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Si sono svolti a Viterbo, nella tre giorni di gare, i Campionati Italiani lanci lunghi invernali
2021 over 35. L’impianto del Campo Sportivo Scolastico, dedicato al prof. Irnerio Condurelli, ha ospitato la rassegna tricolore che assegnava 89 titoli tra uomini e donne di tutte le categorie .
La manifestazione è stata organizzata, rispettando rigorosamente tutte le norme anti
Covid, dalla locale società Atletica Viterbo con il supporto del Comitato Provinciale e
Regionale della Fidal e con l’importante aiuto del gruppo GGG.
L’agrigentina Giusi Parolino, atleta della Sal Catania, con la misura di m.31,58 ha vinto la medaglia d’oro tricolore e l’ennesimo titolo di campionessa italiana e, come se non bastasse, ha stabilito il nuovo record siciliano che già la stessa atleta aveva stabilito nel 2019.
In particolare la misura stabilita nel giavellotto, in questa prestigiosa competizione, dalla
brava e tenace Giusi Parolino, la porta tra le top europee e mondiali di categoria.
“Finalmente la mia Gara “perfetta” – commenta la campionessa del giavellotto– per me
non è soltanto una vittoria ma una grande soddisfazione; una sequenza di sei lanci buoni
e senza errori, che hanno dimostrato che 2 anni di sacrifici e allenamenti ti ripagano con
grandi risultati. Considero questa misura un nuovo punto di partenza – continua Giusi – perché quando in una gara per 4 lanci (evento molto raro) superi un record, vuol dire che si può ancora fare di più. Grazie sempre e per sempre ad Emanuele Serafin, sia per tutti i programmi ma soprattutto per la pazienza di aver sempre creduto in me, è a lui che dedico questa ennesima vittoria. Un ringraziamento particolare a Carlo Sonego per i preziosi consigli e ai miei amici che credono in me. Il mio motto ” MEMENTO AUDERE SEMPER” (ricordati di osare sempre)”.

Dichiarazione del sindaco Franco Miccichè che arriva in serata:Sentito il governo regionale e l’asp di competenza, è stato concordato di soprassedere al momento all’eventuale passaggio alla didattica a distanza per tutte le scuole di competenza comunale visto la bassa percentuale delle positività evidenziate in questi giorni. Verranno effettuati interventi di sanificazione presso gli istituti didattici di volta in volta su richiesta diretta dei dirigenti. Ricordo che alla luce del DPCM in vigore dal 6 marzo scorso, la chiusura temporanea delle istituzioni scolastiche, anche in sede comunale, è di competenza del presidente della Regione. Si rimane quindi in attesa di nuove comunicazioni da parte degli Organi sanitari competenti”

Dopo le due morti sospette del sottufficiale della marina militare di Augusta e del poliziotto della squadra mobile della Questura di Catania, avvenute a qualche giorno di distanza dalla somministrazione del vaccino anticovid AstraZeneca, sono partite le indagini da parte delle Procure di Siracusa e Catania.

Il sottufficiale Salvatore Paternò 43 anni è deceduto il giorno dopo aver fatto il vaccino.
Il poliziotto 12 giorni dopo la somministrazione.

E cos’ l’Aifa ha vietato l’utilizzo su tutto il territorio nazionale delle ulteriori dosi del lotto ABV2856 del vaccino AstraZeneca.

Al momento non è stata dimostrata alcune correlazione tra il vaccino e i decessi ma per fare chiarezza la procura di Siracusa ha disposto l’autopsia e aperto un’inchiesta.

“Gli indagati sono 21, come atto dovuto per un accertamento, e domani sarà affidato l’incarico al medico legale –  spiega all’AGI il Procuratore di Siracusa, Sabrina Gambino – ma è probabile che serviranno altri esami, tra cui quelli istologici e tossicologici, per avere un quadro della situazione più chiaro”

Alle indagini si è giunti dopo l’esposto dalla famiglia del militare della marina, che vuole sapere perché il suo cuore ha cessato di battere ma soprattutto sapere se esista un legame tra l’arresto cardiaco che lo ha condotto al decesso e l’inoculazione della dose del vaccino.

