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E’ accaduto all’Expo 2015. Sono stati venduti cannoli siciliani senza emissione di scontrino, ed oggi la Regione Sicilia si vede recapitare una multa di 600 euro

E’ La Repubblica a riportare i fatti che si riferiscono a quanto accaduto durante la recente fiera mondiale dedicata al food, tenutasi a Milano.
Cannoli e dolci venduti senza scontrino presso il Biocluster, e così l’Agenzia delle Entrate ha notificato al governatore della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, la cartella esattoriale di 600 euro, relativa alla multa emessa dalla Guardia di Finanza durante alcuni controlli effettuati presso lo stand fieristico, dopo aver constatato la mancata emissione di scontrino fiscale, a seguito di vendita di cannoli siciliani.
A parlare in merito Dario Cartabellotta, il commissario del Biocluster, che ammette l’esistenza della multa e che giustifica dicendo “sarà stata una svista, considerato che su 156 mila scontrini emessi, ne vengono contstai solo due, e su 2 milioni e mezzo di visitatori, durante l’Expo, in 500 mila hanno acquistato prodotti siciliani”.
E poi aggiunge che “oltre a gestire lo spazio, la Regione si è occupata della vendita diretta dei prodotti, acquistati da aziende siciliane. Se ne occupavano alcuni funzionari”.
Adesso tocca capire chi dovrà pagare questa multa.
Secondo Cartabellotta, “il funzionario della regione di turno quel giorno”.
Intanto il governatore Crocetta ironizza circa il verbale della Guardia di Finanza: “anche i cannoli, no! Vada per le multe che ricevo nonostante io non guidi, vada per quelle dei manifesti elettorali del Megafono indirizzate a me, ma per i cannoli no. È un dolce che non apprezzo…”
E poi continua: “non so nulla di questa storia, né tantomeno capisco perché questo verbale sia stato inviato alla Presidenza della Regione. C’è una responsabilità del Biocluster, che la multa vada indirizzata lì”.
Chissà chi la pagherà questa multa, considerato anche che la storia dei “cannoli senza scontrino”, sono solo uno dei tanti problemi sorti dopo l’Expo 2015.
Simona Stammelluti


L’ennesimo anniversario.
Un anniversario quasi muto.
Era il 26 aprile del 1986, nel nord dell’Ucraina.
Esplode la centrale numero 4 di Cernobyl.
100 mila persone costretta ad abbandonare le proprie abitazioni.
Una landa spettrale lunga 2.600 km quadrati, tra Ucraina e Biellorussia.
Tantissimi i contagiati dalle radiazioni.
E ancora oggi si contano le vittime.
E’ la catastrofe nucleare più grave della storia.
E’ catastrofe.
E poi silenzio.
Un silenzio lungo trent’anni.
Perché da allora, sono cambiate poche cose.
Il materiale radioattivo è ancora lì e le radiazioni continuano a mietere vittime, continuano ad uccidere.
Ma lo scenario a distanza di trent’anni sembra sorprendere. Nell’area intorno alla centrale nucleare, ci sono numerosi animali selvatici, che hanno ripopolato la zona, che – ad oggi – è abitata da soli 158 anziani, che hanno deciso di tornare alle proprie abitazioni, dopo il disastro.
A documentare la presenza dei tanti animali, sono le telecamere installate in loco dai ricercatori dell’Università della Georgia, in quella che fu l’area “off limits”, e che riguarda il raggio di 30 chilometri dal luogo del disastro.
Dalle immagini è stato possibile constatare che le radiazioni, ancora presenti, non influenzano certo la presenza di animali, anche se serviranno ulteriori ed approfonditi studi per capire gli effetti della contaminazione sulla fauna, e soprattutto per stabilire i dati sulla sopravvivenza delle specie animali: quanto vivono e come.
Dalle immagini raccolte si sono potute individuare 14 specie diverse di mammiferi e tra questi le più frequenti sono lupo, volpe rossa, cinghiale, cane procione. Tutti che provano ovviamente a concentrarsi nelle zone dove c’è maggior presenza di acqua e cibo. Sotto la lente di ingrandimento sono finiti maggiormente i carnivori, che per la loro posizione nella catena alimentare, sarebbero quelli più esposti alla contaminazione, considerato che oltre ad assorbire radiazioni dal suolo e dall’acqua che bevono, ingeriscono prede che si nutrono sullo stesso territorio.
Cernobyl resta comunque una landa desolata. Un luogo vuoto, irreale e silenzioso, oltre ogni immaginazione, anche se c’è chi ha sfidato la contaminazione stessa ed ha disatteso l’ordine di evacuazione delle autorità ucraine, ed è tornato a vivere lì, forse senza un preciso perché.
Tra i 158 anziani che sono tornati a vivere in quei luoghi mostruosamente desolati, c’è il signor Ivan, che ha 90 anni, e che dopo la morte della moglie, non solo ha continuato a vivere la sua vita di sempre, nei “luoghi di alienazione”, ma lo ha fatto perseverando nelle proprie abitudini, continuando persino a mangiare dei frutti del suo orto, e a prendersi cura del suo bestiame, dalle galline ai maiali. Racconta che anche sua sorella e suo cognato, erano rimasti a vivere lì, fin quando poi non sono morti…di ansia, dice. E poi aggiunge di non averne mai sofferto, lui. I medici lo visitano, spesso, e dicono che sta bene. Alla domanda di quale sia il segreto per sopravvivere, lui risponde “il non essere mai andato via dai luoghi nel quale è nato”. Ma la cosa che manca “per davvero” dice la signora Maria, 80 anni, sono le risate dei bambini, ma lei ne è certa…un giorno anche loro torneranno a giocare a Cernobyl.
Simona Stammelluti

