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Ancora mafia e politica al sud.
Sono stati sciolti dal governo i comuni di Gioia Tauro, Laureana di Borrello e Bova Marina. I tre comuni della provincia di Reggio Calabria sono stati sciolti per mafia.
Palazzo Chigi fa sapere che sono stati sciolit per accertati condizionamenti dell’attività amministrativa da parte della criminalità organizzata
Terzo scioglimento per mafia, a Gioia Tauro, quello odierno. Il primo nel 1991, il secondo nel 2008.
Gioia Tauro e Laureana (dove non si voterà dunque il prossimo 11 giugno) erano stati commissariati in via ordinaria dopo che la maggioranza dei consiglieri comunali aveva rassegnato le proprie dimissioni. Proprio a Gioia Tauro, dopo le dimissioni della maggioranza, anche il sindaco Giuseppe Pedà era stato costretto a lasciare il suo incarico di primo cittadino. Dopo l’arrivo del commissario prefittizio erano scattate due inchieste antimafia che portarono all’arresto dei dirigente dell’ufficio tecnico comunale Angela Nicoletta, e di alcuni parenti di un ex amministratore locale. L’inchiesta aveva visto il coinvolgimento di diverse aziende ed imprese accusate di aver manipolato alcune gare d’appalto che si erano svolte proprio nella piana di Gioia Tauro.
A Laureana di Borrello, il prefetto di Reggio Calabria aveva inviato un commissario a causa delle dimissioni in massa del sindaco Paolo Alvaro e di tutti i consiglieri, seguite all’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che aveva portato all’arresto dell’ex assessore comunale Vincenzo Lainà, ritenuto il riferimento politico di alcune cosche.
Per quanto riguarda Bova Maria, lo scioglimento odierno ha origine in una inchiesta giudiziaria. L’accesso della commissione antimafia era stato disposto nello scorso gennaio dopo l’arresto del sindaco Vincenzo Crupi avvenuto il 7 dicembre 2016, posto poi ai domiciliari nell’ambito di una inchiesta della Dda di Reggio Calabria con l’accusa di corruzione in relazione all’appalto per la raccolta dei rifiuti.


Un azzardo che non è riuscito.
Una presunzione forse, che nasce dal voler fare tutto da solo.
Massimo Scaglione scrive il film, sceneggia, cura la regia, fa fare le musiche a sua moglie.
Non si capisce se perché pensa di poter riuscire in questa sfida “molto ma molto” più grande di lui, o perché “i mezzi” erano così pochi, da non potersi permettere neanche un doppiaggio decente. Che poi viene da chiedersi perché Scaglione non abbia scelto di far ripetere le battute singole – a volte uniche e sole – di alcune comparse, e abbia deciso invece di farle doppiare, dando alla pellicola lo stesso valore di un film amatoriale.
Un film pasticciato, che voleva presumibilmente essere un film denuncia (di cose che già si conoscono) ma che non si è spinto in nessuna indagine neanche minima, che avrebbe potuto dare una sorta di credibilità, almeno alle intenzioni.
La storia del malaffare, della politica collusa, corrotta, dei  palazzinari, degli imprenditori disonesti, come se fosse una storiella semplice, quasi ridicola, in confronto ai fatti reali di mafia capitale ai quali Scaglione sembra essersi ispirato. “Voleva essere una sorta di lezione civica” – dice lo stesso regista, come se guardare questo film potesse indurre ad una riflessione che dubito ci sia stata.
Il regista mostra scene dozzinali per descrivere la vita corrotta e mondana dei personaggi, e siamo ben lontani da quanto fatto ne “La grande bellezza”, che invece aveva l’arma spiazzante ed affilata della metafora.
Per non parlare dei dialoghi; sarebbe bastato davvero leggere qualche intercettazione dagli atti, per prendere uno spunto un po’ più credibile.
Un non volersi spingere in nessuna direzione. Fermo sulla banalità mentre tenta di tradurre in film, fatti serissimi.
Una chance sprecata, a mio avviso.
Quanto agli attori, non è bastato certo affidare a Sperandeo la sua solita parte da siciliano “brutto e cattivo” per sollevare le sorti di un film senza solide basi prettamente cinematografiche.
Matteo Branciamore c’ha provato ad uscire dai panni del figlio dei Cesaroni, ma non vi è riuscito. Impacciato, poco credibile, “vestito” male nelle actions.
Una goffaggine generale.
Film girato quasi completamente nella Calabria dello stesso regista, qualche accenno a Roma, immagini dell’auditorium parco della musica (che poi perché?), giusto per tentare una verosimiglianza con la realtà di Mafia Capitale, e poi delle immagini di repertorio attaccate senza un minimo di cura. Un’accozzaglia di imprenditori  – padre e figlio – di banchieri corrotti, di politici corrotti, di poliziotti che entrano e arrestano come se fosse un gioco in uno scantinato.
E’ la storia di un padre geometra che si finge ingegnere, che trascura sua moglie per godersi altre donne, che lascia in eredità al figlio che prova ad essere onesto, un impero imprenditoriale, una vita di affari loschi, di mazzette. Una storia raccontata dal figlio finito ai domiciliari, che ripercorre a ritroso la sua esistenza.
Non era difficile da immaginare che il cinema Garden di Rende fosse pieno per accogliere il figlio della terra si Calabria. Meno facile da immaginare prima della proiezione, il fatto che durante i titoli di coda ci sarebbe stato un flebile applauso.
Forse più di qualcuno non ha gradito la pellicola.
Capita.
E’ capitato a Scaglione e alla sua squadra.
Ah dimenticavo…il film si chiama “Il mondo di mezzo”.
Simona Stammelluti

