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Se il sedicenne adesso in coma, dopo aver subito un delicatissimo intervento alla testa dovesse morire, i tre aggressori si trasformerebbero in tre assassini

i tre aggressori -foto Ansa

E’ accaduto a Caltagirone, dove tre ragazzi tra i 18 e 32 anni, hanno aggredito tre ragazzi egiziani, trai 16 e i 17 anni, ospiti di un centro di accoglienza. Li hanno aggrediti a colpi di mazze da basball e spranghe. Gli stessi sono stati anche intimiditi con una pistola ad aria compressa di proprietà di uno degli aggressori, ritrovata poi dai carabinieri. Una vera e propria punizione, ai danni dei tre ragazzi stranieri, un pestaggio in piena regola.

I tre ragazzi egiziani sono stati fermati ed aggrediti mentre rientravano al centro di accoglienza per migranti, vicino Caltagirone. Da due macchine sono usciti tre uomini che li hanno pestati violentemente. Il sedicenne, forse il vero bersaglio del gruppo, è stato ferito gravemente alla testa, ed ora è in prognosi riservata, ricoverato presso il reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi-Nesima di Catania. I medici lo hanno sottoposto a “un intervento di svuotamento ematologico al cranio e si trova in stato di coma farmacologico”.

Gli aggressori sono stati arrestati grazie al video girato da uno delle vittime. Proprio davanti a quel video, i tre aggressori hanno confessato ed adesso sono accusati di tentato omicidio aggravato, lesioni personali e porto illegale di armi improprie. Si tratta di Antonino Spitale, di 18 anni, e i fratelli Giacomo e Davide Severo, di 32 e 23 anni.

Si cercano ancora due persone, che sarebbero rimaste in macchina ad attendere gli aggressori.

Simona Stammelluti

Ecco i nomi dei medagliati, dei talenti di casa nostra, gli azzurri che con talento e passione si sono distinti nelle gare olimpiche di Rio 2016, che si avviano al termine, con la manifestazione di chiusura che si terrà all’1 di questa notte, ora italiana.
Guardando il medagliere salta subito all’occhio come nel tiro a segno, si è vinto quasi tutto quello che c’era da vincere. E poi con la palla – che sia a volo o a nuoto – belle soddisfazioni colorate di azzurro.
28 medaglie portate a casa. Eccole nello specifico
1. ARGENTO il 21 Agosto
Pallavolo maschile
OLEG ANTONOV, EMANUELE BIRARELLI, SIMONE BUTI, MASSIMO COLACI, SIMONE GIANNELLI, OSMANY JUANTORENA, FILIPPO LANZA, MATTEO PIANO, SALVATORE ROSSINI, PASQUALE SOTTILE, LUCA VETTORI, IVAN ZAYTSEV
2. BRONZO il 21 Agosto
Lotta- Libera 65 kg
FRANK CHAMIZO
3. BRONZO il 20 Agosto
Pallanuoto maschile
MATTEO AICARDI, MICHAEL ALEXANDRE, BODEGAS MARCO, DEL LUNGO FRANCESCO, DI FULVIO PIETRO, FIGLIOLI ANDREA, FONDELLI VALENTINO, GALLO NICCOLÒ, GITTO ALESSANDRO, NORA CHRISTIAN, PRESCIUTTI NICHOLAS, PRESCIUTTI STEFANOTEMPESTI, ALESSANDRO VELOTTO
4. ARGENTO il 19 Agosto
Pallanuoto femminile
ROSARIA AIELLO,  ROBERTA BIANCONI, ALEKSANDRA COTTI, TANIA DI MARIO, GIULIA EMMOLO, TERESA FRASSINETTI,  ARIANNA GARIBOTTI, GIULIA GORLERO, FRANCESCA POMERI,  ELISA QUEIROLO,  FEDERICA RADICCHI, CHIARA TABANI, LAURA TEANI
5. ARGENTO il 19 Agosto
Beach Volley
DANIELE LUPO, PAOLO NICOLAI
6. ORO il 15 Agosto
Ciclismo – Pista Omnium
ELIA VIVIANI
7. ARGENTO il 15 Agosto
Nuoto di Fondo – 10 Km
RACHELE BRUNI
8. ARGENTO il 14 Agosto
Scherma – Spada a squadre
MARCO FICHERA, ENRICO GAROZZO, PAOLO PIZZO, ANDREA SANTARELLI
9. BRONZO il 14 Agosto
Tuffi – Trampolino 3 m
TANIA CAGNOTTO
10. ORO il 14 Agosto
Tiro a Segno – Carabina 3 p. 50 m (3×40)
NICCOLÒ CAMPRIANI
11. ORO il 13 Agosto
Nuoto – 1.500 m stile libero
GREGORIO PALTRINIERI
12. BRONZO il 13 Agosto
Nuoto – 1.500 m stile libero
GABRIELE DETTI
13. ORO il 13 Agosto
Tiro a Volo – Skeet (125 colpi)
GABRIELE ROSSETTI
14. ARGENTO il 12 Agosto
Tiro a Volo – Skeet (75 colpi)
CHIARA CAINERO
15. ORO il 12 Agosto
Tiro a Volo – Skeet (75 colpi)
DIANA BACOSI
16. BRONZO il 12 Agosto
Canottaggio – 4 senza (4-)
MATTEO CASTALDO, MATTEO LODO, DOMENICO MONTRONE, GIUSEPPE VICINO
17. BRONZO il 11 Agosto
Canottaggio – 2 senza (2-)
GIOVANNI ABAGNALE, MARCO DI COSTANZO
18. ARGENTO il 10 Agosto
Scherma – Fioretto individuale
ELISA DI FRANCISCA
19. ARGENTO il 10 Agosto
Tiro a Volo – Double trap (150 c.)
MARCO INNOCENTI
20. ARGENTO il 08 Agosto
Tiro a Volo – Trap (125 colpi)
GIOVANNI PELLIELO
21. ORO il 08 Agosto
Tiro a Segno – Carabina a.c. 10 m (60 c.)
NICCOLÒ CAMPRIANI
22. ORO il 07 Agosto
Scherma – Fioretto individuale
DANIELE GAROZZO
23. ORO il 07 Agosto
Judo – 66 kg
FABIO BASILE
24. ARGENTO il 07 Agosto
Judo – 52 kg
ODETTE GIUFFRIDA
25. ARGENTO il 07 Agosto
Tuffi – Tramp. 3 m sincro
TANIA CAGNOTTO  FRANCESCA DALLAPÈ
26. BRONZO il 07 Agosto
Ciclismo – Strada Individuale in linea
ELISA LONGO BORGHINI
27. BRONZO il 06 Agosto
Nuoto – 400 m stile libero
GABRIELE DETTI
28. ARGENTO il 06 Agosto
Scherma – Spada individuale
ROSSELLA FIAMINGO