L’ennesimo anniversario.
Un anniversario quasi muto.
Era il 26 aprile del 1986, nel nord dell’Ucraina.
Esplode la centrale numero 4 di Cernobyl.
100 mila persone costretta ad abbandonare le proprie abitazioni.
Una landa spettrale lunga 2.600 km quadrati, tra Ucraina e Biellorussia.
Tantissimi i contagiati dalle radiazioni.
E ancora oggi si contano le vittime.
E’ la catastrofe nucleare più grave della storia.
E’ catastrofe.
E poi silenzio.

Un silenzio lungo trent’anni.
Perché da allora, sono cambiate poche cose.

Il materiale radioattivo è ancora lì e le radiazioni continuano a mietere vittime, continuano ad uccidere.

Ma lo scenario a distanza di trent’anni sembra sorprendere. Nell’area intorno alla centrale nucleare, ci sono numerosi animali selvatici, che hanno ripopolato la zona, che – ad oggi – è abitata da soli 158 anziani, che hanno deciso di tornare alle proprie abitazioni, dopo il disastro.

A documentare la presenza dei tanti animali, sono le telecamere installate in loco dai ricercatori dell’Università della Georgia, in quella che fu l’area “off limits”, e che riguarda il raggio di 30 chilometri dal luogo del disastro.

Dalle immagini è stato possibile constatare che le radiazioni, ancora presenti, non influenzano certo la presenza di animali, anche se serviranno ulteriori ed approfonditi studi per capire gli effetti della contaminazione sulla fauna, e soprattutto per stabilire i dati sulla sopravvivenza delle specie animali: quanto vivono e come.

Dalle immagini raccolte si sono potute individuare 14 specie diverse di mammiferi e tra questi le più frequenti sono lupo, volpe rossa, cinghiale, cane procione. Tutti che provano ovviamente a concentrarsi nelle zone dove c’è maggior presenza di acqua e cibo. Sotto la lente di ingrandimento sono finiti maggiormente i carnivori, che per la loro posizione nella catena alimentare, sarebbero quelli più esposti alla contaminazione, considerato che oltre ad assorbire radiazioni dal suolo e dall’acqua che bevono, ingeriscono prede che si nutrono sullo stesso territorio.

Cernobyl resta comunque una landa desolata. Un luogo vuoto, irreale e silenzioso, oltre ogni immaginazione, anche se c’è chi ha sfidato la contaminazione stessa ed ha disatteso l’ordine di evacuazione delle autorità ucraine, ed è tornato a vivere lì, forse senza un preciso perché.

Tra i 158 anziani che sono tornati a vivere in quei luoghi mostruosamente desolati, c’è il signor Ivan, che ha 90 anni, e che dopo la morte della moglie, non solo ha continuato a vivere la sua vita di sempre, nei “luoghi di alienazione”, ma lo ha fatto perseverando nelle proprie abitudini, continuando persino a mangiare dei frutti del suo orto, e a prendersi cura del suo bestiame, dalle galline ai maiali. Racconta che anche sua sorella e suo cognato, erano rimasti a vivere lì, fin quando poi non sono morti…di ansia, dice. E poi aggiunge di non averne mai sofferto, lui. I medici lo visitano, spesso, e dicono che sta bene. Alla domanda di quale sia il segreto per sopravvivere, lui risponde “il non essere mai andato via dai luoghi nel quale è nato”. Ma la cosa che manca “per davvero” dice la signora Maria, 80 anni, sono le risate dei bambini, ma lei ne è certa…un giorno anche loro torneranno a giocare a Cernobyl.

Simona Stammelluti

“La spada della giustizia non ha fodero”
[Joseph de Maistre]

“Non le rende giustizia”. Chi non ha mai usato questa espressione per dire che qualcuno o qualcosa fosse bello o bella dal vivo, rispetto a come appare ad esempio in una foto? Quel che è giusto, è giusto…verrebbe da dire. Ma non sempre è così.

La cronaca ci fornisce ogni giorni innumerevoli spunti di riflessione su cosa sia giusto e cosa no e la libertà di pensiero e di parola di cui siamo dotati, ci permette di schierarci da una parte o dall’altra, andando lì dove non solo la logica, la sapienza, la lucidità di intenti ci conduce, ma anche lì dove la coscienza insinua a volte un ragionevole dubbio e ci sprona a capire fino in fondo, non solo dove sia la verità, ma anche ciò che è giusto.

