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E’ il 4 di agosto,  un caldo fuori dal normale avvolge Piazza Cattedrale, è l’ultima serata del Beat Onto Jazz Festival e il programma prevede delle performance di ottima caratura. Non solo per l’arrivo sul palcoscenico di Diane Schuur, una delle regine del jazz mai esistite ma anche perché, chi ha scelto gli ospiti della rassegna, aveva le idee ben chiare su cosa proporre.
Nel primo set, il quintetto messo insieme dal batterista campano Pierluigi Villani . E’ una formazione di ampio respiro che il musicista incastra sapientemente come le tessere di un puzzle, con un estro moderno, gettando l’occhio – ma anche l’orecchio e le intenzioni – al quintetto di Miles Davis, con i fiati che senza dubbio sanno essere protagonisti del progetto.
Insieme a Villani, mente, ideatore, compositore ed arragiatore di “Next Stop” ci sono ottimi elementi, capaci di catapultarti subito nel proprio mood, fatto di controtempo perfetto, di dissonanze che ti portano “avanti”, come se davvero ti aspettasse qualcosa alla “Prossima Fermata“.
Nella formazione Mirko Maria Matera al pianoforte, pianista di grande estro, Viz Maurogiovanni al basso elettrico, e i due protagonisti del progetto capaci di tessere le maglie di un dialogo sonoro non sempre di facile comprensione ma che racchiude in se il carisma di chi conosce bene la tradizione jazzistica: Andrea Sabatino alla tromba e Umberto Muselli al sax tenore.
E’ un jazz moderno, il loro. Loro, che sperimentano, che pescano tra i colori e le disgressioni della Free Form, mentre le atmosfere dinamiche cambiano e si reinventano ad ogni step. Non siamo certo in presenza di una musica di facile fruizione per i non cultori del jazz; siamo lontani dalla formula “tema-impro-scambio-tema“.
I pezzi che i musicisti propongono – estratti dal progetto discografico che porta il medesimo titolo realizzato per la Verve da Villani con Gianni Bardato, che insieme a lui firma i brani – sono lunghi e molto articolati, nei quali i fiati, protagonisti di assoli ricercati e ricchi di estro, spesso dialogano in un linguaggio indomito e pulsante di vitalità. Il controtempo è perfetto e Villani – batterista carismatico e colto del panorama italiano ed europeo – l’ha pensato come una strada capace di dettare il passo lungo un percorso sonoro che prevede curve a gomito.
I brani, Bogo, Blue Sun, Square, Open the Door, Hipster sono tappe di un viaggio dove tutti gli strumenti hanno la loro giusta fermata, nella quale si mettono comodi e danno vita a sonorità originali e spesso “ostinate“. Non c’è dato sapere cosa abbiano fagocitato i musicisti durante il loro percorso musicale e jazzistico, ma senza dubbio c’è una grande conoscenza delle dinamiche del sincretismo che prevede delle mutazioni in divenire, che solo alcuni musicisti sono in grado di realizzare.
Ho molto apprezzato Open the Door – scritto proprio da Pierluigi Villani – nel quale il sax di Umberto Muselli, corre velocissimo su note che salgano fin dove l’ascoltatore non si aspetterebbe, poi svisa con ricche variazioni ritmiche, mentre il pianoforte di Matera tira le file del brano disegnando il tema, con variazioni originali.
E non posso non sottolineare la verve e l’estro ostinato della tromba di Andrea Sabatino sul finale del pezzo, o Hipster nel quale un concatenarsi vigoroso di note battute, portano la firma di Mirko Maria Matera al pianoforte.
Il lavoro di fil rouge lo fa il basso di Viz Maurogiovanni – talentuoso figlio di terra di Puglia  – che non è solo base ritmica ma il risultato della capacità del musicista di anticipare le note dei suoi compagni di viaggio e su quelle costruire il giro armonico, forse facilitato da quel suo orecchio assoluto.
Caro Villani,
questo progetto è un lavoro interessante ed originale,  più consono ad un orecchio esperto. Sa mettere a posto il controtempo con il sound gustoso che esce dal paniere del quintetto agguerrito che ha saputo sperimentale sonorità modali con più linee melodiche concomitanti, in perfetta coerenza con i brevi temi fissati.
Ottima performance e grande concentrazione dei musicisti, che mai hanno perso il senso, del proprio pentagramma.
Simona Stammelluti


