Home / Articoli pubblicati daSimona Stammelluti (Pagina 53)

Fino a ieri a Londra ci sentivamo a casa. Oggi è panico e ci si chiede cosa accadrà, oltre che dal punto di vista economico, anche per chi ad oggi in Inghilterra vive, lavora anche come freelance

Vince la Brexit al Referendum e l’Inghilterra è fuori dall’Europa. Statisti, economisti in queste ore si interrogano su quali saranno i radicali cambiamenti derivanti da questo risultato venuto fuori dalla domanda: “remain” or “leave”? Dentro o fuori? Fuori, dunque la scelta definitiva, che ha vinto con un distacco di quasi un milione di voti.

E’ un nuovo giorno pieno zeppo di incognite per l’Europa, ma per gli inglesi ad oggi è il nuovo “Indipendence Day”, il giorno nel quale si “liberano da Bruxelles” – così come ha dichiarato Nigel Farage, leader dell’ UPIK (Partito per l’indipendenza del Regno Unito).

La prima drammatica reazione l’hanno avuto i mercati finanziari; La sterlina è piombata ai minimi storici sul dollaro. Panico anche nelle borse asiatiche e a picco i futures sul mercato di Londra. Milano perde il 10%. I maggiori timori riguardano i titoli bancari.

Intanto la Banca Centrale Europea, diretta da Mario Draghi ha annunciato di “essere pronta ad iniettare liquidità in euro ed altre valute, per contenere il contraccolpo della Brexit”. Dovrebbero essere dunque, preparati all’emergenza.

Ma nella questione più pratica, quella degli italiani che ad oggi vivono e lavorano a Londra, per esempio, cosa accadrà? E per quelli che avevano intenzione di trasferirsi in Gran Bretagna, prossimamente? Cosa accadrà al turismo, al lavoro, agli studenti?

In queste ora dare queste risposte in maniera esaustiva non è semplice. Ad oggi circa mezzo milione di italiani, vive e lavora nella capitale britannica ed in tutto il Regno Unito, e lì fino a poche ore fa, ci si sentiva “a casa”. Ma da oggi più di qualcosa cambierà al loro vivere.  E’ stato l’ambasciatore italiano a Londra, Pasquale Terracciano, a fare qualche previsione. Per chi paga le tasse in Inghilterra da almeno 5 anni potrà richiedere un permesso di cittadinanza. In molti lo faranno, prossimamente, ma dovranno attendere almeno un anno, oltre a dover spendere circa mille sterline. Chi invece non ha intenzione di restare, potrà chiedere un visto di lavoro da rinnovare ogni 2/3 anni, fino a 5, presentando una richiesta del proprio datore di lavoro, praticamente come si fa attualmente negli Stati Uniti.

Ma le cose cambieranno in maniera radicale per chi ancora non c’è in Inghilterra ma stava pensando di andarci a studiare, o a lavorare. Non si potrà “sostare” a Londra, per esempio, con una sistemazione provvisoria mentre ci si cerca un lavoro, ma quel lavoro bisognerà trovarlo prima ancora di arrivare. Pertanto tutti quelli che al momento sono in quella condizione, dovranno tornare in patria. Accadrà dunque che molti rinunceranno a partire, o cercheranno lavoro e dimora in altri luoghi, in Europa, come ad esempio la Scozia, se sceglierà di restare in Europa.

Che non sia stata questa, una delle motivazioni determinanti di questa “uscita”? Quel numero sempre crescente di persone capaci, che migravano in Inghilterra, stabilendosi e lavorando in quella terra?

Le cose resteranno pressoché intatte per il turismo. Chi a Londra vuole andarci in vacanza, potrà farlo, senza visto e volendo, in quei tre mesi consentiti per la permanenza, potrebbe idealmente cercare un lavoro, anche se la trafila sarà senza dubbio più complicata di come avveniva fino a ieri.

Gli studenti potranno chiedere un “visto di studio”, ma non potranno più chiedere il prestito esteso a tutti gli europei, che serve a coprire le 9 mila sterline di retta universitaria, da restituire a rate solo dopo la laurea, e solo se si ha un lavoro. Pertanto per un ragazzo italiano che vorrà fare l’università a Londra sarà molto più dispendioso.

Si attende il futuro, in una Europa che forse, qualche domanda dovrebbe incominciare a farsela…seriamente.

