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Professor Marco Mazzeo - Photo Sicilia24h -

Docente di filosofia del linguaggio talentuoso e motivato, dotato di una sorprendente carica comunicativa, simpatico – ma non troppo – Marco Mazzeo, romano, classe 1973, rappresenta una delle eccellenze nell’Ateneo di Arcavacata di Rende. L’Unical (Università della Calabria) ha bisogno di insegnanti come lui, mossi non solo da una capacità oggettiva, ma anche da una spiccata dedizione che in tanti chiamano “missione”.

Ho avuto il piacere di intervistarlo nel suo ufficio al settimo piano (raggiunto rigorosamente a piedi) in un’ora apparentemente tranquilla per entrambi. Mentre gli parlo non mi sfugge un particolare: sulla parete alle sue spalle svetta una foto, che non è una foto di famiglia, ma di un filosofo austriaco di cui non svelo il nome, perché il Professor Mazzeo ha piacere di parlare di lui, proprio durante l’intervista.

D: Professor Mazzeo, lei è un giovane docente universitario, tra l’altro pendolare, che ha fatto questa scelta mettendo sul piatto della bilancia le rinunce che evidentemente si attuano quando si lavora fuori dalla propria regione, con quello che è il peso dell’insegnamento e del proprio ruolo all’interno di un ateneo. Mi racconta quando ha deciso di fare l’insegnante e quanto le è pesato dover rinunciare ad alcune cose per assolvere a questo compito.

R: Ho deciso di studiare filosofia del linguaggio il primo giorno che sono entrato all’università di Roma. Era un giorno di novembre del 1991, entrai in una classe nella quale si parlava di linguaggio, cosa che mi aveva sempre interessato perché già da adolescente era quello il mio punto forte, ed incontrai un professore molto bravo che si chiama Massimo Prampolini – che poi sarebbe diventato il mio professore di tesi – e che incominciò a parlare di un filosofo che si chiamava Wittengstein e mentre parlava disse questa frase: “le scimmie non zappano perché non parlano”. Questa frase mi rimase in testa tutto il giorno e ritornai a casa convinto di dover studiare quell’ autore. Da quel punto in poi la filosofia del linguaggio non mi ha più abbandonato. Poi dopo la laurea ho incominciato a cercare una borsa di dottorato, intraprendendo un vero e proprio viaggio tra le università sparse per l’Italia, e per tre anni ho girato tutti gli atenei. Quello più a sud è stato Palermo, quello più a nord Vercelli. Poi sono approdato all’università della Calabria, e ho incominciato a scoprire un mondo fatto di persone che io avevo già conosciuto in altri luoghi, come Daniele Gambarara, conosciuto all’Università di Roma, Paolo Virno,  Felice Cimatti, di cui ero stato allievo.  Erano tutti qui, senza che io lo sapessi. Quando feci la prova scritta pensai che sarebbe stato bello restare all’Unical. Questo perché qui in realtà c’è un gruppo con il quale si lavora. Non è dunque solo insegnamento, ma anche ricerca d’insieme. Ho vinto quel dottorato ed ho così cominciato questo percorso. E’ stata la Calabria a scegliermi, ed è stato giusto così, malgrado le problematiche oggettive di chi come me viaggia. La mia vita va un po’ a fasi; C’è una fase nella quale non esco di casa e studio, e poi quella nella quale riporto a persone, in questo caso i miei studenti, tutto quello a cui ho lavora nell’altra parte della mia stagione.  Questa cosa è molto bella e ancora oggi in qualche modo funziona.

D: Poco fa ha raccontato di aver seguito una lezione, di essersi appassionato a quella materia e di non essersi più separato da essa. Oggi i suoi studenti, che sono sicuramente diversi da quello che siamo stati noi un ventennio fa, conservano secondo lei del talento e delle passioni, sanno dove andare, o sono un po’ “parcheggiati” senza sapere davvero che orizzonte guardare?

R: Bella domanda. La situazione è diversa non tanto in termini di passione, quanto per alcuni aspetti di fondo. La prima cosa sostanziale è capire da dove questi ragazzi vengano. Vengono da una scuola che è stata profondamente danneggiata in questi vent’anni e questo è particolarmente evidente. Io ogni anno, in inizio di corso, faccio ai miei studenti un test chiedendo loro il significato della parola “scorribanda”, che non è certo una parola particolarmente aulica, e quest’anno su 100 persone, una sola ha alzato la mano e mi ha dato la risposta giusta. Questo significa che in 5 anni, 500 persone non hanno saputo rispondere a questa domanda, il che significa che la loro dimestichezza con l’italiano si è sensibilmente ridotta, rispetto a quella che potevamo avere noi vent’anni fa. Questo è un vero problema perché dimostra come aver tolto risorse alla scuola pubblica, sta dando degli effetti, che però non possono certo essere definiti positivi. La cosa interessante è che l’Università della Calabria è ancora oggi una vera università di frontiera, ed il fatto che presso la nostra università vengano le persone più diverse, magari meno portate per lo studio teorico per quello che riguarda le proprie esperienze e gli studi passati, la considero una grande sfida, un grande segno di vitalità. Questo significa che in Calabria l’università resta un significativo punto di riferimento, e se chi è disorientato viene qui in cerca di risposte, beh, questo rappresenta un aspetto positivo. Certo…il disorientamento dei ragazzi oggi è evidente ma non solo in riferimento agli studi universitari ma anche al loro futuro, al tipo di lavoro che dovranno fare. La trasformazione del mondo del lavoro in questi ultimi vent’anni pesa sulle loro spalle in termini di incertezza e di confusione. Noi insegniamo scienze della comunicazione che nel bene o nel male, sono un punto di convergenza delle aspirazioni, ma anche dei timori della società dello spettacolo che purtroppo viviamo.

D: Paolo Gallo, responsabile delle risorse umane del Word Economic Forum ha dichiarato in una intervista che per riuscire nel lavoro, bisognerebbe seguire più il proprio talento che le passioni, perché a suo dire, le passioni sono soggettive, il talento, invece, un fattore assolutamente oggettivo. Professore come si fa secondo lei a capire se qualcuno possiede un talento? Dei suoi 150 alunni di quest’anno, quanti riusciranno a capire se sono mossi da un talento e stanno andando per la strada giusta?

Io sinceramente non credo a questa distinzione, in nessuna delle sue articolazioni. Dire che il talento sia oggettivo, mi sembra un modo carino per dire “vieni da noi e sapremo come utilizzarti”, che suona un po’ come “vieni da noi che sapremo come sfruttarti”. Mi sembra un’affermazione di parte, che non è certo la nostra. Spesso talento e passioni si incastrano tra di loro. A volte invece, si può fare qualcosa nella vita per la quale si è portati, ma che può non creare una passione e dunque si è costretti a vivere una vita florida ma infernale, sotto alcuni aspetti. Il problema a mio avviso è proprio l’orientamento. Ci troviamo in un momento delicato, per cui ai bambini piccoli, tra 0 e 10 anni, chiediamo di essere velocemente degli adulti, e di  avere il talento di fare tanti sport, andare a scuola, fare i compiti, pensare alla vita sociale, avere un carnet degli appuntamenti. Nello stesso tempo chiediamo agli adulti di essere ancora come dei bambini, e quindi avere una vita indeterminata, che non deve avere mai un obiettivo troppo preciso perché tanto ci sarà chi stabilirà per cosa hai talento, come per esempio un responsabile delle risorse umane. Questo strano processo, diventa un problema per chi dovrebbe poter trovare la sua passione, individuare il suo talento, vivere in un modo significativo. Bisogna scardinare l’idea che da soli si possa capire quale sia la propria passione, o che qualcuno possa dirci “questo è il tuo talento”, perché nessuno dei due è un modo sincero per trovare la propria strada.


