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La verità prima o poi viene a galla, se si sa come e dove cercarla.
Dopo due archiviazioni, grazie alla richiesta del legale della famiglia, Avv. Fabio Anselmo, il caso Bergamini giunge ad una svolta. Infatti il capo della procura di Castrovillari, Dott. Eugenio Facciolla, ha deciso di riaprire il caso dopo 28 lunghi anni, ordinando la riesumazione del corpo del calciatore, considerato che ad oggi si dispone di nuove e sofisticate tecnologie che potrebbero far luce una volta per tutte, sulla reale causa del decesso.
Si riparte dal punto più oscuro della vicenda, ossia dalla dinamica della morte di Denis Bergamini, che risulterebbe essere diversa da quanto raccontato dall’allora fidanzata Isabella Internò e dal camionista Raffaele Pisano, che all’epoca dei fatti investì il giovane giocatore. Ad entrambi il procuratore Facciolla ha notificato un avviso di garanzia. Entrambi sono dunque indagati per omicidio con l’aggravante della premeditazione.
In quel lontano 18 novembre del 1989, dichiararono che “Bergamini si era suicidato”. Nel racconto ufficiale dei fatti, Isabella Internò dichiarò ai carabinieri di Roseto Capo Spulico che il ragazzo voleva andar via, lei non riuscì a convincerlo a desistere, in quel momento transitava sulla statale un camion il cui autista vide Bergamini buttarsi sotto le ruote del suo autocarro, che poi aveva trascinato il corpo qualche metro più avanti.
Sembrava la storia di una lite e di un suicidio. Ma chi ha mai creduto a questa tesi? Nessuno, ben che meno la famiglia. Per i tecnici e periti della famiglia di Denis, la tesi non regge e non regge ad oggi neanche secondo la Procura.
Denis è morto per la recisione dell’arteria femorale dovuto al peso del camion sul suo bacino, aveva un ematoma alla tempia, aveva gli abiti intatti, i calzini tirati su, le scarpe senza una scorticatura e al polso un orologio ancora funzionante. Il camion sarebbe pertanto passato sul corpo del calciatore in un secondo momento, per eliminare eventuali tracce.
I due indagati non hanno mai voluto chiarire quel che accadde veramente quella maledetta notte. Adesso però sembra essere la volta buona. E allora attendiamo che la verità arrivi da questa nuova fase della vicenda e forse questa volta dai prelievi, dal Dna e dai nuovi esami che verranno effettuati, sarà possibile capire come è morto Denis e forse anche perché.
Simona Stammelluti

Non è semplice fare un film sui rapporti umani, sui sentimenti, sulle fragilità, sulla “Tenerezza” – intesa proprio come limite sottile compreso tra l’amore e l’aver a cuore – senza rischiare di essere scontati, didascalici, ripetitivi e anacronistici.

Ed invece Gianni Amelio vi è riuscito da grande regista quale è, a gestire e a raccontare quelle cicatrici che spesso si tengono nascoste, perché sennò diventano ingombranti; vi è riuscito perché è quello che sa fare meglio, ossia parlare di relazioni, di uomini che scombinano tutto e spesso non sanno mettere più nulla al proprio posto, se non dopo aver perso tutto.
La tenerezza è una storia di rapporti sdruciti e stanchi, che attendono di essere rammendati, seppur alla meglio, come quando si cerca sempre una scusa per farsi volere bene. E’ un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio. E’ un film che parla di malesseri ben celati tra le pieghe del quotidiano.
La locandina del film in questi giorni nelle sale non dice molto, anzi, potremmo dire che trae un po’ in inganno, considerato che nasconde il protagonista del film, Lorenzo – interpretato da un Renato Carpentieri straordinario, che si muove nel ruolo con una potenza scenica impressionante – un anziano avvocato, vedovo, solo, solitario, con due figli che pensa di non amare, un nipotino, Francesco, che Lorenzo tenta di educare ed istruire fuori dai canoni scolastici, una discreta dose di pasticci combinati durante la sua florida carriera e qualche senso di colpa di troppo. Tutto cambia quando nell’appartamento di fronte – in una Napoli che pulsa e non sta mai ferma – arriva una giovane coppia con due figli, che sembra essere lo specchio della normalità e di una felicità conquistata. Tra Lorenzo e Michela (Micaela Ramazzotti), la giovane moglie di Fabio (Elio Germano) ingegnere navale, sembra nascere una complicità umana che pian piano colma i vuoti emotivi di entrambi e che porterà Lorenzo a riqualificare il rapporto con sua figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno). Una complicità fatta di cene trascorse insieme, di attenzioni verso i bimbi della coppia, di racconti che arrivano dal passato ma che non sono sufficienti a far capire allo spettatore quale dramma sia in agguato.

Il film infatti si snoda lungo un momento che spiazza e che racconta di “un punto senza ritorno“. Una parentesi inaspettata, dai colori del thriller, nella vicenda, che Amelio sa sottolineare con precisione e con un ritmo incalzante dettato da inquadrature veloci e da una pioggia battente che sembra bagnare affannosamente anche chi è seduto in sala.
Una tragedia, dunque, i cui punti salienti sono affidati a lui, Elio Germano, da sempre attore prediletto del regista, che sembra non invecchiare mai e che nella pellicola mostra tutta la sua disperazione e quel mal di vivere quasi sempre in sordina, fin quando però tutto diventa più grande della sua capacità di sopportare quei problemi dell’infanzia, poi divenuti fantasmi di un futuro incerto e ostile.
Nel cast anche Greta Scacchi nei panni della madre di Fabio, e poi ancora Maria Nazionale, oltre a Giuseppe Zeno al quale è affidato un piccolo cameo sul finale.
Il film svela pian piano ciò che accade, induce a riflettere, sa essere prezioso nel suo raccontare ciò che tutti nella vita prima o poi proviamo, quando avvertiamo la sensazione di essere fuori luogo, nella vita di qualcuno, e allora facciamo piccoli passi indietro per poi a volte finire chissà dove, senza però volerlo veramente. E’ un film che non lascia spazio alla fuga emotiva, che “ti tira dentro“, e ti fa provare una tenerezza che non dimentichi quando le luci in sala si riaccendono.