Simona Stammelluti

Castrovillari (Cs) – Nella cornice suggestiva dell’atrio del Municipio, in una fresca serata di giugno, il concerto del quartetto di Dave Schroeder ha rappresentato uno dei momenti più significativi del Peperoncino Jazz Festival, che da anni è uno degli eventi di punta dell’estate calabrese, oltre che uno dei Jazz Festival più apprezzati a livello nazionale
Un concerto sofisticato, quello che ha visto esibirsi un quartetto nato dall’incontro e dalla sinergia della cultura musicale europea, con il grande jazz americano. A suonare con Dave Schoeder tre musicisti italiani, conosciutissimi e molto apprezzati nel panorama internazionale, che hanno masticato esperienze e collaborazioni a tutto tondo nell’ambiente jazzistico: Massimiliano Rolff al contrabbasso, Ettore Fioravanti alla batteria e Antonio Figura al pianoforte.
E’ proprio dall’incontro da Schoeder e Figura – avvenuto nel settembre del 2015 a New York – che nasce questo quartetto, estremamente versatile oltre che perfettamente calibrato su un repertorio che pone in evidenza la sensibilità jazzistica di ognuno dei musicisti, capaci di raccontare attraverso un linguaggio personalissimo e assai ben calibrato, virtuosismi e “coerenza” stilistica.
Un concerto su brani originali scritti per il quartetto, ed altri nati da precedenti progetti, vengono serviti al pubblico, attraverso il “lessico del jazz” che va dalla ballad al blues, sino alla bossa, “amabilmente”, e non si può non scovare, nel suono pianistico di Figura, la matrice del jazz di Bill Evans, che senza dubbio ha ispirato il talentuoso musicista italiano.
Anche se Dave Schoeder, è virtuoso del sax tenore,  sax sopranino e flauto basso, resta impresso l’uso che fa dell’armonica a bocca, dalla quale – durante l’esecuzione dei brani – esce tutta la struggente malinconia che appartiene al blues, e lo scambio che avviene tra Schoeder e Figura, quando lo statunitense rimbraccia il sax sopranino, ricorda tanto l’interplay e la grande vena lirica che appartenne al duo Stan Getz e Kenny Barron,  nell’indimenticabile album “people time”.
Le note che escono dal sax di Schoeder sono veloci e corrono dalle gravi alle acutissime con la complicità di un piano che, con maestria sa poi “dialogare” con il contrabbasso di Rolff in maniera impeccabile. La base ritmica – contrabbasso e la batteria di Fioravanti, che sa sempre come essere protagonista con il suo jazz moderno ma al contempo narrativo – è custodia perfetta di un repertorio che non delude per intensità del fraseggio e particolarità di arrangiamenti cuciti addosso ad ognuno dei musicisti.
Poche le parole che Schoeder regala al suo pubblico al quale in americano confessa di essere un uomo di “poche parole”, ma a raccontare e a presentare il concerto di pensa Antonio Figura che cita, sul finale di concerto il nome del suo pezzo “white shadow”, scritto da lui, e messo a disposizione del prestigioso quartetto.
E sul finale, un brano che è un vero e proprio “giro intorno al mondo” che approda alla bossanova, che Dave Schoeder suona con l’armonica, e che – racconta Antonio Figura – è nato da un gioco che fa con suo figlio, con la sua macchinina rossa, mentre il piccolo prova a portare il suo papà in giro, per il mondo.
Un pubblico attento ed infreddolito, non si è lasciato impressionare dalla serata pungente, ma ha ascoltato fino alla fine un concerto che è stato applaudito dai tanti appassionati, che attendono il Peperoncino Jazz Festival, per godere di una musica che sa mettere d’accordo gusto ed emozioni.
Simona Stammelluti
Foto di Giuseppe Di Donna

