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La verità sulla morte del calciatore avvenuta il 18 novembre del 1989 è sempre più vicina
Nella giornata di ieri, il capo della Procura di Catrovillari Dott. Eugenio Facciolla ha chiesto al Gip l’incidente probatorio. Anche gli avvocati dell’allora ex fidanzata di Denis Bergamini, Isabella Internò, avevano annunciato – ma mai depositato – l’incidente probatorio.
Ricordiamo che ad oggi, Isabella Internò è indagata per omicidio con l’aggravante della premeditazione. Stesso avviso di garanzia per il camionista  Raffaele Pisano, che quella notte investì il corpo del calciatore.
Leggi i dettagli qui Caso bergamini ad una svolte decisiva
Il procuratore Facciolla ha dunque avviato la richiesta come procura e nel giro di pochi giorni, il Gip deciderà se accettare l’incidente probatorio che porterebbe così alla nomina dei pool di periti che si occuperanno della riesumazione del corpo di Donato Bergamini, sul quale poi verranno effettuati le analisi specifiche richieste dalla magistratura.
Ricordiamo che dopo due archiviazioni, era stato il legale della famiglia Bergamini, l’Avv. Fabio Anselmo, a chiedere la riapertura del caso dopo 28 lunghi anni.
Simona Stammelluti


Sembra ieri quel 23 maggio del 1992: 25 anni fa Giovanni Falcone aveva da poco saputo che sarebbe stato il procuratore nazionale antimafia, uno scenario quello, che all’epoca dei fatti faceva ancor più paura, perché con quel nuovo incarico il giudice diveniva ancor più pericoloso e i suoi nemici lo sapevano. Quei nemici che non erano solo i “mafiosi”propriamente detti. Che poi andrebbe capito per davvero di che mafia si parla. Certo non la manovalanza, non la malavita locale che innescò il tritolo sull’autostrada di Capaci.
Quella mafia che un tempo era relegata alle terre del sud e che da sempre prende nomi diversi pur utilizzando lo stesso codice, quella mafia che ha rotto ogni confine, che ha cambiato continuamente forma e natura, che si è modificata, si è infiltrata, si è messa il vestito buono per mimetizzarsi in maniera impeccabile in tutti gli ambienti, perché il potere resta la migliore posta in gioco e il mondo è abitato da corrotti e corruttibili.
Sembra una vita fa, quel 23 maggio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Giovanni Falcone non fosse stato assassinato. Difficile dirlo. Lui, convinto che la mafia non fosse invincibile, che come tutti i fenomeni umani, avrebbe avuto una fine. Lui, consapevole in vita di essere un morto che camminava, che sapeva per certo che ad ucciderlo non sarebbe stato il fumo, lui consapevole di essere un bersaglio scomodo e di avere un destino segnato, lui che non si sottrasse mai alla morte ma non fu certo un martire. Morì amando la vita, difendendo la verità con il lavoro e il sacrificio.
Le parole strage, attentato oggi fanno paura come allora.
Oggi i giovani che hanno l’età che io avevo all’epoca della strage di Capaci, hanno forse più mezzi di quelli che avevano quelli della mia generazione per capire i meccanismi della mafia e per prendere le distanze da essa. Mafia Capitale è solo uno dei tanti nuovi volti della mafia, che si annida davvero in molti dettagli del quotidiano, anche se a volte facciamo finta di non vedere, ci tappiamo orecchi e bocche, ci giriamo dall’altra parte perché è più comodo così. C’è la mafia ad Ostia, e ci sono voluti tanti altri “sacrifici” e massicce dosi di coraggio per smascherare realtà ben nascoste nei piani alti di palazzi di potere.
La lotta alla mafia dovrebbe essere costante e partire sempre dal basso. Ci potranno essere altri cento Giovanni Falcone, ma se non impariamo a riconoscerla, la mafia, alcuni sacrifici saranno stati vani. E non dimentichiamo che ad oggi ci sono altri magistrati e tanti giornalisti che rischiano di saltare in aria perché la mafia la guardano in faccia, la raccontano, la scovano, scavando a mani nude proprio lì dove in molti si sono girati dall’altra parte, proprio lì dove ci sono realtà inquietanti.
Nella confusione di alcuni eventi e in momenti storici propizi, nasce il marcio anche dove non dovrebbe. Non ci dimentichiamo che esistono sì associazioni antimafia, ma ne esistono anche di finte. E allora come si fa a capire da che parte stare, se a volte la verità si nasconde nelle rughe di volto che dovrebbe rappresentare la legalità?