“A Stefano Paterno –  si legge nell’esposto della famiglia del marinaio, rappresentata dagli avvocati Dario Seminara, Lisa Gagliano ed Attilio Indelicato – fu richiesto di essere sottoposto presso l’ospedale militare di Augusta alla somministrazione del vaccino anti Covid 19, poi somministrato AstraZeneca, codice lotto/fiala ABV2856 in data 08.03.2021”.

Secondo la ricostruzione della famiglia, contenuta nell’esposto, “immediatamente dopo la somministrazione il nostro congiunto, tornato nella sua casa di Misterbianco, accusava uno stato di malessere generale, caratterizzato da un rialzo febbrile: donde la somministrazione di Tachipirina 1000”

Attraverso i propri legali, i parenti del militare hanno chiesto agli inquirenti di “accertare se vi siano o meno responsabilità per azioni e/o omissioni connesse alla somministrazione del vaccino ai fini dell’individuazione e della sanzione degli eventuali responsabili del decesso di Stefano Paterno’”

Il poliziotto esperto della squadra mobile della Questura, invece, si era sentito male il giorno dopo la somministrazione del vaccino Astrazeneca, che aveva ricevuto durante le inoculazioni delle dosi insieme agli altri colleghi. Il fratello lo aveva condotto in ospedale dove poi le sue condizioni si sono aggravate, per poi morire all’ospedale di Catania a causa di una trombosi che gli ha causato una emorragia cerebrale.

Una partenza non proprio ideale, quella delle vaccinazioni a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza.

Nel pomeriggio di oggi, 11 marzo  – dopo le prime vaccinazioni che si erano svolte per alcuni pazienti ultraottantenni lunedì 8 marzo presso la sede della Asp di Taverna – sono stati convocati i cittadini aventi diritto presso la sede della protezione civile, sita in Parantoro, alla presenza di alcuni medici di base del territorio e al responsabile della Asp dott. Leonetti.

Disagi, disguidi e una buona dose di disorganizzazione che ha visto piombare il caos per i pazienti e i loro accompagnatori che si sono ritrovati allo sbando, assembrati all’interno del cortile dello stabile predestinato, nell’attesa che si facesse un po’ di ordine e si potesse procedere alle vaccinazioni.

Assenti le forze dell’ordine sul posto, il tutto è stato affidato ai volontari della protezione civile guidati da Silvio Ranieri, che chiamato in causa per fare un po’ di chiarezza sull’evento vaccinazioni e per sedare gli animi delle persone che si sono viste catapultate in una condizione tutt’altro che ideale, ha spiegato che alcuni disguidi sono dipesi dal ritardo con il quale sono stati consegnati i vaccini (quasi due ore di ritardo) e dalla mancanza di esperienza nel gestire una cosa così grossa, come la vaccinazione di massa in periodo di pandemia.

Va senza dubbio aggiustare il tiro, considerato che ci saranno altre date di vaccinazioni ma va chiarito che è importante una organizzazione quanto più efficace possibile, poiché si chiede a persone anziane di lasciare la propria abitazione per recarsi a fare il vaccino e molti di loro hanno difficoltà a deambulare, non possono sostare in piedi per molto tempo e le condizioni climatiche non sempre sono favorevoli.

C’è però da dire che la disorganizzazione che si è riscontrata, si è unita alla condizione creatasi dall’arrivo sul posto di anziani che erano prenotati per altri orari o che non erano proprio stati convocati, ma che hanno pensato bene di giungere ugualmente sul luogo, pensando di poter usufruire del servizio, incuranti delle liste stilate per tempo dai responsabili.

Questo disguido iniziale ha fatto slittare le vaccinazioni di diverse ore e pertanto coloro che avevano appuntamento per le ore 17, giunte sul posto si sono sentite dire che l’attesa sarà lunga e che prima delle 18.30 non sarà possibile ricevere la vaccinazione.

