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Un film senza fronzoli, senza troppe pretese, senza effetti speciali, senza colonne sonore da ricordare. Un film dai colori smorzati e dalle inquadrature spesso molto vicine, affinché si possa toccare e percepire vite che pulsano e le loro disperazioni


Michele Placido, che firma la regia di questo film “7 minuti“, ispirato ad una storia vera accaduta in Francia, scommette tutto sulle donne, sul loro mondo, sul loro problema con il lavoro, sul loro coraggio, sulle loro scelte spesso più coraggiose di quanto loro stesse possano credere possibile.

11 donne, operaie di una fabbrica tessile di provincia che sta per passare in mano ad una multinazionale, che sono costrette a fari i conti con le proprie personali disperazioni, con la “precarietà” che è prima di tutto emotiva.

Un film che gira intorno ad una scelta, ad un “sì” o ad un “no” e alle conseguenze di quella scelta. Una decisione che possa essere scevra da compromessi, oltre che capace di zittire l’urlo invalidante della paura; una scelta che possa fare la differenza, per divenire un esempio.

Operaie, ma anche madri, figlie, giovani alla ricerca di un posto nel mondo, non solo lavorativo, extracomunitarie che si sentono finalmente vive perché hanno un lavoro. Donne che siedono intorno ad un tavolo e che, seppur apparentemente tutte amiche ed affiatate, sono pronte a sbranarsi con parole e azioni, pur di difendere un bisogno, più che un diritto.

Sono le donne alle quali viene chiesto di prendere una decisione anche per  gli altri 300 lavoratori che attendono di sapere quale sorte toccherà loro. Donne che si trovano a fare una scelta quasi scontata, considerato che, terrorizzate dalla paura di essere licenziate e di dover dunque rinunciare a ciò che dà loro da vivere, si trovano nella condizione di dover decidere se accettare o meno di rinunciare a 7 minuti di pausa.  Una finta opportunità dunque, ben nascosta dietro un’apparente rinuncia.

Un film che può sembrare statico perché svolto in un’unica location ma che è estremamente dinamico e pulsante, mentre prova – riuscendoci – a sviscerare il dramma del mondo lavorativo femminile, in uno spaccato molto credibile di una società multiraziale, nella quale cambiano colori e lingue, lasciando immutate necessità e comuni disperazioni.

E’ un film ostinato ma non didascalico, che induce a riflettere e che tira fuori una morale.

Hanno tutte bisogno di lavorare, le donne della fabbrica, hanno tutte bisogno di quel lavoro e tutte in prima battuta decidono di accettare quella proposta, ossia di rinunciare a 7 miseri minuti. Ma quando Bianca, il loro portavoce e la più anziana tra loro, cerca di spiegare il perché del suo rifiuto nei confronti di quella proposta, le dinamiche di quella decisione da prendere, incominciano a cambiare connotati. 7 miseri minuti che però sono il segno del potere che toglie poco a poco, senza grossi dolori, per vedere a cosa si è disposti a rinunciare pur di conservare un lavoro. Il potere di chi comanda, che si contrappone al potere di chi lavora, di chi mette a disposizione della collettività ciò che sa fare.

Un potere che però trema, davanti ad un tempo che scorre, che racconta di come quella scelta che loro, dal posto di comando davano per scontata, tarda ad arrivare.

E così da una scelta, possono scaturire reazioni a catena.
Essere a favore o contro, distinguere ciò che è giusto da ciò che è logico. Tutto mentre diversità e personalità, si contendono una ragione che però deve mirare a difendere una dignità, che vale molto più di 7 minuti di pausa a cui rinunciare.

Coraggio, liti, malanimo, divisioni e spaccature, in quella piccola società operaia fatta di donne che appaiono tutte diverse, forti ed incrollabili ognuno a modo proprio, ma che hanno invece tante e tali fragilità e debolezze emotive, che stanno tutte dalla stessa parte, ossia di quella dei deboli che vengono sfruttati e che tacciono perché “non hanno scelta”.

Ma la scelta, è ancora possibile.

11 donne con 11 storie diverse, ma che confluiscono nella medesima voragine della paura di perdere.

Spicca tra le attrici protagoniste Ottavia Piccolo, che nel film interpreta Bianca, la veterana, colei che ha fatto da “mamma” alle più giovani, la più lucida ma anche la più cruda. A lei vengono “volutamente” affidate meno battute, proprio perché capace di straordinaria presenza scenica, dotata di una capacità espressiva degna di nota, costruita in anni ed anni di teatro. Avvantaggiata – come lei stesso spiega in una intervista – dal fatto di aver portato in scena in oltre 200 repliche, lo spettacolo teatrale scritto da Stefano Massini che ha firmato a 4 mani con Michele Placido la sceneggiatura di “7 minuti”.

Credibile Fiorella Mannoia nel suo esordio come attrice, Ornella nel film, che fa la parte della mamma di Viola, Cristiana Capotondi, giovane ed incinta, che si batte per la sua scelta, prima di dare alla luce suo figlio.

Intensa e pulsante l’interpretazione di Ambra Angiolini che ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, dimostrando un talento che ormai parla per lei.
E sulla sedia a rotelle, non urla il suo cognome Violante Placido, alla quale viene affidato il ruolo di colei che “sembra” stare meglio delle altre, ma è proprio l’emblema della rinuncia alla dignità, ed il racconto che fa alle sue compagne circa la verità sull’incidente in fabbrica e quel che ha dovuto subire, è uno dei momenti salienti della pellicola.

Tiene per se la parte del proprietario della fabbrica, Michele Placido, in un piccolo cameo, come se volesse dirigere “da dentro”, questo suo film, che non ha certo un finale scontato, che è stato dotato di un’ottima dote di suspense, che tiene l’attenzione dello spettatore sempre alta e che permette di scommettere su un finale per nulla prevedibile.

Cosa decidono alla fine le 11 donne, circa quei 7 minuti ai quali devono rinunciare?
Andate al cinema, guardate il film e lo scoprirete.

Simona Stammelluti

Talento, carisma, magia, garbo e rispetto per il mondo, a partire dai suoi musicisti.
In questo anno nefasto che ha portato via Prince e David Bowie, ci lascia anche lui, Leonard Cohen, 82enne canadese, poeta, cantautore, romanziere, letterato ed intellettuale, una delle personalità più influenti ed eclettiche della scena musicale mondiale.
Una vita divisa in due, partita dagli eccessi e conclusasi nella dimensione di chi ha cercato un suo “senso” lontano da tutto e da tutti, tanto da restare fuori dalle scene per oltre 15 anni. Eppure nessuno mai ha potuto dimenticarlo o riporlo chissà dove, considerato che nel 2008, data del suo ritorno in auge, ha riscoperto un successo che è stato inarrestabile fino alla fine.
Solo pochi giorni fa, il 21 di ottobre, aveva dato alla luce il suo ultimo lavoro “You want it darker” che lo stesso cantautore aveva definito “un’autentica esplorazione della mente religiosa”.
Senza sapere quando né dove sia morto Cohen, la notizia appare e travolge dalle pagine del famoso social network con parole che fanno commuovere ma nelle quale gli appassionati riconoscono il proprio idolo: “abbiamo perduto uno dei visionari più prolifici e rispettati del mondo della musica”. Aveva cantato davvero di tutto, Cohen nella sua carriera.
Il sesso, il sociale, la politica, la religiosità, era riuscito a stupire sempre, scrivendo libri, dirigendo film, realizzando colonne sonore oltre ai suoi famosi capolavori che in queste ore saltano alla mente di tutti e che con un pizzico di malinconia, si intona anche solo a bocca chiusa.
Arrivò tardi alla musica, quasi trentenne, portando con se più le sue origini ebraiche che quelle di colui che era nato in una famiglia borghese. Arrivò alla musica dopo essere stato poeta e dopo il successo del suo romanzo “Beautiful lovers” che ebbe un grande successo tra la critica.
Le donne caratterizzarono la sua vita e la sua carriera. Dalla prima, la cantautrice Judie Collins, che lo convinse non solo a scrivere canzoni ma a presentarsi davanti ad un pubblico, sino a Marianne Ihlenn, sua musa ispiratrice – ricordiamo che a lei sono dedicati i pezzi Marianne, So Long e Bird on Wire – alla quale lo scorso agosto Leonard dovette dire addio con queste parole: “ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, altro non devo dirti perché tu lo sai già. Adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Addio mia vecchia amica, amore infinito. Ci vediamo lungo la strada”.
Ma ci fu anche un’altra donna che segnò la sua vita e la sua carriera, la sua manager che fu la causa della sua uscita dalle scene, avvenuta proprio quando scoprì che la stessa l’aveva imbrogliato portandogli via enormi somme di denaro.
Disperazione, speranze, gioie e dolori dunque, nella vita quanto nella carriera di Leonard Cohen, incastonate in una voce calda, suadente, con caratteristiche difficili da dimenticare quando da imitare.
Osservava il mondo e ne raccontava i dolori, sempre in bilico tra saggezza ed ironia. Erano così i suoi testi, come passo lenti e pesanti che lasciano solchi nei quali adagiarsi.
La sua sensibilità letteraria non gli ha mai consegnato un Nobel, ma se e vero che si resta immortali proprio in quello che si è stato, allora Cohen è e resterà “Songs from a room” del 1969, “Songs of Love and hate” del 1971, come anche il suo cambio di rotta, verso il jazz e la musica mediterranea avvento nel 1977.
Resterà la sua “Hallelujah” e quelle sue parole dette solo pochi giorni fa: “signore sono pronto”.
E così sia.
Simona Stammelluti

