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La situazione è grave, gravissima.
Ignorarla è follia.
Va considerata e affrontata per quella che è, perché facendo finta che questi non esistano, provando ad ignorarli, si finisce per far passare il messaggio che “ad un metro dal mio culo, ognuno può fare tutto quel che vuole” (anche avere questo genere di voce in capitolo).

Sono il “popolo” contro la dittatura sanitaria e gridano al complotto, non hanno alcuna fonte certa, negano la realtà e difendono la libertà di opinione. Io sinceramente bestemmio ascoltandoli, pensando che il suffragio universale abbia fatto un bel po’ di danni.
Tornano in piazza, a Roma, assembrati e mostrano cartelli contro il distanziamento e le mascherine.
Di questo popolo che protesta fanno parte “le mamme per la libertà”: “speriamo che i bambini stiano a casa (lei dice “stanno a casa”, capite che è troppo chiedere che conoscano un congiuntivo) perché  se devono andare con le mascherine tutti bardati così come voi beh …” – dice alla intervistatrice di La7.
C’è sotto qualcosa di più grosso” – chiosa un’altra di quelle.
Ci vogliono lobotizzare” (anziché eventualmente “lobotomizzare”) – la più scienziata di tutte.
Non ce la si può fare. 
E non ce la si può fare perché ci sono anche i nonni: “Lo faccio per i miei nipoti. Non sono contro i vaccini (ahahahah) ma bisogna liberamente sceglie“, gli audaci: “Sono immunodepressa e non ho mai avuto paura“, i rivoluzionari e i credenti.
Ma l’apoteosi delle idiozie si sono sentiti da quelli di Forza Nuova, anche loro in piazza che si offendono pure ad essere chiamati fascisti.
Roberto Fiore di Forza Nuova dichiara: “siamo vicini agli italiani che sanno benissimo (chi noi? Italiano a chi, oh?!) che bisogna manifestare uscire e lottare per salvare l’Italia da questo momento che è gravissimo” (eh … ne avremmo da dire, vero?)
Allora l’intervistatrice prova ancora, con un’altro soggettone: “non è che c’è un po’ di populismo in questa manifestazione?” (un cicinino proprio!) E lui: “no no no, ne riparleremo nel prossimo lock down (ma quando?) quando due milioni di italiani verranno licenziati (ma dove?) quando le casse integrazioni non verranno più date (ma perché?!) quando i negozi chiuderanno definitivamente (ma chi?)”

Guai a chi li chiama negazionisti. 
Guai! Capito?
Perché c’è la signora che ci fa lezione di chimica e biologia e ci dice di aver letto su Facebook che tenendo su le mascherine “noi mettiamo dentro il nostro corpo candida polmonare” – medici di tutto il mondo unitevi e stracciate le vostre lauree, che c’è lei che vi darà 4 dritte.
Ed ancora quella che ha sentito gli scienziati! Fa due nomi in croce e uno di quelli – udite udite – è lì, sul palco della manifestazione, ed è un medico legale che risponde al nome di Bacco: “Nel vaccino c’è acqua di fogna” (lo dice, vi assicuro che lo dice, al popolo presente).
Poi a tu per tu con l’intervistatrice rincara la dose: “Il virus non è capace di uccidere nessuno (36 mila morti) è stata una strage di stato, al governo ci sono degli assassini (che si preparino le manette) ci dobbiamo infettare, ci infettiamo e ci immunizziamo“.
La situazione è grave perché questo popolo (mandria)  è guidato da soggetti che sono antiscienza, negano contro ogni evidenza, e contagiano gli indecisi. 
Ecco perché non possiamo tacere, ecco perché dobbiamo parlare, mostrare tutti i loro limiti, spiegare a chi è allo sbando ideologico che negare davanti alla realtà è un crimine, è istigazione al danno collettivo.

Quando sostengo che una delle piaghe di questo periodo storico sia proprio la completa assenza di giudizio critico non sbaglio. Dobbiamo assolutamente lavorare sui giovani, nei piccoli gruppi,  dissentire ogni qualvolta ascoltiamo baggianate, insinuando sempre il dubbio circa il sentito dire, coltivando la logica dello studio, del dato certo, della ricerca delle fonti, alla base anche del delicatissimo lavoro del giornalista.

 

Simona Stammelluti 

Quell’11 settembre del 2001, la parola terrorismo era già nota al mondo occidentale.
Il terrorismo cosiddetto “interno” era già stato considerato una piaga virulenta da combattere. Il terrorismo basco, le brigate rosse, o gli attentati all’occidente, “fuori” dall’occidente. Si pensi agli attacchi alle ambasciate di paesi occidentali. Eppure fino a quell’undici settembre di 19 anni fa, quel tipo di attacco terroristico, aveva una incidenza minima sugli equilibri e sugli scenari mondiali.

