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Doveva essere una vacanza, si trasformò in una tragedia. I suoi genitori non hanno mai odiato la terra nella quale il loro bambino fu assassinato, decisero di donare i suoi organi; a Cosenza un parco dedicato a lui

Aveva 7 anni Nicholas Green, quel 1° ottobre del 1994, quando, diretto in Sicilia con i suoi genitori Reginal e Margaret e la sorellina Eleonor di 4 anni, venne assassinato, colpito da una pallottola vagante, sul tratto autostradale della A3, Salerno-Reggio Calabria, nel tratto tra Mileto e Vivo Valentia. La macchina sulla quale viaggiavano venne scambiata da alcuni rapinatori per quella di un gioielliere, che tentarono un furto, poi degenerato in omicidio.

Nicholas, ferito gravemente, fu trasportato all’ospedale di Messina, dove morì due giorni dopo. I suoi genitori autorizzano l’espianto degli organi, dei quali beneficiarono sette italiani, tra cui anche 4 adolescenti.

Una storia che commosse tutti, e proprio mentre la Calabria e i calabresi si vergognarono per quello che era accaduto al ragazzino statunitense, innamorato di natura, di storia e mitologia, suo padre Reginal e la mamma Maggie, non hanno mai odiato questa terra, anzi più volte vi sono tornati, ed hanno sempre sostenuto che quello che è accaduto in Calabria, sarebbe potuto accadere ovunque.

Hanno avuto il coraggio di donare gli organi del loro Nicholas, in un periodo storico nel quale l’Italia era il fanalino di coda in quanto a donazioni e trapianti, e quel gesto così sentito e “generoso”, fece aumentare gli episodi di donazione in tutto il paese ed oggi, grazie anche ai convegni che ogni anno si tengono sull’argomento, L’italia è schizzata in cima della classifica europea.

In seguito a quel gesto, i signori Green, ricevettero la medaglia al valore civile. Reginal Green scrisse anche due libri, uno sulla storia che vide protagonista la sua famiglia, “Il dono di Nicholas, e l’altro “Il dono che guarisce”, che contiene storie di persone comuni che fanno i conti con l’attesa di un trapianto.

Per quel delitto furono indagati e rinviati a giudizio Due uomini calabresi di Mileto, in provincia di Vibo Valentia; Francesco Mesiano di 22 anni e Michele Iannello, 27 anni. Nel 1998 la corte d’assise d’appello di Catanzaro, condannò Francesco Mesiano a 20 anni di reclusione, e Iannello – autore materiale dell’omicidio – alla pena dell’ergastolo, sentenza che fu poi confermata dalla cassazione.

Tanti i tributi dedicati a Nicholas Green, in Calabria. Tra gli altri anche un parco giochi a San Vito dei Normanni, una scuola media a Rosarno, ed un parco verde proprio al confine tra Rende e Cosenza.

Papà Reginal e mamma Maggie sono tornato spesso in Calabria – insieme alla figlia Eleonor e ai due gemelli nati un anno e mezzo dopo la morte di Nicholas –  non per maledire la terra di Calabria, ma per prendersi l’abbraccio della gente che non ha mai dimenticato, che ricorda ancora con commozione ed affetto il piccolo Nicholas, quel suo sorriso e le sue lentiggini.

Saranno prossimamente ancora in Italia a Roma, proprio ad uno dei tanti convegni per sensibilizzare sull’argomento “donazione”.

Chissà come sarebbe oggi Nicholas alla soglia dei trent’anni.
Chiss se se amerebbe ancora la mitologia e il sud Italia.

Simona Stammelluti

  • “In teatro a Cosenza si accreditano Gazzetta, Quotidiano, Rai, Ten, Radio Juke Box, Rlb, Jonica Radio. Cioe’ chi ci fa la promozione e ci aiuta a vendere biglietti. Funziona così”.

Questo è il messaggio di risposta di uno degli organizzatori di eventi più in voga in Calabria, alla richiesta di un accredito fatto dalla testata giornalistica Sicilia24h, affinché un inviato della stessa, potesse assistere – e poi recensire – un evento che si svolgerà al teatro Rendano di Cosenza il prossimo 18 novembre.
Si specifica che la testata siciliana, ha una rubrica di settore, che tratta di musica, spettacolo, arte e cultura, all’interno della quale vengono recensiti spettacoli, concerti, dischi, libri, film, mostre, eventi, oltre ad ospitare interviste a personaggi del mondo della musica, dell’arte, dello spettacolo.

Ma facciamo un passo indietro.

L’accredito stampa nasce per “ospitare” all’interno di un evento culturale o sportivo, rassegne e meeting di settore, giornalisti, fotografi e addetti ai lavori, che siano inviati di testate giornalistiche, oppure freelance, con l’unico scopo (ma a quanto pare non più solo quello) di utilizzare i canali della stampa cartacea e online, riviste specializzate, blog, reti televisive e radiofoniche, per “divulgare” l’evento in oggetto, recensirlo, far conoscere al grande pubblico non solo gli artisti e i loro progetti, ma anche le realtà che ospitano alcuni progetti artistici, le capacità di alcuni organizzatori, nonché le materie in oggetto all’evento stesso.

Se per esempio nasce un nuovo festival di musica country in un luogo dove si sa poco e nulla di quel genere, la diffusione della notizia del nuovo festival – e poi a seguire ciò che in esso si sarà consumato – spetterà ai mezzi di stampa.
C’è anche da specificare che i “grandi eventi” di solito vengono supportati da quello che si chiama “ufficio stampa”, ossia un gruppo di giornalisti professionisti, che si occupa non solo di redigere regolare comunicato, ma anche di diffonderlo tra gli organi di stampa, affinché siano pubblicizzati quanto più copiosamente possibile. Di solito è lo stesso ufficio stampa che “valuta” la possibilità di concedere o meno un accredito ad un giornalista, ad un inviato, ad un fotografo, ad una testata, in base a quella che è “il ritorno” che l’evento può avere dalla presenza o meno tra il pubblico, di quel preciso giornalista, di quel critico, di quella testata.