Hanno perso tutti, non solo Hillary Clinton.

Hanno perso i sondaggisti, la stampa americana che si era schierata compatta con colei che avrebbe potuto essere la prima donna alla Casa Bianca, che avrebbe potuto cambiare la storia degli Stati Uniti, e del mondo. Ha perso chi sperava in un coerente “dopo Obama”.Ha perso una parte di America.

Hillary Clinton paga qualche scotto di troppo. E non si parla solo di scandali derivanti dal passato, ma a lei in quanto donna, nulla le è stato risparmiato, neanche l’essere stata forse, troppo “attempata”. Certo è che il Partito Democratico americano non ha tirato su nessun giovane, nessun probabile candidato, negli otto anni di Obama, che potesse essere al posto di Hillary contro il colosso monetario Trump.

Conta i voti Hilary, poi accetta la sconfitta, che è netta, mentre vede sfumare per sempre il sogno di una vita intera o forse mentre si scrolla di dosso la responsabilità primaria di dimostrare quanto valesse. Forse scorreva di tutto davanti ai suoi occhi in quei momenti della verità. Dal lontano 1970 quando capì che la sua vita politica sarebbe stata nel partito democratico,  l’essere stata First Lady, i tradimenti del marito, la “rinascita” della sua popolarità politica nel 2008, quando perse le primarie contro Obama.

Hillary paga anche lo scotto di quelle ferite di larghe fasce di popolazione, dell’insoddisfazione di coloro che sono stati vittime di divario sociale troppo accentuato. Diviso in due, l’elettorato americano. Sembra infatti che l’americano colto, quello benestante, agiato, attivo e soddisfatto si sia schierato con la Clinton mentre il popolo “sottotraccia” abbia cercato in Trump una sorta di riscatto. Un po’ come se fosse stato il voto dell’insoddisfazione che non si sa che fine farà, ma l’importante è che ci sia.

“I dimenticati del paese, da oggi non lo saranno più” – dice Trump nel suo discorso. Difficile crederlo pensando a ciò che Trump è, e non a ciò che da oggi rappresenta.

Il “mostro” Trump che di se ha sempre detto di essere “un uomo pieno di fascino perché pieno di soldi”, ha parlato stamani alla folla in un discorso in cui ha sottolineato di voler essere il presidente di tutti, ed intanto i mercati sono giù.

Gli americani hanno parlato, ed hanno eletto il nuovo Presidente. Sarebbe interessante domandare ad ognuno di loro il perché di questo voto che ha sovvertito ogni pronostico.

Ma ad oggi, prima di pensare a ciò che sarà, va considerato cosa è ad oggi, Donald Trump. 70 anni col cemento nel Dna, uno che ha sempre amato farsi chiamare Taycoon, ma non si è fatto proprio da solo. Si lancia in progetti edilizi e punta all’ombelico del mondo, Manhattan. Latin lover, produttore televisivo, 5 figli da tre mogli diverse. Trova il suo spazio ideale nel momento storico in cui la politica non è certo rassicurazione, e sa bene come influenzare le persone, soprattutto cavalcando una insoddisfazione a tratti silente e pertanto promettendo “meglio degli altri” e non “di più”, degli altri.  Il suo discorso politico non a caso, durante la campagna elettorale ha spesso “toccato il fondo”; mirava – come è facile capire – a rastrellare quanto più consenso possibile e su questo è riuscito in pieno, c’è da dargliene atto.

Un centinaio di migliaio di voti di differenza. Agli americani è piaciuto il “bad boy” che smaschera l’ipocrisia della società e che dice: “il problema degli Stati Uniti è voler essere politicamente corretto”.
Ma Trump rappresenta ad oggi davvero gli Stati Uniti d’America? No. Rappresenta sfaccettature di un sistema che esiste in diverse parti del mondo. Rappresenta una visione del futuro surreale, che però ha trasformato il veleno di molti in un balsamo che anestetizza.

Filo-razzista, filo-xenofobo, convinto nel voler tenere fuori i musulmani dagli Stati Uniti – musulmani che da sempre fanno parte del tessuto sociale americano – tiene sul comodino un libro di Hitler e su twitter cita con nonchalance Mussolini. Però lui si mostra come colui che la gente la vuole conoscere, che vuole bene e tutti, ma ad oggi tocca immaginarlo alla guida degli Stati Uniti d’America, mentre si relaziona con il resto del mondo. Tutti attenti adesso ai suoi rapporti con la Russia e con Putin che dichiara: “finalmente i rapporti russo-americani possono uscire dalla crisi”.

A me in queste ore la mente corre a quel che vuole fare:  alzare un muro tra Messico e Usa, ripristinare la pena di morte e applicarla con durezza, concedere il diritto ad ogni americano di possedere liberamente un’arma, rinegoziare il Nafta ( Trattato di libero scambio Nordamericano), rilanciare il progetto dell’oleodotto sul quale Obama aveva messo il veto.

Rendiamo l’America di nuovo grande” – Urla Trump.
Chissà perché, però ancora in tanti, tantissimi si pongono la stessa domanda:  “Che America sarà?”
Speriamo di poterlo raccontare.

Simona Stammelluti

Sembrava aver bevuto l’elisir dell’eterna giovinezza, forse perché ragionava meglio di un qualunque giovane ricercatore. Muore all’età di 91 anni uno dei più famosi oncologi italiani che tanto si è battuto per l’eutanasia e che ha invitato tutti a stare lontani dalla carne perché cancerogena

E’ morto nella sua casa di Milano, circondato dai suoi affetti, Umberto Veronesi, il medico che ha dato negli anni la speranza di una vita a moltissimi malati di cancro.

Si è sempre pensato ad Umberto Veronesi come a colui che fece la guerra a quel grande male, che ha fatto per tanto tempo paura e al cui nome, “cancro” ci ha fatti abituare proprio lui, come se conoscerlo più da vicino, fosse un primo passo per sconfiggerlo.

Era un chirurgo, abituato a “guardare da vicino” ciò che nuoce all’essere umano e ad “estirpare”. Insieme a lui l’ospedale di Milano diventa un vero e proprio tempio, che ha visto un lungo peregrinare durato decenni da parte di chi attendeva di sapere che male avesse e soprattutto come e se poter guarire.

La ricerca è stato il fulcro della sua vita.  I farmaci dopo l’intervento alle donne operate al seno, sono stati uno dei suoi successi. E  poi ancora la chirurgia conservativa, che ha consentito a tutte le donne sottoposte a mastectomia totale di poter conservare la propria femminilità  e proprio lui, Veronesi, in merito diceva: “Amo troppo le donne per vedere i loro seni straziati dall’amputazione”. A lui si deve anche la tecnica di asportazione del linfonodo sentinella, intuizione che nessuno prima di lui aveva avuto.

