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Niente, non ce la facciamo proprio ad essere umani.
Non siamo cambiati in meglio. Smentiti tutti i buoni propositi.
Siamo rimasti urlatori, odiatori, leoni da tastiera pronti a sentenziare, a offendere, a trasformare il diritto di parola in un ammasso di libero sfogo a insulti sessisti, omofobi, volgari e a nulla è valso il pronostico di divenire empatici, nei confronti del prossimo.
Egoisti, affamati di protagonismo e di qualche like, incitatori di odio; ecco come appare il popolo della rete in queste ultime ore dopo al liberazione di Silvia Romano.
E così le stesse persone che dai comfort delle loro abitazioni si sono lamentate in questi due mesi di quarantena, che hanno detto di essere in crisi, depressi, che “si sono sentiti come in prigione” durante il lockdown, prendono la parola e sputano veleno sulla ragazza tornata a casa dopo 18 mesi di prigionia.
Neanche era scesa dall’aereo e già era stata investita da insulti, ed illazioni.
E’ incinta, è diventata musulmana, si è sposata, si spartirà i soldi con i sequestratori“.
Ma questi sono gli insulti più discreti.
Perché ci sono anche quelli di una donna (il che è tutto dire)  – il cui video gira in rete da più di un giorno – che chiama “sciacquina” Silvia Romano e quelle come lei che – a suo dire – non sanno fare nulla. Cito testualmente: “abbiamo finanziato il terrorismo con il denaro di questi riscatti della sciacquina di turno che deve andare in Africa o in Siria a portare la propria clamorosa incompetenze“.
E poi lui, un certo Giovanni De Rose ex comandante della Polizia Municipale di Cosenza che commenta (e poi cancella, ma gli è andata male perché lo screen-shot lo inchioda alla responsabilità) con queste parole: “4 milioni sono per chi l’ha messa incinta. Ma l’avete vista Silvia Romano ara faccia? Anzi, n’ha fattu pure u sconto il montatore islamico. Atrica viagra“.

Parole al limite del reato penale, gravi, gravissime. Questi sono messaggi violenti, misogini, che fanno orrore. Ne potrei citare ancora e ancora, ma mi fermo qui, perché questa vuole essere una riflessione su quanto possa essere deleteria la superficialità con la quale ci rivolgiamo agli altri. Lo facciamo tutti i giorni, quasi senza farci caso. Non ci mettiamo mai nei panni degli altri, mai … figuriamoci se abbiamo provato a metterci nei panni di una ragazza di 24 anni che viene rapita e che resta per 18 mesi nelle mani dei sequestratori.

Lo ammetto, appeno ho visto Silvia scendere le scale dell’aereo con l’abito tradizionale somalo, mi sono posta qualche domanda, ma l’unico sentimento che mi ha pervaso è stata la commozione di saperla salva, mentre riabbracciava la sua famiglia.

No, non credo che vada tutto bene come lei dice.

Credo che abbia subìto uno choc, che in qualche modo le sia stato fatto il lavaggio del cervello, credo che la sua vita sia stata terribile in quei mesi.
Una vita che ha dettagli a noi completamente sconosciuti.
Credo che abbia avuto paura, ma che poi abbia alternato momenti di rassegnazione, alla paura.
Ed ora ha bisogno di essere sostenuta e di trovare un po’ di pace.
E le accuse e le minacce che mezza Italia le sta rivolgendo non assomigliano per nulla a quella pace di cui la ragazza necessita.

Dovrà raccontare tutto agli inquirenti.
Ha incominciato a farlo.
Racconta dei trasferimenti, spesso ore e ore di cammino a piedi, di essere stata trattata bene, di non aver subìto violenza, di aver dormito a terra su un giaciglio, di non aver mai visto in faccia i 6 uomini con cui si spostava, che uno solo di essi parlava un po’ di inglese, che aveva chiesto un quaderno per appuntare pensieri e sentimenti e poi di aver chiesto il corano. “Sono stati mesi di paura, di riflessione e di preghiera”, dice Silvia, che adesso si fa chiamare A’isha che significa”Viva“.

Le organizzazione che praticano il traffico degli occidentali con cui spesso finanziano le loro attività criminali, hanno una doppia faccia e questo si evince dai racconti di chi è stato rapito, a volte torturato anche e poi ha fatto ritorno. C’è una sorta di primitivismo delle bande che vivono nelle grotte armate fino ai denti, e poi quella finta gentilezza con cui trattono gli ostaggi tenendoli sotto scacco dal punto di vista psicologico. Spesso vengono minacciati, gli ostaggi, e poi costretti a vedere video di finte esecuzioni, per destabilizzarli, per annientarli.
Non ci dimentichiamo chi nelle mani dei sequestratori è stato torturato e poi ucciso.

C’è poi la questione del riscatto, che riguarda gli affari esteri e come lo Stato Italiano gestisce situazioni come questa e ce n’è stata più d’una, se ricorderete.
C’è la questione di come alcuni giovani che partono per missioni umanitarie non sono tutelati abbastanza in zone così a rischio.
Ma queste sono altre storie, che analizzeremo dopo.

Adesso non si possono chiudere gli occhi sull’odio sociale, che è sinonimo di qualcosa che in maniera grave contagia sempre più.

E’ musulmana?
Sarà mai questo il problema?
Qualcuno viene a dirvi quale dio pregare?
Le sarà stato fatto il lavaggio del cervello?
C’entrerà la sindrome di Stoccolma?

Non lo sappiamo. 
E il non sapere dovrebbe essere il primo imprescindibile monito, affinché non sia l’odio a regnare sulla vita degli altri.