Altro importantissimo punto da sottolineare è che in Italia, sono pochissimi i ciritici, gli esperti di musica e i giornalisti “di settore” capaci di recensire “come si deve” un evento, un concerto, uno spettacolo teatrale. E per “come si deve” si intende “con competenza”. La competenza deriva dagli studi intrapresi, ma anche e soprattutto dalla conoscenza dettagliata di una specifica materia, che si nutre di esperienza condotta “per anni” nell’ambito richiesto, oltre ad una discreta dose di passione, che spinge a ricercare dettagli sconosciuti ai più.
Pertanto sarà difficile trovare giornalisti di settore validi “dappertutto”, giornalisti validi che possano con competenza e “credibilità” raccontare un concerto, recensirlo e dire cosa in esso si sia consumato “per davvero”, senza limitarsi ad un raccontino di piacimento.
Spesso accade che siano gli organizzatori stessi ad inviare alle testate il “resoconto” della serata, bello impacchettato, giusto da copiare e diffondere. Ma sono diverse le testate – e quasi sempre sono quelle che hanno una rubrica e giornalisti di settore, ed il Sicilia24h è una di quelle – a rifiutarsi di pubblicare comunicati di eventi, svoltisi senza che il proprio inviato sia stato presente.

In questo ambiente ci si fa “il nome”, come si suol dire, e le recensioni scritte da alcuni critici, hanno un peso determinante per un artista, così come alcune interviste che riescono a dare all’artista stesso la possibilità di raccontarsi oltre quello che già è noto al grande pubblico.

Eppure ci sono delle situazioni particolari, come quella che sottoponiamo oggi ai nostri lettori. Ci sono degli eventi e dei concerti che si “vendono praticamente da soli”, che non hanno certo bisogno di grande pubblicità per riempire un teatro, soprattutto se – come nel caso del concerto di Danilo Rea con Gino Paoli e Sergio Cammariere, che si svolgerà in una cittadina come Cosenza, nel teatro che raccoglie le masse. Eppure nel caso del concerto del 18 novembre, così come si legge in principio di articolo, gli accrediti vengono concessi a chi “fa vendere i biglietti”. E da quando il compito di una testata giornalistica è quello di “far vendere i biglietti”?

Quindi l’accredito stampa non spetta a chi – avendone le capacità – accede ad un evento per assistervi e poi raccontarlo – alimentando una “pubblicità” verso un evento, un artista, una organizzazione – ma a chi “fa vendere i biglietti”.
Pertanto il Sicilia24h – giornale online gratuito, al 9° posto nella classifica generale – che non ha fatto vendere nessun biglietto, non ha diritto all’accredito, stando a quanto risposto dall’organizzatore dell’evento.

Vi immaginate quanti soldi dovrebbe sborsare una testata come la nostra, per concedere al suo inviato nazionale, di lavorare, ossia di recensire concerti, spettacoli teatrali, mostre, ecc?
Per poter lavorare, un giornalista di settore, deve avere “quasi sempre” un accredito, soprattutto se la sua penna ha lavorato già tanto nel settore, se è un critico credibile, con una esperienza come quella raccontata poco più sopra.
Ed invece no. Per chi ha risposto alla nostra richiesta di accredito, non funziona così.

In sala dunque, in 4 fila (perché di solito le prime tre sono riservate alle autorità e rispettive famiglie che di sicuro di biglietti non ne hanno fatti vendere) ci saranno solo la Rai, la Gazzetta, il Quotidiano, Ten, Radio rlb, Jonica radio.
Aspetteremo dunque di vedere i servizi che saranno realizzati dalle suddette testate, post-concerto.

Nella mia vita ho visto tanti concerti, ne ho recensiti altrettanti. Molto spesso ho rifiutato inviti (accredito) di amici musicisti, attori e simili, ed ho pagato il biglietto, per il piacere di farlo, per incoraggiare alcuni circuiti come quelli culturali di associazioni che fanno tanto per il territorio, che mirano alla diffusione di una “materia prima” culturale che dista di molto, da tutto ciò che è commerciale e dunque facilmente commercializzabile.
Ma per fare il mio lavoro, ho bisogno di un accredito; per seguire una rassegna, ho bisogno di un accredito. E se non sarà questo il concerto che recensirò, ce ne saranno molti altri, dove alcune presenze, sono indispensabili per il segno che lasciano, e non certo per quanti biglietti hanno fatto vendere.

Ed intanto il teatro Rendano di Cosenza, resta relegato suo malgrado ai confini di Piazza Prefettura, nella “solita comitiva” di chi se la canta e se la suona, e oltre le quali mura, il ricordo di ciò che è accaduto al suo interno, resta “fin troppo presto” un ricordo sbiadito.

Simona Stammelluti

Nella Serpa, conosciuta nell’ambiante mafioso come Nella “la bionda”, “boss” dell’ormai noto clan Serpa di Paola (Cs), condannata al carcere a vita

  • Cosenza, 23 settembre 2016 , “la Corte d’Assise di Cosenza CONDANNA alla Pena dell’ERGASTOLO, con isolamento diurno nella misura di anni uno e sei mesi, SERPA NELLA, dichiarata COLPEVOLE dei delitti ascritti ai capi 21, 21.1, 23, 23.1  della rubrica, unificati detti reati sotto il vincolo della continuazione“.

Lei, Nella Serpa, oggi 61 anni, donna di mafia in una terra come la Calabria, l’emblema della donna di ferro, quella disposta a tutto, pur di ottenere quello che vuole.
Nella Serpa, rissosa e con un carattere forte, ha mostrato tutta la sua efferatezza anche nei confronti delle forze dell’ordine.  Una vita da imprenditrice, nella quale rivestiva ruolo di spicco, mentre  agiva in modo lecito quanto illecito senza mai battere ciglio, né mai mostrare segno di cedimento.

Lei, una donna conosciuta nell’ambiente come Nella “la bionda”, boss dell’omonima cosca, pesantemente colpita nella condanna, dai giudici della corte d’Assise di Cosenza, che hanno accolto le richieste del procuratore Eugenio Facciolla, infliggendo oltre al suo, altri 10 ergastoli, nel giudizio di primo grado, nell’ambito della terza parte della maxi-inchiesta antimafia denominata “tela del ragno”.

Una donna di ‘ndrangheta, che per vendicare la morte del fratello Pietro Serpa, aveva comandato di eseguire una serie di omicidi, con metodo mafioso.