Amelio racconta di come oramai la definizione di famiglia sia troppo stereotipata, di come si sia spesso portati a pensare che da soli si possa essere più forti, mentre lo si è insieme a qualcuno senza saperne davvero il perché; racconta di come si possa amare senza accorgersene e della sensazione terribile di non poter tornare indietro, quando ce ne si rende conto.
I dettagli della vita di Lorenzo, appaiono nel film poco alla volta, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. La visita dell’avvocato a colei che fu la sua amante, la ricerca di un perdono seppur silenzioso, la necessità di mentire pur di continuare a stare al fianco di qualcuno.
E’ un film lungo, cadenzato, con una sceneggiatura a tratti ridondante. La fotografia è priva di saturazione e di vividezza, come se fosse sotto l’effetto di un tempo andato. Si predilige il primo piano, un primo piano anche sul dolore che sa divenire protagonista tanto quanto i suoi attori. Poche le panoramiche, perché Amelio sa che non serviranno, ma ci sono inquadrature che “lasciano andare”, che mostrano un dopo probabile, ma non sempre possibile.
Il finale non è scontato, ma è quello che lo spettatore vuole, e Gianni Amelio lo sa.
E’ senza dubbio un film da 4 stelle su 5, che ha qualche pecca, tra cui l’essere molto lungo, considerato che alcune scene vengono più e più volte ripetute. Ma forse quella ripetizione serve a sottolineare una volontà forte di restare … dote che appartiene a chi ha ormai capito che non si può scappare da una tenerezza che ti viene incontro.
Simona Stammelluti

Non è semplice fare un film sui rapporti umani, sui sentimenti, sulle fragilità, sulla “Tenerezza” – intesa proprio come limite sottile compreso tra l’amore e l’aver a cuore – senza rischiare di essere scontati, didascalici, ripetitivi e anacronistici.

Ed invece Gianni Amelio vi è riuscito da grande regista quale è, a gestire e a raccontare quelle cicatrici che spesso si tengono nascoste, perché sennò diventano ingombranti; vi è riuscito perché è quello che sa fare meglio, ossia parlare di relazioni, di uomini che scombinano tutto e spesso non sanno mettere più nulla al proprio posto, se non dopo aver perso tutto.

La tenerezza è una storia di rapporti sdruciti e stanchi, che attendono di essere rammendati, seppur alla meglio, come quando si cerca sempre una scusa per farsi volere bene. E’ un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio. E’ un film che parla di malesseri ben celati tra le pieghe del quotidiano.

La locandina del film in questi giorni nelle sale non dice molto, anzi, potremmo dire che trae un po’ in inganno, considerato che nasconde il protagonista del film, Lorenzo – interpretato da un Renato Carpentieri straordinario, che si muove nel ruolo con una potenza scenica impressionante – un anziano avvocato, vedovo, solo, solitario, con due figli che pensa di non amare, un nipotino, Francesco, che Lorenzo tenta di educare ed istruire fuori dai canoni scolastici, una discreta dose di pasticci combinati durante la sua florida carriera e qualche senso di colpa di troppo. Tutto cambia quando nell’appartamento di fronte – in una Napoli che pulsa e non sta mai ferma – arriva una giovane coppia con due figli, che sembra essere lo specchio della normalità e di una felicità conquistata. Tra Lorenzo e Michela (Micaela Ramazzotti), la giovane moglie di Fabio (Elio Germano) ingegnere navale, sembra nascere una complicità umana che pian piano colma i vuoti emotivi di entrambi e che porterà Lorenzo a riqualificare il rapporto con sua figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno). Una complicità fatta di cene trascorse insieme, di attenzioni verso i bimbi della coppia, di racconti che arrivano dal passato ma che non sono sufficienti a far capire allo spettatore quale dramma sia in agguato.

Il film infatti si snoda lungo un momento che spiazza e che racconta di “un punto senza ritorno“. Una parentesi inaspettata, dai colori del thriller, nella vicenda, che Amelio sa sottolineare con precisione e con un ritmo incalzante dettato da inquadrature veloci e da una pioggia battente che sembra bagnare affannosamente anche chi è seduto in sala.

Una tragedia, dunque, i cui punti salienti sono affidati a lui, Elio Germano, da sempre attore prediletto del regista, che sembra non invecchiare mai e che nella pellicola mostra tutta la sua disperazione e quel mal di vivere quasi sempre in sordina, fin quando però tutto diventa più grande della sua capacità di sopportare quei problemi dell’infanzia, poi divenuti fantasmi di un futuro incerto e ostile.

Nel cast anche Greta Scacchi nei panni della madre di Fabio, e poi ancora Maria Nazionale, oltre a Giuseppe Zeno al quale è affidato un piccolo cameo sul finale.