Dalla parole “giustizia” ci aspettiamo che sia – e resti – un principio imprescindibile. Quella parola che deriva dal latino iustus, che significa “giusto”,  e che come opposto da “errore”, sbaglio. Sbagliare è umano, si sa, ma bisognerebbe vedere come, dove e con cosa si sbaglia. Perché sbagliare strada, o decisione personale non è proprio come sbagliare a giudicare, per chi di mestiere giudica, o sbagliare a concedere, per chi può decidere se “concedere” qualcosa a qualcuno, ed in che misura.

E spesso si grida alla “giustizia” quando di stare zitti proprio non si può più, quando l’ (in)giustizia è “macroscopica”, ed è lì, proprio dietro la porta di casa, al nascere del nuovo giorno, quando è talmente spietata che non si regge il peso di quell’essere uomo che – in rispetto alla regole – non si può far giustizia da solo.

L’ordine “virtuoso” dei rapporti umani, coniugato secondo leggi che dovrebbero essere uguali per tutti, regolano il vivere civile. Ma fino a quando? Quando la giustizia sarà per davvero “la cosa giusta”?

La giustizia, per se o per gli altri, è un diritto, o un dovere? Entrambi. La giustizia è ciò che “è dovuto” ad ogni essere umano, quindi un diritto, e chi la dispensa “deve” deontologicamente renderla inviolabile. E’ dunque anche un dovere.

Ma è quando si palesa la necessità di far coincidere “diritto e dovere”, che alcune dinamiche non finiscono al proprio posto. Gli esempi potrebbero essere molteplici, in un quotidiano di molte ingiustizie e di pochissime cose rette, eppure sono spesso “le sentenze” a sfidare le nostre consapevolezze, circa la giustizia.

Poco o tanto, basta che ci sia una pena.

No. La pena deve essere congrua al reato, per essere giusta. Che poi ci pensano gli attenuanti a fare il resto. E gli aggravanti, spesso non bastano a “rendere giustizia”. Perché ciò che è giusto, non sempre si nutre di fattori quali il dolore, la perdita, la verità, che in molti casi resta sconosciuta.

E così in questi giorni, ci è toccato fare i conti con una vicenda che a più di qualcuno ha strappato un sonoro “non è giusto, hanno sbagliato”. Perché ad un soggetto come Doina Matei, che ha ucciso una sua coetanea, infilzandole la punta di un ombrello in un occhio, che ha ucciso per futili motivi, che ha ucciso con cattiveria e crudeltà, che ha ucciso … forse “non era giusto” concedere la semilibertà solo dopo 9 anni di carcere. Esce, perché dovrebbe andare a lavoro, ed invece mostra le sue foto in costume da bagno, sorridente, sul famoso social network. E meno giusto concederle la semilibertà, è ingiusto che anziché andare a lavoro codesto elemento sia andata altrove, o è orrendamente ingiusto che mostri un sorriso, sfidando il dolore di chi, forse la giustizia in questa perdita non la vedrà mai, come “diritto”?

“Per Doina Matei vorremmo la pena di morte” – si sfoga Giuseppe Russo, il papà della povera Vanessa – quelle foto per noi sono state una pugnalata”.

Ma come diceva De Maistre, la spada della giustizia non ha fodero, e dunque, colpisce e ferisce, anche quando non deve.

Simona Stammelluti

“La spada della giustizia non ha fodero”
[Joseph de Maistre]

