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Quell’11 settembre del 2001, la parola terrorismo era già nota al mondo occidentale.
Il terrorismo cosiddetto “interno” era già stato considerato una piaga virulenta da combattere. Il terrorismo basco, le brigate rosse, o gli attentati all’occidente, “fuori” dall’occidente. Si pensi agli attacchi alle ambasciate di paesi occidentali. Eppure fino a quell’undici settembre di 15 anni fa, quel tipo di attacco terroristico, aveva una incidenza minima sugli equilibri e sugli scenari mondiali.

E mentre i nuovi libri di storia, hanno incominciato a menzionare quella data indimenticabile come “il giorno” in cui le sorti del mondo occidentale, sono cambiate irrimediabilmente, l’attacco all’occidente “in occidente” da parte del terrorismo islamico, ha aperto una lotta mondiale al combattente islamico che con se porta la strage, una lotta mondiale al sistema terroristico che da quell’11 settembre in poi, l’Occidente lo tiene in pugno, sveglio, vigile, insonne e sempre all’erta.

Quell’occidente che perde la sua “invincibilità“, che non solo non è poi così forte, ma diventa immediatamente vulnerabili, costretto a guardarti le spalle da un Allah nel nome del quale c’è chi si fa saltare all’aria per raggiungere un paradiso inesistente. Il mondo che cambia. Un mondo non più al sicuro. Un mondo viene minato nel suo quotidiano, nel suo essere comunità, nella sua capacità di “continuare”, malgrado tutto, di creare una sorta di “punto zero” dopo ogni paura, dopo ogni orrore, dopo ogni “terrore” che colpisce sempre il simbolo di una nazione, di una comunità, di uno stile di vita. Tutto il mondo occidentale si schiera per la lotta al terrorismo.

Ma in che termini? Pace o guerra?

Un 11 settembre in cui si ricordano le oltre 2947 vittime, i 411 soccorritori morti, quella scena apocalittica nella quale le torri gemelle vengono giù come se fossero di sabbia, un mondo che cambia e che ancora si chiede, come in una roulette russa, a chi toccherà.

Per me l’immagini più nitida dell’undici settembre del 2001 resta quella che ritrae l‘azzeramento di tutti i ceti sociali, razziali e di genere; ricco o povero, nero o giallo, povero o uomo d’affari…solo “sagome” di persone che sotto quella coltre di polvere grigia, rimasero sopravvissuti, in una New York che di megalopoli occidentale non ne aveva più né i connotati né i colori, e poteva essere scambiata per una qualsiasi città del medioriente.

E così nell’era dell’informazione globale ed “immediata” ci siamo resi conto che qualsiasi punto della terra è come se fosse il “dietro l’angolo“, New York come Bagdad, il Bataclan di una Parigi come Nairobi.

Sono passati 15 anni.
Cosa è rimasto di quella tragedia?
Abbiamo maturato una “coscienza” sul perché sono venute giù le torri gemelle, e perché ancora continueremo ad avere paura?
Basterebbe che ciò che è accaduto non ci torni alla memoria solo quando viviamo il fastidio di non poter portare in aereo il nostro shampoo preferito, perché superiore ai 100 ml.

Simona Stammelluti

Messina – dicono che non sia un miracolo, ma una cosa è certa, Rosalba Giusti, palermitana di 68enne, si è risvegliata dopo un sonno durato 4 lunghi anni

Era entrata in coma dopo una emorragia celebrale, un coma durato 45 mesi, ma da ieri riconosce le persone, risponde alle domande e dopo aver chiamato per nome l’infermiera che per 4 anni si è occupata di lei, si sarebbe anche messa a cantare le canzoni dei suoi cantanti preferiti, Massimo Ranieri e Claudio Baglioni.

Succede una volta  ogni 5 anni, che ci si svegli dal coma come quello che aveva inghiottito la signora Giusti. A dirlo gli specialisti che l’hanno tenuta in cura per tutto questo tempo. Uno di loro ha ammesso di non aver mai visto un caso del genere, durante la sua carriera lunga più di 25 anni.

Eppure non c’è nessun rischio che lo stato vegetativo possa essere scambiato per morte celebrale. Nei casi come quello della 68enne palermitana, c’è un costante risveglio delle capacità cognitive ma manca la capacità di comunicare con l’esterno per la difficoltà oggettiva di muovere gli arti, o di parlare.

L’attendono mesi e mesi di riabilitazione, e al momento nessuno può dire se la signora Rosalba possa aver subìto dei danni irreversibili, o quanto tempo ci possa volere per ritornare a quella vita dalla quale si era presa una sorta di “pausa forzata” per 4 lunghi anni. La cosa certa è che è tornata la felicità per lei e per i suoi cari, che però chiedono di poter trasferire la donna in un centro più vicino a casa. Ma in Sicilia esiste solo un centro pubblico specializzato ed è proprio quello di Messina, dove la donna è al momento ricoverata e l’azienda ospedaliera di Palermo, dove la donna risiede, non è attrezzata per pazienti con lesioni celebrali. Pertanto per i suoi parenti, continueranno i costosi spostamenti.

Però la cosa bella è che la signora Rosalba Giusti, adesso canta le sue canzoni preferite e chissà che Massimo Ranieri, non vada a trovarla per stare un po’ con la donna che è tornata dal coma dopo 4 anni, anche grazie alla musica.

Simona Stammelluti

Firenze – Ho intervistato il Dott. Giuseppe Spinelli, siciliano, uno dei migliori medici che la nostra Italia possa vantare di avere. E’ un chirurgo di fama internazionale, dirige il reparto di Maxillo-Facciale del Cto di Careggi. Da lui mi sono fatta raccontare come si rende al cittadino un servizio eccellente nella sanità pubblica, e poi gli ho posto le mie curiosità circa la sua esperienza nel campo sia chirurgico-ricostruttivo, che estetico. Spicca nel panorama per bravura ed umanità, lavorando alacremente al servizio del paziente e delle sue necessità. Un esempio dunque, anche per le generazioni future che vorranno intraprendere questa carriera.