Non sono un uomo ed una donna qualsiasi che dialogano in una lingua comprensibile in un punto imprecisato del pianeta, ma sono due macchine
Alice e Bob forse si scambiavano parole d’amore o forse noiosissime nozioni di lavoro; la cosa certa è che nessuno – e specifichiamo, nessuno – ha potuto comprendere quella conversazione. Sono riusciti dunque ad escludere il resto del mondo, che adesso guarda a questo evento con stupore.
La cinematografia spesso ha raccontato di fatti di fantascienza, ossia mondi dove robot prendono il potere e scatenano guerre mondiali senza il volere dell’uomo e senza che lo stesso, potesse far nulla. I film talvolta fanno leva sulle nostre paure, ma quasi sempre sul finale ci ricordano che “è solo un film”.
Ma oggi alla luce di quello che è accaduto, è difficile sapere cosa ci riservi quel futuro sul quale pensavamo di poter sempre avere il pieno potere, come esseri umani e pensanti, e dunque dotati di intelligenza ineguagliabile.
Sono trascorsi 70 anni dalle tre leggi della robotica concepite da Isaac Asimov che prevedevano che 1. un robot non dovesse mai arrecare danno all’essere umano, 2. che dovesse ubbidire all’uomo, 3. che dovesse difendere la propria esistenza a patto che l’autodifesa non contrastasse con le altre due leggi. Bene, a distanza di tutto questi anni, nei quali si è pensato che ogni meccanismo di robotica potesse essere tenuto sotto controllo, oggi nella Silicon Valley, nei laboratori di Facebook gli analisti sono stati letteralmente costretti a spegnere due computer ribelli che sfuggivano ad ogni controllo e comando.

Gli uomini di Zuckerberg dopo mesi e mesi di sperimentazioni sulla intelligenza artificiale, si sono accorti che due robot – proprio loro Alice e Bob – hanno incominciato a dialogare in un linguaggio a noi incomprensibile, ma non a noi “comuni mortali” ma a noi come “genere umano che tutto sa e tutto può” o forse dopo oggi, che tutto pensava di sapere o di poter fare.
Nessuno capiva quella conversazione, ma i due robot si capivano perfettamente tra loro. I ricercatori hanno spiegato che l’esperimento consisteva in un dialogo che simulava una trattativa commerciale, ma quel dialogo dall’inglese si è pian piano spostato nel linguaggio misterioso.
Facebook ovviamente ha minimizzato, parlando di un semplice errore di programmazione delle macchine, ma c’è chi sostiene che le stesse hanno escluso l’uomo ed ogni componente umana in quella conversazione.
Ciò significherebbe che tutto quello che la “fantascienza” ci ha mostrato attraverso i film che tanto ci hanno affascinato più che farci paura, potrebbe essere “meno fantascienza” di quando noi si possa immaginare.
E quando si dice che “la realtà supera l’immaginazione“, oggi forse è stata l’alba di un nuovo tempo dove “Alice e Bob” hanno preso il posto degli ormai biblici “Adamo ed Eva”.
Simona Stammelluti