Il prossimo lunedì 8 maggio alle ore 20,30 sarà proiettato in anteprima per la Calabria, presso il Cinema San Nicola di Cosenza, il primo episodio della serie documentaristica Matera 15/19, realizzato dalla società di produzione cinematografica Open Fields Productions e diretto da Fabrizio Nucci, Nicola Rovito e Alessandro Nucci.

Negli anni i giovani registi Fabrizio Nucci e Nicola Rovito si sono distinti, nella produzione dei lungometraggi quali Goodbye Mr. President e Scale Model – La Donna che Uccise due Volte, mentre Alessandro Nucci è già vincitore del premio Ilaria Alpi con il documentario “Una Stagione all’Inferno“.

L’antologia documentaristica racconterà la Basilicata e il Sud Italia per quattro anni a partire dal 2015, alla luce dell’evento internazionale che vede la Città dei Sassi – già patrimonio Unesco Capitale europea della Cultura 2019.

Ogni episodio vedrà un proprio protagonista confrontarsi con il racconto della storia e della cultura lucana, con le problematiche e le riflessioni sull’Europa di oggi, piena di contraddizioni ma anche di speranza per il futuro.

Il primo capitolo concentra la propria narrazione su una famiglia materana: Lina nata nei Sassi di Matera, e suo marito Vito ritornato a casa dopo essere emigrato in Germania per sfuggire alla povertà degli anni ’50. Lina ha cresciuto una famiglia; tre figli e sei nipoti. Vito ha cavalcato il sogno di essere un attore di Hollywood partecipando negli anni alla realizzazione di diversi film girati a Matera, tra cui Il Demonio di Brunello Rondi. Sono i Volpe, nucleo familiare che ha scelto di ritornare e restare nella città un tempo definita “vergogna d’Italia” e oggi faro di speranza per tutto un Meridione in cerca di riscatto. La loro quotidianità si sovrappone con entusiasmo ad uno sfondo di festeggiamenti per la 627ª Festa della Madonna della Bruna e degli incredibili afflussi turistici della Matera dei giorni nostri, unitamente alle riflessioni di personalità e istituzioni legate alla storia della Basilicata e alla nascita di Matera Capitale europea della Cultura 2019.

Matera 15/19: Episodio I è stato realizzato in collaborazione con Lucana Film Commission, Regione Basilicata, Comune di Matera, Comune di San Severino Lucano, Unibas, Parco Nazionale del Pollino, Bcc Laurenzana e Nova Siri, ArifaFilm, West 46th Films e Pierpaolo Bonofiglio.

La serie – già migliore proposta del cinema indipendente alle Giornate Professionali di Mantova del 2015 – di recente è giunta in finale ai Festival di categoria Roma Cinema Doc e Los Angeles CineFest.

L’8 maggio attendiamo dunque di vedere il nuovo impegnativo lavoro di Fabrizio e Alessandro Nucci e di Nicola Rovito, sempre pronti a cimentarsi in esperienze significative e a sorprendere gli spettatori in sala.

Simona Stammelluti


Il prossimo lunedì 8 maggio alle ore 20,30 sarà proiettato in anteprima per la Calabria, presso il Cinema San Nicola di Cosenza, il primo episodio della serie documentaristica Matera 15/19, realizzato dalla società di produzione cinematografica Open Fields Productions e diretto da Fabrizio Nucci, Nicola Rovito e Alessandro Nucci.
Negli anni i giovani registi Fabrizio Nucci e Nicola Rovito si sono distinti, nella produzione dei lungometraggi quali Goodbye Mr. President e Scale Model – La Donna che Uccise due Volte, mentre Alessandro Nucci è già vincitore del premio Ilaria Alpi con il documentario “Una Stagione all’Inferno“.
L’antologia documentaristica racconterà la Basilicata e il Sud Italia per quattro anni a partire dal 2015, alla luce dell’evento internazionale che vede la Città dei Sassi – già patrimonio Unesco Capitale europea della Cultura 2019.
Ogni episodio vedrà un proprio protagonista confrontarsi con il racconto della storia e della cultura lucana, con le problematiche e le riflessioni sull’Europa di oggi, piena di contraddizioni ma anche di speranza per il futuro.