 

Simona Stammelluti 

 

Ho atteso qualche giorno dall’inizio della fase 2 di questo tempo di pandemia, per dire ciò che vedo e che penso.
Una fase di mezzo, questa, che ha contorni strani e tanta incertezza.
Qualcosa sì, qualcosa no, tanta confusione, mille domande senza risposte, qualche abuso di potere (quelli non mancano mai), regioni che fanno a modo loro, l’Italia che stenta a ripartire tra cavilli burocratici, incentivi che forse non arriveranno mai e la paura come leitmotiv di un anno che malgrado vorremo dimenticare, faremmo meglio a ricordare affinché alcune cose non accadano più.

Una fase 2 e un’Italia che si spacca in altrettante parti.
Chi ha paura e chi no.
Chi non ce la fa a reagire e chi invece mostra guizzi pericolosi di incoscienza.
I navigli a Milano pullulano da giorni di gente senza mascherina e in conclamato assembramento, i casi di contagio crescono, molti puntano (giustamente) il dito contro la stupidità umana che rasenta a volte limiti assolutamente incomprensibili.
Ma insomma, non aspettavano altro? Ok, ma il buonsenso almeno attivatelo!
Anche al Sud, in Calabria per esempio, dopo il decreto regionale della Santelli che autorizza l’apertura dei bar con i tavolini fuori, la situazione è la medesima.

C’è un’Italia che va a fare la Movida, che non attendeva altro, mentre ci si chiede, cosa non abbiano capito del fatto che il contagio è ancora attivo, che bisogno stare lontani e che tocca proteggersi. Niente. Non hanno capito niente. Alcuni sembrano investiti da una sorta di reset innescatosi al suono delle parole “fase 2” come se il silenzio assordante della morte che avanzava nei mesi passati, fosse solo l’audio di un film in prima serata.

E come sempre il vivere (per fortuna, direi) mostra un’altra faccia … sempre che la si voglia vedere, però. Perché anche nella comunicazione – va detto – c’è quel che fa più clamore e dunque ha più visibilità.

E allora vorrei provare a far emergere come non esista solo il popolo della movida e degli aperitivi, ma anche una fetta enorme di individui che necessitano di una vera e propria riabilitazione al vivere; persone alle quali le parole “fase 2” hanno fatto paura, hanno dato sgomento. Rimaste a lungo immobili, anche le parti del corpo non rispondono subito come prima. C’è una propriocezione di cui riappropriarsi e paure da vincere e fiducia da recuperare. Una riabilitazione fisica ed emotiva in piena regola; una riabilitazione che comprende non solo la libertà di movimento, ma anche una socialità alla quale ci siamo lentamente ed inesorabilmente disabituati in questi mesi. E allora potrebbe accadere – non sarebbe affatto strano – di sentirsi impacciati, spaventati, titubanti mentre ci si relaziona in questa fase 2, mentre ci si sente a disagio emotivamente, mentre si cercano parole da dire e volontà di apertura al mondo.

Sì, perché alcuni hanno vite sospese, sospese tra la voglia di riappropriarsi della propria esistenza e quella vocina che dice (succube e ostaggio ancora della paura): “quasi quasi non esco più“.
C’è chi lo teme, il ritorno alla vita.
Una sorta di incertezza, come quando si cammina sul ciglio di un precipizio, quando guardare oltre fa paura, ma sai che per arrivare dall’altra parte, devi andare.
Ma dove?
Come?
Basterà infilarsi un vestito bello e uscire, impacciati nel non sapere cosa sarà di quell’uscita e di quell’apertura al mondo?

La riduzione di vita sociale in questi mesi, ha amplificato azioni senza orari e in maniera inversamente proporzionali, ha azzerato i sensi di colpa. Ore ed ore davanti alla Tv, il dolce far niente, il forno a pieno regime, con una fase ampissima di “rimando a chissà quando gli impegni e le responsabilità“. Ecco, dentro al termine “responsabilità” si annida una ennesima doppia faccia.

Responsabilità da riprendere sulle spalle, perché costretti ad abbandonarle nella fase 1, per salvare la pelle.
Responsabilità nel salvarsi la pelle, ancora, mentre ci si riappropria delle responsabilità di una vita lavorativa e sociale.

Sembra un gioco di parole.
Difficile da dire quanto da attuare.

Enorme, ingombrante la parola “Responsabilità”, quella che i nostri genitori ci chiedevano di avere quando passavamo dall’adolescenza all’età adulta, quando abbiamo incominciato a fare i conti con le conseguenze delle possibili nostre scelte, come quando dovevamo scegliere se cambiare casa o andare a convivere o accettare un lavoro lontano dalla famiglia, o se drogarci oppure no.

E’ l’equilibrio della responsabilità, quello che dovremmo tutti riacquistare.
E forse non basteranno una manciata di giorni con sopra scritto “fase 2”

 

Simona Stammelluti

Questa giornata è senza dubbio  la cosa più bella di questo anno del terrore.
Ascolto e amo il jazz da quando ero bambina e sono cresciuta con un padre musicista e jazzista che mi ha iniziata a questa musica facendomi ascoltare le big band, quelle alla Duke Ellington. Poi pian piano ho iniziato a suonare il pianoforte e ho trovato anche la mia strada fatta di passione verso il jazz e da lì è nato un grande amore che dura da tutta una vita e che mi ha portato anche ad apprezzare altri generi, oltre al jazz proprio perché il jazz stesso mi ha ispirata, mi ha consegnato una reale chiave di lettura.
Chi mi conosce sa il mio amore senza fine per Bill Evans, per Chet Baker, per Billie Holiday. Ma chi mi conosce sa anche che sono sempre stata aperta a qualunque altro tipo di progetto e dunque di contaminazione.
Poi da musicista e appassionata mi sono dedicata al jazz come giornalista di settore e mi dissero: “che fai scrivi di jazz? Morirai di fame!” ed io non solo di fame non sono morta ma ho anche affinato sempre più la mia competenza, ho studiato approfonditamente la materia, ho preso titoli di studio e ho continuato a fare quello che mi piaceva e che sapevo fare.