Colpo su colpo, la finale di pallavolo maschile, vinta dai padroni di casa, che consegna agli azzurri una medaglia d’argento, che chiude Rio 2016

E’ stata una partita equilibrata, anche se è mancato qualcosa agli italiani, in corsa per la vittoria nella finale di pallavolo maschile. E’ mancato un pizzico di cinismo, una sorta di coesione che – davanti ad una folla tutta brasiliana – diventava necessaria minuto dopo minuto.

La medaglia d’oro va dunque ai brasiliani, e tocca accontentarsi di un argento, che però pesa quando un oro, perché i ragazzi di Blengini, hanno “giocato” bene, e meritavano di chiudere in bellezza la loro avventura olimpica di Rio De Janeiro.

Il Brasile ha vinto la finale olimpica maschile di pallavolo, battendo l’Italia dunque,  per tre set a zero. La partita è iniziata alle 18.15 ed è finita poco prima delle 20. Il Brasile ha vinto il primo set 25-22 e il secondo 28-26 e il terzo 26 a 24.

Italia-Brasile è da sempre uno scontro significativo, e nella storia olimpica l’Italia non ha mai vinto un oro, ma la nazionale maschile c’è arrivata vicina più volte; bronzo a Londra nel 2012, sul podio nelle 5 edizioni delle olimpiadi e quando non vi è andata, nel 2008 a Pechino, è arrivata quarta.

Nella semifinale l’Italia aveva battuto la fortissima USA, vincendo al tie break.

L’Italia è allenata dall’ex pallavolista Gianlorenzo Blengini, con il quale la squadra vinse l’argento nella Coppa del Mondo del 2015. I giocatori portentosi della squadra, sono  sicuramente capiterà di far caso Simone Giannelli, Ivan Zaytsev e Osmany Juantorena.

Giannelli ha 20 anni, da poco compiuti, palleggiatore, colui che alza la palla a chi deve schiacciarla, Considerato uno dei migliori palleggiatori al mondo.

Ivan Zaytsev ha 27 anni,  soprannominato “lo Zar”, ed è quello che qualche giorno fa ha fatto il servizio più veloce delle Olimpiadi (127 chilometri all’ora) e che contro gli Stati Uniti è andato in battuta quando l’Italia perdeva il quarto set 20 a 22. Una vera forza della natura, difficile resistere alla sua schiacciata.

Per l’Italia, quella vinta stasera con la pallavolo maschile, è la 28esima medaglia delle Olimpiadi di Rio.