D: Dott. Spinelli, mai come in questo momento storico, noi giornalisti siamo quasi costretti a raccontare una Sanità Pubblica che non solo non difende a pieno gli interessi del cittadino, ma quasi ne disattende le necessità oggettive. Le difficoltà sono molteplici e sotto gli occhi di tutti però poi uno entra al CTO di Careggi e sembra varcare la porta di un “terreno paradiso” dove efficienza, bravura, garbo e servizi sanno essere un “quasi scontato” biglietto da visita della sanità pubblica. Che cosa accade a Careggi, nel suo reparto, per esempio, che altrove non accade.

R: Credo le motivazioni siano molteplici: le difficoltà oggettive di settori molto complessi quali la sanità in generale ed in particolare per quella pubblica dovute alle diverse tematiche che affronta (etiche, sociali, economiche etc); perché spesso le notizie per la “malasanità” hanno un riscontro mediatico maggiore della “buona sanità.
Quello che cerchiamo di realizzare a Careggi,  presso il reparto di Chirurgia Maxillo-Facciale, è di curare con professionalità, attraverso l’aggiornamento continuo e l’utilizzo delle nuove tecnologie (cellule staminali, progettazione computerizzata delle ricostruzioni facciali, tecniche di approccio sempre meno invasive, etc) ma senza perdere di vista il rapporto con il paziente che “deve essere” permeato di elevata umanità.

D: Esiste un divario “sostanziale” tra nord e sud, nella sanità pubblica. Mi piacerebbe che ci spiegasse se a suo avviso esiste una modalità perseguibile, per colmare almeno un po’ quel divario. Non a caso sono tantissimi i suoi pazienti, che giungono dal sud.

R: Le statistiche dicono che esiste un divario, ma credo che ci siano anche al sud eccellenti realtà in sanità pubblica. Difficile trovare le soluzioni “sic et simpliciter”. Per fare funzionare un singolo reparto oggi, non è sufficiente solo la qualità ad esempio del singolo chirurgo, ma è necessario che “l’intero sistema” ospedale e/o territorio, funzioni in modo sinergico. Mi spiego. Per avere prestazioni di livello elevato, ad esempio nel campo dell’oncologia maxillo-facciale, è necessario avere un team che comprenda, oltre al chirurgo, le seguenti figure professionali: radiologo, medico nucleare, anatomo patologo, radioterapista, oncologo, anestesista, nutrizionista, terapista del dolore.
Il team multidisciplinare dovrà discutere tutti i casi prima di consigliare la terapia che deve essere “personalizzata”.

D: Dottor Spinelli,  lei è Direttore del reparto di maxillofacciale del Cto di Careggi, come dicevamo, e le sue competenze spaziano dalla chirurgia traumatologica, alla malformativa, e poi ancora ricostruttiva, oncologica e potremmo andare avanti ancora. Ma la verità è che lei rappresenta l’eccellenza, in Italia. Eccellenza per ciò che fa e per come lo fa. C’è chi sostiene che il più bravo sia colui che sbaglia di meno. Io aggiungerei che il più bravo e chi conosce in egual misura le proprie potenzialità ed i propri limiti. Mi piacerebbe sapere se esiste una sorta di “formula” per divenire un medico d’eccellenza quale lei è.

R: La ringrazio innanzitutto per i complimenti,  ma credo che per raggiungere determinati obbiettivi sia necessario avere delle motivazioni elevate che si rinnovano tutti i giorni, e poi ancora essere curiosi ed insaziabili di conoscere e sperimentare nuove tecniche; non in ultimo confrontarsi con i colleghi sia in ambito nazionale che internazionale, e cercare i collaboratori migliori sia dal punto di vista professionale che umano.

D: Dott. Spinelli io ho visto con i miei occhi gente senza volto alla quale lei lo ha restituito, come ha restituito loro anche una dignità e la voglia di vivere e di “riconoscersi”, in quel vivere. Me la racconta la sensazione che si prova quando si raggiungono dei risultati così netti, così visibili, così straordinari. Si avverte una sorta di onnipotenza, in quel che si riesce a realizzare per la gente che si rivolge a lei?

R: Onnipotenza mai. E’ l’errore peggiore, per chi esercita la professione di medico ed ancor più di chirurgo. Le dirò che considero la perfezione irraggiungibile…perlomeno in questo mondo, per cui non c’è mai, da parte mia, la soddisfazione totale, piuttosto la voglia di cercare di capire come fare meglio la prossima volta.

D: Lei vive e lavora ormai a Firenze, e al nord ha studiato e si è specializzato, ma è un uomo del sud è siciliano, di Messina. Cosa porta con se di quelle sue origini? Che percentuale di “caparbietà” dell’uomo del sud le è rimasta appiccicata addosso?

R: Sono nato in Sicilia ma ho vissuto sia in Calabria che in Sicilia, e sono molto orgoglioso della mia “meridionalità”. Credo mi siano rimasti “i valori” del sud, e quella “voglia” di chi non dimentica le proprie origini, ma persegue con caparbietà gli obiettivi prefissati.

D: Dottore lei è anche Presidente dell’Associazione Tumori Toscana. Ci racconta questa associazione e come possiamo sostenerla?

R: L’ATT si occupa di curare a domicilio i malati di tumore GRATUITAMENTE e può essere sostenuta attraverso varie forme (vedi www.associazionetumoritoscana.it)
Ma credo che il modo migliore per sostenerla sia replicare l’esperienza toscana anche in altre regioni e/o province o città, dove le cure domiciliari gratuite non sono state organizzate.

D: Lei è un medico che si occupa “anche” di estetica, ed è forse la persona più adatta per parlare di cosa sia bello ed armonico. Dove va ricercata secondo lei la bellezza, e quando si può dire che qualcosa è bella per davvero?

