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Adesso vanno di moda gli omosessuali, ed i loro diritti.

Fino a qualche tempo fa, prima dell’ormai famoso ddl Cirinnà, la stragrande maggioranza degli italiani, non transitavano su alcune famose vie della capitale perché frequentate da gay, non sedevano a fianco ad una coppia omosessuale in metropolitana, e metteva la mano sugli occhi ai propri figli o nipoti se per strada o in Tv, due gay o due lesbiche si scambiavano un bacio o una semplice effusione.

La cosa che sembra essere divenuto un caso “culturale” è il repentino cambio di rotta, come se “non essere d’accordo” sulla questione della figliolanza, compresa l’adozione, sia una sorta di demerito, quando invece la libertà di parola e di pensiero, prima ancora che altre forme di libertà, andrebbe difesa con le unghie e con i denti.

La gente si mobilità, si affanna ad offendere chi la pensa in maniera contraria, dice la propria “come se fosse un vangelo” e nessuno o quasi, prova a “capire”, prima, e a parlare, poi.

La nuova legge sulle unioni civili sembra aver messo tutti d’accordo, accomunati dalla necessità di vedere riconosciuti i diritti di coloro che, da omosessuali, decidono di condividere una vita, o parte di essa insieme, e che dunque, parimenti alle coppie etero che contraggono matrimonio, hanno diritto ad avere “diritti”. E così dopo discussioni e battaglie politiche, in Senato passa il ddl Cirinnà –  seppur con delle modifiche –  con diritti riconosciuti alle coppie omosessuali. Tema caldo, lo stralcio della Stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà. Ed intanto tutti gridano ad una legge di serie B per persone di serie B. Meglio qualcosa che nulla, sembra non valere più, ed il predominante “o tutto o niente”, viene ingoiato come un boccone amaro.

Ormai non si parla d’altro, come se la nostra povera Italia non avesse altri seri problemi sui quali legiferare, dei quali interessarsi con solerzia e determinazione. Ma sulla cresta dell’onda resta ancora la faccenda dei diritti degli omosessuali, mentre la questione dei figli, delle adozioni dei figli del partner, e degli uteri in affitto, rischia di divenire un serio spartiacque…tutti da qui i favorevoli, tutti da lì i contrari, come se ci si dovesse dividere esclusivamente perché la si pensa diversamente.

Ho visto gente non parlarsi più, perché distanti sulla faccenda adozioni. Che poi se il referendum è uno strumento per dare al popolo sovrano la possibilità di dire la propria, allora forse sarebbe il caso di usarlo, questo strumento, che unisce almeno sotto il tetto del poter scegliere secondo propria ideologia e non coscienza.

Perché la coscienza di chi esprime un concetto non vale quanto la propria idea di come si debba, e si possa vivere. Anche perché un tempo esistevano gli uomini e le donne sotto la frase “amatevi e procreate”, c’era la natura, con le sue leggi imprescindibili. Oggi c’è tanto altro ancora, che non condanniamo perché ognuno nella sua camera da letto fa ciò che vuole, ma non meravigliamoci se alcune metodiche vengono definite “contronatura” perché tali sono.

Ed eccoci arrivati alla notizia dell’ultima ora. Nichi Vendola ed il suo compagno Eddy, sono divenuti papà di un bambino chiamato Tobia, nato in una clinica canadese, dove una donna, ha dato in affitto il suo utero, per far nascere un bambino del quale – malgrado quello che si racconta come se fosse una bella favola a lieto fine – probabilmente non saprà più nulla, che non potrà attaccare al seno, che sicuramente vivrà con due padri.

Ma facciamo un passo indietro. Intanto la questione adozioni sarebbe bene metterla a posto, una volta per tutte. Intanto considerata la “messa a punto” sulle unioni civili, sarebbe giusto concedere l’adozione di bambini da orfanotrofio alle coppie omosessuali, e non sarebbe male se la questione “adozione” si snellisse, ed anche con una certa solerzia. Quanto alle adozioni del figlio del partner, se si deve tutelare il bene del minore, allora è giusto che – come si sta già facendo – si provveda a decidere volta per volta.

Per tornare alla questione del figlio di Vendola e compagno, ognuno la pensi come vuole, chiamandolo gesto di generosità, di egoismo, atto giusto, atto ingiusto. Intanto in Italia, la maternità surrogata è illegale, in altri paesi è legale. Certo, dietro vi è un gran bel business. Si pensi che Vendola ha speso 137 mila euro per avere il suo bel bambino.

Non deve interessarci? Se uno è un personaggio pubblico, la sua vita inevitabilmente diventa pubblica e si autorizza così “il pubblico” a dire la propria.

“Ma un bambino è venuto al mondo, dobbiamo fare festa” – gridano in tanti. “Due papà bravi sono meglio di una mamma e un papà separati” – dicono altri. “Che vergogna non volere che due omosessuali possano divenire genitori” – il massimo del luogo comune.

C’è anche chi sostiene che l’utero in affitto sia una sorta di “mercificazione” tanto quanto la “prostituzione”, ma sarebbe giusto fissare l’attenzione sul fatto che una donna che si prostituisce per libera scelta, risponde esclusivamente per se, mentre chi presta il proprio utero, risponde anche per un’altra vita, della quale – da un preciso momento in poi – non saprà più nulla. Non saprà se il frutto del suo grembo andrà a due genitori bravi, meno bravi, se starà bene, male e così via.