D: Professor Mazzeo, penso di poter affermare che lei sia una persona estremamente colta, a prescindere dalle sue competenze e dalla sua spiccata capacità di espletare il ruolo di insegnante. A mio avviso la cultura non è solo un insieme di nozioni ma anche la consapevolezza di quello che si può fare con quelle nozioni, il peso che la cultura può avere in quello che siamo e in quello che possiamo realizzare. Si è mai soffermato su questo aspetto?

R: La ringrazio per la stima che è sempre preziosa. Guardi, vengo da un quartiere di Roma che quasi nessuno conosce, che non è un quartiere stereotipato e si chiama Monte Spaccato e che rappresenta una delle periferie urbane peggiori che esistano. Ho pertanto questa estrazione, però la cosa positiva è che ho ben presente i conflitti del mondo reale perché li ho vissuti sulla mia pelle e so perfettamente quello che lei diceva poc’anzi, e cioè che conoscere delle cose non significa avere delle nozioni. Quello che cerco di fare in questa università va proprio in questa direzione, anche se per come è organizzato il mondo universitario non siamo aiutati in questo compito, non siamo agevolati nell’aiutare gli studenti a sviluppare le proprie capacità. Impartiamo delle nozioni o diamo loro delle tecniche affinché trovino un eventuale lavoro, ma in realtà dovremmo trasformarli in professionisti, anche se non si sa precisamente di cosa e quindi ci troviamo chiusi in questi tipo di contraddizione. Sviluppare il pensiero critico dovrebbe essere a mio avviso la prima mossa in un processo pedagogico in genere, perché è un modo per mettere in discussione se stessi, quello che si ha intorno, ed è quindi un requisito per costruire la propria strada, qualunque essa sia.

D: Quindi l’università può essere considerata una porta stretta dalla quale far passare la cultura, affinché poi diventi frutto sociale?

R: La porta ancora più stretta per far passare la cultura è proprio il pensiero critico, ossia la capacità di mettere in discussione alcune realtà, quello che si ha intorno, i luoghi comuni, anche alcuni propri pensieri, i propri stereotipi; ed ognuno di noi ne ha a sufficienza.  Mettere in discussione non significa lamentarsi, ma portare argomenti, analizzare, discutere, scrivere, leggere, ragionare insieme, dibattere in modo fruttuoso.  Questa cosa è particolarmente difficile, perché se ad oggi uno studente medio conosce poco la propria lingua madre, sarà un problema sviluppare una sensibilità verso le parole. E poi c’è questa forte tendenza a pensare che noi si debba essere dei formatori capaci di indirizzare gli studenti e prepararli al mondo del lavoro, che a volte significa formare le persone per essere sfruttate il prima possibile.

D: Leggo testualmente un passaggio preso da uno dei suoi libri, “Il bambino e l’operaio”, che mi ha particolarmente colpito: “In alcune circostanze mi è stato concesso il lusso di dimostrarmi caparbio, in altre, ho goduto del piacere di poter cambiare idea repentinamente, senza l’ostacolo di sguardi giudicanti”. Sono sorte in me due riflessioni e quindi due domande che vorrei porle. Quando secondo lei non si può assolutamente cambiare idea, quando bisogna difenderla una determinata idea fino alla fine? Questa pratica attuale di andare dove vanno tutti, di non prendere mai una posizione netta, decisa, questa nuova logica di non essere mai la voce fuori dal coro, è secondo lei condizionata dalla possibilità di essere sottoposti poi a sguardo giudicante?

R: Penso che un essere umano non debba  mai scendere dalle proprie posizioni davanti ad una ingiustizia. Bisogna lottare e chiedere sempre che giustizia venga fatta. La citazione che lei fa –  e che mi fa piacere venga citata –  nasce da una esperienza a cui tengo molto, fatta fuori dallo schema universitario ma dentro l’università; Un seminario lungo, durato diverse settimane, molto impegnativo. Eravamo io ed il Professor Paolo Virno, preparavamo delle lezioni e poi spiegavamo agli studenti alcuni argomenti. Tutto questo mentre Paolo Virno mi poneva delle domande critiche. Io prendevo appunti prima della lezione, poi prendevo appunti delle domande che mi poneva, e poi prendevo ancora appunti delle mie stesse risposte. Così è nato questo libro. Risposte mie, ma anche risposte della situazione, risposte di me che dialogavo con Paolo Virno e con gli studenti. La mia unica abilità è stata quella di capire che dovevo prendere nota di quello che stava succedendo, considerato che sentivo la fatica per quello che stavamo realizzando, come ricercatori. Abbiamo dimostrato anche come potrebbe essere l’università del futuro. Ci sono gli studenti, più persone, si lavora seriamente, si producono delle nuove idee e in questa dimensione pubblica e collettiva, si supera questo problema della frammentazione.

D: Professore se le dessero un’ora in più oltre alle 63 già a sua disposizione, cosa insegnerebbe ai suoi alunni oltre alla filosofia del linguaggio?

R: Mi piacerebbe insegnare loro l’arrampicata sportiva. Mi piacerebbe portarli su delle pareti d’arrampicata e fare con loro un lavoro così come si faceva nel ginnasio nell’antica Grecia quando si univa al lavoro filosofico quello pratico-ginnico. Mi piacerebbe pertanto sfidare insieme ai miei studenti, la forza di gravità. Questa sarebbe una cosa bella, perché si lavorerebbe sulla sfida contro ciò che ci circonda.

D: Il 2 novembre del 1975 moriva Pier Paolo Pasolini. Mi regala una riflessione su quello che poi è stato definito l’ultimo intellettuale del ventesimo secolo?

R: Ho un ricordo di come reagirono i miei genitori alla morte di Pasolini. Ricordo questa foto ritagliata da un giornale, appesa con dello scotch ad una mattonella della cucina e mi ricordo il dolore dei miei genitori, come se avessero perso un loro amico, come se in casa mia fosse scomparso un interlocutore con il quale non sempre si può essere d’accordo, ma la cui scomparsa segnò molto … come se fosse andata via una persona di casa. Per me è una figura strana, ma che però  ha sempre fatto parte del mio alveo familiare e quindi ogni volta che ci penso, recupero il ricordo come di una persona che aveva in qualche modo frequentato casa mia.

D: Professor Mazzeo, lei è un docente particolarmente motivato nel suo ruolo di insegnante. Ma se qualcuno un giorno le dicesse “può cambiare mestiere, chieda e sarà accontentato”, lei cosa risponderebbe?

R: Farei sempre quello che faccio, magari facendo qualche chilometro in meno. Mi piacerebbe continuare a fare bene ciò che già faccio. Sono motivato perché credo di avere una percentuale di incidenza e perché in questa università incontro tantissime persone, alcune molto strane, ma l’aggettivo strano che ha connotazione di generico, lo suo perché ci sono persone che mi mettono realmente in difficoltà. Ogni anno comincio a fare lezione però non so cosa mi accadrà,  con chi dovrò scontrarmi e questa sfida mi motiva molto. E’ una sfida didattica che consiste nel portare dei contenuti filosofici il meno possibile semplificati, a persone che oggettivamente pur  avendo corpi da ventenni, hanno conoscenze linguistiche o di nozioni, pari sostanzialmente alla terza media. Questa è una sfida pazzesca, e proprio perché sembra una sfida impossibile, che io l’affronto ogni giorno.