Il primo capitolo concentra la propria narrazione su una famiglia materana: Lina nata nei Sassi di Matera, e suo marito Vito ritornato a casa dopo essere emigrato in Germania per sfuggire alla povertà degli anni ’50. Lina ha cresciuto una famiglia; tre figli e sei nipoti. Vito ha cavalcato il sogno di essere un attore di Hollywood partecipando negli anni alla realizzazione di diversi film girati a Matera, tra cui Il Demonio di Brunello Rondi. Sono i Volpe, nucleo familiare che ha scelto di ritornare e restare nella città un tempo definita “vergogna d’Italia” e oggi faro di speranza per tutto un Meridione in cerca di riscatto. La loro quotidianità si sovrappone con entusiasmo ad uno sfondo di festeggiamenti per la 627ª Festa della Madonna della Bruna e degli incredibili afflussi turistici della Matera dei giorni nostri, unitamente alle riflessioni di personalità e istituzioni legate alla storia della Basilicata e alla nascita di Matera Capitale europea della Cultura 2019.
Matera 15/19: Episodio I è stato realizzato in collaborazione con Lucana Film Commission, Regione Basilicata, Comune di Matera, Comune di San Severino Lucano, Unibas, Parco Nazionale del Pollino, Bcc Laurenzana e Nova Siri, ArifaFilm, West 46th Films e Pierpaolo Bonofiglio.
La serie – già migliore proposta del cinema indipendente alle Giornate Professionali di Mantova del 2015 – di recente è giunta in finale ai Festival di categoria Roma Cinema Doc e Los Angeles CineFest.
L’8 maggio attendiamo dunque di vedere il nuovo impegnativo lavoro di Fabrizio e Alessandro Nucci e di Nicola Rovito, sempre pronti a cimentarsi in esperienze significative e a sorprendere gli spettatori in sala.
Simona Stammelluti


La verità prima o poi viene a galla, se si sa come e dove cercarla.
Dopo due archiviazioni, grazie alla richiesta del legale della famiglia, Avv. Fabio Anselmo, il caso Bergamini giunge ad una svolta. Infatti il capo della procura di Castrovillari, Dott. Eugenio Facciolla, ha deciso di riaprire il caso dopo 28 lunghi anni, ordinando la riesumazione del corpo del calciatore, considerato che ad oggi si dispone di nuove e sofisticate tecnologie che potrebbero far luce una volta per tutte, sulla reale causa del decesso.
Si riparte dal punto più oscuro della vicenda, ossia dalla dinamica della morte di Denis Bergamini, che risulterebbe essere diversa da quanto raccontato dall’allora fidanzata Isabella Internò e dal camionista Raffaele Pisano, che all’epoca dei fatti investì il giovane giocatore. Ad entrambi il procuratore Facciolla ha notificato un avviso di garanzia. Entrambi sono dunque indagati per omicidio con l’aggravante della premeditazione.
In quel lontano 18 novembre del 1989, dichiararono che “Bergamini si era suicidato”. Nel racconto ufficiale dei fatti, Isabella Internò dichiarò ai carabinieri di Roseto Capo Spulico che il ragazzo voleva andar via, lei non riuscì a convincerlo a desistere, in quel momento transitava sulla statale un camion il cui autista vide Bergamini buttarsi sotto le ruote del suo autocarro, che poi aveva trascinato il corpo qualche metro più avanti.
Sembrava la storia di una lite e di un suicidio. Ma chi ha mai creduto a questa tesi? Nessuno, ben che meno la famiglia. Per i tecnici e periti della famiglia di Denis, la tesi non regge e non regge ad oggi neanche secondo la Procura.
Denis è morto per la recisione dell’arteria femorale dovuto al peso del camion sul suo bacino, aveva un ematoma alla tempia, aveva gli abiti intatti, i calzini tirati su, le scarpe senza una scorticatura e al polso un orologio ancora funzionante. Il camion sarebbe pertanto passato sul corpo del calciatore in un secondo momento, per eliminare eventuali tracce.
I due indagati non hanno mai voluto chiarire quel che accadde veramente quella maledetta notte. Adesso però sembra essere la volta buona. E allora attendiamo che la verità arrivi da questa nuova fase della vicenda e forse questa volta dai prelievi, dal Dna e dai nuovi esami che verranno effettuati, sarà possibile capire come è morto Denis e forse anche perché.
Simona Stammelluti

Non è semplice fare un film sui rapporti umani, sui sentimenti, sulle fragilità, sulla “Tenerezza” – intesa proprio come limite sottile compreso tra l’amore e l’aver a cuore – senza rischiare di essere scontati, didascalici, ripetitivi e anacronistici.

Ed invece Gianni Amelio vi è riuscito da grande regista quale è, a gestire e a raccontare quelle cicatrici che spesso si tengono nascoste, perché sennò diventano ingombranti; vi è riuscito perché è quello che sa fare meglio, ossia parlare di relazioni, di uomini che scombinano tutto e spesso non sanno mettere più nulla al proprio posto, se non dopo aver perso tutto.

La tenerezza è una storia di rapporti sdruciti e stanchi, che attendono di essere rammendati, seppur alla meglio, come quando si cerca sempre una scusa per farsi volere bene. E’ un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio. E’ un film che parla di malesseri ben celati tra le pieghe del quotidiano.