“Ma in America, come in molte parti del mondo, le donne che prestano l’utero sono quasi tutte facoltose ed hanno figli, non ci guadagnano nulla” – è la frase che leggo più spesso nelle ultime ore. Io una di quelle donne vorrei guardarle in faccia quando tra i dolori classici del parto, mettono al mondo un figlio che la “nuova cultura” vuole che non sia suo.

E non c’entra neanche la religione, in tutto questo. Perché in queste ultime ore anche i più “timorati di Dio” stanno andando lungo il filone del “Embè che c’è di male? Sono tutte creature di Dio!”

La verità è che se tutti i gay fossero operai e manovali, queste problematiche non si porrebbero, perché non si potrebbero certo permettere di andare oltreoceano a spendere centinaia di migliaia di euro, o dollari, per pagare una struttura dalla quale esce “Il trofeo” di un figlio nato da madre surrogato.

E se proprio la dobbiamo dire tutta, allora una battaglia – ma non a chiacchiere – andrebbe fatta anche per permettere che i single, che ne abbiano le caratteristiche, possano adottare i bambini. Perché prima di arrivare a ciò che è contronatura, che piaccia o no, c’è tutto un mondo di bambini nati, non per sbaglio, ma a causa di sbagli altrui, che meriterebbero una chance, per vivere in un mondo civile, dove non è tutto solo una questione “di cultura”.

Simona Stammelluti

Aveva già vinto un Oscar alla Carriera, Ennio Morricone, colui che ha reso straordinari film bellissimi, ma che senza la musica del grande Maestro, forse non avrebbero avuto la fortuna ed il successo che hanno poi riscosso a livello mondiale.
E così a 87 anni, dopo una vita dedicata alla musica che lui stesso dice “di non voler mai tradire“, arriva per Ennio Morricone un meritatissimo premio Oscar per la miglior colonna sonora realizzata per il film “The Hateful Eight”, di Quentin Tarantino. Lo stesso regista che nei suoi film precedenti, aveva preso sempre “pezzetti di altre colonne sonore” del maestro. Fu nel maggio scorso, che Tarantino riuscì a convincere Morricone a firmare per intero la colonna sonore dal suo ultimo film, scelta che si è rivelata vincente, e che lo ha condotto dritto dritto all’Oscar.
Il suo primo “Academy Award”, questo, carriera a parte. Che poi dalla sua carriera proprio non si può prescindere, considerato che Morricone, ha speso tutta la sua vita e la sua carriera nei panni impeccabili di grande musicista e compositore, mentre imbastiva e realizzava colonne sonore che hanno fatto realmente la storia della cinematografia mondiale.
Mahler, insieme a Stravinsky,  sono stati gli unici ad influenzare la sua musica per il cinema. Tutta la sua carriera è stata fondata sulla “fiducia” tra regista e compositore, ed è quella che lui ha sempre richiesto a coloro che hanno lavorato con lui. La fiducia come anello fondamentale di rapporti lavorativi e personali che possano essere vincenti.
Nella sua carriera erano state ben 5 le nomination per lui, che però non andarono mai a buon fine, e così finalmente Ennio Morricone trionfa, agli Oscar, dopo quello vinto nel 2007, proprio alla carriera.
Un oscar per 500 colonne sonore scritte, tra film e serie tv. Ma a parte questo prestigiosissimo Oscar, Morricone ha vinto altri premi tutti meritatissimi. Parliamo di premi come 3 Grammy Award, 3 Golden Globe, 11 Nastri D’Argento, 10 David di Donatello, un Leone D’Oro alla Carriera, 6 Bafta, un European Film Award, un Polar Music Prize.
Riconoscimenti a tutto quello che il Maestro Morricone ha saputo realizzare, perché la musica è stata la sua vita, e attraverso quella, ha saputo rendere concreto un talento difficilmente replicabile.
Una serata speciale, dunque per Ennio Morricone, quella della consegna degli Oscar con tanto di “Standing Ovation” per quel musicista italiano, composto ed emozionatissimo che  è salito suo palco accompagnato da suo figlio Giovanni, e con commozione dopo aver ringraziato per il premio ricevuto ha avuto parole sentite verso i film fatti bene: Non c’è musica importante se non c’è un grande film che la ispiri, ringrazio quindi Quentin Tarantino per avermi scelto e il produttore Harvey Weinstein e tutta la troupe del film“.
E la dedica di questa straordinaria vittoria è tutta per sua moglie Maria.
Ennio Morricone entra nella storia, con questo riconoscimento. Lui, che durante l’assegnazione della sua stella nella Hollywood Walk of Fame ha dicharato: “Devo cercare di realizzare una colonna sonora che piaccia sia al regista, sia al pubblico, ma soprattutto deve piacere anche a me, perché altrimenti non sono contento. Io devo essere contento prima del regista. Non posso tradire la mia musica“.
Simona Stammelluti

