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Chi ancora non l’avesse ammirato, può utilizzare ancora qualche giorno per far visita ad una meravigliosa opera d’arte, ospitata nella bella Agrigento, e che dopo il 30 marzo, tornerà nella chiesa di San Sebastiano fuori le mura, sulla via Appia, nella capitale.
Un’opera d’arte, che diviene “trait d’union” tra il barocco romano ed il barocco siciliano, è – a quanto pare – l’ultima opera che il Bernini realizzò prima di morire nel 28 novembre del 1680.
Il Salvator Mundi – detta anche “Il busto del Salvatore” – è un’opera di rara bellezza, realizzata tutta in marmo di Carrara, che lui stesso decise di lasciare in eredità a Caterina di Svezia – che però sembra avesse rifiutato quel dono poiché impossibilitata a rendergli un dono di egual valore – poi andata smarrita, e finita, forse, in mano ad un collezionista, e comunque ritrovato nel 2001.
Questo capolavoro, che sembra vivo in tutto il suo significato cristiano, mostra capelli fluenti, un mantello sulle spalle come se fosse puro raso, ed una mano sola, come in segno di benedizione. Fu definito dai suoi contemporanei, come un vero e proprio testamento del maestro Bernini, mentre tra i critici attuali, qualcuno ha pensato bene di metterne in dubbio la paternità.
Si resta incantati, nel vedere quel busto inserti molto bene, nel colonnato subito all’ingresso della chiesa dello Spirito Santo, dove, per ammirarlo a pieno, bisogna allontanarsi un po’ affinché si possa scorgerne la bellezza d’insieme, oltre ad ammirare i singoli dettagli che stupiscono, mostrando la straordinaria bravura del Bernini.
Un accostamento significativo, quello posto in essere tra l’opera del Bernini e gli stucchi del Serpotta, custodite nella chiesa agrigentina, datati tra il 1709 ed il 1717, decorati con oro zecchino, come riscoperto da alcuni interventi per verificarne l’autenticità, oltre all’acquisizione di “dati diagnostici” e alla messa in sicurezza delle opere stesse contenute all’interno del luogo sacro, costruito su un nucleo medievale che ad oggi, necessiterebbe di un intervento per impedire che l’umidità che continua ad insinuarsi all’interno, nuoccia alle opere una volta restaurate e fatte tornare a nuovo splendore.
Gli stucchi di Giacomo Serpotta, che si muovono in una singolare tridimensionalità, attraverso delle ombre che ne scaturiscono da un’accurata illuminazione, sembrano uscire dalle proprie cornici, per impressionare il visitatore. Rappresentano 4 scene del vangelo di Matteo: la natività, l’adorazione dei magi, la fuga in Egitto e la presentazione al tempio.
Anche l’altare e la volta della chiesa dello Spirito Santo – che non sono stati mai ritoccati e pertanto sono originali così come sono stati concepiti – mostrano dettagli di grande bellezza artistica barocca.
Ancora pochi giorni, dunque, per godere della bellezza dell’arte che è proprio a portata di mano, di sguardo, di emozione. Basterà che varchiate con la giusta curiosità e con una predisposizione al bello, il portale in stile catalano della chiesa dello Spirito Santo, e vi mettiate al cospetto di un’opera d’arte che merita l’attenzione di tutti gli agrigentini.
Simona Stammelluti

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E’ senza dubbio un’arte.
Ma non è un’arte facile da “tenere in piedi”, se non alimentata da una straordinaria concentrazione, e da una possente dose di spiritualità.
Momenti tra il mistico e lo stato “estatico”, nell’esibizione dei Dervisci Rotanti, che è andata in scena al teatro Luigi Pirandello di Agrigento, nella serata di mercoledì 9 marzo, in cartellone per la 71esima edizione della Sagra del Mandorlo in Fiore.

E’ uno spettacolo stano, il loro.

Non sai di cosa si tratti, fin quando non entrano in scena e si lasciano “possedere” dal proprio stato, indispensabile per “danzare”. Danzano, tutto in circolare, come se i 5 ballerini turchi, fossero un gigantesco carillion, alimentato solo dalla forza di volontà, da una straordinaria preparazione fisica e dalla capacità di “staccare” la mente da un corpo che risponde ad un impulso, ad una sorta di “carica” emotiva e sopratutto spirituale.

Uno spettacolo, che azzarderei chiamandolo “ipnotico”, durante il quale ci si chiede come facciano a non cadere in preda ad un capogiro, fin quando non si entra nella loro logica di vita, di preghiera, di amore per uno stato che rapisce e che incanta.

Sul palco, 15 elementi, provenienti dalla Turchia – terra di meditazioni, di misticismo e di spiritualità – divisi tra musicisti e ballerini. Che poi, chiamarli sono musicisti o solo ballerini è senza dubbio riduttivo, considerata la capacità di procedere ed “incedere” minuto dopo minuto come se per davvero potessero andare avanti all’infinito.