Si è battuto affinché nascessero Istituti di Ricerca, perché diceva che “dove si fa ricerca, si può curare meglio”. Con lui è nata l’Airc – Associazione Italiana Ricerca sul Cancro. Ma la politica aveva strumentalizzato questo incoraggiamento, e aveva fatto nascere e poi sovvenzionato tanti istituti senza verificare per davvero che in quei luoghi si facesse “seriamente” la ricerca.

Era laico e lucido, guardando in faccia ogni santo giorno quei due lottatori chiamati vita e morte. Schieratosi con la vita, ha sempre consigliato un’alimentazione equilibrata, con poche proteine animali perché anche loro responsabili di alcune patologie tumorali e ha incoraggiato la dieta vegetariana.

Il suo insegnamento sopravvivrà a lui e forse fa bene ricordarlo: “La medicina è uno strumento di progresso e di crescita collettiva. E’ il terreno sul quale la scienza migliore si coniuga con il più nobile degli obiettivi”.

La vita fa il suo corso e lui muore a 91 anni, nel letto di casa sua circondato dai suoi affetti. In tanti nel corso di decenni hanno chiesto al suo centro tumori di Milano un consulto, una speranza. A tutti lui ha risposto, a più di qualcuno ha consegnato una speranza con annesso un futuro, sempre accompagnato da un sorriso rinfrancante.

Simona Stammelluti

Professor Marco Mazzeo - Photo Sicilia24h -

Docente di filosofia del linguaggio talentuoso e motivato, dotato di una sorprendente carica comunicativa, simpatico – ma non troppo – Marco Mazzeo, romano, classe 1973, rappresenta una delle eccellenze nell’Ateneo di Arcavacata di Rende. L’Unical (Università della Calabria) ha bisogno di insegnanti come lui, mossi non solo da una capacità oggettiva, ma anche da una spiccata dedizione che in tanti chiamano “missione”.

Ho avuto il piacere di intervistarlo nel suo ufficio al settimo piano (raggiunto rigorosamente a piedi) in un’ora apparentemente tranquilla per entrambi. Mentre gli parlo non mi sfugge un particolare: sulla parete alle sue spalle svetta una foto, che non è una foto di famiglia, ma di un filosofo austriaco di cui non svelo il nome, perché il Professor Mazzeo ha piacere di parlare di lui, proprio durante l’intervista.

D: Professor Mazzeo, lei è un giovane docente universitario, tra l’altro pendolare, che ha fatto questa scelta mettendo sul piatto della bilancia le rinunce che evidentemente si attuano quando si lavora fuori dalla propria regione, con quello che è il peso dell’insegnamento e del proprio ruolo all’interno di un ateneo. Mi racconta quando ha deciso di fare l’insegnante e quanto le è pesato dover rinunciare ad alcune cose per assolvere a questo compito.

R: Ho deciso di studiare filosofia del linguaggio il primo giorno che sono entrato all’università di Roma. Era un giorno di novembre del 1991, entrai in una classe nella quale si parlava di linguaggio, cosa che mi aveva sempre interessato perché già da adolescente era quello il mio punto forte, ed incontrai un professore molto bravo che si chiama Massimo Prampolini – che poi sarebbe diventato il mio professore di tesi – e che incominciò a parlare di un filosofo che si chiamava Wittengstein e mentre parlava disse questa frase: “le scimmie non zappano perché non parlano”. Questa frase mi rimase in testa tutto il giorno e ritornai a casa convinto di dover studiare quell’ autore. Da quel punto in poi la filosofia del linguaggio non mi ha più abbandonato. Poi dopo la laurea ho incominciato a cercare una borsa di dottorato, intraprendendo un vero e proprio viaggio tra le università sparse per l’Italia, e per tre anni ho girato tutti gli atenei. Quello più a sud è stato Palermo, quello più a nord Vercelli. Poi sono approdato all’università della Calabria, e ho incominciato a scoprire un mondo fatto di persone che io avevo già conosciuto in altri luoghi, come Daniele Gambarara, conosciuto all’Università di Roma, Paolo Virno,  Felice Cimatti, di cui ero stato allievo.  Erano tutti qui, senza che io lo sapessi. Quando feci la prova scritta pensai che sarebbe stato bello restare all’Unical. Questo perché qui in realtà c’è un gruppo con il quale si lavora. Non è dunque solo insegnamento, ma anche ricerca d’insieme. Ho vinto quel dottorato ed ho così cominciato questo percorso. E’ stata la Calabria a scegliermi, ed è stato giusto così, malgrado le problematiche oggettive di chi come me viaggia. La mia vita va un po’ a fasi; C’è una fase nella quale non esco di casa e studio, e poi quella nella quale riporto a persone, in questo caso i miei studenti, tutto quello a cui ho lavora nell’altra parte della mia stagione.  Questa cosa è molto bella e ancora oggi in qualche modo funziona.

D: Poco fa ha raccontato di aver seguito una lezione, di essersi appassionato a quella materia e di non essersi più separato da essa. Oggi i suoi studenti, che sono sicuramente diversi da quello che siamo stati noi un ventennio fa, conservano secondo lei del talento e delle passioni, sanno dove andare, o sono un po’ “parcheggiati” senza sapere davvero che orizzonte guardare?

R: Bella domanda. La situazione è diversa non tanto in termini di passione, quanto per alcuni aspetti di fondo. La prima cosa sostanziale è capire da dove questi ragazzi vengano. Vengono da una scuola che è stata profondamente danneggiata in questi vent’anni e questo è particolarmente evidente. Io ogni anno, in inizio di corso, faccio ai miei studenti un test chiedendo loro il significato della parola “scorribanda”, che non è certo una parola particolarmente aulica, e quest’anno su 100 persone, una sola ha alzato la mano e mi ha dato la risposta giusta. Questo significa che in 5 anni, 500 persone non hanno saputo rispondere a questa domanda, il che significa che la loro dimestichezza con l’italiano si è sensibilmente ridotta, rispetto a quella che potevamo avere noi vent’anni fa. Questo è un vero problema perché dimostra come aver tolto risorse alla scuola pubblica, sta dando degli effetti, che però non possono certo essere definiti positivi. La cosa interessante è che l’Università della Calabria è ancora oggi una vera università di frontiera, ed il fatto che presso la nostra università vengano le persone più diverse, magari meno portate per lo studio teorico per quello che riguarda le proprie esperienze e gli studi passati, la considero una grande sfida, un grande segno di vitalità. Questo significa che in Calabria l’università resta un significativo punto di riferimento, e se chi è disorientato viene qui in cerca di risposte, beh, questo rappresenta un aspetto positivo. Certo…il disorientamento dei ragazzi oggi è evidente ma non solo in riferimento agli studi universitari ma anche al loro futuro, al tipo di lavoro che dovranno fare. La trasformazione del mondo del lavoro in questi ultimi vent’anni pesa sulle loro spalle in termini di incertezza e di confusione. Noi insegniamo scienze della comunicazione che nel bene o nel male, sono un punto di convergenza delle aspirazioni, ma anche dei timori della società dello spettacolo che purtroppo viviamo.

D: Paolo Gallo, responsabile delle risorse umane del Word Economic Forum ha dichiarato in una intervista che per riuscire nel lavoro, bisognerebbe seguire più il proprio talento che le passioni, perché a suo dire, le passioni sono soggettive, il talento, invece, un fattore assolutamente oggettivo. Professore come si fa secondo lei a capire se qualcuno possiede un talento? Dei suoi 150 alunni di quest’anno, quanti riusciranno a capire se sono mossi da un talento e stanno andando per la strada giusta?