Quando conobbi per la prima volta la giornalista di Repubblica Federica Angeli, a tutt’oggi sotto scorta perché ripetutamente minacciata, lei mi disse queste parole a bruciapelo: “La mafia si fa strada ogni volta che si chiede un piacere a qualcuno che conta, ogni volta che pretendiamo di passare avanti agli altri, ogni volta che siamo disposti a ricambiare un favore mentre sappiamo che quel favore non era proprio lecito, ogni volta che sappiamo che da qualche parte qualcosa non va come dovrebbe, ma facciamo finta di non aver visto e di non aver sentito perché è più comodo così”.
Dovrebbero scriverne un decalogo con queste parole della Angeli e appenderle nelle scuole. Dovremmo essere capaci di educare le nuove generazioni alla legalità, sostenendo la cultura, ed è questo che Falcone voleva, era questo che credeva possibile come arma contro la mafia.
Esiste un “mondo di mezzo”, che andrebbe raso al suolo. Prendere una posizione ferma e di coraggio è oggi più che mai un passo fondamentale, prima che si sia costretti a dire che “il tempo passa, la mafia resta”.
Ma sembra che le coscienze si smuovano solo all’occorrenza, nelle occasioni che ci ricordano che la mafia è una montagna di merda (Peppino Impastato).

Solo all’occorrenza ci si mobilita, si aderisce ad iniziative, si alzano bandiere a lutto, si è sensibili, ci si commuove e si piange. Si grida all’atto ingiusto. Tutto dopo, però.
Come se la spinta a fare qualcosa, a capire che non si può più stare ad aspettare, inermi, che le cose cambino, sia sempre un “atroce accaduto”. La mafia non attende inerme.
Attende solo i momenti propizi.
Studia le sue mosse, rendendole significative, e prepara gli attentati.
Mai a caso.
Mai in un luogo a caso.
Mai in un giorno a caso.
Perché il terrore, la mafia lo semina “a fuoco”, lasciando cicatrici nella vita sociale, che nessuna chirurgia estetica potrà mai nascondere.
Simona Stammelluti

Sembrerebbe un gioco.
Inizia come un gioco.
Non è un gioco.
Finisce in tragedia.
Sembra una sfida, come ce ne sono migliaia nella vita di qualcuno.
E’ istigazione al suicidio.
Ma chi sono coloro che istigano?
E chi sono coloro che muoiono, pensando che sia figo spingersi così in là fino a morire?
Ci sarebbe prima di tutto da chiedersi cosa cercano oggi i ragazzi. Perché se da genitori passiamo la nostra esistenza a “stimolare” la loro curiosità, invitandoli alla scoperta del mondo che li circonda, sperando che trovino una proprio strada e che siano alimentati da una qualche passione, arriva il momento in cui dobbiamo lasciare la loro mano, perché è giusto che camminino da soli lungo un percorso nel quale qualcosa, a volte, può non andare come dovrebbe.
Ed allora i giovani muovono i loro passi in un terreno fin troppo minato. Vogliono sentirsi grandi, forti, invincibili. Vogliono sentirsi i primi, forse perché nessuno mai li ha fatti sentire così, forse perché la volontà di esprimersi all’interno del proprio mondo reale non trova spazio, mentre nel mondo virtuale, è tutto semplice, amplificato, senza regole.
Eccola la parola chiave: le regole.
Lì dove non ci sono regole, si innesca il buio.