Il jazz ha mille sfumature, ed intorno ad esso c’è un intero meraviglioso vocabolario,vere e proprie forme lessicali ed espressive libere, che corrisponde poi ad altrettanti suoni e dimensioni sensoriali: Improvvisazione (forse la parola più abusata quando si parla di jazz), blue note (che da il nome alla catena di Jazz Club su tutto il pianeta ma che è in realtà è una nota abbassata di circa un semitono, e che prende il nome blue dal colore e dalla malinconia e nostalgia della musica afro-americana così come era percepita dall’orecchio degli ascoltatori europei, che erano invece abituati alla dicotomia “maggiore-minore”). E poi ancora poliritmia, progressione armonica (trasposizioni ascendenti o discendenti di sequenza armoniche, ma eseguite diversamente di come avviene nella musica classica),  swing (nato negli anni 20 che si distingue per quel caratteristico movimento della sezione ritmica che spesso viene utilizzato anche nelle sale da ballo).

E potrei continuare all’infinito.
Poi ci sono delle parole, delle espressioni che nacquero proprio insieme ad un musicista specifico. Parlo di parole come Interplay, Trio alla Bill Evans, Jazz modale (l’interazione, l’affinità nell’esecuzione, come avvenne nello storico e famosissimo trio di Bill Evans dove insieme a lui che era al piano c’erano Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria e fu proprio con Bill Evans che il jazz modale ebbe la sua espressione più alta con la sua musica così dilatata, quasi orizzontale, con  quella struttura formata da pochissimi accordi, sui quali l’improvvisatore utilizza delle scale, dette anche modi, che sono diverse dalle scale maggiore e minore o bebop in uso prima).

La musica jazz o la si ama o la si odia, o meglio pochi la capiscono e ancora pochissimi la amano e solo chi lo fa, l’apprezza per davvero. Il jazz ha scompigliato tutto, ha cambiato stili, tecniche, musiche. Ha impastato la musica del pianto dei neri delle piantagioni alle melodie classiche, assorbendo il fumo dei locali malfamati in cui veniva suonato: bordelli, osterie e periferie. Era il jazz, era nuovo, era matto. E alla gente piaceva per quello. Cosa è successo nel mentre, cosa si è perso nel frattempo? Nulla di che, solo che le cose sono cambiate, sono arrivate musiche nuove, sonorità diverse, idee impensabili. E ad oggi per approcciare al jazz quella musica va ascoltata, con umiltà e cuore spalancato perché è da lì che passa la magia che ti solleva e ti porta altrove.

Spesso mi sento dire “ma io non la capisco“; Beh si parte dalle piccole cose come riconoscere il tema, e poi la parte improvvisativa. Poi si incominciano a riconoscere gli standard (altra parola cara al jazz che indica una esecuzione divenuta famosa perché riconoscibile nel tema che viene reinterpretato e finisce per avere innumerevoli versioni). E poi ci si lascia andare, si segue l’istinto perché sin dalle sue origini, la reinvenzione in corso, è stata la caratteristica distintiva di questo meraviglioso genere musicale.

Il jazz – spesso definito come musica di nicchia – è contaminazione, mescolanza, improvvisazione e intrattenimento…è un abbraccio alla memoria.
È la musica di tutti e per tutti e chi non la ama e non l’ascolta, non saprà mai cosa si sprigiona durante una performance jazz.
I miei migliori amici sono quasi tutti jazzisti, ed io stessa – figlia di un chitarrista jazz – non potrei vivere senza quella musica che bussa da sempre alla porta delle mie emozioni, e alla quale spalanco con entusiasmo il mio piacere.

Questo da sempre.

Poi accade che nel 2011, il 30 di aprile, nasce l’International Jazz Day, la giornata promossa dal pianista e ambasciatore Unesco Herbie Hancock per riunire musicisti, docenti e studenti di ogni parte del mondo e celebrare la musica jazz, che diventa così patrimonio immateriale dell’umanità.

Milioni di appassionati in questo giorno, danno vita a tutte le latitudini a un grande evento globale fatto di jam session, workshop e concerti dedicati a questa musica popolare ma colta che porta con sé i valori straordinari come la pace e l’inclusione.

Per me è sempre stato un giorno per essere più civili, per promuovere la musica, per apprezzarla, sempre meglio o solo un po’ di più.
Un’iniziativa mondiale, che possa servire a realizzare una società migliore, nella quale la musica sia per tutti un mezzo di comunicazione, di educazione ed una veicolo di pace.
Il jazz come forma più alta della voglia di restituire un significato forte alla parola libertà, e oggi ne conosciamo forse un po’ di più l’importanza. 
Ho letto un commento su questo giorno che non mi è piaciuto affatto: “un giorno che diventa inutile, perché suonano tutti, anche chi non ne è capace“.
Io penso che la musica abbia sempre un senso, anche quando a farla o a “provarla a fare” siano persone che non necessariamente appartengono alla categoria dei professionisti.
E sinceramente in un giorno dedicato alla musica questo senso di condivisione penso sia il fulcro del significato per il quale questo giorno sia stato istituito dall’Unesco.
Che poi i professionisti debbano fare i professionisti e i dilettanti debbano aver consapevolezza dei propri limiti, resta un fondamento del saper vivere. E’ che in questo periodo quei professionisti che vivono del loro lavoro che è la didattica nei conservatori e nei teatri, nelle rassegne, negli auditorium dove tengono concerti in tutto il mondo, si sono visti spegnere le luci della ribalta, si sono visti negare la possibilità di continuare a fare il loro lavoro e così sono nate innumerevoli iniziative che hanno portato alla promozione di lavori discografici affinché si potesse aiutare la musica, sopperire per come si potesse ai mancati guadagni a causa della pandemia. 