Intanto nella vicina Cosenza, dove è stato allestito il centro vaccinazioni – già ospedale militare da campo covid –  nel piazzale antistante la stazione ferroviaria su Via Popilia, sono state sospese in via precauzionale le somministrazioni di vaccini dello stesso lotto a cui appartenevano quelli che erano stati inoculati anche al poliziotto e al militare siciliani, deceduti dopo averlo ricevuto. Non è stata ancora appurata l’eventuale correlazione tra i decessi e la somministrazione del vaccino.

A Sambuca di Sicilia è stato restituito al suo antico splendore l’ex Convento dei Cappuccini. Infatti, volge al termine l’intervento di recupero finanziato dall’assessorato alle infrastrutture e da destinare a struttura riabilitativa ed a favore di soggetti affetti da disturbo autistico. Il progetto è stato redatto su richiesta dell’associazione Oasi Cana e attuato dal Comune di Sambuca. Il sindaco Leo Ciaccio commenta: “Complimenti ai progettisti, all’impresa, agli uffici comunali e all’associazione Oasi Cana che con la loro professionalità permetteranno al nostro territorio di godere di servizi importantissimi in un luogo speciale.”

Costrette a scoprirsi forti, temprate, combattive dentro le proprie case, dentro le proprie vite, in un lockdown che toglie tanto ma restituisce una consapevolezza di sé che non sapevano neanche di avere.

Su La7d ieri sera in prima serata, nel giorno della festa della donna, “TUTTE A CASA” un documentario che scopre i nervi, che racconta storie di donne, raccontate dalle donne, senza filtri, senza trucco e senza inganno.
Da nord a sud, sono tante le protagoniste che hanno aperto le finestre sulla loro quotidianità e l’hanno raccontata senza sconti, senza dover apparire forti a tutti i costi, senza rinunciare alle proprie paure, che diventano certezze in un tempo in cui nulla è certo se non la voglia di attraversare il buio per arrivare a riacciuffare ciò che era prima.

La nuova vita in tempo di pandemia, che trova nel contatto “online” la forma più prossima agli affetti che cambiano rotta: da “se vuoi Bene abbraccia i tuoi cari, stai vicino ai tuoi anziani” a “sei vuoi bene stai lontano, non andare da loro, non abbracciarli”. 

E così nonni e nipoti si guardano in video, la scuola è a distanza, ci si laurea davanti ad uno schermo.

I compleanni online, le lezioni online, nonni e nipoti, online.

La vita stretta e asfissiante dentro convivenze che nascondono violenze, il coraggio di scappare, di andare altrove, proprio nel momento peggiore possibile, proprio mentre “la casa” dovrebbe proteggere.

Le donne del documentario sono schiette autentiche: momenti di relax e di disperazione. 
I viaggi che si trasformano in passi, la vita troppo organizzata, piena di impegni che sta stretta, che soffoca.

Sempre alla ricerca di un proprio spazio, dentro convivenze che non erano più già da tempo e che tornano mentre ci si domanda se ci si riesce a sopportare ancora. E ci si scopre fieri di un genitore, o del proprio figlio.

Immagini non ritoccate, messe insieme con la grazie della normalità in un momento di completa assenza di normalità.

Le nonne a cui mancano nipoti e passeggiate in quantità variabili.
Le finestre che sono pezzi di cielo, e la visione di parti di cose, di porzioni del mondo.

La ricerca di uno spazio proprio che diventa spazio per la sopravvivenza, i caffè a tutte le ore, la pulizia a tutte le ore.
Ciò che era un impegno, diventa un diversivo.
Insofferenza che il fa il paio con nostalgia. 

E poi gli hobbies improvvisati, le prove di sopravvivenza.

Come colonna sonora il battito del cuore, che accelera e rallenta, che va e poi si ferma. 

La paura di morire, i problemi quotidiani, i giorni e le notti che si alternano e poi tutto uguale a se stesso.

Belli i racconti delle donne che si tagliano i capelli per sentirsi libere, e poi quelli di chi racconta di come avere o non avere un lavoro stabile faccia la differenza, eccome.

Le manie, le ossessioni.
Le mascherine, il lavaggio delle mani, il non toccare, il non toccarti, il non toccarsi. 