Le lacrime dei pallavolisti italiani, che perdono l’oro, resterà nella memoria di questa bella avventura olimpica.

Simona Stammelluti

Mai come dopo aver guardato l’immagine di quel bambino, abbiamo negli occhi l’immagine di una guerra cruda, cruenta, orrenda che dura da più di 5 anni, che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, che ha messo in fuga milioni di anime

Le immagini dei bambini che muoiono, o che – come nel caso del piccolo Omran Daqneesh – sopravvivono ad una guerra che facciamo troppo presto a dimenticare, scuotono a momenti le nostre emozioni, quasi costringendoci a guardare lontano, oltre quel mondo che viviamo in clima vacanziero e spensierato. Le immagini del piccolo di 5 anni, salvatosi al bombardamento, che hanno fatto il giro del mondo, ci ricordano che esiste una guerra che va fermata; Quelle immagini ci hanno fatto commuovere ed indignare, perché racconta di bombardamenti che la Siria subisce ogni santo giorno, dove per chi combatte, si allontana sempre più l’ipotesi di una qualche forma di tregua.

Quel bambino sì, ci ricorda che esiste una guerra. Fatta di morti e di feriti. Proprio come il piccolo Omran, e quel suo sguardo perso nel vuoto, attraverso occhi che non sanno forse piangere più.  Un bambino rimasto ferito, contuso, come altri suoi coetanei, nel quartiere Qaterji, a causa di un bombardamento aereo, che non ha ancora un autore certo.

E’stata una testata locale, Aleppo Media Center, a realizzare quel video dal quale è stato poi realizzato quel fermo immagine, che ha fatto il giro del mondo, che è stato condiviso milioni di volte sui social network e che tutte le testate del mondo hanno mostrato. La scena dei soccorritori che tirano fuori grandi e piccini dalle materie, l’arrivo dell’ambulanza. Scene di ordinario giorno di guerra, dove i medici provano a fare il loro, a salvare vite, a curare le ferite, almeno quelle fisiche, come nel caso del piccolo Omran che è stato curato e coccolato, per quel che è stato possibile.

Foto e video valgono sicuramente più di tante parole, proferite e poi dimenticate. Pochi giorni fa, un nutrito gruppo di medici siriani, hanno scritto al presidente Obama, chiedendo aiuti per i tanti civili colpiti dai bombardamenti, che ostacolano proprio gli aiuti umanitari. Intanto l’inviato dell’Onu per la Siria, De Mistura, è tornato a chiedere una tregua di almeno 48 ore, in particolare ad Aleppo.

Uno stop immediato ai bombardamenti è auspicabile anche dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Federica Mogherini, che ha sottolineato la priorità assoluta della riuscita delle operazioni umanitarie.

La Russia si è detta pronta ad accogliere le istanze dell’Onu. Si ipotizza una tregua di 48 ore su base settimanale. Su Aleppo, dunque, la prossima settimana dorebbe partire l’interruzione “provvisoria” delle ostilità.

La guerra in Siria non è una guerra tra due eserciti ma tra decine di soggetti diversi con diverse alleanze internazionali, senza esclusione di colpi.  Lì tutti combattono contro tutti. A volte poi si alleano temporaneamente per poi combattersi di nuovo. Si alleano solo in certe zone, e combattono in altre.

Intanto quel bambino poi medicato, ci ricorda che esiste una guerra, a pochi passi dalle nostre vite patinate. Una guerra ingiusta e sbagliata, come tutte le guerre. Ma tanto domani arriva in fretta, quell’immagine simbolo di una guerra orrenda lascerà il posto a quella del bambino profugo, che magari non ce l’avrà fatta. E si procede per simboli di qualcosa, che ancora è più forte di ogni reale volontà.

Simona Stammelluti

Erano gli anni ’30 e nel panorama musicale di quel tempo c’erano due signori, Billie Holiday e Lester Young, che insieme realizzarono una serie di cose memorabili.

Potrei fare alcuni esempi, di quelli che saltano subito alla memoria: “That Way”, “Travlin’ All Alone” e “Easy Livin”.
Questi sono solo alcuni dei pezzi che li hanno visti vicini e complici.
Ma la collaborazione musicale e l’amicizia personale che ci fu tra i due titani del jazz, ebbe svariate sfumature.
Billie e Lester ebbero un incredibile rapporto intuitivo, quando capirono che avrebbero dovuto fare musica, insieme.

Ascoltando le loro registrazioni, è chiaro che si ispirarono a vicenda,
musicalmente, portando però in quel connubio parte della proprio vissuto, della propria personalità e del proprio bagaglio emotivo.
Cantare, per Billie Holiday, era un modo per sopravvivere.