D: Professore, questa intervista la leggeranno in tanti. Se lei volesse invitare qualcuno ad informarsi su chi sia Wittengstein? Solo lei può riuscirci.

R: Beh, inviterei a vedere l’unico film su Wittgenstein, di Derek Jarman, che è un film realizzato da un regista che non è certo un filosofo ma che mostra una grande sensibilità teorica e che è stato capace di raccontare tantissime cose penetranti su quel filosofo. E’ un film molto interessato al personaggio, che ha fatto molto più di quanto abbiano fatto tanti scrittori accademici su questo pensatore, che magari hanno scritto di lui, ma non sono interessati a quello che lui dice. Jarman invece era interessato, e vedere il film è sicuramente meno impegnativo che leggere gli scritti di Wittengstein, ma dà un buon quadro della filosofia e dei limiti di questo pensatore.

D: Si dice che lei bocci uno studente su due. E’ vero? I suoi studenti devono quindi votarsi a Wittengstein per superare l’esame?

R: Sorride. Sì, sono tremendo, ma fa parte del gioco e per questo mi piace stare al primo anno, perché posso così creare dei presupposti chiari, circa quello che si chiede al lavoro che facciamo con gli studenti in classe, senza sconti nell’esame. Se sono chiamato a organizzare questa prova di realtà, cerco di fare un po’ di attrito.

D: Professore, lei ha un figlio di sei anni. Che consiglio gli darà quando raggiungerà la stessa età che hanno oggi i suoi alunni?

R: Gli dirò di fare una scelta di studio, se vorrà studiare, lavorativa, se vorrà lavorare, artistica, se vorrà fare l’artista, ma tendenzialmente di fare una scelta che lo indirizzi verso una via che in quel preciso momento gli sembri significativa, al di là delle speranze professionali o del futuro lavorativo che in quel preciso momento sembrerà dischiudersi. Non quindi la scelta più facile o la più remunerativa, ma solo la scelta per la quale lui si senta realizzato anche solo per il fatto che quella cosa la possa fare di lì a poco. Questa mi sembra – per quella che è la mia esperienza – una giusta garanzia. Se uno fa un’attività per la quale vede un significato a prescindere, quella è una sorta di cassaforte che nessuno potrà mai scassinare.

Simona Stammelluti

Sisma è la parola più “googlata” degli ultimi tre mesi. A seguire troviamo terremoto, geologo, terra che trema. Nelle ricerche che si effettuano sul web non ci sono paura, cosa sarà, cosa aspettarsi, quando finirà, ma sono sicuramente i tormenti che ci tengono svegli, non solo se si vive nei luoghi già colpiti dal sisma, ma anche se si vive – per destino o per scelta – in uno dei borghi più a rischio d’Italia.

Il tormento e la paura non riguarda solo il quando arriverà in quei luoghi a rischio un nuovo sisma, ma cosa ne sarà delle nostre case, perché quasi mai ci si domanda cosa abbiano utilizzato per costruirle, le nostre case, o se chi le ha costruite ha tenuto in considerazione che un territorio sismicamente a rischio, imporrebbe una sorta di rigore, nell’edificare, oltre ad una responsabilità che a questo punto, diventa indispensabile, oltre che etica.

Vivo in Calabria. Tanto si potrebbe dire su questa terra, che spesso salta all’attenzione per orrendi fatti di cronaca, o come territorio martoriato dalla malavita e dalla gestione mafiosa di interi territori e delle annesse imprese. Ma è anche una delle terre paesaggisticamente più floride, anche se mai si è pensato di sfruttare al meglio i luoghi, facendo divenire il turismo una delle forze economiche trainanti così come avviene nelle vicine Sicilia e Puglia.

La Calabria è anche una terra ad elevanto rischio sismico, poiché schiacciata dalla grande morsa della placca africana e quella europea. La fragilità delle rocce hanno reso la Calabria una terra “ballerina”, e tanti sono stati i terremoti “catastrofici” che hanno interessato questo pezzo di terra a sud. Valle del Crati,  1183, Reggio e Messina 1908, Calabria meridionale 1783, Calabria centrale 1638, 1905, terremoti del cosentino, 1835, 1854, 1870.

E poi c’è Montalto Uffugo, il posto dove vivo, uno dei borghi più suggestivi della provincia cosentina, che nel corso della storia ha subìto terremoti che l’hanno quasi rasa al suolo. Da quello del 1854 a quello del 1980. Costruita su colli, mostra un bellissimo centro storico, ma anche costruzioni recenti erette su punti alti della città, che potrebbero finire a valle, se un terremoto simile a quello che ha dilaniato in queste ultime ore il centro Italia, facesse tremare la terra di Calabria.

Montalto Uffugo è a pochissimi chilometri dalla purtroppo famosa “faglia di Castrovillari“, della quale i ricercatori ne hanno fatto un candidato primario per un sisma catastrofico, forse proprio perché troppo ferma, da “troppo tempo”. L’hanno chiamato “Big One come lo chiamano i californiani, e “prima o poi ci sarà, è solo una questione di tempo” – dicono gli esperti. Ed intanto la faglia resta ferma, al suo posto, con tutto il potenziale distruttivo che si porta dentro.

E allora la domanda non è solo “quando arriverà”, ma “cosa resterà” di una cittadina costruita sui colli, ad enorme rischio idrogeologico? Cosa resterà del suo centro storico? Come sono state costruite le abitazioni, almeno quelle di nuova generazione? Esiste una consapevolezza dell’amministrazione che governa, sul rischio così prossimo e da tanto atteso, e sulle conseguenze che un sisma di rilievo potrebbe avere sulle abitazioni?

Io me lo domando ogni sera, prima di chiudere gli occhi per domare non solo la stanchezza ma anche la paura. Cosa ne sarà di quei palazzi costruiti sul punto più alto della cittadina? Come è stato concepito e realizzato quel complesso, con quali criteri?

Ormai è chiaro. Non è la terra ad essere nemica, ma la mano dell’uomo che costruisce chiudendo gli occhi, facendo finta che il pericolo non sia così in agguato, che “meglio risparmiare, oggi, tanto domani poi si pensa“.

Se stanotte tremasse la terra, se quel famoso “Big One”, decidesse di scoccare perché è giunta l’ora, forse domani non ci sarebbe che un mucchio di macerie che seppellirebbe non solo l’ennesimo borgo storico, ma anche una comunità che dovrebbe farsi coraggio e domandare, che la paura dovrebbe conservarla per altro e non nel pretendere che vengano verificate le condizioni strutturali delle proprie abitazioni.

La cultura della “convivenza sismica”  potrebbe portare l’Italia, tutta, a non temere più catastrofi, così come avviene in altre parti del mondo, dove il sisma è un compagno di vita, non un nemico in agguato. Costruire ovunque con criteri anti-sismici, è indispensabile, allenando anche la popolazione a comportamenti idonei e non lasciati allo sbaraglio di ciò che fa paura e che per convenienza viene definito “fatalismo”, ma che con la fatalità ha molto poco a che spartire.

Io ho voglia di capire, e non più solo avere paura.
E tu?