E mentre i nuovi libri di storia, hanno incominciato a menzionare quella data indimenticabile come il giorno in cui le sorti del mondo occidentale, sono cambiate irrimediabilmente, l’attacco all’occidente “in occidente” da parte del terrorismo islamico, ha aperto una lotta mondiale al combattente islamico che con se porta la strage, una lotta mondiale al sistema terroristico che da quell’11 settembre in poi, l’Occidente lo tiene in pugno, sveglio, vigile, insonne e sempre all’erta.

Quell’occidente che perde la sua “invincibilità“, che non solo non è poi così forte, ma diventa immediatamente vulnerabili, costretto a guardarti le spalle da un Allah nel nome del quale c’è chi si fa saltare all’aria per raggiungere un paradiso inesistente. Il mondo che cambia. Un mondo non più al sicuro. Un mondo viene minato nel suo quotidiano, nel suo essere comunità, nella sua capacità di “continuare”, malgrado tutto, di creare una sorta di “punto zero” dopo ogni paura, dopo ogni orrore, dopo ogni “terrore” che colpisce sempre il simbolo di una nazione, di una comunità, di uno stile di vita. Tutto il mondo occidentale si schiera per la lotta al terrorismo.

Ma in che termini? Pace o guerra?

Un 11 settembre in cui si ricordano le oltre 2947 vittime, i 411 soccorritori morti, quella scena apocalittica nella quale le torri gemelle vengono giù come se fossero di sabbia, un mondo che cambia e che ancora si chiede, come in una roulette russa, a chi toccherà.

Per me l’immagini più nitida dell’undici settembre del 2001 resta quella che ritrae l‘azzeramento di tutti i ceti sociali, razziali e di genere; ricco o povero, nero o giallo, povero o uomo d’affari…solo “sagome” di persone che sotto quella coltre di polvere grigia, rimasero sopravvissuti, in una New York che di megalopoli occidentale non ne aveva più né i connotati né i colori, e poteva essere scambiata per una qualsiasi città del medioriente.

E così nell’era dell’informazione globale ed “immediata” ci siamo resi conto che qualsiasi punto della terra è come se fosse il “dietro l’angolo“, New York come Bagdad, il Bataclan di una Parigi come Nairobi.

Sono passati 19 anni.
Cosa è rimasto di quella tragedia?
Abbiamo maturato una “coscienza” sul perché sono venute giù le torri gemelle, e perché ancora continueremo ad avere paura?
Basterebbe che ciò che è accaduto non ci torni alla memoria solo quando viviamo il fastidio di non poter portare in aereo il nostro shampoo preferito, perché superiore ai 100 ml.

Simona stammelluti 

Rinascere dalla bellezza dei luoghi, siano essi palazzi, chiese o affreschi ritrovati, villaggi fantasma o ville eleganti. Ma mai come quest’anno è necessario ripartire, in piena sicurezza. Il Festival che “racconta” l’Isola ritorna da sabato prossimo (12 settembre) per la seconda volta nei due borghi di Sambuca e Naro che l’anno scorso insieme avevano ottenuto un bellissimo successo inatteso di quasi seimila visitatori. Si visiteranno con un unico coupon, utilizzabile in tutti i siti. Partirà prima Sambuca, al fianco delle tre città del Trapanese – Marsala, Mazara e naturalmente Trapani –, poi Messina, Caltanissetta e Bagheria; tre weekend e nell’ultimo, il 26 e 27 settembre, si aggiungerà anche Naro. Dal 3 ottobre, la seconda tranche: toccherà a CataniaRagusaScicli e NotoSciacca, Monreale e l’ammiraglia, Palermo, dove il Festival durerà sei weekend, fino all’8 novembre. Trecento luoghi in tutto,  alcuni inediti, altri graditi ritorni, dove si entrerà sabato e domenica, preferibilmente su prenotazione e con numeri contingentati, nel pieno rispetto delle norme anticovid.

Le Vie dei Tesori, nato nel 2006 in seno all’Università palermitana, oggi coinvolge 15 città in tutta la Sicilia con oltre duecento partner pubblici e privati: Regione, Atenei, Comuni, Diocesi, gestori privati, istituzioni dello Stato, proprietari di palazzi nobiliari. Da Roma è appena arrivata, per il quinto anno consecutivo, la medaglia di rappresentanza del presidente della Repubblica. La scorsa edizione, cui hanno lavorato circa 600 giovani, ha contato in tutto 404 mila visite, con un indice di gradimento del 91 per cento. E ha prodotto cinque milioni e mezzo di indotto turistico sulla Sicilia, con una ricaduta sulla sola Messina, di 165.403 euro (dati Otie, Osservatorio sul turismo delle Isole europee).