LEI, Billie Holiday – nota come Lady Day, ma all’anagrafe Eleonora Fagan – era nata “povera e nera”, a Baltimora intorno al 1915. Era cresciuta a Harlem, insieme a sua madre che lavorava come domestica.  Billie sosteneva che la depressione per lei non fosse nulla di nuovo, perché aveva visto sempre e solo lei, durante la sua esistenza e con lei era cresciuta.
Billie aveva 15 anni, quando si presentò in un locale di Harlem per fare un provino per un posto di lavoro da ballerina.
Le dissero che non era “abbastanza brava” per essere una ballerina e allora provò a cantare, lì sul posto, e fu così che scopri che le piaceva così tanto farlo che avrebbe anche potuto pensare di fare quello, come lavoro, per sopravvivere.
Il suo cantare così incisivo e sofisticato, la portò ad esibirsi nei club di Harlem, nei primi anni ’30, quando fu scoperta dal un produttore discografico, John Hammond.
Da allora incominciò il successo come una delle più grandi interpreti vocali americane di jazz e blues.

LUI, Lester Young, tenorsassofonista, proveniva da una famiglia di New Orleans, nella quale erano tutti musicisti.
Quando aveva dieci anni, Lester suonava il rullante nella banda di suo padre, viaggiando in tutto il Midwest, con uno spettacolo itinerante, nei tendoni.
Fu durante la sua adolescenza, che partorì l’obiettivo di fare per conto suo.
All’inizio della sua carriera, Lester fu sollecitato a “smorzare” quel suo stile musicale così unico.
Si pensi a quando cominciò a suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson, e la moglie del leader, lo costrinse ad ascoltare i dischi di Coleman Hawkins più e più volte, in un vano tentativo di convincerlo a rinunciare al suo approccio lirico e di imitarne lo stile.
Fu solo quando Lester si unì all’orchestra di Count Basie presso la Sala Reno a Kansas City nel 1934, che il suo stile ebbe la possibilità di fiorire.

Billie e Lester si incontrarono ad una jam session di Harlem nei primi anni ’30 e poi lavorarono insieme nell’orchestra di Count Basie, nei locali notturni di New York, sulla 52esima.
Ad un certo punto della loro conoscenza, Lester si trasferì nell’appartamento che Billie condivideva con la madre, Sadie Fagan.
La storia racconta che Lester fosse un grande appassionato di cucina casalinga e stanco di vivere a New York stanze infestate dai topi d’albergo, decise di accettare l’invito di Sadie ad assaggiare le sue delizie e così lui decise di far parte di quella famiglia.
Fu quello un piacevole cambiamento per Billie e sua madre, che si ritrovarono ad avere un uomo per casa, e Lester fu sempre un vero gentiluomo.
Tra Lester e Billie ci fu del “tenero”, in molti lessero un grande amore, anche se lei, ha sempre sostenuto che la loro relazione fu solo platonica.
Fu lei a dare a Lester il soprannome di “Prez”, ossia “presidente” perché lui era l’unico in cima nei suoi pensieri.
Per Billie, Lester era il migliore, il più talentuoso di tutti, il più eclettico e insieme vissero gioie e dolori, trionfi e periodi di magra.
A sua volta lui, diede a Billie il famoso soprannome, “Lady Day”.
E questo perché lei era una “Signora”, sofisticata, schiva e schietta.
E poi quel “Day” diminutivo di “Holiday”.

Quando a Billie fu chiesto di spiegare il suo stile di canto, rispose:
Non penso mai che sto cantando. Mi sento come se sto giocando con un corno nel quale ci soffio di dentro. Cerco di improvvisare e quello che viene fuori è quello che sentite. Odio cantare diritto, devo sempre cambiare un brano a modo mio. Questo è tutto quello che so“.
E proposito di Lester Young, Billie ha detto:
Per me Lester é il più grande del mondo perché ama se stesso e la sua musica. I miei dischi preferiti sono quelli che ho fatto con Lester, perché mentre lui suona il suo sassofono tu lo ascolti e ci puoi quasi sentire le parole.

Lester Young e Billie Holiday erano entrambi anime particolarmente sensibili, facilmente ferite dai colpi duri del “music business” e dal razzismo palese, nell’America del 1930.
Per alleviare questo dolore, entrambi hanno trovato conforto nella droga e nell’alcool.

Lester Young morì il 15 marzo 1959 all’età di 49 anni.
Billie Holiday lo seguì pochi mesi dopo, nel mese di luglio.
Ne aveva solo 44, di anni.
Questi due vecchi amici finirono la loro vita in maniera tragica, insieme e il loro essere geni della musica e del jazz, fu logorato dall’uso pesante di droghe e alcool.