Il film svela pian piano ciò che accade, induce a riflettere, sa essere prezioso nel suo raccontare ciò che tutti nella vita prima o poi proviamo, quando avvertiamo la sensazione di essere fuori luogo, nella vita di qualcuno, e allora facciamo piccoli passi indietro per poi a volte finire chissà dove, senza però volerlo veramente. E’ un film che non lascia spazio alla fuga emotiva, che “ti tira dentro“, e ti fa provare una tenerezza che non dimentichi quando le luci in sala si riaccendono.

Amelio racconta di come oramai la definizione di famiglia sia troppo stereotipata, di come si sia spesso portati a pensare che da soli si possa essere più forti, mentre lo si è insieme a qualcuno senza saperne davvero il perché; racconta di come si possa amare senza accorgersene e della sensazione terribile di non poter tornare indietro, quando ce ne si rende conto.

I dettagli della vita di Lorenzo, appaiono nel film poco alla volta, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. La visita dell’avvocato a colei che fu la sua amante, la ricerca di un perdono seppur silenzioso, la necessità di mentire pur di continuare a stare al fianco di qualcuno.

E’ un film lungo, cadenzato, con una sceneggiatura a tratti ridondante. La fotografia è priva di saturazione e di vividezza, come se fosse sotto l’effetto di un tempo andato. Si predilige il primo piano, un primo piano anche sul dolore che sa divenire protagonista tanto quanto i suoi attori. Poche le panoramiche, perché Amelio sa che non serviranno, ma ci sono inquadrature che “lasciano andare”, che mostrano un dopo probabile, ma non sempre possibile.

Il finale non è scontato, ma è quello che lo spettatore vuole, e Gianni Amelio lo sa.

E’ senza dubbio un film da 4 stelle su 5, che ha qualche pecca, tra cui l’essere molto lungo, considerato che alcune scene vengono più e più volte ripetute. Ma forse quella ripetizione serve a sottolineare una volontà forte di restare … dote che appartiene a chi ha ormai capito che non si può scappare da una tenerezza che ti viene incontro.

Simona Stammelluti

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Manca una settimana esatta e Agrigento sarà la capitale regionale della cardiologia.
I prossimi 27, 28 e 29 Aprile aprirà i battenti il 49° Congresso Regionale dell’Associazione Nazione dei Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO).
Il congresso vedrà la partecipazione di oltre 120 Cardiologi provenienti da tutte le realtà Cardiologiche siciliane e di oltre 150 infermieri i quali parteciperanno all’evento “Cardionursing” che si terrà parallelamente nei giorni 28 e 29 Aprile.
Direttore del Convegno, insieme al Presidente Regionale dell’ANMCO dott. Chiarandà, è il Primario di Cardiologia dell’Ospedale San Giovanni di Dio, Dott. Giuseppe Caramanno al quale chiediamo alcune anticipazioni.
Dottore è per voi un grande orgoglio organizzare ad Agrigento questo prestigioso convegno regionale. Come si svolgerà l’evento?
”Saranno tre giornate molto intense in cui si susseguiranno numeri simposi a tema, letture magistrali e tavole rotonde che, con approccio scientifico, saranno il filo conduttore dell’evento. Le discussioni in seduta plenaria al termine di ciascuna sessione permetteranno un proficuo scambio di opinioni che, traendo spunto anche dalle esperienze di ciascuno, arricchiranno considerevolmente il bagaglio di conoscenze dei partecipanti”.
Organizzare un tale evento in città è la conferma del fatto che la Cardiologia di Agrigento rappresenti una qualificata realtà in seno al panorama sanitario siciliano, sicuramente fra le più importanti in Sicilia?
”La cardiologia di Agrigento ha sempre cercato di proporre un’offerta sanitaria di livello ed al passo con i tempi. Da quando il Dott. Nastri ha avviato l’unità coronarica e l’elettrostimolazione con l’impianto dei primi pacemaker, con l’avvio dell’Emodinamica con il trattamento dell’infarto miocardico mediante angioplastica primaria e con l’imminente avvio dell’attività di elettrofisiologia per il trattamento delle aritmie cardiache mediante ablazione, si è enormemente ridotta la necessità per i residenti della nostra provincia di affrontare trasferte anche fuori regione per avere assicurato un diritto fondamentale quale il diritto alla salute.
Ciò è reso possibile dall’ abnegazione e professionalità che tutto il personale medico, infermieristico ed ausiliario assicura quotidianamente senza risparmio”.

Nel comitato organizzatore dell’evento è presente anche il Dott. Salvatore Di Rosa, anch’esso cardiologo presso l’Ospedale San Giovanni Di Dio di Agrigento. Abbiamo ascoltato anche lui.
Dottor Di Rosa, la scelta di organizzare ad Agrigento un evento regionale così prestigioso è un segnale importante. Verso cosa si muove la Cardiologia di Agrigento?
”Se l’Anmco ha scelto Agrigento come luogo in cui organizzare un evento che richiamerà quasi 300 operatori in campo sanitario e cardiologico, è certamente un implicito riconoscimento del lavoro che si è fatto in questi anni e dei progressi che si sono nel tempo costruiti. Più di 2000 ricoveri, 1800 coronarografie, 1100 angioplastiche, 230 pacemaker oltre l’ordinaria attività di reparto sono numeri che annualmente pongono il nostro reparto su elevati standard oltre che quantitativi anche qualitativi. Rimane forte la spinta ad arricchire costantemente l’offerta sanitaria, assicurando sempre migliori cure ai nostri pazienti. Per tali ragioni a breve si darà avvio in reparto, all’attività di elettrofisiologia con l’obiettivo di proseguire nel campo dell’innovazione aprendoci pertanto ad altre metodiche diagnostiche e terapeutiche”.
Dott. Di Rosa lei è anche il presidente dell’associazione il cuore di Agrigento ONLUS che riunisce i cardiologi della vostra struttura ospedaliera. Quali gli scopi della vostra associazione?
“Con i colleghi della cardiologia abbiamo costituito una ONLUS e stiamo sviluppando un progetto denominato “Agrigento cardioprotetta” che si pone l’ambizioso obiettivo di dotare il territorio comunale di una rete di defibrillatori semiautomatici per la prevenzione della morte cardiaca improvvisa. Tali postazioni sono già presenti in altre realtà nazionali ed anche in questo pensiamo che la nostra città non deve essere da meno. I primi due dispositivi sono già stati donati al Comune che sta provvedendo alla loro installazione. Stiamo anche lavorando per organizzare corsi rivolti alla cittadinanza sul corretto uso di tali dispositivi e sull’importanza della prevenzione cardiovascolare e dei fattori di rischi sui quali si deve intervenire”.