Io sinceramente non credo a questa distinzione, in nessuna delle sue articolazioni. Dire che il talento sia oggettivo, mi sembra un modo carino per dire “vieni da noi e sapremo come utilizzarti”, che suona un po’ come “vieni da noi che sapremo come sfruttarti”. Mi sembra un’affermazione di parte, che non è certo la nostra. Spesso talento e passioni si incastrano tra di loro. A volte invece, si può fare qualcosa nella vita per la quale si è portati, ma che può non creare una passione e dunque si è costretti a vivere una vita florida ma infernale, sotto alcuni aspetti. Il problema a mio avviso è proprio l’orientamento. Ci troviamo in un momento delicato, per cui ai bambini piccoli, tra 0 e 10 anni, chiediamo di essere velocemente degli adulti, e di  avere il talento di fare tanti sport, andare a scuola, fare i compiti, pensare alla vita sociale, avere un carnet degli appuntamenti. Nello stesso tempo chiediamo agli adulti di essere ancora come dei bambini, e quindi avere una vita indeterminata, che non deve avere mai un obiettivo troppo preciso perché tanto ci sarà chi stabilirà per cosa hai talento, come per esempio un responsabile delle risorse umane. Questo strano processo, diventa un problema per chi dovrebbe poter trovare la sua passione, individuare il suo talento, vivere in un modo significativo. Bisogna scardinare l’idea che da soli si possa capire quale sia la propria passione, o che qualcuno possa dirci “questo è il tuo talento”, perché nessuno dei due è un modo sincero per trovare la propria strada.


D: Professor Mazzeo, penso di poter affermare che lei sia una persona estremamente colta, a prescindere dalle sue competenze e dalla sua spiccata capacità di espletare il ruolo di insegnante. A mio avviso la cultura non è solo un insieme di nozioni ma anche la consapevolezza di quello che si può fare con quelle nozioni, il peso che la cultura può avere in quello che siamo e in quello che possiamo realizzare. Si è mai soffermato su questo aspetto?

R: La ringrazio per la stima che è sempre preziosa. Guardi, vengo da un quartiere di Roma che quasi nessuno conosce, che non è un quartiere stereotipato e si chiama Monte Spaccato e che rappresenta una delle periferie urbane peggiori che esistano. Ho pertanto questa estrazione, però la cosa positiva è che ho ben presente i conflitti del mondo reale perché li ho vissuti sulla mia pelle e so perfettamente quello che lei diceva poc’anzi, e cioè che conoscere delle cose non significa avere delle nozioni. Quello che cerco di fare in questa università va proprio in questa direzione, anche se per come è organizzato il mondo universitario non siamo aiutati in questo compito, non siamo agevolati nell’aiutare gli studenti a sviluppare le proprie capacità. Impartiamo delle nozioni o diamo loro delle tecniche affinché trovino un eventuale lavoro, ma in realtà dovremmo trasformarli in professionisti, anche se non si sa precisamente di cosa e quindi ci troviamo chiusi in questi tipo di contraddizione. Sviluppare il pensiero critico dovrebbe essere a mio avviso la prima mossa in un processo pedagogico in genere, perché è un modo per mettere in discussione se stessi, quello che si ha intorno, ed è quindi un requisito per costruire la propria strada, qualunque essa sia.

D: Quindi l’università può essere considerata una porta stretta dalla quale far passare la cultura, affinché poi diventi frutto sociale?

R: La porta ancora più stretta per far passare la cultura è proprio il pensiero critico, ossia la capacità di mettere in discussione alcune realtà, quello che si ha intorno, i luoghi comuni, anche alcuni propri pensieri, i propri stereotipi; ed ognuno di noi ne ha a sufficienza.  Mettere in discussione non significa lamentarsi, ma portare argomenti, analizzare, discutere, scrivere, leggere, ragionare insieme, dibattere in modo fruttuoso.  Questa cosa è particolarmente difficile, perché se ad oggi uno studente medio conosce poco la propria lingua madre, sarà un problema sviluppare una sensibilità verso le parole. E poi c’è questa forte tendenza a pensare che noi si debba essere dei formatori capaci di indirizzare gli studenti e prepararli al mondo del lavoro, che a volte significa formare le persone per essere sfruttate il prima possibile.

D: Leggo testualmente un passaggio preso da uno dei suoi libri, “Il bambino e l’operaio”, che mi ha particolarmente colpito: “In alcune circostanze mi è stato concesso il lusso di dimostrarmi caparbio, in altre, ho goduto del piacere di poter cambiare idea repentinamente, senza l’ostacolo di sguardi giudicanti”. Sono sorte in me due riflessioni e quindi due domande che vorrei porle. Quando secondo lei non si può assolutamente cambiare idea, quando bisogna difenderla una determinata idea fino alla fine? Questa pratica attuale di andare dove vanno tutti, di non prendere mai una posizione netta, decisa, questa nuova logica di non essere mai la voce fuori dal coro, è secondo lei condizionata dalla possibilità di essere sottoposti poi a sguardo giudicante?

R: Penso che un essere umano non debba  mai scendere dalle proprie posizioni davanti ad una ingiustizia. Bisogna lottare e chiedere sempre che giustizia venga fatta. La citazione che lei fa –  e che mi fa piacere venga citata –  nasce da una esperienza a cui tengo molto, fatta fuori dallo schema universitario ma dentro l’università; Un seminario lungo, durato diverse settimane, molto impegnativo. Eravamo io ed il Professor Paolo Virno, preparavamo delle lezioni e poi spiegavamo agli studenti alcuni argomenti. Tutto questo mentre Paolo Virno mi poneva delle domande critiche. Io prendevo appunti prima della lezione, poi prendevo appunti delle domande che mi poneva, e poi prendevo ancora appunti delle mie stesse risposte. Così è nato questo libro. Risposte mie, ma anche risposte della situazione, risposte di me che dialogavo con Paolo Virno e con gli studenti. La mia unica abilità è stata quella di capire che dovevo prendere nota di quello che stava succedendo, considerato che sentivo la fatica per quello che stavamo realizzando, come ricercatori. Abbiamo dimostrato anche come potrebbe essere l’università del futuro. Ci sono gli studenti, più persone, si lavora seriamente, si producono delle nuove idee e in questa dimensione pubblica e collettiva, si supera questo problema della frammentazione.

D: Professore se le dessero un’ora in più oltre alle 63 già a sua disposizione, cosa insegnerebbe ai suoi alunni oltre alla filosofia del linguaggio?

R: Mi piacerebbe insegnare loro l’arrampicata sportiva. Mi piacerebbe portarli su delle pareti d’arrampicata e fare con loro un lavoro così come si faceva nel ginnasio nell’antica Grecia quando si univa al lavoro filosofico quello pratico-ginnico. Mi piacerebbe pertanto sfidare insieme ai miei studenti, la forza di gravità. Questa sarebbe una cosa bella, perché si lavorerebbe sulla sfida contro ciò che ci circonda.

D: Il 2 novembre del 1975 moriva Pier Paolo Pasolini. Mi regala una riflessione su quello che poi è stato definito l’ultimo intellettuale del ventesimo secolo?

R: Ho un ricordo di come reagirono i miei genitori alla morte di Pasolini. Ricordo questa foto ritagliata da un giornale, appesa con dello scotch ad una mattonella della cucina e mi ricordo il dolore dei miei genitori, come se avessero perso un loro amico, come se in casa mia fosse scomparso un interlocutore con il quale non sempre si può essere d’accordo, ma la cui scomparsa segnò molto … come se fosse andata via una persona di casa. Per me è una figura strana, ma che però  ha sempre fatto parte del mio alveo familiare e quindi ogni volta che ci penso, recupero il ricordo come di una persona che aveva in qualche modo frequentato casa mia.

D: Professor Mazzeo, lei è un docente particolarmente motivato nel suo ruolo di insegnante. Ma se qualcuno un giorno le dicesse “può cambiare mestiere, chieda e sarà accontentato”, lei cosa risponderebbe?