27 e 28 ottobre, alle ore 21 presso il ridotto del teatro Rendano di Cosenza, si terrà “Assaggi di Cinema”, kermesse cinematografica che da spazio ai giovani filmakers e ai loro progetti. Ideatore e direttore artistico, Andrea Solano che ho intervistato alla vigilia della terza edizione della prestigiosa rassegna

Quando ho conosciuto Andrea Solano, era in una veste importante, quella di produttore cinematografico, potente abbastanza da portare un medio-metraggio, al Festival del Cinema di Venezia. Quando poi sono andata a scavare un po’ per vedere che strada avesse percorso Andrea Solano per giungere fino a lì, ho scoperto che ha un trascorso non da poco, considerato che è stato anche attore, autore e regista teatrale, e poi produttore.

D: Andrea Solano, come si fa ad essere così giovani ed avere una posizione così solida, nel mondo della cinematografia?

R: Posizione solida…non lo so. Sono come le onde, che vanno e vengono. Non è sempre facilissimo fare le proprie cose, inseguire i propri sogni, restare a galla, perché come nel caso delle onde, a volte possono allontanarti dalla riva, altre condurti vicino alla spiaggia. C’è tanto impegno, c’è un’agenda piena, che negli anni mi ha dato l’opportunità di conoscere tante persone e quindi raccogliere i giusti contatti. Poi riuscendo a realizzare prodotti di qualità  – e nello specifico devo ringraziare per “La Notte Prima” Fabrizio Nucci e Nicola Rovito, della Open Fields Production –  e avendo le conoscenze per poterlo sottoporre a chi deve decidere se ospitarti o meno all’interno di un circuito importante come il Festival di Venezia, allora si concretizza una grande opportunità. Ma è sempre una continua corsa, un continuo impegno, ed ad oggi ancora inseguo i miei sogni. Vedi Simona, io faccio dei miei obiettivi realizzabili i miei sogni, e non il contrario. Io immagino cose fattibili che poi diventano i miei sogni, e raggiungerli è sempre una grande soddisfazione, è quello che mi piace fare e non faccio altro.

D: Andrea, per chi non è del mestiere, ci dice che caratteristiche deve avere un prodotto cinematografico per essere di qualità?

R: Dal mio punto di vista, deve poter raccontare qualcosa e deve utilizzare un determinato linguaggio, per soddisfare ogni target. Mi spiego meglio. Essere di qualità a volte non basta, o non serve, perché non sempre il successo si sposa con la qualità, perché un prodotto può essere inserito nel contesto giusto, non avere grande qualità, eppure vincere in termini di numeri e di apprezzamento proprio perché adeguato ad un determinato target. Il lavoro di qualità a volte resta da nicchia. Ma capita anche che il lavoro di qualità possa fare i numeri se inserito in un contesto adatto ad accogliere quel lavoro, con quel contenuto, con quel preciso linguaggio.

D: Che segreti hai rubato, quando sei stato a Venezia? Ti sei guardato attorno, hai osservato da vicino quei circuiti. Cosa ti è rimasto di quella esperienza così importante, per uno che fa il tuo mestiere?

R: Con grande umiltà, mi è rimasta la voglia e la sana ambizione di tornare a Venezia con un film in concorso, e vincere. Una sfida non irrealizzabile. Quindi tornare non più come ospite –  anche se già essere lì come ospiti è molto gratificante –  ma arrivare in concorso, riconoscerebbe un valore maggiore ad un lavoro. Quell’ambiente significa poi contatti validi e roba di qualità. Ci siamo guardati attorno, e abbiamo capito che non è tanto difficile poter fare il salto di qualità ma c’è bisogno di fortuna, impegno, costanza e poi c’è ahinoi, un elemento di cui c’è sempre bisogno: i soldi. Se non ci sono i soldi è difficile raggiungere grandi obiettivi, a meno che non ci si inventi la trovata del secolo, ma accade una volta su un milione.

D: Andrea, parliamo un po’ della nostra terra di Calabria, con tutte le problematiche che naturalmente derivano non solo dal fatto di essere una terra del sud che sembra sempre messa ai margini, che paga lo scotto di non avere avuto per diverso tempo una Film Commission che potesse sostenere persone come te che fanno questo mestiere, ma che è anche una terra che “sembra” promettere tanto. Come fa a lavorare scovando il talento, cercando una riconoscenza per quello che si fa e provando a cambiare alcune dinamiche?

R: Bella domanda. Io sono autore di un volume che si intitola “Occhi”, scritto a 4 mani con il magistrato Luigi Maffia, punto di riferimento per me culturale, persona moralmente corretta, che ha decido di tornare in Calabria e di combattere facendolo qui, il magistrato. Con questo libro abbiano scritto una storia che appartiene a noi, che parla di rivalsa, ma anche che accenda una luce su un passato che poi ci ha portato a commettere tanti errori, come calabresi. Ecco, ogni volta che parlo della Calabria, mi vengono in mente le parole di Falcone e Borsellino quando descrivevano la Sicilia come “terra bellissima e disgraziata”, e allora mi viene da dire, che si potrebbe fare tanto, forse tutto, se le persone diventassero responsabili. Passa tutto dall’impegno o al contrario dal disimpegno delle persone, dalla loro onesta o disonestà. La Calabria ora ha una film commission, finalmente riparte e sarà l’ennesima ripartenza, per la quale auspico le cose migliori, il bene più grande. Conosco le persone che ne fanno parte in questo momento, ho fiducia, e siccome vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, ci voglio credere. Ma c’è bisogno di impegno, di serità, di trasparenza, di opportunità. Dall’altra parte c’è bisogno di un ottimo fermento artistico, in questo caso è cinematografico, affinché ci si impegni a produrre lavori di qualità e non si pensi solo all’arrivismo personale, al campanilismo, perché l’importante è fare rete e fare gruppo … serve, anzi è indispensabile.

D: Andrea Solano, “anche” appassionato di cinema, ma il tuo rapporto con il cinema qual è, quando è nato questo rapporto così stretto e viscerale con il mondo della cinematografia? Quanto è datato e con che cosa è incominciato.

R: La vera scintilla è scoccata all’università. Nasco appassionato di teatro, fruitore di teatro, nasco speranzoso e volenteroso interprete, poi divento autore, poi comincio a curare qualche regia, poi a produrre gli spettacoli. I due momenti più delicati sono la produzione e la distribuzione, che spesso uccide e soffoca la produzione, perché uno può produrre quanto vuole, ma se poi non riesce a distribuire ciò che produce resta lì e siccome a me non è mai piaciuta l’autoreferenzialità, l’autoconsumo, penso che ci sia bisogno di distribuzioni forti, soprattutto in Calabria, ma questo vale anche per tutto il territorio nazionale. Quindi nasco con il teatro, poi faccio il Dams e studio cinema, e lì mi appassiono, mentre nasce l’amore per il cinema e la voglia di fare. Lo studio universitario mi ha trasmesso una cosa meravigliosa, ossia la curiosità, l’istinto della curiosità tanto che adesso se guardo qualcosa lo guardo sempre con l’occhio tecnico. Ogni volta che guardo una scena, posso anche lasciarmi commuovere, emozionare, divertire, ma sopratutto guardo istintivamente l’aspetto tecnico e dunque mi diverte e mi sorprende più quell’aspetto che la scrittura.

D: Facciamo un piccolo passo indietro. Abbiamo detto che è riuscito a portare un prodotto al Cinema di Venezia. Vediamo quindi che tipo di prodotto era, quello approdato al famoso festival, e come ha conosciuto i registi Nucci e Rovito.