Castrovillari (Cs) – Nella cornice suggestiva dell’atrio del Municipio, in una fresca serata di giugno, il concerto del quartetto di Dave Schroeder ha rappresentato uno dei momenti più significativi del Peperoncino Jazz Festival, che da anni è uno degli eventi di punta dell’estate calabrese, oltre che uno dei Jazz Festival più apprezzati a livello nazionale
Un concerto sofisticato, quello che ha visto esibirsi un quartetto nato dall’incontro e dalla sinergia della cultura musicale europea, con il grande jazz americano. A suonare con Dave Schoeder tre musicisti italiani, conosciutissimi e molto apprezzati nel panorama internazionale, che hanno masticato esperienze e collaborazioni a tutto tondo nell’ambiente jazzistico: Massimiliano Rolff al contrabbasso, Ettore Fioravanti alla batteria e Antonio Figura al pianoforte.
E’ proprio dall’incontro da Schoeder e Figura – avvenuto nel settembre del 2015 a New York – che nasce questo quartetto, estremamente versatile oltre che perfettamente calibrato su un repertorio che pone in evidenza la sensibilità jazzistica di ognuno dei musicisti, capaci di raccontare attraverso un linguaggio personalissimo e assai ben calibrato, virtuosismi e “coerenza” stilistica.
Un concerto su brani originali scritti per il quartetto, ed altri nati da precedenti progetti, vengono serviti al pubblico, attraverso il “lessico del jazz” che va dalla ballad al blues, sino alla bossa, “amabilmente”, e non si può non scovare, nel suono pianistico di Figura, la matrice del jazz di Bill Evans, che senza dubbio ha ispirato il talentuoso musicista italiano.
Anche se Dave Schoeder, è virtuoso del sax tenore,  sax sopranino e flauto basso, resta impresso l’uso che fa dell’armonica a bocca, dalla quale – durante l’esecuzione dei brani – esce tutta la struggente malinconia che appartiene al blues, e lo scambio che avviene tra Schoeder e Figura, quando lo statunitense rimbraccia il sax sopranino, ricorda tanto l’interplay e la grande vena lirica che appartenne al duo Stan Getz e Kenny Barron,  nell’indimenticabile album “people time”.
Le note che escono dal sax di Schoeder sono veloci e corrono dalle gravi alle acutissime con la complicità di un piano che, con maestria sa poi “dialogare” con il contrabbasso di Rolff in maniera impeccabile. La base ritmica – contrabbasso e la batteria di Fioravanti, che sa sempre come essere protagonista con il suo jazz moderno ma al contempo narrativo – è custodia perfetta di un repertorio che non delude per intensità del fraseggio e particolarità di arrangiamenti cuciti addosso ad ognuno dei musicisti.
Poche le parole che Schoeder regala al suo pubblico al quale in americano confessa di essere un uomo di “poche parole”, ma a raccontare e a presentare il concerto di pensa Antonio Figura che cita, sul finale di concerto il nome del suo pezzo “white shadow”, scritto da lui, e messo a disposizione del prestigioso quartetto.
E sul finale, un brano che è un vero e proprio “giro intorno al mondo” che approda alla bossanova, che Dave Schoeder suona con l’armonica, e che – racconta Antonio Figura – è nato da un gioco che fa con suo figlio, con la sua macchinina rossa, mentre il piccolo prova a portare il suo papà in giro, per il mondo.
Un pubblico attento ed infreddolito, non si è lasciato impressionare dalla serata pungente, ma ha ascoltato fino alla fine un concerto che è stato applaudito dai tanti appassionati, che attendono il Peperoncino Jazz Festival, per godere di una musica che sa mettere d’accordo gusto ed emozioni.
Simona Stammelluti
Foto di Giuseppe Di Donna

Torna il terrore, torna la paura, torna lo sconforto nel sapere che il massacro non si arresta

Era un locale omosessuale, ma al suo interno anche giovani etero che insieme ai proprio amici erano andati lì per ballare, ascoltare la musica preferita, divertirsi.

Sono le due di notte, e il nightclub chiamato Pulse, ad Orlando, diventa teatro dell’orrore e torna la cronaca di una strage. Le persone che avevano preso parte alla serata erano state circa 320, quella sera, ma la serata si avviava alla fine ed erano circa un centinaio gli ultimi ragazzi che volevano godersi l’ultimo brano. Un uomo all’improvviso incomincia a sparare sul soffitto e contro la gente che balla sulla pista. Chi è vicino al bancone del bar e che è riuscita a mettersi in salvo, racconta di essersi avviato verso l’uscita posteriore. Molti si stendono sul pavimento. Un ragazzo scrive alla mamma l’ultimo messaggio prima di morire, dal bagno dove ha provato a rifugiarsi. Una ragazza, nel locale in compagnia della sua migliore amica, riprende la serata danzante, fin quando non sente gli spari, cerca di capire cosa stia accadendo, e poi il video si interrompe. Neanche per lei ci sarà scampo. Non c’è stato scampo per i 50 ragazzi che soccombono, e 53 saranno i feriti. La strage è messa in atto da un ragazzo americano di nascita ma di origine afgane, 29 anni, Omar Mateen, che di professione fa la guardia giurata, che entra nel locale con una pistola ed un mitragliatore d’assalto sparando all’impazzata verso i ragazzi che ballano spensierati. L’omicida è stato poi ucciso dalla polizia nel conflitto a fuoco che ne è seguito.