R: Farei sempre quello che faccio, magari facendo qualche chilometro in meno. Mi piacerebbe continuare a fare bene ciò che già faccio. Sono motivato perché credo di avere una percentuale di incidenza e perché in questa università incontro tantissime persone, alcune molto strane, ma l’aggettivo strano che ha connotazione di generico, lo suo perché ci sono persone che mi mettono realmente in difficoltà. Ogni anno comincio a fare lezione però non so cosa mi accadrà,  con chi dovrò scontrarmi e questa sfida mi motiva molto. E’ una sfida didattica che consiste nel portare dei contenuti filosofici il meno possibile semplificati, a persone che oggettivamente pur  avendo corpi da ventenni, hanno conoscenze linguistiche o di nozioni, pari sostanzialmente alla terza media. Questa è una sfida pazzesca, e proprio perché sembra una sfida impossibile, che io l’affronto ogni giorno.

D: Professore, questa intervista la leggeranno in tanti. Se lei volesse invitare qualcuno ad informarsi su chi sia Wittengstein? Solo lei può riuscirci.

R: Beh, inviterei a vedere l’unico film su Wittgenstein, di Derek Jarman, che è un film realizzato da un regista che non è certo un filosofo ma che mostra una grande sensibilità teorica e che è stato capace di raccontare tantissime cose penetranti su quel filosofo. E’ un film molto interessato al personaggio, che ha fatto molto più di quanto abbiano fatto tanti scrittori accademici su questo pensatore, che magari hanno scritto di lui, ma non sono interessati a quello che lui dice. Jarman invece era interessato, e vedere il film è sicuramente meno impegnativo che leggere gli scritti di Wittengstein, ma dà un buon quadro della filosofia e dei limiti di questo pensatore.

D: Si dice che lei bocci uno studente su due. E’ vero? I suoi studenti devono quindi votarsi a Wittengstein per superare l’esame?

R: Sorride. Sì, sono tremendo, ma fa parte del gioco e per questo mi piace stare al primo anno, perché posso così creare dei presupposti chiari, circa quello che si chiede al lavoro che facciamo con gli studenti in classe, senza sconti nell’esame. Se sono chiamato a organizzare questa prova di realtà, cerco di fare un po’ di attrito.

D: Professore, lei ha un figlio di sei anni. Che consiglio gli darà quando raggiungerà la stessa età che hanno oggi i suoi alunni?

R: Gli dirò di fare una scelta di studio, se vorrà studiare, lavorativa, se vorrà lavorare, artistica, se vorrà fare l’artista, ma tendenzialmente di fare una scelta che lo indirizzi verso una via che in quel preciso momento gli sembri significativa, al di là delle speranze professionali o del futuro lavorativo che in quel preciso momento sembrerà dischiudersi. Non quindi la scelta più facile o la più remunerativa, ma solo la scelta per la quale lui si senta realizzato anche solo per il fatto che quella cosa la possa fare di lì a poco. Questa mi sembra – per quella che è la mia esperienza – una giusta garanzia. Se uno fa un’attività per la quale vede un significato a prescindere, quella è una sorta di cassaforte che nessuno potrà mai scassinare.

Simona Stammelluti

Sisma è la parola più “googlata” degli ultimi tre mesi. A seguire troviamo terremoto, geologo, terra che trema. Nelle ricerche che si effettuano sul web non ci sono paura, cosa sarà, cosa aspettarsi, quando finirà, ma sono sicuramente i tormenti che ci tengono svegli, non solo se si vive nei luoghi già colpiti dal sisma, ma anche se si vive – per destino o per scelta – in uno dei borghi più a rischio d’Italia.

Il tormento e la paura non riguarda solo il quando arriverà in quei luoghi a rischio un nuovo sisma, ma cosa ne sarà delle nostre case, perché quasi mai ci si domanda cosa abbiano utilizzato per costruirle, le nostre case, o se chi le ha costruite ha tenuto in considerazione che un territorio sismicamente a rischio, imporrebbe una sorta di rigore, nell’edificare, oltre ad una responsabilità che a questo punto, diventa indispensabile, oltre che etica.

Vivo in Calabria. Tanto si potrebbe dire su questa terra, che spesso salta all’attenzione per orrendi fatti di cronaca, o come territorio martoriato dalla malavita e dalla gestione mafiosa di interi territori e delle annesse imprese. Ma è anche una delle terre paesaggisticamente più floride, anche se mai si è pensato di sfruttare al meglio i luoghi, facendo divenire il turismo una delle forze economiche trainanti così come avviene nelle vicine Sicilia e Puglia.

La Calabria è anche una terra ad elevanto rischio sismico, poiché schiacciata dalla grande morsa della placca africana e quella europea. La fragilità delle rocce hanno reso la Calabria una terra “ballerina”, e tanti sono stati i terremoti “catastrofici” che hanno interessato questo pezzo di terra a sud. Valle del Crati,  1183, Reggio e Messina 1908, Calabria meridionale 1783, Calabria centrale 1638, 1905, terremoti del cosentino, 1835, 1854, 1870.

E poi c’è Montalto Uffugo, il posto dove vivo, uno dei borghi più suggestivi della provincia cosentina, che nel corso della storia ha subìto terremoti che l’hanno quasi rasa al suolo. Da quello del 1854 a quello del 1980. Costruita su colli, mostra un bellissimo centro storico, ma anche costruzioni recenti erette su punti alti della città, che potrebbero finire a valle, se un terremoto simile a quello che ha dilaniato in queste ultime ore il centro Italia, facesse tremare la terra di Calabria.

Montalto Uffugo è a pochissimi chilometri dalla purtroppo famosa “faglia di Castrovillari“, della quale i ricercatori ne hanno fatto un candidato primario per un sisma catastrofico, forse proprio perché troppo ferma, da “troppo tempo”. L’hanno chiamato “Big One come lo chiamano i californiani, e “prima o poi ci sarà, è solo una questione di tempo” – dicono gli esperti. Ed intanto la faglia resta ferma, al suo posto, con tutto il potenziale distruttivo che si porta dentro.

E allora la domanda non è solo “quando arriverà”, ma “cosa resterà” di una cittadina costruita sui colli, ad enorme rischio idrogeologico? Cosa resterà del suo centro storico? Come sono state costruite le abitazioni, almeno quelle di nuova generazione? Esiste una consapevolezza dell’amministrazione che governa, sul rischio così prossimo e da tanto atteso, e sulle conseguenze che un sisma di rilievo potrebbe avere sulle abitazioni?

Io me lo domando ogni sera, prima di chiudere gli occhi per domare non solo la stanchezza ma anche la paura. Cosa ne sarà di quei palazzi costruiti sul punto più alto della cittadina? Come è stato concepito e realizzato quel complesso, con quali criteri?

Ormai è chiaro. Non è la terra ad essere nemica, ma la mano dell’uomo che costruisce chiudendo gli occhi, facendo finta che il pericolo non sia così in agguato, che “meglio risparmiare, oggi, tanto domani poi si pensa“.

Se stanotte tremasse la terra, se quel famoso “Big One”, decidesse di scoccare perché è giunta l’ora, forse domani non ci sarebbe che un mucchio di macerie che seppellirebbe non solo l’ennesimo borgo storico, ma anche una comunità che dovrebbe farsi coraggio e domandare, che la paura dovrebbe conservarla per altro e non nel pretendere che vengano verificate le condizioni strutturali delle proprie abitazioni.

La cultura della “convivenza sismica”  potrebbe portare l’Italia, tutta, a non temere più catastrofi, così come avviene in altre parti del mondo, dove il sisma è un compagno di vita, non un nemico in agguato. Costruire ovunque con criteri anti-sismici, è indispensabile, allenando anche la popolazione a comportamenti idonei e non lasciati allo sbaraglio di ciò che fa paura e che per convenienza viene definito “fatalismo”, ma che con la fatalità ha molto poco a che spartire.

Io ho voglia di capire, e non più solo avere paura.
E tu?

27 e 28 ottobre, alle ore 21 presso il ridotto del teatro Rendano di Cosenza, si terrà “Assaggi di Cinema”, kermesse cinematografica che da spazio ai giovani filmakers e ai loro progetti. Ideatore e direttore artistico, Andrea Solano che ho intervistato alla vigilia della terza edizione della prestigiosa rassegna

Quando ho conosciuto Andrea Solano, era in una veste importante, quella di produttore cinematografico, potente abbastanza da portare un medio-metraggio, al Festival del Cinema di Venezia. Quando poi sono andata a scavare un po’ per vedere che strada avesse percorso Andrea Solano per giungere fino a lì, ho scoperto che ha un trascorso non da poco, considerato che è stato anche attore, autore e regista teatrale, e poi produttore.