“Non le rende giustizia”. Chi non ha mai usato questa espressione per dire che qualcuno o qualcosa fosse bello o bella dal vivo, rispetto a come appare ad esempio in una foto? Quel che è giusto, è giusto…verrebbe da dire. Ma non sempre è così.
La cronaca ci fornisce ogni giorni innumerevoli spunti di riflessione su cosa sia giusto e cosa no e la libertà di pensiero e di parola di cui siamo dotati, ci permette di schierarci da una parte o dall’altra, andando lì dove non solo la logica, la sapienza, la lucidità di intenti ci conduce, ma anche lì dove la coscienza insinua a volte un ragionevole dubbio e ci sprona a capire fino in fondo, non solo dove sia la verità, ma anche ciò che è giusto.
Dalla parole “giustizia” ci aspettiamo che sia – e resti – un principio imprescindibile. Quella parola che deriva dal latino iustus, che significa “giusto”,  e che come opposto da “errore”, sbaglio. Sbagliare è umano, si sa, ma bisognerebbe vedere come, dove e con cosa si sbaglia. Perché sbagliare strada, o decisione personale non è proprio come sbagliare a giudicare, per chi di mestiere giudica, o sbagliare a concedere, per chi può decidere se “concedere” qualcosa a qualcuno, ed in che misura.
E spesso si grida alla “giustizia” quando di stare zitti proprio non si può più, quando l’ (in)giustizia è “macroscopica”, ed è lì, proprio dietro la porta di casa, al nascere del nuovo giorno, quando è talmente spietata che non si regge il peso di quell’essere uomo che – in rispetto alla regole – non si può far giustizia da solo.
L’ordine “virtuoso” dei rapporti umani, coniugato secondo leggi che dovrebbero essere uguali per tutti, regolano il vivere civile. Ma fino a quando? Quando la giustizia sarà per davvero “la cosa giusta”?
La giustizia, per se o per gli altri, è un diritto, o un dovere? Entrambi. La giustizia è ciò che “è dovuto” ad ogni essere umano, quindi un diritto, e chi la dispensa “deve” deontologicamente renderla inviolabile. E’ dunque anche un dovere.
Ma è quando si palesa la necessità di far coincidere “diritto e dovere”, che alcune dinamiche non finiscono al proprio posto. Gli esempi potrebbero essere molteplici, in un quotidiano di molte ingiustizie e di pochissime cose rette, eppure sono spesso “le sentenze” a sfidare le nostre consapevolezze, circa la giustizia.
Poco o tanto, basta che ci sia una pena.
No. La pena deve essere congrua al reato, per essere giusta. Che poi ci pensano gli attenuanti a fare il resto. E gli aggravanti, spesso non bastano a “rendere giustizia”. Perché ciò che è giusto, non sempre si nutre di fattori quali il dolore, la perdita, la verità, che in molti casi resta sconosciuta.
E così in questi giorni, ci è toccato fare i conti con una vicenda che a più di qualcuno ha strappato un sonoro “non è giusto, hanno sbagliato”. Perché ad un soggetto come Doina Matei, che ha ucciso una sua coetanea, infilzandole la punta di un ombrello in un occhio, che ha ucciso per futili motivi, che ha ucciso con cattiveria e crudeltà, che ha ucciso … forse “non era giusto” concedere la semilibertà solo dopo 9 anni di carcere. Esce, perché dovrebbe andare a lavoro, ed invece mostra le sue foto in costume da bagno, sorridente, sul famoso social network. E meno giusto concederle la semilibertà, è ingiusto che anziché andare a lavoro codesto elemento sia andata altrove, o è orrendamente ingiusto che mostri un sorriso, sfidando il dolore di chi, forse la giustizia in questa perdita non la vedrà mai, come “diritto”?
“Per Doina Matei vorremmo la pena di morte” – si sfoga Giuseppe Russo, il papà della povera Vanessa – quelle foto per noi sono state una pugnalata”.
Ma come diceva De Maistre, la spada della giustizia non ha fodero, e dunque, colpisce e ferisce, anche quando non deve.
Simona Stammelluti

E’ morto Gianroberto Casaleggio, 61 anni, dopo una lunga malattia. A darne notizia l’Ansa

E’ morto questa mattina alle 7, in una clinica di Milano dove era ricoverato da circa due settimane sotto un altro nome, per tutelare la privacy.
Aveva fondato il Movimento Cinque Stelle, insieme a Beppe Grillo, ma in fondo ne era lui, il vero ideatore. Lui, che aveva inventato e gestito anche il blog di Grillo sul quale oggi si leggono le parole “Ciao Gianroberto, hai lottato fino alla fine”. E quando qualche tempo fa, qualcuno aveva annunciato un suo ritiro dalla scena politica, lui aveva replicato con un deciso “io non mollo”.
Schivo e riservato, rare le sue apparizioni in pubblico, rivendicava il suo essere “populista”.
“Eliminare le prescrizioni, mettere persone oneste nella pubblica amministrazione, il potere deve tornare al popolo” – erano queste alcune delle sue affermazioni, quando qualcuno riusciva a dargli in mano un microfono.
Massiccio le risposte dei social da dove tutti – pro e contro il movimento – hanno espresso le proprie condoglianze, o dedicato qualche riga a Casaleggio, con l’hashtag #ciaogianroberto; Pietro Grasso, Fedez, Facchinetti, Bertolaso, Orfini, la Lorenzin e tutto il mondo della politica e dello spettacolo.
Citava Marco Aurelio, in una delle sue apparizioni pubbliche e diceva: “ciò che non è utile per l’alveare, non è utile neanche per l’ape”. Ed ancora: “oltre alla fantasia e alla creatività, abbiamo bisogno della trasparenza, la competenza e l’onestà. Senza questi valori non potremo mai cambiare l’Italia”.
“Un’idea non è né di destra, né di sinistra. Un’idea può solo essere una buona idea o una cattiva idea”. Forse sarà questa la frase di Casaleggio, che difficilmente si dimenticherà.
#ciaogianroberto
Simona Stammelluti

Che Federica Guidi fosse un ministro, “il ministro”dello Sviluppo Economico nel Governo Renzi, ce ne siamo accorti solo a ridosso delle sue  dimissioni

Federica Guidi - foto Lapresse -


Sembrerebbe che serva uno scandalo, per accorgerci di qualcuno, di un ruolo ricoperto, o che ci si interroghi su ciò che ha fatto o “non fatto” un ministro. Perché di ciò che fanno i ministri dei vari governi che si alternano, non ci interroghiamo certo ogni giorno, tanto che se esistono o meno ministeri e ministri, a volte neanche lo si sa, a meno che i nomi di taluni, non finiscano alla ribalta della cronaca, per alcune vicende che li riguardano direttamente o indirettamente.