Il virus, le crisi di panico notturne, l’ansia e lo stress.

Le donne che hanno paura ma senza paura raccolgono video in cui spiegano tutto ciò che manca.
Come la voglia di studiare, la speranza nel futuro.

E poi i racconti delle donne in prima linea, negli ospedali e nelle ambulanze.

“Andrà tutto bene, è una presa in giro” – Dice un medico della terapia intensiva.
La realtà è più cruda della speranza. 

La sveglia all’alba, e quel fare “a casa” tutto quello che non si può fare più.  

La tinta a casa. 

La ceretta a casa. 

A casa. 

Tutto a casa. 

Il gesto di mettere su il rossetto per ritrovare il contatto con quel che è stato.  

I nuovi nati.

Le vite affacciate al tempo di pandemia. 

Bello il momento in cui le bambine fanno abbracciare i loro pupazzi: “voi potete, non avete il coronavirus“.

Il lavoro precario di chi lavora nel mondo dello spettacolo.
Le scuole chiuse e quel tempo rubato ai bambini e ai ragazzi: chi glielo restituirà? 

Parole accorate, pronunciate da donne che si mettono a nudo, che condividono il loro mondo e le loro angosce.

E poi gli stati d’animo, tutti. 

Rispondere male, arrabbiarsi, sfogarsi e poi avere sensi di colpa.  

I nonni dalla finestra. 

I pensieri lasciati nell‘ascensore e le lacrime di dispiacere. 

Le file ai supermercati. 

Le cassiere e il loro stress giorno dopo giorno in tempo di pandemia. 

Il volontariato e le buste su per i balconi. 

Il racconto crudo di una ragazza che ha perso il papà che è andato via il giorno del suo compleanno e non è più tornato. 

La natura che si riprende i suoi spazi. 

I gavettoni sui terrazzi. 

Bravissime le donne del documentario a raccontare il concetto di libertà e resistenza. 

E poi il ritorno alla normalità piano piano. Il caffè di nuovo al bar ma nel bicchiere di plastica, le amiche ritrovate ma ad un metro di distanza, le lezioni a scuola, il sorriso che torna dopo 50 giorni di chiusura, ma che questo bel prodotto filmico ha raccontato a braccia e cuore spalancato. 

Donne del mondo dello spettacolo, chiuse come tutte le altre, hanno accettato di raccontare, di raccontarsi.
Tutto poi lavorato da montatrici, autrici, registe, uffici stampa, producer, che hanno messo a punto un lavoro che diventa simbolo del mondo femminile che non molla e sa sempre come farcela.

Emozionante, forte, capace di tirar fuori da ognuno il ricordo di ciò che per sopravvivenza avevamo solo archiviato. 

Plauso alla ideatrice, regista e montatrice del documentario, Cristina D’Eredità, coadiuvata da Nina Baratta e Eleonora Marino.
Un lavoro collettivo, firmato da donne che hanno pagato il prezzo più alto della pandemia: le donne dello spettacolo e della cultura.

Eccoci qui, a scansare gli auguri per la Festa della Donna perché ormai va di moda così.
La donna si festeggia tutto l’anno” – sentiamo dire ormai da tempo.

Dobbiamo scansare gli auguri.
Come se la forza di indignarsi svanisse davanti ad una mimosa, o ad un gesto carino che ci arriva dal mondo maschile.
Ho sempre detestato lo stereotipo di genere, la distinzione tra i sostantivi al maschile e quelli al femminile.
Dottore, avvocato, direttore, professore dovrebbero avere la stessa neutralità di giornalista, astronauta, farmacista. 

Siamo, esistiamo e siamo capaci di svolgere una mansione a prescindere dal genere, e a volte la spiccata bravura delle donne in alcune mansioni viene ignorata, perché ancora c’è questo modo di concepire il mondo con la convinzione che la donna generatrice di vita sia delicata ed emotiva, e non scaltra e cocciuta.

