Home / Articoli pubblicati daSimona Stammelluti (Pagina 5)

A Cammarata, San Giovanni Gemini e Castertermini si svolgono le maggiori feste dell’anno.
A Cammarata e San Giovanni la festa del Carro, a Castertermini la festa del  Taratatà.
Oggi un provvedimento inaspettato del questore di Agrigento Rosa Maria Iraci ha vietato la vendita di qualsiasi tipo di alcolico per tutta la durata delle che si terranno oggi e domani e che sono feste molto sentite.
I commercianti hanno occupato il municipio, le proteste si sono diffuse per tutte le cittadine soprattutto a Cammarata e a San Giovanni dove i negozianti hanno chiuso le loro attività per dimostrare il proprio dissenso verso questa decisione del Questore. Ma nel pomeriggio sono addivenuti ad una soluzione ossia che sarà consentita solo la vendita di birra ma di nessun superalcolico. Si sono impegnati i sindaci dei Comuni in questione.
NOTIZIA IN AGGIORNAMENTO

Un tempo il pettegolezzo era limitato al pianerottolo dei condomini: “hai visto quella com’era vestita ieri? Ma chissà dov’è andata conciata così” oppure dal parrucchiere mentre si attendeva il proprio turno e si sfogliavano i giornali “scandalistici” (qualcosa di davvero scandaloso per la pochezza e schifezza di contenuti) mentre si criticavano i Vip le loro presunte storie amorose, i flirt o l’eventuale cellulite.
Ma alla fine finiva lì.
Oggi il pettegolezzo è la prima modalità social, è la condizione che permette di acchiappare più like, che si parli del vicino di casa o del vip che si invidia per stile di vita o partner.
Tutto gira intorno al pettegolezzo ma anche all’offesa. Ci si “slancia” proprio in affermazioni quasi al limite della querela, spesso nascondendosi dietro le famose tastiere, dove vivono i leoni che poi in tribunale divengono agnellini.
Ma si sono fatti furbi, i detrattori che non hanno nulla di meglio da fare che criticare e offendere questo e quello, si accodano alla massa, restano sempre borderline, usano gli asterischi per nascondere le offese, ri-condividono le offese espresse da altri, ma godono ampiamente nel giudicare, nel denigrare, sentendosi superiori, loro. Noi ancora ci domandiamo in cosa saranno mai superiori.
E così adesso è il momento della Incontrada, attrice, donna di spettacolo, colpevole – secondo le masse di idioti – di essere sovrappeso.
Vanessa Incontrada resta una donna bellissima, che come tutte le donne vive i segni del tempo senza essere vittima della mancata perfezione. È stata magra in gioventù, oggi è splendida nei suoi panni e nei suoi chili, è carismatica, piena di charme e di bellezza.
Costretta (quasi) a mostrarsi nuda l’anno scorso sulle pagine di una rivista patinata, contrastava con forza il body shaming, quelle offese aggressive che hanno un effetto devastante sulla psiche di alcune donne e che sono un vero e proprio atto ignobile verso la vittima.
Apparsa sui giornali in costume da bagno in questi primi giorni d’estate è stata bersaglio di critiche senza fine. Lei ci ride su, scherza con Gigi D’Alessio che durante una kermesse le offre delle mozzarelle e continua a mostrare il suo sorriso disarmante, orgogliosa di ciò che è, e che nulla ha a che fare con la taglia che indossa.
Ma mi viene da domandarmi in quante vorrebbero essere la Incontrada.
Perché c’è sempre l’invidia dietro un’offesa, una critica, un tentativo di distruggere qualcun altro diverso da sé.
Ma poi analizziamoli i soggetti che sono sempre lì a criticare tutti, a porre l’accento sempre sull’apparire, su ciò che è “a vista”, che passano il loro tempo a spiare le vite degli altri, a scovarne “l’errore”, il difetto, in modo da sentirsi meno anonimi di quanto non siano.
Beh si fa presto a capire che già il loro livello intellettivo è di gran lunga sotto la norma, e che se la Incontrada magra un tempo lo è stata, loro intelligenti non lo saranno mai. Perché chi si sofferma su un dettaglio come un eventuale difetto fisico, allora è proprio egli stesso un vuoto a perdere.
E vi dirò di più, sono quelle stesse persone che nutrono la loro autostima attraverso gli ormai famosi filtri da social, che allungano le ciglia, sbiancano i denti, riempiono le labbra e sfinano i fianchi.
Peccato però che poi chi li conosce nella vita vera, sa quanto finto sia proprio il loro modo di concepire l’esistenza, come se “apparire” migliori possa al contempo renderli migliori.
E nell’epoca in cui anche le grandi case di moda, propongono modelle di tutte le taglie, questo schifo che continua a circolare è il termometro di come ancora la stragrande maggioranza degli essere umani non si accetta affatto per com’è, e per stare meglio ha bisogno di denigrare gli altri, deve cavalcare l’onda dell’offesa, che con i social ovviamente è pratica molto semplice e per alcuni anche divertente.
Pensiamo alle nostre ragazze, alle nostre figlie, ai nostri ragazzi, ai nostri figli che dovrebbero sentirsi liberi di essere, non di apparire come lo standard “sociale” vorrebbe, e insegniamo loro ad accettare tutto il bello che c’è in loro, compreso le loro insicurezze, le incertezze, i loro limiti, e a difendere la loro identità unica e meravigliosa.
E non stiamo zitti quando la “influencer” di turno, priva forse di una quale dose di apertura mentale, diciamo così, dice a gran voce che le donne incinta sono svaccate, ossia grasse.
Basta.
Basta.
Basta a star zitti.
Perché se la libertà di opinione permette a tutti di dire la propria e dunque di offendere affacciandosi spesso alla finestra dei social, non a quella di un condominio, allora che si prenda una posizione a testa alta, lontano da chi per vivere bene ha bisogno di oscurare la vita degli altri.