La locandina del film in questi giorni nelle sale non dice molto, anzi, potremmo dire che trae un po’ in inganno, considerato che nasconde il protagonista del film, Lorenzo – interpretato da un Renato Carpentieri straordinario, che si muove nel ruolo con una potenza scenica impressionante – un anziano avvocato, vedovo, solo, solitario, con due figli che pensa di non amare, un nipotino, Francesco, che Lorenzo tenta di educare ed istruire fuori dai canoni scolastici, una discreta dose di pasticci combinati durante la sua florida carriera e qualche senso di colpa di troppo. Tutto cambia quando nell’appartamento di fronte – in una Napoli che pulsa e non sta mai ferma – arriva una giovane coppia con due figli, che sembra essere lo specchio della normalità e di una felicità conquistata. Tra Lorenzo e Michela (Micaela Ramazzotti), la giovane moglie di Fabio (Elio Germano) ingegnere navale, sembra nascere una complicità umana che pian piano colma i vuoti emotivi di entrambi e che porterà Lorenzo a riqualificare il rapporto con sua figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno). Una complicità fatta di cene trascorse insieme, di attenzioni verso i bimbi della coppia, di racconti che arrivano dal passato ma che non sono sufficienti a far capire allo spettatore quale dramma sia in agguato.

Il film infatti si snoda lungo un momento che spiazza e che racconta di “un punto senza ritorno“. Una parentesi inaspettata, dai colori del thriller, nella vicenda, che Amelio sa sottolineare con precisione e con un ritmo incalzante dettato da inquadrature veloci e da una pioggia battente che sembra bagnare affannosamente anche chi è seduto in sala.

Una tragedia, dunque, i cui punti salienti sono affidati a lui, Elio Germano, da sempre attore prediletto del regista, che sembra non invecchiare mai e che nella pellicola mostra tutta la sua disperazione e quel mal di vivere quasi sempre in sordina, fin quando però tutto diventa più grande della sua capacità di sopportare quei problemi dell’infanzia, poi divenuti fantasmi di un futuro incerto e ostile.

Nel cast anche Greta Scacchi nei panni della madre di Fabio, e poi ancora Maria Nazionale, oltre a Giuseppe Zeno al quale è affidato un piccolo cameo sul finale.

Il film svela pian piano ciò che accade, induce a riflettere, sa essere prezioso nel suo raccontare ciò che tutti nella vita prima o poi proviamo, quando avvertiamo la sensazione di essere fuori luogo, nella vita di qualcuno, e allora facciamo piccoli passi indietro per poi a volte finire chissà dove, senza però volerlo veramente. E’ un film che non lascia spazio alla fuga emotiva, che “ti tira dentro“, e ti fa provare una tenerezza che non dimentichi quando le luci in sala si riaccendono.

Amelio racconta di come oramai la definizione di famiglia sia troppo stereotipata, di come si sia spesso portati a pensare che da soli si possa essere più forti, mentre lo si è insieme a qualcuno senza saperne davvero il perché; racconta di come si possa amare senza accorgersene e della sensazione terribile di non poter tornare indietro, quando ce ne si rende conto.

I dettagli della vita di Lorenzo, appaiono nel film poco alla volta, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. La visita dell’avvocato a colei che fu la sua amante, la ricerca di un perdono seppur silenzioso, la necessità di mentire pur di continuare a stare al fianco di qualcuno.

E’ un film lungo, cadenzato, con una sceneggiatura a tratti ridondante. La fotografia è priva di saturazione e di vividezza, come se fosse sotto l’effetto di un tempo andato. Si predilige il primo piano, un primo piano anche sul dolore che sa divenire protagonista tanto quanto i suoi attori. Poche le panoramiche, perché Amelio sa che non serviranno, ma ci sono inquadrature che “lasciano andare”, che mostrano un dopo probabile, ma non sempre possibile.

Il finale non è scontato, ma è quello che lo spettatore vuole, e Gianni Amelio lo sa.

E’ senza dubbio un film da 4 stelle su 5, che ha qualche pecca, tra cui l’essere molto lungo, considerato che alcune scene vengono più e più volte ripetute. Ma forse quella ripetizione serve a sottolineare una volontà forte di restare … dote che appartiene a chi ha ormai capito che non si può scappare da una tenerezza che ti viene incontro.

Simona Stammelluti

Non è semplice fare un film sui rapporti umani, sui sentimenti, sulle fragilità, sulla “Tenerezza” – intesa proprio come limite sottile compreso tra l’amore e l’aver a cuore – senza rischiare di essere scontati, didascalici, ripetitivi e anacronistici.

Ed invece Gianni Amelio vi è riuscito da grande regista quale è, a gestire e a raccontare quelle cicatrici che spesso si tengono nascoste, perché sennò diventano ingombranti; vi è riuscito perché è quello che sa fare meglio, ossia parlare di relazioni, di uomini che scombinano tutto e spesso non sanno mettere più nulla al proprio posto, se non dopo aver perso tutto.
La tenerezza è una storia di rapporti sdruciti e stanchi, che attendono di essere rammendati, seppur alla meglio, come quando si cerca sempre una scusa per farsi volere bene. E’ un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio. E’ un film che parla di malesseri ben celati tra le pieghe del quotidiano.
La locandina del film in questi giorni nelle sale non dice molto, anzi, potremmo dire che trae un po’ in inganno, considerato che nasconde il protagonista del film, Lorenzo – interpretato da un Renato Carpentieri straordinario, che si muove nel ruolo con una potenza scenica impressionante – un anziano avvocato, vedovo, solo, solitario, con due figli che pensa di non amare, un nipotino, Francesco, che Lorenzo tenta di educare ed istruire fuori dai canoni scolastici, una discreta dose di pasticci combinati durante la sua florida carriera e qualche senso di colpa di troppo. Tutto cambia quando nell’appartamento di fronte – in una Napoli che pulsa e non sta mai ferma – arriva una giovane coppia con due figli, che sembra essere lo specchio della normalità e di una felicità conquistata. Tra Lorenzo e Michela (Micaela Ramazzotti), la giovane moglie di Fabio (Elio Germano) ingegnere navale, sembra nascere una complicità umana che pian piano colma i vuoti emotivi di entrambi e che porterà Lorenzo a riqualificare il rapporto con sua figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno). Una complicità fatta di cene trascorse insieme, di attenzioni verso i bimbi della coppia, di racconti che arrivano dal passato ma che non sono sufficienti a far capire allo spettatore quale dramma sia in agguato.