E poi c’è la violenza sulla donna che sceglie, che si ribella.
Ci sono gli appellativi che suonano come offese e diventano ferite profonde. 
E’ vero, non abbiamo ancora molto da festeggiare, perché si festeggia una ricorrenza quando un traguardo lo si è raggiunto, ma qui siamo ancora ben lontani dall’affermare di poter festeggiare una creatura che chiede solo di essere rispettata e di poter trovare il proprio posto nel mondo, e che quel ruolo venga riconosciuto in base alle capacità di ognuno e non rinchiuso in un codice fatto di esteriorità, di pregiudizio e di raccomandazioni.

E’ vero: non servono fiori, cioccolatini e frasi sdolcinate.
Serve una presa di coscienza: perché studiamo come gli uomini, abbiamo giudizio critico e capacità decisionale, sappiamo tenere a bada le emozioni e abbiamo la capacità di sedere lì dove la competenza richiede un ruolo (non di genere).

Ma la realtà dice che si muore ancora per mano di uomo, che non si può dire “non ti voglio più” perché si finisce vittima di femminicidio, che se hai una minigonna passi davanti alla tua collega in pantalone, che alla presidenza della Repubblica mai nessuna donna ha ancora seduto, e che tutto quello che fai, alla fine è sempre scontato.

Non vi rendete conto di quante offese gratuite consegnate alle donne ogni giorno. 
No, non parlo solo agli uomini che oggi torneranno a casa con mimose e torte a forma di cuore.
Parlo anche alle altre donne, a coloro che ancora invidiano, che non si schierano, che stanno zitte, che non sanno fare squadra, che criticano, provano invidia, che cancellano, umiliano, annientano le altre donne, giudicando senza sapere.

E allora, sarebbe bello un 8 marzo nel quale fosse tangibile l’amore ed il rispetto nei confronti delle donne, tutte.
Un 8 marzo senza violenze, senza offese, senza soprusi, senza discriminazioni.

Un 8 marzo nel quale la donna viene coccolata ed apprezzata semplicemente per quello che è o per quello che si sforza di fare tutti i giorni.

Un 8 marzo nel quale la donna viene ammirata come quella creatura che da la vita, che prova ad amare sempre e comunque, che si rimbocca le maniche, sempre, che non si tira mai indietro, che lotta per quello in cui crede, che sciopera, se lo crede giusto, che parla quando c’è da parlare e tace quando deve tacere, che difende gli affetti, che cammina a testa alta anche quando subisce, che prova a ribellarsi, senza vergogna, che non si vende, né si (s)vende…mai.

Un 8 marzo nel quale l’amore degli uomini arrivi con una carezza e non con un fiore, che arrivi con il complimento mai fatto prima, con una parola, che tanta forza racchiude in sé, e che sa essere un ponte meraviglioso tra chi la proferisce e chi la ascolta con cuore sincero.

Un 8 marzo nel quale, ricordare il” perché l’8 marzo viene celebrato” sia motivo di riflessione e che possa essere il preludio di un piccolo/grande mondo nel quale forse un giorno, la donna camminerà al fianco dell’uomo, con lo stesso identico diritto alla dignità

 

Un Festival di Sanremo come non si era mai visto: con fuori la pandemia, senza pubblico, 26 (VENTISEI!) cantanti in gara, 8 giovani proposte, senza dopofestival ma con serate che finiscono a notte fonda (ma proprio fonda), i fiori sul carrello, qualche cosa interessante e un Achille Lauro che ruba la scena e non ce n’è per nessuno.

E poi le solite cose: Un’eccellente Orchestra, la simpatia di Fiorello, le scale che mettono in crisi, attrici e giornaliste al posto delle vallette, il televoto, la delusione quando non vince sempre il più bravo o quel che piace a te.

E così archiviata la 71esima edizione del Festival di Sanremo, ci mettiamo comodi e proviamo a raccontare a chi la Kermesse non l’avesse vista, qualche dettaglio, qualche curiosità.