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Da non crederci, ma anche la maestra di Ceresole Reale, nota al grande pubblico per essere apparsa sul palco di Sanremo come insegnante della scuola più piccola d’Italia, è tra le vittime truffate da Gabriele Defilippi, il 22 arrestato per l’omicidio di Gloria Rosboch, la professoressa sparita a Castellamonte dopo una truffa di 187 mila euro.
Lei, la maestrina di 34 anni, apparsa sul palco di Sanremo, si chiama Marzia Lachello, che nel non lontano 2013, aveva concluso una tormentata relazione, incominciata nel 2011, con Gabriele Defilippi. La relazione si era conclusa nella maniera peggiore, quando lei eri finita in ospedale. Era il 21 giugno del 2013, quando Gabriele accompagnato da sua madre, Caterina Abbattista, si era recato in ospedale, dove la mamma di Marzia, cacciati via tutti, tira fuori sua figlia da un incubo senza fine. Ad oggi Marzia, è costretta a difendersi da una “notorietà diversa”, che non solo le sta togliendo la privacy, ma è costretta a ripensare a quell’incubo derivante dall’essere stata una delle prime vittime di quel giovane, che si fingeva consulente di immagine dai suoi tanti profili Facebook, e che possedeva una sessualità incerta, la passione per i travestimenti, ed una personalità disturbata, che adesso andrà analizzata.
A parlare, per difendere Marzia Lachello dalle tante voci sul suo conto è il suo avvocato che racconta come “quella relazione avveniva a ridosso di un matrimonio agli sgoccioli. Marzia è di famiglia abbiente, lui sapeva che lei era sposata ma non gli interessava. La relazione viene scoperta, il matrimonio va in frantumi, lei va a stare da lui, fin quando anoressica, Marzia si sente male, e finisce all’ospedale dove sua madre, mette fine a quell’incubo, mandando via tutti”. Ma quell’incubo oggi, sembra riapparso più mostruoso che mai.
L’avvocato di Marzia specifica che non ci sarebbe stato nessun raggiro, nessun danno economico, anche se adesso tutti vogliono la verità, Marzia compresa.
Il Gip Marianna Tiseo, ha convalidato l’arresto del 22enne, della madre Caterina Abbattista, e dell’amante Roberto Obert, ma sono tantissimi ancora tutti gli aspetti dell’omicidio di Gloria Rosboch, ancora da chiarire. I tre, che restano dunque in carcere, continuano ad accusarsi reciprocamente, mentre i carabinieri hanno sequestrato una cassetta di sicurezza che conterrebbe i 187 mila euro, oggetto della truffa operata ai danni dell’insegnante uccisa. Intanto dalla procura arriva il nulla osta per poter effettuare i funerali della donna che si svolgeranno domani a Castellamonte, dove sarà proclamato il lutto cittadino.
Davanti al Gip il ragazzo, freddo abbastanza da tenere nascosto un omicidio per un mese, si è presentato in lacrime, e – per parola del suo legale – si definisce innocente. Nulla hanno potuto quelle lacrime sul Gip, che ha respinto l’istanza di scarcerazione, presentata dall’avvocato.
Simona Stammelluti

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Uno scrittore di classe, un gigante della cultura, un filosofo, semiologo, ma soprattutto grande comunicatore. Se ne va ad 84 anni, in un freddo venerdì di febbraio, dopo una vita di successi letterali ed accademici e dopo quel “Premio Strega” vinto nel 1981, con il romanzo “Il nome della Rosa”, un bestseller mondiale che vendette 30 milioni di copie in tutto il mondo, tradotto in tutte le lingue. Quel romanzo così famoso, che lui stesso definì il suo peggior romanzo.

“I miei romanzi nascono semplicemente da un’immagine” – diceva sempre.

Fece tanto, per la cultura, svecchiando le più alte forme di comunicazione, non smise mai di guardare alla politica, ma ciò che mancherà, da oggi in poi è quel suo disarmante modo di guardare al mondo, ai cambiamenti sociali, per poi raccontarli, attraverso quella sua penna che si è fermata nel suo ultimo romanzo “Numero Zero”, del 2015, edito da Bompiani, ambientato nel 1992. Un giallo pieno di ironia e di colpi di scena, sul cattivo giornalismo. Un romanzo che narra di una giornalista e di una redazione, con forti riferimenti alla politica, alla storia giudiziaria italiana di quegli anni. Parla di complotti e di questo Numero Zero che forse non uscirà mai, ma che ha tutte le carte in regola per divenire un vero e proprio scoop.

Un uomo di grandi passioni e di cultura sterminata, osservatore ironico e creativo, capace – come pochi – di cogliere lo spirito del tempo. Rimase fedele per una vita intera alla sua casa editrice. Ebbe un rapporto conflittuale con la chiesa e si allontanò dalla fede dopo i suoi studi su Tommaso D’Aquino.

Trovava il tempo anche per collaborare con i giornali: ll Giorno, La Stampa, il Corriere della Sera e da anni scriveva su Repubblica. Lui, che ultimamente l’aveva a morte con i giornalisti, con quelli del “riciclo”, perché come spesso diceva, “le notizie vanno cercate, zappate, cercate con maestria”.

Amava i libri…non li scriveva e basta. La sua biblioteca personale conteneva migliaia di rarità provenienti da tutto il mondo. Amava i libri. Amava tutto dai romanzi ai fumetti, dai classici di filosofia alla letteratura, dai saggi di semiologia alle riviste. Un lettore attento, e poi scrittore di grande spessore. Il suo “Trattato di semiotica generale” del 1975 è ad oggi, un testo classico nelle università di mezzo mondo.

Ha insegnato a lungo, ruolo che gli fu congeniale. Insegnava al Dams di Bologna e nei corsi di Laurea in Scienza delle Comunicazioni. Lui, grande comunicatore, che catalizzava le masse, anche quando i suoi discorsi erano forti e miravano a scuotere i giovani sull’importanza della cultura.

Lo fece anche durante una “Lectio magistralis”, durante la quale, ricordando un dolore fisico provato da giovane, raccontò di come si resiste se si sa cosa si sta subendo. “La conoscenza, la cultura, alza la soglia della sofferenza” – diceva.

E chi non ricorda quella sua lezione nella quale parlò di quanto internet dia parola anche agli imbecilli?