In quel buio brancolano vittime e carnefici, pensando di avere chissà quale ruolo. Ruoli di chi incita e di chi pensa di potercela fare. Ruoli di chi pone “finte regole” che in realtà è solo voglia di annientare il prossimo.
Sembra assurdo pensarla in questi termini, ma “sopravvivere” ad alcuni ruoli, è un destino che tocca anche agli adulti. Adulti che possono essere non solo genitori, ma anche educatori, insegnanti, e che a volte però diventano anch’essi vittime, ma di quel meccanismo che da qualche parte si inceppa e che crea una sorta di reazione a catena che, fermarla, diventa impossibile.
Forse sarebbe il caso di analizzare il periodo storico che – anche volendo scansare luoghi comuni e stereotipi –  finisce per condurre nel solito vicolo cieco ossia che i ragazzi, gli adolescenti non sanno più distinguere il bene dal male, forse perché mentre dovrebbero mettere a fuoco le immagini che si palesano davanti ai loro occhi proprio mentre crescono, non hanno vicino chi scrive loro le “didascalie”, chi spiega loro perché alcune cose andrebbero archiviate prima ancora di guardarle da troppo vicino.
Gli adolescenti hanno perso il contatto con il reale, e questa è, realtà.
E non è solo il mondo dei social che va incriminato, ma anche quel silenzio che li inghiotte, quando sollevano lo sguardo e attorno a loro non c’è niente, o forse dovremmo dire nessuno che possa ascoltare quello che hanno da dire. Perché ognuno di loro ha qualcosa da dire; peccato che non sanno più a chi dirlo, non sanno più porre una domanda, non sanno esternare una paura. Una paura che è quasi sempre legittima, e che provano ad esorcizzare sfidando la sottile linea del lecito, abbandonando ogni segnale di buonsenso, quel buonsenso al quale nessuno li ha “iniziati”, perché sembra che ci sia sempre tempo, ed invece tempo non ce n’è più.
Come si finisce nel giro perverso del Blue Whale?
Sembrerebbe strano che ragazzi che non rispettano più nessuna regola, si pieghino alle regole del gioco che li porta alla morte. Regole che portano all’autolesionismo e che andrebbero svolte in segretezza. Ecco l’altra cosa che lascia sgomenti: perché i ragazzi hanno uno spazio ed un tempo nel quale rispettare regole perverse “in segretezza”? Il segreto si nasconde nella frustrazione, nell’insicurezza, nella voglia forse, di essere scoperti e rimproverati…e salvati.
Non ci si salva mai da soli. Ci si salva se qualcuno ascolta il nostro grido che muore in gola, se qualcuno ci osserva così come si farebbe con un esemplare raro, se c’è uno specchio capace di riflettere immagini reali che non riguardano solo noi stessi, ma anche chi dipende dalla nostra condotta, dalla nostra attenzione, dal nostro, di coraggio, perché altrimenti sul precipizio dal quale centinaia di ragazzi sembra si stiano buttando, ci finiremo noi, tutti, vittime “consapevoli”, di una realtà che chiudiamo fuori dalla parta di ogni nuovo giorno, perché scomoda come una scarpa stretta.
Simona Stammelluti


Ancora mafia e politica al sud.
Sono stati sciolti dal governo i comuni di Gioia Tauro, Laureana di Borrello e Bova Marina. I tre comuni della provincia di Reggio Calabria sono stati sciolti per mafia.
Palazzo Chigi fa sapere che sono stati sciolit per accertati condizionamenti dell’attività amministrativa da parte della criminalità organizzata
Terzo scioglimento per mafia, a Gioia Tauro, quello odierno. Il primo nel 1991, il secondo nel 2008.
Gioia Tauro e Laureana (dove non si voterà dunque il prossimo 11 giugno) erano stati commissariati in via ordinaria dopo che la maggioranza dei consiglieri comunali aveva rassegnato le proprie dimissioni. Proprio a Gioia Tauro, dopo le dimissioni della maggioranza, anche il sindaco Giuseppe Pedà era stato costretto a lasciare il suo incarico di primo cittadino. Dopo l’arrivo del commissario prefittizio erano scattate due inchieste antimafia che portarono all’arresto dei dirigente dell’ufficio tecnico comunale Angela Nicoletta, e di alcuni parenti di un ex amministratore locale. L’inchiesta aveva visto il coinvolgimento di diverse aziende ed imprese accusate di aver manipolato alcune gare d’appalto che si erano svolte proprio nella piana di Gioia Tauro.
A Laureana di Borrello, il prefetto di Reggio Calabria aveva inviato un commissario a causa delle dimissioni in massa del sindaco Paolo Alvaro e di tutti i consiglieri, seguite all’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che aveva portato all’arresto dell’ex assessore comunale Vincenzo Lainà, ritenuto il riferimento politico di alcune cosche.
Per quanto riguarda Bova Maria, lo scioglimento odierno ha origine in una inchiesta giudiziaria. L’accesso della commissione antimafia era stato disposto nello scorso gennaio dopo l’arresto del sindaco Vincenzo Crupi avvenuto il 7 dicembre 2016, posto poi ai domiciliari nell’ambito di una inchiesta della Dda di Reggio Calabria con l’accusa di corruzione in relazione all’appalto per la raccolta dei rifiuti.