 

 

Sì possiamo ancora farcela a salvare il mondo dalla superficialità, dall’odio, dalla pochezza umana, dalla maleducazione, dalla prevaricazione, dalla prepotenza, dall’incapacità di discernere il bene dal male, dall’egoismo e dall’assenza di coscienza.

È stato un gesto disarmante quello che un bambino svizzero ha fatto, mosso da un senso di colpa per aver rubato un ovetto di cioccolato dal negozio di alimentari del signor Danilo Chiaruzzi, a San Marino lo scorso 30 maggio.

E così gli scrive una lettera e allega anche una banconota da 10 euro.

Non avevo i soldi, mi dispiace molto. So di aver sbagliato, spero mi possa perdonare perché vorrei essere in pace

Il piccolo ragazzino vuole “essere in pace”, perché ha conosciuto il tormento della sua coscienza che gli diceva di aver sbagliato.
Non era “solo” un ovetto, era “l’ovetto” quello che lui desiderava e non poteva avere, che ha rubato per saziare il suo desiderio, che poi è diventato pentimento.
Un gesto esemplare e disarmante, degno di nota e di plauso, che ha lasciato senza parole anche il gestore del negozio che racconta l’evento sui social network:

Ormai non mi sorprende più nulla, con quello che abbiamo passato in questi anni, ma oggi mi sono ricreduto. Mi è arrivata una raccomandata dalla Svizzera, scritta a mano con all’ interno 10€ come lettera di scuse di un padre il cui figlio mi avrebbe rubato in gita un ovetto kinder. Sono rimasto allibito e questa dovrebbero leggerla tanti ragazzi che quotidianamente, per gioco o sfida mi rubano patatine caramelle o altro! Gli risponderò con una cartolina e un invito a tornare a trovarci per stringergli la mano!

Tutto è bene quel che finisce bene, soprattutto se di mezzo ci sono i nostri giovani, coloro che qualche volta ci deludono, ma che alla fine sanno come sorprenderci. Questo episodio dovrebbe contagiare di onestà e bellezza. In tempi così bui di egoismo e mancanza di rispetto verso le regole e verso il prossimo, restiamo stupiti da un gesto così concreto.
Insegniamo ai giovani che si può sbagliare e poi rimediare, che chi sbaglia paga e chiede anche scusa.
Perché come dice il ragazzino svizzero nella sua lettera, bisogna imparare anche ad essere in pace, con sé stessi e con gli altri.

Bravo Benjamin, crescerai e sarai un uomo onesto e capace di cambiare il mondo.

Ps: Sono sicura che il signor Chiaruzzi, alla cartolina allegherà anche il resto dei 10 euro!

 

 

Mi accoglie con il sorriso e mi colpisce la sua calma, che contagia e rende perfetto il momento.
Ci offre qualcosa da bere, scegliamo la sagrestia per l’intervista.
Ha un carisma innegabile Don Ernesto Piraino, e standogli vicino non si fa fatica a capire quando grande è la gioia che vive mentre fa quello che ha scelto di fare.

La semplicità con cui racconta la sua storia e risponde alle mie domande, la sicurezza del suo essere mezzo della parola di Dio, la sua capacità di esprimersi in una maniera così garbata ed esaustiva, rende l’intervista una esperienza appagante.