D: Andrea Solano, come si fa ad essere così giovani ed avere una posizione così solida, nel mondo della cinematografia?

R: Posizione solida…non lo so. Sono come le onde, che vanno e vengono. Non è sempre facilissimo fare le proprie cose, inseguire i propri sogni, restare a galla, perché come nel caso delle onde, a volte possono allontanarti dalla riva, altre condurti vicino alla spiaggia. C’è tanto impegno, c’è un’agenda piena, che negli anni mi ha dato l’opportunità di conoscere tante persone e quindi raccogliere i giusti contatti. Poi riuscendo a realizzare prodotti di qualità  – e nello specifico devo ringraziare per “La Notte Prima” Fabrizio Nucci e Nicola Rovito, della Open Fields Production –  e avendo le conoscenze per poterlo sottoporre a chi deve decidere se ospitarti o meno all’interno di un circuito importante come il Festival di Venezia, allora si concretizza una grande opportunità. Ma è sempre una continua corsa, un continuo impegno, ed ad oggi ancora inseguo i miei sogni. Vedi Simona, io faccio dei miei obiettivi realizzabili i miei sogni, e non il contrario. Io immagino cose fattibili che poi diventano i miei sogni, e raggiungerli è sempre una grande soddisfazione, è quello che mi piace fare e non faccio altro.

D: Andrea, per chi non è del mestiere, ci dice che caratteristiche deve avere un prodotto cinematografico per essere di qualità?

R: Dal mio punto di vista, deve poter raccontare qualcosa e deve utilizzare un determinato linguaggio, per soddisfare ogni target. Mi spiego meglio. Essere di qualità a volte non basta, o non serve, perché non sempre il successo si sposa con la qualità, perché un prodotto può essere inserito nel contesto giusto, non avere grande qualità, eppure vincere in termini di numeri e di apprezzamento proprio perché adeguato ad un determinato target. Il lavoro di qualità a volte resta da nicchia. Ma capita anche che il lavoro di qualità possa fare i numeri se inserito in un contesto adatto ad accogliere quel lavoro, con quel contenuto, con quel preciso linguaggio.

D: Che segreti hai rubato, quando sei stato a Venezia? Ti sei guardato attorno, hai osservato da vicino quei circuiti. Cosa ti è rimasto di quella esperienza così importante, per uno che fa il tuo mestiere?

R: Con grande umiltà, mi è rimasta la voglia e la sana ambizione di tornare a Venezia con un film in concorso, e vincere. Una sfida non irrealizzabile. Quindi tornare non più come ospite –  anche se già essere lì come ospiti è molto gratificante –  ma arrivare in concorso, riconoscerebbe un valore maggiore ad un lavoro. Quell’ambiente significa poi contatti validi e roba di qualità. Ci siamo guardati attorno, e abbiamo capito che non è tanto difficile poter fare il salto di qualità ma c’è bisogno di fortuna, impegno, costanza e poi c’è ahinoi, un elemento di cui c’è sempre bisogno: i soldi. Se non ci sono i soldi è difficile raggiungere grandi obiettivi, a meno che non ci si inventi la trovata del secolo, ma accade una volta su un milione.

D: Andrea, parliamo un po’ della nostra terra di Calabria, con tutte le problematiche che naturalmente derivano non solo dal fatto di essere una terra del sud che sembra sempre messa ai margini, che paga lo scotto di non avere avuto per diverso tempo una Film Commission che potesse sostenere persone come te che fanno questo mestiere, ma che è anche una terra che “sembra” promettere tanto. Come fa a lavorare scovando il talento, cercando una riconoscenza per quello che si fa e provando a cambiare alcune dinamiche?

R: Bella domanda. Io sono autore di un volume che si intitola “Occhi”, scritto a 4 mani con il magistrato Luigi Maffia, punto di riferimento per me culturale, persona moralmente corretta, che ha decido di tornare in Calabria e di combattere facendolo qui, il magistrato. Con questo libro abbiano scritto una storia che appartiene a noi, che parla di rivalsa, ma anche che accenda una luce su un passato che poi ci ha portato a commettere tanti errori, come calabresi. Ecco, ogni volta che parlo della Calabria, mi vengono in mente le parole di Falcone e Borsellino quando descrivevano la Sicilia come “terra bellissima e disgraziata”, e allora mi viene da dire, che si potrebbe fare tanto, forse tutto, se le persone diventassero responsabili. Passa tutto dall’impegno o al contrario dal disimpegno delle persone, dalla loro onesta o disonestà. La Calabria ora ha una film commission, finalmente riparte e sarà l’ennesima ripartenza, per la quale auspico le cose migliori, il bene più grande. Conosco le persone che ne fanno parte in questo momento, ho fiducia, e siccome vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, ci voglio credere. Ma c’è bisogno di impegno, di serità, di trasparenza, di opportunità. Dall’altra parte c’è bisogno di un ottimo fermento artistico, in questo caso è cinematografico, affinché ci si impegni a produrre lavori di qualità e non si pensi solo all’arrivismo personale, al campanilismo, perché l’importante è fare rete e fare gruppo … serve, anzi è indispensabile.

D: Andrea Solano, “anche” appassionato di cinema, ma il tuo rapporto con il cinema qual è, quando è nato questo rapporto così stretto e viscerale con il mondo della cinematografia? Quanto è datato e con che cosa è incominciato.

R: La vera scintilla è scoccata all’università. Nasco appassionato di teatro, fruitore di teatro, nasco speranzoso e volenteroso interprete, poi divento autore, poi comincio a curare qualche regia, poi a produrre gli spettacoli. I due momenti più delicati sono la produzione e la distribuzione, che spesso uccide e soffoca la produzione, perché uno può produrre quanto vuole, ma se poi non riesce a distribuire ciò che produce resta lì e siccome a me non è mai piaciuta l’autoreferenzialità, l’autoconsumo, penso che ci sia bisogno di distribuzioni forti, soprattutto in Calabria, ma questo vale anche per tutto il territorio nazionale. Quindi nasco con il teatro, poi faccio il Dams e studio cinema, e lì mi appassiono, mentre nasce l’amore per il cinema e la voglia di fare. Lo studio universitario mi ha trasmesso una cosa meravigliosa, ossia la curiosità, l’istinto della curiosità tanto che adesso se guardo qualcosa lo guardo sempre con l’occhio tecnico. Ogni volta che guardo una scena, posso anche lasciarmi commuovere, emozionare, divertire, ma sopratutto guardo istintivamente l’aspetto tecnico e dunque mi diverte e mi sorprende più quell’aspetto che la scrittura.

D: Facciamo un piccolo passo indietro. Abbiamo detto che è riuscito a portare un prodotto al Cinema di Venezia. Vediamo quindi che tipo di prodotto era, quello approdato al famoso festival, e come ha conosciuto i registi Nucci e Rovito.

R: Tre anni fa faccio nascere “Assaggi di Cinema” al teatro Rendano di Cosenza. L’anno prima però, sperimento questa idea di proporre i cortometraggi e di discutere tecnicamente su quanto fatto e dunque coinvolgere il fermento artistico cinematografico calabrese, nell’ambito del Festival delle Serre di Cerisano. Esperienza interessante nella quale conobbi diversi filmakers ma non Nucci e Rovito. L’anno successivo, loro presentarono un lungometraggio e andato alla “prima”, roconobbi  in loro della qualità differenti dagli altri filmakers, tutti bravi, con delle loro idee e peculiarità, ma di loro mi ha colpito la cura sulla fotografia, e poi l’aspetto introspettivo, quindi una bravura nel raccontare gli stati d’animo. E poi cosa importante, sono stati capaci di stuzzicare la mia curiosità. Li ho invitati l’anno successivo ad “Assaggi di Cinema”, portarono un bel cortometraggio e con loro immaginai di poter fare qualcosa di particolare. Successivamente quando il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, con lungimiranza puntò l’attenzione su Alarico, come elemento trainante per la valorizzazione dei luoghi, anche dal punto di vista storico e culturale,  considerata la mia voglia di raccontare storie per valorizzare la mia terra, decisi di realizzare un prodotto sulla suggestione di Alarico, dando alla storia un valore aggiunto raccontando una vicenda in maniera indiretta. “La notte Prima” diventa quindi un pretesto per raccontare una storia e lavorare con quei due bravi registi. Ma non solo con loro, perché ho costruito poi una squadra con la quale siamo poi andati a Venezia.