Attraverso la loro eredità, lasciata in registrazioni e meraviglie – e che magari un giorno a venire vi racconterò – Prez e Lady Day continuano a intrattenere il pubblico e di influenzare il corso della musica jazz.

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Simona Stammelluti

Insignito quest’anno del titolo di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, racconta i suoi 80 anni in quel sodalizio unico con Lucio Battisti, per il quale ha scritto quasi tutto

All’anagrafe Giulio Rapetti (anche se ad oggi quello pseudonimo fa parte del suo cognome che è divenuto Rapetti Mogol) è senza dubbio il più celebre paroliere della musica italiana. I più grandi capolavori degli anni 60 e 70 sono stati firmati da Mogol. Perché oltre che per Battisti, ha scritto per Mango, Adriano Celentano, Riccardo Cocciante e la PFM. Sono sue canzoni come “Oro”, “Io non so parlar d’amore”, e “Cervo a Primavera”.

Ha fondato il CET, scuola di formazione musicale nato per formare nuovi talenti, ed è stato anche il co-fondatore della Nazionale Cantanti.

Ho conosciuto Mogol nel maggio del 2013. I nostri libri erano entrambi alla “Fiera del Libro” di Torino. La sala dove presentava il suo “Le ciliegie di Mogol” – aforismi di colui che con “pensieri e parole” ha  condito la sua vita –  era gremita. Sorrideva, rispondeva alle domande, e “si raccontava”.

Raccontava di essere negli anni 60 lo stesso uomo libero, battagliero e “canterino” e “non condizionabile” che è oggi.

“Mai fatto nulla per convenienza” – raccontava. E poi quello, era il tempo per raccogliere “le ciliegie”, aforismi che raccontano come ha vissuto, quel che è stato, come vede la vita.

E quando a fine presentazione lo avvicinai, dicendo di essere una scrittrice, mi abbracciò, mi chiese del mio libro e mi disse che avrebbe avuto piacere di ricevermi a casa sua, appena possibile.

“Bello parlare con una scrittrice” – mi disse, e quando io, chiamandolo maestro, gli chiesi se avesse un consiglio per me, mi fece una carezza e mi rispose: “quando percorri una strada, anche se temi che qualcuno ti insegua, non girarti, perché potresti inciampare, ed invece quando si cammina verso qualcosa, bisogna sapere sempre dove si mettono i piedi”.

Io quel consiglio l’ho tenuto ben saldo tra le cose care che ho. Magari un giorno vado a trovarlo e gli racconto quanta strada ho fatto da allora, senza voltarmi mai.

Simona Stammelluti

Lamezia Terme – E’ una storia vera, quella di Rocco Mangiardi, l’imprenditore di Lamezia Terme, che un giorno, di una decina di anni fa, si trova nella situazione di dover decidere se pagare il pizzo, o denunciare

La cifra da pagare si aggirava intorno ai 1200 euro al mese. Quello sarebbe significato licenziare tutti i giovani – regolarmente assunti – che lavoravano con lui, chiudere tutto e andare a casa. Ma Rocco Mangiardi, ha invece deciso di collaborare con la giustizia, ed attraverso intercettazioni ed indagini si è giunti all’arresto di 4 persone. Nel 2008 è poi iniziato il processo, e l’imprenditore è andato a testimoniare, contro coloro che volevano estorcergli del denaro. A fianco a Mangiardi c’erano molti imprenditori – così come lui stesso racconta in una intervista rilasciata per la realizzazione di un documentario dal titolo “Un pagamu – la tassa sulla paura” – facenti parte come lui dell’Associazione Antiracket Lamezia. E’ stato anche grazie al coraggio infuso dai suoi colleghi ed amici, che Rocco Mangiardi è riuscito ad indicare al giudice quali fossero i suoi estorsori. Quella che fu in primo grado la condanna a 14 anni di reclusione per i due imputati maggiori, si è poi ridotta a 10 in secondo grado.

Dal Natale del 2009 Mangiardi e la sua famiglia vivevano sotto scorta, fin quando  l’uomo che ha avuto il coraggio di raccontare la verità e la sua esperienza, si è visto costretto a dover mettere lui stesso a disposizione dal 1 settembre prossimo, una macchina che sarebbe stata guidata da un agente del commissariato della Polizia di Stato, considerato che Mangiardi non guida dal 2006.

Che tipo di tutela poteva essere quella, se lo stesso agente doveva guidare la macchina?

Tra l’altro il testimone aveva fatto notare che le sue condizioni economiche non gli permettevano pià di comperare un’auto efficiente e di assicurarla.