Don Ernesto, classe 1979, dal 2017 è sacerdote, dopo aver trascorso un lungo periodo lavorativo in Polizia, dopo aver espletato quel ruolo nella maniera migliore possibile, dopo aver anche salvato un bambino.

Questa intervista non vuole sostituirsi al libro che Don Piraino ha scritto e che si intitola: “Dalla divisa alla tonaca – la storia di un poliziotto diventato prete“, ma mira a far conoscere il suo ruolo di pastore all’interno della sua comunità parrocchiale, e poi a comprendere come ogni cosa ha il suo tempo, e come alcune scelte sono indispensabili per il prosieguo del nostro cammino.

Guarda l’intervista

 

In scena gli allievi del terzo anno del laboratorio con uno studio sulla famosa opera di Cechov

 

Ancora un debutto per la compagnia Libero Teatro, in scena con uno studio su “Il Gabbiano” di Anton Cechov 14 e 15 giugno alle ore 21 al Piccolo Teatro Unical. Il Gabbiano è infatti il titolo del nuovo lavoro diretto da Max Mazzotta, un omaggio all’autore russo che vedrà sul palco gli allievi del terzo anno del laboratorio teatrale tenuto dal regista cosentino in questi mesi al Ptu grazie alla sensibilità del rettore Nicola Leone e alla collaborazione con il DiSU Dipartimento di Studi Umanistici (prof. Raffaele Perrelli) e il CAMS Centro Arti Musica e Spettacolo (prof. Francesco Raniolo) dell’Università della Calabria. L’esito del laboratorio inoltre chiude per Libero Teatro un intero anno di ricerca e didattica teatrale che in sinergia con la compagnia Teatro Rossosimona ha permesso agli studenti e ai tirocinanti dell’ateneo di riprendere i percorsi di formazione pratica precedentemente sospesi a causa della pandemia e recuperare così crediti formativi ed attività extracurriculari. Nelle vesti dei personaggi del testo cecoviano Antonio Belmonte, Emanuel Bianco, Salvo Caira, Giuseppe De Vita, Noemi Guido, Francesco Guzzo Magliocchi, Claudia Rizzuti e Camilla Sorrentino.

Così il regista Max Mazzotta

Si conclude con la messa in scena del Gabbiano di Cechov un percorso di studio sul lavoro dell’attore fatto da un gruppo di giovani talentuosi che hanno dato anima e corpo nel difficile tentativo di interpretare personaggi complessi e tormentati. Ne “Il Gabbiano”, Cechov ci pone di fronte a due riflessioni ben definite: quella sulle dinamiche emotive dei rapporti amorosi che sembrano non risolversi mai; e quella sul teatro e le sue forme vecchie e nuove che sembrano destinate anch’esse a non risolversi mai. Lo studio è stato intenso e approfondito, segnato dalla pandemia che, ha sì interrotto la pratica dando discontinuità alla ricerca, ma che non ha impedito a tutti noi di credere in questo percorso di formazione portandolo a termine con coraggio e dedizione. A questi ragazzi dico grazie per l’amore e la professionalità dimostrati in questo delirio contemporaneo in cui siamo incappati con la convinzione che il teatro possa ancora una volta aprire spiragli di luce e di poesia.

 

Lui, Franco Florio, ex enfant prodige del calcio che conta, è un globetrotter con la passione per l’arte. Lei, Adele Ceraudo, è un’esponente poliedrica e potente dell’arte contemporanea italiana.
Insieme realizzano un progetto che porta le iniziali di lei: AC. Una galleria d’arte speciale, dove sono esposte in modalità permanente, le opere dell’artista dai capelli green.
La sede è nel cuore della città di Cosenza. A due passi dal Palazzo comunale. Di fronte ad un antico parco verde, la “Villa Nuova”. È per entrambi un ritorno alle origini, alla città natale, per esaudire un desiderio che è cresciuto negli anni del loro girovagare per il mondo. Un regalo alla loro città.
Florio, da ex calciatore professionista atipico, è un collezionista d’arte. Infatti i suoi genitori, entrambi architetti, lo hanno educato fin da piccolo all’amore per l’arte, portandolo in giro per mostre e musei. Adele Ceraudo, ricorda bene la sua fascinazione infantile per la penna biro. Gli studi al liceo artistico cosentino, la crescita artistica a Firenze, attraverso l’utilizzo di tutte le tecniche pittoriche. L’influenza magica del cinema, nel suo periodo romano. La scelta, intorno ai trenta anni, di dedicarsi alle sue opere che partono dal segno di una bic. In un estenuante lavoro di ricerca, dove convivono stratificazioni culturali variegate: reminiscenze rinascimentali, l’amore per la fotografia, la ricerca di Dio, la Pop Art, il femminismo, lo studio dell’Anatomia umana, i colori della psichedelia.
I suoi lavori arrivano diretti e sfondano le difese dello spettatore. Sono carnali e contemporaneamente metafisici. Ceraudo rivivifica icone di sempre, rendendole straordinariamente contemporanee. La sua prima mostra è del 2007. Poi è un susseguirsi di esperienze e di esposizioni: Melbourne, Osaka, Barcellona, Roma, Milano, Napoli, Palermo, alla Biennale di Venezia, solo per ricordarne qualcuna. L’artista è un mix perfetto di stakanovismo e sregolatezza. L’arte è la sua vita. E questo lo ha capito bene Florio, che ha colto il momento giusto per aprire una splendida galleria in questa piccola città del Sud, ai margini delle rotte internazionali del settore. Una provocazione ben accolta dalla Ceraudo, che vive ormai da qualche anno a Milano, ma ama anche le sue origini, così come il noto soccer coach, Franco Florio.