Un azzardo che non è riuscito.
Una presunzione forse, che nasce dal voler fare tutto da solo.
Massimo Scaglione scrive il film, sceneggia, cura la regia, fa fare le musiche a sua moglie.
Non si capisce se perché pensa di poter riuscire in questa sfida “molto ma molto” più grande di lui, o perché “i mezzi” erano così pochi, da non potersi permettere neanche un doppiaggio decente. Che poi viene da chiedersi perché Scaglione non abbia scelto di far ripetere le battute singole – a volte uniche e sole – di alcune comparse, e abbia deciso invece di farle doppiare, dando alla pellicola lo stesso valore di un film amatoriale.
Un film pasticciato, che voleva presumibilmente essere un film denuncia (di cose che già si conoscono) ma che non si è spinto in nessuna indagine neanche minima, che avrebbe potuto dare una sorta di credibilità, almeno alle intenzioni.
La storia del malaffare, della politica collusa, corrotta, dei  palazzinari, degli imprenditori disonesti, come se fosse una storiella semplice, quasi ridicola, in confronto ai fatti reali di mafia capitale ai quali Scaglione sembra essersi ispirato. “Voleva essere una sorta di lezione civica” – dice lo stesso regista, come se guardare questo film potesse indurre ad una riflessione che dubito ci sia stata.
Il regista mostra scene dozzinali per descrivere la vita corrotta e mondana dei personaggi, e siamo ben lontani da quanto fatto ne “La grande bellezza”, che invece aveva l’arma spiazzante ed affilata della metafora.
Per non parlare dei dialoghi; sarebbe bastato davvero leggere qualche intercettazione dagli atti, per prendere uno spunto un po’ più credibile.
Un non volersi spingere in nessuna direzione. Fermo sulla banalità mentre tenta di tradurre in film, fatti serissimi.
Una chance sprecata, a mio avviso.
Quanto agli attori, non è bastato certo affidare a Sperandeo la sua solita parte da siciliano “brutto e cattivo” per sollevare le sorti di un film senza solide basi prettamente cinematografiche.
Matteo Branciamore c’ha provato ad uscire dai panni del figlio dei Cesaroni, ma non vi è riuscito. Impacciato, poco credibile, “vestito” male nelle actions.
Una goffaggine generale.
Film girato quasi completamente nella Calabria dello stesso regista, qualche accenno a Roma, immagini dell’auditorium parco della musica (che poi perché?), giusto per tentare una verosimiglianza con la realtà di Mafia Capitale, e poi delle immagini di repertorio attaccate senza un minimo di cura. Un’accozzaglia di imprenditori  – padre e figlio – di banchieri corrotti, di politici corrotti, di poliziotti che entrano e arrestano come se fosse un gioco in uno scantinato.
E’ la storia di un padre geometra che si finge ingegnere, che trascura sua moglie per godersi altre donne, che lascia in eredità al figlio che prova ad essere onesto, un impero imprenditoriale, una vita di affari loschi, di mazzette. Una storia raccontata dal figlio finito ai domiciliari, che ripercorre a ritroso la sua esistenza.
Non era difficile da immaginare che il cinema Garden di Rende fosse pieno per accogliere il figlio della terra si Calabria. Meno facile da immaginare prima della proiezione, il fatto che durante i titoli di coda ci sarebbe stato un flebile applauso.
Forse più di qualcuno non ha gradito la pellicola.
Capita.
E’ capitato a Scaglione e alla sua squadra.
Ah dimenticavo…il film si chiama “Il mondo di mezzo”.
Simona Stammelluti

Il prossimo lunedì 8 maggio alle ore 20,30 sarà proiettato in anteprima per la Calabria, presso il Cinema San Nicola di Cosenza, il primo episodio della serie documentaristica Matera 15/19, realizzato dalla società di produzione cinematografica Open Fields Productions e diretto da Fabrizio Nucci, Nicola Rovito e Alessandro Nucci.

Negli anni i giovani registi Fabrizio Nucci e Nicola Rovito si sono distinti, nella produzione dei lungometraggi quali Goodbye Mr. President e Scale Model – La Donna che Uccise due Volte, mentre Alessandro Nucci è già vincitore del premio Ilaria Alpi con il documentario “Una Stagione all’Inferno“.

L’antologia documentaristica racconterà la Basilicata e il Sud Italia per quattro anni a partire dal 2015, alla luce dell’evento internazionale che vede la Città dei Sassi – già patrimonio Unesco Capitale europea della Cultura 2019.

Ogni episodio vedrà un proprio protagonista confrontarsi con il racconto della storia e della cultura lucana, con le problematiche e le riflessioni sull’Europa di oggi, piena di contraddizioni ma anche di speranza per il futuro.