Pina Belmonte


Lei si chiama Pina Belmonte, 31 anni, vive e lavora a Gerusalemme, in Terra Santa.
La sua storia ed il legame profondo con quella terra è iniziata 3 anni fa quando contattò il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Affascinata dal mondo arabo islamico e da ciò che c’è oltre il Mediterraneo, Pina ha dedicato anni e molto del suo tempo a studi riguardanti quella realtà.
Sin da bambina coltiva il desiderio di prestare il suo serviz­io nei posti geograficamente più critici. So­no circa dodici anni che presta servizio nel mondo del socia­le. Dai centri di ac­coglienza, alle carce­ri, alla Caritas, all’Associazione “Casa Nostra” parte operativa della Caritas diocesana dell’Arcidiocesi Cosenza-Bisignano della quale ne è vice-presidente, oltre ad occuparsi ad oggi, di sociale in Terra Santa.

Il Patriarcato Lat­ino di Gerusalemme le ha aperto le sue porte e così è iniziata la sua collaborazi­one all’interno del Patriarcato stesso, nella se­de di Gerusalemme. In seguito a Taybeh, ha operato in un centro per anziani e attualme­nte è di nuovo a Gerus­alemme dove lavora presso l’ospi­zio Sant Vincent de Paul nel centro della città, che os­pita persone con disabilità fisiche e mentali.
Quella terra è ormai come se fosse casa sua; a quella terra deve tanto perché ogni volta che fa ritorno in Italia, porta con se qualcosa in più che riguarda i rapporti umani e le difficoltà dell’esistenza.
Fino a pochi giorni fa Gerusalemme era inondata da pellegrini provenienti da tutte le parti del mondo in occasione della Santa Pasqua.
È la stessa Pina, a raccontare al nostro giornalequanto stupendo sia stato vedere così tante persone percorrere le strade che racchiudono in se una grande storia. La terra santa è un luogo così affascinante, ricco di spiritualità, ma è anche una terra che ogni giorno deve fare i conti con una realtà molto complicata: Check Point , perquisizioni per strada e nei luoghi più frequentati, e poi ancora arresti, espropri di terreni; Polizia e soldati sono ovunque“.
D: Pina cosa si prova a camminare per le strade di Gerusalemme ogni giorno?
R: “Ti assale un senso di impotenza nel vedere determinate scene, mentre ci si chiede se la pace sarà mai possibile in questa terra. Non si tratta solo di divisioni di religioni ma di interessi economici e politici. La pace non è la gente a non volerla, ma probabilmente chi sta ai vertici del potere. Qualche giorno fa a Damascus Gate – precisamente nella via Doloroso dove c’è sempre un posto di blocco di soldati – ho assistito a una scena che tra tante scene poco belle che si vedono qui ogni giorno, mi ha concesso un respiro di speranza: un bambino palestinese ha teso la mano verso questi soldati e loro sorridenti hanno stretto la sua, di mano. Credo che tutto possa o debba partire da gesti ed azioni anche piccole, come questa. Tendere la mano e non dividere costruendo muri, perché vedere una terra così bella divisa da un muro lungo 700 km davvero strazia il cuore”.


D: E quando le chiedo cosa vedono i suoi occhi ogni giorno lei mi risponde:
R: “Tanta sofferenza sia nel popolo ebraico che palestinese, ma la vita per i palestinesi ogni giorno è più difficile”.
D: Perché? – le chiedo.
R: “Molti palestinesi quando devono spostarsi dai loro territori per raggiungere il posto di lavoro al mattino, o per altri motivi, tutte le volte devono svegliarsi ore prima per superare i controlli ai check Point. Check Point che mentre li percorri, ti sembra di essere rinchiuso in una gabbia”.