La sua storia, una di quelle storie che avrebbe dovuto avere un lieto fine, ed invece 40 anni di attività finiscono dietro una saracinesca che sabato prossimo si abbasserà per sempre
Sembra che il destino volesse che io scrivessi anche di quella Napoli che ha tanti lati oscuri, tante ingiustizie e tante cose che forse, non andranno mai per come dovrebbero.
Fatto sta che a distanza di poche ore dal mio articolo su una Napoli che spesso è vittima di pregiudizi, mi trovo – con volontà – a raccontare la storia di Ciro. Perché se smettiamo di farci andar bene tutto, se smettiamo di stringerci nelle spalle ogni qualvolta ci imbattiamo in qualcosa che non va, in una ingiustizia, in un sopruso, forse non sarà oggi, non sarà domani ma qualcosa prima o poi, prenderà un vento diverso.
Tutti i giornali italiani, dovrebbero raccontare oggi, la storia di Ciro, visto che siamo proprio alla vigilia del suo gesto così triste e così significativo di abbassare la saracinesca della suo negozio di alimentari, dopo 40 anni di attività.
Ma andiamo per ordine. Ciro Scarciello è il titolare di un negozio sito nella zona Maddalena, a Napoli, vicino la stazione Centrale. Maddalena è una zona di “mercato”, area popolata da centinaia di bancarelle e poco distante i mercatini etnici. Qui napoletani e africani convivono e si dividono spazi e clienti, ed in comune hanno il fatto di dover pagare il pizzo alla camorra. Era in una di quei giorni di riscossione che accade quello che è stato definito “l’effetto collaterale” ossia il ferimento di una ragazzina, proprio mentre la discussione tra chi deve dare e chi deve prendere, degenera. L’africano si era rifiutato di pagare, i guadagni erano pochi, non aveva i soldi. Ma si fa presto a far capire chi comanda, e dalle parole si arriva ai fatti. Gli ambulanti si ribellano, ma c’è poco da fare; la violenza si accende, le armi fanno il resto: feriti tre ambulanti e la ragazzina di 10 anni, vittima innocente, centrata ad un piede e ad una gamba.
E Ciro? Ciro che colpa ha, in tutto questo? Anche lui, è un effetto collaterale di quella storia. Ciro Scarciello non ha nessuna colpa, anzi. Ciro è un uomo coraggioso che decide di raccontare quel che ha visto, decide di rilasciare un’intervista ad una trasmissione televisiva per denunciare quel che accade, decide di dire ciò che tutti sanno, ma che nessuno ha il coraggio di denunciare. La camorra controlla tutto quel territorio, il potere criminale è immenso, totalizzante, quasi da togliere il fiato. Se denunci, resti solo al tuo destino già segnato, se poi quel coraggio non ce l’hai, allora devi fuggire, devi andar via, devi gettare la spugna.
Eccola la colpa di Ciro. Ecco l’effetto collaterale di quella sparatoria. Ciro ha avuto coraggio, ma è stato lasciato solo, e sabato prossimo, getterà la spugna. Lo hanno costretto le istituzioni a fare questo, perché per primi lo hanno lasciato solo, solo al suo destino, solo con i suoi problemi vivi e a quanto sembra, ormai irrisolvibili.
A mantenere alta l’attenzione sulla storia di Ciro e sulla sua attività, l’imprenditore Luigi Leonardi, che denunciò la camorra, che si ribellò al sistema che voleva stritolarlo, e che fu anch’egli lasciato solo dalla sua stessa famiglia.  E’ proprio Leonardi – oggi sotto scorta – che con video, interviste e post ha cercato nel corso dei mesi, di restituire a Ciro non solo i suoi clienti, ma anche una dignità che gli è stata violentemente negata.
Ma dopo quell’intervista denuncia, a Ciro hanno girato tutti le spalle, tutti lo hanno evitato, facendo il vuoto intorno a lui. Ciro ha smesso di essere il salumieri di fiducia dei napoletani del rione, è diventato invisibile, ed anche quell’ignorare, è il segno tangibile di una omertà che è più forte di qualunque battaglia. Non è terra di eroi, non è tempo di eroi, forse. Eppure nel video girato proprio da Leonardi nella salumeria (ormai vuota) di Ciro poche ore fa, si avverte forte la delusione di Ciro, che parla a cuore aperto di come i risultati siano stati scarsi.
Ho incontrato un sacco di gente – dice Ciro nella toccante intervista amatoriale fatta da Leonardi – assessori al commercio del Comune, il Sindaco, qualcuno della Regione; qui sono venuti tutti, ci siamo fatti foto, ci sono state strette di mano, e poi appuntamenti fissati e non rispettati…non certo da me“.
La sera, quando torno a casa – continua Ciro – dopo aver incassato 20, 30 euro, contro le 400 incassate un tempo, vengo assalito dalla delusione più che altro per essere stato usato da tutti, da Saviano, da De Magistris, da tutti i giornali, da tutti quelli che nel momento opportuno hanno cavalcato l’onda perché facevo e faccio notizia. Vado via da qui con tristezza, ringraziando il quartiere; credevo che potesse esserci qualche miglioramento, ma qui le cose vanno sempre peggio. Qui si rischia ogni giorno“.
Il messaggio è che la criminalità è più forte, le istituzioni non fanno il loro dovere, la paura sale e ci vorrebbero uno, cento, mille Ciro Scarciello e Luigi Leonardi, perché girarsi dall’altra parte non è mai la soluzione, e gli eroi, oggi, vestono i panni di chi lavora e non vuole più abbassare la testa, esattamente come hanno fatto loro.
Simona Stammelluti