I social sopprimono i contatti “faccia a faccia” – diceva Umberto Eco – “oltre al fatto che internet da voce anche a legioni imbecilli, che negli anni andati, sparlavano solo dopo un bicchiere di troppo e non nuocevano alla società. Oggi tutti hanno diritto di parola quanto un premio Nobel. Anche se penso che gli imbecilli, alla fine si screditino da soli, quando ormai scettica, la gente non crede più a nulla di ciò che dicono”.

Muore un grande intellettuale, un uomo che detestava l’improvvisazione, che nel suo cammino intellettuale, ebbe vene illuministiche, con grande attenzione alla vita quotidiana perché lì – diceva – “si nasconde la verità”.

Simona Stammelluti

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Uno scrittore di classe, un gigante della cultura, un filosofo, semiologo, ma soprattutto grande comunicatore. Se ne va ad 84 anni, in un freddo venerdì di febbraio, dopo una vita di successi letterali ed accademici e dopo quel “Premio Strega” vinto nel 1981, con il romanzo “Il nome della Rosa”, un bestseller mondiale che vendette 30 milioni di copie in tutto il mondo, tradotto in tutte le lingue. Quel romanzo così famoso, che lui stesso definì il suo peggior romanzo.
“I miei romanzi nascono semplicemente da un’immagine” – diceva sempre.
Fece tanto, per la cultura, svecchiando le più alte forme di comunicazione, non smise mai di guardare alla politica, ma ciò che mancherà, da oggi in poi è quel suo disarmante modo di guardare al mondo, ai cambiamenti sociali, per poi raccontarli, attraverso quella sua penna che si è fermata nel suo ultimo romanzo “Numero Zero”, del 2015, edito da Bompiani, ambientato nel 1992. Un giallo pieno di ironia e di colpi di scena, sul cattivo giornalismo. Un romanzo che narra di una giornalista e di una redazione, con forti riferimenti alla politica, alla storia giudiziaria italiana di quegli anni. Parla di complotti e di questo Numero Zero che forse non uscirà mai, ma che ha tutte le carte in regola per divenire un vero e proprio scoop.
Un uomo di grandi passioni e di cultura sterminata, osservatore ironico e creativo, capace – come pochi – di cogliere lo spirito del tempo. Rimase fedele per una vita intera alla sua casa editrice. Ebbe un rapporto conflittuale con la chiesa e si allontanò dalla fede dopo i suoi studi su Tommaso D’Aquino.
Trovava il tempo anche per collaborare con i giornali: ll Giorno, La Stampa, il Corriere della Sera e da anni scriveva su Repubblica. Lui, che ultimamente l’aveva a morte con i giornalisti, con quelli del “riciclo”, perché come spesso diceva, “le notizie vanno cercate, zappate, cercate con maestria”.
Amava i libri…non li scriveva e basta. La sua biblioteca personale conteneva migliaia di rarità provenienti da tutto il mondo. Amava i libri. Amava tutto dai romanzi ai fumetti, dai classici di filosofia alla letteratura, dai saggi di semiologia alle riviste. Un lettore attento, e poi scrittore di grande spessore. Il suo “Trattato di semiotica generale” del 1975 è ad oggi, un testo classico nelle università di mezzo mondo.
Ha insegnato a lungo, ruolo che gli fu congeniale. Insegnava al Dams di Bologna e nei corsi di Laurea in Scienza delle Comunicazioni. Lui, grande comunicatore, che catalizzava le masse, anche quando i suoi discorsi erano forti e miravano a scuotere i giovani sull’importanza della cultura.
Lo fece anche durante una “Lectio magistralis”, durante la quale, ricordando un dolore fisico provato da giovane, raccontò di come si resiste se si sa cosa si sta subendo. “La conoscenza, la cultura, alza la soglia della sofferenza” – diceva.
E chi non ricorda quella sua lezione nella quale parlò di quanto internet dia parola anche agli imbecilli?
I social sopprimono i contatti “faccia a faccia” – diceva Umberto Eco – “oltre al fatto che internet da voce anche a legioni imbecilli, che negli anni andati, sparlavano solo dopo un bicchiere di troppo e non nuocevano alla società. Oggi tutti hanno diritto di parola quanto un premio Nobel. Anche se penso che gli imbecilli, alla fine si screditino da soli, quando ormai scettica, la gente non crede più a nulla di ciò che dicono”.
Muore un grande intellettuale, un uomo che detestava l’improvvisazione, che nel suo cammino intellettuale, ebbe vene illuministiche, con grande attenzione alla vita quotidiana perché lì – diceva – “si nasconde la verità”.
Simona Stammelluti