Musica riprodotta con tipici strumenti turchi, a corde, a percussione e a fiato, che hanno fatto da “tappeto” al rituale, seguendo diverse fasi: Una introduzione per mezzo di un flauto, l’ingresso del tamburo come ringraziamento a Dio per essere stati creati, e poi ancora il flauto chiamato Ney, per raccontare dolcemente il soffio divino affinché le creature possano avere vita, e dunque, ballare.

Un “rito” vero e proprio, per il quale era necessario un “religioso silenzio”, così come era stato richiesto in apertura di serata. Un silenzio che si è rotto esclusivamente a performance completata, attraverso un applauso sentito.

Un rito che prevede musicisti che recitano anche canti(lene) e preghiere tratte dal Corano per gran parte dello spettacolo, un maestro, che benedice ed introduce alla danza i danzatori – rigorosamente maschi – vestiti con abiti bianchi, unico coloro concesso, copricapo caratteristico turco in feltro marrone e dei mantelli neri, che vengono reindossati solo a danza ultimata.

Una danza che resta impressa, perché i ballerini percorrono in senso antiorario, girando su se stessi attraverso piccoli passi, per tre volte consecutive, tutto il perimetro; poi si fermano, senza un minimo di esitazione, e ci scambiano un saluto, come simbolo di mutua fratellanza tra le loro anime, e non tra i loro corpi, che ubbidiscono solo allo stato estatico raggiunto attraverso un profondo e non facile cammino spirituale, fondato sull’amore, sulla fratellanza, sull’abbandonando l’ego per il raggiungimento della perfezione, indispensabile per giungere a Dio. Ed è proprio da questo percorso che deriva il termine “derviscio”, che sta per “mendicante”, colui che percorre un cammino da asceta, per abbandonare ogni attaccamento alle passioni mondane e dunque terrene.

Tolleranza, purezza, trasparenza, in quel loro “roteare”, senza sosta, senza esitazione, ma con occhi chiusi, dietro i quali scorrono le immagini di uno stato distante anni luce, dal palco del teatro Luigi Pirandello, che mercoledì 9 marzo, ha assistito ad uno spettacolo, di grande caratura artistica.

Simona Stammelluti

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E’ senza dubbio un’arte.
Ma non è un’arte facile da “tenere in piedi”, se non alimentata da una straordinaria concentrazione, e da una possente dose di spiritualità.
Momenti tra il mistico e lo stato “estatico”, nell’esibizione dei Dervisci Rotanti, che è andata in scena al teatro Luigi Pirandello di Agrigento, nella serata di mercoledì 9 marzo, in cartellone per la 71esima edizione della Sagra del Mandorlo in Fiore.
E’ uno spettacolo stano, il loro.
Non sai di cosa si tratti, fin quando non entrano in scena e si lasciano “possedere” dal proprio stato, indispensabile per “danzare”. Danzano, tutto in circolare, come se i 5 ballerini turchi, fossero un gigantesco carillion, alimentato solo dalla forza di volontà, da una straordinaria preparazione fisica e dalla capacità di “staccare” la mente da un corpo che risponde ad un impulso, ad una sorta di “carica” emotiva e sopratutto spirituale.
Uno spettacolo, che azzarderei chiamandolo “ipnotico”, durante il quale ci si chiede come facciano a non cadere in preda ad un capogiro, fin quando non si entra nella loro logica di vita, di preghiera, di amore per uno stato che rapisce e che incanta.
Sul palco, 15 elementi, provenienti dalla Turchia – terra di meditazioni, di misticismo e di spiritualità – divisi tra musicisti e ballerini. Che poi, chiamarli sono musicisti o solo ballerini è senza dubbio riduttivo, considerata la capacità di procedere ed “incedere” minuto dopo minuto come se per davvero potessero andare avanti all’infinito.
Musica riprodotta con tipici strumenti turchi, a corde, a percussione e a fiato, che hanno fatto da “tappeto” al rituale, seguendo diverse fasi: Una introduzione per mezzo di un flauto, l’ingresso del tamburo come ringraziamento a Dio per essere stati creati, e poi ancora il flauto chiamato Ney, per raccontare dolcemente il soffio divino affinché le creature possano avere vita, e dunque, ballare.
Un “rito” vero e proprio, per il quale era necessario un “religioso silenzio”, così come era stato richiesto in apertura di serata. Un silenzio che si è rotto esclusivamente a performance completata, attraverso un applauso sentito.
Un rito che prevede musicisti che recitano anche canti(lene) e preghiere tratte dal Corano per gran parte dello spettacolo, un maestro, che benedice ed introduce alla danza i danzatori – rigorosamente maschi – vestiti con abiti bianchi, unico coloro concesso, copricapo caratteristico turco in feltro marrone e dei mantelli neri, che vengono reindossati solo a danza ultimata.
Una danza che resta impressa, perché i ballerini percorrono in senso antiorario, girando su se stessi attraverso piccoli passi, per tre volte consecutive, tutto il perimetro; poi si fermano, senza un minimo di esitazione, e ci scambiano un saluto, come simbolo di mutua fratellanza tra le loro anime, e non tra i loro corpi, che ubbidiscono solo allo stato estatico raggiunto attraverso un profondo e non facile cammino spirituale, fondato sull’amore, sulla fratellanza, sull’abbandonando l’ego per il raggiungimento della perfezione, indispensabile per giungere a Dio. Ed è proprio da questo percorso che deriva il termine “derviscio”, che sta per “mendicante”, colui che percorre un cammino da asceta, per abbandonare ogni attaccamento alle passioni mondane e dunque terrene.
Tolleranza, purezza, trasparenza, in quel loro “roteare”, senza sosta, senza esitazione, ma con occhi chiusi, dietro i quali scorrono le immagini di uno stato distante anni luce, dal palco del teatro Luigi Pirandello, che mercoledì 9 marzo, ha assistito ad uno spettacolo, di grande caratura artistica.
Simona Stammelluti