Il resto del mondo ci mette addosso delle etichette, così come si fa con le merci da banco di un mercato generale. Su quelle etichette ci sono prezzi che salgono e scendono a seconda dell’annata, di ciò che accade e di come appaiono alcune circostanze agli occhi di chi è capace di tenerci d’occhio, ma che probabilmente non ci ha mai guardato abbastanza da vicino per attribuire a qualcosa un reale valore o “disvalore” che sia.
I cliché sono il leitmotiv di molte descrizioni che vengono fatte di luoghi, persone, fatti e circostanze. Si utilizzano i cliché perché sono come alcuni capi di abbigliamento, vanno bene per tutte le stagioni.
E così accade che in un giorno qualunque, senza neanche avvisarti, ti attaccano addosso un’etichetta che potrebbe anche cambiare per sempre la tua fisionomia, perché è come un pugno in faccia, come quell’offesa che – una volta ricevuta – dopo non è più nulla come prima. E allora devi provare almeno a capirne i “perché” di quell’onta, perché altrimenti ti sembra di subire senza avere una possibilità di riscatto.
Ma a riscattare Napoli, da quell’accusa arrivata in un giorno di “sole” dal “Sun” (che strano gioco di parole) – che la inseriva in quella stupida lista delle 10 città più pericolose al mondo – dovrebbe essere ognuno di noi, napoletano e non. Perché la storia che “Napoli é camorra, pizza e Vesuvio” è un luogo comune che disprezza senza appello. Un po’ come hanno fatto quelli del famoso tabloid inglese, che hanno giudicato, probabilmente senza mai aver messo piede a Napoli.
Senza dubbio di moda, la classifica del Sun! Riguardava i centri urbani ritenuti più a rischio in 10 diverse aree geografiche del mondo, scelti per le ragioni più varie: dal terrorismo alla droga, dagli omicidi alla presenza di gang mafiose o criminali, dalla guerra, ai disordini razziali, alla violazione dei diritti umani. Una mappa – quella tracciata dal famoso quotidiano britannico – in cui il capoluogo campano era stato additato come la città più pericolosa dell’Europa occidentale, accanto a luoghi come Mogadiscio (in Somalia, la peggiore in Africa) o addirittura Raqqa (capitale dell’Isis in Siria, indicata per il Medio Oriente).
Reazioni e polemiche si sono alzate come un coro di voci all’unisono e forse proprio per questo, come se nulla fosse successo, Napoli scompare dalla mappa aggiornata venerdì sera alle 20,35.
Napoli è il sud. Rappresenta quella parte di una nazione dove alcune cose vanno meno bene che altrove, dove alcuni riscatti sono più difficili, dove la malavita – esattamente come in Puglia, Calabria e Sicilia – ha radicato una mentalità più che la delinquenza, dove la faccia buona del popolo partenopeo è girata sempre di spalle.
A Napoli (per lavoro).
Ho alloggiato “volutamente” ai quartieri spagnoli, da sempre definito uno dei luoghi più pericolosi della città.
“Mica sempre ci esci vivo da lì” – ho sentito spesso dire.
“Accade di tutto” – ripete chi dice di conoscere bene Napoli.
È vero, accade di tutto. Ma accade anche che si viva una vita normale, in quel quartiere descritto come “molto pericoloso”.
Via Francesco Giraldi, è tutta in salita. Da un lato e dall’altro della strada ci sono diverse attività. Salumerie, fruttivendoli, lavanderie, negozietti vintage, spacci (inteso come drogheria) e il profumo del caffè che sembra scendere dal cielo.
Nel mio esperimento nei quartieri spagnoli giro con un pantaloncino di giorno, e con un vestito corto e tacchi di notte. Ho al braccio un orologio costoso e la borsa la porto appoggiata alla spalla, lato strada. Appena imbocco via Giraldi, un signore sulla cinquantina che è sulla soglia della salumeria davanti alla quale passo e che mi saluta con un “Buongiorno!”, si offre di portarmi il trolley fino al portone dove alloggio. Accetto. Chiacchieriamo con poche parole circa il caldo che è sceso di botto. Arrivo, ringrazio e mi sento rispondere “signora, sempre a disposizione“.
Per strada ci sono bambini che giocano e ridono. Fin qui tutto bene. Sfrecciano motorini e macchine smarmittate. Due signore si parlano dal balcone di quei figli che fanno sempre troppo tardi la sera. Ho bisogno di una indicazione; più di qualcuno si offre di aiutarmi. Siamo ai quartieri spagnoli. Mi guardano passare, ma nessuno fa caso alle mie gambe scoperte, nessun apprezzamento, nessuno mi infastidisce. È il primo pomeriggio di un giorno qualunque quando una macchina salendo per la medesima via, urta violentemente contro un motorino parcheggiato sul marciapiede. Vedo la scena da poca distanza. Penso: “adesso finisce male“. Ecco che sale anche in me il pensiero comune. “Sono a Napoli, questi sono i quartieri spagnoli, da qui non sai se esci vivo” – penso come una donna, ma faccio la giornalista e quindi osservo senza pregiudizio. Rallento e mi godo la scena. L’autista della 600 blu, scende dall’auto e va incontro al padrone dello scooter che nel frattempo è uscito dal suo negozio.
“Mi dispiace, ero distratto. Vedi che danni ci sono allo scooter che te lo faccio riparare“. Nessuna scazzottata, nessuna arma, nessuna tragedia. Il mio soggiorno a Napoli continua tra cordialità, utilizzo della metro nelle ore tarde e il rientro ai quartieri spagnoli in notte fonda. Niente. Non accade niente. Non vedo segno evidenti di spaccio, nessuno mi importuna, non arriva neanche una pattuglia di carabinieri a sirene spiegate. Magari è arrivata il giorno dopo la mia partenza; magari qualche giorno più tardi un ragazzo sarà morto di overdose, e la rissa che io “non ho visto” si sarà consumata poco più in là, mentre si consumava uno scippo (Ma a me l’orologio costoso e la borsa non l’ha toccata nessuno). Tutto possibile, così come in altre città che potrebbero essere definite altrettanto pericolose quanto e più di Napoli e parlo di Bari, per esempio, che conosco bene, dove sono nata e cresciuta e dove ci sono posti nei quali si consumano crimini e misfatti, e che sa divenire pericolosa già dall’imbrunire, in alcune zone o dove scippano una donna nei “quartieri cosiddetti buoni” o dove con quello stesso pantaloncino indossato ai quartieri spagnoli, probabilmente sarei stata molestata.
Bisogna avere lucidità e dati alla mano, prima di attaccare un’etichetta ad un luogo, così come ad una comunità o ad una tradizione. E quella napoletana è fatta di tante cose, oltre alla pericolosità di alcune zone. Difficile concepire Napoli come una città simile a Raqqa. La cultura, la voglia di cambiamento, il tentativo di estirpare la mentalità che “il delinquere sia più facile del costruire pulito”, la denuncia di tutto quello che non va, dovrebbe essere l’obiettivo comune di un sud Italia che ha bisogno di riscatto, che ha bisogno di vivere una nuova stagione fatta di intenti e di impegno sociale e politico, di porte aperte al nuovo e alla voglia di “non avere più paura”.
Simona stammelluti