Condannata dunque per omicidio tentato omicidio, estorsione, associazione a delinquere di stampo mafioso. Reati questi – consumati nella costa tirrenica cosentina nell’ambito di una vera e proprio guerra di mafia – che si fa fatica ad attribuire ad una donna. Eppure nell’ambiente dell’ndrangheta le donne che comandano e reggono una cosca, non si piegano mai.

Condannata anche per le circostanze aggravanti, quali aver agito in 5 o più persone, aver agito per vendetta, per il mantenimento del controllo criminale del territorio, per ribadire la forza dell’intimidazione della organizzazione di appartenenza, per aver agito con premeditazione.

Nella Serpa, è già sottoposta al carcere duro del 41 bis. Ad una donna, lo stesso trattamento che spetta agli uomini di mafia.
La  vita lì dentro, consumata in pochi metri quadrati, con bocconi di aria in tempi piccoli, senza mai vedere il sole.

Simona Stammelluti

Il 4 dicembre gli italiani saranno chiamati a dire la loro, in merito al referendum costituzionale, e a votare con un o con un No circa la riforma della Costituzione proposta dal ministro Maria Elena Boschi e appoggiata dal Governo Renzi. Cosa votare, dunque?

Il referendum del 4 dicembre 2016, sarà senza dubbio il banco di prova per Renzi ed il suo governo, anche se ad oggi Matteo Renzi, prende una posizione più mite, riguardo al legame che vige tra il futuro del suo governo e  l’esito referendario. Ma in tutto questo i cittadini continuano ad essere bombardati dal fronte del Sì e da quello del No, continuando a non sapere esattamente cosa e come votare al referendum di questo autunno che incede.

Tour a parte, che la vittoria del Sì al referendum di novembre confermi la modifica ad alcuni articoli della Costituzione così come proposto dal ministro Boschi è ormai chiaro a tutti, ma cosa dice la riforma costituzionale e a cosa precisamente dovremo dire o No?

Proviamo dunque a fare un po’ di chiarezza e a spiegare in maniera semplice, i motivi per i quali votare Sì o no, alla riforma Boschi-Renzi, considerando che mai come questa volta, il quesito è posto in una maniera inequivocabilmente “chiara”.

Intanto è determinante capire perché è stato indetto il referendum e quali sono le novità che il testo introduce.

Perché è stato indetto il referendum?

Gli italiani sono stati chiamati a dire sì o no alla proposta di legge Boschi sulla riforma costituzionale perché in sede di votazione in Parlamento il ddl non ha ottenuto la maggioranza dei voti. La decisione della sua entrata in vigore spetterà, dunque, ai cittadini.

Il referendum costituzionale 2016 è molto importante perché si deciderà se CAMBIARE oppure no alcuni punti del testo della Costituzione così come lo conosciamo.

Il testo della riforma Boschi introduce delle novità tra cui l’abolizione del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, la modifica del quorum per l’elezione del presidente della Repubblica e l’aumento del numero delle firme necessarie per proporre un referendum.

Le novità le si possono riassumere in questi punti a seguire:

1) La fine del bicameralismo perfetto
La Camera dei deputati diventerà l’unica assemblea legislativa e manterrà da sola il potere di votare la fiducia al governo.

2) Un nuovo Senato
Il numero dei senatori verrà ridotto da 315 a 100 di cui 5 saranno scelti dal Presidente della Repubblica e 5 dalle Regioni “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Inoltre i senatori non riceveranno alcuna indennità aggiuntiva ma godranno dell’immunità parlamentare. Restano i senatori a vita: saranno gli ex presidenti della Repubblica che non verranno conteggiati nel numero dei senatori scelti dal Colle.

3) La funzione legislativa del Senato
I senatori avranno competenza legislativa per quanto riguarda le riforme costituzionali, le ratifiche dei trattati internazionali relative all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, le leggi elettorali degli enti locali e quelle sui referendum popolari. Inoltre ogni disegno di legge approvato dalla Camera verrà subito trasmesso al Senato che entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, potrà disporne l’esame. Nei trenta giorni successivi il Senato potrà deliberare a maggioranza assoluta proposte di modifica del testo sulle quali, in seguito, la Camera si pronuncerà invia definitiva. Ai nuovi senatori spetterà anche il compito di esprimersi sulle leggi di bilancio ma entro 15 giorni e con la maggioranza assoluta. Anche in questo caso, l’ultima parola spetterà sempre alla Camera. Infine, il governo potrà chiedere alla Camera che un provvedimento ritenuto fondamentale per l’attuazione del suo programma sia esaminato in via prioritaria e votato entro 70 giorni (con possibilità di proroga per altri 15).

4) L’elezione del Presidente della Repubblica
Il capo dello Stato sarà eletto dai 630 deputati e dai 100 senatori. Per i primi tre scrutini occorrono i due terzi dei componenti, poi dal quarto si scende ai tre quinti mentre dal settimo scrutinio sarà sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti.

5) Referendum e leggi di iniziativa popolare
Per proporre un referendum serviranno 800 mila firme, contro le 500 mila attuali. Dopo le prime 400 mila la Corte costituzionale darà un parere preventivo di ammissibilità. Per quanto riguarda invece i progetti di legge di iniziativa popolare il numero di firme necessarie è triplicato, da 50 mila a 150 mila. Vengono inoltre introdotti in Costituzione i referendum popolari propositivi e di indirizzo.

6) Le nomine dei giudici della Consulta
I 5 giudici della Consulta non saranno più eletti dal Parlamento riunito in seduta comune ma verranno scelti separatamente dalle due Camere. Al Senato ne spetteranno due e alla Camera tre. Per la loro elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini, mentre dagli scrutini successivi è sufficiente la maggioranza dei tre quinti.

7) L’abolizione di Cnel e Province
La riforma costituzionale prevede l’abrogazione totale dell’articolo 99 della Costituzione riguardante il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge verrà nominato un commissario straordinario a cui sarà affidata la liquidazione e la ricollocazione del personale presso la Corte dei Conti. Dal testo della Costituzione viene eliminato anche il riferimento alle Province ma sono previste delle premialità per le Regioni “virtuose”, quelle cioè con i conti in regola.

8 ) La legge elettorale: ricorso preventivo alla Consulta
Prima della loro promulgazione le leggi che disciplinano l’elezione dei parlamentari potranno essere sottoposte al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte. Il ricorso motivato dovrà essere presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o almeno un terzo dei componenti del Senato entro 10 giorni all’approvazione della norma. La Consulta si pronuncerà entro 30 giorni e, in caso di dichiarazione di illegittimità, la legge non sarà promulgata.