Soave Maria Pansa

 

Guarda l’intervista a cura di Simona Stammelluti 

Non è la prima volta che Mario Martone rende omaggio a Napoli, e lo ha sempre fatto in maniera impeccabile; si pensi a “Il sindaco del rione Sanità” e a “Qui rido io”. La sua capacità di raccontare i luoghi attraverso le storie è davvero prorompente, è lucida, è carismatica. E quel suo carisma nel rendere tutto così suggestivo, lo trasferisce nei personaggi anche quando, come in questo caso, sono presi in prestito da un altro mezzo semiotico.

Nostalgia, l’ultimo film di Martone, è tratto dal romanzo omonimo di Ermanno Rea e parla di un ritorno, un ritorno a casa, in una città come Napoli, frenetica, che però resta immobile anche a distanza di 40 anni, dove il bene si nasconde bene, e dove il male governa bene in quei quartiere in cui si dorme sempre con un occhio aperto.

La storia non è particolarmente appagante, ed il film è a tratti lento, ma il risultato finale è comunque di pregio. La bravura di Martone sta proprio nel condurre lo spettatore a fianco del protagonista, come se ci fosse la necessità di conservare a chi è in sala, un posto accanto a Felice (Pierfrancesco Favino) che dopo 40 anni vissuti in Egitto, torna a Napoli per stare vicino a sua madre giunta ormai alla fine della sua esistenza e per riappropriarsi di quel tempo e di quello spazio a cui ha rinunciato per troppo tempo. Con i primi piani, le riprese di schiena, l’uso sapiente della steadycam Martone traccia i segni distintivi del protagonista che si muove – a piedi e in moto –  nei luoghi che sono stati suoi in adolescenza, che non ha mai dimenticato e che saranno per lui – malgrado le sue intenzioni – una nuova trappola.

Il quartiere Sanità reso estremamente reale nella pellicola; il regista scende con la cinepresa dentro i vicoli, nei ristoranti, nei mercati; ci si impregna di quei luoghi, con quel buio che regna giorno e notte, con  una quotidianità viva e pulsante, con i suoi stessi abitanti a recitare loro stessi, con una grande attenzione ai rumori non solo della strada e dei boati delle armi che sparano, ma anche a suoni che appartengono proprio all’uomo; quello dell’acqua che Felice beve o quella con la quale lava sua madre, il suono sordo dei pugni dati ad un sacco posto all’interno di una chiesa allestita in parte a palestra per salvare i giovani del quartiere, la musica di un’orchestra nella quale suonano i figli dei camorristi.

La parte buona del quartiere Sanità gira intorno a Don Luigi (uno straordinario Francesco Di Leva) che con il suo coraggio incrollabile e quel carattere forte e carismatico, cammina e vive nelle strade tra spacciatori e camorristi, conosce le loro storie e i loro limiti, contrastando dove può il male e “salvando” i giovani a costo di andarli a prendere a casa.  Questa rete di salvezza, sarà lo scudo di Felice, tornato in un luogo ostile come 40 anni prima, ma poco potrà contro la sua scelta di Felice di fare i conti con il passato, in una terra dove  nessuno cambia e niente cambia mai per davvero.

L’aspetto onirico del film, che costringe Felice a ricordare il suo passato giovanile, le azioni compiute, i motivi del suo allontanamento da Napoli, è realizzato con immagini leggermente seppiate, senza allontanarsi troppo dalla luce scelta dalla fotografia, riuscendo a consegnare al pubblico le emozioni che il protagonista vive e con le quali deve fare i conti. La paura sottile che accompagna il protagonista nei suoi passi è tangibile, realistica, piena di pathos.