INTERNATIONAL JAZZ DAY...un 30 aprile nel quale festeggiare le virtù del jazz come strumento educativo, come forza di pace, unità e dialogo.
Questo, il mondo che vogliamo.

Innamoratevi del jazz.
Comprate i dischi jazz.

Felice International Jazz Day a tutti.

 

 

 

 

Ho pensato:
no, non scrivo; lo faranno tutti.
Quest’anno poi che siamo senza libertà in questo 25 aprile assolato e silenzioso, sarà tutto ancora più scontato
“.

Ed invece non ce l’ho fatta, e allora eccomi qui a raccontarvi il #25aprile a modo mio. 

Potremmo paragonare la nostra angoscia, quella che oggi ci porta a guardare all’altro come ad un portatore di male, all’angoscia di chi è morto per la libertà?
E la paura? Potremmo mai paragonarla a quella di chi provò a resistere, a difenderla quella libertà e che morì anche?

Attenti che la risposta non è scontata.

Non ci facciamo spesso caso ma la parola “partigiano” significa “di parte”, di chi ha scelto “da che parte stare” e i partigiani stettero dalla parte di chi “resiste“, al grido delle parole “resistenza” e “libertà“.

Mia cara mamma, è la mia ultima lettera.
Molto presto sarò fucilato.
Ho combattuto per la liberazione del mio Paese
e per affermare il diritto dei comunisti
alla riconoscenza e al rispetto di tutti gli Italiani.
Muoio tranquillo perché non temo la morte.
Il mio abbraccio a te e Liliana,
saluta la mia fidanzata Ines.
Addio
Walter

Walter Fillak, partigiano, non fu fucilato ma impiccato e il caso vigliacco volle che la corda si spezzasse proprio mentre lo appesero ad essa, e dovettero ripetere l’esecuzione ed è così che Walter morì il 5 febbraio del’45.

Chissà cosa provò quel povero ragazzo di venticinque anni.
Altro che senso di asfissia.

Il senso di asfissia che in questi giorni di limitata libertà stiamo provando, difficilmente potremmo paragonarlo al senso di asfissia provato durante un regime, eppure per assurdo è stato quel regime, sono stati i fascisti ad insegnarci il valore della libertà, privandocene.

Oggi siamo lì a pubblicare foto, le parole commoventi di “Bella Ciao” ricordando chi cadde per salvare questo paese dal fascismo, ma se ci pensate la libertà ha un senso se si unisce ad altre due parole che sono indispensabili e che sono uguaglianza e fratellanza, perché senza la solidarietà il senso del 25 aprile, la festa della liberazione, questo senso di identità nazionale sarebbe un concetto vuoto.

Quest’anno non possiamo non pensare all’angoscia persecutoria che ci pervade, all’angoscia depressiva che non tanto ci attanaglia nell’incertezza se riusciremo a non ammalarci, ma se ritroveremo o meno il mondo per come la abbiamo conosciuto prima; un’angoscia circa la ripresa, la capacità di riprendersi quella libertà negata che oggi tanto aneliamo.

Il coraggio dei partigiani, di Walter Fillak, un po’ assomiglia a quello che dovremo indossare nel riprenderci quel senso di libertà, più che la libertà stessa e che deve essere l’alternativa alla paura. I partigiani al tempo del coronavirus sono i medici, gli infermieri, coloro che lavorano all’ordine pubblico ma anche coloro che sorreggono la solidarietà. Nulla ha senso se non si smette di pensare egoisticamente al domani, a salvarsi da soli da un mostro che per mesi è sembrato invincibile.

Dobbiamo festeggiare oggi la concezione collettiva della libertà.

Dopo il 25 aprile del 1945 ci fu un senso di rinascita, ed è quel senso di rinascita che dobbiamo difendere oggi più che mai; la necessità non solo di sopravvivere ma di rigenerare la vita, in quella forma di resistenza che mette a tacere la paura.

Non dimentichiamo che la resistenza è stata anche una battaglia al femminile  e l’impegno femminile nel movimento di liberazione, fu massiccio. Ma poche donne se ne videro riconosciuto il merito, a guerra finita. E allora ho fatto uno studio, perché è studiando che si può poi parlare alle persone, ai lettori. E studiando mi sono imbattuta in Cleonice Tomassetti. La sua è una storia di nobiltà d’animo e di straordinario coraggio.  Lei, patriota fucilata a Fondotoce dai nazisti insieme con 42 partigiani rastrellati in Valgrande. Semplice donna delle pulizie, con un passato di abusi da parte del padre e fuggita da Roma a Milano, dove diventa partigiana. Prima di essere fucilata, Cleonice fa coraggio agli altri uomini che stanno per essere uccisi insieme con lei.
Capite perché ho scelto la storia di Cleonice?
Perché a distanza di 75 anni, ancora il senso della liberazione, della libertà in condizioni diversissime tra il 1945 e il 2020 resta la solidarietà, la mano tesa, la fratellanza.
Festeggiamolo questo 25 aprile, festeggiamo la Liberazione, con le lacrime agli occhi e cantando anche “bella ciao” ma senza dimenticare che non ci si può liberare da soli e che il coraggio passa da me a te, anche con un gesto semplice che resterà per sempre, nella memoria.