Il ministro Federica Guidi, dimessosi dopo il “caso petrolio” in Basilicata – che vede indagato l’ex compagno Gianluca Gemelli, accusato di “traffico di influenze perché, come scrivono i giudici della Dda di Potenza, sfruttando il rapporto di convivenza con il ministro Guidi, indebitamente si faceva promettere e quindi otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total, vantaggi patrimoniali” –  fa ora i conti con una nuova vita.
E così si alza l’attenzione mediatica sulla signora Guidi, ormai ex ministro, che però si trasforma molto presto in una gogna, mentre tutta la sua vita privata, finisce in pasto ai giornali e alla gente comune, che fino a pochi giorni fa, neanche sapeva – forse – che esistesse un ministero dello sviluppo economico e che alla cui guida, c’era la Guidi.
Intercettazioni, dunque, che non raccontano solo dettagli utili alle indagini, ma anche il tenore delle telefonate intercorse tra la Guidi e Gemelli, dal quale vengono fuori particolari della vita privata,  di un rapporto sentimentale. Intercettazioni che raccontano di interessi e di una situazione di sofferenza emotiva e di (in)sofferenza, che non mostra nessuna importanza dal punto di vista giudiziario.
Estrapolare ciò che è utile alle indagini, dovrebbe essere un dovere, ed estrapolare ciò che è utile alle indagini anche in pezzi di conversazioni, omettendo frasi o parole riconducibili alla parte privata della vita di qualcuno, dovrebbe essere indispensabile, per evitare quello che sempre più spesso accade, ossia che la notizia, si trasformi in voyerismo inutile e lesivo.
La realtà è che la parte di conversazioni strettamente private, dovrebbero essere censurate “a monte”, quando la polizia giudiziaria, durante il periodo di intercettazione, “salvano” un tot numero di conversazioni, dalle quali poi estraggono quelle sensibili per le indagini, prima di redigere regolare informativa. Ma il problema resta, perché le “tot numero di conversazioni” vengono depositate “tutte” alla procura e una volta lì, si scatena il caos e tutti coloro che hanno accesso agli atti, finiscono per decidere della vita privata di chicchessia. Se non sono di natura penale, le intercettazioni rese pubbliche, diventano una tortura psicologica, per chi subisce la situazione, oltre ad una vera e propria gogna.
L’immagine che viene fuori, nella bufera mediatica, lede senza dubbio l’ex ministro, non fosse altro perché da tutto quello che è stato reso noto, sembrerebbe che una donna potente, intelligente, ricca e graziosa, fosse stata alla mercé di un uomo di un livello inferiore, dal quale subiva pressioni, assecondava interessi “molto discutibili”, oltre a soffrire, sentendosi a volte inadeguata.
Dalle intercettazioni vien fuori una donna innamorata, fragile, insicura nella vita privata quanto in quella lavorativa, e poi ricattata nei sentimenti. E se ci sono i sentimenti, forse la razionalità si eclissa. Ma questa è una condizione privata e tale dovrebbe sempre restare.
Si sentiva trattata “come un sguattera”, Federica Guidi, lamentava cattiverie e prevaricazioni, ma restava lì, precisando di “non essere cretina”.
La curiosità si scatena, la famelica voglia di conoscere i particolari della vita privata del “ministro” di turno, diventa ossessivo-compulsiva, ne parla chiunque dappertutto e alla fine ognuno si sente in diritto di dire la propria sulla vita privata di una persona che, fino a qualche giorno prima, ne disconosceva anche l’esistenza.
Federica Guidi, dunque, appare come una vittima. Ma vittima di cosa, nello specifico? Vittima delle sue scelte, della sua stessa vita privata, delle scelte altrui che la inchiodano sulle pagine dei giornali attraverso le sue stesse parole dette nella convinzione che quelle parole potessero restare private anche se intercettate?
Una cosa è certa. Federica Guidi dopo aver chiarito la sua posizione con i magistrati di Potenza, che hanno confermato il suo ruolo di “persona offesa”, guarda avanti, al suo futuro, ed è pronta a riprogrammare tutta la sua vita. E’ tornata nella sua casa di provincia a Modena, intenzionata a riprendere la sua vita professionale ed il suo posto in azienda, compatibilmente con la normativa che regola il passaggio dal ruolo istituzionali a ruoli aziendali.
Usare la dignità dell’altro per i propri fini è uno dei più grandi obbrobri che un essere umano possa compiere. Come anche quello di aprire il sipario sulla vita di qualcuno, che diviene un osceno modo di fare notizia a tutti i costi.
Simona Stammelluti