Il primo capitolo concentra la propria narrazione su una famiglia materana: Lina nata nei Sassi di Matera, e suo marito Vito ritornato a casa dopo essere emigrato in Germania per sfuggire alla povertà degli anni ’50. Lina ha cresciuto una famiglia; tre figli e sei nipoti. Vito ha cavalcato il sogno di essere un attore di Hollywood partecipando negli anni alla realizzazione di diversi film girati a Matera, tra cui Il Demonio di Brunello Rondi. Sono i Volpe, nucleo familiare che ha scelto di ritornare e restare nella città un tempo definita “vergogna d’Italia” e oggi faro di speranza per tutto un Meridione in cerca di riscatto. La loro quotidianità si sovrappone con entusiasmo ad uno sfondo di festeggiamenti per la 627ª Festa della Madonna della Bruna e degli incredibili afflussi turistici della Matera dei giorni nostri, unitamente alle riflessioni di personalità e istituzioni legate alla storia della Basilicata e alla nascita di Matera Capitale europea della Cultura 2019.

Matera 15/19: Episodio I è stato realizzato in collaborazione con Lucana Film Commission, Regione Basilicata, Comune di Matera, Comune di San Severino Lucano, Unibas, Parco Nazionale del Pollino, Bcc Laurenzana e Nova Siri, ArifaFilm, West 46th Films e Pierpaolo Bonofiglio.

La serie – già migliore proposta del cinema indipendente alle Giornate Professionali di Mantova del 2015 – di recente è giunta in finale ai Festival di categoria Roma Cinema Doc e Los Angeles CineFest.

L’8 maggio attendiamo dunque di vedere il nuovo impegnativo lavoro di Fabrizio e Alessandro Nucci e di Nicola Rovito, sempre pronti a cimentarsi in esperienze significative e a sorprendere gli spettatori in sala.

Simona Stammelluti


Il prossimo lunedì 8 maggio alle ore 20,30 sarà proiettato in anteprima per la Calabria, presso il Cinema San Nicola di Cosenza, il primo episodio della serie documentaristica Matera 15/19, realizzato dalla società di produzione cinematografica Open Fields Productions e diretto da Fabrizio Nucci, Nicola Rovito e Alessandro Nucci.
Negli anni i giovani registi Fabrizio Nucci e Nicola Rovito si sono distinti, nella produzione dei lungometraggi quali Goodbye Mr. President e Scale Model – La Donna che Uccise due Volte, mentre Alessandro Nucci è già vincitore del premio Ilaria Alpi con il documentario “Una Stagione all’Inferno“.
L’antologia documentaristica racconterà la Basilicata e il Sud Italia per quattro anni a partire dal 2015, alla luce dell’evento internazionale che vede la Città dei Sassi – già patrimonio Unesco Capitale europea della Cultura 2019.
Ogni episodio vedrà un proprio protagonista confrontarsi con il racconto della storia e della cultura lucana, con le problematiche e le riflessioni sull’Europa di oggi, piena di contraddizioni ma anche di speranza per il futuro.

Il primo capitolo concentra la propria narrazione su una famiglia materana: Lina nata nei Sassi di Matera, e suo marito Vito ritornato a casa dopo essere emigrato in Germania per sfuggire alla povertà degli anni ’50. Lina ha cresciuto una famiglia; tre figli e sei nipoti. Vito ha cavalcato il sogno di essere un attore di Hollywood partecipando negli anni alla realizzazione di diversi film girati a Matera, tra cui Il Demonio di Brunello Rondi. Sono i Volpe, nucleo familiare che ha scelto di ritornare e restare nella città un tempo definita “vergogna d’Italia” e oggi faro di speranza per tutto un Meridione in cerca di riscatto. La loro quotidianità si sovrappone con entusiasmo ad uno sfondo di festeggiamenti per la 627ª Festa della Madonna della Bruna e degli incredibili afflussi turistici della Matera dei giorni nostri, unitamente alle riflessioni di personalità e istituzioni legate alla storia della Basilicata e alla nascita di Matera Capitale europea della Cultura 2019.
Matera 15/19: Episodio I è stato realizzato in collaborazione con Lucana Film Commission, Regione Basilicata, Comune di Matera, Comune di San Severino Lucano, Unibas, Parco Nazionale del Pollino, Bcc Laurenzana e Nova Siri, ArifaFilm, West 46th Films e Pierpaolo Bonofiglio.
La serie – già migliore proposta del cinema indipendente alle Giornate Professionali di Mantova del 2015 – di recente è giunta in finale ai Festival di categoria Roma Cinema Doc e Los Angeles CineFest.
L’8 maggio attendiamo dunque di vedere il nuovo impegnativo lavoro di Fabrizio e Alessandro Nucci e di Nicola Rovito, sempre pronti a cimentarsi in esperienze significative e a sorprendere gli spettatori in sala.
Simona Stammelluti