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Sanremo – Si respirava nell’aria già da un po’, la vittoria meritata degli Stadio, soprattutto quando la rosa dei finalisti si è stretta, scartando tutte le canzoni eseguite in maniera impeccabile come quelle di Arisa, Annalisa e Dolcenera.
Ma il Festival è della canzone Italiana, e gli Stadio hanno portato una canzone bella “Un giorno mi dirai”, cantata bene, che vince anche il premio Mia Martini e il premio Giancarlo Bigazzi, per la miglior musica, assegnato dai maestri della grande orchestra della Rai.
L’ultima serata si apre con il saluto dei ragazzi del Volo, in collegamento da New York, durante la loro tournée in giro per il mondo. Un saluto a tutti e qualche nota accennata a cappella.
Tutto bene quel che finisce bene. Sarà una edizione del festival che si ricorderà senza dubbio per un paio di cose, tra cui la bravura indiscussa di Virginia Raffaeli, che ieri sera – dopo essere stata la Ferilli, la Fracci, la Versace e la Belen – ha vestito i suoi panni, bellissima e simpatica, capace e talentuosa, per la presenza sul palco del maestro di vita Ezio Bossio e per la capacità avuta da Carlo Conti di tenere tutti contenti, mettendo d’accordo i gusti di tutti.
Spazio ai giovani, tanti, durante questa edizione numero 66 del Festival di Sanremo: Rocco Hunt, Clementino, la Michielin, Lorenzo Fragola, i Dear Jack, e poi ancora tutte le età, da Arisa alla Patty Pravo, da Annalisa a Ruggeri, da Dolcenera a Neffa e così via.
Spazio, tanto, per gli ospiti celebri. Da coloro che hanno imbastito la loro carriera partendo proprio dal palco dell’Ariston, da Laura Pausini a Eros Ramazzotti, a coloro che hanno festeggiato le loro lunghe carriere piene di successo come i Pooh, che hanno regalato a Sanremo i loro 50 anni di Carriera e Renato Zero, che ieri sera dopo due anni e mezzo di assenza dalle scene è tornato all’Ariston con dentro la sua valigia, i pezzi di una vita. Bella la sua affermazione sulla musica: “la musia non è velleità, ma un impegno sociale. Insegnate ai ragazzi la musica, si allontaneranno dalle cose brutte della vita”.
Le serate della 66esima edizione del festival di Sanremo sono state lunghe ma senza tempi morti, e ieri sera le 5 ore di diretta – seguite da 11 milioni di telespettatori – sono state riempite da Roberto Bolle, e Cristina D’avena, che sembra non invecchiare mai e che ha regalato alcuni dei suoi successi. Ma in serata sul palco sono giunti Pieraccioni e Panariello, in una sorta di “reunion” con il Carlo Conti nazionale, così come ai vecchi tempi, che tra una battuta e una risata, hanno ricordato al pubblico la loro uscita pubblica in 3 il prossimo settembre all’Arena di Verona.
In chiusura di finalissima, prima della proclamazione dei vincitori, sul palco un emozionato ed emozionante Beppe Fiorello – prossimamente su Rai 1 con una fiction “io non mi arrendo”, che narra la vita di un poliziotto coraggioso, Roberto Mancini – che ha deliziato il pubblico in sala e a casa, con un bellissimo monologo su ciò che accadde quando nacque l’Ilva a Taranto, per poi intonare le note di “Amara terra mia”, accompagnato alla chitarra da Daniele Bonaviri e Fabrizio Palma.
Un Sanremo che passera ai ricordi come quello delle tante polemiche su Gabriel Garko che sembra non essere piaciuto proprio a nessuno, neanche alle sue numerose fans storiche. Quanto alla Madelina, ha fatto quasi tenerezza, ma allungando la falcata in quei meravigliosi abiti sfoggiati sera dopo sera, ha fatto girare la testa a molti.
La direzione artistica affidata a Carlo Conti è sembrata impeccabile, considerato che tra i Big oltre ai melodici, ai giovani e agli scontati, c’erano anche Elio e le Storie Tese, che – come è facile intuire – fanno gara a se.
Terminato il Festival adesso si aspettano i verdetti della gente che comprerà i dischi, delle radio che da domattina trasmetteranno i brani e già si scommette su quelli che saranno i tormentoni dell’estate. Io un’idea l’avrei…ma ve la dico la prossima volta.
Da Sanremo è tutto, al prossimo anno.
Viva Sanremo e la musica Italiana, quella buona.
Simona Stammelluti
Foto ANSA


Sanremo – Ormai si è in dirittura d’arrivo e si attende con ansia il nome del vincitore della 66esima edizione del Festival di Sanremo. Tutti in gara i 20 big, che provano a dare il meglio di se, rispetto alle serate precedenti nelle quali le performance non sono state sempre impeccabili.
Alcune canzoni si prestano già a divenire tormentoni da radio, mentre alcuni artisti continuano a non convincere in intonazione e capacità interpretativa.
A rischio eliminazioni, dopo le esibizioni sono i Dear Jack, Gli zero Assoluto, Irene Fornaciari, Neffa e i Bluvertigo. A vedere i risultati salta subito agli occhi la veridicità del verdetto, tranne che per figlia di Zucchero, che paga forse il cognome che porta e non riesce a far venir fuori una bravura indiscussa. Si spera adesso nel ripescaggio, e ci si aspetta una oggettività assoluta, considerato che le cattive performance, si sono ripetute serata dopo serata.
Finale per le giovani proposte tra le quali spicca e vince Francesco Gabbani, con il suo pezzo “Amen”, a cui va anche il premio della critica Mia Martini. Il premio della sala stampa web-radio-tv, è andato invece a Chiara dello Iacovo.
Serata che ospita la giuria di qualità, che – a mio avviso – dovrebbe votare tutte le sere, perché va bene il giudizio del popolo, ma conta anche quello di chi la musica la conosce, la scrive, la trasmette, la recensisce da decenni.
Non si può intanto far a meno di notare che la prima vera vincitrice di questa edizione è senza dubbio la bravissima, eclettica e straordinaria Virginia Raffaeli, che nella serata di ieri si è trasformata in una Belen Rodriguez strepitosa, che arriva dopo la Ferilli, la Fracci e la Versace, tutte in splendida forma!
La Raffaeli, mima tutto della Belen, e porta in scena uno spettacolo tra battute, ironie e presenza scenica. Un abito da suora che si trasforma in pochi istanti in miniabito, tanto da mostrare le straordinarie gambe della Raffaeli, che nulla hanno a che invidiare a quelle della vera Belen. E poi la battuta sul “paparazzo a mano”, per non restare mai senza gossip.
I valletti ormai fanno i loro ingressi programmati, lei, Madelina sfoggia abiti sempre più belli, Garko prova a sciogliersi, ma ormai il gioco è fatto e non ci si aspettano certo explois, per la serata finale, in programma per questa sera.
Tra gli ospiti della serata Rocco Papaleo e Alessandro Gassman, che utilizzano il palco di Sanremo per pubblicizzare il loro film “Onda su onda” nelle sale dal 18 febbraio, e poi ancora Enrico Brignano ed Elisa che torna a Sanremo dopo 15 lunghi anni, da quella vittoria con “Luce”.
Una serata come si dice “di mezzo”, che traghetta aspettative e verdetti, nella serata finale di questa sera, nella quale si decreterà la canzone vincitrice della 66esima edizione del Festival di Sanremo, sempre così discusso, ma sempre così tanto amato.
E allora non resta che attendere il verdetto…e che vinca il migliore.
Perché Sanremo è Sanremo…pararà.
Simona Stammelluti