Colpito cosa, dunque…l’omosessualità, considerato che alcuni suoi colleghi lo definivano omofobo? Il divertimento, la spensieratezza che lui forse, non aveva mai avuto? Il terrore, per mano dei terroristi, ancora come a Parigi, come al Bataclan.

Mentre arriva la notizia della strage, vi è l’arresto di un uomo a bordo di una macchina diretta a Santa Monica, con a bordo una sorta di arsenale, tra esplosivi e fucili d’assalto, diretta a Los Angeles, dove si sta svolgendo il Gay Pride. Si sta dunque indagando sulla probabile connessione tra i due uomini che potrebbero aver organizzato insieme gli attentati terroristici.

L’Isis ha rivendicato l’attentato di Orlando. “Omar era uno di noi” – ha scritto l’agenzia Amaq. Fatto sta che il killer era già noto all’FBI, come simpatizzante dell’Isis, finendo nel mirino dell’FBI nel 2013 e poi ancora nel 2014, tanto che venne aperta un’indagine su di lui, che poi fu chiusa perché non fu trovato nulla che potesse essere utile per il proseguo delle indagini.

Il padre dell’attentatore si è scusato per il folle gesto del figlio, ed ha sottolineato che quanto accaduto non è stato – a suo avviso – pianificato dal ragazzo per motivi religiosi, ma racconta di aver notato qualche tempo fa suo figlio reagire male, vedendo due ragazzi che si baciavano.

Gesto omofobo, gesto terroristico.

Il “Bataclan” di Orlando, il terrore che si ripete e che lascia il mondo ancora una volta annientato e sgomento.

Simona Stammelluti

Torna il terrore, torna la paura, torna lo sconforto nel sapere che il massacro non si arresta

Era un locale omosessuale, ma al suo interno anche giovani etero che insieme ai proprio amici erano andati lì per ballare, ascoltare la musica preferita, divertirsi.
Sono le due di notte, e il nightclub chiamato Pulse, ad Orlando, diventa teatro dell’orrore e torna la cronaca di una strage. Le persone che avevano preso parte alla serata erano state circa 320, quella sera, ma la serata si avviava alla fine ed erano circa un centinaio gli ultimi ragazzi che volevano godersi l’ultimo brano. Un uomo all’improvviso incomincia a sparare sul soffitto e contro la gente che balla sulla pista. Chi è vicino al bancone del bar e che è riuscita a mettersi in salvo, racconta di essersi avviato verso l’uscita posteriore. Molti si stendono sul pavimento. Un ragazzo scrive alla mamma l’ultimo messaggio prima di morire, dal bagno dove ha provato a rifugiarsi. Una ragazza, nel locale in compagnia della sua migliore amica, riprende la serata danzante, fin quando non sente gli spari, cerca di capire cosa stia accadendo, e poi il video si interrompe. Neanche per lei ci sarà scampo. Non c’è stato scampo per i 50 ragazzi che soccombono, e 53 saranno i feriti. La strage è messa in atto da un ragazzo americano di nascita ma di origine afgane, 29 anni, Omar Mateen, che di professione fa la guardia giurata, che entra nel locale con una pistola ed un mitragliatore d’assalto sparando all’impazzata verso i ragazzi che ballano spensierati. L’omicida è stato poi ucciso dalla polizia nel conflitto a fuoco che ne è seguito.
Colpito cosa, dunque…l’omosessualità, considerato che alcuni suoi colleghi lo definivano omofobo? Il divertimento, la spensieratezza che lui forse, non aveva mai avuto? Il terrore, per mano dei terroristi, ancora come a Parigi, come al Bataclan.
Mentre arriva la notizia della strage, vi è l’arresto di un uomo a bordo di una macchina diretta a Santa Monica, con a bordo una sorta di arsenale, tra esplosivi e fucili d’assalto, diretta a Los Angeles, dove si sta svolgendo il Gay Pride. Si sta dunque indagando sulla probabile connessione tra i due uomini che potrebbero aver organizzato insieme gli attentati terroristici.
L’Isis ha rivendicato l’attentato di Orlando. “Omar era uno di noi” – ha scritto l’agenzia Amaq. Fatto sta che il killer era già noto all’FBI, come simpatizzante dell’Isis, finendo nel mirino dell’FBI nel 2013 e poi ancora nel 2014, tanto che venne aperta un’indagine su di lui, che poi fu chiusa perché non fu trovato nulla che potesse essere utile per il proseguo delle indagini.
Il padre dell’attentatore si è scusato per il folle gesto del figlio, ed ha sottolineato che quanto accaduto non è stato – a suo avviso – pianificato dal ragazzo per motivi religiosi, ma racconta di aver notato qualche tempo fa suo figlio reagire male, vedendo due ragazzi che si baciavano.
Gesto omofobo, gesto terroristico.
Il “Bataclan” di Orlando, il terrore che si ripete e che lascia il mondo ancora una volta annientato e sgomento.
Simona Stammelluti