9) L’equilibrio nella rappresentanza
Nell’articolo 55 della Costituzione entra un nuovo comma: “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”.

Referendum costituzionale 2016: Come si vota?
Visto che saranno i cittadini a decretare l’entrata in vigore del ddl Boschi sulla Costituzione, è bene che tutti sappiano come funziona il referendum e quali sono i quesiti a cui si dovrà rispondere Sì o No in sede di voto.

Per questo tipo di referendum, chiamato anche confermativo o sospensivo, non è necessario il raggiungimento del quorum. Diversamente dal referendum abrogativo – come quello di aprile sulle trivellazioni, per intenderci – non servirà il 50% dei voti più uno e, a prescindere dal numero di partecipanti, vincerà l’opzione (Sì o No) che ha ottenuto la maggioranza dei voti.

Su cosa esattamente verrà espressa la propria preferenza? Gli aventi diritto al voto saranno chiamati a pronunciarsi in favore o contro tutto il testo della riforma.

In breve:

  • Addio bicameralismo: si supera il meccanismo con cui le leggi vengono passate da Senato a Camera e tutte le lentezze e i ritardi che ne derivano;
  • Solo la Camera potrà concedere la fiducia al governo, e questo  implica l’instaurazione di un rapporto di fiducia esclusivo con quest’ala del parlamento;
  • diminuzione del numero dei parlamentari e l’abolizione del Cnel porterà notevoli risparmi;
  • grazie all’introduzione del referendum propositivo e alle modifiche sul quorum referendario aumenterebbe la democrazia diretta;
  • il Senato farà da “camera di compensazione” tra governo centrale e poteri locali, quindi diminuiranno i casi di contenzioso tra Stato e Regioni davanti la Corte costituzionale.

Chi invita al No, sostiene che:
Non si supera il bicameralismo, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e Regioni, tra Camera e nuovo Senato.

Non semplifica, moltiplica i procedimenti legislativi e incrementa la confusione.

I costi della politica potevano essere veramente tagliati in altri modi, visto che il nuovo Senato farà risparmiare solo un quinto della spesa attuale.

Non innova, anzi conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie.

Non garantisce la sovranità popolare e l’equilibrio tra i poteri costituzionali.

Simona Stammelluti

La nave, battente bandiera panamense, è affondata a 24  miglia dalla costa di Avola. Trasportava fosfato di ammonio. L’equipaggio si è messo in salvo sulle zattere di salvataggio. Scattato l’allarme inquinamento

Il naufragar è triste, nel nostro mare. La nave “Mustafà Kan” sta affondando lentamente nel mare al largo di Siracusa. Trasportava fosfato di ammonio, sostanza utilizzata come fertilizzante, che in queste ore sta scivolando in mare.

Non ci sarebbero gravi pericoli per l’ecosistema, ma in queste ore il ministrero all’ambiente ha comunicato di aver inviato sul posto tre mezzi della flotta Castalia, specializzati proprio in questo tipo di inquinamento e pronti ad intervenire in caso di necessità.

In queste ore, la direzione dei venti e la lontananza dalle coste, non costituirebbe un rischio per la l’oasi marina siracusana. Ma quel che accadrà nelle prossime ore non è possibile prevederlo a pieno.

Erano le tre del mattino, quando è stato inviato l’Sos. Subito dopo i 16 mezzi dell’equipaggio si sono messi in salvo sulle zattere in dotazione della nave e sono poi stati soccorsi dalla Guardia Costiera.

Simona Stammelluti

Un concerto diviso per “tempo” e per capitoli, quello di Zucchero, in concerto all’Arena di Verona fino al 28 settembre

Verona – Compirà 61 anni, il prossimo 25 settembre, ed il compleanno, Adelmo Fornaciari – per tutti Zucchero – lo festeggerà proprio all’Arena di Verona, nel bel mezzo di una tournée di 11 giorni.

L’Arena di Verona ha senza dubbio un suo fascino intrinseco, ma ad abbellire il suggestivo luogo, c’ha pensato chi ha ideato la scenografia a disposizione del “Black Cat World Tour 2016” targato Zucchero.

Due “occhi” laterali, spalancati sul pubblico dell’Arena, ed un cuore gigante al centro, che vien fuori da un telo che cade, e che domina un palco di 40 metri di lunghezza che ospita “signori musicisti”, i loro strumenti e poi lui, il signore del Funky all’italiana, che da quei lontani anni 80, di strada ne ha fatta tanta e che ha proprio per questo deciso di dividere il suo concerto in tre capitoli, che potessero raccontare al meglio, tutta la sua carriera. Una sorta di conto alla rovescia, dal suo ultimo lavoro, a ciò che è più datato.

Un pubblico variegato ha accolto l’artista in una maniera molto calorosa, e salta subito agli occhi come Zucchero – impeccabile nell’intonazione durante tutto il concerto – non abbia cambiato di una virgola il suo look e la sua presenza scenica. Giacca con le frange, cappello in testa, e quella mimica che molto ricorda Joe Cocker, al quale probabilmente si è ispirato nel corso degli anni, fino ad affinare una personalità artistica incastonata nel blues e soprattutto del funky, quell’approccio musicale libero da ogni sofisticazione, ma estremamente caratteristico nell’uso degli strumenti oltre che negli arrangiamenti, con l’utilizzo di due o più chitarre, della sezione fiati e – come nel caso del concerto di zucchero – anche due batterie (con due batteristi) e la presenza di una interessante violinista.

I colori, non solo scenografici, sono la colonna portante del concerto, considerato che più di metà dei musicisti che accompagnano Zucchero sono di colore, provengono da ogni parte del pianeta, e sul palco mostrano prepotentemente le loro origini artistiche oltre che una spiccata capacità di sinergia, di interplay, tanto che viene da domandarsi, quanti carati di bravura e di talento siano presenti su quel palco, rispetto a quello che potrebbe fare, da solo, Zucchero.