La verità prima o poi viene a galla, se si sa come e dove cercarla.
Dopo due archiviazioni, grazie alla richiesta del legale della famiglia, Avv. Fabio Anselmo, il caso Bergamini giunge ad una svolta. Infatti il capo della procura di Castrovillari, Dott. Eugenio Facciolla, ha deciso di riaprire il caso dopo 28 lunghi anni, ordinando la riesumazione del corpo del calciatore, considerato che ad oggi si dispone di nuove e sofisticate tecnologie che potrebbero far luce una volta per tutte, sulla reale causa del decesso.
Si riparte dal punto più oscuro della vicenda, ossia dalla dinamica della morte di Denis Bergamini, che risulterebbe essere diversa da quanto raccontato dall’allora fidanzata Isabella Internò e dal camionista Raffaele Pisano, che all’epoca dei fatti investì il giovane giocatore. Ad entrambi il procuratore Facciolla ha notificato un avviso di garanzia. Entrambi sono dunque indagati per omicidio con l’aggravante della premeditazione.
In quel lontano 18 novembre del 1989, dichiararono che “Bergamini si era suicidato”. Nel racconto ufficiale dei fatti, Isabella Internò dichiarò ai carabinieri di Roseto Capo Spulico che il ragazzo voleva andar via, lei non riuscì a convincerlo a desistere, in quel momento transitava sulla statale un camion il cui autista vide Bergamini buttarsi sotto le ruote del suo autocarro, che poi aveva trascinato il corpo qualche metro più avanti.
Sembrava la storia di una lite e di un suicidio. Ma chi ha mai creduto a questa tesi? Nessuno, ben che meno la famiglia. Per i tecnici e periti della famiglia di Denis, la tesi non regge e non regge ad oggi neanche secondo la Procura.
Denis è morto per la recisione dell’arteria femorale dovuto al peso del camion sul suo bacino, aveva un ematoma alla tempia, aveva gli abiti intatti, i calzini tirati su, le scarpe senza una scorticatura e al polso un orologio ancora funzionante. Il camion sarebbe pertanto passato sul corpo del calciatore in un secondo momento, per eliminare eventuali tracce.
I due indagati non hanno mai voluto chiarire quel che accadde veramente quella maledetta notte. Adesso però sembra essere la volta buona. E allora attendiamo che la verità arrivi da questa nuova fase della vicenda e forse questa volta dai prelievi, dal Dna e dai nuovi esami che verranno effettuati, sarà possibile capire come è morto Denis e forse anche perché.
Simona Stammelluti

Non è semplice fare un film sui rapporti umani, sui sentimenti, sulle fragilità, sulla “Tenerezza” – intesa proprio come limite sottile compreso tra l’amore e l’aver a cuore – senza rischiare di essere scontati, didascalici, ripetitivi e anacronistici.

Ed invece Gianni Amelio vi è riuscito da grande regista quale è, a gestire e a raccontare quelle cicatrici che spesso si tengono nascoste, perché sennò diventano ingombranti; vi è riuscito perché è quello che sa fare meglio, ossia parlare di relazioni, di uomini che scombinano tutto e spesso non sanno mettere più nulla al proprio posto, se non dopo aver perso tutto.
La tenerezza è una storia di rapporti sdruciti e stanchi, che attendono di essere rammendati, seppur alla meglio, come quando si cerca sempre una scusa per farsi volere bene. E’ un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio. E’ un film che parla di malesseri ben celati tra le pieghe del quotidiano.
La locandina del film in questi giorni nelle sale non dice molto, anzi, potremmo dire che trae un po’ in inganno, considerato che nasconde il protagonista del film, Lorenzo – interpretato da un Renato Carpentieri straordinario, che si muove nel ruolo con una potenza scenica impressionante – un anziano avvocato, vedovo, solo, solitario, con due figli che pensa di non amare, un nipotino, Francesco, che Lorenzo tenta di educare ed istruire fuori dai canoni scolastici, una discreta dose di pasticci combinati durante la sua florida carriera e qualche senso di colpa di troppo. Tutto cambia quando nell’appartamento di fronte – in una Napoli che pulsa e non sta mai ferma – arriva una giovane coppia con due figli, che sembra essere lo specchio della normalità e di una felicità conquistata. Tra Lorenzo e Michela (Micaela Ramazzotti), la giovane moglie di Fabio (Elio Germano) ingegnere navale, sembra nascere una complicità umana che pian piano colma i vuoti emotivi di entrambi e che porterà Lorenzo a riqualificare il rapporto con sua figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno). Una complicità fatta di cene trascorse insieme, di attenzioni verso i bimbi della coppia, di racconti che arrivano dal passato ma che non sono sufficienti a far capire allo spettatore quale dramma sia in agguato.