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Sanremo – Una serata imbastita sulle cover, sui ricordi, sulle emozioni che vengono dal passato, da artisti che prestano i loro successi per abbellire e dare un senso alla terza serata del Festival di Sanremo, che ha visto i cantanti in gara, eseguire delle cover, riarrangiate per l’occasione.
Le canzoni sono tante, e tutte con un corredo musicale legato all’epoca, alle capacità canore di chi quei pezzi li ha portati al successo, ripercorse attraverso le interpretazioni dei big, che hanno scelto in maniera non sempre vincente.
Ma di vincente, ieri sera, ci sono state un bel po’ di cose, ad incominciare dal pezzo che ha vinto la serata dedicate alle cover, che è stato proprio “La sera dei miracoli”, del grande Lucio Dalla, uscita in scaletta per ultima, nella performance degli Stadio, e nella voce di un emozionatissimo Gaetano Curreri, che ci ha messo tutto il fiato che aveva in gola e che l’ha cantata come se fosse una necessità e non solo un omaggio al grande cantautore. E sul palco, anche il grande Ricky Portera.
Vince, dunque, un pezzo bello cantato bene, cosa che non può certo dire per molte delle esibizioni avvenute durante quella che è stata una serata ricca di momenti degni di nota, valletti a parte.
Ottimi arrangiamenti per il pezzo “Dedicato”, eseguito da Noemi, e straordinario arrangiamento fiati per la storica “Don Raffaè” di De Andrè cantata bene, oltre ogni pronostico, da un giovanissimo Clementino che ha sorpreso tutti, in sala stampa.
Si riscatta da una performance sottotono, la giovane Francesca Michielin che con “Il mio canto libero” (in)canta e canta, come se fosse in un particolare stato di grazia, come se ci fosse per davvero un senso di libertà in quella sua voce, proveniente da un corpo immobile davanti al microfono.
L’originalità di Elio e le Storie tese, rompe ogni argine, mettendo le parole alla V di Beehtoven, facendo ciò che nessuno aveva mai osato fare, ed è successo a scena aperto.
Tante le stonature durante la terza serata del Festival, da Neffa in “O Sarracino, o ancora Morgan ne “La lontananza”, che malgrado il suo cantare, sfoggia un arrangiamento degno di nota.
Lorenzo Fragola prova, fallendo, di rispolverare “La donna cannone”, come se fosse seduto in un bar, ed invece al pubblico in platea e ai milioni di telespettatori a casa, fa storcere il naso, perché proprio non è un pezzo nelle sue corde.
Rocco Hunt, frizzantino in “Tu vo fa l’americano”, Patty Pravo canta se stessa con “Tutt’al più”, Arisa sempre impeccabile ma non convincente con “Cuore”, che fu di Rita Pavone, Valeri Scanu propone anche lui Battisti, ma senza pathos, un insolito Enrico Ruggeri che canta “A canzuncella”, bene Irene Fornaciari con “Se perdo anche te”, Zero Assoluto e Dear Jack, mi verrebbe da dire “non classificati”.
Degni di nota il siciliano Giovanni Caccamo con Deborah Iurato che hanno eseguito a due voce “Amore senza fine” di Pino Daniele, ed una ottima performance di Annalisa in “America”.
Vincono gli Stadio, meritatamente, con un bel pezzo eseguito in maniera incisiva ed emozionante. Ma vince anche l’emozione che si respira all’Ariston nella reunion dei Pooh, che festeggiano 50 anni di carriera su quel palco, tutti insieme, anche con Riccardo Fogli, che si emoziona e piange in chiusura di performance, stringendo la mano a Roby Facchinetti che non avrà più l’estensione di un tempo, ma resta una voce storica ed indimenticabile.
Le emozioni sono tante, il pubblico in sala si lascia andare, cantando, ed anche i 40enni, si agitano come adolescenti al primo concerto. E poi quel messaggio giunto ad una corista, da chi lavora in un ospedale e che ringrazia i Pooh per aver dato ai malati un momento di serenità e di felicità.
Un piccolo inconveniente con le votazioni in sala stampa, circa le esibizioni delle giovani proposte, ribalta i risultati e mette leggermente in crisi Carlo Conti che si impapera un po’ per poi tornare la macchina da guerra di sempre.
Tra le nuove proposte dunque, passa Francesco Gabbani.
La vera punta di diamante di questa edizione del Festival di Sanremo resta Virginia Raffaele, che anche nella terza serata sfoggia un personaggio perfetto, in movenze e contenuti. Ieri sera è stata la volta di Donatella Versace, che avrà scoperto di avere una sosia forse ancor più simpatica di se. La Raffaele tiene incollati tutti allo schermo mentre in sala si ride e si applaude, come non mai.
Gli applausi sono anche per la simpatica e spigliata Nicole Orlando, la campionessa italiana con la sindrome di down, che ieri sera è riuscita a ridimensionare Garko, dicendogli che per la sua mamma lui “non è proprio un granché”.
Una serata senza tempi morti, con emozioni sulla soglia degli occhi per più di qualcuno, e con la consapevolezza che la musica resta sempre il mezzo migliore, anche per fare spettacolo.
Simona Stammelluti