La Questura di Catanzaro, in una nota, aveva precisato che “il dispositivo di protezione predisposto per il testimone di giustizia, non aveva subito nessuna mofidica rimanendo al cosiddetto 4° livello, ossia tutela su autovettura non blindata, e quello che cambiava era l’utilizzo di una vettura provata messa a disponsizione dal sig. Mangiardi come è previsto dalle circolari ministeriali“.

Questo fino a ieri, quando il Tar del Lazio, ha accolto il ricorso di Mangiardi contro la decisione del Ministero dell’Interno che gli imponeva l’utilizzo della sua auto privata, e dunque riavrà la sua auto di scorta, almeno fino al 31 dicembre di quest’anno.

Nell’ordinanza emessa dal Tar, si afferma che “sussistono per Mangiardi, le condizioni di eccezionale gravità ed urgenza“. I giudici – così come si apprende dalla notizia Ansa – parlano di “gravi pericoli per l’incolumità personale del testimone di giustizia, in una zona caratterizzata, tra l’altro, da gravi fenomeni criminali“.

Resta da chiedersi cosa accadrà o cosa “potrà accadere” a Rocco Mangiardi e alla sua famiglia, dal primo gennaio prossimo, in poi.

Simona Stammelluti

Una tragedia consumatasi a Mascalucia, in provincia di Catania, dove un bimbo di un anno e mezzo è stato sbranato dai suoi cani, con i quali probabilmente aveva anche giocato. La madre del bambino, ferita anch’essa nel tentativo disperato di proteggere il piccolo dall’aggressione dei molossi, è ora indagata per omicidio colposo

I due dogo argentini, vivevano in quella villa, con una famiglia, con quel bimbo che presumibilmente trascorreva con loro del tempo, giocandoci e divertendosi. Eppure non hanno esitato ad aggredire e sbranare il bambino.  A nulla è valso il disperato tentativo di trasporto all’ospedale a mezzo elisoccorso.

Il sindaco di Mascalucia, ha disposto il sequestro dei due molossi, e la mamma del bambino, 34 anni, è ora indagata per omicidio colposo, considerato che gli inquirenti hanno accertato che il bambino al momento dell’aggressione era stato lasciato solo con i cani, ed la mamma è intervenuta in soccorso del figlio, solo dopo aver udito le urla di una vicina. L’iscrizione nel registro degli indagati si è reso necessario per appurare eventuali atti di negligenza da parte della madre del bimbo, così come ha spiegato il magistrato. Sul corpo del piccolo verrà eseguita l’autopsia, e la madre ha facoltà di nominare un perito di parte.

Ci sarebbe da analizzare la situazione nella quale i due molossi vivevano. Spesso si pensa che avere una villa e dello spazio a disponibile possa essere sufficiente per crescere dei cani, in generale, a maggior ragione se sono molossi, ossia cani non da divano, e quindi neanche facilmente gestibili, che a loro volta hanno delle precise necessità di socializzazione, di educazione, di addestamento serio, e che dovrebbero almeno in “un adulto”, riconoscere il proprio capo branco, cosa che nel caso in oggetto, probabilmente non è accaduta alla luce del fatto che la stessa madre, nel tentativo di sottrarre suo figlio dalle fauci dei due animali, è stata a sua volta aggredita.

Anche se è vero che alcune razze di cani sono potenzialmente pericolose, come nel caso del dogo argentino, si rende necessaria sempre, non solo la supervisione di un adulto in presenza di minori nel nucleo familiare, ma importante è che quel supervisore sia dunque una persona competente che conosca bene il carattere dell’animale, prevenendo così eventuali comportamenti che possano poi degenerare in aggressioni e tragedia come quella consumatasi a Mascalucia.

Simona Stammelluti

Per ricordare il Pianista che oggi avrebbe compiuto 87 anni, scomparso a New York il 15 settembre del 1980, vi racconto ciò che accadde al trio di Bill Evans, domenica 25 giugno 1961 presso Village Vanguard jazz club di New York City

Era solo un pomeriggio in un jazz club.

Quarantuno anni fa…quando il 25 giugno 1961, tre giovani musicisti jazz – il pianista Bill Evans, il bassista Scott LaFaro, e il batterista Paul Motian – scesero in un seminterrato affumicato di New York, e dopo aver sbadigliato e scherzato un po’, si misero al lavoro.
Il trio suonò tredici pezzi, la maggior parte sofisticati come “My Romance”, “I Loves You, Porgy”, e anche un valzer dal film di Walt Disney “Alice in Wonderland”.
Quella loro performance fu registrata, e fu resa nota nello stesso anno da una piccola etichetta indipendente chiamata Riverside.
Il titolo dell’album fu “Sunday al Village Vanguard.”
Più tardi nel corso dello stesso anno un’altra registrazione di quel pomeriggio fu resa nota con il titolo di “Waltz for Debby“.
Nel tempo, quelle meravigliose due ore e mezzo, furono riconfezionate, rimasterizzate, riconsiderate, e ripubblicate in un album chiamato, “The Village Vanguard Sessions” e “Al Village Vanguard“.