C’è per davvero da restare incantati, se si decide di immergersi in quello che è uno dei momenti più belli e suggestivi della famosissima “Sagra del Mandorlo in Fiore, che ad Agrigento, anno dopo anno, festeggia il miracolo della fioritura del meraviglioso fiore, che avviene nel mese di febbraio, qunando è ancora pieno inverno.
Sarà che la terra di Sicilia è unica in ogni suo pregio, come in ogni difetto, ma la straordinarietà di un evento naturale così eccellente non può che essere festeggiato.
Un programma ricco ed interessante quello messo a punto dall’11 febbraio sino al 13 marzo, durante quella che quest’anno è stata la 71esima edizione della ormai storica sagra.
Una sagra che nel suo programma ha visto ieri, 9 marzo, la coinvolgente Fiaccolata dell’Amicizia, che da P.zza Pirandello, si è incamminata per via Atenea, e poi ancora per P.zza della Vittoria, per terminare in Via Crispi.
Tanta la gente che si è riversata lungo le strade del famoso percorso della fiaccolata, e tutti, per un po’ sono rimasti con il naso all’insù sperando che i goccioloni annunciati dalle previsioni meteo, non venissero giù copiosi, rovinando una delle più suggestive parentesi della Sagra.
Dalle parole del direttore artistico della manifestazione folkloristica, si evince la complessità dell’organizzazione nel gestire non solo la partecipazione ma anche le singole performance dei gruppi ospiti che quest’anno sono giunti dal Brasile, Colombia, Grecia, Messico, Polonia, Perù, Romania, Slovacchia,,Thailandia, Turchia e Spagna e che si sono perfettamente integrati con i gruppi folkloristici autoctoni.
Tutti insieme sotto il segno dell’Amicizia, pur appartenendo a culture, usi e costumi completamente diversi. Tutti sotto il segno della “luce” delle fiaccole che nessun vento e nessuna pioggia, avrebbe mai potuto spegnere.
Un servizio d’ordine poderoso e compatto, coordinato dalla Prefettura, ha assicurato non solo l’impeccabile riuscita della manifestazione, ma anche un controllo sulla sicurezza di ognuna delle persone presenti.
Il suono dei tamburi, delle percussioni, dei rullanti, hanno rieccheggiato lungo tutto il tragitto, sbattendo nello stomaco e nelle emozioni di tutti i presenti. Un suono che ha dato il via alla fiaccolata e che ha anche introdotto i suoni tipici di ogni paese straniero invitato. Un insieme di colori che hanno caratterizzato non solo il trucco e l’abito dei partecipanti alla fiaccolata, ma sono stati il “filo conduttore” che ha tenuto insieme giovani sorridenti che seppur con colori diversissimi di pelle, hanno creato un “tappeto” umano, che in maniera allegra ha percorso le strade della città, sotto gli occhi di migliaia di cittadini.
Ogni luogo un suono, un sorriso da immortalare, un passo di danza. Ogni luogo una luce della fiaccola, uguale a tutte le altre, che ha posto un sigillo sullo scambio che nasce dalla condivisione di ciò che appartiene ma che diventa dell’altro, quando ci si scambia un pezzo di storia e di tradizione.
Simona Stammelluti. (Le foto sono della stessa autrice dell’articolo).
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C’è per davvero da restare incantati, se si decide di immergersi in quello che è uno dei momenti più belli e suggestivi della famosissima “Sagra del Mandorlo in Fiore, che ad Agrigento, anno dopo anno, festeggia il miracolo della fioritura del meraviglioso fiore, che avviene nel mese di febbraio, qunando è ancora pieno inverno.

Sarà che la terra di Sicilia è unica in ogni suo pregio, come in ogni difetto, ma la straordinarietà di un evento naturale così eccellente non può che essere festeggiato.

Un programma ricco ed interessante quello messo a punto dall’11 febbraio sino al 13 marzo, durante quella che quest’anno è stata la 71esima edizione della ormai storica sagra.

Una sagra che nel suo programma ha visto ieri, 9 marzo, la coinvolgente Fiaccolata dell’Amicizia, che da P.zza Pirandello, si è incamminata per via Atenea, e poi ancora per P.zza della Vittoria, per terminare in Via Crispi.