Sì perché la differenza tra quando il gruppo suona, e quando il cantante sceglie un angolo di palco, per intonare un pezzo, chitarra e voce, si nota in maniera prepotente. Così come si nota tutto la verve possibile, quando la band viene lasciata libera di suonare quel che più “sente” e la performance che ne vien fuori non solo è jazz, ma è anche delle migliori, in pieno stile “yellowjackets”. Spicca nella performance il quasi ottantenne Brian Auger, londinese, virtuoso dell’organo hammond, pianista jazz che nella sua carriera può vantare collaborazioni con nomi del calibro di Jimi Hendrix, o dei Led Zeppelin.

Sono 13 i musicisti di “grand class” che si esibiscono per 11 serate consecutive all’Arena di Verona, sono musicisti storici, considerato che molti di essi seguono Zucchero nelle sue tournée da quasi un decennio. Musicisti che riempiono in maniera impeccabile la kermesse pop, dove pop sta proprio per “popolare”, che richiama le masse, che mette tutti d’accordo, e che diventa un vero spettacolo di qualità. Piano, synt, organo, base ritmica formata da basso, due batterie e percussioni, tre chitarre, la sezione fiati – tromba, flicorno, trombone, sassofono tenore, flauto traverso  – affidata a James Thompson Lazaro Amauri Oviedo, Carlos Miguel Minoso Amuey. Sul palco anche gli italiani Adriano Molinari alle percussioni e Mario Schirilà alla chitarra.

Sorprende ed entusiasma, la presenza di quattro donne sul palco, alle quali Zucchero affida dei ruoli strategici, ma che sanno fondersi in maniera spiccata nella “texture reliefs“. La corista Tonya Boyd-Cannon, la batterista Queen Cora Duman, la violinista Andrea Whitt, e la chitarrista Kat Dyson. Donne…e che donne! Gli assoli, sia vocali che musicali, sono spesso incoraggiati da Zucchero che cede loro il palco, affinché facciano la propria parte nelle esecuzioni dei pezzi in scaletta, che – come annunciato – si divide in tre capitoli, che si snodano su circa 30 pezzi. Interessanti le escursioni canore di Tonya Cannon dotata di una voce capace di raggiungere vertiginose note acute, attraverso la tecnica del falsetto, oltre che alla potenza nelle note gravi e quelle sfumature soul che si incastrano perfettamente nel tempo in levare.

Il primo capitolo è imperniato quasi tutto sul nuovo album “Black Cat”. Il capitolo secondo, alterna a pezzi prettamente funky, coinvolgenti e movimentati, a ballad dalle nuance intime ed autobiografiche. Ma è nel terzo capitolo, che il pubblico riconosce a pieno il proprio idolo, ed è in esso che raccoglie tutta la voglia di divenire parte integrante di quel  concerto che riesce – con qualità – a mettere insieme oltre 15 mila persone ogni sera.

E così dal tormentone di “13 buone ragioni”, si passa a “Ti voglio sposare”,  mentre Zucchero poi scivola piano “dentro”  “Ten More Days” nella quale i cori diventano un tappeto vocale che concedono a Zucchero una constante ispirazione.

Chapter Two, nel centro del concerto, mette insieme musicalità e ritmo. Tanti i successi che il pubblico ricorda e intona. Alcuni pezzi, in questa parte del concerto sono particolarmente suggestivi: Hey man, madre dolcissima, e “il soffio caldo” pezzo scritto da Zucchero insieme a Francesco Guccini. Ma nello stesso capitolo secondo, anche L’urlo, il mare impetuoso al tramonto e Vedo Nero. A mio avviso la parte migliore, della serata, durante il quale “il senso” della musica di Zucchero, trova il respiro giusto, per lasciare il segno nella serata.

Nel terzo ed ultimo capitolo, i passaggi salienti della sua carriera, con quei pezzi che tutti – ma proprio tutti – conoscono e nel tempo hanno rispolverato alla prima occasione utile. E così mentre qualche fan sfegatata grida che “lo ama”, lui, Zucchero, i grandi successi li tira via tutti in fila, mostrando una instancabile verve. Overdose d’amore, con le mani, Solo una sana ed inconsapevole libidine, Diavolo in me, per colpa di chi.

Ma è anche il momento di “Diamante“, capolavoro datato 1989, tratto dall’album “Oro incenso e birra”, scritto a 4 mani con Francesco De Gregori, che ne ha curato il testo. Si accendono i telefonini, in Arena, l’atmosfera è delle più suggestive tanto da condurre ogni spettatore ad un personalissimo ricordo.

Eppure qualcosa in questo show, che ha i connotati di una macchina che cammina a ottime velocità, c’è qualcosa che all’orecchio di chi di concerti ne ha visti più di qualcuno, salta all’attenzione. Un uso un po’ troppo calcato delle “casse” (e grancassa) delle due batterie suonate sicuramente in maniera impeccabile, ma che coprono l’altra importante parte della sezione ritmica affidata ad un basso che, durante la performance, si sente “poco o nulla”. Non si ricorda una bassline, tra i pezzi eseguiti, eppure il basso resta una importante linea guida nel blues quanto nel funky. Le tre chitarre ci stanno, ma non sorprendono, ma nel complesso resta una ottima performance, che trova nell’ensamble, la sua migliore forma.

Nessuna “tendina di stelle” nel cielo della notte del 21 settembre, ma una parentesi di musica italiana, simile ad uno spicchio di luna, che si è chiusa, per riaprirsi ancora in nuove puntate tutte da godere.

Simona Stammelluti

Photo Fabio Orlando

Parigi – A prima vista sembra un ragazzo come tanti … capello lungo, barba incolta. Poi lo senti suonare e ti accorgi di essere al cospetto di un vero e proprio fuoriclasse, una sorta di “orizzonte sonoro” dal quale fai fatica ad allontanarti. Look sopra le righe, suona il pianoforte con gli occhiali da sole, forse per nascondere quella timidezza che abbandona solo quando entra in intimità con il suo pianoforte. Musicista schivo, poche parole ma tutte messe “al posto giusto”, come fa meravigliosamente, con le note che suona, che anche se “improvvisate” in pieno senso jazzistico, non sono mai a caso.

Ho intervistato Dino Rubino, siciliano, di Biancavilla (CT) enfant prodige, oggi uno dei più apprezzati pianisti jazz tra i talenti italiani, ma anche eclettico trombettista, dotato di una spiccata personalità musicale oltre che di buon gusto, versatilità, capacità interpretativa, tocco tecnico, ma al contempo evocativo.