Ho ascoltato in anteprima il primo disco di Fabio Cinque, siciliano Doc, che dopo aver calcato i palcoscenici di mezza Europa, si è fermato e ha scritto questo album, #comesenoncifosseundomani

Un disco è sempre come un mondo a se, quello che appartiene a chi ha delle idee, e che poi decide “cosa” farle diventare. Spacchettare il disco di Fabio Cinque è stato come entrare in un negozio di dolciumi seguendo un profumo, per poi rimanere indecisi su cosa assaggiare. Un packaging bello e funzionale, con “un senso”. Perché quando apri la custodia, entri per davvero nel suo mondo, attraverso i suoi occhi, i colori e le sfumature che solo un uomo del sud sa come condividere con gli altri, in maniera così seduttiva.
Un libretto raccoglie i testi, stampati su immagini che raccontano ognuno dei nove brani e nell’ultima pagina, i nomi di tutti coloro che in questo bel progetto hanno creduto e lo hanno sostenuto attraverso il crowdfunding.
Ma poi la curiosità ti porta dritto dritto ad “ascoltare” quello che è un disco scritto da un cantautore non improvvisato, che con la musica ha fatto l’amore prima ancora che le appartenesse completamente, forse.
E’ un disco che parla di vita, di gioia, di opportunità e di rinascita. Ogni traccia racconta una storia, una storia vissuta, che si potrebbe vivere o che a volte si è sognata, senza viverla per davvero. E’ un susseguirsi di emozioni, di parole “aggiustate a festa”, messe in ordine quel tanto che basta per poter far compagnia a chi ha ancora qualche dubbio su quanto bella possa essere la vita, anche se a volte sembra indifferente alle nostre richieste e alle nostre necessità.
C’è tutta una vita, in questo disco. Ci sono le origini, le canzoni cantante in dialetto siciliano, ci sono sogni e c’è pure tanto coraggio; quello che serve per arrivare “fino in fondo”, e Fabio Cinque, con questo disco è arrivato non solo dove voleva, ma anche dove “doveva”, ossia a mettere nel suo paniere ciò che sa fare e che merita di essere apprezzato per qualità e pregio espressivo.
Un cantautorato schietto, originale ed appagante, quello di Fabio Cinque che nel disco oltre alla voce, suona la chitarra, il basso, il contrabbasso e il marranzano, conosciuto come “scacciapensieri”. Gli arrangiamenti sono molto ben articolati e la parte acustica, si tiene per mano con la parte più “rock” dove la chitarra la fa da padrone, come nel brano “la strada (che ho)”. Nel disco tanti strumenti e tanti musicisti. Ogni strumento lascia l’impronta negli arrangiamenti scelti per dare la giusta incisività a testi, che spesso nascondono una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma che a volte in molti fanno finta di non vedere.
Fiati e archi, non sono mai usati a caso, e rendono alcuni pezzi “tondi”, completi, raffinati e caldi, come nel caso della traccia numero 4, “ascunta u ventu”, quando la tromba di Emanuele Calvosa, regge la melodia e la trasporta in alto, attraverso note acute e vellutate, che si adagiano poi sul rumore del mare, che chiude il pezzo.
Nel disco c’è un brano, “Nuvole” nel quale i cori sono realizzati da Elisa, la figlia di Fabio Cinque, che, azzardando, potrebbe diventare il tormentone dell’estate. E’ simpatico, accattivante, orecchiabile.
Il pezzo di Rosa Balistreri “cu ti lu dissi”, si distingue per come Cinque lo interpreta, ossia con particolare enfasi, mentre suonano i violini malinconici e passionali di Teresa Giordano e Pasquale Gravina.
Eppure a mio avviso, il pezzo che detta il senso del disco, resta “Ricadi”, già singolo, che racchiude – per testo e sound – la verve e la tempra di Fabio Cinque cantautore, colui che ha un messaggio da consegnare, e lo fa #comesenoncifosseundomani.
Nel disco è ospite Ricky Portera, ma per sapere in che brano ha prestato la sua chitarra, dovrete comprare il disco.
Fatevi un regalo, fate un regalo. Il disco merita, e vi farà bene. Esce il 16 giugno. Vi consegnerà la consapevolezza che all’indifferenza di giorni comuni, esiste sempre un antidoto…basta cercarlo.
Simona Stammelluti