Il film infatti si snoda lungo un momento che spiazza e che racconta di “un punto senza ritorno“. Una parentesi inaspettata, dai colori del thriller, nella vicenda, che Amelio sa sottolineare con precisione e con un ritmo incalzante dettato da inquadrature veloci e da una pioggia battente che sembra bagnare affannosamente anche chi è seduto in sala.
Una tragedia, dunque, i cui punti salienti sono affidati a lui, Elio Germano, da sempre attore prediletto del regista, che sembra non invecchiare mai e che nella pellicola mostra tutta la sua disperazione e quel mal di vivere quasi sempre in sordina, fin quando però tutto diventa più grande della sua capacità di sopportare quei problemi dell’infanzia, poi divenuti fantasmi di un futuro incerto e ostile.
Nel cast anche Greta Scacchi nei panni della madre di Fabio, e poi ancora Maria Nazionale, oltre a Giuseppe Zeno al quale è affidato un piccolo cameo sul finale.
Il film svela pian piano ciò che accade, induce a riflettere, sa essere prezioso nel suo raccontare ciò che tutti nella vita prima o poi proviamo, quando avvertiamo la sensazione di essere fuori luogo, nella vita di qualcuno, e allora facciamo piccoli passi indietro per poi a volte finire chissà dove, senza però volerlo veramente. E’ un film che non lascia spazio alla fuga emotiva, che “ti tira dentro“, e ti fa provare una tenerezza che non dimentichi quando le luci in sala si riaccendono.

Amelio racconta di come oramai la definizione di famiglia sia troppo stereotipata, di come si sia spesso portati a pensare che da soli si possa essere più forti, mentre lo si è insieme a qualcuno senza saperne davvero il perché; racconta di come si possa amare senza accorgersene e della sensazione terribile di non poter tornare indietro, quando ce ne si rende conto.
I dettagli della vita di Lorenzo, appaiono nel film poco alla volta, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. La visita dell’avvocato a colei che fu la sua amante, la ricerca di un perdono seppur silenzioso, la necessità di mentire pur di continuare a stare al fianco di qualcuno.
E’ un film lungo, cadenzato, con una sceneggiatura a tratti ridondante. La fotografia è priva di saturazione e di vividezza, come se fosse sotto l’effetto di un tempo andato. Si predilige il primo piano, un primo piano anche sul dolore che sa divenire protagonista tanto quanto i suoi attori. Poche le panoramiche, perché Amelio sa che non serviranno, ma ci sono inquadrature che “lasciano andare”, che mostrano un dopo probabile, ma non sempre possibile.
Il finale non è scontato, ma è quello che lo spettatore vuole, e Gianni Amelio lo sa.
E’ senza dubbio un film da 4 stelle su 5, che ha qualche pecca, tra cui l’essere molto lungo, considerato che alcune scene vengono più e più volte ripetute. Ma forse quella ripetizione serve a sottolineare una volontà forte di restare … dote che appartiene a chi ha ormai capito che non si può scappare da una tenerezza che ti viene incontro.
Simona Stammelluti

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Manca una settimana esatta e Agrigento sarà la capitale regionale della cardiologia.
I prossimi 27, 28 e 29 Aprile aprirà i battenti il 49° Congresso Regionale dell’Associazione Nazione dei Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO).
Il congresso vedrà la partecipazione di oltre 120 Cardiologi provenienti da tutte le realtà Cardiologiche siciliane e di oltre 150 infermieri i quali parteciperanno all’evento “Cardionursing” che si terrà parallelamente nei giorni 28 e 29 Aprile.
Direttore del Convegno, insieme al Presidente Regionale dell’ANMCO dott. Chiarandà, è il Primario di Cardiologia dell’Ospedale San Giovanni di Dio, Dott. Giuseppe Caramanno al quale chiediamo alcune anticipazioni.
Dottore è per voi un grande orgoglio organizzare ad Agrigento questo prestigioso convegno regionale. Come si svolgerà l’evento?
”Saranno tre giornate molto intense in cui si susseguiranno numeri simposi a tema, letture magistrali e tavole rotonde che, con approccio scientifico, saranno il filo conduttore dell’evento. Le discussioni in seduta plenaria al termine di ciascuna sessione permetteranno un proficuo scambio di opinioni che, traendo spunto anche dalle esperienze di ciascuno, arricchiranno considerevolmente il bagaglio di conoscenze dei partecipanti”.
Organizzare un tale evento in città è la conferma del fatto che la Cardiologia di Agrigento rappresenti una qualificata realtà in seno al panorama sanitario siciliano, sicuramente fra le più importanti in Sicilia?
”La cardiologia di Agrigento ha sempre cercato di proporre un’offerta sanitaria di livello ed al passo con i tempi. Da quando il Dott. Nastri ha avviato l’unità coronarica e l’elettrostimolazione con l’impianto dei primi pacemaker, con l’avvio dell’Emodinamica con il trattamento dell’infarto miocardico mediante angioplastica primaria e con l’imminente avvio dell’attività di elettrofisiologia per il trattamento delle aritmie cardiache mediante ablazione, si è enormemente ridotta la necessità per i residenti della nostra provincia di affrontare trasferte anche fuori regione per avere assicurato un diritto fondamentale quale il diritto alla salute.
Ciò è reso possibile dall’ abnegazione e professionalità che tutto il personale medico, infermieristico ed ausiliario assicura quotidianamente senza risparmio”.

