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Cumiana (TO) – Un evento che ha la straordinarietà di non essere solo un Festival Jazz, ma una opportunità per il territorio e la sua cultura che si apre al mondo

I cittadini di Cumiana hanno avuto un vero e proprio privilegio, ossia quello di “contribuire” personalmente alla realizzazione di un evento che pone i luoghi e chi li vive al centro di un contesto dove la musica unisce più che mai. I cittadini hanno investito nel progetto, hanno messo a disposizione i propri spazi per ospitare gli ospiti giunti da tutto il mondo.

E così musicisti, promoter, giornalisti, fotografi, intellettuali, direttori artistici, blogger e tutti gli addetti ai lavori, provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento a Cumiana, per dare al mondo della cultura un nuovo stimolo ed una nuova chance di futuro per le nuove generazioni.

ll Jazzit fest, ideato e diretto da Luciano Vanni ormai per il quarto anno consecutivo,  non è un semplice festival che parla la lingua del jazz, ma un vero e proprio scambio tra chi sceglie quei luoghi per condividere una “residenza creativa”, che per tre giorni diventa l’opportunità di mettere a disposizione degli altri le proprie competenze, perché – proprio come spiega Luciano Vanni – la musica ed il jazz in particolare, non rappresentano solo un aspetto artistico ma anche “e soprattutto” sociale.

E così l’intera comunità di Cumiana, che conta circa 8 mila persone, si è preparata un anno intero per ospitare l’evento e i suoi protagonisti, mettendo a disposizione tutto quello che avevano: la propria casa, la propria macchina, ma anche “donazioni”, il proprio tempo e tanta tanta passione, quella con la quale si nasce e senza non si può vivere.

L’importanza fondamentale dell’ospitalità, dell’accoglienza e della condivisione sono diventati in questi tre giorni 24/25/26 giugno, il segno tangibile della civiltà, del turismo culturale che si serve di guide turistiche locale, mentre il paese si apre a workshop, showcase, masterclass, laboratori di musica per bambini e cinema per i più piccoli.

Una vera “festa”. In quel nome, così significativo, “Jazzitfest” c’è proprio tutto, compresa la gioia di fare, di apprendere, di scambiare sinergie e competenze, di condividere spazi, momenti, emozioni.

La cosa straordinaria è che questa iniziativa non prevede né contributi pubblici, né ingressi a pagamento che possano sostenere le spese, ma viene realizzata con il sostegno di chi crede ed investe in questa opportunità culturale, attraverso delle donazioni raccolte per mezzo della “Banca di Sviluppo Culturale”. Il 40% delle donazioni, sarà utilizzato per la fondazione di una Casa Civica della Musica.

Il Jazzit Fest, è patrocinato da Comitato Giovani Unesco ed anche da Legambiente.

Luciano Vanni - Foto di Paola Giordano

Grandi sforzi, ma anche grande capacità ed energia quella profusa da Luciano Vanni, esperto editore, conoscitore non solo del jazz ma anche delle dinamiche che portano il contributo sociale di tutti, al centro di eventi che elevano concretamente le opportunità sociali nelle quali a vincere è la cultura.

Partiva dai borghi medievali dell’Umbria, nel 2013, e precisamente da Collescipoli, il Jazzit Festival, voluto e realizzato da Vanni, ed essendo itinerante, quest’anno è approdato a Cumiana, dove 160 artisti, hanno dato vita ad una maratona nella quale vince la musica, vince la cultura, una cultura che sfugge ad ogni classificazione, ma che mostra la sua grande creatività, facendo comunità, intrecciando le storie dei borghi e dei propri cittadini, che si sposano benissimo con la storia del jazz.

I nomi di chi da tutta Italia e dal resto del mondo come gli Stati Uniti sono giunti a Cumiana sono famosi ma non solo; sono il simbolo della capacità di creare intorno a se passione, musica e condivisione. Da Dave Schroeder in quartetto, a Mario Nappi in trio. E poi ancora da Giuseppe Bassi in duo con Eugenio Macchia, ad Antonio Figura in piano solo. Ma tante altre le iniziative e non solo performance, quelle che hanno dato “respiro” a Cumiana, in tre giorni tutti da godere.

Un plauso a Luciano Vanni che l’ha ideato, voluto e realizzato, il suo Jazzit Fest, che poi è divenuto di tutti, è divenuto un appuntamento al quale ci si prepara per un anno intero, perché ognuno ci mette del proprio ed il senso… “è tutto lì”.

Simona Stammelluti

Cosenza – L’atmosfera era come sempre delle più suggestive ed estremamente emozionante, per location ed intenzioni, considerato che ormai sono 2 anni che il concerto realizzato in onore di Lilli Funaro dall’associazione che porta il suo nome – gestita magistralmente dalla sua famiglia –  si svolge nella splendida cornice del Castello Svevo di Cosenza, tornato a nuovo splendore e capace di accogliere molte interessanti iniziative.