Il film infatti si snoda lungo un momento che spiazza e che racconta di “un punto senza ritorno“. Una parentesi inaspettata, dai colori del thriller, nella vicenda, che Amelio sa sottolineare con precisione e con un ritmo incalzante dettato da inquadrature veloci e da una pioggia battente che sembra bagnare affannosamente anche chi è seduto in sala.
Una tragedia, dunque, i cui punti salienti sono affidati a lui, Elio Germano, da sempre attore prediletto del regista, che sembra non invecchiare mai e che nella pellicola mostra tutta la sua disperazione e quel mal di vivere quasi sempre in sordina, fin quando però tutto diventa più grande della sua capacità di sopportare quei problemi dell’infanzia, poi divenuti fantasmi di un futuro incerto e ostile.
Nel cast anche Greta Scacchi nei panni della madre di Fabio, e poi ancora Maria Nazionale, oltre a Giuseppe Zeno al quale è affidato un piccolo cameo sul finale.
Il film svela pian piano ciò che accade, induce a riflettere, sa essere prezioso nel suo raccontare ciò che tutti nella vita prima o poi proviamo, quando avvertiamo la sensazione di essere fuori luogo, nella vita di qualcuno, e allora facciamo piccoli passi indietro per poi a volte finire chissà dove, senza però volerlo veramente. E’ un film che non lascia spazio alla fuga emotiva, che “ti tira dentro“, e ti fa provare una tenerezza che non dimentichi quando le luci in sala si riaccendono.

Amelio racconta di come oramai la definizione di famiglia sia troppo stereotipata, di come si sia spesso portati a pensare che da soli si possa essere più forti, mentre lo si è insieme a qualcuno senza saperne davvero il perché; racconta di come si possa amare senza accorgersene e della sensazione terribile di non poter tornare indietro, quando ce ne si rende conto.
I dettagli della vita di Lorenzo, appaiono nel film poco alla volta, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. La visita dell’avvocato a colei che fu la sua amante, la ricerca di un perdono seppur silenzioso, la necessità di mentire pur di continuare a stare al fianco di qualcuno.
E’ un film lungo, cadenzato, con una sceneggiatura a tratti ridondante. La fotografia è priva di saturazione e di vividezza, come se fosse sotto l’effetto di un tempo andato. Si predilige il primo piano, un primo piano anche sul dolore che sa divenire protagonista tanto quanto i suoi attori. Poche le panoramiche, perché Amelio sa che non serviranno, ma ci sono inquadrature che “lasciano andare”, che mostrano un dopo probabile, ma non sempre possibile.
Il finale non è scontato, ma è quello che lo spettatore vuole, e Gianni Amelio lo sa.
E’ senza dubbio un film da 4 stelle su 5, che ha qualche pecca, tra cui l’essere molto lungo, considerato che alcune scene vengono più e più volte ripetute. Ma forse quella ripetizione serve a sottolineare una volontà forte di restare … dote che appartiene a chi ha ormai capito che non si può scappare da una tenerezza che ti viene incontro.
Simona Stammelluti

Non è semplice fare un film sui rapporti umani, sui sentimenti, sulle fragilità, sulla “Tenerezza” – intesa proprio come limite sottile compreso tra l’amore e l’aver a cuore – senza rischiare di essere scontati, didascalici, ripetitivi e anacronistici.

Ed invece Gianni Amelio vi è riuscito da grande regista quale è, a gestire e a raccontare quelle cicatrici che spesso si tengono nascoste, perché sennò diventano ingombranti; vi è riuscito perché è quello che sa fare meglio, ossia parlare di relazioni, di uomini che scombinano tutto e spesso non sanno mettere più nulla al proprio posto, se non dopo aver perso tutto.