Un mondo, quello di Dino Rubino, che andrebbe attraversato “ascoltando” la sua musica, ma anche conosciuto un po’ più da vicino.

Photo Fabio Orlando

D: Sei nato nel 1980, oggi hai 35 anni, e mentre ti “trasformavi” in un prodigio, non eri certo catapultato nel vortice della tecnologia “a tutti i costi”. Cosa sarebbe diventato Dino Rubino, se fosse stato adolescente nell’era digitale?

R: Qualche anno fa lessi un’articolo di Paolo Fresu nel quale, parlando di me, mi descriva come una “persona d’altri tempi”.

Solo col tempo capii quanto questa visione fosse esatta.

Se fossi nato nell’era digitale penso mi sarei sentito ancora più “disadattato”.

D: Mi piacerebbe sapere – se lo ricordi – quando è nato in te il desiderio di essere un jazzista, che in realtà non è un normale musicista, ma un mix tra genialità, capacità interpretative, voglia di sperimentare.

R: Ricordo bene quel momento; ero a casa seduto al piano e stavo suonando “Georgia on my mind” scoprendo per la prima volta l’improvvisazione”. Provai una sensazione difficile da spiegare, come una fiamma interiore che accendeva tutto il mio corpo.

Avevo poco più di 5 anni.

D: Quanto servono gli spartiti, per diventare un buon musicista? Perché spesso ho sentito dire “basta il talento”.

R: Personalmente ho studiato musica classica, dunque ho studiato sugli spartiti anche se in fondo penso che la musica non abbia nulla a che vedere con quest’ultimi.

Per contro il talento è fondamentale.

D: Tu sei senza dubbio un “fuoriclasse”. Vorrei che fossi tu a spiegare qual è la differenza tra un musicista bravo ed un fuoriclasse.

R: In realtà sono molto critico con me stesso, ma grazie per le tue parole. Utilizzando una metafora, penso che ci sia la stessa differenza tra fare sesso e fare l’amore. Il fuoriclasse fa l’amore con la musica o con l’arte in generale coinvolgendo corpo, cuore, anima e mente.

D: Il piano, la tromba, poi ancora il piano. Mi interessa sapere quel “passaggio”. Tentativo o necessità espressiva?

R: Necessità espressiva. Per una serie di circostanze, non ho mai avuto un buon rapporto con la tromba e dunque non riuscivo a esprimere molte cose che avevo dentro; così un giorno, grazie al consiglio di un amico, decisi di incominciare lo studio del pianoforte e pian piano me ne innamorai.

Oggi cerco di suonare entrambi gli strumenti, a volte mi riesce a volte meno.

D: Quanto conta il carattere di un musicista, nel suo modo di fare musica?

R: Un musicista suona quello che è. Nella musica non si può mentire, o quanto meno se una persona è sincera con se stessa, comprenderà l’autenticità di quello che ha suonato.

D: Il jazz è un mondo strano. In Italia lo è ancor di più, al sud Italia è roba per appassionati. Un concerto jazz, costa quasi sempre un terzo di un concerto pop, i musicisti jazz prendono cachet diversissimi dai musicisti pop. Scegliere di essere un jazzista passa anche attraverso quel meccanismo che prevede che a suonare sui palchi di tutto il mondo siano “sempre gli stessi”, o quelli con alle spalle manager che sono “squali” più che estimatori.  Com’è il “tuo mondo”, la tua strada, la tua carriera? COME ti sei incamminato, DOVE sei arrivato, DOVE VUOI ANDARE e soprattutto COSA TI INVENTERAI per arrivarci.

R: Sin da piccolo sono stato sempre molto fatalista. Quello che cerco di fare è di essere pronto, di studiare, di scrivere musica, di registrare dischi, di cercare i musicisti con cui scatta una sintonia musicale.

Nel mondo della musica non esistono garanzie, non ci sono strade da seguire o strategie da mettere in campo; dunque, per buona parte, bisogna affidarsi al vento.

D: Di te i grandi (intendo per esperienza ed età) del mondo jazzistico dicono “senza ombra di dubbio” che tu sei un fuoriclasse. Ecco, questo tuo essere un fuoriclasse, si nutre anche dell’esperienza che nasce dalle situazioni musicali che si mettono in piedi, oppure è una radice profonda che al massimo può prendere linfa solo da una continua ispirazione personale?

R: Credo che siano entrambe; alcune collaborazioni mi hanno molto arricchito, facendomi scoprire quale fosse il mio respiro interiore, la melodia che si trovava già dentro di me; penso a Paolo Fresu, ad Aldo Romano, a Gianni Basso.

Tutto ciò però, deve camminare di pari passo con una consapevolezza delle proprie radici altrimenti il rischio è di lasciarsi influenzare da musicisti lontani dalla propria essenza, e questo risulterebbe molto dannoso.

Le influenze bisogna saperle sceglierle, come una donna o come un paio di scarpe comode.

D: Come si scelgono i propri compagni di viaggio? Per affinità o per curiosità?

R: Si possono scegliere anche per curiosità ma è l’affinità ciò che alla fine unisce.

D: Di cosa è “appassionato” Dino Rubino? Ascolta il jazz in macchina? A chi si è ispirato, nel corso degli anni? C’è un concerto che dal vivo ancora ti manca, e che vorresti vedere?

R: Ultimamente mi capita raramente di ascoltare jazz in macchina. Diciamo che ascolto e mi appassiono, a tutto ciò che riesce a darmi delle immagini, delle emozioni.

Le influenze sono state tantissime, da musicisti a scrittori, da poeti a registi, da pittori a gente dello sport, come Ayrton Senna ad esempio.

Mi piacerebbe moltissimo vedere un concerto di Sixto Rodriguez e spero di poterlo fare prossimamente.

D: Quanto critico è un jazzista, nei confronti della musica in generale e del jazz suonato dagli altri, nello specifico?

R: Sono critico con gli altri quanto lo sono con me stesso; se qualcosa non mi piace non l’ascolto; così come se qualche pietanza non mi piace non la mangio.