Pierfrancesco Favino non delude mai, credibile in ogni ruolo, anche in questo, capace di passare da un cinquantenne che parla l’arabo, che ormai vive usi e costumi e religione del posto nel quale vive da tanto tempo, a napoletano verace, che riconquista la sua “lingua” di origine, atteggiamenti e quotidianità mai dimenticate.
Degna di nota la scena nella quale Felice lava sua madre in un grosso catino, tra tenerezza e pudicizia, tra vergogna di una madre nel mostrarsi nuda al figlio e amore del figlio che accoglie in braccio sua madre come se fosse il soggetto di un quadro del Caravaggio.

Francesco Di Leva napoletano ed attore sopraffino, ha una capacità scenica fuori dal comune e rapisce lo spettatore con quel suo piglio di eloquenza che non è solo verbale, considerato che sa utilizzare il suo sguardo per esprimere sentimenti, indignazione, pietà. A mio avviso la migliore interpretazione nella pellicola.

C’è anche Tommaso Ragno nel ruolo di Oreste, amico di infanzia del protagonista, divenuto nel frattempo boss del quartiere, che con lui ha condiviso un’esperienza drammatica in gioventù, che muterà completamente il corso dell’esistenza solo di uno dei due, di Felice. Per l’altro il destino sarà infelice e lascerà che una prigione prenda il posto di un’altra.

Mario Martone realizza un film schietto, con un risvolto sociale, e riesce molto bene a dare respiro alla vicenda, utilizzando la nostalgia e il ricordo, per dare senso alla reale. Fa tutto questo con la complicità di Napoli, magica a ammaliante, della fotografia sapiente di Paolo Carnera che gioca realmente con la grana dell’immagine conservando una fluidità di intenti, e dell’uso della musica che accenta azioni ed intenzioni, conducendo lo spettatore nello sviluppo della trama.

 

 

 

La biografia e la vicenda pubblica di Enrico Berlinguer ha innervato profondamente ed in maniera indelebile la storia del nostro paese.

Il 25 maggio del 1922 nasceva a Sassari l’uomo e il politico che consegnò al popolo italiano non solo un esempio di politica ma anche una importante avventura umana.

Berlinguer è ancora oggi per per milioni di italiani il ricordo di una politica impegnata e pulita al tempo stesso. Il suo impegno come segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 in poi, accompagnato da una serie di successi politici, ma anche la morte, avvenuta durante un un comizio a Padova, quindi proprio mentre espletava il suo compito di parlare alla gente con quel suo carattere così incisivo, hanno rappresentato anche simbolicamente un’immagine di dignità ed autorevolezza dell’impegno politico e tutto questo oggi manca. Un gigante capace ed irreprensibile in un mondo già all’epoca sporco, deviato, colluso.

E se è vero che chi oggi ha 70, 80 anni lo ricorda non solo come un esponente politico capace, ma anche come simbolo di come si dovrebbe fare la politica, sarebbe opportuno farlo conoscere anche ai giovani, raccontandolo incastonandolo in quel periodo storico così madido di eventi.

La sua caratteristica tipica era quel suo porsi in un modo “a sottrazione”, senza slanci plateali, e in vita gli fu spesso rimproverato di non essere una persona “scintillante”, eppure fu un leader politico carismatico, ma questo carisma si è affermato in un modo graduale, così come la caratteristica del mito. Un carisma quindi, non costruito sulla sua personalità, schiva e seria, ma sul suo agire, sull’incisività del suo modo di fare politica.

A Berlinguer hanno portato un profondo rispetto politico anche avversari fieramente contrapposti sia alla cultura che all’appartenenza del leader comunista; si pensi al leader della destra sociale, Giorgio Almirante che chiese e ottenne di salutare per l’ultima volta il feretro di colui che la sua comunità politica considerava un nemico, ma che in maniera autentica consideravano una persona perbene.

In quella sua idea di politica che seppe andare oltre gli schieramenti e oltre le sensibilità individuali spesso diverse, c’era un impegno generoso e completo, formato su una dedizione, verso una Repubblica che funzionava a sua volta intorno a dei grandi partiti che rappresentavano delle istituzioni con dei grandi valori a prescindere dal colore politico.

Berlinguer è importante nella storia della sinistra italiana ma anche della democrazia italiana perché ebbe la capacità di portare il partito comunista nel cuore del gioco politico, proprio con la strategia del compromesso storico, attraverso il dialogo con Aldo Moro.