Sanremo – Sarà sicuramente un’edizione del Festival che non faticherà ad essere ricordata, dopo la straordinaria, umana e commovente presenza sul famoso palco dell’Ariston, del maestro Ezio Bossio, virtuoso del piano, affetto da Sla che ha emozionato fino alle lacrime tutti coloro che hanno avuto l’onore di essere al suo cospetto ieri sera, durante la seconda serata del kermesse canora.
Che si fosse stati in teatro, o a casa, in quei minuti nel quale Ezio Bosso ha parlato e poi suonato, si è spento ogni riflettore, e si è acceso un incredibile dialogo emotivo tra la sua travolgente umanità e i punti deboli di chi lo ha ascoltato, in religioso silenzio, lasciando che le lacrime uscissero senza timore, così come è stato anche per la violinista dell’orchestra.
Quella sua disarmante, straordinaria normalità, nella impercettibile disabilità, è stata una vera e propria lezione di vita, proprio in un momento nel quale si sembra essere tutti vittime “consapevoli” di un egocentrismo che non lascia più scampo a nessun tipo di riflessione condivisa.
“Eppure la musica, come la vita, si può fare in un modo solo: insieme” – queste le parole di concedo del maestro Bosso, dopo la sua esibizione, mentre nelle orecchie di tutti rieccheggiano quelle del suo discorso a cuore aperto, senza barriere, senza difese, nel quale ha raccontato come la vita dell’uomo non sia un filo diritto, ma simile a “12 stanze” (titolo anche di un suo lavoro discografico) dove l’ultima, la dodicesima, non è da considerare la fine, ma un nuovo inizio, un nuovo punto di partenza, dal quale si può ricordare ciò che è stato e quindi si è finalmente pronti a ricominciare.
E poi ancora quella sua riflessione sul “perdere qualcosa” e “perdersi”. Perché “perdere”, inteso come smarrire – dice Ezio Bosso – “non è una cosa brutta, perché c’è chi perde il pregiudizio, per esempio, o l’egoismo”. E perdersi, invece significa avere una nuova opportunità per ricominciare. Ecco, il simbolo del suo parlare, la rinascita, la capacità di non arrendersi agli eventi, ma di riappropriarsi della vita e del futuro.
E la riflessione più bella arriva proprio riguardo alla musica, che lui definisce “magica” e sorridendo racconta che è proprio per quello, che i direttori d’orchestra hanno la “bacchetta”.
Non semplice dunque, raccontare la seconda puntata del Festival di Sanremo, se non in virtù di questo ospite straordinario in talento ed umanità.
In gara ieri sera si è notata l’estensione e la perfetta intonazione di Annalisa Scarrone, con la sua “diluvio universale”, Patty Pravo, che malgrado la sua età e qualche stonatura ha retto una performance che ha lasciato a desiderare, cantanto “cieli immensi”, e poi ancora Valerio Scanu, Clementino con “quando sono lontano”, un pezzo rap che narra di rapporti, Neffa “tra sogni e nostalgia”, che sbaglia l’originalità e prende anche qualche stecca, gli Zero Assoluto “di te e di me”, che non lasciano nessun segno del loro passaggio, né sul pubblico né sulla giuria. E poi ancora Alessio Bernabei che dopo aver lasciato il gruppo Dear Jack, prova un percorso da solista che però non lo premia, considerato che la sua performance non è che appena sufficiente. La canzone di Francesca Michelin, noiosa ed incerta, non regge la sua notorietà in rete, mentre Dolcenera – a rischio eliminazione – racconta un pezzo sofisticato, da lei scritto “ora o mai più”, che non viene apprezzato al meglio.
Come al solito quando è a Sanremo, mette tutti d’accordo l’esibizione di Elio e Le storie Tese, attesi e applauditi, soprattutto per l’originalità. “Vincere l’odio”, è il pezzo che in maniera assai originale riassume 5 pezzi in un’unica partitura, estremamente musicale, e con citazioni di pezzi famosi proprio di Sanremo. Allegria e bravura, nella performance.
A rischio eliminazione dunque, insieme a Dolcenera, gli Zero Assoluto, Neffa e Alessio Bernabei. Ma è stata anche la serata delle nuove proposte. Sfida a due, passano Chiara Dello Jacovo e Ermal Meta.
Vallette e valletti fanno il loro compitino a casa, Madelina sfoggia abiti meravigliosi, Garko sembra sempre come se non avesse mai fatto nulla in vita sua se non piacere a un discreto numero di donne, mentre la bravissima Virginia Raffaele, si destreggia simpaticamente nei panni di una Carla Fracci sagace e glamour.
Torna sul palco dell’Ariston Eros Ramazzotti che come la Pausini nella prima serata, racconta la sua carriera ripercorrendo quelli che sono stati i suoi successi, partiti proprio da quel fortunatissimo palcoscenico e poi, chiacchierando con Conti, parla di figli, della loro capacità di “fare famiglia”, qualunque colore abbia, la famiglia, e poi racconta del delicato ruolo del genitore nel sostenerli ed accompagnarli affinché non si smarriscano.
E’ sembrata banale e senza nulla da ricordare, la presenza in finale di serata della super attrice Nicole Kidman, che a parte raccontare che suo marito le fa trovare fiori freschi e bigliettino in ogni albergo e che sua madre ha acquistato tutti i francobolli con la sua faccia, poco è rimasto di quella donna sicuramente elegantissima, emblema di raffinatezza, ma che – a mio avviso – poteva anche restare a casa.
Subito dopo mezzanotte sul palco dell’Ariston arriva Nino Frassica, che dopo un simpatico duetto di risposte a medesima domanda con Garko, si esibisce in una interpretazione  inedita di un pezzo “a mare si gioca”, scritta dal grande maestro Tony Canto, che sul palco ieri sera ha anche  suonato la chitarra. Il tema del pezzo, la crudeltà della vita dei migranti sul mare, per raggiungere la salvezza, e quello, non è un gioco.
Grande merito, anche nella seconda serata, va alla grande orchestra della Rai, i cui elementi restano la colonna portante di una kermesse inossidabile.
Simona Stammelluti