R: Credo che la bellezza vada “coniugata” con la naturalezza e l’armonia facciale, facendo sì che i principi della personalizzazione e della moderazione, siano fondamentali. Penso inoltre che bisogna sempre associare la funzione alla bellezza, perché questa associazione rappresenta la sintesi e non l’antitesi.

Simona Stammelluti

Non è semplice capire la disperazione e la paura che ti assale quando ti viene diagnosticato un brutto male, ed il nome “cancro”fa ancora tanta paura e che si chiami leucemia, epatocarninoma, dermoblastoma la sostanza del dolore ed il peso della disperazione non cambia. E’ proprio su quella paura che speculano i “guru” che promettono – grazie a cure alternative che non hanno nessun valore scientifico – guarigioni.

Sono sempre loro, i finti medici, che fanno presto a far leva sulla disperazione dei pazienti e delle loro famiglie, convincendoli che qualunque malessere dipenda da una sorta di trauma, di dispiacere, di conflitto irrisolto verso qualcosa o qualcuno. La morte di una persona cara, il lavoro perso, un amore finito…per chi pratica le cure alternative, basta risolvere il conflitto e tutto come per incanto svanisce, perché il corpo si guarisce da solo, perché – a loro dire – ha questa capacità. E sempre a loro dire, le malattie come il cancro, sono “rigenerazione” e chi le supera diventa un uomo più forte.

Ma la verità è che sono tanti i casi come quelli di Eleonora Bottaro, la diciottenne di Padova che ha rifiutato la chemioterapia e che invece aveva oltre 85 possibilità su 100 di salvarsi, ma ha deciso di morire, dopo aver accettato una cura a base di dosi massicce di cortisone e di vitamina C, in una clinica in Svizzera. I genitori della ragazza, su decisione del tribunale, avevano perso la patria potestà, proprio perché avevano sottratto la loro figlia, ad una molto più che probabile guarigione. Per loro dunque, omeopatia e cure psicologiche erano la soluzione a tutto.

Ad esprimersi in merito alla vicenda, moltissimi medici che hanno con forza ribadito come ad oggi esistano svariate cure, tra queste anche quelle chemioterapiche, che a differenza di un ventennio fa, salvano un sempre maggiore numero di pazienti. E le cure saranno pure a volte invasive e non leniranno certo il dolore e la disperazione, ma salvano molte vite umane.

Scatta l’appello dunque a farsi curare con le cure antitumorali tradizionali, provando a star quanto più possibile lontani dai ciarlatani che promettono guarigioni senza avere né competenze, ne mezzi.

E’ categoricamente inaccettabile che dei genitori sottraggano la propria figlia alle cure mediche e che la lascino morire, sulla base di teorie visionarie, e ad ideologie mitomani.

La triste storia di Eleonora si incastona nella attuale moda che dilaga, di non vaccinare i bambini e tutto questo, porta ad una sorta di regressione verso una inciviltà intellettiva e non solo pratica.

Purtroppo sono tanti i casi di persone che si lasciano convincere e che come Eleonora,  firmano un contratto con la morte, perché la “pseudo-scienza” uccide.

Simona Stammelluti

Su Ra1, in prima serata, un docu-film per raccontare il coraggio e la tenacia di Libero Grassi, anche attraverso la testimonianza di chi l’ha conosciuto, della sua famiglia, e poi ancora storici, giornalisti, procuratori, fotografi e associazioni

Amava la barca a vela, Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991. Amava la barca a vela, ed il suo sogno era quello di fare il giro del mondo, una volta andato in pensione, con la usa adorata moglie Pina, la quale qualche giorno prima della sua morte, scattò – proprio durante una gita in barca insieme al figlio Davide – quella che rimane l’ultima foto di Libero, da vivo.

Una storia, la sua, raccontata attraverso immagini di repertorio e ricostruzioni realistiche di quella che fu la sua vita in quella Palermo che lo ignorava anziché sostenerlo. Lui, che viveva a testa alta mentre tutti agivano per screditarlo, mettendo all’angolo colui che fu il portabandiera della lotta alla mafia, in un territorio nel quale l’imprenditoria si era piegata alla regola del “pizzo”. E proprio quando tutto il mondo, parlava di Libero Grassi, che aveva anche rifiutato la scorta, dopo le minacce ripetutamente ricevute, Palermo riusciva ad “ignorarlo”. Washington Post, i giornali francesi, tutti in fila per intervistarlo, per raccontare la sua storia, mentre nella sua terra, quella sua storia non interessava a nessuno.

Ben evidenziato nel documentario, il ruolo che la TV ebbe, nel destino di Libero Grassi, ma che non fu la causa della sua morte, bensì un modo per dare voce a chi sapeva che se non si fosse reagito alla logica della malavita, si sarebbe dovuto solo abbandonare quei luoghi. Ma lui restava e “resisteva”. Le immagini di repertorio della sua presenza alla trasmissione “Samarcanda” di Michele Santoro, restano terribilmente attuali, così come anche la famosa staffetta che la Rai e Mediaset, fecero il 21 settembre del 1991, poco meno di un mese dalla sua morte. Una staffetta per dare un segno di libertà, come quella che Libero Grassi aveva difeso vivendo a testa alta. Personalmente, ho ricordato quell’invito fatto alla popolazione italiana di accendere una luce, come gesto concreto, per lui, lui che voleva i “riflettori accesi”, sulla mafia.

Nel docu-film si susseguono i racconti di collaboratori di giustizia, che raccontano i dettagli di tutto quello che accadde prima, dopo e durante le decisioni circa il “destino” che toccò all’imprenditore, e poi ancora le testimonianze di sua moglie Pina, e dei suoi figli Davide e Alice.