D: Lo ricorda Andrea, l’applauso che seguì la proiezione del film, a Venezia?

R: Beh, si. Ricordo l’applauso del pubblico presente in sala, ma anche il plauso di chi ci aveva ospitato, la spazio Luce di Cinecittà e di chi ha potuto vederlo, non essendo emotivamente coinvolto come noi calabresi, circa la storia di Alarico. Per cui le gratificazioni sono state tante, sono nati nuovi contatti in quella circostanza. Ma quello che ricordo in maniera indelebile è stato l’applauso giunto alla prima del film, a Cosenza, durante la “Primavera del Cinema Italiano”, con il Patron Pino Citrigno, da un pubblico che aveva letteralmente invaso il cinema. Il lavoro non è assoluto, ma un buon lavoro con cui partire. Ma le soddisfazioni sono molteplici.

Lo scorso anno nella seconda edizione di Assaggi di Cinema, io lancio un progetto con i ragazzi dell’Associazione Nemo di Cosenza, che sono ragazzi con “caratteri speciali”, e con loro lanciai l’idea di poter fare una serie di spot educativi, ovviamanete molto divertenti e comici, perché attraverso l’ironia si possono raccontare criticità, affrontare problematiche, perché se la gente sorride, comprende meglio il messaggio.  Volevo averli come protagonisti e l’anno scorso lanciai il tema del modello civico stradale. L’idea non solo era realizzabile ed è stata realizzata con uno spot, ma ha anche partecipato ad un contest nazionale e poco fa abbiamo ricevuto la notizia che quello spot è risultato vincitore. Quindi tutti insieme, avevamo un obiettivo, che partito dalla Calabria aveva le caratteristiche per vincere, e così è stato. Questo spot sarà proiettato in tutte le sali dell’Anec affinché un prodotto di qualità possa anche consegnare valori, perché il diversamente abile che spiega all’automobilista indisciplinato con ironia, che è distratto e scorretto, facendogli notare i suoi limiti e la sua distrazione e lo porta a cambiare nell’evoluzione dello spot, fa riflettere.

D: Domani giovedì 27 ottobre e venerdì 28, al ridotto del Teatro Rendano, alle 21 andrà in scena la terza edizione di Assaggi di Cinema. L’evoluzione qual è stata? Tu ideatore, direttore artistico, quindi grande impegno, un grande lavoro. Come nasce l’idea e come si è evoluta nel corso degli anni?


R: L’idea nasce dalla volontà di usare il Teatro Rendano, luogo che per mi ha ospitato anche come attore, per dare spazio al fermento che c’era intorno ai filmakers calabresi, e siccome il cinema nasce sempre da un’idea e da una storia, ho pensato di poter offrire una vetrina a questa realtà, proiettando e facendo vedere i loro lavori, non però attraverso un evento di massa, ma di nicchia, infatti si svolge al Ridotto del Rendano. Non è un festival ma un laboratorio, una rassegna, che però sta crescendo in termini qualitativi sia nell’organizzazione, sia in termini di interesse delle aziende che hanno partecipato all’evento con i loro prodotti, sia della stampa, e poi quest’anno è cresciuto anche nella selezione dei corti. Quest’anno abbiamo gli inediti e andiamo a premiare chi è stato già premiato a livello nazionale, nel Giffoni Film Festival, al David di Donatello, e poi questo abbinamento alla Basilicata, strizzando l’occhi al progetto “Lu-Ca, Lucania Calabria. Quest’anno c’e anche Enzo Barbieri, grande ristoratore calabrese, che cucinerà. Assaggi di cinema nasce per dare spazio agli autori di cinema, ma poi diventa un vero contenitore, nel quale abbiamo invitato anche un’accademia di trucco, abbiamo chiamato un’azienda che si occupa di indagine di mercato per raccontare proprio  i gusti del pubblico. Assaggi di Cinema, sarà nella prossima edizione durante tutto l’arco dell’anno con eventi e appuntamenti ogni due mesi. Ci sarà anche la musica dal vivo.

D: Andrea Solano 36 anni, giovane produttore, apriamo il cassetto dei sogni e dei desideri che sicuramente uno come te tiene accostato; cosa c’è in anteprima?

R: C’è questo sogno di realizzare un film su Gigi Marulla, un lavoro importante che racconterà la storia di un calcio minore, di quelle bandiere che non ci sono più, di realtà provinciali che trasmettono valori positivi e attorno alle quali a volte si costruiscono le società fatte di donne, uomini, sogni, opportunità. Dovrebbe essere una mini serie tv e da qui alla fine del 2017 dovremmo avere già i primi riscontri per questa produzione. E’ un lavoro grosso ed impegnativo, e si chiamerà “Numero 9”.

Ringrazio Andrea Solano e promettendo di rincontrarci, alla vigilia della messa in onda del nuovo progetto, ricordiamo l’appuntamento per domani e venerdì per la terza edizione “Assaggi di Cinema”.

Simona Stammelluti

Un trio d’eccezione per il cantautore milanese, classe 1953, che negli anni ha regalato bei successi alla musica italiana e che sabato 22 ottobre ha cantato “a casa”, nella sua Milano, nel prestigioso e famosissimo jazz club

Sono passati tanti anni, oltre un ventennio, da quando ascoltai Fabio Concato dal vivo, al teatro Metropol di Corigliano Calabro. Ricordo quella carrellata di successi, snocciolati uno dietro l’altro, con il suo gruppo di allora, e quello fu un bel concerto in acustica, con un cantautore che aveva quella voce così caratteristica, canzoni con testi belli anche se non particolarmente impegnati e quella simpatia che – differentemente da altre caratteristiche tecniche – non ha perso con il passare del tempo.

E così lo scorso sabato 22 ottobre, Fabio Concato, ha regalato al pubblico milanese, due set di concerto, accompagnato da un trio d’eccezione, che vede alla guida un pianista di grande calibro che risponde al nome di Paolo Di Sabatino, che insieme a Marco Siniscalco al basso elettrico (bassista di grande fama, che può vantare collaborazioni con grandi orchestre e con i più grandi nomi del jazz internazionale) e Glauco Di Sabatino alla batteria, hanno “costruito” – è proprio il caso di dirlo – una eccellente rivisitazione dei pezzi del cantautore. I nuovi arrangiamenti sono stati realizzati proprio da Paolo Di Sabatino, che durante la serata non ha mancato di mostrare non solo capacità tecniche e virtuosismi, ma anche la prodezza sopraffina dell’arrangiatore che non stravolge le dinamiche di un pezzo, ma mette a punto delle variazioni sia toniche che di tempo, tanto da rendere lo stesso, gradevole all’ascolto e nuovo nella sua veste interpretativa.

Il connubio jazz-cantautorato non è certo nuovo; Si pensi a Gino Paoli con Danilo Rea, a Sergio Cammariere con Fabrizio Bosso.

Photo di Davide Di Lorenzo

Per questo agli appassionati di jazz, è venuto da domandarsi cosa abbia tirato fuori Concato da questo sodalizio con il trio di Di Sabatino, anche se lo stesso cantautore aveva in precedenza avuto un contatto con il mondo del jazz, proprio grazie ad un progetto con il trombettista Fabrizio Bosso, fuoriclasse targato Made In Italy e Juan Oliver Mazzariello al pianoforte, con i quali aveva messo in piedi il progetto non solo discografico, “Canzoni”.