Nel comitato organizzatore dell’evento è presente anche il Dott. Salvatore Di Rosa, anch’esso cardiologo presso l’Ospedale San Giovanni Di Dio di Agrigento. Abbiamo ascoltato anche lui.
Dottor Di Rosa, la scelta di organizzare ad Agrigento un evento regionale così prestigioso è un segnale importante. Verso cosa si muove la Cardiologia di Agrigento?
”Se l’Anmco ha scelto Agrigento come luogo in cui organizzare un evento che richiamerà quasi 300 operatori in campo sanitario e cardiologico, è certamente un implicito riconoscimento del lavoro che si è fatto in questi anni e dei progressi che si sono nel tempo costruiti. Più di 2000 ricoveri, 1800 coronarografie, 1100 angioplastiche, 230 pacemaker oltre l’ordinaria attività di reparto sono numeri che annualmente pongono il nostro reparto su elevati standard oltre che quantitativi anche qualitativi. Rimane forte la spinta ad arricchire costantemente l’offerta sanitaria, assicurando sempre migliori cure ai nostri pazienti. Per tali ragioni a breve si darà avvio in reparto, all’attività di elettrofisiologia con l’obiettivo di proseguire nel campo dell’innovazione aprendoci pertanto ad altre metodiche diagnostiche e terapeutiche”.
Dott. Di Rosa lei è anche il presidente dell’associazione il cuore di Agrigento ONLUS che riunisce i cardiologi della vostra struttura ospedaliera. Quali gli scopi della vostra associazione?
“Con i colleghi della cardiologia abbiamo costituito una ONLUS e stiamo sviluppando un progetto denominato “Agrigento cardioprotetta” che si pone l’ambizioso obiettivo di dotare il territorio comunale di una rete di defibrillatori semiautomatici per la prevenzione della morte cardiaca improvvisa. Tali postazioni sono già presenti in altre realtà nazionali ed anche in questo pensiamo che la nostra città non deve essere da meno. I primi due dispositivi sono già stati donati al Comune che sta provvedendo alla loro installazione. Stiamo anche lavorando per organizzare corsi rivolti alla cittadinanza sul corretto uso di tali dispositivi e sull’importanza della prevenzione cardiovascolare e dei fattori di rischi sui quali si deve intervenire”.

Pina Belmonte


Lei si chiama Pina Belmonte, 31 anni, vive e lavora a Gerusalemme, in Terra Santa.
La sua storia ed il legame profondo con quella terra è iniziata 3 anni fa quando contattò il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Affascinata dal mondo arabo islamico e da ciò che c’è oltre il Mediterraneo, Pina ha dedicato anni e molto del suo tempo a studi riguardanti quella realtà.
Sin da bambina coltiva il desiderio di prestare il suo serviz­io nei posti geograficamente più critici. So­no circa dodici anni che presta servizio nel mondo del socia­le. Dai centri di ac­coglienza, alle carce­ri, alla Caritas, all’Associazione “Casa Nostra” parte operativa della Caritas diocesana dell’Arcidiocesi Cosenza-Bisignano della quale ne è vice-presidente, oltre ad occuparsi ad oggi, di sociale in Terra Santa.

Il Patriarcato Lat­ino di Gerusalemme le ha aperto le sue porte e così è iniziata la sua collaborazi­one all’interno del Patriarcato stesso, nella se­de di Gerusalemme. In seguito a Taybeh, ha operato in un centro per anziani e attualme­nte è di nuovo a Gerus­alemme dove lavora presso l’ospi­zio Sant Vincent de Paul nel centro della città, che os­pita persone con disabilità fisiche e mentali.
Quella terra è ormai come se fosse casa sua; a quella terra deve tanto perché ogni volta che fa ritorno in Italia, porta con se qualcosa in più che riguarda i rapporti umani e le difficoltà dell’esistenza.
Fino a pochi giorni fa Gerusalemme era inondata da pellegrini provenienti da tutte le parti del mondo in occasione della Santa Pasqua.
È la stessa Pina, a raccontare al nostro giornalequanto stupendo sia stato vedere così tante persone percorrere le strade che racchiudono in se una grande storia. La terra santa è un luogo così affascinante, ricco di spiritualità, ma è anche una terra che ogni giorno deve fare i conti con una realtà molto complicata: Check Point , perquisizioni per strada e nei luoghi più frequentati, e poi ancora arresti, espropri di terreni; Polizia e soldati sono ovunque“.
D: Pina cosa si prova a camminare per le strade di Gerusalemme ogni giorno?
R: “Ti assale un senso di impotenza nel vedere determinate scene, mentre ci si chiede se la pace sarà mai possibile in questa terra. Non si tratta solo di divisioni di religioni ma di interessi economici e politici. La pace non è la gente a non volerla, ma probabilmente chi sta ai vertici del potere. Qualche giorno fa a Damascus Gate – precisamente nella via Doloroso dove c’è sempre un posto di blocco di soldati – ho assistito a una scena che tra tante scene poco belle che si vedono qui ogni giorno, mi ha concesso un respiro di speranza: un bambino palestinese ha teso la mano verso questi soldati e loro sorridenti hanno stretto la sua, di mano. Credo che tutto possa o debba partire da gesti ed azioni anche piccole, come questa. Tendere la mano e non dividere costruendo muri, perché vedere una terra così bella divisa da un muro lungo 700 km davvero strazia il cuore”.