Pina, che aveva organizzato un convegno per gli imprenditori palermitani, che invece quell’incontro lo disertarono, suo figlio Davide, che il 31 agosto del 1991, durante i funerali di suo padre, mentre portava a spalla la bara, insieme a tre suoi amici e a due dipendenti dell’azienda alzava al cielo la mano che mimava una V, in segno di vittoria e non di sconfitta, considerato che suo padre non aveva mai ceduto alla mafia, ed era morto da uomo libero. E poi Alice, che nell’intervista racconta come il non aver visto la scena di suo padre morto assassinato l’abbia aiutata a sopravvivere. Per mesi, dopo la sua morta, la donna ha sognato di dialogare con suo papà, mentre gli chiedeva come salvare l’azienza.

Significativi anche i racconti del giornalista Sandro Ruotolo, che ha raccontato quanto l’umiltà del grande e coraggioso imprenditore si vedesse da quei sandali che uscivano fuori da sotto il lenzuolo, immagine che nei suoi occhi era rimasta impressa quella mattina del 29 agosto del 1991, quando Libero Grassi, esce di casa poco dopo le sette e trenta del mattino, dopo aver sorriso e scherzato con sua moglie, e si allontana a piedi e dopo essere stato chiamato per nome, viene avvicinato alle 7,36 e assassinato a viso aperto.

Simonetta Martone regala il ricordo della lettera ricevuta da Libero Grassi, dalla quale sia nella grafia, che nel contenuto, mostrava l’arrivo della paura, della consapevolezza che proprio quando le minacce avevano smesso di giungere, si avvicinava la sua fine.

Leoluca Orlando, che sottolinea quanto il successo dell’imprenditoria a Palermo, era dovuta all’essere collusa con la mafia e che tali accordi, non avrebbero mai potuto concedere un ruolo attivo nella società. Ed in questo panorama Libero Grassi, che non si piegava a questi meccanismi era visto come un eretico.

E’ proprio con Libero Grassi che nacque il termine “pizzo legalizzato”, riferito alle banche che ponevano dei tassi di interesse sui prestiti agli imprenditori così alti, che gli stessi erano costretti a cedere alla mafia. E quando un banchiere gli disse di “smetterla di rompere i coglioni”, lui gli rispose: “i rompicoglioni sono destinati a soccombere, ma io non smetterò“.

E con lui pure, si incominciò a fare luce sui cosiddetti “voti di scambio”, in politica. Perché fu lui, il primo a parlarne, raccontando come alcuni politici andassero al potere “scambiando” favori con la mafia. Lui, repubblicano, che quando il suo partito incominciò ad andar male, accettò l’incarico di ricostruirlo.

Quando il clan Madonia decide di “risolvere il problema una volta per tutte”, si rivolse a Marco Favaloro, che ci mise poco a capire che nessuno proteggeva Libero Grassi. Favarolo, esecutore materiale del delitto Grassi, viene arrestato il 20 aprile del 1992.

il 30 aprile del 2004 a Palermo accade una cosa insolita. Tutta la città viene tappezzata di adesivi con su scritto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Si scopre esserci Pina Grassi, dietro quella iniziativa, con una marea di giovani, che hanno deciso di alzare la testa, per non abbassarla mai più, così come aveva fatto Libero. Ed è stato quello il segno di una eredità lasciata, che non morirà mai.

Ad oggi in tutta Italia ci sono vie che portano il nome di Libero Grassi; A Torino, a Trapani, Lecco, Viterbo, Napoli (nel quartiere Scampia), a Milano, a Monza.

Da quel 29 agosto del 1991, nessuno è stato mai più solo a combattere contro il problema del pizzo, e tutti quelli che hanno conosciuto la sua storia, sono più Liberi.

Resteranno eterne le parole della sua famiglia, le parole del comunicato dopo la morte di Libero Grassi. Poche ma significative parole: “Dichiariamo che Libero Grassi  è stato ucciso da uno stato inefficiente e corrotto, ma se anche lo stato fosse più efficiente, non ci salverebbe comunque dal popolo siciliano“.

Ma eterne e come eredità anche e soprattutto per noi giornalisti rimarrà quella sua affermazione detta davanti ad una Italia intera: “Io credo nei giornalisti, perché loro si sono fatti uccidere pur di raccontare la verità“.

Simona Stammelluti

Si è svolto ieri 26 agosto a Camigliatello Silano un dibattito dal titolo “Informazione nel mezzogiorno in formato 2.0”, uno dei tanti incontri organizzati dall’Associazione ASSUD

Si chiama “Stelle del Sud 2016” il programma di incontri, dibattiti ed eventi organizzati per discutere del mezzogiorno, della sua economia, di come si gestisce l’informazione, l’attualità e la politica e ieri sera a Camigliatello, sono giunti tre dei più capaci giornalisti di cronaca che la nostra nazione può vantare, i cui nomi sono ormai famosi per il loro impegno costante nel contrasto alla criminalità organizzata, che è poi costato loro una vita sotto scorta.

Ospiti del dibattito Federica Angeli, giornalista di nera e giudiziaria di La Repubblica, Paolo Borrometi di Agi e Michele Albanese del Quotidiano della Calabria. A moderare l’incontro, la giornalista del TgR Rai Calabria, Livia Blasi.

Tre giornalisti, dunque, che hanno raccontato non solo la propria esperienza di cronisti sotto scorta, ma anche la loro personale e sentita idea di come si possa e si debba fare notizia nelle terre devastate dalla criminalità che in ogni territorio prende un nome diverso, ma che sortisce sempre gli stessi effetti nefasti nel sud, radicandosi sempre più in tessuti sociali mirati, mimetizzandosi e tessendo tele che vanno scovate e distrutte.
Un delicato ruolo, dunque, quello dei giornalisti, così come loro stessi hanno raccontato.