 

Simona Stammelluti 

Noi senza di voi campiamo alla grande, voi senza di noi andate a ramengo. Datevi una regolata o farete una brutta fine, per altro meritata” – Vittorio Feltri, Libero – 19 aprile 2020

Feltri ma perché tutto questo livore? Perché la sua non è solo antipatia, vero?
Perché ci augura una brutta fine, dicendo che ce la meritiamo?
Lei ogni giorno ce l’ha con qualcuno, oggi è (ancora una volta perché lei è recidivo) turno del sud, come se al sud non ci fosse la volontà di tornare al lavoro, perché sa, lavoriamo anche noi e anche noi ci guadagniamo onestamente il pane, che scarseggia ovunque, caro collega. Anche da noi le aziende hanno dovuto sospendere le attività, mettere i dipendenti in cassa integrazione, e anche da noi i pochi risparmi sono ormai finiti.
No, Feltri, non passiamo le nostre giornate a suonare il mandolino, e non siamo manutengoli, non partecipiamo ad azioni illecile, non siamo ingordi, non siamo avidi e non ci piace affatto giocare e ce la caviamo ancora benissimo, perché il sud produce e anche bene ma viene considerato da molto tempo, figlio di un dio minore, anche se abbiamo eccellenze enogastronomiche, eccellenze nel campo della medicina (vedasi le prestazioni dell’ospedale Cutugno di Napoli dove si è gestita l’emergenza coronavirus in una maniera impeccabile) o il turismo in Puglia, dove ci sono sindaci come Antonio Decaro che ha ripulito la città di Bari e l’ha resa confortevole, vivibile, e dove si lavora alacremente per i bisogni dei più deboli.
Se in questa emergenza non fossero venuti nel “nobile nord” giovani medici e infermieri del sud, non ce l’avreste fatta.

Non le fa onore Feltri, sputare così tanto veleno sul sud dove facciamo da sempre più fatica a tenere in piedi le aziende per più di un motivo; pensavo fossero noti ma mi viene in dubbio che in lei ci sia qualche lacuna anche storica, oltre che di economia politica. E allora mi permetta di farle una piccola lezioncina sul sud e sul suo caro nord.
Lo faccio dal mio umile ruolo di giornalista, donna orgogliosamente del sud, che nasce in Puglia, vive in Calabria e lavora in Sicilia.

La questione meridionale nacque con l’annessione del Regno delle due Sicilie con il Regno di Sardegna con una guerra non dichiarata, per unificare l’Italia e ci furono deportazioni, stragi, carcerazioni in massa per centinaia di migliaia di persone e così chiusero le più grandi fabbriche d’Italia che allora  – caro Feltri – erano al sud. Cominciò l’emigrazione che non era mai esistita in quelle terre e il sud divenne colonia del nord. Il 66% di tutti i soldi d’Italia erano nel Regno delle due Sicilie e l’oro delle banche del sud finì al nord e servì per finanziare opere pubbliche e la nascita delle sue tanto amate industrie che oggi vanta di avere, a discapito del meridione d’Italia. Ma ci vollero 80 anni perché per la prima volta nella storia, tutte le regioni del sud divenissero più povere di quelle del centro nord. Era il 1946.
Non le farebbe male un ripasso della storia ogni tanto, caro Feltri; le permetterebbe anche di evitare di fare figure barbine perché al sud (come al nord) noi studiamo, non siamo capre, non siamo manutengoli e non siamo neanche raminghi.
Sa perché siamo ancora oggi più poveri, caro Feltri?
Glielo spiego dati alla mano, così che lei, in un momento in cui ha un po’ di tempo libero, possa andare a verificare.
Lo Stato Italiano  – fatto da Nord e Sud – dà al sud 85 miliardi in meno a parità di popolazione  rispetto al nord e per gli investimenti 6 miliardi in meno sempre all’anno e tenga presente che ci sono anche i fondi europei.
Si è mai chiesto perché il 100% degli alunni di Monza ha la mensa scolastica e quelli di Reggio Calabria lo 0.07%? Per il motivo di cui sopra.
E si è mai interrogato sul perché per l’infanzia e la famiglia a Trieste si spendono quasi 400 euro pro capite e a Vibo Valentia meno di 10? Per il motivo di cui sopra.
Forse lei non lo sa (e glielo dico io) ma a Matera si aspetta ancora un treno da un secolo e mezzo e in Sicilia per fare 300 km in treno ci voglio 14 ore, ma tra Torino e Milano c’è una linea di alta velocità progettato per 400 treni al giorno, (manco Pechino Shangai) su cui corrono solo 40 treni e questa linea è costata 7 volte in più di quanto è costata in Francia.
Chissà se sta incominciando a provare un po’vergogna per il suo livore gratuito o solo (me lo auguro) un po’ di empatia.