La lista si allunga sempre più, e sono sempre più anche i “perché” che tutte le volte ci domandiamo, come se qualcuno potesse consegnarci una risposta togliendoci dall’imbarazzo di dover azzardare a darla noi, una risposta, mentre passiamo in rassegna tutti i motivi per i quali, noi, quel gesto così estremo, non l’avremmo mai fatto.
Passiamo ogni volta in rassegna tutte le cose belle che appartengono a coloro che hanno osato, hanno scommesso ed hanno vinto una vita patinata fatta di successo, di soldi…e di solitudine. Passiamo ogni volta in rassegna tutte le cose che a noi, comuni mortali sembrano belle, ma che alla fine appartengono – forse meno belle di quanto ci possano apparire – a chi ha scommesso tutto e poi ha perso, perché non sempre ciò che sembra appagante, poi lo è per davvero.
Loro … quelli che hanno scommesso e poi alla fine hanno perso, rispondono ad un appello fatto nella classe delle star, di chi ha scritto il proprio nome tra quelli delle stelle del rock, della musica, dello spettacolo; Che hanno calcato centinaia di palcoscenici, hanno cantato davanti a migliaia e migliaia e migliaia di persone, che è così appagante chiamare fans; Che hanno guadagnato cifre a tanti zeri e che forse non hanno mai saputo neanche cosa farsene per davvero; Che hanno mostrato al mondo solo una faccia della loro esistenza, come se avessero in un preciso momento perduto la proprio tridimensionalità, come se fossero diventati una figura che si può osservare ed anche ammirare da una parte sola…quella del successo, del sudore che cade dalla fronte, della nota messa al posto giusto, del pezzo che passerà alla storia.
Loro … dei quali a volte ci domandiamo quanto pesi l’anima, perché a fare due conti, un’anima sola forse non basta, per arginare qualche “peso di troppo”, e che a tirar dritto, quando le luci si spengono siam bravi tutti. E in quei tutti, non ci siamo solo noi, comuni mortali che comprano i dischi, che piangono davanti ad un live, che imparano ad amare una star; in quei tutti ci sono anche compagni, compagne, amici, familiari, manager e chissà quanta altra gente che gravita nelle vite patinate delle star, che pesano i loro bagagli negli aeroporti di tutto il mondo, ma che in mano la loro anima, forse, non l’hanno mai pesata.
Loro, che rispondono al nome di Kurt Cobain, Janis Jopelin, Ian Curtis, Keit Emerson, Whitney Hoston, Bobbi Kristina, Amy Winehouse, Chris Cornell, e pochi giorni fa, Chester Bennington.
Difficile azzardare se avessero o meno qualcosa in comune, a parte il successo e qualche delusione di troppo. Perché ogni dolore è a se, soprattutto se corre lungo una linea sottile, che collega una silente disperazione ad un passato fintamente remoto, che crea mostri così enormi, che per zittirli mentre urlano e spaventano, servono litri di alcool, barbiturici, pillole per dormire, sostante stupefacenti che però di “stupefacente” hanno ben poco, perché quando fa giorno è tutto ancora lì solo un po’ più sbiadito, con contorni meno netti, tanto che non li riconosci, quei mostri, ma sai che sono lì, che non se ne sono andati, che ti respirano ancora sul collo.
Ogni star ha una sua storia ed anche un suo destino. Un destino che ci prova a volte a toglierti di dosso il segno del dolore, ma se anche una cicatrice la sottoponi a chirurgia estetica, sotto, resta tutto com’era e fa male come sempre, anche se nessuno vede più nulla.
Amori finiti o mai iniziati, insoddisfazione, perdita della percezione della realtà, una responsabilità troppo grossa a volte, quella di dover essere sempre al top, perché se cadi dal piedistallo è come se non fossi mai esistito. E poi c’è quel po’ di personale, che è tuo, solo tuo, fin quando i telegiornali non lo rivelano a tutti. Come nel caso del cantante dei Linking Park, Chester Bennington, che qualcuno ha osato chiamare “codardo”, per essere uscito di scena così. Un suicidio non è un atto di coraggio, direbbe qualcuno. Sì che lo è, replicherebbe qualche altro.
Ma che ne sappiamo noi, di quel dolore sottile che Bennington (che amava prendersi le carezze del suo pubblico) si portava dietro da una vita intera, quel dolore di violenze subite da piccolo, di paure ingigantite dal domani che dell’oggi non ha che il sapore amaro di una piccola letale sconfitta. Quel domani che si è sbiadito giorno dopo giorno, che ha perduto i dettagli, i contorni e le aspirazioni, che è diventato piccolo quanto un granello di polvere, che ti finisce in un occhio e te lo fa lacrimare, che ti porta via la voglia di vivere e di chiedere. Perché ormai non sappiamo chiedere più nulla, ci arrocchiamo nella presunzione di sapercela cavare sempre da soli, che siamo invincibili, che tanto poi passa … ma poi non passa, non passa e non passa. E quando passa, è troppo tardi anche per poter dire addio.
E’ che non sappiamo più osservare, non sappiamo più pesare l’anima di chi abbiamo al nostro fianco. Non sappiamo domandare più “come stai?” prestando poi attenzione a quel che ci viene risposto, anche con un silenzio.
Goditi la vita” – gli diceva suo figlio, poco più di un mese fa.
E chissà cosa ne era già di Chester, un mese fa.
E poi il mondo dimentica, dimentica tutto troppo in fretta. Perché tanto siamo diventati immuni anche al dolore, e quel che ci rendeva umani, lo abbiamo barattato con un mondo in cui, ci accontentiamo di essere terrestri.
Simona Stammelluti