D: E quando le chiedo cosa vedono i suoi occhi ogni giorno lei mi risponde:
R: “Tanta sofferenza sia nel popolo ebraico che palestinese, ma la vita per i palestinesi ogni giorno è più difficile”.
D: Perché? – le chiedo.
R: “Molti palestinesi quando devono spostarsi dai loro territori per raggiungere il posto di lavoro al mattino, o per altri motivi, tutte le volte devono svegliarsi ore prima per superare i controlli ai check Point. Check Point che mentre li percorri, ti sembra di essere rinchiuso in una gabbia”.


D: Porti il copricapo nelle foto; Per scelta o per necessità?
R: “Porto lo hijab solo per esempio per entrare nella spianata della moschea al Aqusa, dove è obbligatorio. Ogni volta che mi è capitato di entrare in casa di musulmani, sono sempre stata libera di poter entrare senza velo“.
D: Che tipo di nostalgia provi, quando non sei a Gerusalemme?
R: “Quando non sono a Gerusalemme il mio cuore è sempre lì. Porto questo luogo, alcune scene e persone sempre nel mio cuore”.
D: Cosa fai a Gerusalemme nel tempo libero?
R: “Nel tempo libero cerco di conoscere ancora meglio questa terra e le sue tradizioni, camminando per i vicoli della città o spostandomi in altre città vicine. Dopo il lavoro, alcune volte incontro le mie amiche e parliamo davanti ad un buon caffè o facciamo una passeggiata. Qui ho stretto rapporti di amicizia con varie persone ma in particolare con Asma e Alaa. Loro sono musulmane ma la nostra amicizia si basa sul rispetto reciproco. Spesso mi invitano a casa loro e mi fanno sentire in famiglia. Alaa proprio tra qualche giorno si sposa! Quale gioia più grande che poter essere presente al suo matrimonio”.
D: A cosa pensi alla sera, prima di dormire, quando le luci si spengono e nel silenzio alcuni suoni fanno più paura?
R: “La notte spesso crollo dalla stanchezza perché troppo stanca dalla giornata trascorsa, ma ci sono notti che mi addormento molto tardi perché mi piace guardare il cielo di Gerusalemme. Sono tanti i pensieri che si affollano nella mente: quelli personali che mi riportano a coloro che ho lasciato in Italia e quelli che vivo ogni giorno qui. Spesso ripercorro scene, incontri, situazioni che ho dovuto affrontare, che ho vissuto durante la giornata che sta per terminare“.
D: Farai ritorno in Italia?
R: “Verso fine maggio, ma come ogni volta lascerò questa terra con tanta nostalgia e con la voglia di farci presto ritorno. Ogni volta non so quando ritornerò, in che zona, né in quale struttura presterò il mio futuro servizio, perché ogni volta è sempre diverso … è sempre un mettersi di nuovo in gioco quando si lavora con persone diverse e in ambienti lavorativi diversi da quelli a cui siamo abituati”.

Pina, dobbiamo lasciarci; Scegli tu come …

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia“.
Adesso a Gerusalemme sono le 21,40 ed io e Pina, seppur distanti, guardiamo lo stesso cielo.
Simona Stammelluti











Pina Belmonte

Lei si chiama Pina Belmonte, 31 anni, vive e lavora a Gerusalemme, in Terra Santa.
La sua storia ed il legame profondo con quella terra è iniziata 3 anni fa quando contattò il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Affascinata dal mondo arabo islamico e da ciò che c’è oltre il Mediterraneo, Pina ha dedicato anni e molto del suo tempo a studi riguardanti quella realtà.

Sin da bambina coltiva il desiderio di prestare il suo serviz­io nei posti geograficamente più critici. So­no circa dodici anni che presta servizio nel mondo del socia­le. Dai centri di ac­coglienza, alle carce­ri, alla Caritas, all’Associazione “Casa Nostra” parte operativa della Caritas diocesana dell’Arcidiocesi Cosenza-Bisignano della quale ne è vice-presidente, oltre ad occuparsi ad oggi, di sociale in Terra Santa.