Nell’anno in cui l’emergenza ha portato a riscoprire un turismo slow, spesso sostenibile, attento ai luoghi, Le Vie dei Tesori si è trovata già un passo avanti. Perché sia Sambuca che Naro sono due borghi-gioiello: la prima con la luce morbida che accarezza le cave di tufo, le case recuperate con un’intelligente operazione di marketing, l’attenzione per i suoi personaggi illustri, Navarro o Gianbecchina, ma anche l’area archeologica punica che sembra proteggerla dall’alto. Il festival, che quest’anno è sostenuto da Unicredit, a Sambuca ha il supporto del Comune. “Le Vie dei Tesori ci permettono di riscoprirci – spiegano il sindaco Leonardo Ciaccio e il vicesindaco, e assessore alla Cultura, Giuseppe Cacioppo – ci riappropriamo del nostro territorio. E soprattutto i sambucesi ritroveranno la chiesa della Concezione, chiusa da due anni per i restauri; o potranno salire a Monte Adranone dove già questa estate abbiamo organizzato spettacoli molto seguiti”.

E poi c’è Naro, arroccata, che nasconde un barocco sontuoso, anche se profondamente diverso da quello del Val di Noto. Anche qui il festival è alla sua seconda esperienza ed è sostenuto dal Comune. “Sono orgogliosa di riavere nella mia città questo importante appuntamento turistico culturale che valorizza nella sua pienezza tutte le bellezze di Naro Fulgentissima” sottolinea il sindaco Maria Grazia Brandara.

I LUOGHI DI SAMBUCA. FOTO MONUMENTI SAMBUCA

Dodici luoghi, da scoprire o da riscoprire. Con un collegamento netto tra il cuore antico di Zabut e le sue immediate vicinanze, sulle tracce di personaggi illustri che qui hanno scelto di vivere. A partire dal “pittore degli umili” Gianbecchina di cui si visiteranno sia la pinacoteca cittadina, nata dal lascito alla città, che (novità di quest’anno) la casa-studio sulla collina di Adragna. E ancora, si cercheranno le passioni dello scrittore (ignorato alla massa), amico di Verga e Capuana: a Emanuele Navarro della Miraglia è dedicata un’importante biblioteca allestita dalla Banca Sicana. Sarà una vera scoperta curiosa anche la “macchina” ottocentesca nascosta nella Torre dell’Orologio, che si raggiungerà con un ripida scaletta a chiocciola

Riaprirà le porte, dopo un lungo restauro durato due anni, la Chiesa della Concezione con il suo bellissimo portale arabo normanno, monumento nazionale, che proviene dall’ormai distrutta chiesa di San Nicolò di Adragna. E un portale simile lo mostra anche la Chiesa di San Giuseppe che invece risale al Seicento e nasconde straordinari affreschi di scuola palermitana e del sambucese fra’ Felice.

Sono dei graditi ritorni, invece – oltre alle antiche Purrere, le cave di pietra che corrono sotto il borgo – la casa natale del primo sindaco di Sambuca post Liberazione, Tommaso Amodeo, un intero complesso fatto di ambienti diversi, ex vicoli, slarghi, terrazze, scale e salottini, con un inaspettato giardino mediterraneo; la chiesa di Santa Caterina che faceva parte del monastero e è un vero tripudio: furono queste monache a creare le famose “Minni di vergini”; la seicentesca chiesa del Purgatorio dove da poco più di un anno è aperto il MuDiA, il Museo Diocesano; il rinascimentale Palazzo Panitteri con la bella collezione di reperti dagli scavi a Monte Adranone (che si raggiungerà durante la passeggiata); la collezione di sculture tessili della francese Sylvie Clavel; e infine, il Teatro l’Idea, creato da cinque imprenditori a metà ‘800, piccolino ma con una stagione seguitissima.

LE PASSEGGIATE. Verranno organizzate due passeggiate, condotte da Antonella Di Giovanna. La prima, che l’anno scorso ha avuto un grande successo, condurrà tra i vicoli saraceni, nel cuore antico di Zabut. Ma è l’altra ad essere molto attesa: si salirà fino all’area archeologica di Monte Adranone, a mille metri d’altezza, sulle tracce della comunità che già nel IV secolo a.C. viveva questa città-fortezza.  Info e prenotazioni su www.leviedeitesori.it

Nell’ambito della maxi inchiesta “Sorella Sanità” che sta facendo luce su intrecci tra il mondo politico e quello sanitario in Sicilia, rischia di finire agli arresti domiciliari il docente 46enne Vincenzo Li Calzi, di Canicattì.