D: Porti il copricapo nelle foto; Per scelta o per necessità?
R: “Porto lo hijab solo per esempio per entrare nella spianata della moschea al Aqusa, dove è obbligatorio. Ogni volta che mi è capitato di entrare in casa di musulmani, sono sempre stata libera di poter entrare senza velo“.
D: Che tipo di nostalgia provi, quando non sei a Gerusalemme?
R: “Quando non sono a Gerusalemme il mio cuore è sempre lì. Porto questo luogo, alcune scene e persone sempre nel mio cuore”.
D: Cosa fai a Gerusalemme nel tempo libero?
R: “Nel tempo libero cerco di conoscere ancora meglio questa terra e le sue tradizioni, camminando per i vicoli della città o spostandomi in altre città vicine. Dopo il lavoro, alcune volte incontro le mie amiche e parliamo davanti ad un buon caffè o facciamo una passeggiata. Qui ho stretto rapporti di amicizia con varie persone ma in particolare con Asma e Alaa. Loro sono musulmane ma la nostra amicizia si basa sul rispetto reciproco. Spesso mi invitano a casa loro e mi fanno sentire in famiglia. Alaa proprio tra qualche giorno si sposa! Quale gioia più grande che poter essere presente al suo matrimonio”.
D: A cosa pensi alla sera, prima di dormire, quando le luci si spengono e nel silenzio alcuni suoni fanno più paura?
R: “La notte spesso crollo dalla stanchezza perché troppo stanca dalla giornata trascorsa, ma ci sono notti che mi addormento molto tardi perché mi piace guardare il cielo di Gerusalemme. Sono tanti i pensieri che si affollano nella mente: quelli personali che mi riportano a coloro che ho lasciato in Italia e quelli che vivo ogni giorno qui. Spesso ripercorro scene, incontri, situazioni che ho dovuto affrontare, che ho vissuto durante la giornata che sta per terminare“.
D: Farai ritorno in Italia?
R: “Verso fine maggio, ma come ogni volta lascerò questa terra con tanta nostalgia e con la voglia di farci presto ritorno. Ogni volta non so quando ritornerò, in che zona, né in quale struttura presterò il mio futuro servizio, perché ogni volta è sempre diverso … è sempre un mettersi di nuovo in gioco quando si lavora con persone diverse e in ambienti lavorativi diversi da quelli a cui siamo abituati”.

Pina, dobbiamo lasciarci; Scegli tu come …

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia“.
Adesso a Gerusalemme sono le 21,40 ed io e Pina, seppur distanti, guardiamo lo stesso cielo.
Simona Stammelluti











Pina Belmonte

Lei si chiama Pina Belmonte, 31 anni, vive e lavora a Gerusalemme, in Terra Santa.
La sua storia ed il legame profondo con quella terra è iniziata 3 anni fa quando contattò il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Affascinata dal mondo arabo islamico e da ciò che c’è oltre il Mediterraneo, Pina ha dedicato anni e molto del suo tempo a studi riguardanti quella realtà.

Sin da bambina coltiva il desiderio di prestare il suo serviz­io nei posti geograficamente più critici. So­no circa dodici anni che presta servizio nel mondo del socia­le. Dai centri di ac­coglienza, alle carce­ri, alla Caritas, all’Associazione “Casa Nostra” parte operativa della Caritas diocesana dell’Arcidiocesi Cosenza-Bisignano della quale ne è vice-presidente, oltre ad occuparsi ad oggi, di sociale in Terra Santa.

Il Patriarcato Lat­ino di Gerusalemme le ha aperto le sue porte e così è iniziata la sua collaborazi­one all’interno del Patriarcato stesso, nella se­de di Gerusalemme. In seguito a Taybeh, ha operato in un centro per anziani e attualme­nte è di nuovo a Gerus­alemme dove lavora presso l’ospi­zio Sant Vincent de Paul nel centro della città, che os­pita persone con disabilità fisiche e mentali.

Quella terra è ormai come se fosse casa sua; a quella terra deve tanto perché ogni volta che fa ritorno in Italia, porta con se qualcosa in più che riguarda i rapporti umani e le difficoltà dell’esistenza.

Fino a pochi giorni fa Gerusalemme era inondata da pellegrini provenienti da tutte le parti del mondo in occasione della Santa Pasqua.

È la stessa Pina, a raccontare al nostro giornalequanto stupendo sia stato vedere così tante persone percorrere le strade che racchiudono in se una grande storia. La terra santa è un luogo così affascinante, ricco di spiritualità, ma è anche una terra che ogni giorno deve fare i conti con una realtà molto complicata: Check Point , perquisizioni per strada e nei luoghi più frequentati, e poi ancora arresti, espropri di terreni; Polizia e soldati sono ovunque“.

D: Pina cosa si prova a camminare per le strade di Gerusalemme ogni giorno?

R: “Ti assale un senso di impotenza nel vedere determinate scene, mentre ci si chiede se la pace sarà mai possibile in questa terra. Non si tratta solo di divisioni di religioni ma di interessi economici e politici. La pace non è la gente a non volerla, ma probabilmente chi sta ai vertici del potere. Qualche giorno fa a Damascus Gate – precisamente nella via Doloroso dove c’è sempre un posto di blocco di soldati – ho assistito a una scena che tra tante scene poco belle che si vedono qui ogni giorno, mi ha concesso un respiro di speranza: un bambino palestinese ha teso la mano verso questi soldati e loro sorridenti hanno stretto la sua, di mano. Credo che tutto possa o debba partire da gesti ed azioni anche piccole, come questa. Tendere la mano e non dividere costruendo muri, perché vedere una terra così bella divisa da un muro lungo 700 km davvero strazia il cuore”.


D: E quando le chiedo cosa vedono i suoi occhi ogni giorno lei mi risponde:

R: “Tanta sofferenza sia nel popolo ebraico che palestinese, ma la vita per i palestinesi ogni giorno è più difficile”.

D: Perché? – le chiedo.

R: “Molti palestinesi quando devono spostarsi dai loro territori per raggiungere il posto di lavoro al mattino, o per altri motivi, tutte le volte devono svegliarsi ore prima per superare i controlli ai check Point. Check Point che mentre li percorri, ti sembra di essere rinchiuso in una gabbia”.


D: Porti il copricapo nelle foto; Per scelta o per necessità?

R: “Porto lo hijab solo per esempio per entrare nella spianata della moschea al Aqusa, dove è obbligatorio. Ogni volta che mi è capitato di entrare in casa di musulmani, sono sempre stata libera di poter entrare senza velo“.