Tutti o quasi, ci hanno provato a raccontare quella performance jazz, in materia di intonazione, passaggi modali e toni di canto. In pochissimi invece sono riusciti a coglierne a pieno la forza emotiva di tali esecuzioni.
In realtà é difficile spiegare la forza che la musica racchiude in se, quando non suona in maniera particolarmente forte.
La stragrande maggioranza delle persone che ascoltano uno di quei pezzi realizzati in quella domenica, la definirebbero esclusivamente come “musica di sottofondo”.
In realtà la musica di Evans, era un ricamo tra melodia e meditazione, tra tormento e passione.
Certo se ci si riscopre “vulnerabili” ascoltando questa musica, vuol dire che si è vulnerabili nei confronti della perfezione.
Bill Evans non ha fans occasionali, questa é cosa certa.
Nel senso che può piacere a molti, ma solo in pochi lo concepiranno come una vera e propria passione.

Dopo quel pomeriggio, il suo nome è diventato sinonimo di una qualità musicale “heart-break” come la definirono i newyorkesi, che non è simile a null’altro, nel mondo della musica.
Lui, Bill, non é mai stato un “giovane smarrito”, ma un “uomo trasparente e malinconico”.
Basti ascoltare gli assoli di Evans su “Alice in Wonderland” e “My Foolish Heart” e, in particolare, “Porgy” – che hanno un tono madreperla – mentre salta da una modulazione all’altra come se fosse in grado di godere – e far godere – di un sentimento puro, ottenuto senza impedimenti, senza inibizioni, come se conoscesse lui solo l’accesso a tanta meraviglia.
In quella esibizione Bill Evans riesce a raccontare la verità segreta di New York, immaginandolo come una sorta di giardino capovolto, con tutti i fiori che fioriscono a testa in giù nei sotterranei.
Questo particolare seminterrato, il Village Vanguard, che si ferma, o quasi si nasconde, sotto “the Seventh Avenue”.
Altre tre persone, erano lì quel particolare pomeriggio, il produttore, un batterista, e il proprietario del club.
Esiste qualche fortunato che é riuscito a parlare con loro e a capire cosa sia accaduto davvero quel pomeriggio, e la loro riflessione si ferma sui temi trattati in quella performance.
Il romanticismo, le luci della città, il tema della morte e il pianoforte che regna, con la grazia che apparteneva solo ad Evans.
Gli avvenimenti della vita di Bill Evans, che lo hanno condotto portato a quel pomeriggio, sono facili da trovare.
Bill Evans, nato nel 1929 nel New Jersey, in una famiglia ortodossa russa, aveva studiato musica presso Southeastern Louisiana College, e fu definito da tutti come un vero prodigio visto che si laureò con il massimo dei voti in flauto, violino e pianoforte.
É stato uno dei primi musicisti jazz che conosceva benissimo Schubert e Nat King Cole altrettanto bene, e pensava che avrebbe potuto ottenere di più dello spirito di Schubert, suonando come Nat Cole più che come Arthur Rubinstein.
Egli arrivò a New York nel 1955, e nel 1968 si unì al gruppo di Miles Davis e fu l’unico musicista bianco nel sestetto, quando registrarono “kind of blue”.
Quello stesso Davis che definì la sua musica, come “acqua frizzante in un bicchiere di cristallo”.
Evans ha registrato tantissimi album con bassisti e batteristi newyorkesi in quegli anni e nel 1959, poi, scoprì il giovane bassista Scott LaFaro, che ha spesso suonato il basso come se fosse una chitarra, liberamente e melodicamente, senza mai costrizioni di genere.
Poi arrivò Paul Motian, che “spennellava di argento” la batterista, e si unì a loro, e così ebbe vita “il primo trio”. Hanno registrato un sacco di cose insieme, quei tre.
Ma per capire a pieno ciò che avvenne quel giorno, si dovrebbe conoscere ciò che accadeva musicalmente in quel periodo storico: il jazz era una musica diffusa, ma non era una musica popolare.
Poi arrivò Bill Evans e le cose cambiarono.
Lui, bravo come molti dell’epoca, aveva in più, genialità e idee.
Prima di Evans, i trii erano formati da un pianista, che veniva “accompagnato”.
Con l’avvento del nuovo trio, ognuno aveva il suo spazio, la sua “aria”, la sua “posta in gioco”.
Bill aveva anche un sensazionale senso dell’umorismo e chi lavoro con lui, lo testimoniò, nel corso del tempo.
Quando Max Gordon aprì il Vanguard, era un posto per poeti.
Quel luogo é stato prima un posto clandestino, poi diventò un teatro, e fu solo alla fine degli anni Cinquanta, che divenne un jazz club.
Il giorno della registrazione del trio di Evans, il pubblico mutò…da pubblico divenne folla e da gente comune, divenì agglomerato di appassionati “rilassati” e felici.
All’epoca Gordon aveva un pianoforte Steinway, che fu sostituito da un Yamaha, che Bill amava.
Bill Evans fu, per la maggior parte della sua vita, un tossicodipendente e Lorraine Gordon, moglie di Max lo vide sbattere la parte sinistra della tastiera con una mano paralizzata dall’eroina che gli aveva colpito un nervo.
Eppure quel pomeriggio di Domenica a New York nel 1961, il trio suonò in maniera impeccabile per circa due ore e mezza…un cadenzato “Waltz for Debby”, un sommesso “My Foolish Heart”, un “Alice in wonderland ” galleggiante, e una sublime “My Romance”.
Poi, per la prima volta quel giorno, Evans ha suonò “I Loves You, Porgy.”