Deceduto tra le fiamme Massimo Pizzuti, classe ’48, in località San Benedetto nel comune di San Pietro in Guarano (Cs)
Erano circa le ore 15 di oggi 13 luglio 2017, quando Massimo Pizzuti 69 anni, è morto avvolto dalle fiamme che lo hanno raggiunto, mentre tentava di salvare il suo appezzamento agricolo attiguo alla sua abitazione, investito da un incendio. Le fiamme e il denso fumo acre, non gli hanno concesso scampo.

Le cause precise della morte dell’uomo sono ancora in corso di accertamento. Il corpo dell’uomo è stato rivenuto a poche centinaia di metri dalla sua abitazione, completamente bruciato.  Inutile l’intervento del personale del 118 che non ho potuto far altro che constatarne il decesso.
L’area in questione è interessata da svariate ore da un vasto incendio, che ha in parte bloccato l’acceso ad alcune vie che conducono al piccolo centro del cosentino. Alcune famiglie sono state allontanate dalle proprie abitazioni ad opera della Protezione Civile, mentre sul posto proseguono le attività da parte dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri, della Polizia di Stato, anche mediante l’ausilio di elicotteri antincendio e di Canadair.
Le indagini sono coordinate dalla Dott.ssa Donatella Donato, Sost. Proc. presso il Tribunale di Cosenza che, nelle ultime ore, ha disposto la restituzione della salma alla famiglia.
Simona Stammelluti


Montalto Uffugo (Cs) – Nel piccolo borgo in provincia di Cosenza, dall’idea di una giovane e talentuosa imprenditrice-filosofa, Roberta Caruso, è nato un anno fa “Home 4 Creativity“, un progetto di coliving che ha come sede un casolare di campagna, e come obiettivo quello di mettere a disposizione un luogo non solo per soggiornarvi, ma anche per fare una vera e propria esperienza di scambio culturale, utilizzando un luogo per nutrire ispirazione, per condividere il proprio talento, per imparare ad utilizzare uno spazio fatto non solo di cose, ma anche di persone che ti invitano a provare e a godere di un luogo, della sua storia, della sua intrinseca energia.
Oggi quel progetto si evolve, con l’obiettivo di convertire altre case private in residenze condivise creative. Propone coliving, coworking e viaggi esperienziali all’interno di case che si trovano in aree decentrate rispetto alle grandi città, per conciliare l’identità dei luoghi con quella dei proprietari delle strutture che possono trasformare i propri interessi e le proprie passioni in attività lavorativa sostenibile e in linea con la propria filosofia di vita.
Il 15 e 16 luglio “Home 4 Creativity” organizza il weekend dell’Abitare ispirato.
In un’epoca in cui l’utilizzo delle cose si preferisce al loro possesso, che valore assume il concetto di casa, che nella storia umana rappresenta il simbolo della proprietà e della stanzialità? Lo si potrà scoprire in un weekend dedicato al tema dell’abitare ispirato. Affrontiamo un viaggio attraverso la casa interiore, le varie forme che assume la casa come luogo privato e le diverse prospettive da cui ripensare ciò che è bene pubblico come casa comune. Alla base di tutto c’è la valorizzazione del concetto di Economia, nella sua accezione ed etimologia profonda – oikos + nomos – di “prendersi cura della casa”, che apre alla dimensione che definiamo di “libertà responsabile” dell’uomo verso se stesso e verso il territorio in cui ha o trova le proprie radici.