I giudici del Tribunale del Riesame, ha accolto solo in parte il ricorso avanzato dalla Procura di Palermo, e nell’ordinanza depositata hanno tenuto in piedi il reato di corruzione, per il quale la richiesta di arresto.

L’indagine avrebbe accertato un vasto giro di tangenti nell’ambito degli appalti per le forniture a ospedali e aziende sanitarie provinciali e Li Calzi è considerato il braccio destro di Salvatore Mangarano, aspirante collaboratore di giustizia e stretto collaboratore del manager dell’Asp di Trapani, Fabio Damiani.

La misura cautelare però resta sospesa perché il legale di Vincenzo Li Calzi,  Angela Porcello, ha annunciato che ricorrerà in Cassazione.

 

 

Come sempre ho bisogno di metabolizzare, ho bisogno di capire (per quanto possibile) e di riflettere. Poco altro si può fare quando la cronaca ci restituisce una realtà che non si può ignorare … non più. Siamo ad un punto di non ritorno, la violenza ha la forza di un potere subdolo e ignobile. La bellezza della vita viene sotterrata, infranta, umiliata, annientata. C’è un dolore che si fa eco e una mostruosità che si insinua sempre più nei nostri giorni, nelle vite di tutti, rendendoci un po’ colpevoli e forse anche complici.
A che serve un processo, per 4 mostri che uccidono un loro coetaneo?
Una crudeltà così efferata, una colpevolezza così esplicita, che non si coniuga con il principio di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Chissà se un ergastolo potrebbe redimerli, ma io alla redenzione faccio fatica ormai a credere. Perché quei giovani così violenti, che si sono sentiti padroni del mondo e della vita altrui, che hanno massacrato di botte un giovane con tante speranza, un sogno nel cassetto e tutta una vita davanti, sono figli di famiglie che non hanno saputo insegnare loro il rispetto per la vita altrui e delle regole, non hanno insegnato loro l’educazione al vivere, non hanno saputo iniettare nelle loro coscienze la differenza tra bene e male, la forma di quell’essere parte di una società nella quale le differenze possono migliorarci, non scavare distanza che poi annientano, rendendo tutto così assurdo.
Concorso in omicidio preterintenzionale.
Calci, pugni senza sosta fino alla morte.
Non c’entra la passione per le arti marziali (che invece insegnano il senso di disciplina, il rispetto delle regole, l’autocontrollo, l’onore e lo spirito di sacrificio) né i tatuaggi, né il look. Non c’entra l’eventuale emulazione di violenza che da sempre nel cinema viene raccontata come parte di un mondo che si divide tra buoni e cattivi.
C’entra la mancanza di cultura, c’entra quella sottocultura che innesca questo genere di tragedia, c’entra una vita senza regole, il culto della violenza, i precedenti di questi ragazzi avvezzi alla rissa facile, su cui grava ad oggi un’accusa così tremenda.

In fondo che ha fatto, ha solo ucciso un extracomunitario“. Sono le parole dei familiari di uno dei presunti assassini. I genitori di Willy Monteiro, capoverdiani sono perfettamente integrati, e non “estranei” a quella comunità.
Se esiste un aggravante razziale saranno gli inquirenti a stabilirlo, ma se si cresce in un ambiente familiare in cui un ragazzo nero viene considerato “solo un extracomunitario” allora non c’è più speranza per una società che diventa sempre più insensibile al dolore.
Saranno testimoni e immagini di telecamere a dire come siano andate le cose, ma c’è una condizione sociologica che deficita, un grado di civiltà che si è assottigliato fino a spezzarsi, una disattenzione generale verso la crescita di una nuova generazione che non ha maturato l’importanza del limite che è alla base della differenza tra il lecito e il reato.
20 minuti per uccidere, per togliere la vita.
Un tempo sospeso che annienta e cambia i connotati della vita di molte persone.
Una realtà che ormai oltre ad una morte a tempo, ha sdoganato tutto, dalla violenza verbale al razzismo, dal delirio di onnipotenza all’atto di follia. Torniamo ad educare, al rispetto delle regole, all’onore, all’autocontrollo, allo spirito di sacrificio.
Per ora ci resta la speranza che chi ha commesso il crimine venga assicurato alla giustizia, venga punito in base al crimine commesso e che possa arrivare assieme alla giustizia terrena, anche una redenzione, affinché il male si esaurisca, piano e inesorabilmente, dentro le coscienze e oltre le sbarre di una prigione.