D: Che tipo di nostalgia provi, quando non sei a Gerusalemme?

R: “Quando non sono a Gerusalemme il mio cuore è sempre lì. Porto questo luogo, alcune scene e persone sempre nel mio cuore”.

D: Cosa fai a Gerusalemme nel tempo libero?

R: “Nel tempo libero cerco di conoscere ancora meglio questa terra e le sue tradizioni, camminando per i vicoli della città o spostandomi in altre città vicine. Dopo il lavoro, alcune volte incontro le mie amiche e parliamo davanti ad un buon caffè o facciamo una passeggiata. Qui ho stretto rapporti di amicizia con varie persone ma in particolare con Asma e Alaa. Loro sono musulmane ma la nostra amicizia si basa sul rispetto reciproco. Spesso mi invitano a casa loro e mi fanno sentire in famiglia. Alaa proprio tra qualche giorno si sposa! Quale gioia più grande che poter essere presente al suo matrimonio”.

D: A cosa pensi alla sera, prima di dormire, quando le luci si spengono e nel silenzio alcuni suoni fanno più paura?

R: “La notte spesso crollo dalla stanchezza perché troppo stanca dalla giornata trascorsa, ma ci sono notti che mi addormento molto tardi perché mi piace guardare il cielo di Gerusalemme. Sono tanti i pensieri che si affollano nella mente: quelli personali che mi riportano a coloro che ho lasciato in Italia e quelli che vivo ogni giorno qui. Spesso ripercorro scene, incontri, situazioni che ho dovuto affrontare, che ho vissuto durante la giornata che sta per terminare“.

D: Farai ritorno in Italia?

R: “Verso fine maggio, ma come ogni volta lascerò questa terra con tanta nostalgia e con la voglia di farci presto ritorno. Ogni volta non so quando ritornerò, in che zona, né in quale struttura presterò il mio futuro servizio, perché ogni volta è sempre diverso … è sempre un mettersi di nuovo in gioco quando si lavora con persone diverse e in ambienti lavorativi diversi da quelli a cui siamo abituati”.

Pina, dobbiamo lasciarci; Scegli tu come …

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia“.

Adesso a Gerusalemme sono le 21,40 ed io e Pina, seppur distanti, guardiamo lo stesso cielo.

Simona Stammelluti



Partirà il prossimo 19 aprile in uno dei borghi più belli d’Italia, un progetto culturale, di solidarietà ed integrazione che mira a scoprire le tante qualità che appartengono a diverse culture. Si tratta di laboratori musicali (e non solo) nati da un’idea di Fabio Cinque, cantautore siciliano e sua moglie Angela Zwingauer, che hanno incontrato nell’amministrazione comunale di Montalto Uffugo (Cs) e nella Cooperativa Atlante, la giusta sinergia per “fare” cose belle, fatte bene.
Si è tenuta questa mattina la conferenza stampa di presentazione di questo progetto che reca il nome di “Suoni Erranti” – laboratorio di contaminazione musicale – un progetto pilota diretto da Fabio Cinque che ha come scopo quello di mettere in contatto diversi talenti e diverse culture, capaci di “contaminarsi” vicendevolmente dando vita a scambi culturali ed emozionali, ad insegnamenti reciproci, nonché a sostenere l’aggregazione e l’integrazione nella società di ragazzi extracomunitari, gestiti nel territorio montaltese dalla Cooperativa Atlante, nell’ambito del progetto Sprar.
Lo Sprar è un sistema di protezione che mira non solo ad accogliere rifugiati e richiedenti asilo, ma anche a sobbarcarsi la responsabilità della loro integrazione nel tessuto sociale, della loro istruzione oltre all’inserimento nel mondo del lavoro. Tutto questo affinché gli “extracomunitari” così come vengono spesso definiti in senso dispregiativo, non siano quelli che rubano, che tolgono ai residenti, ma che possono essere un valore aggiunto per un territorio con la proprio cultura e le proprie usanze. E in questo il comune di Montalto Uffugo, nella persona del Sindaco Pietro Caracciolo, può vantarlo come un fiore all’occhiello, considerato il bel progetto “Le note dell’accoglienza” realizzato in collaborazione con la cooperativa Sociale Atlante.

Durante la conferenza stampa – alla quale erano presenti anche il Sindaco  Avv. Pietro Caracciolo, l’assessore Puntillo e il presidente della cooperativa Atlante Carmine Federico –  sono stati proprio Fabio Cinque e sua moglie Angela a raccontare con un contagioso entusiasmo, le motivazioni che hanno spinto a proporre questo laboratorio, motivazioni che risiedono proprio nella voglia di creare un circuito di persone, esperienze e capacità che mescolate, possano dare vita a nuove ispirazioni, nuove conoscenze e nuovi rapporti umani, che dovrebbero sempre restare vivi e vividi proprio nello scambio, nella contaminazione, nella condivisione di conoscenza e di “voglia di conoscenza”.
Sarà un laboratorio gratuito, aperto a tutti coloro vorranno prenderne parte, siano essi musicisti o semplici appassionati, o che abbiano voglia di vedere da vicino come nascono nuove sfumature di musica e colori, mettendo al centro esclusivamente quello che si è disposti a dare.
Il comune di Montalto Uffugo ha messo a disposizione i luoghi, Fabio Cinque metterà a disposizione la sua arte, i responsabili della cooperativa supervisioneranno e collaboreranno al meglio e il resto lo faranno i ragazzi ospiti dello Sprar, già ben integrati nel territorio, che aspettano solo di poter raccontare un po’ meglio chi sono e che sogni hanno.
E’ un seme meraviglioso piantato in una primavera in divenire, che aspetta solo di mettere radici e di crescere rigoglioso. Il progetto parte da da Montalto Uffugo, ma si spera possa diventare talmente contagioso, da “errare” per poi radicarsi anche in altri tessuti sociali, dove la cultura, la solidarietà e la condivisione non possono che generare come in un effetto domino, una realtà migliore.
Se ci fosse qualcuno interessato alla realizzazione del progetto anche in terra di Sicilia, può visionale la pagina Facebook, Suoni Erranti.
Simona Stammelluti