Chiara Civello e Mirko Onofrio - foto Mafalda Meduri

Sono 12 gli anni nei quali la famiglia Funaro, realizza questo concerto, che ha come interesse unico, quello di raccogliere fondi per sostenere la ricerca sul cancro, oltre alla volontà di realizzare borse di studio per ragazzi meritevoli, in nome di quella giovane Lilli,  strappata alla vita e alla sua famiglia, troppo presto.

La gente che ha risposto all’invito è stata tanta, sinonimo del fatto che non solo sempre più spesso ci si mostri attenti per le iniziative che raccontano “del buono”, ma anche perché ormai da anni, la famiglia Funaro ed il loro entourage, sa come mettere a punto ogni dettaglio della loro pregevole attività no profit, oltre a quei concerti che negli anni passati hanno visto artisti come Pino Daniele, Vecchioni, Mannoia, De Crescenzo, Capossela, De Gregori, e lo scorso anno, un trio d’eccezione formato da Peppe Servillo, Natalio Mangalavite e Javier Girotto. Un concerto che lo scorso anno, fu di un livello difficile da replicare, che incantò un pubblico accorso numerosissimo.

Anche quest’anno i cosentini, hanno raccolto l’invito per quell’appuntamento con la speranza, con la solidarietà, con la musica. Eppure accadde che non sempre gli artisti siano in perfetta forma, e forse è stato il caso di Chiara Civello, apprezzata cantautrice italiana, che ha modellato il suo stile con incursioni jazz, che canta la bossanova in maniera deliziosa, che ieri sera, ha provato a creare un’atmosfera modello “io, te e 250 amici”, ma che – a mio avviso – non è riuscita perfettamente nell’intento, malgrado insieme al lei, sul palco ci fosse un talentuosissimo Mirko Onofrio, polistrumentista della formazione Brunori Sas che sul palco del castello svevo, ieri sera ha portato un flauto traverso con testata curva, che gli ha permesso di creare delle vere e proprie incursioni sofisticate e mai banali, all’interno di repertorio scelto dalla Civello, che forse non si adatta perfettamente al suo solito “mood”.

Il concerto ha il via, dopo le parole accorate di Michele Funaro al pubblico presente, con “Vieni via con me”, seguito da “Che mi importa del mondo” cantata in portoghese, che la Civello canta imbracciando la chitarra, accompagnata dalle note soffiate e calde del flauto di Onofrio.

E’ alla fine del secondo brano che la cantante saluta il pubblico raccontando che quello è un concerto in formazione intima, nato proprio per tradire le scalette, mentre lascia che sia il cuore a guidare la performance tra canzoni scritte dalla stessa ed altre che lei stessa ammette, avrebbe voluto scrivere lei.

E così arriva il momento di “Resta” e “Un uomo che non sa dire addio”, due dei suoi più famosi pezzi, quelli che l’hanno fatta conoscere al grande pubblico.

Poi la stessa cantautrice si siede al pianoforte e vengono fuori pezzi che, da “Moon River” celeberrimo brano datato 1961, scritto da Henry Mancini, arriva  a “Veleno” del 1947, divenuto celebre nella versione portoghese, ma che Chiara canta in italiano, dopo aver raccontato dei suoi viaggi in Brasile, dove la sua musica è conosciuta ed apprezzata.

Eppure che la Civello non è in perfetta forma, lo si percepisce durante l’esecuzione del brano “Fortissimo”, scritto da Bruno Canfora per Mina, cantato anche da Rita Pavone  e che, nella esecuzione della Civello, perde molto del suo significato, perché sussurrato forse, dove invece le note sottolineano il senso di quel “che ti amo fortissimo”.

Il pubblico applaude, ma non sembra particolarmente coinvolto, neanche quando la cantante chiede la collaborazione dei presenti per accompagnarla in quel viaggio musicale, scelto forse, in maniera troppo “improvvisata”.

Canta “come una rosa”, di Capossela, dopo aver chiesto al pubblico se conoscesse o meno “Vinicio” e dopo aver ironizzato sulla sua parlata di donna romana, figlia di un papà siciliano e una mamma pugliese.

Imbraccia ancora la chitarra per cantare una fin troppo famosa “senza fine” e nella sua versione di “que reste t, de el nos amours”, cantata in francese, che Chiara mostra di non essere perfettamente in forma, mentre a sostenere quel pezzo così antico e al contempo così ricco di atmosfere, ci pensa il flauto di Mirko Onofrio, che le offre ottimi spunti per svisare quel tanto che basta per impreziosire la performance.

“Tre” è il blues, scritto a 4 mani con Rocco Papaleo, che la Civello esegue con un bel riff.

Scomoda Carosone e con la collaborazione del pubblico esegue “tu vo fa l’americano”, e sul finale, lascia andare “Il mondo”, ma sembra sbagliare tonalità tanto che la seconda strofa la canta un’ottava sotto, senza però riuscire ad eseguire per bene tutte le note, e allora sapientemente ripiega su “io che amo solo te”, con la quale saluta il pubblico, già in piedi, pronto a raggiungere l’uscita.