Simona Stammelluti 

Non scrivere una recensione circa Tenet il nuovo film di Christopher Nolan – nelle sale in questo giorno, che c’ha tenuti tutti in gran curiosità durante il lockdown – sarebbe davvero scortese. Non fosse altro perché Nolan (che a questo giro ha fatto tutto da solo, soggetto, sceneggiatura, regia) resta uno straordinario regista, che sa come giocare con gli effetti speciali, che si serve di un comparto tecnico impressionante, e che ha scritto storie che – nel corso della sua carriera – hanno avuto il destino di essere ricordate e premiate.

Ve lo dico subito così ci togliamo il pensiero, a me il film non è piaciuto, almeno alla prima visione, e vi prego di credermi se vi dico che non ero stata influenzata dalle voci che giravano, che nulla sul film avevo letto e che mi ero tenuta lontana anche dai tanti trailer che a ripetizione mi si piazzavano dinanzi sui motori di ricerca. Se fosse per assurdo l’ultimo film del grande regista inglese, per me sarebbe come “il rantolo del ciglio”, al posto del “canto del cigno” e questo lo dico pur essendo pazzamente innamorata di Christopher Nolan (cinematograficamente parlando).

150 minuti in sala nei quali continui a scuotere la testa a dire frasi tipo “non ho capito“,ma questo che vuol dire“, “non c’ho capito nulla“, “ah … forse ho capito“, “ma questo è il presente o il passato? Ah già, vanno indietro, quindi è il passato“. Insomma passi due ore e mezzo a capire se sei dinanzi ad un capolavoro o ad una minchiata pazzesca. 

Nel film c’è il Nolan degli effetti speciali, della dinamicità che non lascia scampo, ci sono scene che ricordano Batman, che ricordano Dunkirk e che ricordano anche Interstellar, ma a differenza dei suoi capolavori del passato questo film non ti prende, non ti trascina altrove, non ti fa provare quella piccola ansia mentre tifi per qualcuno e quindi è – a mio avviso – un film privo di pathos. 

La trama, tra il nonsense e una storia fantascientifica poco probabile anche nel 2020, è debole, malgrado si snodi in una macchinosità senza precedenti. Non sai come definirlo: Action movie? Film di spionaggio? Film di fantascienza? Ci provi, a definirlo, ma non ci riesci.

Ho apprezzato pochissime cose della pellicola e tra queste poche cose c’è la colonna sonora firmata da Ludwig Göransson che è inquietante, ammorbante, martellante, ma è stata l’unica cosa capace di creare una certa suggestione soprattutto perché il film – che Nolan mi perdoni – ha dei dialoghi a dir poco imbarazzanti, tanto che spesso ti viene da dire: “ma perché!?“, portandoti la mano alla fronte.

Nata come una sfida (da parte del regista) finisce per essere una resa a mani basse (da parte dello spettatore) che continua a porsi delle domande (lecite) davanti a delle evoluzioni assai contorte nella narrazione che raccontano più delle ossessioni di Nolan, che della storia in sé.

Direte: “Ma di che parla questo film”?
Troverete cento recensioni ed ognuna vi racconterà una storia a modo suo.
Normale, perché la verità è che solo Nolan, se volesse, potrebbe dirci cosa cacchio voleva raccontarci con questo film.
A me alla domanda: “Ma di che parla questo film?” verrebbe da rispondere: “E chi lo sa” – seguito da una sentita risata. Ma siccome il regista è il grande Christopher Nolan allora ve lo dico, a modo mio di cosa parla questo film, senza spoiler, perché quello, sarebbe un sacrilegio, perché le domande, ve le dovete porre tutte, se decidete di andare a vedere il film e dovete soffrire per 150 lunghi minuti come ho fatto io.

E’ la storia di una corsa per salvare il mondo, andata e ritorno. 
Un po’ nel passato un po’ nel presente. 
C’è un protagonista (senza nome) che senza saperlo (perché il futuro non è contemplato nel film) ingaggia una squadra per impedire ad un trafficante russo, di far cessare il mondo. E per fare tutto questo si innesca un viaggio cronologicamente impazzito, un algoritmo diviso in 9 parti che non deve mai riuscire a comporsi per intero, una guerra tra buoni e cattivi con armi nucleari invertite, dentro e fuori una dimensione che fai fatica a tenere d’occhio, dentro una entropia, un disordine che finisce per tenere incastrato anche il pubblico in una “tenaglia temporale che però non emoziona.

Tenet è una organizzazione, ma è anche una porta, un passaggio tra flussi temporali che a volte si sovrappongono e a tratti ti ingannano. Tenet – nome palindromo – è un enigma, una inversione, con un riferimento a una doppia dimensione, tutta da scoprire, e chissà quante volte dovremo vedere il film per capirci qualcosa che anche “lontanamente si avvicini” (scusate il gioco di parole) alle intenzioni di Nolan.