Photo Fabio Orlando

D: Volevo fare a meno di citare i numeri, però mi sembra quasi impossibile non dire che hai vinto decine di concorsi musicali, hai partecipato a decine e decine di festival jazz in tutto il mondo e che le formazioni nelle quali hai suonato, sono state tante, e tutte riuscitissime. Si pensi all’ultima “On air Trio” con Dalla Porta e Zirilli. Però sul tuo biglietto da visita ( se ne hai uno) cosa c’è scritto, considerato che tutto un curriculum, dentro, non ci sta?

R: Premesso che non ho un bigliettino da visita, ma se mai dovessi farlo potrei scrivere “Placido Arcobaleno”.

D: Se un giorno qualcuno ti dicesse che per salvare il mondo dovresti suonare un solo pezzo, cosa suoneresti e con che strumento. In piedi con la tromba in mano, o seduto al pianoforte?

R: Suonerei quello che mi viene al momento, così come faccio nei concerti live; suonerei seduto al piano con il flicorno poggiato sul leggio e magari alla fine soffierei due note, sempre rigorosamente seduto!

D: Oggi vivi a Parigi. Se ti seguissi, un giorno di questi, che musicista vedrei? Che abitudini ha Dino Rubino?

R: Mi piace leggere, scrivere, camminare, guardare film, guardarmi intorno, osservare le persone, ascoltare chi ha qualcosa da dire, ascoltare chi non ha niente da dire (per molto meno tempo), guardare dal finestrino quando sono in viaggio; e poi mi piace la natura, molto.

Mia nonna diceva che fin quando abbiamo voglia di guardare il cielo vuol dire che in fondo va tutto bene.

D: E poi scende la sera e immagino Dino Rubino scalzo, che da solo, è seduto al pianoforte. Se questa scena i nostri lettori potessero vederla, se vi potessero assistere, cosa ascolterebbero?

R: Ascolterebbero quello che ascoltano nei concerti live; l’approccio è lo stesso anche se nei concerti live c’è uno scambio di energia col pubblico che non può esserci quando suoni nella tua stanza.

Una differenza è che a casa di tanto in tanto mi capita di cantare e accompagnarmi al piano.

Forse prima o poi capiterà anche nei live.

D: Il cassetto dei sogni di uno come te lo immagino sempre “accostato” pronto ad essere spalancato alla prima occasione utile. Lì dentro, sopra sopra, cosa c’è?

R: Tanti sogni, sparsi qui e lì nel cassetto.

Mi piacerebbe essere un buon seminatore di grano.

Simona Stammelluti

Un ringraziamento a Fabio Orlando, per le foto concesse
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Due giorni per “contare i suoi” e per tentare di divenire un leader, più che per discutere il futuro del centrodestra

Sconfitto alle scorse amministrative nel tentativo di divenire nuovo sindaco di Milano, Stefano Parisi, imprenditore, ex manager pubblico, ha indetto una convention per raccontare – con fare carismatico – quella che è la sua nuova idea di centrodestra, nel quale riportare – così come lui sostiene – le personalità della società civile che negli ultimi anni si erano allontanate.

photo La Press

Per più di qualcuno, però, quel suo “one man whow”, è stato mirato a dimostrare le sue capacità attrattive sulle masse, rafforzando così la sua posizione in vista di un futuro confronto che deciderà chi sarà il nuovo leader del centrodestra italiano.

I numeri hanno deluso un po’ considerato che le persone che avevano prenotato un posto alla convention di Parisi al MegaWatt di Milano, erano più di 4000, ed i presenti poco più di 1000.

“Energia per l’Italia”, il titolo dell’incontro, che sembra essere uno slogan che porta un nuovo respiro, e senza dubbio l’uomo scelto da Berlusconi per rinnovare le sorti del partito, di carisma ne ha da vendere, anche se gli stessi uomini della “bandiera azzurra” non solo non erano presenti, ma non hanno certo gradito quell’appoggio del “grande capo”.

Certo è che le assenze non meravigliano, considerato che Stefano Parisi aveva già concepito una sorta di “atto unico”, nel quale l’attenzione fosse tutta su di lui, ma le sue parole dette, sembrano non dare l’emozione che la politica “deve dare” e deve “essere”.

Parisi vuole “costruire una nuova speranza per l’Italia, facendo i conti con il futuro dei prossimi trent’anni”. E quel verbo “costruire” lo usa più volte. Afferma: “Siamo profondamente alternativi alla sinistra, e tutto il centrodestra deve essere una alternativa credibile e vera”. Il suo intento è rigenerare, con una sorta di “energia alternativa”, ed invoca anche una sorta di unione e coesione con gli altri partiti del centrodestra, che dati alla mano, non sembra però possibile.

E sul referendum dice “no” e come spiegazione da’ quella che “si possa fare una riforma migliore”, ma non sembra specificare come. La polemica poi sulla data del voto. Ha poi indurito i toni verso il governo sull’argomento Europa. Parisi ha poi provato ad imbastire un filo tra passato e presente e come un paladino “nuovo di zecca” ha detto ai presenti che “vuole costruire le fondamenta del liberalismo popolare”, rimarcando il credo del ’94, eppure nessun omaggio alla storia di Forza Italia.

Intanto Angelino Alfano si relaziona ancora a Berlusconi e non a Parisi, e forse perché ha compreso che questa operazione potrebbe produrre un “nulla di fatto”, considerato che Parisi si muove probabilmente un po’ troppo autonomamente.

Il punto è che se Parisi riesce a “rianimare” il partito, riportandolo almeno al 20 per cento, bene, altrimenti ognuno per la propria strada, le spine si staccano.

Fantasie, sogni, e solo un metro per misurare i tentativi di Parisi.

Simona Stammelluti

Sorrise ai suoi assassini, prima di essere ucciso. Era la sera del 15 settembre di 23 anni fa, quando nel giorno del suo 56esimo compleanno, senza mai abbassare la testa, Don Pino Puglisi venne ucciso con un colpo alla nuca, sotto casa sua

Sono passati tanti anni. Perché sì, gli anni passano, ma non passano gli insegnamenti di coloro che la vita l’hanno vissuta onorando l’impegno, il sacrificio e la dedizione agli altri. Sono passati tanti anni, ma le parole di una delle omelie più belle di Don Puglisi, rieccheggiano oggi attuali più che mai.

“Io non ho paura delle parole dei violenti. Io temo il silenzio degli innocenti”. E spesso in una terra dove il silenzio regna sovrano, inteso come “omertà”, quello degli innocenti di cui parlava Padre Puglisi, ha sempre pesato come un macigno sulla storia, sugli eventi e su un futuro che sembra ancora essere tutto da organizzare.