Federica Angeli, da anni ormai sotto scorta, a seguito di minacce ricevute dopo essere stata sequestrata dalla malavita di Ostia, dopo essere stata testimone oculare di un tentato omicidio, che ha scelto di non tacere, di denunciare, di andare avanti nelle indagini, “scavando”senza sosta nella verità. Lei, che ha parlato della mafia romana, prima ancora che saltasse alla ribalta della cronaca, lei, che fu accusata di “vedere troppi film gialli”, lei, che la paura la guarda in faccia tutti i giorni ma non si arrende, lei, che non si è mai fermata davanti alla verità, l’ha raccontata sempre quella verità facendo il suo mestiere con estrema coscienza, con equilibrio, senza mai scadere nello show “tout court”, non accontentando mai la parte morbosa dei lettori, nel rispetto sempre delle storie e dei protagonisti, decidendo “liberamente” che tipo di informazione dare nel rispetto del dolore, sempre. Perché dopo aver rinunciato alla libertà, la stessa la restituisce al lettore attraverso una verità che merita di essere raccontata senza aggiungere altro se non dettagli sostanziali di immagini di quella parte di società che si nasconde dietro interessi che non sono per il bene comune.

Paolo Borrometi, siciliano, che dalla Sicilia è dovuto scappare dopo aver raccontato la mafia nel territorio di Montalbano, dopo l’inchiesta sul boss di Scicli, alla quale sono seguite minacce e poi aggressioni, che adesso lo costringono a girare con la scorta. Anche da Roma, dove adesso vive continua a scrivere di mafia, e le minacce lo spaventano, ma fino ad un certo punto. Racconta alla platea che lui, come i suoi colleghi, racconta ciò che nei territori del sud non venita raccontato. Racconta di quella mafia in provincia di Ragusa, città che per tanto tempo è stata considerata distante dalla criminalità organizzata. Ragusa dove venne ucciso Giovanni Spampinato (giornalista italiano, ucciso dalla mafia), dove i suoi stessi colleghi dissero “se l’è cercata” e al suo funerale non andarono.

Anche Michele Albanese, giornalista sotto scorta per aver raccontato nei suoi articoli le attività delle cosche nella piana di Gioia Tauro. Lui, che sostiene che “se non risolve il problema della mafia, della ndrangheta, della camorra, l’Italia non potrà mai risolvere i suoi problemi”. Se non ci fossero giornalisti come loro – continua Albanese – i territori non verrebbero raccontati e neanche le forze dell’ordine potrebbero agire e “reagire” ai fenomeni mafiosi. Perché la mafia toglie occasioni al sud, ai figli, cancellando la parola “futuro”.

Rispondono alle domande intelligenti e mirate di Livia Blasi, i tre giornalisti sotto scorta, che li invita a raccontare come si resta persone “per bene”, raccontando storie attraverso le loro “scarpe consumate”, rispettando la notizia nel tempo della notizia “mordi e fuggi”, nel tempo del 2.0

Tutti concordi nel sottolineare l’importanza di recuperare una deontologia, lasciando da parte il giornalismo spettacolarizzato, recuperando anche la voglia di anonimato, senza voler apparire a tutti i costi, altrimenti si rischia di non essere più credibili.

Angeli, Borrometi ed Albanese, sottolineano come avere la scorta non è uno status symbol, ma una condizione difficile nella quale vivere, e il ringraziamento e l’applauso di tutti, è stato rivolto ai ragazzi della scorta, che difendono le loro vite e le scelte giuste di un giornalismo che rispetta la verità.

Simona Stammelluti

Una serata semplice, nel suo intento, “di cuore” nella sua destinazione. Una serata in una piazzetta suggestiva di Montalto Uffugo, piccola cittadina in provincia di Cosenza, dove lo storico autore, Mogol, ha raccontato la sua carriera, tra anedotti e citazioni

Mogol - Foto Sicilia24h - riproduzione riservata

Montalto Uffugo (Cs) – “Io, te e altre 450 persone”…una serata di spettacolo come se fosse un piacevole convivio tra amici di vecchia data. Perché insieme a Mogol, ieri sera sul palco, vi erano Andrea Mingardi, la vocalist Valentina Cortesi, ed il maestro Maurizio Tirelli, che ha accompagnato gli estemporanei accenni a tutti quei pezzi scritti da colui che ha passato una intera carriera tra “musica e parole”.

Una serata “senza scaletta”, nella quale il senso logico si reggeva sulle esperienze di vita di Mogol, che ha raccontato molto, di come si è ritrovato a scrivere testi per i più quotati artisti italiani, da Battisti a Mina, da Celentano a Cocciante. La bellezza delle serata – in un momento di grande tristezza dopo gli accadimenti post terremoto nel Lazio – è stata senza dubbio la scelta del Sindaco, Avv. Pietro Caracciolo e dell’Amministrazione Comunale di devolvere l’intero incasso alle popolazioni vittime del terremoto. Con questo spirito, la serata è sembrata avere per davvero “un senso”, considerato che in tutta Italia sono stati annullati moltissimi eventi, per rispetto a coloro che hanno subìto gli eventi drammatici post sisma.

Mogol ha risposto alle domande – modello talk show – poste da Andrea Mingardi, che abbandonata la sua anima prettamente blues, ha saputo mettere al centro della serata l’intera carriera dell’autore, ponendogli quelle domande che forse molti, tra il pubblico, avrebbero voluto porgli. E così Mogol ha raccontato ad oltre 450 persone presenti nella piazzetta Pietro Rizzo, come si vive, sentendo i propri testi, divenire “intercalare quotidiano” di grandi e piccini. Mogol ha sottolineato l’importanza dell’affetto che la gente nel corso degli anni ha saluto regalargli e si è definito, per questo, un vero privilegiato.

Tu sei un benzinaio, che ha dato carburante a centinaia di cantanti. Di solito si fa fatica a ricordare i testi delle canzoni, ma nel tuo caso tutti conoscono le canzoni che hai scritto da autore” – gli dice Mingardi, proprio in apertura di spettacolo.