Parole chiave come “tempo crepuscolare”, “paradosso del nonno”, “mossa a tenaglia” gravitano dentro una distruzione che avverrebbe se non si invertisse la rotta, se non si attraversassero dei flussi temporali al contrario, un andare controcorrente per resistere ad un tempo nel quale si innesca un conto alla rovescia.

Veniamo ai protagonisti? Tutti belli, ma poco efficaci. 
Il figlio del gigante cinematografico Denzel Washington, John David Washington è il protagonista senza nome (e pure senza gloria, aggiungo io) che non ha quell’appeal che serviva per creare una empatia con lo spettatore. Crede di essere un agente della CIA ed invece è …(andate al cinema)

Dal futuro arriva Neil, interpretato da Robert Patterson, (biondino e slavato) che fa un po’ tutto, informatore, agente segreto, amico del protagonista, ecc e che si sacrifica in qualche modo. Come? (andate al cinema)

Kenneth Branagh veste i panni del magnate russo che tiene in pugno tutti e tutta la vicenda, prima fra tutti sua moglie, interpretata da una deliziosa Elisabeth Debicki, che vorrebbe vederlo morto. Perché? (andate al cinema)

A Nolan non interessa affatto spiegare perché alcune cose nel film accadono o al contrario non accadono. Perché mentre qualcuno muore, e dovrebbe accadere qualcosa, questo qualcosa non accade?

Nolan si è servito di stratagemmi narrativi irrilevanti per costruire una vera e propria provocazione, nulla più. Non gli interessava chiarire la trama, che è aperta proprio perché di difficile messa a fuoco.

Solo Nolan si poteva permettere questo genere di provocazione, questo capriccio, con un film confezionato ad arte, dentro il quale ti domandi perché, se potevano andare nel passato non hanno bloccato tutto quel caos prima ancora che accadesse. La risposta è … andate al cinema.

 

Simona Stammelluti 

Quando avvengono morti così terribili ma al contempo così complesse, si corre il rischio di voler trovare un colpevole che abbia un nome ed un cognome, qualcuno da assicurare alla giustizia se è ancora in vita o da crocifiggere sull’altare delle colpe, come se debba per forza essere uno e uno soltanto il colpevole.

E’ davvero un “rompicapo con troppe variabili”  – come lo ha definito il Procuratore di Patti Angelo Cavallo.

La storia di Viviana Parisi e del suo figlioletto Gioele che occupa le pagine principali di giornali e Tg ci pone inevitabilmente davanti a innumerevoli quesiti, molti dei quali sono differenti e distanti da quelli ai quali stanno lavorando gli investigatori, che devono delle risposte a chi resta, devono delle risposte perché il loro lavoro è quello di risolvere enigmi, fornendo dati certi, concreti ed inconfutabili. E lo dovono perché la verità è d’obbligo, perché si deve sapere cosa sia successo. Un po’ più difficile è stabilirne i perché e dietro quei perché spesso c’è un mondo buio, sconosciuto, a volte incomprensibile fino in fondo e che fa paura, calato in quella realtà in cui ci siano dei bambini tanto piccoli quanto indifesi; perché non sempre noi genitori siamo in gradi di proteggerli da qualcosa di brutto e a volte anche da noi stessi.
E così mentre ancora investigatori e forze dell’ordine lavorano alacremente e senza sosta per porgere ai familiari e all’opinione pubblica una verità quanto più possibile vicina alla realtà, a volte fatta anche di congetture, ricostruzioni, presupposti tutti da verificare e da far quadrare, a me è venuto in mente l’importanza di tutto quello che è dietro la vita di quella famiglia, qualcosa che si sia nascosto in una quotidianità apparentemente come tante altre, ma che in buona sostanza era la personalissima vita di Viviana, di suo marito Daniele Mondello e del piccolo Gioele.
A me sembra che si cerchi a tutti i costi di screditare l’operato delle forze dell’ordine come se ci fosse una volontà precisa di non consegnare la verità. Ma la verità fa il paio con coscienza. 
Daniele Mondello dalle pagine di Fb, dalla sua pagina pubblica che fino a qualche mese fa usava esclusivamente per mettere musica a palla (cose da Dj) oggi, lancia l’elenco di cose che – Mondello ci scuserà – sappiamo già perché ce le aveva già dette ossia che la moglie non aveva mai picchiato il figlio, e che soffriva di un po’ di ansia. A parte che la cosa più brutta di casi come questo è che la vita cosiddetta privata diventa di dominio pubblico, ma viene da chiedersi invece cosa sia accaduto davvero nel periodo antecedente alla tragedia. Chissà se il signor Mondello qualche domanda se la sia posta, se sia andato indietro con la mente a qualche episodio del passato, a qualche avvisaglia, a qualche parola detta o al contrario taciuta.
Dal certificato medico diffuso dai legali del sig. Mondello, ritrovato nell’autovettura datato 17 marzo si evince che Viviana Parisi fosse affetta da “paranoia con un crollo mentale dovuto a una crisi mistica”. Tra stato ansioso e crisi paranoica c’è un vero abisso e lo si capisce anche non essendo esperti in materia. Ma ho chiesto ad uno specialista di spiegarmi cosa accade quando si è affetti da questa patologia e così ha risposto:

Tutte le patologie di tipo psicologico o psichiatrico danno le “avvisaglie”. Nel caso specifico, trattandosi di psicosi con deliri paranoidei e deliri mistici, direi che i comportamenti disfunzionali che ne derivano sono assolutamente chiari e visibili. Quando si parla di psicosi, non si deve pensare solo alla conosciuta schizofrenia che generalmente ha un’insorgenza nella giovane età adulta, anche se i sintomi prodromici, spesso equiparati a quelli tipici dei disturbi di personalità, sono presenti già in adolescenza, ma anche ad altri tipi di psicosi con origini differenti, come quelle indotte da condizioni mediche, indotte da sostanze oppure da traumi. In questi casi le psicosi possono essere diagnosticate a qualsiasi età. Al momento si sa solo di queste diagnosi ma se ne dovrà accertare l’origine. Veramente una triste storia che poteva essere evitata se solo alle malattie mentali si desse la stessa dignità di quelle fisiche.

Io non lo so che cosa sia successo a Viviana e al piccolo Giole e resto in attesa che si faccia luce su tutta la vicenda, perché si è consumata una tragedia della quale ancora sappiamo molto poco, e la strada è ancora lunga fino a quando si potrà accertare cosa sia accaduto con certezza, ma alcune domande nascono spontanee:
C’è stata la giusta cautela?
Ci si accertava tutti i giorni che questa donna fosse in grado di badare a se stessa e al bambino?
Ci saranno state altre bugie come quella di quel giorno della scomparsa, quando Viviana raccontava di dover andare in un luogo e poi si è trovata da tutt’altra parte?
Perché quando ha ingerito quelle 6 pillole, si è lasciato che la donna firmasse per lasciare l’ospedale?
Qualcuno può dire o meno se si era trattato di un tentativo di suicidio?
La donna era o non era sotto osservazione?
Quella crisi mistica che effetto aveva nel quotidiano della donna?
Dalle pagine Facebook si evincono video in cui è evidente che fosse una normalità per i genitori di Gioele permettere al bambino di stare in piedi in macchina al centro tra mamma e papà mentre la macchina era in marcia. Cantavano, si riprendevano e il bambino era in piedi, sempre. Presumibilmente anche il giorno della sciagura – saranno i video sequestrati insieme alla pagina social della donna a darne conferma – il bambino era in piedi. Chiameremmo “incoscienza” quello che forse per loro era solo una leggerezza. Non assicurare un bambino così piccolo in un regolare seggiolino omologato, è un atto sconsiderato, senza coscienza.
Gli operai dell’Anas sostengono che quando hanno sentito la botta del tamponamento avvenuto ad opera di Viviana Parisi, si sono avvicinati alla vettura che dopo l’impatto aveva proceduto ancora di 50 metri e che una volta giunti sul posto non hanno visto nessuno, non c’era nessuno all’interno del veicolo. Ma Viviana con in braccio Gioele si sarà allontanata dal luogo e risulta impossibile credere che nessuno  abbia visto la donna e che nessuno si sia chiesto cosa ci facesse a piedi su un’autostrada e perché scavalcasse un guardrail. Tanti sono stati gli appelli da parte degli investigatori a chi avesse qualche notizia che potesse essere d’aiuto per risolvere questo caso così simile ad un rompicapo. E quell’ultimo messaggio lasciato da Viviana: “arriva il momento in cui ci smarriamo, in cui abbiamo bisogno della solitudine”.
Si sentiva sola Viviana?
Dentro quale tipo di solitudine era finita?
E se aveva una crisi mistica, e credeva in Dio perché uccidersi?
Perché era salita su quel traliccio?
Da cosa o chi scappava?
A me sembra che si voglia screditare gli altri, quando basterebbe forse, nell’attesa che si arrivi alla sacrosanta verità, che ci si soffermasse a porsi qualche domanda. Forse una parte di verità risiede anche in fondo ad una indispensabile coscienza.