Ricorda quando poco su le dicevo che al sud abbiamo eccellenze enogastronomiche, ma siamo figli di un dio minore? L’olio del tavoliere delle Puglie, della Sicilia e della Campania sono oli di oliva con eccellenti proprietà organolettiche e perché la terra qui al sud è climaticamente adatta a questo genere di coltura, eppure l’olio italiano che viene venduto in Canada è solo quello veneto … chissà perché. Per accordi con la Cina, ci sono 13 vini tutelati che sono tutti del nord e potrei farle un elenco infinito di vini e di vitigni del sud pregevoli. Le navi della via della seta, toccano solo i porti di Genova e Trieste passando però davanti a quelli meridionali. E potrei continuare ancora. No, Feltri, non siamo fannulloni, non siamo manutengoli, non succhiamo linfa vitale al nord.
E le dirò di più;  il nord vende al sud ogni anno merci per 70 miliardi, che è per tre volte l’esportazione del nord in tutto il resto del continente europeo. Le pongo una domanda:  e se il sud smette di comprare?

Venga al sud, Feltri, scoprirà che lottiamo ogni giorno contro la malavita organizzata che si succhia (questa volta per davvero) quello che dovrebbe servire a sostentarci. Scoprirà che lavoriamo, e anche sodo, che non suoniamo il mandolino, che abbiamo voglia di tornare a lavoro anche noi, per guadagnarci ancora il pane. Venga, Feltri, che semmai avesse bisogno, la cureremo bene, perché qui, al sud, anche al sud, i professionisti, giurano sul codice deontologico e poi, quel giuramento lo rispettano.
Anche noi giornalisti lo facciamo.
Se lo ricorda, sì?

 

Simona Stammelluti
Vicedirettore del Sicilia24h
Donna del Sud

Alzi la mano chi c’ha capito qualcosa.
No, perché basta prendere un telegiornale qualsiasi per capire che è ormai una immensa, fantasmagorica, ingombrante torre di babele. Tutto e il contrario di tutto, sono al punto 1 dell’ordine del giorno.
La RASSEGNA STAMPA per quanto mi riguarda è da un po’ divenuta una RASSEGNA STANCA, nella quale le notizie non sono quelle che ci rifilano per indottrinarci e per confonderci tra numeri (tanti, troppi)  date (imprecise e disattese) e opportunità deluse (e svilenti).

Parlo con direttori di banca, con esercenti, con cittadini.
Parlo dal ruolo di giornalista e quello che mi raccontano sono situazioni sconcertanti, che mi lasciano intendere che non eravamo pronti sotto nessun punto di vista, e che c’è più di un motivo circa il perché in Germania le cose procedono senza intoppi mentre qui gli intoppi, sono al punto 2 dell’ordine del giorno. Banche che ancora non sanno nulla di preciso circa i famosi finanziamenti a tasso zero, commercianti lasciati allo sbaraglio, casse integrazioni difficili da gestire, cittadini in difficoltà che si vedono rifiutare il buono dal comune senza sapere perché son stati esclusi da quel diritto;  e molto altro ancora che non si dice perché in apparenza, per tenere buono il popolo ci sono tutte le ottime intenzioni del caso, salvo che per il fatto che quelle, non sfamano.

I presidenti di regione fanno ormai quel che vogliono; aprono, chiudono, si battono per non mandare in fumo i sacrifici dei cittadini, ma alle domande che vengono poste loro, non rispondono. Cautela, è la parola d’ordine. Sì, va bene, ma un piano di riapertura va fatto e pure in fretta sennò questo collasso ormai iniziato, finirà per portare ad  un perimento totale senza precedenti.

Procedono le raccolte fondi.
Tutti dobbiamo donare, per salvarci.
Ci bombardano di pubblicità progresso, numeri iban e regole da seguire. 

Intanto i virologi giocano a fare le starlet.
Da influencer dell’ultima ora a prime donne che si rimbeccano come se la salute dei cittadini fosse un divertente passatempo. Burioni che ormai sembra essere star indiscussa che se la sta giocando a tre sette con Giulio Tarro: il primo disse il 2 febbraio che in Italia il virus non sarebbe arrivato e il secondo che tra un mese, il virus ci abbandonerà. Tutto questo in un momento in cui l’OMS prende le distanze dalle dichiarazioni del Prof. Ricciardi e mentre si prova ancora una volta a tenere a bada e a smontare l’ipotesi – sostenuta ultimamente dal Prof. Montagnier (virologo e scienziato premio nobel per la medicina nel 2008 e colui che scoprì nel 1983 il virus dell’HIV) – circa la possibilità che il coronavirus attuale sia frutto di una manipolazione del virus in laboratorio durante lo studio di un vaccino per contro l’Aids, poi sfuggito al controllo e uscito accidentalmente da un laboratorio di Wuhan. Del resto sono anni che grandi magnati come Bill Gates sovvenzionano studi di ricerca contro le malattie così come sta facendo oggi finanziando la corsa alla cura da covid-19.

E mentre in Italia, si annaspa in un groviglio di burocrazia, mentre non si capisce ancora bene come arrivare alla fase 2, in cosa consisterà la fase 2, che fasce commerciali interesserà e come cambierà (se cambierà la quotidianità dei comuni cittadini) e  mentre i governatori di regione fanno a modo proprio a volte, anche sfiorando azioni che rasentano abusi di potere, la vicina Germania con poche ma efficaci idee tramutate in azione, sta uscendo alla grande dal problema pandemia. Senso civico (aziende e parchi sempre aperti ma tutti capaci di un regolare e consono distanziamento sociale)  piano pandemico ben organizzato (scorte di reagenti chimici, dispositivi di protezione, respiratori ecc).
E basta a parlare di sfiga dell’Italia, sfiga della Lombardia. La verità è che l’Italia non è mai stata pronta a nulla, ha navigato sempre a vista, si è barcamenata come meglio (?) ha potuto per aggredire un problema ma con la cosa più sempre: “State a casa, perché non vi sappiamo proteggere, non ne abbiamo i mezzi e non sappiamo cosa fare
Scarse terapie intensive, tagli costanti alla sanità pubblica, nessuna scorta di reagenti, poco personale sanitario (reclutamento in massa in corso d’opera), pochi fornitori sul territorio nazionale di materiale sanitario, deboli ed insufficienti presidi medici locali (medici di base spesso lasciati da soli), scarsissimo coordinamento Stato-Regioni (ognuno fa un po’ come cavolo gli pare).  Tutto condito da un accattivante “Andrà tutto bene!” No non andrà tutto bene perché a pochi giorni dal fatidico 3 di maggio, l’italia è ancora un paese che reagisce piano e male dopo essere stato preso alla sprovvista, mentre molte domande restano inevase e chissà se su alcune cose, avrà imparato davvero la lezione. Diciamolo senza mezzi termini: la cialtroneria in politica non è più possibile tollerarla. Senza competenze, senza capacità logiche e versatili non si va da nessuna parte.