Tanta la gente che si è riversata lungo le strade del famoso percorso della fiaccolata, e tutti, per un po’ sono rimasti con il naso all’insù sperando che i goccioloni annunciati dalle previsioni meteo, non venissero giù copiosi, rovinando una delle più suggestive parentesi della Sagra.

Dalle parole del direttore artistico della manifestazione folkloristica, si evince la complessità dell’organizzazione nel gestire non solo la partecipazione ma anche le singole performance dei gruppi ospiti che quest’anno sono giunti dal Brasile, Colombia, Grecia, Messico, Polonia, Perù, Romania, Slovacchia,,Thailandia, Turchia e Spagna e che si sono perfettamente integrati con i gruppi folkloristici autoctoni.

Tutti insieme sotto il segno dell’Amicizia, pur appartenendo a culture, usi e costumi completamente diversi. Tutti sotto il segno della “luce” delle fiaccole che nessun vento e nessuna pioggia, avrebbe mai potuto spegnere.

Un servizio d’ordine poderoso e compatto, coordinato dalla Prefettura, ha assicurato non solo l’impeccabile riuscita della manifestazione, ma anche un controllo sulla sicurezza di ognuna delle persone presenti.

Il suono dei tamburi, delle percussioni, dei rullanti, hanno rieccheggiato lungo tutto il tragitto, sbattendo nello stomaco e nelle emozioni di tutti i presenti. Un suono che ha dato il via alla fiaccolata e che ha anche introdotto i suoni tipici di ogni paese straniero invitato. Un insieme di colori che hanno caratterizzato non solo il trucco e l’abito dei partecipanti alla fiaccolata, ma sono stati il “filo conduttore” che ha tenuto insieme giovani sorridenti che seppur con colori diversissimi di pelle, hanno creato un “tappeto” umano, che in maniera allegra ha percorso le strade della città, sotto gli occhi di migliaia di cittadini.

Ogni luogo un suono, un sorriso da immortalare, un passo di danza. Ogni luogo una luce della fiaccola, uguale a tutte le altre, che ha posto un sigillo sullo scambio che nasce dalla condivisione di ciò che appartiene ma che diventa dell’altro, quando ci si scambia un pezzo di storia e di tradizione.

Simona Stammelluti. (Le foto sono della stessa autrice dell’articolo).

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Via libera a mimose, cioccolatini e cene a lume di candela, perché piaccia o no, l’8 marzo si festeggia. Sembrano invece diminuire le serate “tutte donne” che sono da sempre il simbolo di quella volontà di “togliersi uno sfizio”, di festeggiare la capacità di “poter fare tutto da sole”, malgrado le feste “al femminile” finiscano con tanto di streap-tease, dove l’uomo, diventa l’oggetto…fosse anche di desiderio per una notte.

Fa sorridere pensare a quanta strada abbia fatto l’emancipazione femminile, per poi arenarsi in una serata marchiata 8 marzo, che termina con un misero, scontatissimo spogliarello. Che poi non sarebbe male ricordare il perché l’8 marzo viene festeggiato come “Giornata Internazionale della Donna”, e perché la mimosa ne è divenuta il simbolo.

Tanti i passi che sono stati fatti, se si pensa che all’inizio del ‘900, le donne non potevano neanche votare, ma nel corso dei decenni, la forza e la volontà inarrestabile delle donne, hanno prodotto un vero e proprio capovolgimento della storia, con tanto di rivincita che la donna si è presa a dispetto dei soprusi subiti e di evidente disparità. Il voto, il divorzio, l’aborto. E così il gentil sesso, si è appropriato “debitamente” di conquiste politiche, economiche, sociali.

La donna, emancipata e volitiva, che resta moglie e mamma, che resiste agli urti della vita, che dai posti di comando, comanda meglio dell’uomo, che non si arrende mentre dimostra di cosa è capace, che non mette mai a dormire sogni e volontà.

La donna, carismatica, appassionata, sempre pronta a raccogliere le sfide, che non scende a compromessi se non con la vita di ogni giorno, che ripone ogni sera nei cassetti la capacità di essere multitasking, che “una ne pensa e cento ne fa”, che non si volta mai indietro, ma guarda dritta davanti a se, che cammina disinvolta sui tacchi a spillo, ma che scalza corre incontro agli obiettivi, segnati su in alto, nell’agenda virtuale dei suoi giorni.

La donna, che legge, scrive, e fa di conto ormai meglio degli uomini, che va nello spazio come se avere il ciclo non fosse mai stato un problema, che corre per il posto alla Casa Bianca, perché sa di poter fare meglio di un uomo.

Le donne che “vestono le donne”, che non sono più relegate al ruolo di modelle.

Cleopatra, Giovanna D’Arco, Elisabetta I, Anna Maria Mozzoni, pioniera del femminismo in Italia, Maria Montessori, madre della pedagogia, Simone De Beauvoir, filosofa e femminista, Madre Teresa di Calcutta, piccola e santa, Rita Levi Montalcini, grande scienziata, Margherita Huck, astrofisica, Samantha Cristoforetti, ingegnere, aviatrice, astronauta.