SANREMO – Come tutti gli anni, si divide in due l’Italia tra chi ama e chi odia la più famosa kermesse canora giunta alla sua 66esima edizione, eppure i dati parlano sempre di milioni di telespettatori per ogni serata, incollati alla Tv.

La conduzione, che spetta anche per quest’anno a Carlo Conti è stata snella, ogni cosa è sembrata al proprio posto, anche se il susseguirsi delle canzoni dei 10 big in gara, non ha certo entusiasmato appassionati e critica.

Valletti, vallette, gag e superospiti hanno cadenzato la prima serata del festival di Sanremo e come sempre hanno suscitato i commenti e le opinioni di tutti.

Un attacco di serata emozionante sulle note di “Starman”, omaggio al grande David Bowie  da poco scomparso, che poi ha lasciato il posto a momenti nella serata non particolarmente entusiasmanti.

Carlo Conti era accompagnato nella conduzione da Gabriel Garko, che è sembrato impacciato e sottotono, da Madalina Ghenea e dalla brava Virginia Raffaele, ma l’attenzione era tutta per i superospiti. Una Laura Pausini emozionatissima, che ha ripercorso, cantando, tutta la sua carriera da quella sua prima vittoria proprio al Festival di Sanremo all’età di 18 anni, dove torna dopo essere divenuta una star in tutto il mondo. Le gag di Aldo, Giovanni e Giacomo, come sempre hanno riempito tempo e spazio con la giusta ilarità. L’imitatrice Virginia Raffaele, bravissima nei panni della Ferilli, che prende in giro la Bellucci.

Ma è sul finale di puntata intorno alle 23,30 che Sir Elton John fa il suo ingresso sul palco, con occhialetti scuri, seduto al pianoforte e quando intona “Your song” sembra non esistere più nulla se non quella voce e quel pathos che non temono il tempo. E poi quella sua sottile provocazione sul suo ruolo di padre.

Poco prima di mezzanotte fa ingresso sul palco dell’Ariston Maitre Gims, artista franco-congolese, che ha regalato alla platea e al pubblico a casa il suo ultimo successo “Est-ce que tu m’aimes”, premiato ieri sera con il disco di Platino.

Ma senza voler togliere nulla a tutto il contorno, le vere protagoniste del festival di Sanremo restano le canzoni ed i loro interpreti, alcuni dei quali ieri sera hanno lasciato molto a desiderare.

Tra i 10 big, spiccano il cantante siciliano, di Modica, Giovanni Caccamo che con il suo brano “Via da qui”, cantato molto bene insieme a Deborah Iurato, ha ricordato il vecchio cantautorato, con un pezzo romantico, con un ritornello orecchiabile, tipicamente sanremese, eseguito con un’ottima estensione vocale, che si pone nella rosa dei probabili vincitori.

L’attenzione si ferma come sempre quando lei c’è, su una superintonatissima Arisa, che ha lasciato a desiderare solo in fatto di look, ma che come sempre, da quel palco, riesce non solo a regalare una impeccabile performance in intonazione e capacità vocale, ma imbastisce testo e musica, come se avesse ormai capito come giocarsi la carta “Sanremo”. La sua “Guardando il cielo”, promette già di diventare tormentone, che nel suo caso, si trasforma in gradevolezza assoluta.

Non in ultimo sotto l’attenzione di chi utilizzerà il televoto per dire la propria e lasciare una preferenza, gli Stadio, per la quinta volta sul palco dell’Ariston, che vanta un Gaetano Curreri che non pensa alle classifiche ma a dare spazio ad una bella canzone, che quando arriva, va regalata. Il titolo del pezzo, “Un giorno mi dirai”, che parla di un rapporto tra padre e figlia, e che lascia senza dubbio un segno, malgrado i problemi di monitor avuti dal cantante, o qualche acuto non messo al posto giusto.

Difficile non sottolineare la scarsa performance di Morgan dei Blu Vertigo a rischio eliminazioni insieme a Irene Fornaciari, Noemi e Dear Jack.

I giovani Fragola e Hunt, passano insieme a Enrico Ruggieri, Stadio, Arisa, e Giovanni Caccamo, che senza dubbio farà parlare ancora di se.