E in tutto questo c’è un aspetto che provano a far passare in secondo piano come se dicendo: “Per il vostro bene stata a casa“, tutto il resto possa restare congelato, mentre tutti cedono allo sconforto e si arrendono a mani basse a questa vita che cambia, poco al giorno, sempre in peggio; da chi non può più mangiare, a chi è sull’orlo di una depressione mentre tutto intorno tace.
Ma l’attenzione invece dovrebbe sempre più essere rivolta verso due parole chiave: Regole e libertà. Perché se è vero che sarebbe assurdo uscire da una crisi senza alcune regole precise e dettate affinché nel rispetto di esse si possa avere la trasparenza di una condizione da riportare alla normalità, le ultime disposizioni, le app, i braccialetti per gli anziani, ci allontanano sempre più da quel diritto costituzionale ed insindacabile che la nostra costituzione, prevede per la tutela del singolo quanto per la collettività. Sottilmente, silenziosamente, in mezzo a sorrisi fintamente rassicuranti ogni giorno provano a toglierci il libero arbitrio, la libertà di agire all’interno delle regole (sia chiaro), fino a perdere il lusso della libertà che risiede nella scelta di decidere fino a che punto vogliamo rischiare, fino alla scelta (in extrema ratio) se vivere o morire. Ogni giorno sempre più anestetizzati dalla paura, e addomesticati dall’uso sproporzionato che si fa del virus oltre la sua naturale carica nociva. Una sottile dittatura senza dittatore e come tutte le dittature, anche quelle sottili, nascondono la presumibile tutela degli interessi del popolo. La nostra paura serve a chi ci governa, quella paura che tiene tutti a casa, tutti distanti, perché così è più facile gestire le inadempienze vecchie e nuove.

Le mappe del virus ci mostrano delle realtà che nessuno vuole vedere o forse che fa bene a chi governa che nessuno la veda. La macchia scura sulla Lombardia flagellata dal virus, quella che per prima riaprirà quasi tutto, perché senza il motore trainante delle fabbriche del nord il paese sarà sempre più in ginocchio (in Germania non hanno mai chiuso, ricordiamolo).
Si dice che la natura si sta riprendendo i suoi spazi, le acque sono limpide, gli animali appaiono in luoghi dove mai li si era visti prima. Corriamo a fare pasticci su pasticci.
Riapriamo le fabbriche!
Però restate a casa!
Il distanziamento sociale!
Un metro, anzi no due!
Che fai? Saluti l’amica per strada?
No, non si può!
Ma ero a distanza!
Non si può lo stesso!
Lo sai che puoi andare al mare che ti monteranno il plexiglass?
No, non lo voglio il mare bunker. Sai in Germania sono andati al fiume a Pasqua e si sono distanziati ragionevolmente da soli, senza fucili spianati.
Vedi? L’aria è più pulita?

Ok, ma chissà se ce la lascerete più respirare, quell’aria ripulita.

Ma ci voleva una pandemia per ripulire l’aria? Ma che assurdità è? Perché le industrie non hanno provveduto nel tempo a rendere meno inquinanti i macchinari? Perché non si è ricorso nel tempo alle energie rinnovabili, alla riduzione degli allevamenti intensivi? Ma non è questo il momento di parlarne. No, cioè sì. Sì parliamone oggi, tanto ieri non lo si è fatto. Serviva la pandemia per avere l’aria più salubre, mentre moriamo in un tempo asfittico, che ci avvelena piano, mentre proviamo a gridare “no, andrà tutto bene“, se non la si smetterà di pensare che si possa risolvere tutto con un semplice “state a casa“, perché ognuno di noi ha una responsabilità verso le regole, sì, ma anche verso una libertà che è l’unica cosa che abbiamo il diritto di traghettare nel domani.

Simona Stammelluti 

 

Voi siete proprio sicuri che il prossimo 3 di maggio, Anno del Signore 2020, usciremo come leoni all’apertura delle gabbie?
Siete proprio sicuri che ci faremo barba e capelli, trucco e parrucco per uscire di casa al “pronti, via”?
Io non ne sono così sicura.
Ma poi uscire per andare dove, precisamente?
Ma con o senza mascherina?
Cercheremo un bar per quel tanto agognato caffè o andremo a comperarci un libro?

Io penso che il 3 di maggio sarà un giorno nel quale ci chiederemo: “e adesso? Che faccio, dove vado?” Chi ha lavorato per tutto il tempo del lockdown probabilmente si fermerà al solito bar a fare colazione; chi è uscito solo per la spesa quel giorno non la farà affatto, e presumibilmente i supermercati saranno per la prima volta nelle ultime 9 settimane, assolutamente vuoti. Non sarà più una emergenza comperare il pane. O forse sì. Perché l’emergenza se anche fosse che finisce fuori, resterà dentro di noi, perché avremo bisogno ancora di tante cose a cui nessuno forse, farà caso, fino a quando quelle necessità non diventeranno ingombranti.