Il Patriarcato Lat­ino di Gerusalemme le ha aperto le sue porte e così è iniziata la sua collaborazi­one all’interno del Patriarcato stesso, nella se­de di Gerusalemme. In seguito a Taybeh, ha operato in un centro per anziani e attualme­nte è di nuovo a Gerus­alemme dove lavora presso l’ospi­zio Sant Vincent de Paul nel centro della città, che os­pita persone con disabilità fisiche e mentali.

Quella terra è ormai come se fosse casa sua; a quella terra deve tanto perché ogni volta che fa ritorno in Italia, porta con se qualcosa in più che riguarda i rapporti umani e le difficoltà dell’esistenza.

Fino a pochi giorni fa Gerusalemme era inondata da pellegrini provenienti da tutte le parti del mondo in occasione della Santa Pasqua.

È la stessa Pina, a raccontare al nostro giornalequanto stupendo sia stato vedere così tante persone percorrere le strade che racchiudono in se una grande storia. La terra santa è un luogo così affascinante, ricco di spiritualità, ma è anche una terra che ogni giorno deve fare i conti con una realtà molto complicata: Check Point , perquisizioni per strada e nei luoghi più frequentati, e poi ancora arresti, espropri di terreni; Polizia e soldati sono ovunque“.

D: Pina cosa si prova a camminare per le strade di Gerusalemme ogni giorno?

R: “Ti assale un senso di impotenza nel vedere determinate scene, mentre ci si chiede se la pace sarà mai possibile in questa terra. Non si tratta solo di divisioni di religioni ma di interessi economici e politici. La pace non è la gente a non volerla, ma probabilmente chi sta ai vertici del potere. Qualche giorno fa a Damascus Gate – precisamente nella via Doloroso dove c’è sempre un posto di blocco di soldati – ho assistito a una scena che tra tante scene poco belle che si vedono qui ogni giorno, mi ha concesso un respiro di speranza: un bambino palestinese ha teso la mano verso questi soldati e loro sorridenti hanno stretto la sua, di mano. Credo che tutto possa o debba partire da gesti ed azioni anche piccole, come questa. Tendere la mano e non dividere costruendo muri, perché vedere una terra così bella divisa da un muro lungo 700 km davvero strazia il cuore”.


D: E quando le chiedo cosa vedono i suoi occhi ogni giorno lei mi risponde:

R: “Tanta sofferenza sia nel popolo ebraico che palestinese, ma la vita per i palestinesi ogni giorno è più difficile”.

D: Perché? – le chiedo.

R: “Molti palestinesi quando devono spostarsi dai loro territori per raggiungere il posto di lavoro al mattino, o per altri motivi, tutte le volte devono svegliarsi ore prima per superare i controlli ai check Point. Check Point che mentre li percorri, ti sembra di essere rinchiuso in una gabbia”.


D: Porti il copricapo nelle foto; Per scelta o per necessità?

R: “Porto lo hijab solo per esempio per entrare nella spianata della moschea al Aqusa, dove è obbligatorio. Ogni volta che mi è capitato di entrare in casa di musulmani, sono sempre stata libera di poter entrare senza velo“.

D: Che tipo di nostalgia provi, quando non sei a Gerusalemme?

R: “Quando non sono a Gerusalemme il mio cuore è sempre lì. Porto questo luogo, alcune scene e persone sempre nel mio cuore”.

D: Cosa fai a Gerusalemme nel tempo libero?

R: “Nel tempo libero cerco di conoscere ancora meglio questa terra e le sue tradizioni, camminando per i vicoli della città o spostandomi in altre città vicine. Dopo il lavoro, alcune volte incontro le mie amiche e parliamo davanti ad un buon caffè o facciamo una passeggiata. Qui ho stretto rapporti di amicizia con varie persone ma in particolare con Asma e Alaa. Loro sono musulmane ma la nostra amicizia si basa sul rispetto reciproco. Spesso mi invitano a casa loro e mi fanno sentire in famiglia. Alaa proprio tra qualche giorno si sposa! Quale gioia più grande che poter essere presente al suo matrimonio”.

D: A cosa pensi alla sera, prima di dormire, quando le luci si spengono e nel silenzio alcuni suoni fanno più paura?

R: “La notte spesso crollo dalla stanchezza perché troppo stanca dalla giornata trascorsa, ma ci sono notti che mi addormento molto tardi perché mi piace guardare il cielo di Gerusalemme. Sono tanti i pensieri che si affollano nella mente: quelli personali che mi riportano a coloro che ho lasciato in Italia e quelli che vivo ogni giorno qui. Spesso ripercorro scene, incontri, situazioni che ho dovuto affrontare, che ho vissuto durante la giornata che sta per terminare“.

D: Farai ritorno in Italia?

R: “Verso fine maggio, ma come ogni volta lascerò questa terra con tanta nostalgia e con la voglia di farci presto ritorno. Ogni volta non so quando ritornerò, in che zona, né in quale struttura presterò il mio futuro servizio, perché ogni volta è sempre diverso … è sempre un mettersi di nuovo in gioco quando si lavora con persone diverse e in ambienti lavorativi diversi da quelli a cui siamo abituati”.

Pina, dobbiamo lasciarci; Scegli tu come …

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia“.

Adesso a Gerusalemme sono le 21,40 ed io e Pina, seppur distanti, guardiamo lo stesso cielo.

Simona Stammelluti