Partirà il prossimo 19 aprile in uno dei borghi più belli d’Italia, un progetto culturale, di solidarietà ed integrazione che mira a scoprire le tante qualità che appartengono a diverse culture. Si tratta di laboratori musicali (e non solo) nati da un’idea di Fabio Cinque, cantautore siciliano e sua moglie Angela Zwingauer, che hanno incontrato nell’amministrazione comunale di Montalto Uffugo (Cs) e nella Cooperativa Atlante, la giusta sinergia per “fare” cose belle, fatte bene.

Si è tenuta questa mattina la conferenza stampa di presentazione di questo progetto che reca il nome di “Suoni Erranti” – laboratorio di contaminazione musicale – un progetto pilota diretto da Fabio Cinque che ha come scopo quello di mettere in contatto diversi talenti e diverse culture, capaci di “contaminarsi” vicendevolmente dando vita a scambi culturali ed emozionali, ad insegnamenti reciproci, nonché a sostenere l’aggregazione e l’integrazione nella società di ragazzi extracomunitari, gestiti nel territorio montaltese dalla Cooperativa Atlante, nell’ambito del progetto Sprar.

Lo Sprar è un sistema di protezione che mira non solo ad accogliere rifugiati e richiedenti asilo, ma anche a sobbarcarsi la responsabilità della loro integrazione nel tessuto sociale, della loro istruzione oltre all’inserimento nel mondo del lavoro. Tutto questo affinché gli “extracomunitari” così come vengono spesso definiti in senso dispregiativo, non siano quelli che rubano, che tolgono ai residenti, ma che possono essere un valore aggiunto per un territorio con la proprio cultura e le proprie usanze. E in questo il comune di Montalto Uffugo, nella persona del Sindaco Pietro Caracciolo, può vantarlo come un fiore all’occhiello, considerato il bel progetto “Le note dell’accoglienza” realizzato in collaborazione con la cooperativa Sociale Atlante.

Durante la conferenza stampa – alla quale erano presenti anche il Sindaco  Avv. Pietro Caracciolo, l’assessore Puntillo e il presidente della cooperativa Atlante Carmine Federico –  sono stati proprio Fabio Cinque e sua moglie Angela a raccontare con un contagioso entusiasmo, le motivazioni che hanno spinto a proporre questo laboratorio, motivazioni che risiedono proprio nella voglia di creare un circuito di persone, esperienze e capacità che mescolate, possano dare vita a nuove ispirazioni, nuove conoscenze e nuovi rapporti umani, che dovrebbero sempre restare vivi e vividi proprio nello scambio, nella contaminazione, nella condivisione di conoscenza e di “voglia di conoscenza”.

Sarà un laboratorio gratuito, aperto a tutti coloro vorranno prenderne parte, siano essi musicisti o semplici appassionati, o che abbiano voglia di vedere da vicino come nascono nuove sfumature di musica e colori, mettendo al centro esclusivamente quello che si è disposti a dare.

Il comune di Montalto Uffugo ha messo a disposizione i luoghi, Fabio Cinque metterà a disposizione la sua arte, i responsabili della cooperativa supervisioneranno e collaboreranno al meglio e il resto lo faranno i ragazzi ospiti dello Sprar, già ben integrati nel territorio, che aspettano solo di poter raccontare un po’ meglio chi sono e che sogni hanno.

E’ un seme meraviglioso piantato in una primavera in divenire, che aspetta solo di mettere radici e di crescere rigoglioso. Il progetto parte da da Montalto Uffugo, ma si spera possa diventare talmente contagioso, da “errare” per poi radicarsi anche in altri tessuti sociali, dove la cultura, la solidarietà e la condivisione non possono che generare come in un effetto domino, una realtà migliore.

Se ci fosse qualcuno interessato alla realizzazione del progetto anche in terra di Sicilia, può visionale la pagina Facebook, Suoni Erranti.