Non si deve idealizzare a posteriori; quelli furono dei processi molto duri, estremamente conflittuali, che ebbero tanti avversari, sia dentro che fuori dal Pc, nell’area della cultura di sinistra, progressista. Per questo Berlinguer è stato un dirigente politico a tutto tondo; ha combattuto una battaglia senza esclusione di colpi, che ha visto anche momenti drammatici, come il sequestro e la morte di Aldo Moro.

Resta famoso il gesto di Benigni che dalla terrazza del Pincio, a Roma, il 16 giugno del 1983, sollevò in braccio Enrico Berlinguer che rise e lo lasciò fare. Gesto molto bello della sua naturalezza e spontaneità che è rimasto nella storia.

Nello stesso anno Giovanni Minoli intervistò Enrico Berlinguer, e gli chiese:
Qual è il suo peggior difetto?
B: l’avere un carattere decisamente spigoloso.
E il suo pregio?
B: l’essere rimasto fedele agli ideali di quando ero ragazzo.
Cos’è che le da più fastidio?
B: sentir dire che sono sempre triste, perché non è vero.

Bastano queste poche risposte per capire senza ombra di dubbio lo spessore di  Enrico Berlinguer come uomo e come politico.
Serio, tanto da sembrare sempre triste, di carattere, di cui egli stesso ne percepiva la spigolosità e detentore di un ideale; e si pensi a come siano gli ideali a delineare una persona ma soprattutto un politico.

Berlinguer negli ultimi anni della sua vita incrocia una serie di sensibilità, di valori ed ideali politici, che poi furono  i cosiddetti “pensieri lunghi”, come quello sulla sostenibilità ambientale, il tema del ruolo della donna nella società. Ci sono anche delle sue riflessioni originali sul ruolo che avrebbe potuto avere – e che poi ha avuto – l’informatica.

Manca alla politica un uomo come Berliguer:

La questione morale esiste da tempo. Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale, perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. [Enrico Berlinguer]

 

 

Luigi Strangis vince l’edizione 2022 dell’ormai collaudato talent show “Amici” di Maria De Filippi, e vince con la sua austera gentilezza. Ieri sera durante la finale sembrava uscito da un libro di fiabe e con in dosso quell’abito che lo faceva tanto assomigliare al piccolo principe, ha sbaragliato gli altri finalisti, tutti molto bravi.

Questa edizione – così come facevano notare anche i critici della stampa presenti ieri in collegamento – è stata caratterizzata dall’educazione e dall’umiltà dei ragazzi, peculiarità che hanno accompagnato quel percorso di crescita significativa all’interno della scuola, e che li ha condotti non solo alla finale ma anche a vincere prestigiosi premi e borse di studio che li porteranno in giro per il mondo, permettendo loro di affinare potenzialità e talento. A Serena infatti viene consegnata una borsa di studio per volare a New York per studiare nella prestigiosa scuola di ballo Alley School. Anche lei, perennemente bombardata dalle critiche della maestra Celentano che l’ha sempre definita non adatta al ballo, né fisicamente né come preparazione, ha continuato il suo percorso a testa bassa, con umiltà, tenendosi stretta la voglia di crescere, di migliorare e di trovare il suo posto nel mondo della danza e questo riconoscimento, la riscatta in maniera inequivocabile.

In 6 giunti alla finale, dopo la prima uscita di Albe, a battersi per il titolo di vincitore, Sissi, Alex, Luigi, Serena e Michele, che arrivato all’ultima fase della finalissima, perde davanti alle innumerevoli peculiarità d Luigi, polistrumentista, che arriva alla vittoria, dimostrando una propria maturità, ed una capacità eccellente di scrittura; il tutto condito da quel suo essere schivo, educato, amabile.
Michele però vince 50 mila euro come vincitore della categoria ballo oltre alla possibilità di ballare insieme a Roberto Bolle, durante una serata dedicata alla danza.

Luigi, il cui nuovo singolo “Tienimi stanotte” è stato passato innumerevoli volte in questi mesi sui network radiofonici, gli consegna il traguardo di entrare di diritto a far parte del primo spettacolo della generazione Z, il Future Hits Live, grazie proprio alla preferenza espressa dagli ascoltatori di Radio Zeta. Non in ultimo a lui va il premio di 150 mila euro.

Archiviate le liti tra prof che come tutti gli anni hanno “colorato” il talent show, i sei finalisti si sono reciprocamente abbracciati nei momenti delle varie sfide. Si sono sempre voluti molto bene, al netto degli amori nati all’interno della casetta che li ha ospitati per nove lunghi mesi.