Mogol Mingardi - Foto Sicilia24h - riproduzione riservata

Scrivere canzoni che vengono ricordate, è solo frutto di un destino favorevole” – risponde Mogol, che poi ci tiene a sottolineare che tutti si possiede una sorta di talento, che andrebbe sempre coltivato, ma che solo pochissimi coltivano per come si dovrebbe. Spiega anche la differenza tra talento e genialità e spiega come il genio è colui che possiede un dono raro, che si rivela sin da bambini. Per lui un genio è stato Gianni Bella, che scrisse un’opera senza avere preparazione operistica. Ha raccontato che lo stesso a soli 5 anni, si recava sulla scalinata della chiesa per scoprire come mettessero le mani sulla chitarra i musicisti. Era un bambino che si interessava alla musica anche solo “spiandola”.

E quando Mingardi gli ha chiesto cosa lui facesse, a 5 anni, Mogol ha risposto che era particolarmente preoccupato di come recuperare le distanze tre se e gli altri. Nel tempo si è dato molto da fare per raggiungere il suo sogno, che era semplicemente “sopravvivere” e per farlo ha messo in campo tutto quello che aveva.

Il momento musicale arriva dopo la citazione di quella che fu la prima canzone scritta da Mogol per la sua amica Mina, che è “Briciole di baci”, intonata da Valentina Cortesi.

Tanti i pezzi raccontati, scritti da Mogol che hanno vinto Sanremo, tanti gli anedotti su come sono nati i pezzi, come “Se stiamo insieme” di Cocciante, fatto ascoltare allo stesso cantante a Parigi, che pianse, dopo aver letto il testo. Fu così che lui, Mogol e Mario Lavezzi decisero di portare la canzone al Festival, dove poi vinse.

Simpatico il  momento nel quale Mogol racconta di essersi sposato “solo” due volte, ma di aver avuto 3 o 4 donne!

Suggestivo il momento musicale, quando viene intonato “la voce del silenzio”, interpretata da Valentina Cortesi, intonatissima.

Valentina Cortesi - Foto Sicilia24h - riproduzione riservata

Ma anche Mingardi, canta. In fondo è anche quello il suo ruolo in una serata che scivola via tra un ricordo ed una manciata di note.
“Senza luce” è il pezzo che sceglie di cantare, prima che in scena arrivi Lucio Battisti, con tutto quello che ha rappresentato per la canzone italiana.

“Mogol-Battisti” – questo il pezzo cantato subito a seguire, mentre sullo schermo passano le immagini del video girato da Mingardi e Mina.
Mogol poi sbaglia le parole, recitando il testo di “balla Linda” e fa tenerezza vedere un signore di 80 anni, raccontare una carriera, con la semplicità che appartiene a chi nella vita ha fatto quel che voleva e che “sapeva”.

Ho scritto Una Lacrima sul Viso, durante il tragitto verso la sala di incisione – racconta – prima proprio non mi era venuto nulla in mente“.
Ma il pubblico si lascia particolarmente coinvolgere quando Mingardi intona un piccolo medley dei pezzi più famosi di Battisti, che sono – senza dubbio – un piccolo mondo eterno, scavato nella roccia che contiene oltre 200 perle scritte dal grande paroliere.

Una serata riuscita nel suo intento di raccontare una carriera, più che fare musica, perché in fondo, ascoltare come sono nati alcuni successi che sono destinati a restare eterni, è più importante di una serata che si potrebbe ascoltare in qualunque pianobar.

Simona Stammelluti

Maurizio Tirelli

Per tutte le città e le cittadine d’Italia che volessero organizzare centri di raccolta per le persone terremotate, ecco l’elenco di ciò che necessita

Già da stasera, ma soprattutto nei giorni a venire, le popolazioni colpite dal terremoto, che sono adesso in estreme necessità di sopravvivenza, mentre ancora si lotta contro il tempo per salvare quante più vite possibili, hanno bisogno davvero di tutto.

Qui di seguito l’elenco (sempre in aggiornamento) dei BENI DI PRIMA NECESSITA’, inviato dalla Confcommercio di Rieti:

  • Lenzuola singole nuove o usate (pulite)
  • Asciugamani (puliti)
  • Cuscini (puliti)
  • Carta igienica
  • Rotoloni asciugatutto
  • Bicchieri di plastica
  • Piatti di plastica
  • Tovaglioli di carta
  • Prodotti per la pulizia personale(shampoo, bagnoschiuma,
    sapone, dentifricio, ecc…)
  • Salviette umidificate
  • Pannolini (per adulti e per bambini)
  • Colori per i bambini
  • Blocchi di carta
  • Giochi per i bambini
  • Acqua minerale – Naturale.
  • torce e pile
  • apriscatole
  • kit pronto soccorso-medicine da banco (tachipirine – cerotti – pomate per ferite)
  • attrezzature varie
  • lettini da campo- brandine-coperte
  • Maglioni
  • Giacche a vento
  • Sacchi a pelo
  • Coperte
  • Alimentari non deperibili tutti i generi : pasta, pomodori, pelati, barattoli di fagioli ceci, lenticchie, piselli,olio, sale grosso e fino, zucchero, caffè, omogenizzati, biscotti, latte lunga conservazione. preferibile scatolame
  • Ps: non dimenticate gli animali : cani, gatti pelosi e non, hanno bisogno di cibo.