Si, certo, tante sono le donne che hanno lasciato il segno nella storia. E poi ci sono le donne che fanno parte della nostra personalissima vita…Le madri, le mogli, le compagne, le donne che anche da single, sanno “cambiare” la vita di coloro che incrociano le loro esistenze, che riconoscendo i propri limiti e le proprie fragilità divengono forti più che mai, divengono rocce sulle quali edificare il futuro.

Eppure se diamo uno sguardo ai Tg, è notizia di tutti i giorni, quella realtà chiamata “femminicidio”.

E allora sarebbe bello un 8 marzo nel quale fosse tangibile l’amore ed il rispetto nei confronti delle donne, tutte. Un 8 marzo senza violenze, senza offese, senza soprusi, senza discriminazioni. Un 8 marzo nel quale la donna viene coccolata ed apprezzata semplicemente per quello che è o per quello che si sforza di fare tutti i giorni. Un 8 marzo nel quale la donna viene ammirata come quella creatura che da la vita, che prova ad amare sempre e comunque, che si rimbocca le maniche, sempre, che non si tira mai indietro, che lotta per quello in cui crede, che sciopera, se lo crede giusto, che parla quando c’è da parlare e tace quando deve tacere, che difende gli affetti, che cammina a testa alta anche quando subisce, che prova a ribellarsi, senza vergogna, che non si vende, nè si (s)vende…mai.

Un 8 marzo nel quale l’amore degli uomini arrivi con una carezza e non con un fiore, che arrivi con il complimento mai fatto prima, con una parola, che tanta forza racchiude in se, e che sa essere un ponte meraviglioso tra chi la proferisce e chi la ascolta con cuore sincero.

Un 8 marzo nel quale, ricordare il “perchè l’8 marzo viene celebrato” sia motivo di riflessione e che possa essere il preludio di un piccolo/grande mondo nel quale forse un giorno, la donna camminerà al fianco dell’uomo, con lo stesso identico diritto alla dignità.

Simona Stammelluti

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Via libera a mimose, cioccolatini e cene a lume di candela, perché piaccia o no, l’8 marzo si festeggia. Sembrano invece diminuire le serate “tutte donne” che sono da sempre il simbolo di quella volontà di “togliersi uno sfizio”, di festeggiare la capacità di “poter fare tutto da sole”, malgrado le feste “al femminile” finiscano con tanto di streap-tease, dove l’uomo, diventa l’oggetto…fosse anche di desiderio per una notte.
Fa sorridere pensare a quanta strada abbia fatto l’emancipazione femminile, per poi arenarsi in una serata marchiata 8 marzo, che termina con un misero, scontatissimo spogliarello. Che poi non sarebbe male ricordare il perché l’8 marzo viene festeggiato come “Giornata Internazionale della Donna”, e perché la mimosa ne è divenuta il simbolo.
Tanti i passi che sono stati fatti, se si pensa che all’inizio del ‘900, le donne non potevano neanche votare, ma nel corso dei decenni, la forza e la volontà inarrestabile delle donne, hanno prodotto un vero e proprio capovolgimento della storia, con tanto di rivincita che la donna si è presa a dispetto dei soprusi subiti e di evidente disparità. Il voto, il divorzio, l’aborto. E così il gentil sesso, si è appropriato “debitamente” di conquiste politiche, economiche, sociali.
La donna, emancipata e volitiva, che resta moglie e mamma, che resiste agli urti della vita, che dai posti di comando, comanda meglio dell’uomo, che non si arrende mentre dimostra di cosa è capace, che non mette mai a dormire sogni e volontà.
La donna, carismatica, appassionata, sempre pronta a raccogliere le sfide, che non scende a compromessi se non con la vita di ogni giorno, che ripone ogni sera nei cassetti la capacità di essere multitasking, che “una ne pensa e cento ne fa”, che non si volta mai indietro, ma guarda dritta davanti a se, che cammina disinvolta sui tacchi a spillo, ma che scalza corre incontro agli obiettivi, segnati su in alto, nell’agenda virtuale dei suoi giorni.
La donna, che legge, scrive, e fa di conto ormai meglio degli uomini, che va nello spazio come se avere il ciclo non fosse mai stato un problema, che corre per il posto alla Casa Bianca, perché sa di poter fare meglio di un uomo.
Le donne che “vestono le donne”, che non sono più relegate al ruolo di modelle.
Cleopatra, Giovanna D’Arco, Elisabetta I, Anna Maria Mozzoni, pioniera del femminismo in Italia, Maria Montessori, madre della pedagogia, Simone De Beauvoir, filosofa e femminista, Madre Teresa di Calcutta, piccola e santa, Rita Levi Montalcini, grande scienziata, Margherita Huck, astrofisica, Samantha Cristoforetti, ingegnere, aviatrice, astronauta.
Si, certo, tante sono le donne che hanno lasciato il segno nella storia. E poi ci sono le donne che fanno parte della nostra personalissima vita…Le madri, le mogli, le compagne, le donne che anche da single, sanno “cambiare” la vita di coloro che incrociano le loro esistenze, che riconoscendo i propri limiti e le proprie fragilità divengono forti più che mai, divengono rocce sulle quali edificare il futuro.
Eppure se diamo uno sguardo ai Tg, è notizia di tutti i giorni, quella realtà chiamata “femminicidio”.
E allora sarebbe bello un 8 marzo nel quale fosse tangibile l’amore ed il rispetto nei confronti delle donne, tutte. Un 8 marzo senza violenze, senza offese, senza soprusi, senza discriminazioni. Un 8 marzo nel quale la donna viene coccolata ed apprezzata semplicemente per quello che è o per quello che si sforza di fare tutti i giorni. Un 8 marzo nel quale la donna viene ammirata come quella creatura che da la vita, che prova ad amare sempre e comunque, che si rimbocca le maniche, sempre, che non si tira mai indietro, che lotta per quello in cui crede, che sciopera, se lo crede giusto, che parla quando c’è da parlare e tace quando deve tacere, che difende gli affetti, che cammina a testa alta anche quando subisce, che prova a ribellarsi, senza vergogna, che non si vende, nè si (s)vende…mai.
Un 8 marzo nel quale l’amore degli uomini arrivi con una carezza e non con un fiore, che arrivi con il complimento mai fatto prima, con una parola, che tanta forza racchiude in se, e che sa essere un ponte meraviglioso tra chi la proferisce e chi la ascolta con cuore sincero.
Un 8 marzo nel quale, ricordare il “perchè l’8 marzo viene celebrato” sia motivo di riflessione e che possa essere il preludio di un piccolo/grande mondo nel quale forse un giorno, la donna camminerà al fianco dell’uomo, con lo stesso identico diritto alla dignità.
Simona Stammelluti