Dismesse quest’anno le tute e le divise classiche della trasmissione, i ragazzi sono stati liberi di esprimersi attraverso anche il loro look. Luigi Strangis quel look lo ha sempre mostrato con orgoglio senza mai ostentarlo; dagli occhiali bianchi – divenuti un must per le fan – alle unghie laccate di nero, e poi quegli abiti eccentrici ma mai inadeguati, con lustrini e paillette, e le scarpe con un po’ di tacco che tanto ricordano i Beatles.

Vince Luigi, anche grazie alla sua conoscenza approfondita del mondo musicale che ha fatto suo puntata dopo puntata, interpretando i brani scelti, con la schiettezza di chi ha voglia di farsi ricordare, ma senza forzare mai la mano.
Le prime parole subito dopo la vittoria sono per la sua famiglia, “è grazie a loro se sono qui“.

Molto significativo era stato infatti l’incontro tra Luigi e suo papà nei giorni scorsi, nelle giornate destinate alle prove, un incontro inatteso per il cantante, che ha mostrato tutto il supporto che la sua famiglia aveva dato a Luigi e l’attaccamento di Luigi alla sua famiglia e alla musica; i genitori nel corso degli anni lo hanno sostenuto, incoraggiato, sin da quando era bambino.

Anche altri premi consegnati ai ragazzi durante la serata finale di ieri sera:

PREMIO DELLA CRITICA TIM  da 50 mila euro a Sissi.

PREMIO TIM, dato da una giuria tecnica del valore di 30 mila euro in gettoni d’oro a Serena

PREMIO RADIO, una targa al pezzo ritenuto più radiofonico assegnato dai principali network a Luigi per il brano Tienimi Stanotte.

PREMIO OREO, dato da una giuria tecnica del valore di 20 mila euro in gettoni d’oro a Alex

PREMIO MARLÙ, del valore di 7 mila euro in gettoni d’oro assegnato a ciascun finalista.

E adesso attendiamo di vedere quanta strada faranno questi ragazzi, che quest’anno hanno dimostrato che c’è una nuova generazione che ha voglia di scrivere canzoni – cosa che manca molto alla musica italiana – e che l’attitudine allo studio è ancora un bene prezioso.

 

 