Durissime e prontissime le reazioni che si sono scatenate dopo che Porta a Porta ha mandato in onda ieri sera l’intervista a Salvo Riina, ed è bufera su Bruno Vespa e sulla Rai

Salvatore Riina junior, figlio del boss di “cosa nostra”, siede come un vip nel salotto di Bruno Vespa, in seconda serata sulla Tv nazionale, presenta il suo libro, e racconta di quando giunse la notizia della morte di Giovanni Falcone.
Mamma Rai difende il diritto all’informazione, ma adesso la commissione parlamentare antimafia, convoca i vertici, per oggi pomeriggio alle 16.
Alle domande su Falcone e Borsellino, Salvo Riina non risponde e dice di “voler evitare strumentalizzazioni”, ma racconta i suoi ricordi di ragazzo, di quando aveva 15 anni, in quel 23 maggio del 1992, quando ci fu la terribile strage di Capaci”.
“Ricordo il fatto, avevo 15 anni, eravamo a Palermo e sentivamo tante ambulanze e sirene, abbiamo cominciato a chiederci il perché è il titolare del bar ci disse che avevano ammazzato Falcone, eravamo tutti ammutoliti. La sera tornai a casa, c’era mio padre che guardava i telegiornali. Non mi venne mai il sospetto che lui potesse essere dietro quell’attentato” – dice Riina Junior dal salotto di Vespa.
E poi ancora: “Amo mio padre, non sono io a doverlo giudicare”.
Non condivide l’espressione che “l’arresto di suo padre è stata una vittoria dello stato”, l’ospite di Vespa, sottolineando che “quello Stato gli ha portato via suo padre”.
Il coro di dissenso rispetto a questa intervista si è alzato come un polverone che difficilmente si placherà. A parlarne, in tanti, politici, personalità, e gente comune. Ma soprattutto la famiglia di Falcone e Borsellino. Dalle pagine del famoso social Salvatore Borsellino, non la manda a dire e denuncia a gran voce quello che è accaduto.
“[…] , avrei preferito non essere costretto ad essere assalito dal senso di nausea che ho provato nel momento in cui ho dovuto leggere che il figlio di un criminale, criminale a sua volta, comparirà questa sera nel corso di una trasmissione della RAI, un servizio pubblico, per presentare il suo libro, scritto, come dichiarerà lui, per difendere la dignità della sua famiglia.  Di quale dignità si tratti ce lo spiegherà raccontandoci come, insieme a suo padre, seduto in poltrona davanti alla televisione, abbia assistito il 23 maggio e il 19 luglio del ’92 allo spettacolo dei risultati degli attentati ordinati da suo padre per eliminare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non ci racconterà forse le esclamazioni di gioia di quello stesso padre che descriverà, come da copione, come un padre affettuoso, ma quelle possiamo immaginarle dalle espressioni usate da quello stesso padre quando, nelle intercettazioni nel carcere di Opera, progettava di far fare la “fine del tonno, del primo tonno” anche al magistrato Nino Di Matteo. Non ha voluto rispondere, Salvo Riina, alle domande su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non me ne rammarico, quei nomi si sarebbero sporcati soltanto ad essere pronunciate da una bocca come la sua. In quanto al conduttore Bruno Vespa avrà il merito di fare diventare un best-seller il libro che qualcuno ha scritto per il figlio di questo criminale e che alimenterà la curiosità morbosa di tante menti sprovvedute. Si sarà così guadagnato le somme spropositate che gli vengono passate per gestire un servizio pubblico di servile ossequio ai potenti, di qualsiasi colore essi siano. Qualcuno ha chiamato la trasmissione “Porta a Porta”, la terza Camera, dopo la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, questo significa infangare le istituzioni, infangare la nostra Costituzione, sport che sembra ormai molto praticato nel nostro paese. In quanto a noi familiari delle vittime di mafia eventi di questo tipo significano ancora una volta una riapertura delle nostre ferite, ove mai queste si fossero chiuse, ma ormai purtroppo questo, dopo 24 anni un cui non c’è stata ancora ne Verità ne Giustizia, è una cosa a cui ci siamo abituati, ma mai rassegnati. La nostra RESISTENZA continuerà fino all’ultimo giorno della nostra vita”.
Certo, presentare questo genere di libro, forse investe di qualche responsabilità. I curiosi  – come li chiama Borsellino – non saranno pochi.
Rosy Bindi, lo aveva annunciato che avrebbe chiesto la convocazione del Presidente e del direttore generale della Rai, in commissione, se fosse andata in onda quel che poi è andato in onda, motivando come “con quella scelta si avrebbe la conferma che Porta a Porta si presta ad essere il salotto del negazionismo della mafia”.
Ma sono in tanti ad essere intervenuti sulla vicenda, come il presidente del senato Pietro Grasso che in un tweet ha scritto: “Non mi interessa se le mani di Riina accarezzavano i figli, sono le stesse macchiate di sangue innocente. Non guarderò Rai Porta a Porta”.
Ed ancora Maria Falcone, sorella del giudice ucciso nella strage di Capaci, che dichiara: “Apprendo costernata, considero incredibile la notizia: da 24 anni  mi impegno per portare ai ragazzi di tutta Italia i valori di legalità e giustizia per i quali mio fratello ha affrontato l’estremo sacrificio ed è indegna questa presenza in una emittente che dovrebbe fare servizio pubblico“.
La Rai, non fa marcia indietro, ed oggi – in contrapposizione alla intervista di Riina Junior – manderà in onda proprio a Porta a Porta, una puntata sulla lotto alla criminalità, e a chi ha dedicato la propria esistenza alla battaglia contro me mafie, e fa questo, dice, “per offrire un altro punto di vista da contrapporre a quello offerto al figlio di Riina”.
Non si sono comprese in realtà le vere motivazioni per le quali si è deciso di mandare in onda quella intervista, perché non sembra aver insegnato nulla considerato il contenuto della intervista, malgrado le parole di Vespa, in apertura siano state che “per combattere la mafia bisogna conoscerla bene, e dunque vista dall’interno”.
Family life, è il titolo il libro di Riina junior, nel quale lo stesso racconta di una infanzia di normalità.
A Vespa Riina junior racconta che “a casa loro non avevano mai trasmesso ai figli le problematiche dei genitori. Loro vivevano nella normalità. Non andavano a scuola, e non si chiedevano il perché non avessero una vita normale. Vivevano in una sorta di famiglia diversa. Il padre diceva di fare il geometra, ma lui, il figlio, non ha mai creduto che fosse un lavoro di copertura. Crescendo ha poi cominciato a capire che c’era qualcosa di diverso, poi lui e i suoi fratelli hanno letto il nome del padre sui giornali ma non si chiedevano mai perché si chiamassero in maniera diversa dal padre. Sostiene di aver vissuto una vita diversa ma molto piacevole. Dovevano mantenere il segreto, per mantenere la famiglia unita. Il segreto del padre che era un ricercato, lo ha capito da lui verso il 4-5 anni. La madre considerava il padre un uomo giusto, tutto d’un pezzo, con i valori per la famiglia, per le tradizioni. Il padre quando conobbe la mamma aveva già commesso un omicidio che lui definisce banale, per un banale litigio. Sono stati una famiglia modesta, senza macchine ecc. Lui e i suoi fratelli tutti registrati con il nostro cognome, la gente salutava il padre con rispetto. Il padre voleva che lui fosse il bastone della sua vecchiaia, il figlio maschio che lo aiutasse”.

