sotto scorta, che li invita a raccontare come si resta persone “per bene”, raccontando storie attraverso le loro “scarpe consumate”, rispettando la notizia nel tempo della notizia “mordi e fuggi”, nel tempo del 2.0

Tutti concordi nel sottolineare l’importanza di recuperare una deontologia, lasciando da parte il giornalismo spettacolarizzato, recuperando anche la voglia di anonimato, senza voler apparire a tutti i costi, altrimenti si rischia di non essere più credibili.

Angeli, Borrometi ed Albanese, sottolineano come avere la scorta non è uno status symbol, ma una condizione difficile nella quale vivere, e il ringraziamento e l’applauso di tutti, è stato rivolto ai ragazzi della scorta, che difendono le loro vite e le scelte giuste di un giornalismo che rispetta la verità.

Simona Stammelluti