Non è facile neanche solo immaginarla una nuova normalità dopo mesi in cui siamo stati insonni, soli, preoccupati, inquieti; e poi ancora speranzosi, combattivi … perché vivi. Che per imparare a combattere ci vuole la guerra fuori dalla porta di casa, che mica ci addestrano alla guerra e non è mica vero che nasciamo guerrieri. Ma quando mai!

Resteremo fermi, a domandarci se siamo pronti a quell’apertura; perché non sapremo se e quanto potremo essere al sicuro fuori dalle nostre case, fuori dallo schema che ci hanno inculcato per mesi, fuori da quei gesti che come automi abbiamo compiuto smettendo sin da subito di domandarci “perché” e perpetrando la domanda: “fino a quando“?

Che anche dopo il 3 di maggio, al primo starnuto penseremo di avere il coronavirus, e saremo colmi di diffidenza, verso tutti, anche verso quelle persone con le quali in tempi di pace eravamo soliti lanciarci in “baci e abbracci”. Perché nel tanto tempo apparentemente libero di questa quarantena, durante la quale in ostaggio sono stati anche i nostri pensieri, non solo i nostri corpi, non abbiamo mai realmente pensato a quanti danni possano aver fatto giorni tutti uguali, con la paura a fare la sentinella, con la disperazione nel buio della notte e con l’unica domanda sempre lì, in prima fila: “tornerà la vita di prima?” E la risposta è affilata e scomoda: “no che non tornerà; nulla sarà più come prima“. E la certezza di questa risposta resta lì come una spina nel fianco, che farà male tutte le volte che di quel tempo andato, avremo nostalgia.

No, non usciremo come leoni all’apertura delle gabbie dopo il 3 maggio. Non ne avremo voglia o forse non ne avremo ancora. Eppure adesso ne abbiamo, altro che. E ci manca l’aria pensando che se facciamo 200 metri e 2 passi finiamo per incorrere in ammenda, o quando realizziamo che non potremo andare più lontano del supermercato sotto casa ancora per tanti giorni.

L’effetto psicologico di tutto questo lo vedremo proprio dopo il  3 di maggio, quando dovremo tornare a prendere decisioni spicciole che in questi giorni sono finite chissà dove. E se pensiamo a chi si trova nella condizione di non poter lavorare e di non sapere come fare, allora viene da domandarci quanto grande sarà la voragine nella quale si finirà nei giorni che verranno.

Pensiamo al futuro. Un futuro invecchiato di colpo, quello che ha scolorito piani, progetti, il “come saremo” che oggi sembra inadeguato a quel futuro fatto solo di domani e nulla più. Perché il futuro sembra così ingombrante nella sua incertezza, così ruvido che ad esso non riusciamo proprio ad appoggiarci.
Ma ci saranno i cosiddetti mestieri del “dopo”. Tra qualche tempo ad arricchirsi saranno le massaggiatrici, le estetiste, i parrucchieri. Ci sarà il boom degli avvocati divorzisti. Perché scopriremo di non entrare più nei panni di chi eravamo; saremo persone diverse. Saremo forse più grassi, più sciatti ma anche più consapevoli di cosa non vogliamo più. Che alcune convivenze forzate avranno reso la resistenza allenata e la forza resistente.

Sarà una seconda vita, ma non nuova di zecca; sarà – se ne saremo capaci – un riciclo di emozioni usate. Cambierà il nostro linguaggio sociale ed anche la percezione che avremo delle cose e se saremo bravi, faremo anche l’inventario delle cose perdute.

Non sono sicura che usciremo di casa di corsa il 4 di maggio.
Non sono sicura, per dirla tutta, neanche del fatto che avremo imparato alcune cose essenziali da questo periodo di stasi fisica ed emotiva. L’uomo è un animale che si adatta a tutto ma che difficilmente perde le sue abitudini, soprattutto quelle brutte. E se riusciremo a conservare un pizzico di empatia autentica, nei confronti del prossimo, allora forse riusciremo a mettere a fuoco quel che sarà. Avremo capito per davvero il senso dell’essenziale? Non lo so. Io penso che molti correranno a comperarsi le scarpe di marca, più che un libro o un disco. Spero che si riesca ad avere rispetto degli spazi degli altri, nel post coronavirus, anche di quelli emotivi, perché a volte non ci si accorge di come si possa essere ingombranti con il proprio egoismo. 

Torneranno di tanto in tanto le parole chiave di questo periodo dell’anno che finirà nei libri di storia, che vorremo dimenticare senza riuscirci: choc, paura, angoscia, speranza. Quella si dice essere sempre l’ultima a morire. E allora via con le speranze, da oggi, da subito. Provate a dire cosa sperate davvero.

Io vi dico la mia: 

Spero che questo periodo ci abbia insegnato a percepire i cambiamenti, prima che diventino eclatanti. Spero che si sia capaci di capire cosa cambia in noi e in chi è vicino a noi. Perché diciamolo … in questo periodo abbiamo scoperto cose delle persone con cui dividiamo un tetto che non avevamo mai forse notato prima e non dovrebbe servire una clausura, per scoprire che si piange, mentre il mondo va, e poi torna. Forse. 

 

Simona Stammelluti

Credits: La foto nell’articolo è di Martina Polito, si intitola “Due di quattro” vincitrice del Premio Vizzini 2019 su Donne e Sicilia