Ho ascoltato in anteprima il primo disco di Fabio Cinque, siciliano Doc, che dopo aver calcato i palcoscenici di mezza Europa, si è fermato e ha scritto questo album, #comesenoncifosseundomani

Un disco è sempre come un mondo a se, quello che appartiene a chi ha delle idee, e che poi decide “cosa” farle diventare. Spacchettare il disco di Fabio Cinque è stato come entrare in un negozio di dolciumi seguendo un profumo, per poi rimanere indecisi su cosa assaggiare. Un packaging bello e funzionale, con “un senso”. Perché quando apri la custodia, entri per davvero nel suo mondo, attraverso i suoi occhi, i colori e le sfumature che solo un uomo del sud sa come condividere con gli altri, in maniera così seduttiva.

Un libretto raccoglie i testi, stampati su immagini che raccontano ognuno dei nove brani e nell’ultima pagina, i nomi di tutti coloro che in questo bel progetto hanno creduto e lo hanno sostenuto attraverso il crowdfunding.

Ma poi la curiosità ti porta dritto dritto ad “ascoltare” quello che è un disco scritto da un cantautore non improvvisato, che con la musica ha fatto l’amore prima ancora che le appartenesse completamente, forse.

E’ un disco che parla di vita, di gioia, di opportunità e di rinascita. Ogni traccia racconta una storia, una storia vissuta, che si potrebbe vivere o che a volte si è sognata, senza viverla per davvero. E’ un susseguirsi di emozioni, di parole “aggiustate a festa”, messe in ordine quel tanto che basta per poter far compagnia a chi ha ancora qualche dubbio su quanto bella possa essere la vita, anche se a volte sembra indifferente alle nostre richieste e alle nostre necessità.

C’è tutta una vita, in questo disco. Ci sono le origini, le canzoni cantante in dialetto siciliano, ci sono sogni e c’è pure tanto coraggio; quello che serve per arrivare “fino in fondo”, e Fabio Cinque, con questo disco è arrivato non solo dove voleva, ma anche dove “doveva”, ossia a mettere nel suo paniere ciò che sa fare e che merita di essere apprezzato per qualità e pregio espressivo.

Un cantautorato schietto, originale ed appagante, quello di Fabio Cinque che nel disco oltre alla voce, suona la chitarra, il basso, il contrabbasso e il marranzano, conosciuto come “scacciapensieri”. Gli arrangiamenti sono molto ben articolati e la parte acustica, si tiene per mano con la parte più “rock” dove la chitarra la fa da padrone, come nel brano “la strada (che ho)”. Nel disco tanti strumenti e tanti musicisti. Ogni strumento lascia l’impronta negli arrangiamenti scelti per dare la giusta incisività a testi, che spesso nascondono una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma che a volte in molti fanno finta di non vedere.

Fiati e archi, non sono mai usati a caso, e rendono alcuni pezzi “tondi”, completi, raffinati e caldi, come nel caso della traccia numero 4, “ascunta u ventu”, quando la tromba di Emanuele Calvosa, regge la melodia e la trasporta in alto, attraverso note acute e vellutate, che si adagiano poi sul rumore del mare, che chiude il pezzo.

Nel disco c’è un brano, “Nuvole” nel quale i cori sono realizzati da Elisa, la figlia di Fabio Cinque, che, azzardando, potrebbe diventare il tormentone dell’estate. E’ simpatico, accattivante, orecchiabile.

Il pezzo di Rosa Balistreri “cu ti lu dissi”, si distingue per come Cinque lo interpreta, ossia con particolare enfasi, mentre suonano i violini malinconici e passionali di Teresa Giordano e Pasquale Gravina.

Eppure a mio avviso, il pezzo che detta il senso del disco, resta “Ricadi”, già singolo, che racchiude – per testo e sound – la verve e la tempra di Fabio Cinque cantautore, colui che ha un messaggio da consegnare, e lo fa #comesenoncifosseundomani.

Nel disco è ospite Ricky Portera, ma per sapere in che brano ha prestato la sua chitarra, dovrete comprare il disco.

Fatevi un regalo, fate un regalo. Il disco merita, e vi farà bene. Esce il 16 giugno. Vi consegnerà la consapevolezza che all’indifferenza di giorni comuni, esiste sempre un antidoto…basta cercarlo.