Simona Stammelluti

Musicista di caratura sopraffina, sassofonista e compositore di eccellenza, Leandro “Gato” Barbieri muore a 83 anni dopo una carriera straordinaria

El Gato, “il gatto”, come il soprannome che gli avevano dato, perché come un randagio, girava di notte con il suo sax, da un jazz club all’altro, tra le strade di Buenos Aires.
Caratteristico quel suo cappello, che portava di lato, sulla testa, che lo rendeva così unico, e caratteristico.
Sono stati i suoi familiari a comunicare ai media statunitensi che Gato Barbieri non c’era più, che era deceduto a New York, in ospedale.
Laura, la sua seconda moglie che gli aveva dato Christian, suo unico figlio che tra poco compirà 18 anni racconta: “Era il mio migliore amico, sono stata fortunata. Ogni volta che suonava, era sempre una nuova esperienza, e voleva che fosse così anche per il suo pubblico”.
Sono in tanti coloro che piangono in queste ore, uno dei più grandi sassofonisti latinoamericani della storia. Una carriera strepitosa, 50 dischi  all’attivo, che lo scorso novembre aveva ricevuto un “Latin Grammy”, proprio per la sua “eccellenza musicale”.  E lui quel premio lo avevo commentato dicendo che “era sublime, ricevere un riconoscimento alla sua veneranda età”. Ed aveva lanciato un messaggio anche a tutti coloro che volessero intraprendere una carriera da musicisti dicendo che “bisogna fare pratica, pratica, pratica”, e lui, di pratica ne aveva fatta all’infinito, considerati tutti i suoi successi.
Ma in tanti lo ricordano per essere stato il sax del famoso film di Bertolucci, “Ultimo Tango a Parigi”, che fece scandalo e scalpore, in quegli anni. E fu proprio quel film con Marlon Brando e Maria Schneider, a dargli il successo mondiale, e che gli consegnò il Grammy nel ’73. Fece come Bertolucci voleva, e dunque creò una colonna sonora che non fosse né troppo hollywoodiana né troppo europea, ma che fosse “una via di mezzo”, e che raccontasse un tango sensuale, come solo lui, poi, argentino, poteva e seppe fare.
Ma in Italia, Gato Barbieri collaborò con tanti cantautori, da Pino Daniele a Venditti.
Era figlio di un carpentiere che amava il violino, incominciò a suonare il clarinetto a 12 anni ascoltando Charlie Parker, per poi passare al sax contralto. Aveva girato il mondo, con la sua prima moglie, Michelle. Nel ’63 giunse in Italia, a Roma, la città della “dolce vita” e collaborò con all’epoca giovane arrangiatore  Ennio Morricone, all’assolo di “sapore di sale” di Gino Paoli. Ricordiamo che era anche amico di Enrico Rava. Ma dopo alcuni anni tornò a New York con Don Cherry, per dedicarsi al free jazz, e poi legarsi alla Liberation Music Orchestra di Charlie Haden.
Il sassofono di Gato Barbieri, era inconfondibile. E dire che lui pensava di poter essere dimenticato. Impossibile. E la sua carriera gli tolse ogni dubbio.
Un suono latino, sì, quello del suo sax ma non solo. Era anche estremamente romantico, ed appassionato…a tratti struggente. Amava fondere la musica internazionale, alla musica latinoamericana, ed il risultato – quel latin jazz che lo rese famoso –  fu  sempre mirabile.
Se ne va un pezzo di storia del jazz, ma lascia in eredità la sua “concezione” di musica e di jazz. Era colui che diceva che “Il jazz non è la musica, è una musica, ed ognuno la rende sua”.