Mi viene da pensare subito alla performance di Stefano Di Battista alle 2 di notte, nella prima serata del festival insieme alla violinista russa Olga Zacharova e alla Banda della Polizia di Stato,  in un meraviglioso tango. Perché non in apertura quel momento di musica? Stefano di Battista, uno dei più bravi sassofonisti jazz, che su quel palco vi era già stato, con sua moglie Nicky Nicolai in gara, e poi anche come ospite. Non si reggono così tante ore davanti alla Tv e così si finisce di perdere dettagli degni di nota. 

In gara quest’anno la metà dei cantanti era sconosciuta al grande pubblico, perché si era abituati a sentire i nomi noti, che hanno più e più volte calcato il palco sanremese. E invece quest’anno tra Renga, Ayane, Gazzè, Orietta Berti, Bugo (diventato famoso per la querelle con Morgan) abbiamo trovato La Rappresentante di Lista, Gaia, Fulminacci, Coma Cose, Willie Peyote. Alcuni di essi famosissimi tra i giovani per la loro arte diffusa su youtube, e simboli della musica Indi(pendente).

La verità è che alla quinta serata le canzoni in gara ci sembrano tutte carine, passabili, già canticchiamo i motivetti e sono già lontane le critiche fatte nella prima serata nella quale non si riesce a star dietro ai testi, si fa fatica a concepire come si possa stare su quel palco e stonare così tanto. Perché è stato anche il festival delle grandi stonature ed è mancata oltre all’intonazione anche un bel po’ di pathos, forse  a causa della mancanza del pubblico in sala. Non deve essere facile cantare in un teatro vuoto per 5 sere di seguito.

E così alla quinta ed ultima serata ho confermato alcuni giudizi positivi e ho rivalutato altri. 

Penso che il testo “Mai dire mai” di Willie Peyote sia uno spaccato di questo momento storico del mondo della musica in cui tutto viene spacciato per arte, ma alla fine è solo fuffa, come se bastasse finire su Spotify per essere un talento.

Che poi alla fine, al netto della vittoria sanremese – sono tanti i casi del passato di cantanti arrivati ultimi e poi divenuti strafamosi e con pezzi in vetta alle classifiche – saranno le radio, gli ascolti sulle piattaforme a decretare i vincitori veri, perché questa estate ognuno avrà il suo motivo preferito in testa, lo metterà in macchina (semmai si potrà tornare a viaggiare), o lo ascolterà prima di dormire.

Per me molto bene Ghemon  con “momento perfetto“, il pezzo funziona, il giovane Fulminacci che con “Santa Marinella” ha dimostrato di avere già una identità musicale spiccata, Colapesce e Dimartino – che in prima battuta non mi avevano convinto – e che con “Musica leggerissima” entrano a loop e sono i nuovi Righeira. Eppure resterà in mente anche quel “Quanto ti dico ti amo…” di Orietta Berti, l’unica intonatissima una sera dopo l’altra insieme ad Annalisa, che resta impeccabile in ogni performance ma forse proprio quel suo essere sempre senza nulla fuori posto, la penalizza. Arisa, Noemi, non mi hanno convinta, eppure Arisa ai tempi di “Sincerità” su quel palco catalizzava tutti. Ermal Meta non sbaglia e infatti si piazza al terzo posto, e vince anche il Premio “Giancarlo Bigazzi” per la migliore composizione musicale con la sua “Un milione di cose da dirti“.

Spiacevole caso Chiara Ferragni, che fa un annuncio su Instagram e utilizza anche il figlioletto Leon per invitare i suoi milioni di followers a votare suo marito Fedez in gara con la Michielin che erano 21esimi in classifica nella terza serata e che schizzano in zona podio. Assurdo e pure scorretto, ma questo è il potere assoluto di chi però può parlare solo a chi probabilmente non è dotato di giudizio critico. L’essere famosi è una cosa, il talento è un’altra. Mai mischiare le due cose, si finisce di restare incastrati in un limbo deleterio per la musica e l’arte.

Il fenomeno di questa 71esima edizione del Festival di Sanremo resta lui, Achille Lauro ed i suoi “quadri d’autore”. Vere e proprie performance artistiche che mostrano la versatilità del cantante romano, il suo desiderio di sdoganare l’ovvio e i cliché, di riportare all’essenza del proprio essere la vita del singolo, che può essere quel che vuole se possiede una propria identità che pulsa, che si affaccia al mondo, che mostra istinto e fragilità.