Simona Stammelluti

Non ci sta Arisa, al secolo Rosalba Pippa, che malgrado 2 Sanremo vinti, e svariati dischi di platino, è stata snobata dal Wind Music Awards

Non l’hanno invitata.Come se non esistesse nel panorama musicale italiano, eppure Arisa, resta una delle migliori cantanti italiane, capace di grande intonazione e capacità espressiva. Una interprete di tutto rispetto, che meritava di calcare il palco dei Wind Music Awards, evento che premia i nomi più famosi della musica italiana.
E così attraverso i social network Arisa si sfoga con un post che fa riflettere. Racconta che nel mondo della musica di sono “quelli fighi, e quelli no”. Accusa il mondo dello spettacolo, e le sue parole trasudano grande amarezza, soprattutto quando la cantante lucana, nel suo sfogo, attacca dicendo che “non permetterà a nessuno di farle fare la fine di Mia Martini”.
Neanche al “Concertone di Radio Italia”, è stata invitata, insomma è stato come se Arisa, non esistesse come cantante, come Big della musica italiana. E ci sarebbe da guardare l’elenco di quelli che invece sono stati invitati, per i quali – così come Arisa commenta nel suo post – sono state fatte le dovute eccezioni, anche se non hanno vinto i platino, o altro.
Si interroga adesso sul suo cammino, fatto da sempre di sudore e di nessun aiuto, di quel dovercela fare da sola. Ma su una cosa è certa…nessuno le farà fare la fine della grande Mia Martini, che nessuno voleva “in giro” perché portava male, perché era troppo malinconica, perché non era adeguata al circuito.
E se le luci dei riflettori qualcuno decide di spegnerli, forse sarebbe il caso di arrampicarsi ad accendere le stelle, perché una voce bella, che canta bene canzoni piacevolissime, merita di continuare a farlo, a discapito di meccanismi che rispettano forse, solo le regole di un mercato “senza regole logiche”.
Ma spera che andrà meglio, Arisa, e non molla.
E resta la voce migliore del panorama pop italiano, del momento. Anche se qualcuno, fa finta di non saperlo.
Simona Stammelluti

Non ci sta Arisa, al secolo Rosalba Pippa, che malgrado 2 Sanremo vinti, e svariati dischi di platino, è stata snobata dal Wind Music Awards

Non l’hanno invitata.Come se non esistesse nel panorama musicale italiano, eppure Arisa, resta una delle migliori cantanti italiane, capace di grande intonazione e capacità espressiva. Una interprete di tutto rispetto, che meritava di calcare il palco dei Wind Music Awards, evento che premia i nomi più famosi della musica italiana.

E così attraverso i social network Arisa si sfoga con un post che fa riflettere. Racconta che nel mondo della musica di sono “quelli fighi, e quelli no”. Accusa il mondo dello spettacolo, e le sue parole trasudano grande amarezza, soprattutto quando la cantante lucana, nel suo sfogo, attacca dicendo che “non permetterà a nessuno di farle fare la fine di Mia Martini”.
Neanche al “Concertone di Radio Italia”, è stata invitata, insomma è stato come se Arisa, non esistesse come cantante, come Big della musica italiana. E ci sarebbe da guardare l’elenco di quelli che invece sono stati invitati, per i quali – così come Arisa commenta nel suo post – sono state fatte le dovute eccezioni, anche se non hanno vinto i platino, o altro.
Si interroga adesso sul suo cammino, fatto da sempre di sudore e di nessun aiuto, di quel dovercela fare da sola. Ma su una cosa è certa…nessuno le farà fare la fine della grande Mia Martini, che nessuno voleva “in giro” perché portava male, perché era troppo malinconica, perché non era adeguata al circuito.
E se le luci dei riflettori qualcuno decide di spegnerli, forse sarebbe il caso di arrampicarsi ad accendere le stelle, perché una voce bella, che canta bene canzoni piacevolissime, merita di continuare a farlo, a discapito di meccanismi che rispettano forse, solo le regole di un mercato “senza regole logiche”.
Ma spera che andrà meglio, Arisa, e non molla.
E resta la voce migliore del panorama pop italiano, del momento. Anche se qualcuno, fa finta di non saperlo.

Simona Stammelluti

Morire a 22 anni, senza un perché. Questa è la storia di Sara Di Pietrantonio, la ragazza morta semicarbonizzata, all’alba di sabato mattina, per mano del suo ex fidanzato, tra l’indifferenza di automobilisti che non le hanno prestato attenzione

Poco più che una bambina, iscritta alla facoltà di economia dell’Università di Roma tre, aveva una vita da vivere, ed un nuovo fidanzato. Cosa da ragazze della sua età, che si trasformano in esperienza, in percorsi di vita, in scelte consapevoli.