R: Tre anni fa faccio nascere “Assaggi di Cinema” al teatro Rendano di Cosenza. L’anno prima però, sperimento questa idea di proporre i cortometraggi e di discutere tecnicamente su quanto fatto e dunque coinvolgere il fermento artistico cinematografico calabrese, nell’ambito del Festival delle Serre di Cerisano. Esperienza interessante nella quale conobbi diversi filmakers ma non Nucci e Rovito. L’anno successivo, loro presentarono un lungometraggio e andato alla “prima”, roconobbi  in loro della qualità differenti dagli altri filmakers, tutti bravi, con delle loro idee e peculiarità, ma di loro mi ha colpito la cura sulla fotografia, e poi l’aspetto introspettivo, quindi una bravura nel raccontare gli stati d’animo. E poi cosa importante, sono stati capaci di stuzzicare la mia curiosità. Li ho invitati l’anno successivo ad “Assaggi di Cinema”, portarono un bel cortometraggio e con loro immaginai di poter fare qualcosa di particolare. Successivamente quando il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, con lungimiranza puntò l’attenzione su Alarico, come elemento trainante per la valorizzazione dei luoghi, anche dal punto di vista storico e culturale,  considerata la mia voglia di raccontare storie per valorizzare la mia terra, decisi di realizzare un prodotto sulla suggestione di Alarico, dando alla storia un valore aggiunto raccontando una vicenda in maniera indiretta. “La notte Prima” diventa quindi un pretesto per raccontare una storia e lavorare con quei due bravi registi. Ma non solo con loro, perché ho costruito poi una squadra con la quale siamo poi andati a Venezia.

D: Lo ricorda Andrea, l’applauso che seguì la proiezione del film, a Venezia?

R: Beh, si. Ricordo l’applauso del pubblico presente in sala, ma anche il plauso di chi ci aveva ospitato, la spazio Luce di Cinecittà e di chi ha potuto vederlo, non essendo emotivamente coinvolto come noi calabresi, circa la storia di Alarico. Per cui le gratificazioni sono state tante, sono nati nuovi contatti in quella circostanza. Ma quello che ricordo in maniera indelebile è stato l’applauso giunto alla prima del film, a Cosenza, durante la “Primavera del Cinema Italiano”, con il Patron Pino Citrigno, da un pubblico che aveva letteralmente invaso il cinema. Il lavoro non è assoluto, ma un buon lavoro con cui partire. Ma le soddisfazioni sono molteplici.

Lo scorso anno nella seconda edizione di Assaggi di Cinema, io lancio un progetto con i ragazzi dell’Associazione Nemo di Cosenza, che sono ragazzi con “caratteri speciali”, e con loro lanciai l’idea di poter fare una serie di spot educativi, ovviamanete molto divertenti e comici, perché attraverso l’ironia si possono raccontare criticità, affrontare problematiche, perché se la gente sorride, comprende meglio il messaggio.  Volevo averli come protagonisti e l’anno scorso lanciai il tema del modello civico stradale. L’idea non solo era realizzabile ed è stata realizzata con uno spot, ma ha anche partecipato ad un contest nazionale e poco fa abbiamo ricevuto la notizia che quello spot è risultato vincitore. Quindi tutti insieme, avevamo un obiettivo, che partito dalla Calabria aveva le caratteristiche per vincere, e così è stato. Questo spot sarà proiettato in tutte le sali dell’Anec affinché un prodotto di qualità possa anche consegnare valori, perché il diversamente abile che spiega all’automobilista indisciplinato con ironia, che è distratto e scorretto, facendogli notare i suoi limiti e la sua distrazione e lo porta a cambiare nell’evoluzione dello spot, fa riflettere.

D: Domani giovedì 27 ottobre e venerdì 28, al ridotto del Teatro Rendano, alle 21 andrà in scena la terza edizione di Assaggi di Cinema. L’evoluzione qual è stata? Tu ideatore, direttore artistico, quindi grande impegno, un grande lavoro. Come nasce l’idea e come si è evoluta nel corso degli anni?


R: L’idea nasce dalla volontà di usare il Teatro Rendano, luogo che per mi ha ospitato anche come attore, per dare spazio al fermento che c’era intorno ai filmakers calabresi, e siccome il cinema nasce sempre da un’idea e da una storia, ho pensato di poter offrire una vetrina a questa realtà, proiettando e facendo vedere i loro lavori, non però attraverso un evento di massa, ma di nicchia, infatti si svolge al Ridotto del Rendano. Non è un festival ma un laboratorio, una rassegna, che però sta crescendo in termini qualitativi sia nell’organizzazione, sia in termini di interesse delle aziende che hanno partecipato all’evento con i loro prodotti, sia della stampa, e poi quest’anno è cresciuto anche nella selezione dei corti. Quest’anno abbiamo gli inediti e andiamo a premiare chi è stato già premiato a livello nazionale, nel Giffoni Film Festival, al David di Donatello, e poi questo abbinamento alla Basilicata, strizzando l’occhi al progetto “Lu-Ca, Lucania Calabria. Quest’anno c’e anche Enzo Barbieri, grande ristoratore calabrese, che cucinerà. Assaggi di cinema nasce per dare spazio agli autori di cinema, ma poi diventa un vero contenitore, nel quale abbiamo invitato anche un’accademia di trucco, abbiamo chiamato un’azienda che si occupa di indagine di mercato per raccontare proprio  i gusti del pubblico. Assaggi di Cinema, sarà nella prossima edizione durante tutto l’arco dell’anno con eventi e appuntamenti ogni due mesi. Ci sarà anche la musica dal vivo.

D: Andrea Solano 36 anni, giovane produttore, apriamo il cassetto dei sogni e dei desideri che sicuramente uno come te tiene accostato; cosa c’è in anteprima?

R: C’è questo sogno di realizzare un film su Gigi Marulla, un lavoro importante che racconterà la storia di un calcio minore, di quelle bandiere che non ci sono più, di realtà provinciali che trasmettono valori positivi e attorno alle quali a volte si costruiscono le società fatte di donne, uomini, sogni, opportunità. Dovrebbe essere una mini serie tv e da qui alla fine del 2017 dovremmo avere già i primi riscontri per questa produzione. E’ un lavoro grosso ed impegnativo, e si chiamerà “Numero 9”.

Ringrazio Andrea Solano e promettendo di rincontrarci, alla vigilia della messa in onda del nuovo progetto, ricordiamo l’appuntamento per domani e venerdì per la terza edizione “Assaggi di Cinema”.

Simona Stammelluti

Un trio d’eccezione per il cantautore milanese, classe 1953, che negli anni ha regalato bei successi alla musica italiana e che sabato 22 ottobre ha cantato “a casa”, nella sua Milano, nel prestigioso e famosissimo jazz club

Sono passati tanti anni, oltre un ventennio, da quando ascoltai Fabio Concato dal vivo, al teatro Metropol di Corigliano Calabro. Ricordo quella carrellata di successi, snocciolati uno dietro l’altro, con il suo gruppo di allora, e quello fu un bel concerto in acustica, con un cantautore che aveva quella voce così caratteristica, canzoni con testi belli anche se non particolarmente impegnati e quella simpatia che – differentemente da altre caratteristiche tecniche – non ha perso con il passare del tempo.