I Protagonisti
SABATO 15 LUGLIO

Dalle 16:00 ALLE 20:00: Conversazione sul prato sull’ ABITARE SE STESSI e I PROPRI LUOGHIPresentazione del progetto HOME 4 CREATIVITY
Alberto Mattei, fondatore di NOMADI DIGITALI, ci racconta il fenomeno del nomadismo moderno e “il non aver casa” al di là di se stessi.
Maria Scalese, fondatrice di ZAGREUS, associazione di promozione sociale che lavora a progetti di teatro, enogastronomia, musica e arti performative all’interno delle case private, per presentare i vantaggi e le opportunità dell’educazione non formale.
Erminia Greco, rappresentante dell’associazione TAGERSMUTTER Cosenza, che da qualche anno offre alle mamme l’opportunità di diventare tutrici dei figli altrui, incentivando una formazione casalinga che aumenta l’empatia dei ragazzi e diventa opportunità lavorativa.
Emilio Leo e Florindo Rubbettino, ci raccontano un territorio, quello di Soveria Mannelli, in cui arti, mestieri e letteratura vestono le tradizioni di innovazione e modernità
Francesco Biacca & Festival dell’ospitalita’: L’accoglienza e la ricettività in tutte le forme già esistenti e possibili
Barbara Rosanò, rappresentante dell’Associazione culturale Kinema di Girifalco (CZ), ci presenta “Uscirai Sano”, il film documentario sulle storie dei pazienti dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Girifalco (CZ), attraverso cui scoprire la contaminazione tra il mondo interno dell’ospedale e quello esterno della comunità.
IN CONTEMPORANEA: Momenti creativi: musica, fotografia e ceramica con ArtisLab e il progetto “The sound iseverywhere”, Angela Zwingauer e Arianna Samà. (Tutto tornerà utile la domenica mattina)
Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione del film “Uscirai sano” e serata musicale con Fabio Cinque e Pino Turco.
DOMENICA 16 LUGLIO
9:30-12:00: Abitiamo il centro storico. Invasione creativa del centro storico di Montalto Uffugo e camminata filosofica sul tema dell’abitare con Roberta Caruso
PIC NIC IN MONTAGNA: abitiamo la montagna
Dalle 16:00 alle 20:00Conversazione sul prato sull’ABITARE I LUOGHI PUBBLICI COME LUOGHI COMUNI
Vincenzo Rizzuto, rappresentante e fondatore del progetto CASA LAMBANDA di Bologna, uno dei più importanti esempi di condominio sociale italiano. Ci racconta una nuova idea di condominio, la ricerca che porta avanti con la sua associazione da qualche anno e le prospettive della sharing economy applicata al mondo dell’housing sociale.
Donata Marrazzo, giornalista del Sole 24 ore e fondatrice di CALABRIA CULT, che racconta l’abitare attraverso lo storytelling, la narrazione della parte più intima di un territorio, i suoi volti, le sue esperienze positive, i suoi esempi
I ragazzi dello SPRAR di Montalto Uffugoinsieme a Angela Zwingauer e Fabio Cinque ci raccontano il progetto Suoni erranti perportare un esempio concreto di contaminazione tra culture diverse in un territorio comune.
Ivan Arella e Giulio Vita, rappresentanti del CLETO FESTIVAL E della GUARIMBA FILM FESTIVAL, ci guidano alla scoperta della valorizzazione di due centri storici, Cleto e Amantea, attraverso l’arte, il lavoro di comunità e il cinema indipendente.
Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione di uno dei corti del progetto MigrArti curato dalla Guarimba Film Festivale osservazione delle stelle in compagnia del Circolo Astrofili Luigi Lilio Torretta
DOVE
Home 4 CreativityHub- via Caparroni, 15 Montalto Uffugo (CS)
INFO
info@home4creativity.com/
tel. 3476062341
tel. 347606234
www.homeforcreativity.com

Montalto Uffugo (Cs) – Nel piccolo borgo in provincia di Cosenza, dall’idea di una giovane e talentuosa imprenditrice-filosofa, Roberta Caruso, è nato un anno fa “Home 4 Creativity“, un progetto di coliving che ha come sede un casolare di campagna, e come obiettivo quello di mettere a disposizione un luogo non solo per soggiornarvi, ma anche per fare una vera e propria esperienza di scambio culturale, utilizzando un luogo per nutrire ispirazione, per condividere il proprio talento, per imparare ad utilizzare uno spazio fatto non solo di cose, ma anche di persone che ti invitano a provare e a godere di un luogo, della sua storia, della sua intrinseca energia.