Poche volte accade che un film che tratti eventi realmente accaduti sappia colpire emotivamente in maniera così profonda lo spettatore, che vorrebbe che quelle immagini fossero solo un film. Ed invece “Gli Stati Uniti contro Billie Holiday” non è solo un film è uno spaccato autentico e toccante della vita di un’artista straordinaria, di colei che fu una delle voci jazz più belle di sempre, forse l’unica davvero inimitabile, ed è per questo che l’interpretazione di Andra Day -al suo debutto cinematografico che le ha portato però una nomination all’Oscar come migliore attrice e un Golden Globe – risulta essere estremamente coinvolgente. Per quel ruolo la Day, non ha dovuto solo studiare ogni movenza ed espressione (non solo canora) della grande artista, ma anche “cambiarsi i connotati” con un significativo dimagrimento e iniziando a bere e fumare, per provare ad incarnare nella maniera migliore possibile (cosa riuscitissima anche grazie a trucco, parrucco e outfit) colei che visse una vita che le diede fama internazionale, ma anche una immensa dose di dolore e che fu vittima di una vera e propria persecuzione da parte del Governo americano che per mano della sezione narcotici dell’FBI, ha provato fino alla sua morte, a distruggere ogni suo tentativo di utilizzare la sua notorietà per risvegliare le coscienze, per difendere i diritti del suo popolo, per denunciare i linciaggi ai danni della comunità dei neri nel Sud degli Stati Uniti.
E questo lo faceva attraverso ciò che meglio le riusciva ossia cantare e in quel suo famoso quanto censurato pezzo, Strange Fruit, pezzo scritto nel 1939 da un insegnante del Bronx, che raccontava proprio dell’impiccagione, nella metafora di strani frutti, con sangue sulle foglie e sulle radici, appesi agli alberi di pioppo.
Questa immagine viene evocata nel film di Lee Daniels, come se fosse un momento onirico, e vede una Billie Holiday sconvolta e in preda alla disperazione. È questa però una delle scene che sembrano slegate da tutto il resto.
Quasi tutta la vita artistica della strepitosa cantante gira intorno a quella canzone, che lei inserisce nei suoi concerti, quelli dove i neri e i bianchi la considerano una vera star, quelli che la osannano, che la fanno sentire importante, come forse mai si era sentita, considerata la vita difficile e assurda che il destino le aveva riservato fin quando non è giunta la notorietà. Ma anche quel momento della sua esistenza, è destinato ad essere una continua lotta contro chi la vuole distruggere, affossare, annientare.
L’Fbi finisce per infiltrare i suoi uomini, neri, quelli che mai avrebbero potuto salire le scale del ruolo di comando ma che erano ideali per essere le pedine che fanno il lavoro sporco, con l’unico scopo di fermare Lady Day e la sua canzone di denuncia. E l’avrebbero fermata a qualunque costo, compreso usando letteralmente la sua dipendenza dalla droga.
Sarà l’agente federale Fletcher (Trevante Rhodes) ad incastrarla prima e ad innamorarsene poi. Ma Billie Holiday non riesce a godere dell’amore, pensa di non meritarlo, usa il sesso come merce di scambio, così come aveva fatto sin da bambina nei bordelli. Si fa usare, picchiare, annientare e questo dolore e questo suo modo di vivere il confronto con l’altro sesso lo canta anche nelle sue canzoni. Anche quel tipo di rapporto è tossico.  E Andra Day è capace di rendere percepibile tutta la malinconia e la tristezza di quel personaggio così eccessivo, sensuale e sfrontato, è in grado di far pulsare il corpo e la mente di Billie Holiday, da gran diva sui palcoscenici di tutto il mondo, a quando si spoglia nuda per evitare una perquisizione, dalle innumerevoli scene in cui viene mostrata una Lady Day che si droga perché senza l’eroina proprio non sapeva vivere, alla forza del suo essere, che la pellicola riesce a consegnare al pubblico.
Lee Daniels fa però un lavoro “troppo pulito”, quasi didascalico, sorretto però da una fotografia impeccabile e ben curata. Ed usa anche il suo linguaggio, usa “il gergo”, senza piegarsi a tutti i costi ai canoni holliwoodiani. Eppure riesce a raccontarla e a renderla immortale proprio in quel suo essere incapace di un equilibrio personale ma capace di brillare come nessuna mai. La struttura narrativa semplice, considerato che narra di uno specifico spaccato della vita dell’artista, avrebbe potuto aiutare il regista a spingersi un po’ oltre, dentro il personaggio, ed invece insiste molto su palcoscenici, su camerini, sulla droga.
Chi non conosce la storia di Billie Holiday, non sarà in grado di notare come il ruolo di Lester Young (Prez) – che nella vita vera fu non solo un musicista stratosferico ma che ebbe un rapporto empatico e quasi viscerale con Lady Day (fu lui a darle quel soprannome) – è relegato ad amico e musicista che la segue sul palco. Un misero accenno poi viene fatto al passato di Billie Holiday, quando invece un film così lungo (130 minuti) avrebbe potuto utilizzare le anacronie, nello specifico della analessi per far comprendere il motivo di alcune scelte, di alcuni sentimenti, di alcune disperazioni. Ma questo nel film non avviene, si limita ad incentrare la storia cinematografica sulla persecuzione ai danni di Billie Holiday. Il regista si aiuta anche con delle immagini di repertorio, ma lascia che sia la voce originale, meravigliosa e prorompente di Andra Day ad incantare, da sopra quel palco cinematografico, lasciando che lo spettatore venga letteralmente investito da tanta bravura. E se anche conoscendo ogni sfumatura della voce di Lady Day, che aveva quella capacità di rendere sublime quel suo originalissimo “naturale lamento” mentre cantava, si fa fatica a pensare che qualcuna possa imitarla, il pathos è così imponente guardando il film, che se si chiudono gli occhi si finisce dritti dritti in uno dei locali dove era solita cantare. E allora capolavori come All of me, Solitude, Them There Eye, prendono respiro e lì ci si arrende.
C’è una difficoltà a raccontare i personaggi che ruotano intorno alla figura di Billie Holiday.
Però c’è da dire che ci voleva il regista nero statunitense Lee Daniels a riportare l’attenzione su un’artista che non ebbe mai abbastanza rilievo.
Non si rimane indifferenti davanti a scene che sono state ben costruite, come quando Billie Holiday esce con un cappotto e sotto solo una guepiere per andare a cercarsi una dose, e ci si indigna quando un inserviente nero le proibisce di accedere ad un ascensore solo perché nera.
Un film da vedere a prescindere se si è o meno appassionati di jazz. Certo, si fa fatica, se si ama visceralmente Billie Holiday e si è compreso, attraverso la sua musica e il suo modo di cantare, quello struggimento, che ha bisogno solo di orecchi e cuore.

Strange Fruit fu canzone dell’anno nel 1978, ma ad oggi ancora negli Stati Uniti non esiste una legge contro il linciaggio dei neri.