E così lo scorso sabato 22 ottobre, Fabio Concato, ha regalato al pubblico milanese, due set di concerto, accompagnato da un trio d’eccezione, che vede alla guida un pianista di grande calibro che risponde al nome di Paolo Di Sabatino, che insieme a Marco Siniscalco al basso elettrico (bassista di grande fama, che può vantare collaborazioni con grandi orchestre e con i più grandi nomi del jazz internazionale) e Glauco Di Sabatino alla batteria, hanno “costruito” – è proprio il caso di dirlo – una eccellente rivisitazione dei pezzi del cantautore. I nuovi arrangiamenti sono stati realizzati proprio da Paolo Di Sabatino, che durante la serata non ha mancato di mostrare non solo capacità tecniche e virtuosismi, ma anche la prodezza sopraffina dell’arrangiatore che non stravolge le dinamiche di un pezzo, ma mette a punto delle variazioni sia toniche che di tempo, tanto da rendere lo stesso, gradevole all’ascolto e nuovo nella sua veste interpretativa.

Il connubio jazz-cantautorato non è certo nuovo; Si pensi a Gino Paoli con Danilo Rea, a Sergio Cammariere con Fabrizio Bosso.

Photo di Davide Di Lorenzo

Per questo agli appassionati di jazz, è venuto da domandarsi cosa abbia tirato fuori Concato da questo sodalizio con il trio di Di Sabatino, anche se lo stesso cantautore aveva in precedenza avuto un contatto con il mondo del jazz, proprio grazie ad un progetto con il trombettista Fabrizio Bosso, fuoriclasse targato Made In Italy e Juan Oliver Mazzariello al pianoforte, con i quali aveva messo in piedi il progetto non solo discografico, “Canzoni”.

Ma per tornare alla serata al Blue Note di sabato 22 ottobre, ciò che il pubblico ha ascoltato, è stato un excursus di brani che hanno attraversato tutta la carriera del cantautore, mentre si aveva l’impressione che il pubblico applaudisse più il pezzo conosciuto che la performance in se, che – a mio avviso – non è stata superlativa nella parte cantata.

Le difficoltà primarie nascono dal fatto che seguire un pianista come Di Sabatino, che imbastisce sapientemente una intro, non è cosa semplice, come non è semplice prendere la nota giusta, o tenerla. Diverse sono state le sbavature nel cantato di Fabio Concato, come se a volte non ce la facesse a pieno a raggiungere alcuni registri, malgrado la sua caratteristica voce abbia tenuto compagnia ai quasi 300 ospiti del jazz club, insieme alla sua simpatia.

Al Blue Note di Milano sabato sera i giovani non erano tantissimi, e la media dei presenti era presumibilmente sopra i cinquant’anni. “Canto”, “Guido Piano”, “Sexy Tango”, “Tienimi dentro te”. Tutti corrono a ricordi, cantano con lui, sorridono alle sue battute, come quando racconta che non aspetta più di tanto prima di concedere il bis perché teme che accada come quella volta, che per un minuto di troppo dietro le quinte, quando poi è tornato sul palco, non c’era più nessuno.

Particolarmente bello, per me, l’arrangiamento di “Domenica Bestiale” che un geniale Paolo Di Sabatino, ha reso minore, cambiandone anche il tempo, rendendolo un pezzo “quasi nuovo di zecca”.

Un concerto di pezzi noti, che ti catapultano in un passato che sembra ancora vivo e recente, nel quale riconosci la voce di Fabio Concato, anche se con quale imperfezione, e mentre arriva “Ti ricordo ancora” o “Buonanotte Amore”, vedo intorno a me, coppie che si tengono per mano, che riconoscono forse in quella canzone, un pezzo della propria storia d’amore, mentre io non posso non porgere l’orecchio alla bravura di quei musicisti come anche Marco Siniscalco che sembra discreto nel suo ruolo di base ritmica, insieme a Glauco Di Sabatino alla batteria, che però sa divenire ostinato durante la versione di “Gigi”, che prende gli accenti di bossanova, e che mostra l’abilità del trio, l’affiatamento e la capacità di integrare le necessità cantautorali nella genialità del jazz.

“Fiore di Maggio” e poi ancora “Non smetto di aspettarti”, pezzo che mi è particolarmente piaciuto, quasi come se ci fosse una vena che pulsasse un po’ più forte nella gola di Fabio Concato e nelle mani di quei musicisti che sanno fare meraviglie.

Ringrazia e va, poi torna.

Il pubblico vuole ascoltare “Rosalina”, lui la regala senza indugi, e con quella famosissima frase “ti ammazzi con il bignè, olè!” finisce un concerto nel quale a volte la voce è venuta meno, i testi sono stati quasi recitati più che cantati, qualche nota non è stata proprio al suo posto, mentre in quella “botte di ferro” chiamata “Paolo Di Sabatino Trio”, ha potuto adagiarsi colui che di belle canzoni ne ha saputo scrivere e che domani, continueremo a cantare, dimenticando ogni imperfezione.

Simona Stammelluti

Si ringrazia il fotografo Davide Di Lorenzo, per aver concesso al Sicilia24h, l’utilizzo delle sue foto, contenute in questo articolo


Pioggia di meteoriti questa sera. Si chiamano Orionidi e sono le stelle cadenti autunnali. Stanotte dunque, tutti con il naso all’insù per godere dello spettacolo a “cielo aperto”

Questa sera il cielo ci regalerà un vero e proprio spettacolo astronomico che in condizioni ideali, ossia senza nuvole, si potrà tradurre in una eccezionale pioggia di stelle cadenti ottobrine, visibili bene dall’Italia.

Sono proprio le meteore Orionidi, ad essere le protagoniste del mese di ottobre. La più famosa è conosciuta come Cometa di Halley, ma per rivederla si dovrà attendere il 2061, mentre questa sera, ed anche nella notte di domani 22 ottobre, saranno visibili “i frammenti” della cometa di Halley, la scia di polvere stellare che da secoli vaga nel sistema solare e che è stata visibile dalla terra l’ultima volta nel 1986.

Lo spettacolo delle meteore Orionidi si rinnova ogni anno, quando l’orbita terrestre incontra la scia di polveri che – come si è detto – deriva dalla famosa cometa. Chi dovesse perdersi questo spettacolo nella notte di oggi, potrà provarci fino al prossimo 7 di novembre, anche se solo tra stanotte e domani notte, a cadere sotto i nostri occhi saranno circa 25/30 stelle all’ora.

Non è solo una bella occasione per alzare gli occhi al cielo, ma anche una possibilità di godere della suggestione che da sempre le stelle cadenti recano in se, anche se questa notte, la luce lunare, potrebbe interferire con lo spettacolo che si attende, oltre al fatto che al centro sud, le nuvole – con annessi temporali – potrebbero essere un ulteriore ostacolo.

Ma se si volesse seguire in ogni caso lo spettacolo, non c’è problema; basta collegarsi al sito della Nasa, potendo così vedere in diretta il passaggio delle meteore. Per i più coraggiosi che vorranno sfidare le ore piccole e il freddo ormai pungente di un autunno inoltrato, nessuna precauzione, se non una sveglia puntata alle 4 e 00 ed una copertina da tenere sulle spalle, durante lo spettacolo.