Capita.
Non sempre si può essere al massimo delle proprie possibilità, ma la serata era così pregna di buoni propositi e di amore, che alla fine, anche i più esperti in materia, hanno apprezzato tutto, come se fosse stato impeccabile.

Simona Stammelluti

Fino a ieri a Londra ci sentivamo a casa. Oggi è panico e ci si chiede cosa accadrà, oltre che dal punto di vista economico, anche per chi ad oggi in Inghilterra vive, lavora anche come freelance

Vince la Brexit al Referendum e l’Inghilterra è fuori dall’Europa. Statisti, economisti in queste ore si interrogano su quali saranno i radicali cambiamenti derivanti da questo risultato venuto fuori dalla domanda: “remain” or “leave”? Dentro o fuori? Fuori, dunque la scelta definitiva, che ha vinto con un distacco di quasi un milione di voti.

E’ un nuovo giorno pieno zeppo di incognite per l’Europa, ma per gli inglesi ad oggi è il nuovo “Indipendence Day”, il giorno nel quale si “liberano da Bruxelles” – così come ha dichiarato Nigel Farage, leader dell’ UPIK (Partito per l’indipendenza del Regno Unito).

La prima drammatica reazione l’hanno avuto i mercati finanziari; La sterlina è piombata ai minimi storici sul dollaro. Panico anche nelle borse asiatiche e a picco i futures sul mercato di Londra. Milano perde il 10%. I maggiori timori riguardano i titoli bancari.

Intanto la Banca Centrale Europea, diretta da Mario Draghi ha annunciato di “essere pronta ad iniettare liquidità in euro ed altre valute, per contenere il contraccolpo della Brexit”. Dovrebbero essere dunque, preparati all’emergenza.

Ma nella questione più pratica, quella degli italiani che ad oggi vivono e lavorano a Londra, per esempio, cosa accadrà? E per quelli che avevano intenzione di trasferirsi in Gran Bretagna, prossimamente? Cosa accadrà al turismo, al lavoro, agli studenti?

In queste ora dare queste risposte in maniera esaustiva non è semplice. Ad oggi circa mezzo milione di italiani, vive e lavora nella capitale britannica ed in tutto il Regno Unito, e lì fino a poche ore fa, ci si sentiva “a casa”. Ma da oggi più di qualcosa cambierà al loro vivere.  E’ stato l’ambasciatore italiano a Londra, Pasquale Terracciano, a fare qualche previsione. Per chi paga le tasse in Inghilterra da almeno 5 anni potrà richiedere un permesso di cittadinanza. In molti lo faranno, prossimamente, ma dovranno attendere almeno un anno, oltre a dover spendere circa mille sterline. Chi invece non ha intenzione di restare, potrà chiedere un visto di lavoro da rinnovare ogni 2/3 anni, fino a 5, presentando una richiesta del proprio datore di lavoro, praticamente come si fa attualmente negli Stati Uniti.

Ma le cose cambieranno in maniera radicale per chi ancora non c’è in Inghilterra ma stava pensando di andarci a studiare, o a lavorare. Non si potrà “sostare” a Londra, per esempio, con una sistemazione provvisoria mentre ci si cerca un lavoro, ma quel lavoro bisognerà trovarlo prima ancora di arrivare. Pertanto tutti quelli che al momento sono in quella condizione, dovranno tornare in patria. Accadrà dunque che molti rinunceranno a partire, o cercheranno lavoro e dimora in altri luoghi, in Europa, come ad esempio la Scozia, se sceglierà di restare in Europa.

Che non sia stata questa, una delle motivazioni determinanti di questa “uscita”? Quel numero sempre crescente di persone capaci, che migravano in Inghilterra, stabilendosi e lavorando in quella terra?

Le cose resteranno pressoché intatte per il turismo. Chi a Londra vuole andarci in vacanza, potrà farlo, senza visto e volendo, in quei tre mesi consentiti per la permanenza, potrebbe idealmente cercare un lavoro, anche se la trafila sarà senza dubbio più complicata di come avveniva fino a ieri.

Gli studenti potranno chiedere un “visto di studio”, ma non potranno più chiedere il prestito esteso a tutti gli europei, che serve a coprire le 9 mila sterline di retta universitaria, da restituire a rate solo dopo la laurea, e solo se si ha un lavoro. Pertanto per un ragazzo italiano che vorrà fare l’università a Londra sarà molto più dispendioso.

Si attende il futuro, in una Europa che forse, qualche domanda dovrebbe incominciare a farsela…seriamente.