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Piazza Armerina – Tornato a casa nella notte, Filippo Calcagno, a Piazza Armerina, in provincia di Enna, dove fuori alla porta ancora sventolano i palloncini colorati simbolo della vita che resiste alle peggiori intemperie.
E poi un lenzuolo, appeso ad un balcone con la scritta “Bentornato a casa”, e in quelle parole la gioia di un’attesa che si chiude a lieto fine, dopo mesi e mesi di angoscia e di paura.
Torna a casa Filippo Calcagno, dopo 8 mesi di sequestro in Libia. Torna nella sua città dove tutto parla di lui, dove sui muri l’amministrazione comunale sta facendo affiggere manifesti con su scritto “bentornato Filippo, Piazza Armerina è felice di riabbracciarti”.
Prima notte a casa dunque, per il siciliano Filippo Calcagno, che insieme al suo collega della Bonatti, Gino Pollicardo, è riuscito a sfuggire dopo 8 mesi di prigionia in Libia.
Può adesso restare accanto alla moglie, ai due figli e alla nuora, e prima di entrare in casa ha pregato i giornalisti di lasciarlo in pace nei giorni a venire, perché molto provato da quello che ha vissuto, e ha dichiarato di aver saputo solo al suo arrivo in Italia della morte di Salvatore Failla e Fausto Piano.
Toccante sentire le dichiarazione che Calcagno e Pollicardo hanno rilasciato ai Pm, nelle quali hanno raccontato di essersi liberati da soli. Avrebbero raccontato come i sequestratori abbiano prelevato i loro colleghi mercoledì, lasciandoli così da soli. Ed in quella situazione hanno poi sfondato la porta dove erano rimasti sequestrati per 8 lunghi mesi e sono riusciti a fuggire. Sono stati picchiati e lasciati senza cibo, durante la prigionia. Violenze fisiche e psicologiche alle quali – stando ai racconti dei sopravvissuti alla prigionia – hanno resistito solo facendosi coraggio vicendevolmente, dandosi forza tutti e quattro insieme.
Ma adesso sono a casa, e nelle prossime ore saranno in collegamento con le maggiori testate televisive per raccontare, forse, qualche dettaglio in più di quelli che sono stati 8 mesi di paura e di terrore.
Simona Stammelluti