Simona Stammelluti

Cosenza – Arrestato nel pomeriggio Roberto Porcaro, uno dei mandanti dell’omicidio di Luca Bruni. L’uomo è stato rintracciato in Via degli Stadi a Cosenza, mentre era a bordo di un’ auto sportiva

Grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Daniele Lamanna, Franco Bruzzese e Adolfo Foggetti – tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Luca Bruni assassinato il 3 gennaio 2012, i cui resti fuori rinvenuti sepolti in un terreno nell’agro di orto Matera in Castrolibero, il 18 dicembre 2014 – la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro attualmente diretta dal Dottor Nicola Gratteri , ha emesso l’ennesimo ordine di custodia cautelare in carcere per due altri presunti mandanti dell’omicidio di cui sopra.

Trattasi di Patitucci Francesco classe ’61, già detenuto per altra causa e di Porcaro Roberto, classe ’84 già noti alle forze dell’ordine e agli organi inquirenti quali elementi di vertice della confederata cosca italiana “Lanzino-Patitucci”, “Rango-Zingari”. L’arresto è avvenuto nel tardo pomeriggio di oggi, 19 ottobre, ad opera degli uomini del Comando Provinciale diretti dal Colonnello Fabio Ottaviani e dal capitano Giuseppe Sacco, lo stesso peraltro di recente assunto al comando del Nucleo Investigativo.

Quest’ultima ordinanza giunge a pochi mesi dalla sentenza della Corte d’Assise di Cosenza che, riconoscendo appieno la validità e l’efficacia delle attività investigative condotte dagli uomini del Comando Provinciale Carabinieri Cosenza, vedeva già condannati ad 11 anni di reclusione Bruzzese Franco e Daniele Lamanna che hanno potuto usufruire dei benefici di legge riservati ai collaboratori di giustizia che forniscono una eccezionale contributo agli inquirenti.

Ma già prima, si erano registrate durissime sentenze di condanna anche nei confronti dell’altro co-imputato Rango Maurizio (pena dell’ergastolo) e quella dello stesso collaboratore Foggetti Adolfo, sebbene molto mitigata sempre dai benefici di legge previsti per i collaboratori di giustizia così come si è verificato per il Bruzzese e il Lamanna.

Grazie alle attività svolte sono stati inferti gravissimi colpi alla ‘Ndrangheta cosentina, che ha visto una sequela di ex uomini d’onore, o presunti tali, decidere di intraprendere la strada della collaborazione piuttosto che scontare anni ed anni di galera, se non anche finire la propria vita come il malcapitato Luca Bruni, reo di aver assunto il ruolo direttivo dell’omonima famiglia di mafia, subito dopo il decesso per cause naturali, del più lungimirante Michele Bruni, inteso come “bella bella”.

Simona Stammelluti

Avvenne lo stesso quando nel lontano 1997 a vincente quel prestigioso premio alla letteratura – rilasciato dall’accademia di Svezia che annualmente premia chi si è maggiormente distinto nel campo – fu Dario Fo, tra l’altro scomparso lo scorso 13 ottobre, a 90 anni, proprio nel giorno in cui il premio che fu suo, è stato consegnato (per ora ancora virtualmente) al cantante e compositore statunitense Bob Dylan che, a quando sembra, era in “lizza” o magari potremmo dire in “lista d’attesa” da circa un ventennio, proprio da quando fu Dario Fo a portare a casa il premio.

Singolare la reazione della star, che neanche una parola ha speso sul riconoscimento del quale è stato investito ed ha continuato a portare in giro il suo “Never Ending Tour“, come se nulla fosse successo e come se tutto il clamore, lo stupore, i commenti pro e contro, in merito alla sua vittoria, non lo riguardassero affatto.

Snobismo o timidezza?

Sembra sprofondato in un singolare silenzio o sotto la falda del suo cappello, e probabilmente con se stesso si sarà congratulato mentre si faceva la barba all’indomani del suo nome dato in pasto al mondo.

75 anni, cantautore prolifico, che mai si è fatto attendere, vince il Premio Nobel per la Letteratura proprio quando la sua vita artistica “si allarga”, quando decide di dedicarsi alla tradizione della canzone americana, quando accantona quel suo cantato spesso imperfetto anche nella dizione e in maniera “impeccabile” canta Sinatra, come se volesse prendere le distanze da quel suo passato così impegnativo, che – guarda caso – gli ha consegnato un Premio Nobel. Ed anche se qualcuno ha osato ipotizzare che il cantante possa rifiutare il premio, che ci piaccia o no, a Bob Dylan l’accademia svedese quel premio glielo ha con la motivazione di “avere creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana“. E subito si pensa a brani come “Mr. Tamburin Man“, mentre i suoi dischi schizzano in cima alla classifica dei più venduti e in tanti ancora non si spiegano cosa c’entri Dylan con la letteratura.

Può c’entrare la “natura letteraria” dei testi delle sue canzoni?
C’entra l’essere popolare, ossia quella capacità di arrivare alle masse attraverso un messaggio?

Forse sarebbe il caso di fare un passo indietro, anzi due.

Prima di tutto nella definizione di “letteratura” che prevede “l’insieme delle opere variamente fondate sui valori della parola e affidate alla scrittura, pertinenti a una cultura o civiltà, a un’epoca o a un genere“.

Beh, se stiamo alla definizione letterale della parola “letteratura” allora Bob Dylan e l’insieme delle sue opere, sono “più che pertinenti alla civiltà e all’epoca“, considerato che, Nobel a parte, le strofe di alcune sue canzoni resteranno immortali.

Pensiamo a “Master of War” del 1963:

Voi che vi nascondete dietro i muri,
ciò che vi nascondete dietro le scrivanie,
Voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere
“.

Oppure “The Times they are a changing”del 1964, che sembra profetica per quando è attuale:
Là fuori sta infilando una battaglia,
e presto scuoterà le vostre finestre,
e farà tremare i vostri muri,
perché i tempi stanno cambiando
“.

Eppure a più di qualcuno questo premio consegnato a Dylan non è andato giù. Dicono non essere in linea con il significato di letteratura, che non produce gli stessi effetti di una poesia o di un testo letterario.

Ma cosa intendeva premiare veramente, chi questo premio lo ha ideato? Il suo autore è Alfred Nobel e tutto risale al 1895 e alla sua idea di premiare chi avesse condotto le sue opere in una direzione “ideale” ossia “che è propria di una idea che può essere considerata modello“.

E chi lo stabilisce cosa può essere considerato un modello?

Viene da domandarsi perché in passato il premio Nobel non sia andato a Pier Paolo Pasolini che quanto ad opere ideali ne aveva prodotte a profusione o se parliamo di ambiente musicale, a Fabrizio De Andrè, la cui poetica ha incantato ed istruito intere generazioni non solo in vita ma anche in forma testamentaria.

Alla letteratura, alla poesia, ci si deve abbandonare, non la di deve comprendere per forza o fino in fondo. Va usata come un retino nelle cui maglie più grosse restano impigliati i dettagli poi grandi, quelli che occupano più spazio, quello che colpiscono per sensazione, oltre che per senso.

E dunque basterebbe provare a “prendere tempo“, per analizzare bene il peso dei testi di Dylan nel contesto più generico di letteratura e sfido un po’ tutto il mondo letterario mondiale a raccontare cosa sa per davvero di quei messaggi, che non sono certo passati dal retino di ognuno.

E si sbaglia, forse, a pensare che la letteratura sia qualcosa di così artefatto da non essere fruibile a tutti. La letteratura non si pesa in carati di difficoltà ma in gradi pertinenza ad una cultura e alla sua relativa civiltà.

Perché le poesie hanno tanti ingressi ed altrettanti fori di uscita: non sempre ciò che è completamente buono, viene apprezzato, ma al contrario ciò che arriva meglio, diventa migliore.