Ottime performance in tutte le serate di questa edizione del Festival di Sanremo, ma ieri sera mi ha toccato profondamente la sua “C’è la vie”, annunciato dal ballerino classico Giacomo Castellana.

Achille Lauro e quel suo monologo travolgente:

È giunto il nostro momento. La nostra stessa fine in questa strana fiaba. La più grande storia raccontata mai. Maschere dissimili recitano per il compimento della stessa grande opera. Tragedia e commedia. Essenza ed esistenza. Intesa e incomprensione. Elementi di un’orchestra troppo grande per essere compresa da comuni mortali. È giunto il nostro momento. Colpevoli, innocenti. Attori, uditori. Santi, peccatori. Tutti insieme sulla stessa strada di stelle. Di fronte alle porte del Paradiso. Tutti con la stessa carne debole. La stessa rosa che ci trafigge il petto. Insieme, inginocchiati davanti al sipario della vita. E così sia. Dio benedica Solo Noi. Esseri Umani”.

Achille Lauro e quella rosa piantata nel petto, che sanguina e che fa male come quelle parole violente e terribili che l’hanno investito e travolto spesso, durante il suo inizio di carriera: “Achille Lauro fai schifo, sei una vergognosa, mi fa schifo solo l’idea, vergognoso, volgare, inutile pagliaccio“.

E lui, canta, “C’è la vie”.

Zlatan Ibrahimovic ospite fisso, che fa ridere di tanto in tanto, che di sé parla in terza persona, che è stato serata dopo serata, un personaggio adeguato alla kermesse.

Tra le giovani proposte, vince un giovane con un nome davvero improbabile, Gaudiano, che sbaraglia tutti anche lui, Folcast, di cui sentiremo parlare molto in futuro,  il più bravo di tutti, a mio avviso con la sua “Scopriti” ed anche Davide Shorty dato per favorito con “Regina”, pezzo dalle sonorità già sentite e che mi ha ricordato moltissimo “un amore da favola” che fu di Giorgia.

Amadeus ha dichiarato che non presenterà il prossimo festival di Sanremo. 
Intanto anche per quest’anno – anno non facile –  ha saputo con garbo reggere le redini della famosa Kermesse canora, con indosso i suoi abiti – improbabili fuori dal palco sanremese – e con la serietà di chi non si piega neanche davanti alle critiche e alle offese che hanno investito la sua famiglia.

Tralascio la questione ascolti, perché quest’anno è tutto un po’ così.
Il coprifuoco ha forse “costretto” qualcuno davanti alla tv in questi giorni, ma c’è stato anche il fenomeno dei giovanissimi che hanno guardato Sanremo, e questo fenomeno andrebbe studiato.

Embè? – direte.
Non dici nulla sui vincitori?
Beh … meritavano il finale.

I Maneskin, vincitori della 71esima edizione, hanno sdoganato il rock a Sanremo, luogo della classica canzone sanremese; sono giovani e capaci di ulteriore miglioramento. Hanno una loro personalità artistica e li ho molto apprezzati nella serata dei duetti insieme a Manuel Agnelli nella loro versione di “Amandoti” dei CCCP. Meglio loro che Fedez, non erano i miei preferiti, non so se ricorderemo il refrain nei prossimi mesi, io sicuramente no ma sono contenta per i loro fan, mia sorella compresa.

Lunga vita ai Maneskin e alla musica, perché è lei che ci salva … sempre.

Simona Stammelluti 

Il Festival di Sanremo 2021 lo Vincono i Maneskin

Secondi Michielin Fedez

Terzo Ermal Meta

 

premio della critica “Mia Martini” a Willie Peyote con “mai dire mai”

Premio “Lucio Dalla” a Colapesce e Dimartino con “musica leggerissima”

Premio “Sergio Bardotti” (per il miglior testo)  a Madame con “voce”

Premio “Giancarlo Bigazzi” (per la migliore composizione musicale)  a Ermal Meta con “Un milione di cose da dirti”