Due settimane più tardi, il 6 luglio 1961, Scott LaFaro morì sul colpo mentre stava guidando sulla Route 20, quando la sua auto sbandò e andò contro un albero.
“Stavo dormendo e il telefono ha squillato…era Bill che mi diceva che scott era morto”, ricorda Paul Motian.
“Ha detto solo, Scott è morto.
Paul a quella telefonata sconvolta di Bill Evans, avrebbe risposto con un semplice “si” e poi sarebbe andato a dormire, e al mattino successivo avrebbe detto a sua moglie di aver fatto un brutto sogno, nel quale BILL gli diceva che Scott era stato ucciso.
Dopo la morte di Scott LaFaro, Bill Evans diventò come succube del dolore; gli ci vollero mesi per recuperare, e in molti pensano che da quell’evento lui non si riprese mai davvero.
Quella registrazione al villag vanguard ebbe due vite.
Una che prese respiro sin da subito, ed una 22 anni più tardi, e la seconda vita di quel disco, fu ancora più grande.

Uno dei misteri della carriera di Evans è che, dopo “quella domenica”, lui ha continuato a suonare “Porgy” più e più volte, quasi ossessivamente – ma mai come allora, e quasi sempre come se fosse solo, come se suonasse mostrando senza vergogna, una mancanza.

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Simona Stammelluti

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Enrico Garozzo, Paolo Pizzo e Marco Fichera, sono i tre catanesi che insieme all’umbro Andrea Santarelli, hanno al loro collo la medaglia d’argento olimpica di Rio 2016, dopo essersi arresi, solo in finale, contro la Francia

foto Ansa

Quell’oro mancato, ma non importa…è sempre una vittoria da podio.

Tornano a casa con una bella medaglia, i giovani siciliani, imbarcati per il Brasile, dall’altra parte del mondo, per una gara il cui anche lo stesso nome, profuma di magia.

Con questo argento, i 4 giovanissimi riscattano le delusioni delle gare individuali e rendono meno amare le Olimpiadi in una disciplina nella quale l’Italia è abituata da sempre, a dominare.

Il più grande del gruppo è Paolo Pizzo, 33 anni, con già un oro vinto ai mondiali proprio a Catania nel 2011.  Enrico Garozzo, classe 1989, ha ottenuto a livello individuale il miglior risultato con il bronzo mondiale del 2014 a Kazan, dove venne sconfitto solo dal sudcoreano Park Kyoung-doo. E poi c’è lui, Enrico Fichera, nato ad Acireale, che è il più giovane di tutti con i suoi 23 anni, e che a Rio ha rischiato di non andare, dopo aver subìto un infortunio durante la tappa di Coppa del Mondo a Parigi che lo ha costretto a saltare gli Europei, ma alla fine non sono ha recuperato, ma in Brasile è stato praticamente perfetto, sulla pedana azzurra che grazie proprio alla spada, chiude l’avventura olimpica con 4 medaglie.

21esima medaglia all’Italia, in una notte d’argento, dunque. Italiani al secondo posto, dopo essersi arresi alla favoritissima Francia, con il punteggio di 43-31.

La Francia ha fatto meglio dell’Italia, è partita forte, con le 11 stoccate di vantaggio sul 30-19.
Cala così il sipario sulla scherma olimpica, ma c’è da esserne fieri. Stringono tra i denti la loro medaglia, i vincitori e così si fanno immortalare in una foto che diverrà storica nella categoria Rio 2016.

Simona Stammelluti