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Se la parola Jazz vi affascina, ma ancora non vi siete lasciati coinvolgere, vi raccomando un ascolto che – ne sono sicura – vi farà apprezzare questo genere musicale, che in realtà è un “linguaggio”, sofisticato e ricco di “mood”, che attraversa melodie, armonie ed improvvisazione per giungere esclusivamente al gusto di ognuno, sollevando, come in questo caso, un’ottima dose di emozioni
Il disco in oggetto si chiama “Sensory Emotions”, edito da Dodicilune, progetto realizzato da un bravissimo contrabbasista e compositore abruzzese, Luigi Blasioli, che nasce da una vera e propria necessità, ossia di fare un tuffo nel proprio “Io”, alla ricerca di una appassionata comunicazione che potesse essere un viaggio, che attraversando una intera vita, fosse in grado di guardare da vicino un pubblico che potesse emozionarsi, senza formalizzarsi troppo.
Un lavoro fatto bene, che conta 9 pezzi, tutti di facile ascolto, ma resi preziosi non solo dalla bravura dei musicisti che in esso suonano, ma dalla capacità di Blasioli di scrivere le parti per ognuno degli strumenti, come se ci fosse un codice preciso da decifrare, step by step, lungo 50 minuti carichi di “pathos” per un jazz moderno e piacevolissimo.
Ad affiancare Blasioli nei nove brani tutti originali, Pierpaolo Tolloso, al sax, Cristian Caprarese al pianoforte, Francesco Santopinto alla batteria. Ma hanno collaborato a questo prestigioso lavoro discografico, anche Fabrizio Mandolini al sax tenore nel brano “Autumn Reflections” e il compianto Marco Tamburini, che con la sua tromba ha reso unico il brano “Family Warmth”.
C’è spazio per “respiri” ampi, nel disco, ma c’è spazio anche per il tempo serrato del bebop, mentre ogni strumento ha il suo compito preciso, fin quando non si apre all’improvvisazione e alla ricerca del dettaglio e del fraseggio, che abbellisce ogni singolo pezzo del progetto discografico.
Emozioni e sensazioni, così ben evocate dal titolo, sono tutte stipate ordinatamente nei “cassetti” voluti da Luigi Blasioli, da aprire volta per volta, e da richiudere delicatamente per poi riaprirli all’occorrenza, perché questo disco crea una sorta di “dipendenza” emozionale, e capita spesso di tornare indietro per riascoltare un pezzo, prima ancora di completarne l’ascolto.
Non si può non notare la bellezza del pezzo “Family Warmh” nel quale la tromba di Marco Tamburini, che manca proprio a tutti, traccia il disegno di un ascolto fatto di note vicine, che alleggeriscono l’animo e aprono alla bellezza del giro armonico, come se si potesse per davvero essere inghiottiti dalla melodia che sa divenire anche orecchiabile, e sulla quale tutti gli altri strumenti imbastiscono un “tappeto” equilibrato e caldo, fino all’ingresso del pianoforte, che raccoglie l’eredità armonica della tromba e la trascina su, fino alle note alte della tastiera, deliziando, fino al ritorno della tromba di Tamburini, che riprende il tema, per accompagnare l’ascoltatore alla fine del pezzo.
Non è difficile notare come tra le tracce vi siano due pezzi con un titolo “simile”, e questo, ovviamente, ha un suo preciso perché. La traccia 2, che da il titolo all’album, si intitola “Sensory Emotions”, mentre la numero 9, che chiude il disco si intitola “My Sensory Emotions”. Un percorso vero, dunque, quello che Luigi Blasioli regala agli ascoltatori, che parte da una ampia bolla, nella quale tuffarsi, attraverso la musica, per provare delle emozioni da “sentire” sulla pelle, che conducono a ricordi e pezzi di proprio vissuto, fino al racconto personalissimo di quello che è e “sa essere”, l’appassionata vita del contrabbassista, nell’ultima traccia del disco, attraverso la sua “propria voce”, mentre racconta le note che descrivono sguardi, parole e sentimenti, visti attraverso una finestra, un oblò o semplicemente attraverso la sua mente, che sanno poi divenire, meravigliosa musica.
Simona Stammelluti