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SHAKESPEA RE DI NAPOLI composto e diretto da Ruggero Cappuccio al Globe Theatre Dal 2 al 6 Settembre


Se fosse possibile stilare una hit parade dei testi teatrali contemporanei più rappresentati, SHAKESPEA RE DI NAPOLI sarebbe saldamente sul podio. Lo spettacolo, che da 26 anni e oltre 2000 repliche attraversa i palcoscenici dei teatri italiani ed esteri, va in scena per la prima volta in assoluto al Globe Theatre, nel tempio romano del Bardo. Il testo di Ruggero Cappuccio, pubblicato nella Collana Classici Einaudi, è interpretato, oggi come allora, da Claudio Di Palma e Ciro Damiano. La messinscena, nata al Festival di Sant’Arcangelo diretto da Leo De Berardinis nel 1994, ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali 
e continua ad affascinare platee e generazioni diverse.

Shakespea Re di Napoli nasce da questo perché: la morte è quel sogno ad occhi chiusi che nella vita facciamo ad occhi aperti. Il mio difetto è credere solo negli aldilà, oltre il visibile, oltre il reale, la parola, il teatro.  Siamo nei primi anni del Seicento. Desiderio torna a Napoli dopo un avventuroso naufragio e riabbraccia il suo vecchio amico Zoroastro. A lui racconta di aver vissuto a lungo a Londra e di essere diventato il più grande interprete dei personaggi femminili del grande drammaturgo inglese. Zoroastro è incredulo, sospetta che Desiderio stia narrando una delle raffinate menzogne cui lo ha abituato fin da ragazzo. La sfida interiore tra i due amici va avanti tra altissima poesia e tagliente comicità, mentre il mistero si estende progressivamente sulle loro vite. Così, nella storia appaiono misteriosi fotogrammi: le sabbie, il Seicento, la peste, un quadro, un baule, l’inchiostro sbiadito dei Sonetti di Shakespeare. Una nave affondata. Un anello perduto. Desiderio e Zoroastro: due amici sorpresi nell’abbraccio di un addio e di un ritorno. L’Inghilterra. Il genio. La bellezza. Le lettere dell’eros del grande poeta di Stratford. Tutto fiammeggia in una lingua che è intima di un’idea della partitura, della concertazione, del suono, in cui i sensi impongono una comunicazione intuitiva fondata sull’indicibile del compositore, l’indicibile dell’interprete, l’indicibile dell’ascoltatore. Solo il non detto è degno di essere letto. Solo i silenzi possono veramente essere ascoltati. Il conflitto e confronto del teatro elisabettiano con le forme espressive della Napoli barocca sono i presupposti per l’invenzione di una sinfonia del dire, specchiata in significati e ritmi che tendono alla sospensione assoluta di una storia nel tempo. La menzogna, l’indimostrabilità, la falsificazione dei fatti come gesto eversivo in grado di estendere i confini della verità sono in questa scrittura le luci che affermano e negano ogni cosa. Dopo tutto l’arte somiglia alla ricerca di prove che dimostrino eventi mai accaduti.

                                                        Ruggero Cappuccio

con

CLAUDIO DI PALMA e CIRO DAMIANO

Musiche
PAOLO VIVALDI

Scene e Costumi

CARLO POGGIOLI

Luci

GIOVANA VENZI

Aiuto regia

NADIA BALDI

Edizione Einaudi

Direzione tecnica

STEFANO CIANFICHI

Light Designer

UMILE VAINIERI

Sound Engineer

DANIELE PATRIARCA

La Corte dei Conti, ha assolto sia in primo grado che in appello, Calogero Firetto ex sindaco di Porto Empedoce e attuale sindaco di Agrigento, e il dirigente dei servizi finanziari Salvatore Alesci, dall’accusa di aver provocato un danno erariale al Comune di Porto Empedocle.

L’Ente risarcisce i due, delle spese legali sostenute. Il consiglio comunale di Porto Empedocle, ha già autorizzato il pagamento di una somma di oltre 30 mila euro, regolarizzando la questione, con una somma di debito fuori bilancio.

L’atto è stato pubblicato all’albo pretorio, le identità dei beneficiari delle somme omesse, ma i nomi di Firetto e Alesci sono stati fatti dal sindaco Ida Carmina, una volta presa la parola.

Si ricorda che ai due assolti, si contestava un danno erariale di circa 3 milioni di euro, per aver utilizzato in maniera indebita alcuni fondi (anticipazioni di liquidità) contravvenendo all’obbligo legale della destinazione dei fondi ricevuti dalla cassa Depositi e prestiti nell’anno 2014.