Giustino Parisse, giornalista de “Il Centro”, racconta, con il terrore che appartiene a chi in un terremoto ha perso i suoi due figli e suo padre, cosa “resta” dopo il sisma di magnitudo 6.0 che stanotte ha distrutto Amatrice, Arquata e Pescara del Tronto

Foto Ansa

Di Amatrice non resta più nulla, resta una nuova storia da costruire e da scrivere, perché quello che c’era non esiste più. Sembra un brutto sogno che si ripete, mentre le immagini sono sempre le stesse, immagini di morte e distruzione. Ho passato le ultime ore con un mio collega sul posto e ho raccontato quello che vedevo, lo scempio della distruzione, la gente per strada. Eppure le immagini più difficili da raccontare sono quelli della morte, quella morte che fa sempre paura, ma che quando porta il nome di bambini, diventa ancor più cruda e spietata. Poco fa, lasciando momentaneamente quei luoghi, io ed il mio collega, non abbiamo potuto fare a meno di imbatterci nella scena di un ragazzo tredicenne portato via dalle macerie, purtroppo senza vita. Ed il padre del ragazzo, che cercava di consolare l’altro figlio più piccolo, ha rimproverato un cameraman che voleva riprendere quella scena di grande strazio e di immenso dolore…immenso dolore. Solo materie, solo cumuli di materie, solo distruzione, di luoghi e di vite umane. Difficile raccontare, anche se le immagini che vi inviamo sono fin troppo esaustive“.

Queste le parole di un padre, prima ancora che un giornalista, che conosce bene il volto e il potere distruttivo del terremoto. Lui che nel 2009 perse i suoi due figli e suo padre, a L’Aquila e che proprio qualche mese fa, dalle pagine del suo giornale, aveva scritto una lettera accorata ai suoi figli. In quella lettera, rivolta a Domenico e Maria Paola, racconta sette anni dopo, tutta la solitudine che regna da quel giorno, racconta la paura dell’alba, di quell’alba che i suoi figli non potranno più vedere. Ricorda quei 23 maledetti secondi che hanno “spento tutto”. Parla di quella “fatica del vivere che si fa montagna insuperabile”. Immagina come sarebbero stati i suoi figli, oggi, di 18 e 23 anni, negli anni delle scelte di vita. Parla ai suoi figli come se potessero sentirlo, anche se sa bene che nessun postino busserà alla sua porta, per consegnargli una lettera di risposta. Parla della nuova chiesa inaugurata, dei nuovi cantieri aperti, della tristezza profonda. E poi ancora racconta di una notte nella quale tenuto sveglio dalla tosse, si è alzato ed ha scritto una riflessione sulla ricostruzione: «Dal 2009 a oggi è mancata una riflessione collettiva su quanto accaduto. Una cosa, forse, dovuta al fatto che la tragedia, quella vera, quella che ruba il passato e l’avvenire, ha interessato una piccola parte della popolazione.
Gli altri – ognuno per proprio conto  – superato lo choc hanno cercato di massimizzare ciò che potevano “riscuotere” da quella tragedia.
Oggi in tanti fanno la loro piccola battaglia con l’arma dell’egoismo, non si vedono invece grandi battaglie – quelle in cui si impugna l’arma del bene comune -su come ricostruire al meglio la città e i paesi. Fra 80-100 anni nessuno ricorderà i nomi degli aquilani di oggi, ma tutti giudicheranno ciò che questa generazione ha saputo fare non per trasformare un pagliaio in un appartamento, ma per come l’impianto urbano e gli spazi pubblici saranno stati resi funzionali alla qualità della vita e alle occasioni di crescita occupazionale, sociale e culturale».

Ed oggi, ancora una volta, gli occhi di Giustino Parisse si sono abbassati, pieni di lacrime, sulle immagini di un centro Italia, distrutto dal sisma e dal dolore.

Simona Stammelluti

Passione, professionalità, idee e lungimiranza, solo le qualità che appartengono a Paola Pinchera, classe 1961, una donna che sa bene quello che fa, che conosce le dinamiche del mondo dello spettacolo, che ha fatto un percorso professionale lungo quasi 35 anni e che lo racconta in questa intervista, in esclusiva per il sicilia24h

Paola Pinchera

D: Da quando si occupa della direzione artistica del Roccella Jazz Festival?
R: Dal 2013 ma sono quasi 35 anni che mi occupo del Festival, prima come addetto stampa, poi in evoluzione, sono diventata direttore di produzione, e poi dal 2013 direttore artistica insieme al prof. Vincenzo Staiano.

D: Nella vita voleva fare questo?
R: NO! (sorride)

D: Come si è trovata a diventare direttore artistico e a gestire situazioni artistiche così importanti?
R: E’ stato un crescendo. Io volevo fare la giornalista, occuparmi di spettacolo, tant’è che nel corso della mia carriera ho fatto l’addetto stampa per il teatro, per il cinema. Poi però è salito l’amore per la musica e per il jazz, ho conosciuto tanti artisti importanti, ci siamo scambiati dinamiche sensoriali, che mi hanno poi portata ad amare moltissimo questo lavoro.

D: Sappiamo che ci sono tanti appassionati di musica, tanti competenti in materia, ma che caratteristiche deve avere un direttore artistico per portare il giusto splendore ad un festival?
R: Innanzitutto deve esserci una grande conoscenza della musica, questo è importante, grande orecchio alle novità che accadono intorno, grande umiltà e buona dote in pubbliche relazioni.

D: Cos’è il jazz per la terra di Calabria? Quali Cambiamenti ha visto nel corso del tempo?
R: La Calabria è cresciuta tantissimo, nel senso che quando ho iniziato io insieme a mio papà, non sapevano neanche cosa fosse il jazz; ricordo ero piccolina e questi concerti di grandi nomi, si facevano con 20 persone e le capre! (Sorridiamo)
Poi, pian piano c’è stato un coinvolgimento e si è capito che organizzare poteva essere un indotto economico. Sono cresciuti tanti giovani in quella direzione, molti hanno potuto ascoltare la musica che sognavano di ascoltare o che avevano sentito solo su dischi, e così sono nate tante iniziative, tante rassegne e molti sono cresciuti anche in maniera notevole, a livello nazionale.

D: Si può educare al jazz, dunque, alla buona musica, attraverso questi festival? Si può diventare un buon ascoltatore.
R: Si, certo. Ci sono cose che possono piacere di più o di meno, o non piacere affatto, possono essere vicine ai propri gusti, o più distanti. Per questo un buon direttore artistico devo fornire un panorama vasto, di tutte le tendenze sia passate che future, in modo da poter per quanto più possibile accontentare sia la vecchia guardia, che le nuove generazioni.