Adesso vanno di moda gli omosessuali, ed i loro diritti.
Fino a qualche tempo fa, prima dell’ormai famoso ddl Cirinnà, la stragrande maggioranza degli italiani, non transitavano su alcune famose vie della capitale perché frequentate da gay, non sedevano a fianco ad una coppia omosessuale in metropolitana, e metteva la mano sugli occhi ai propri figli o nipoti se per strada o in Tv, due gay o due lesbiche si scambiavano un bacio o una semplice effusione.
La cosa che sembra essere divenuto un caso “culturale” è il repentino cambio di rotta, come se “non essere d’accordo” sulla questione della figliolanza, compresa l’adozione, sia una sorta di demerito, quando invece la libertà di parola e di pensiero, prima ancora che altre forme di libertà, andrebbe difesa con le unghie e con i denti.
La gente si mobilità, si affanna ad offendere chi la pensa in maniera contraria, dice la propria “come se fosse un vangelo” e nessuno o quasi, prova a “capire”, prima, e a parlare, poi.
La nuova legge sulle unioni civili sembra aver messo tutti d’accordo, accomunati dalla necessità di vedere riconosciuti i diritti di coloro che, da omosessuali, decidono di condividere una vita, o parte di essa insieme, e che dunque, parimenti alle coppie etero che contraggono matrimonio, hanno diritto ad avere “diritti”. E così dopo discussioni e battaglie politiche, in Senato passa il ddl Cirinnà –  seppur con delle modifiche –  con diritti riconosciuti alle coppie omosessuali. Tema caldo, lo stralcio della Stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà. Ed intanto tutti gridano ad una legge di serie B per persone di serie B. Meglio qualcosa che nulla, sembra non valere più, ed il predominante “o tutto o niente”, viene ingoiato come un boccone amaro.
Ormai non si parla d’altro, come se la nostra povera Italia non avesse altri seri problemi sui quali legiferare, dei quali interessarsi con solerzia e determinazione. Ma sulla cresta dell’onda resta ancora la faccenda dei diritti degli omosessuali, mentre la questione dei figli, delle adozioni dei figli del partner, e degli uteri in affitto, rischia di divenire un serio spartiacque…tutti da qui i favorevoli, tutti da lì i contrari, come se ci si dovesse dividere esclusivamente perché la si pensa diversamente.
Ho visto gente non parlarsi più, perché distanti sulla faccenda adozioni. Che poi se il referendum è uno strumento per dare al popolo sovrano la possibilità di dire la propria, allora forse sarebbe il caso di usarlo, questo strumento, che unisce almeno sotto il tetto del poter scegliere secondo propria ideologia e non coscienza.
Perché la coscienza di chi esprime un concetto non vale quanto la propria idea di come si debba, e si possa vivere. Anche perché un tempo esistevano gli uomini e le donne sotto la frase “amatevi e procreate”, c’era la natura, con le sue leggi imprescindibili. Oggi c’è tanto altro ancora, che non condanniamo perché ognuno nella sua camera da letto fa ciò che vuole, ma non meravigliamoci se alcune metodiche vengono definite “contronatura” perché tali sono.
Ed eccoci arrivati alla notizia dell’ultima ora. Nichi Vendola ed il suo compagno Eddy, sono divenuti papà di un bambino chiamato Tobia, nato in una clinica canadese, dove una donna, ha dato in affitto il suo utero, per far nascere un bambino del quale – malgrado quello che si racconta come se fosse una bella favola a lieto fine – probabilmente non saprà più nulla, che non potrà attaccare al seno, che sicuramente vivrà con due padri.
Ma facciamo un passo indietro. Intanto la questione adozioni sarebbe bene metterla a posto, una volta per tutte. Intanto considerata la “messa a punto” sulle unioni civili, sarebbe giusto concedere l’adozione di bambini da orfanotrofio alle coppie omosessuali, e non sarebbe male se la questione “adozione” si snellisse, ed anche con una certa solerzia. Quanto alle adozioni del figlio del partner, se si deve tutelare il bene del minore, allora è giusto che – come si sta già facendo – si provveda a decidere volta per volta.
Per tornare alla questione del figlio di Vendola e compagno, ognuno la pensi come vuole, chiamandolo gesto di generosità, di egoismo, atto giusto, atto ingiusto. Intanto in Italia, la maternità surrogata è illegale, in altri paesi è legale. Certo, dietro vi è un gran bel business. Si pensi che Vendola ha speso 137 mila euro per avere il suo bel bambino.
Non deve interessarci? Se uno è un personaggio pubblico, la sua vita inevitabilmente diventa pubblica e si autorizza così “il pubblico” a dire la propria.
“Ma un bambino è venuto al mondo, dobbiamo fare festa” – gridano in tanti. “Due papà bravi sono meglio di una mamma e un papà separati” – dicono altri. “Che vergogna non volere che due omosessuali possano divenire genitori” – il massimo del luogo comune.
C’è anche chi sostiene che l’utero in affitto sia una sorta di “mercificazione” tanto quanto la “prostituzione”, ma sarebbe giusto fissare l’attenzione sul fatto che una donna che si prostituisce per libera scelta, risponde esclusivamente per se, mentre chi presta il proprio utero, risponde anche per un’altra vita, della quale – da un preciso momento in poi – non saprà più nulla. Non saprà se il frutto del suo grembo andrà a due genitori bravi, meno bravi, se starà bene, male e così via.
“Ma in America, come in molte parti del mondo, le donne che prestano l’utero sono quasi tutte facoltose ed hanno figli, non ci guadagnano nulla” – è la frase che leggo più spesso nelle ultime ore. Io una di quelle donne vorrei guardarle in faccia quando tra i dolori classici del parto, mettono al mondo un figlio che la “nuova cultura” vuole che non sia suo.
E non c’entra neanche la religione, in tutto questo. Perché in queste ultime ore anche i più “timorati di Dio” stanno andando lungo il filone del “Embè che c’è di male? Sono tutte creature di Dio!”
La verità è che se tutti i gay fossero operai e manovali, queste problematiche non si porrebbero, perché non si potrebbero certo permettere di andare oltreoceano a spendere centinaia di migliaia di euro, o dollari, per pagare una struttura dalla quale esce “Il trofeo” di un figlio nato da madre surrogato.
E se proprio la dobbiamo dire tutta, allora una battaglia – ma non a chiacchiere – andrebbe fatta anche per permettere che i single, che ne abbiano le caratteristiche, possano adottare i bambini. Perché prima di arrivare a ciò che è contronatura, che piaccia o no, c’è tutto un mondo di bambini nati, non per sbaglio, ma a causa di sbagli altrui, che meriterebbero una chance, per vivere in un mondo civile, dove non è tutto solo una questione “di cultura”.
Simona Stammelluti