Simona Stammelluti


E’ dalla pagine di Repubblica che Federica Angeli, colei che scrive con tenacia, coraggio e precisione quasi chirurgica sulla malavita di Ostia, torna a denunciare quello che “continua” ad accadere, malgrado i riflettori, i processi e le condanne agli Spada.
Ci si domanda come mai tutto continui a scorrere come se nulla fosse, come se fossero più forti di tutto e di tutti, come se nulla possa ostacolare un percorso che mira – così come si legge nell’inchiesta – a mettere in trappola, gli imprenditori in difficoltà.
Una guerra troppo grande? A leggere le parole della Angeli e di Enrico Bellavia, che hanno fatto quello che sanno fare bene e che si chiama denunciare, sarà anche una guerra, ma se è vero che vince chi non molla, qua la Angeli non ha nessuna intenzione di mollare. Ricordiamo che Federica Angeli vive ormai da 3 anni sotto scorta, ma questa condizione non l’ha certo dissuasa dal “lasciar stare”, perché lei queste parole non le conosce proprio, non le contempla nel suo vocabolario di vita, nel quale spiccano a caratteri cubitali le parole verità e giustizia.
Ma veniamo ai fatti. I fatti accadono ad Ostia, dove convivono i clan degli Spada e dei Fasciani, e dove nell’arco di un anno, ci sono stati sei casi di imprenditori che, trovatisi in difficoltà, sono finiti nella trappola di chi voleva “aiutarli”, ma che alla fine si sono ritrovati tagliati fuori dalla malavita, che si è impossessata delle loro proprietà.
Ma cosa accadeva nel dettaglio? Come si legge nelle pagine di Repubblica, gli imprenditori in difficoltà, in un momento di crisi, venivano avvicinati da un broker che prometteva loro un prestito, che però non arrivava. Ma arrivava il “consiglio” di affittare l’attività, nell’attesa di un periodo di nuova liquidità. Iniziavano così le storie disperate dei proprietari di bar e negozi, ma finiva che “quelli lì” si piazzavano dentro e si impossessavano di tutto…ma proprio di tutto. Quale modo migliore di riciclare il denaro sporco, derivante da innumerevoli attività illecite perpetrate sul territorio? Il territorio è sempre quello dove si deve sempre sapere “chi comanda” e comanda chi sa ripulirsi, chi sa mostrare una buona facciata, perché quel che c’è dietro si sa come nasconderlo.

Si ricordi il caso del tentativo di esproprio del lido Orsa Maggiore, sempre ad Ostia, denunciato dalla Angeli e da Repubblica. Quello fu l’inizio di una tomba scoperchiata che portò alla luce i rapporti tra malavita locale e politica.
E adesso il sistema si è rimesso in moto. La scorsa estate un imprenditore, che possiede dei bar, in un periodo di crisi, concentra le sue energie sul locale che più ha prestigio e che quindi può portare più frutto. Chiede un prestito ad una banca locale, che però con mille pretesti, gli nega il denaro per risollevare le sorti delle sue attività. Qualcuno gli suggerisce una soluzione, e così l’imprenditore si ritrova a colloquio con il titolare di una agenzia immobiliare “tuttofare”, che si occupa di mutui online, disbrigo pratiche, prestiti anche in condizioni difficili, insomma la persona ideale per risolvere ogni problema.
Negli uffici dell’Immobiliare c’è anche Armando Spada – già condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado per corruzione aggravata dal metodo mafioso nella vicenda Orsa Maggiore – che all’inizio promette e poi frena. L’imprenditore scalpita perché vuole risolvere la questione, ma la questione la risolvono loro, a modo loro: convincono l’imprenditore, ormai stremato da tutta la vicenda, a cedere il bar, a darlo in gestione, “giusto il tempo di riprendersi” – dicevano loro. L’imprenditore accetta, il canone di locazione è di 1800 euro a settimana.
Alla stipula del contratto ci sono un certo “Aldo” e lo stesso Armando Spada. Dal bar non usciranno più e quando l’imprenditore va a reclamare ciò che gli spetta si sente dire che soldi non ce ne sono e che lì comandano loro. Riceve poi due assegni scoperti. L’imprenditore prova con le vie di legge. Lo sfratto messo in atto non va a buon fine, a causa di cavilli. L’imprenditore sembra non capire con chi ha a che fare. E allora gli schiariscono le idee. Qualche giorno dopo, la Finanza chiude un altro bar dell’imprenditore perché definito malfamato, considerato che durante un blitz vengono trovati al suo interno dei pregiudicati.
L’imprenditore capisce di essere finito in trappola, così come anche altri suoi 5 colleghi. Non resta che denunciare. L’indagine è partita e anche questa volta si andrà fino in fondo.
Simona Stammelluti

Vincenzo Sapia


Il caso di Vincenzo Sapia, il giovane 29enne di Mirto Crosia, morto il 24 maggio del 2015 si riapre, dopo che nella giornata del 31  marzo u.s. il Gip del Tribunale di Castrovillari, Dott.ssa Letizia Benigno, si è espressa in merito alla richiesta di opposizione all’archiviazione, richiesta dall’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Sapia.
Ordina una integrazione alle indagini, il Gip, esprimendosi con parole che mettono in evidenza proprio la “persistente incertezza sulle cause del decesso del Sapia, che rende inopportuna una pronuncia di archiviazione […]
E’ lo stesso Gip che rigetta, dunque, la richiesta di archiviazione e chiede al PM di “rivisitare i quesiti medico-legali affidandoli ad un medico-legale specialista nella branca della cardiologia”.
Sono tanti i passaggi dell’ordinanza del Gip,  che richiamano alle motivazione dell’opposizione all’archiviazione che l’Avv. Anselmo ha ben esposto durante l’udienza dello scorso 27 gennaio.
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E’ proprio il tema medico-legale, sul quale l’Avv. Anselmo ha maggiormente posto l’attenzione, che ritorna in maniera incisiva tra le motivazioni salienti spiegate nelle dieci pagine di ordinanza.
Si farà dunque ancora luce sulla vicenda, sulle incertezze di come si è approcciato alla vicenda stessa, come la tempistica nella gestione degli eventi, o i comportamenti cautelari e prudenziali da tenere nei casi di arresto e fermo di persone in condizioni di disagio psichico.

Avv. Fabio Anselmo


E’ lo stesso Avvocato Fabio Anselmo che raggiunto telefonicamente a seguito della ordinanza del Gip Benigno, a dirsi soddisfatto per l’esito raggiunto, e sottolinea ancora la sua convinzione che “la morte di Vincenzo Sapia, potesse e dovesse essere evitata“.
Simona Stammelluti