Simona Stammelluti

Castrovillari (Cs) – Nella cornice suggestiva dell’atrio del Municipio, in una fresca serata di giugno, il concerto del quartetto di Dave Schroeder ha rappresentato uno dei momenti più significativi del Peperoncino Jazz Festival, che da anni è uno degli eventi di punta dell’estate calabrese, oltre che uno dei Jazz Festival più apprezzati a livello nazionale
Un concerto sofisticato, quello che ha visto esibirsi un quartetto nato dall’incontro e dalla sinergia della cultura musicale europea, con il grande jazz americano. A suonare con Dave Schoeder tre musicisti italiani, conosciutissimi e molto apprezzati nel panorama internazionale, che hanno masticato esperienze e collaborazioni a tutto tondo nell’ambiente jazzistico: Massimiliano Rolff al contrabbasso, Ettore Fioravanti alla batteria e Antonio Figura al pianoforte.
E’ proprio dall’incontro da Schoeder e Figura – avvenuto nel settembre del 2015 a New York – che nasce questo quartetto, estremamente versatile oltre che perfettamente calibrato su un repertorio che pone in evidenza la sensibilità jazzistica di ognuno dei musicisti, capaci di raccontare attraverso un linguaggio personalissimo e assai ben calibrato, virtuosismi e “coerenza” stilistica.
Un concerto su brani originali scritti per il quartetto, ed altri nati da precedenti progetti, vengono serviti al pubblico, attraverso il “lessico del jazz” che va dalla ballad al blues, sino alla bossa, “amabilmente”, e non si può non scovare, nel suono pianistico di Figura, la matrice del jazz di Bill Evans, che senza dubbio ha ispirato il talentuoso musicista italiano.
Anche se Dave Schoeder, è virtuoso del sax tenore,  sax sopranino e flauto basso, resta impresso l’uso che fa dell’armonica a bocca, dalla quale – durante l’esecuzione dei brani – esce tutta la struggente malinconia che appartiene al blues, e lo scambio che avviene tra Schoeder e Figura, quando lo statunitense rimbraccia il sax sopranino, ricorda tanto l’interplay e la grande vena lirica che appartenne al duo Stan Getz e Kenny Barron,  nell’indimenticabile album “people time”.
Le note che escono dal sax di Schoeder sono veloci e corrono dalle gravi alle acutissime con la complicità di un piano che, con maestria sa poi “dialogare” con il contrabbasso di Rolff in maniera impeccabile. La base ritmica – contrabbasso e la batteria di Fioravanti, che sa sempre come essere protagonista con il suo jazz moderno ma al contempo narrativo – è custodia perfetta di un repertorio che non delude per intensità del fraseggio e particolarità di arrangiamenti cuciti addosso ad ognuno dei musicisti.
Poche le parole che Schoeder regala al suo pubblico al quale in americano confessa di essere un uomo di “poche parole”, ma a raccontare e a presentare il concerto di pensa Antonio Figura che cita, sul finale di concerto il nome del suo pezzo “white shadow”, scritto da lui, e messo a disposizione del prestigioso quartetto.
E sul finale, un brano che è un vero e proprio “giro intorno al mondo” che approda alla bossanova, che Dave Schoeder suona con l’armonica, e che – racconta Antonio Figura – è nato da un gioco che fa con suo figlio, con la sua macchinina rossa, mentre il piccolo prova a portare il suo papà in giro, per il mondo.
Un pubblico attento ed infreddolito, non si è lasciato impressionare dalla serata pungente, ma ha ascoltato fino alla fine un concerto che è stato applaudito dai tanti appassionati, che attendono il Peperoncino Jazz Festival, per godere di una musica che sa mettere d’accordo gusto ed emozioni.
Simona Stammelluti
Foto di Giuseppe Di Donna