Il 15 settembre del 2003, muore Padre Puglisi per mano di Cosa Nostra. Lui che a Palermo era nato, nel quartiere Brancaccio, nel 1937. Prima di morire si girò verso il suo assassino e sorridendo gli disse “me l’aspettavo”.  Perché Padre Pino Puglisi era un prete scomodo, uno di quelli che viveva per strada, tra la gente, con i bambini, con gli anziani, con tutti coloro che avevano bisogno di aiuto e sostegno, ma anche con chi con la proprio condotta, era responsabile di soprusi e di violenza. Era capace di sottrarli alla malavita, dalla criminalità, al traffico di droga.  Forse era proprio questa sua figura scomoda che dava fastidio. Come scomodo era il suo centro “Padre Nostro”, vero punto di riferimento per le famiglie della Palermo di quegli anni.

Era scomodo quel suo modo di vivere la strada in maniera così radicale, tra i più bisognosi, dando respiro ogni giorno, ad una missione che mirava a proteggere gli innocenti. La mafia la guardò in faccia molto prima di essere ucciso, le pestò i piedi, l’affrontò spesso a muso duro.

Fu docente in molte scuole siciliane e quella sua predisposizione  all’insegnamento, rivelò spesso la sua tenacia circa il futuro dei giovani.

Se l’aspettava, Don Puglisi. Certo, perché avevano già provato ad intimidirlo, con un classico metodo mafioso, incendiandogli una notte, la porta della chiesa.

Da anni era parroco della parrocchia di San Gaetano, proprio a Brancaccio, feudo della famiglia Graviano. Furono proprio i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i mandanti di quell’omicidio. Arrestati nel 26 gennaio del 1994, scontano adesso l’ergastolo.

L’esecutore materiale della morte di Padre Puglisi, fu Salvatore Grigoli, adesso pentito e collaboratore di giustizia, che tra i 46 omicidi dichiarati, ammise di aver ucciso anche don Pino Puglisi.

Fu un modello di prete che la mafia voleva rimandare in sagrestia, a dire messa e basta, ma lui invece la messa la diceva per strada, mettendo la vita al servizio della gente, sorridendo a tutti coloro che l’avvicinavano, così come fece ai suoi assassini, prima di morire.

Simona Stammelluti

La cornice è delle più suggestive, ed il concerto di Dino Rubino e del suo prestigioso trio, ha chiuso il festival jazz giunto alla sua settima edizione

Photo - Giancarlo Ferlito

A guidare il trio che ha allietato una mite serata di settembre, è Dino Rubino, trombettista, ma anche pianista, “enfant prodige” dotato di talento indiscusso, ma anche di quella capacità di spostare sempre un po’ più in là il traguardo del suo modo di fare musica. Tutta sua la capacità anche di scegliersi i compagni di viaggio, tanto da portare nella sua Sicilia – dove è nato e dove ritorna sempre con immutata emozione – due dei nomi di spicco del panorama jazzistico italiano ed internazionale. Con lui, sul palco della villa comunale di Taormina, Paolino Dalla Porta, contrabbassista che vanta collaborazioni con i migliori jazzisti al mondo, sempre ispirato, impeccabile sia nelle esecuzioni che nella sinergia con gli altri musicisti, ed Enzo Zirilli, siciliano anch’egli, figlio del mondo, che da diversi anni vive tra Londra e Bari, considerato uno dei batteristi più creativi  e versatili tra i contemporanei, dotato non solo di tecnica, ma anche di un groove travolgente.

Photo - Giancarlo Ferlito

Sul palco tre generazioni, e ognuno dei musicisti con il suo personalissimo bagaglio di esperienza jazzistica, appaiono perfettamente miscelati in “nuance” accattivanti e a tratti lussureggianti. Un trio che nasce “sul campo”, un anno e mezzo fa, che diventa subito intesa e che traccia un “mood” nel quale dipanare un repertorio che spazia tra composizioni originali, standard americani e canzoni d’autore dal cui tema poi, parte un’onda di improvvisazione che soddisfa anche i più esigenti degli appassionati e che dà ad ogni musicista, il giusto spazio nel quale raccontare variazioni ritmiche e sfumature, senza mai alterare lo stile nel quale il trio si identifica a pieno.

“On air Trio” è un bel lavoro. E’ un boccale di talento che “trabocca” sonorità e virtuosismi, a tratti senza freni. Equilibri perfetti, scambi di assoli e interplay impeccabile.

E proprio quando decidi di adagiarti in un sonorità mediterranee, dove Paolino Dalla Porta suona il contrabbasso con l’archetto e Zirilli regala il meglio di se come percussionista, Dino Rubino intesse le trame di variazioni sul tema che conducono lontano, lì dove il jazz non teme confronti.

Il trio è fortissimo sia nell’esecuzione degli standard sia nella capacità di raccontare la bossanova. E così “Oh que sera” di Chico Buarque, resta impigliata ad una notte che non conosce fine, durante la quale un pubblico appassionato applaude e chiede loro “ancora e ancora” di continuare a suonare.

Photo - Giancarlo Ferlito

Dino Rubino è un personaggio oltre che un bravissimo pianista, dotato di “resistenza” tecnica, oltre che di quella capacità di raccontare “il tempo ed i suoni del mondo”.

Finge di non aver più nulla in repertorio, ma c’è tanto nel suo vaso artistico che scoperchia insieme ai suoi compagni di viaggio, con la semplicità di chi la musica la fa sua, la plasma e la regala, semplicemente, dietro un paio di occhiali da sole e dietro una bellezza artistica, per nulla scontata.

C’è spazio per tutto, nel repertorio dei tre musicisti, anche per una “Moonlight Serenade” o per Pata Pata, o “Mi Ritorni In mente”. Tutto condito da assoli che colmano la curiosità di sapere come verranno eseguiti, e “come” andranno a finire.

Ognuno ha scelto il proprio posto in un concerto, equilibrato nel repertorio, oltre le aspettative nelle intenzioni, e dunque un regalo fatto alla Sicilia, per mezzo di due siciliani, che con la complicità di un milanese, sono riusciti “anche” nella loro terra ad essere “profeti” di quel che si racconta, suonando con passione.

Simona Stammelluti