La capacità di arrivare alla civiltà – così come recita il significato di letteratura – detta le regole di “modello” che era alla base del desiderio del signor Nobel.

Simona Stammelluti

Si celebra oggi 11 ottobre, la Giornata Internazionale dei Diritti delle Bambine e delle Ragazze proclamata dall’Onu, ed intanto i numeri di abusi, violenze e discriminazioni, sono preoccupanti e crescono di ora in ora

Sono milioni le bambine che nel mondo vengono violentate, abusate, alle quali vengono negati i diritti indispensabili come la salute, la cultura, condannate a mutilazioni genitali, o a maternità precoci e rischiose, dopo essere state date in sposa, ancora in età adolescenziale, a uomini spesso molto grandi di loro e a volte anziani.

Dati che fanno orrore, e le organizzazioni come Save the Children o Terres des Hommes, Unicef, Unhcr, provano in tutti i modi a tenere accesi i riflettori su questa vicenda, pubblicano rapporti e lanciano campagne in difesa di quelle bambine che ogni anno (circa un milione) diventano madri prima di compiere i 15 anni, o per le oltre 70 mila ragazzine che muoiono di parto per complicazioni.

Eppure le principali cause di morti delle bambine di Nigeria o India resta disperatamente il suicidio, calate come sono in un contesto di totale privazione e di mancanza di qualsivoglia possibilità. Perché vivono non solo in una povertà materiale, in una arretratezza che viene scambiata pe tradizione, ma anche in povertà culturale, in mancanza quasi assoluta di risorse economiche, condizione nella quale la vendita di una bambina ad un marito, diventa per assurdo una risorsa.

In Libano, per esempio le giovani profughe siriane, vengono cedute ai proprietari terrieri, in affitto.

In Giordania,  tra le ragazze rifugiate, una su 4, tra i 15 e i 17 anni risultano già sposate.

Ma il record spetta all’India, dove si conta il maggior numero di spose bambine; il dato si attesta intorno al 47 per cento.

Nel mondo i paesi migliori dove essere bambini sono i paesi del nord Europa: Svezia, Finlandia, Norvegia. E poi l’Italia che è al decimo posto. I paesi delle spose bambine sono giù in fondo alla classifica. Chiude la Nigeria.

I matrimoni precoci innescano un circolo vizioso di ostacoli oggettivi che negano alle bambine e alle ragazze quelli che sono diritti fondamentali al vivere. Nessuna di loro può realizzare un sogno, ma neanche coltivarlo. Si sposano, abbandonano la scuola, subiscono spesso violenze domestiche, stupri e poi rischiano di divenire vittime di gravidanze precoci, con conseguenze spesso gravi sia sulla propria salute che su quella dei nascituri, oltre ad essere perennemente esposte al rischio di malattie sessualmente trasmissibili come l’Aids.

Anche quest’anno è partita la campagna #indifesa lanciata proprio da Terres des Hommes, per garantire alle bambine e alle ragazze di tutto il mondo una “protezione” da violenza, discriminazione, abuso, difendendo non solo la loro vita, ma anche la loro libertà all’istruzione, rompendo il ciclo della povertà, attraverso interventi sul campo.

Simona Stammelluti

Cosenza – Era stato abbandonato in un seggiolino per auto sui sedili posteriori di una Fiat Punto, parcheggiata nel parcheggio del supermercato Carrefour sito in località Malavicina di Zumpano

Erano le ore 10,45 di oggi 11 ottobre, quando i Carabinieri dell’Aliquota Radiomobile della Compagnia di Cosenza,  si recavano nel suddetto parcheggio, notando che i finestrini dell’auto erano sigillati e che al suo interno vi era il neonato da solo.
Hanno pertanto provveduto a forzare lo sportello che, una volta divelto, ha consentito l’immediato ricircolo dell’aria all’interno dell’abitacolo, permettendo così al piccolo di poter ossigenarsi.
E’ stato altresì allertato il personale del 118. I sanitari una volta giunti sul luogo, hanno provveduto a visitare il neonato, riscontrandolo – fortunatamente – in buona salute.
E’ stata avviata immediatamente attività d’indagine, anche attraverso la visione dei filmati degli impianti di videosorveglianza, ed è stato così possibili identificare i genitori  – due coniugi tunisini di 42 e 36 anni – che sono stati prontamente rintracciati all’interno del supermercato intenti a fare la spesa.
Fermati, sono stati dichiarati in stato di arresto per il reato di abbandono di minori aggravato da legame genitoriale e tradotti presso la loro abitazione in regime di arresti domiciliari, in attesa di essere sottoposti a giudizio per direttissima.
Simona Stammelluti

Probabilmente l’aggressione con una bomba molotov è stata consumata da qualcuno che non gradiva la presenza dei due senzatetto, un uomo ed una donna, che dormivano in  una tenda montata all’interno di un casolare nel quartiere Ciaculli

Sono razzisti di nuova concezione, sono balordi che si divertono solo aggredendo, molestando, ferendo – a volte a morte – coloro che reputano dover stare lontani dai loro quartieri. E così usano il fuoco per allontanare anziani, barboni, senza tetto. Appiccano fuochi, scatenano incendi, rischiando di ammazzare le loro vittime, o nella migliore delle ipotesi, causare loro ustioni talmente gravi, da soffrire tra i dolori più atroci.

E’ quello che è accaduto a Palermo, dove la scorsa notte un gruppo di criminali, armati di molotov (bottiglie riempite di benzina, con alla sommità uno stoppino al quale viene dato fuoco e che quindi innesca un incendio, a seguito di esplosione) hanno preso di mira due fidanzatini di 22 e 20 anni, che versano adesso in gravi condizioni.

E solo pochi giorni fa, a Siracusa ad essere aggredito è stato un ambulante 80enne, che ancora è in bilico tra la vita e la morte. E’ caccia serrata ai quattro dei branco, che hanno picchiato l’anziano signore per poi dargli fuoco.

Ma mentre il procuratore di Siracusa assicura che “non si brancola nel buio, e che si è sulle tracce dei 4 bulli”, grazie anche alle riprese di alcune telecamere della zona, per il caso dei due ragazzi di Palermo, la situazione è un vero e proprio rompicapo. I due ragazzini si erano rifugiati in un casolare parecchio fuori mano, all’interno del quale avevano montato una tenda modello igloo e avvolti in una coperta, dormivano, quando da un accesso al casolare è stata lanciata la molotov, scatenando nella tenda, un vero inferno.

Probabilmente, sono stati gli stessi aggressori a chiamare il 118, che giunto sul posto, ha trovato i due giovani in condizioni gravissime.
I vigili del fuoco, giunti anch’essi sui luoghi dove si è consumato l’incendio, hanno scoperto che all’interno del casolare vi erano anche delle bombole di gas, ciò significa che si è sfiorata una vera e propria tragedia.

Un motivo in più per rintracciare gli autori di quel gesto di violenza e razzismo verso i due fidanzatini, che qualcuno voleva cacciare dal quartiere Ciaculli di Palermo, sperando di capire quanto prima il perché di tanto odio.

Un nuovo modo per alimentare violenza, in una terra nella quale già lo scorso anno, in pochi mesi, altri 4 barboni avevano rischiato di morire per atti simili a quelli consumati negli ultimi giorni.

Una violenza che va fermata, prima che si trasformi in una nuova scia di morte e terrore.

Simona Stammelluti