Castrovillari (Cs) – Nella cornice suggestiva dell’atrio del Municipio, in una fresca serata di giugno, il concerto del quartetto di Dave Schroeder ha rappresentato uno dei momenti più significativi del Peperoncino Jazz Festival, che da anni è uno degli eventi di punta dell’estate calabrese, oltre che uno dei Jazz Festival più apprezzati a livello nazionale
Un concerto sofisticato, quello che ha visto esibirsi un quartetto nato dall’incontro e dalla sinergia della cultura musicale europea, con il grande jazz americano. A suonare con Dave Schoeder tre musicisti italiani, conosciutissimi e molto apprezzati nel panorama internazionale, che hanno masticato esperienze e collaborazioni a tutto tondo nell’ambiente jazzistico: Massimiliano Rolff al contrabbasso, Ettore Fioravanti alla batteria e Antonio Figura al pianoforte.
E’ proprio dall’incontro da Schoeder e Figura – avvenuto nel settembre del 2015 a New York – che nasce questo quartetto, estremamente versatile oltre che perfettamente calibrato su un repertorio che pone in evidenza la sensibilità jazzistica di ognuno dei musicisti, capaci di raccontare attraverso un linguaggio personalissimo e assai ben calibrato, virtuosismi e “coerenza” stilistica.
Un concerto su brani originali scritti per il quartetto, ed altri nati da precedenti progetti, vengono serviti al pubblico, attraverso il “lessico del jazz” che va dalla ballad al blues, sino alla bossa, “amabilmente”, e non si può non scovare, nel suono pianistico di Figura, la matrice del jazz di Bill Evans, che senza dubbio ha ispirato il talentuoso musicista italiano.
Anche se Dave Schoeder, è virtuoso del sax tenore,  sax sopranino e flauto basso, resta impresso l’uso che fa dell’armonica a bocca, dalla quale – durante l’esecuzione dei brani – esce tutta la struggente malinconia che appartiene al blues, e lo scambio che avviene tra Schoeder e Figura, quando lo statunitense rimbraccia il sax sopranino, ricorda tanto l’interplay e la grande vena lirica che appartenne al duo Stan Getz e Kenny Barron,  nell’indimenticabile album “people time”.
Le note che escono dal sax di Schoeder sono veloci e corrono dalle gravi alle acutissime con la complicità di un piano che, con maestria sa poi “dialogare” con il contrabbasso di Rolff in maniera impeccabile. La base ritmica – contrabbasso e la batteria di Fioravanti, che sa sempre come essere protagonista con il suo jazz moderno ma al contempo narrativo – è custodia perfetta di un repertorio che non delude per intensità del fraseggio e particolarità di arrangiamenti cuciti addosso ad ognuno dei musicisti.
Poche le parole che Schoeder regala al suo pubblico al quale in americano confessa di essere un uomo di “poche parole”, ma a raccontare e a presentare il concerto di pensa Antonio Figura che cita, sul finale di concerto il nome del suo pezzo “white shadow”, scritto da lui, e messo a disposizione del prestigioso quartetto.
E sul finale, un brano che è un vero e proprio “giro intorno al mondo” che approda alla bossanova, che Dave Schoeder suona con l’armonica, e che – racconta Antonio Figura – è nato da un gioco che fa con suo figlio, con la sua macchinina rossa, mentre il piccolo prova a portare il suo papà in giro, per il mondo.
Un pubblico attento ed infreddolito, non si è lasciato impressionare dalla serata pungente, ma ha ascoltato fino alla fine un concerto che è stato applaudito dai tanti appassionati, che attendono il Peperoncino Jazz Festival, per godere di una musica che sa mettere d’accordo gusto ed emozioni.
Simona Stammelluti
Foto di Giuseppe Di Donna

Torna il terrore, torna la paura, torna lo sconforto nel sapere che il massacro non si arresta

Era un locale omosessuale, ma al suo interno anche giovani etero che insieme ai proprio amici erano andati lì per ballare, ascoltare la musica preferita, divertirsi.

Sono le due di notte, e il nightclub chiamato Pulse, ad Orlando, diventa teatro dell’orrore e torna la cronaca di una strage. Le persone che avevano preso parte alla serata erano state circa 320, quella sera, ma la serata si avviava alla fine ed erano circa un centinaio gli ultimi ragazzi che volevano godersi l’ultimo brano. Un uomo all’improvviso incomincia a sparare sul soffitto e contro la gente che balla sulla pista. Chi è vicino al bancone del bar e che è riuscita a mettersi in salvo, racconta di essersi avviato verso l’uscita posteriore. Molti si stendono sul pavimento. Un ragazzo scrive alla mamma l’ultimo messaggio prima di morire, dal bagno dove ha provato a rifugiarsi. Una ragazza, nel locale in compagnia della sua migliore amica, riprende la serata danzante, fin quando non sente gli spari, cerca di capire cosa stia accadendo, e poi il video si interrompe. Neanche per lei ci sarà scampo. Non c’è stato scampo per i 50 ragazzi che soccombono, e 53 saranno i feriti. La strage è messa in atto da un ragazzo americano di nascita ma di origine afgane, 29 anni, Omar Mateen, che di professione fa la guardia giurata, che entra nel locale con una pistola ed un mitragliatore d’assalto sparando all’impazzata verso i ragazzi che ballano spensierati. L’omicida è stato poi ucciso dalla polizia nel conflitto a fuoco che ne è seguito.

Colpito cosa, dunque…l’omosessualità, considerato che alcuni suoi colleghi lo definivano omofobo? Il divertimento, la spensieratezza che lui forse, non aveva mai avuto? Il terrore, per mano dei terroristi, ancora come a Parigi, come al Bataclan.

Mentre arriva la notizia della strage, vi è l’arresto di un uomo a bordo di una macchina diretta a Santa Monica, con a bordo una sorta di arsenale, tra esplosivi e fucili d’assalto, diretta a Los Angeles, dove si sta svolgendo il Gay Pride. Si sta dunque indagando sulla probabile connessione tra i due uomini che potrebbero aver organizzato insieme gli attentati terroristici.