D: Che difficoltà si incontrano nella gestione di festival come quello che lei dirige, e quanto tempo ci vuole per programmare, contattare, organizzare? Sembra facile parlare del lavoro di un direttore artistico che si porta dietro una propria esperienza personale, ma esistono delle problematiche tecniche nel fare questo lavoro.
R: La prima cosa importante come sempre, sono i soldi. Non conoscendo un budget sicuro sin dall’inizio, è tutto molto difficile. A parte il ministero che per fortuna ci finanzia da tanti anni, noi viviamo con il problema delle cifre che non bastano e non possono bastare. Abbiamo delle situazioni in cui le Regioni soprattutto, decidono di concedere dei finanziamenti dei quali non si conosce l’entità, se non tre giorni prima che inizi un festival, quindi programmare è molto difficile. Quest’anno è accaduto che a ferragosto la Regione ha comunicato quanti soldi avrebbe stanziato, oltretutto ci aspettavamo una cifra diversa, per cui siamo stati costretti a cancellare anche alcuni concerti.
Io inizio già da settembre a riorganizzare il tutto, perché il Festival di Roccella è particolare, ha tante produzioni originali da mettere insieme, pertanto ci sono tantissimi artisti nazionali ed internazionali da contattare, poi si cerca di capire se un progetto possa o meno piacere loro, pertanto un anno prima, già ci si attiva per la giusta riuscita del festival.

D: Ci racconta quante e quali sono tutte le figure professionali che ruotano intorno ad un festival così prestigioso, a parte direttore Artistico e gli addetti all’ufficio stampa?
R: Come in tutte le cose che riguardano lo spettacolo, le maestranze sono la parte essenziale del lavoro. Una segreteria importante, una fonica che sia importante, una direzione tecnica, direttore di palco, tutta la parte logistica, alberghi e ristoranti, i transfer considerato che il festival è a Roccella Jonica, è ad un’ora sia dall’aeroporto di Lamezia che di Reggio, per cui è importante avere una buona agenzia che curi questi spostamenti, più tutti i ragazzi che sono con noi, dal catering, a coloro che si occupano dei botteghini, alle pubbliche relazioni. Sono tante le figuri importanti per la realizzazione di un festival di tale caratura.

D: Signora Pinchera, lo possiamo dire che questo genere di festival crea benefici ad un territorio come la Calabria?
R: Io credo che ogni festival di questo peso, possa divenire un vero indotto economico e culturale, in qualunque posto del mondo. Lo hanno capito in tanti, in tutto il mondo, in Italia ancora fatichiamo, nel Sud Italia è ancora più difficile, ma la volontà di andare avanti c’è e comunque ci sono tante persone, il comune stesso di Rocchella, che hanno compreso che questo festival può essere veramente un indotto economico molto importante per il territorio.

D: Conta la conoscenza delle lingue straniere, per il delicato compito del direttore artistico?
R: Si, certo. L’inglese me lo porto dietro da quanto ero piccola, il francese ho dovuto impararlo… ìquantomeno capirlo!

D: Ci sono degli errori che in passato ha commesso, e che dopo si sono trasformati invece in punti di forza?
R: Di errori se ne fanno tanti. Forse quando ho creduto in un progetto e invece non ne valeva la pena, ho creduto in alcune persone e magari non ne valeva la pena. Ma a lungo andare, quando investi su alcune persone, e ti vedi tornare indietro la gratitudine, anche solo per la mezz’ora che hanno trascorso con te, e ti ringraziano perché hanno imparato qualcosa, diventa una vera e propria soddisfazione. Io ho cresciuto tanti giovani. Ho tanti ragazzi vicino a me, che sono cresciuti in questi anni, che sono divenuti esperti nel settore e che vogliono continuare in questo campo. Di questo ne sono molto felice. Io credo nei giovani, molto, ed è giusto tramandare in loro ciò che tu hai imparato dalla vita. Non bisogna tenersi tutto gelosamente, come fanno molti.

D: In Italia ormai nascono festival jazz ogni anno, e lei ne avrà visitati, presuppongo, in giro per il mondo, anche se a mio avviso la differenza la fa la “storicità” di un evento. Cosa c’è a suo avviso nel Roccella Jazz Festival che lo differenzia dal ciò che si può vedere altrove?
Roccella ha una peculiarità che in tanti hanno imitato. Intanto andrebbe fatta comprendere – perché non tutti lo sanno – qual è la differenza tra rassegna e festival Jazz. Io credo che Roccella abbia come punto di forza il fatto che molti artisti vengono intercettati da un anno all’altro, molto contano le produzioni originali e poi le alchimie…che qui si creano. Girando il mondo, ne ho viste solo in alcuni festival e a Roccella succede quasi tutti gli anni. Quest’anno per esempio, primo concerto, per la prima volta si incontrano Paul Van Kemenade e Maria Portugal, lui di Amsterdam, lei giovane brasiliana bravissima, beh…su quel palco sembrava che suonassero da sempre insieme. Un’alchimia pazzesca.

D: Prima di salutarla volevo chiederle, considerato che anche quest’anno avete invitato ospiti prestigiosi di tutto il panorama jazzistico internazionale, può affermare di essere riuscita anche per questa edizione, a mettere d’accordo la domanda, quindi ciò che il pubblico voleva con l’offerta che avete realizzato?
R: Credo proprio di si. I concerti sono piaciuti moltissimo. Credo proprio di si, anche se a dirlo dovrebbero essere gli spettatori.

Considerato che alcuni incontri, possono per davvero divenire alchimie, con la promessa di incontrarci presto, ho salutato Paola Pinchera. Durante l’intervista ho constatato quanto esperienza ed umiltà, diano un valore aggiunto a chi realizza, restando talentuosamente dietro le quinte di Festival da dieci e lode.

Simona Stammelluti per Sicilia24h