Simona Stammelluti

Musicista di caratura sopraffina, sassofonista e compositore di eccellenza, Leandro “Gato” Barbieri muore a 83 anni dopo una carriera straordinaria

El Gato, “il gatto”, come il soprannome che gli avevano dato, perché come un randagio, girava di notte con il suo sax, da un jazz club all’altro, tra le strade di Buenos Aires.

Caratteristico quel suo cappello, che portava di lato, sulla testa, che lo rendeva così unico, e caratteristico.

Sono stati i suoi familiari a comunicare ai media statunitensi che Gato Barbieri non c’era più, che era deceduto a New York, in ospedale.

Laura, la sua seconda moglie che gli aveva dato Christian, suo unico figlio che tra poco compirà 18 anni racconta: “Era il mio migliore amico, sono stata fortunata. Ogni volta che suonava, era sempre una nuova esperienza, e voleva che fosse così anche per il suo pubblico”.

Sono in tanti coloro che piangono in queste ore, uno dei più grandi sassofonisti latinoamericani della storia. Una carriera strepitosa, 50 dischi  all’attivo, che lo scorso novembre aveva ricevuto un “Latin Grammy”, proprio per la sua “eccellenza musicale”.  E lui quel premio lo avevo commentato dicendo che “era sublime, ricevere un riconoscimento alla sua veneranda età”. Ed aveva lanciato un messaggio anche a tutti coloro che volessero intraprendere una carriera da musicisti dicendo che “bisogna fare pratica, pratica, pratica”, e lui, di pratica ne aveva fatta all’infinito, considerati tutti i suoi successi.

Ma in tanti lo ricordano per essere stato il sax del famoso film di Bertolucci, “Ultimo Tango a Parigi”, che fece scandalo e scalpore, in quegli anni. E fu proprio quel film con Marlon Brando e Maria Schneider, a dargli il successo mondiale, e che gli consegnò il Grammy nel ’73. Fece come Bertolucci voleva, e dunque creò una colonna sonora che non fosse né troppo hollywoodiana né troppo europea, ma che fosse “una via di mezzo”, e che raccontasse un tango sensuale, come solo lui, poi, argentino, poteva e seppe fare.

Ma in Italia, Gato Barbieri collaborò con tanti cantautori, da Pino Daniele a Venditti.

Era figlio di un carpentiere che amava il violino, incominciò a suonare il clarinetto a 12 anni ascoltando Charlie Parker, per poi passare al sax contralto. Aveva girato il mondo, con la sua prima moglie, Michelle. Nel ’63 giunse in Italia, a Roma, la città della “dolce vita” e collaborò con all’epoca giovane arrangiatore  Ennio Morricone, all’assolo di “sapore di sale” di Gino Paoli. Ricordiamo che era anche amico di Enrico Rava. Ma dopo alcuni anni tornò a New York con Don Cherry, per dedicarsi al free jazz, e poi legarsi alla Liberation Music Orchestra di Charlie Haden.

Il sassofono di Gato Barbieri, era inconfondibile. E dire che lui pensava di poter essere dimenticato. Impossibile. E la sua carriera gli tolse ogni dubbio.

Un suono latino, sì, quello del suo sax ma non solo. Era anche estremamente romantico, ed appassionato…a tratti struggente. Amava fondere la musica internazionale, alla musica latinoamericana, ed il risultato – quel latin jazz che lo rese famoso –  fu  sempre mirabile.

Se ne va un pezzo di storia del jazz, ma lascia in eredità la sua “concezione” di musica e di jazz. Era colui che diceva che “Il jazz non è la musica, è una musica, ed ognuno la rende sua”.

Simona Stammelluti