L’Isis ha rivendicato l’attentato di Orlando. “Omar era uno di noi” – ha scritto l’agenzia Amaq. Fatto sta che il killer era già noto all’FBI, come simpatizzante dell’Isis, finendo nel mirino dell’FBI nel 2013 e poi ancora nel 2014, tanto che venne aperta un’indagine su di lui, che poi fu chiusa perché non fu trovato nulla che potesse essere utile per il proseguo delle indagini.

Il padre dell’attentatore si è scusato per il folle gesto del figlio, ed ha sottolineato che quanto accaduto non è stato – a suo avviso – pianificato dal ragazzo per motivi religiosi, ma racconta di aver notato qualche tempo fa suo figlio reagire male, vedendo due ragazzi che si baciavano.

Gesto omofobo, gesto terroristico.

Il “Bataclan” di Orlando, il terrore che si ripete e che lascia il mondo ancora una volta annientato e sgomento.

Simona Stammelluti

Torna il terrore, torna la paura, torna lo sconforto nel sapere che il massacro non si arresta

Era un locale omosessuale, ma al suo interno anche giovani etero che insieme ai proprio amici erano andati lì per ballare, ascoltare la musica preferita, divertirsi.
Sono le due di notte, e il nightclub chiamato Pulse, ad Orlando, diventa teatro dell’orrore e torna la cronaca di una strage. Le persone che avevano preso parte alla serata erano state circa 320, quella sera, ma la serata si avviava alla fine ed erano circa un centinaio gli ultimi ragazzi che volevano godersi l’ultimo brano. Un uomo all’improvviso incomincia a sparare sul soffitto e contro la gente che balla sulla pista. Chi è vicino al bancone del bar e che è riuscita a mettersi in salvo, racconta di essersi avviato verso l’uscita posteriore. Molti si stendono sul pavimento. Un ragazzo scrive alla mamma l’ultimo messaggio prima di morire, dal bagno dove ha provato a rifugiarsi. Una ragazza, nel locale in compagnia della sua migliore amica, riprende la serata danzante, fin quando non sente gli spari, cerca di capire cosa stia accadendo, e poi il video si interrompe. Neanche per lei ci sarà scampo. Non c’è stato scampo per i 50 ragazzi che soccombono, e 53 saranno i feriti. La strage è messa in atto da un ragazzo americano di nascita ma di origine afgane, 29 anni, Omar Mateen, che di professione fa la guardia giurata, che entra nel locale con una pistola ed un mitragliatore d’assalto sparando all’impazzata verso i ragazzi che ballano spensierati. L’omicida è stato poi ucciso dalla polizia nel conflitto a fuoco che ne è seguito.
Colpito cosa, dunque…l’omosessualità, considerato che alcuni suoi colleghi lo definivano omofobo? Il divertimento, la spensieratezza che lui forse, non aveva mai avuto? Il terrore, per mano dei terroristi, ancora come a Parigi, come al Bataclan.
Mentre arriva la notizia della strage, vi è l’arresto di un uomo a bordo di una macchina diretta a Santa Monica, con a bordo una sorta di arsenale, tra esplosivi e fucili d’assalto, diretta a Los Angeles, dove si sta svolgendo il Gay Pride. Si sta dunque indagando sulla probabile connessione tra i due uomini che potrebbero aver organizzato insieme gli attentati terroristici.
L’Isis ha rivendicato l’attentato di Orlando. “Omar era uno di noi” – ha scritto l’agenzia Amaq. Fatto sta che il killer era già noto all’FBI, come simpatizzante dell’Isis, finendo nel mirino dell’FBI nel 2013 e poi ancora nel 2014, tanto che venne aperta un’indagine su di lui, che poi fu chiusa perché non fu trovato nulla che potesse essere utile per il proseguo delle indagini.
Il padre dell’attentatore si è scusato per il folle gesto del figlio, ed ha sottolineato che quanto accaduto non è stato – a suo avviso – pianificato dal ragazzo per motivi religiosi, ma racconta di aver notato qualche tempo fa suo figlio reagire male, vedendo due ragazzi che si baciavano.
Gesto omofobo, gesto terroristico.
Il “Bataclan” di Orlando, il terrore che si ripete e che lascia il mondo ancora una volta annientato e sgomento.
Simona Stammelluti

Ho ascoltato in anteprima il primo disco di Fabio Cinque, siciliano Doc, che dopo aver calcato i palcoscenici di mezza Europa, si è fermato e ha scritto questo album, #comesenoncifosseundomani

Un disco è sempre come un mondo a se, quello che appartiene a chi ha delle idee, e che poi decide “cosa” farle diventare. Spacchettare il disco di Fabio Cinque è stato come entrare in un negozio di dolciumi seguendo un profumo, per poi rimanere indecisi su cosa assaggiare. Un packaging bello e funzionale, con “un senso”. Perché quando apri la custodia, entri per davvero nel suo mondo, attraverso i suoi occhi, i colori e le sfumature che solo un uomo del sud sa come condividere con gli altri, in maniera così seduttiva.