La tenerezza è una storia di rapporti sdruciti e stanchi, che attendono di essere rammendati, seppur alla meglio, come quando si cerca sempre una scusa per farsi volere bene. E’ un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio. E’ un film che parla di malesseri ben celati tra le pieghe del quotidiano.

La locandina del film in questi giorni nelle sale non dice molto, anzi, potremmo dire che trae un po’ in inganno, considerato che nasconde il protagonista del film, Lorenzo – interpretato da un Renato Carpentieri straordinario, che si muove nel ruolo con una potenza scenica impressionante – un anziano avvocato, vedovo, solo, solitario, con due figli che pensa di non amare, un nipotino, Francesco, che Lorenzo tenta di educare ed istruire fuori dai canoni scolastici, una discreta dose di pasticci combinati durante la sua florida carriera e qualche senso di colpa di troppo. Tutto cambia quando nell’appartamento di fronte – in una Napoli che pulsa e non sta mai ferma – arriva una giovane coppia con due figli, che sembra essere lo specchio della normalità e di una felicità conquistata. Tra Lorenzo e Michela (Micaela Ramazzotti), la giovane moglie di Fabio (Elio Germano) ingegnere navale, sembra nascere una complicità umana che pian piano colma i vuoti emotivi di entrambi e che porterà Lorenzo a riqualificare il rapporto con sua figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno). Una complicità fatta di cene trascorse insieme, di attenzioni verso i bimbi della coppia, di racconti che arrivano dal passato ma che non sono sufficienti a far capire allo spettatore quale dramma sia in agguato.

Il film infatti si snoda lungo un momento che spiazza e che racconta di “un punto senza ritorno“. Una parentesi inaspettata, dai colori del thriller, nella vicenda, che Amelio sa sottolineare con precisione e con un ritmo incalzante dettato da inquadrature veloci e da una pioggia battente che sembra bagnare affannosamente anche chi è seduto in sala.

Una tragedia, dunque, i cui punti salienti sono affidati a lui, Elio Germano, da sempre attore prediletto del regista, che sembra non invecchiare mai e che nella pellicola mostra tutta la sua disperazione e quel mal di vivere quasi sempre in sordina, fin quando però tutto diventa più grande della sua capacità di sopportare quei problemi dell’infanzia, poi divenuti fantasmi di un futuro incerto e ostile.

Nel cast anche Greta Scacchi nei panni della madre di Fabio, e poi ancora Maria Nazionale, oltre a Giuseppe Zeno al quale è affidato un piccolo cameo sul finale.

Il film svela pian piano ciò che accade, induce a riflettere, sa essere prezioso nel suo raccontare ciò che tutti nella vita prima o poi proviamo, quando avvertiamo la sensazione di essere fuori luogo, nella vita di qualcuno, e allora facciamo piccoli passi indietro per poi a volte finire chissà dove, senza però volerlo veramente. E’ un film che non lascia spazio alla fuga emotiva, che “ti tira dentro“, e ti fa provare una tenerezza che non dimentichi quando le luci in sala si riaccendono.

Amelio racconta di come oramai la definizione di famiglia sia troppo stereotipata, di come si sia spesso portati a pensare che da soli si possa essere più forti, mentre lo si è insieme a qualcuno senza saperne davvero il perché; racconta di come si possa amare senza accorgersene e della sensazione terribile di non poter tornare indietro, quando ce ne si rende conto.

I dettagli della vita di Lorenzo, appaiono nel film poco alla volta, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. La visita dell’avvocato a colei che fu la sua amante, la ricerca di un perdono seppur silenzioso, la necessità di mentire pur di continuare a stare al fianco di qualcuno.

E’ un film lungo, cadenzato, con una sceneggiatura a tratti ridondante. La fotografia è priva di saturazione e di vividezza, come se fosse sotto l’effetto di un tempo andato. Si predilige il primo piano, un primo piano anche sul dolore che sa divenire protagonista tanto quanto i suoi attori. Poche le panoramiche, perché Amelio sa che non serviranno, ma ci sono inquadrature che “lasciano andare”, che mostrano un dopo probabile, ma non sempre possibile.

Il finale non è scontato, ma è quello che lo spettatore vuole, e Gianni Amelio lo sa.

E’ senza dubbio un film da 4 stelle su 5, che ha qualche pecca, tra cui l’essere molto lungo, considerato che alcune scene vengono più e più volte ripetute. Ma forse quella ripetizione serve a sottolineare una volontà forte di restare … dote che appartiene a chi ha ormai capito che non si può scappare da una tenerezza che ti viene incontro.

Simona Stammelluti