Ma per tornare alla serata al Blue Note di sabato 22 ottobre, ciò che il pubblico ha ascoltato, è stato un excursus di brani che hanno attraversato tutta la carriera del cantautore, mentre si aveva l’impressione che il pubblico applaudisse più il pezzo conosciuto che la performance in se, che – a mio avviso – non è stata superlativa nella parte cantata.

Le difficoltà primarie nascono dal fatto che seguire un pianista come Di Sabatino, che imbastisce sapientemente una intro, non è cosa semplice, come non è semplice prendere la nota giusta, o tenerla. Diverse sono state le sbavature nel cantato di Fabio Concato, come se a volte non ce la facesse a pieno a raggiungere alcuni registri, malgrado la sua caratteristica voce abbia tenuto compagnia ai quasi 300 ospiti del jazz club, insieme alla sua simpatia.

Al Blue Note di Milano sabato sera i giovani non erano tantissimi, e la media dei presenti era presumibilmente sopra i cinquant’anni. “Canto”, “Guido Piano”, “Sexy Tango”, “Tienimi dentro te”. Tutti corrono a ricordi, cantano con lui, sorridono alle sue battute, come quando racconta che non aspetta più di tanto prima di concedere il bis perché teme che accada come quella volta, che per un minuto di troppo dietro le quinte, quando poi è tornato sul palco, non c’era più nessuno.

Particolarmente bello, per me, l’arrangiamento di “Domenica Bestiale” che un geniale Paolo Di Sabatino, ha reso minore, cambiandone anche il tempo, rendendolo un pezzo “quasi nuovo di zecca”.

Un concerto di pezzi noti, che ti catapultano in un passato che sembra ancora vivo e recente, nel quale riconosci la voce di Fabio Concato, anche se con quale imperfezione, e mentre arriva “Ti ricordo ancora” o “Buonanotte Amore”, vedo intorno a me, coppie che si tengono per mano, che riconoscono forse in quella canzone, un pezzo della propria storia d’amore, mentre io non posso non porgere l’orecchio alla bravura di quei musicisti come anche Marco Siniscalco che sembra discreto nel suo ruolo di base ritmica, insieme a Glauco Di Sabatino alla batteria, che però sa divenire ostinato durante la versione di “Gigi”, che prende gli accenti di bossanova, e che mostra l’abilità del trio, l’affiatamento e la capacità di integrare le necessità cantautorali nella genialità del jazz.

“Fiore di Maggio” e poi ancora “Non smetto di aspettarti”, pezzo che mi è particolarmente piaciuto, quasi come se ci fosse una vena che pulsasse un po’ più forte nella gola di Fabio Concato e nelle mani di quei musicisti che sanno fare meraviglie.

Ringrazia e va, poi torna.

Il pubblico vuole ascoltare “Rosalina”, lui la regala senza indugi, e con quella famosissima frase “ti ammazzi con il bignè, olè!” finisce un concerto nel quale a volte la voce è venuta meno, i testi sono stati quasi recitati più che cantati, qualche nota non è stata proprio al suo posto, mentre in quella “botte di ferro” chiamata “Paolo Di Sabatino Trio”, ha potuto adagiarsi colui che di belle canzoni ne ha saputo scrivere e che domani, continueremo a cantare, dimenticando ogni imperfezione.

Simona Stammelluti

Si ringrazia il fotografo Davide Di Lorenzo, per aver concesso al Sicilia24h, l’utilizzo delle sue foto, contenute in questo articolo


Pioggia di meteoriti questa sera. Si chiamano Orionidi e sono le stelle cadenti autunnali. Stanotte dunque, tutti con il naso all’insù per godere dello spettacolo a “cielo aperto”

Questa sera il cielo ci regalerà un vero e proprio spettacolo astronomico che in condizioni ideali, ossia senza nuvole, si potrà tradurre in una eccezionale pioggia di stelle cadenti ottobrine, visibili bene dall’Italia.

Sono proprio le meteore Orionidi, ad essere le protagoniste del mese di ottobre. La più famosa è conosciuta come Cometa di Halley, ma per rivederla si dovrà attendere il 2061, mentre questa sera, ed anche nella notte di domani 22 ottobre, saranno visibili “i frammenti” della cometa di Halley, la scia di polvere stellare che da secoli vaga nel sistema solare e che è stata visibile dalla terra l’ultima volta nel 1986.

Lo spettacolo delle meteore Orionidi si rinnova ogni anno, quando l’orbita terrestre incontra la scia di polveri che – come si è detto – deriva dalla famosa cometa. Chi dovesse perdersi questo spettacolo nella notte di oggi, potrà provarci fino al prossimo 7 di novembre, anche se solo tra stanotte e domani notte, a cadere sotto i nostri occhi saranno circa 25/30 stelle all’ora.

Non è solo una bella occasione per alzare gli occhi al cielo, ma anche una possibilità di godere della suggestione che da sempre le stelle cadenti recano in se, anche se questa notte, la luce lunare, potrebbe interferire con lo spettacolo che si attende, oltre al fatto che al centro sud, le nuvole – con annessi temporali – potrebbero essere un ulteriore ostacolo.

Ma se si volesse seguire in ogni caso lo spettacolo, non c’è problema; basta collegarsi al sito della Nasa, potendo così vedere in diretta il passaggio delle meteore. Per i più coraggiosi che vorranno sfidare le ore piccole e il freddo ormai pungente di un autunno inoltrato, nessuna precauzione, se non una sveglia puntata alle 4 e 00 ed una copertina da tenere sulle spalle, durante lo spettacolo.

Simona Stammelluti

Cosenza – Arrestato nel pomeriggio Roberto Porcaro, uno dei mandanti dell’omicidio di Luca Bruni. L’uomo è stato rintracciato in Via degli Stadi a Cosenza, mentre era a bordo di un’ auto sportiva

Grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Daniele Lamanna, Franco Bruzzese e Adolfo Foggetti – tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Luca Bruni assassinato il 3 gennaio 2012, i cui resti fuori rinvenuti sepolti in un terreno nell’agro di orto Matera in Castrolibero, il 18 dicembre 2014 – la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro attualmente diretta dal Dottor Nicola Gratteri , ha emesso l’ennesimo ordine di custodia cautelare in carcere per due altri presunti mandanti dell’omicidio di cui sopra.

Trattasi di Patitucci Francesco classe ’61, già detenuto per altra causa e di Porcaro Roberto, classe ’84 già noti alle forze dell’ordine e agli organi inquirenti quali elementi di vertice della confederata cosca italiana “Lanzino-Patitucci”, “Rango-Zingari”. L’arresto è avvenuto nel tardo pomeriggio di oggi, 19 ottobre, ad opera degli uomini del Comando Provinciale diretti dal Colonnello Fabio Ottaviani e dal capitano Giuseppe Sacco, lo stesso peraltro di recente assunto al comando del Nucleo Investigativo.

Quest’ultima ordinanza giunge a pochi mesi dalla sentenza della Corte d’Assise di Cosenza che, riconoscendo appieno la validità e l’efficacia delle attività investigative condotte dagli uomini del Comando Provinciale Carabinieri Cosenza, vedeva già condannati ad 11 anni di reclusione Bruzzese Franco e Daniele Lamanna che hanno potuto usufruire dei benefici di legge riservati ai collaboratori di giustizia che forniscono una eccezionale contributo agli inquirenti.

Ma già prima, si erano registrate durissime sentenze di condanna anche nei confronti dell’altro co-imputato Rango Maurizio (pena dell’ergastolo) e quella dello stesso collaboratore Foggetti Adolfo, sebbene molto mitigata sempre dai benefici di legge previsti per i collaboratori di giustizia così come si è verificato per il Bruzzese e il Lamanna.

Grazie alle attività svolte sono stati inferti gravissimi colpi alla ‘Ndrangheta cosentina, che ha visto una sequela di ex uomini d’onore, o presunti tali, decidere di intraprendere la strada della collaborazione piuttosto che scontare anni ed anni di galera, se non anche finire la propria vita come il malcapitato Luca Bruni, reo di aver assunto il ruolo direttivo dell’omonima famiglia di mafia, subito dopo il decesso per cause naturali, del più lungimirante Michele Bruni, inteso come “bella bella”.

Simona Stammelluti