Un libretto raccoglie i testi, stampati su immagini che raccontano ognuno dei nove brani e nell’ultima pagina, i nomi di tutti coloro che in questo bel progetto hanno creduto e lo hanno sostenuto attraverso il crowdfunding.

Ma poi la curiosità ti porta dritto dritto ad “ascoltare” quello che è un disco scritto da un cantautore non improvvisato, che con la musica ha fatto l’amore prima ancora che le appartenesse completamente, forse.

E’ un disco che parla di vita, di gioia, di opportunità e di rinascita. Ogni traccia racconta una storia, una storia vissuta, che si potrebbe vivere o che a volte si è sognata, senza viverla per davvero. E’ un susseguirsi di emozioni, di parole “aggiustate a festa”, messe in ordine quel tanto che basta per poter far compagnia a chi ha ancora qualche dubbio su quanto bella possa essere la vita, anche se a volte sembra indifferente alle nostre richieste e alle nostre necessità.

C’è tutta una vita, in questo disco. Ci sono le origini, le canzoni cantante in dialetto siciliano, ci sono sogni e c’è pure tanto coraggio; quello che serve per arrivare “fino in fondo”, e Fabio Cinque, con questo disco è arrivato non solo dove voleva, ma anche dove “doveva”, ossia a mettere nel suo paniere ciò che sa fare e che merita di essere apprezzato per qualità e pregio espressivo.

Un cantautorato schietto, originale ed appagante, quello di Fabio Cinque che nel disco oltre alla voce, suona la chitarra, il basso, il contrabbasso e il marranzano, conosciuto come “scacciapensieri”. Gli arrangiamenti sono molto ben articolati e la parte acustica, si tiene per mano con la parte più “rock” dove la chitarra la fa da padrone, come nel brano “la strada (che ho)”. Nel disco tanti strumenti e tanti musicisti. Ogni strumento lascia l’impronta negli arrangiamenti scelti per dare la giusta incisività a testi, che spesso nascondono una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma che a volte in molti fanno finta di non vedere.

Fiati e archi, non sono mai usati a caso, e rendono alcuni pezzi “tondi”, completi, raffinati e caldi, come nel caso della traccia numero 4, “ascunta u ventu”, quando la tromba di Emanuele Calvosa, regge la melodia e la trasporta in alto, attraverso note acute e vellutate, che si adagiano poi sul rumore del mare, che chiude il pezzo.

Nel disco c’è un brano, “Nuvole” nel quale i cori sono realizzati da Elisa, la figlia di Fabio Cinque, che, azzardando, potrebbe diventare il tormentone dell’estate. E’ simpatico, accattivante, orecchiabile.

Il pezzo di Rosa Balistreri “cu ti lu dissi”, si distingue per come Cinque lo interpreta, ossia con particolare enfasi, mentre suonano i violini malinconici e passionali di Teresa Giordano e Pasquale Gravina.

Eppure a mio avviso, il pezzo che detta il senso del disco, resta “Ricadi”, già singolo, che racchiude – per testo e sound – la verve e la tempra di Fabio Cinque cantautore, colui che ha un messaggio da consegnare, e lo fa #comesenoncifosseundomani.

Nel disco è ospite Ricky Portera, ma per sapere in che brano ha prestato la sua chitarra, dovrete comprare il disco.

Fatevi un regalo, fate un regalo. Il disco merita, e vi farà bene. Esce il 16 giugno. Vi consegnerà la consapevolezza che all’indifferenza di giorni comuni, esiste sempre un antidoto…basta cercarlo.

Simona Stammelluti

Ho ascoltato in anteprima il primo disco di Fabio Cinque, siciliano Doc, che dopo aver calcato i palcoscenici di mezza Europa, si è fermato e ha scritto questo album, #comesenoncifosseundomani