Eppure il percorso di vita di Sara, era già stato minato da tempo,  vittima di quello “stalking” che il suo ex fidanzato, Vincenzo Paduano, le perpetuava da quando la loro relazione – durata poco meno di due anni – era giunta al termine, eppure lui non accettava che lei avesse intrapreso una nuova conoscenza con un altro ragazzo. C’era stato anche un episodio di violenza, che però la ragazza non aveva denunciato. Questo è quanto emerge dai racconti delle amiche di Sara.

Lui, Vincenzo Paduano, 27 anni, guardia giurata, che alla fine ha ammesso il delitto, quello consumato sabato notte, alle prime luci dell’alba, dopo aver seguito la ragazza, che rientrava da una serata con un’amica e quel nuovo ragazzo che stava frequentando. L’ha speronata, costretta a fermasi, aggredita, e poi uccisa.

Sembra che l’uomo controllasse gli spostamenti della giovane donna, attraverso un’applicazione installata sul telefono della ragazza. Grazie a quella, l’uomo quella sera seppe dove fosse Sara, e pertanto gli fu semplice attenderla lungo il tragitto che la riportava a casa.

Paduano aveva con se una bottiglia di alcool – simbolo questo della premeditazione – e dopo la lite, ha cosparso la macchina del materiale infiammabile e vi ha dato fuoco.

La giovane donna è scappata, ma poi è stata raggiunta dall’uomo che l’ha aggredita, forse strangolata (i dettagli si conosceranno oggi dopo l’autopsia) e poi le ha dato fuoco.

La cosa orrenda, è che Sara prima di essere raggiunta dal suo carnefice, ha incrociato su Via della Magliana, almeno due autovetture, che però sono rimaste indifferenti alla richiesta di aiuto della ragazza. Le telecamere situate in loco, hanno non solo ripreso la scena, ma hanno permesso di rintracciare i veicoli transitati sul luogo, i cui conducenti hanno affermato di non essersi accorti che la ragazza avesse bisogno di aiuto.

Eppure erano le 4 del mattino, su una strada poco trafficata a quell’ora e una ragazza che corre e urla, non costituisce certo una scena “normale”, o degna di indifferenza.

E’ stato il procuratore aggiunto di Roma, Maria Monteleone a dichiarare con perentorietà: “Chi incontra una ragazza in difficoltà, non deve girarsi dall’altra parte,  e che questa morte non sia inutile. Due passanti non si sono fermati, e se Sara invece fosse stata soccorsa, se si fosse chiesto aiuto forse sarebbe ancora viva”.

E se si pensa con quanto facilità si chiamano Polizia e Carabinieri per un banale incidente, allora viene da chiedersi se davvero quella di sabato notte, non sia stata una indifferenza “crudele”, per la serie “faccio finta di non vedere, tanto non tocca a me”.

Sara aveva mandato verso le 3 un messaggio alla sua mamma, dicendole che stava facendo rientro a casa, ma a casa purtroppo, non è riuscita a fare rientro. Erano le 5 infatti, quando il suo corpo è stato ritrovato semicarbonizzato.

Vincenzo Paduano, versando anche qualche lacrima, dopo 8 ore di interrogatorio, ha poi confessato di aver ucciso Sara con premeditazione, oltre ad aver commesso il reato di stalking. “Sono proprio un mostro” – sembrerebbe abbia detto l’omicida. Eppure quella notte, dopo aver commesso l’omicidio, con una freddezza disumana, è andato a lavoro, come se nulla fosse accaduto. Gli indizi degli investigatori erano però già chiari. Le telecamere di una ditta di calcestruzzi,  avevano ripreso alcuni dettagli del luogo, come la presenza dell’auto dell’assassino, sul luogo del crimine.

Ancora un caso di “femminicidio”, l’ennesimo. Come se la donna dovesse essere proprietà di un uomo, come se non fosse una creatura capace di scegliere, di dire no. Incoraggiare le ragazze a denunciare, a chiedere aiuto, potenziare i centri di ascolto, di antiviolenza e di educazione affettiva.

I dati ormai sono divenuti spaventosi, fanno paura. E’ora di investire per davvero tempo e denaro, affinché questo terribile fenomeno, non prenda una china troppo ripida per poterlo fermare.

Simona Stammelluti