Un disco è sempre come un mondo a se, quello che appartiene a chi ha delle idee, e che poi decide “cosa” farle diventare. Spacchettare il disco di Fabio Cinque è stato come entrare in un negozio di dolciumi seguendo un profumo, per poi rimanere indecisi su cosa assaggiare. Un packaging bello e funzionale, con “un senso”. Perché quando apri la custodia, entri per davvero nel suo mondo, attraverso i suoi occhi, i colori e le sfumature che solo un uomo del sud sa come condividere con gli altri, in maniera così seduttiva.
Un libretto raccoglie i testi, stampati su immagini che raccontano ognuno dei nove brani e nell’ultima pagina, i nomi di tutti coloro che in questo bel progetto hanno creduto e lo hanno sostenuto attraverso il crowdfunding.
Ma poi la curiosità ti porta dritto dritto ad “ascoltare” quello che è un disco scritto da un cantautore non improvvisato, che con la musica ha fatto l’amore prima ancora che le appartenesse completamente, forse.
E’ un disco che parla di vita, di gioia, di opportunità e di rinascita. Ogni traccia racconta una storia, una storia vissuta, che si potrebbe vivere o che a volte si è sognata, senza viverla per davvero. E’ un susseguirsi di emozioni, di parole “aggiustate a festa”, messe in ordine quel tanto che basta per poter far compagnia a chi ha ancora qualche dubbio su quanto bella possa essere la vita, anche se a volte sembra indifferente alle nostre richieste e alle nostre necessità.
C’è tutta una vita, in questo disco. Ci sono le origini, le canzoni cantante in dialetto siciliano, ci sono sogni e c’è pure tanto coraggio; quello che serve per arrivare “fino in fondo”, e Fabio Cinque, con questo disco è arrivato non solo dove voleva, ma anche dove “doveva”, ossia a mettere nel suo paniere ciò che sa fare e che merita di essere apprezzato per qualità e pregio espressivo.
Un cantautorato schietto, originale ed appagante, quello di Fabio Cinque che nel disco oltre alla voce, suona la chitarra, il basso, il contrabbasso e il marranzano, conosciuto come “scacciapensieri”. Gli arrangiamenti sono molto ben articolati e la parte acustica, si tiene per mano con la parte più “rock” dove la chitarra la fa da padrone, come nel brano “la strada (che ho)”. Nel disco tanti strumenti e tanti musicisti. Ogni strumento lascia l’impronta negli arrangiamenti scelti per dare la giusta incisività a testi, che spesso nascondono una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma che a volte in molti fanno finta di non vedere.
Fiati e archi, non sono mai usati a caso, e rendono alcuni pezzi “tondi”, completi, raffinati e caldi, come nel caso della traccia numero 4, “ascunta u ventu”, quando la tromba di Emanuele Calvosa, regge la melodia e la trasporta in alto, attraverso note acute e vellutate, che si adagiano poi sul rumore del mare, che chiude il pezzo.
Nel disco c’è un brano, “Nuvole” nel quale i cori sono realizzati da Elisa, la figlia di Fabio Cinque, che, azzardando, potrebbe diventare il tormentone dell’estate. E’ simpatico, accattivante, orecchiabile.
Il pezzo di Rosa Balistreri “cu ti lu dissi”, si distingue per come Cinque lo interpreta, ossia con particolare enfasi, mentre suonano i violini malinconici e passionali di Teresa Giordano e Pasquale Gravina.
Eppure a mio avviso, il pezzo che detta il senso del disco, resta “Ricadi”, già singolo, che racchiude – per testo e sound – la verve e la tempra di Fabio Cinque cantautore, colui che ha un messaggio da consegnare, e lo fa #comesenoncifosseundomani.
Nel disco è ospite Ricky Portera, ma per sapere in che brano ha prestato la sua chitarra, dovrete comprare il disco.
Fatevi un regalo, fate un regalo. Il disco merita, e vi farà bene. Esce il 16 giugno. Vi consegnerà la consapevolezza che all’indifferenza di giorni comuni, esiste sempre un antidoto…basta cercarlo.
Simona Stammelluti

Non ci sta Arisa, al secolo Rosalba Pippa, che malgrado 2 Sanremo vinti, e svariati dischi di platino, è stata snobata dal Wind Music Awards

Non l’hanno invitata.Come se non esistesse nel panorama musicale italiano, eppure Arisa, resta una delle migliori cantanti italiane, capace di grande intonazione e capacità espressiva. Una interprete di tutto rispetto, che meritava di calcare il palco dei Wind Music Awards, evento che premia i nomi più famosi della musica italiana.

E così attraverso i social network Arisa si sfoga con un post che fa riflettere. Racconta che nel mondo della musica di sono “quelli fighi, e quelli no”. Accusa il mondo dello spettacolo, e le sue parole trasudano grande amarezza, soprattutto quando la cantante lucana, nel suo sfogo, attacca dicendo che “non permetterà a nessuno di farle fare la fine di Mia Martini”.
Neanche al “Concertone di Radio Italia”, è stata invitata, insomma è stato come se Arisa, non esistesse come cantante, come Big della musica italiana. E ci sarebbe da guardare l’elenco di quelli che invece sono stati invitati, per i quali – così come Arisa commenta nel suo post – sono state fatte le dovute eccezioni, anche se non hanno vinto i platino, o altro.
Si interroga adesso sul suo cammino, fatto da sempre di sudore e di nessun aiuto, di quel dovercela fare da sola. Ma su una cosa è certa…nessuno le farà fare la fine della grande Mia Martini, che nessuno voleva “in giro” perché portava male, perché era troppo malinconica, perché non era adeguata al circuito.
E se le luci dei riflettori qualcuno decide di spegnerli, forse sarebbe il caso di arrampicarsi ad accendere le stelle, perché una voce bella, che canta bene canzoni piacevolissime, merita di continuare a farlo, a discapito di meccanismi che rispettano forse, solo le regole di un mercato “senza regole logiche”.
Ma spera che andrà meglio, Arisa, e non molla.
E resta la voce migliore del panorama pop italiano, del momento. Anche se qualcuno, fa finta di non saperlo.

Simona Stammelluti