Oggi quel progetto si evolve, con l’obiettivo di convertire altre case private in residenze condivise creative. Propone coliving, coworking e viaggi esperienziali all’interno di case che si trovano in aree decentrate rispetto alle grandi città, per conciliare l’identità dei luoghi con quella dei proprietari delle strutture che possono trasformare i propri interessi e le proprie passioni in attività lavorativa sostenibile e in linea con la propria filosofia di vita.

Il 15 e 16 luglio “Home 4 Creativity” organizza il weekend dell’Abitare ispirato.

In un’epoca in cui l’utilizzo delle cose si preferisce al loro possesso, che valore assume il concetto di casa, che nella storia umana rappresenta il simbolo della proprietà e della stanzialità? Lo si potrà scoprire in un weekend dedicato al tema dell’abitare ispirato. Affrontiamo un viaggio attraverso la casa interiore, le varie forme che assume la casa come luogo privato e le diverse prospettive da cui ripensare ciò che è bene pubblico come casa comune. Alla base di tutto c’è la valorizzazione del concetto di Economia, nella sua accezione ed etimologia profonda – oikos + nomos – di “prendersi cura della casa”, che apre alla dimensione che definiamo di “libertà responsabile” dell’uomo verso se stesso e verso il territorio in cui ha o trova le proprie radici.

I Protagonisti

SABATO 15 LUGLIO

Dalle 16:00 ALLE 20:00: Conversazione sul prato sull’ ABITARE SE STESSI e I PROPRI LUOGHIPresentazione del progetto HOME 4 CREATIVITY

Alberto Mattei, fondatore di NOMADI DIGITALI, ci racconta il fenomeno del nomadismo moderno e “il non aver casa” al di là di se stessi.

Maria Scalese, fondatrice di ZAGREUS, associazione di promozione sociale che lavora a progetti di teatro, enogastronomia, musica e arti performative all’interno delle case private, per presentare i vantaggi e le opportunità dell’educazione non formale.

Erminia Greco, rappresentante dell’associazione TAGERSMUTTER Cosenza, che da qualche anno offre alle mamme l’opportunità di diventare tutrici dei figli altrui, incentivando una formazione casalinga che aumenta l’empatia dei ragazzi e diventa opportunità lavorativa.

Emilio Leo e Florindo Rubbettino, ci raccontano un territorio, quello di Soveria Mannelli, in cui arti, mestieri e letteratura vestono le tradizioni di innovazione e modernità

Francesco Biacca & Festival dell’ospitalita’: L’accoglienza e la ricettività in tutte le forme già esistenti e possibili

Barbara Rosanò, rappresentante dell’Associazione culturale Kinema di Girifalco (CZ), ci presenta “Uscirai Sano”, il film documentario sulle storie dei pazienti dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Girifalco (CZ), attraverso cui scoprire la contaminazione tra il mondo interno dell’ospedale e quello esterno della comunità.

IN CONTEMPORANEA: Momenti creativi: musica, fotografia e ceramica con ArtisLab e il progetto “The sound iseverywhere”, Angela Zwingauer e Arianna Samà. (Tutto tornerà utile la domenica mattina)

Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione del film “Uscirai sano” e serata musicale con Fabio Cinque e Pino Turco.

DOMENICA 16 LUGLIO

9:30-12:00: Abitiamo il centro storico. Invasione creativa del centro storico di Montalto Uffugo e camminata filosofica sul tema dell’abitare con Roberta Caruso

PIC NIC IN MONTAGNA: abitiamo la montagna

Dalle 16:00 alle 20:00Conversazione sul prato sull’ABITARE I LUOGHI PUBBLICI COME LUOGHI COMUNI

Vincenzo Rizzuto, rappresentante e fondatore del progetto CASA LAMBANDA di Bologna, uno dei più importanti esempi di condominio sociale italiano. Ci racconta una nuova idea di condominio, la ricerca che porta avanti con la sua associazione da qualche anno e le prospettive della sharing economy applicata al mondo dell’housing sociale.

Donata Marrazzo, giornalista del Sole 24 ore e fondatrice di CALABRIA CULT, che racconta l’abitare attraverso lo storytelling, la narrazione della parte più intima di un territorio, i suoi volti, le sue esperienze positive, i suoi esempi

I ragazzi dello SPRAR di Montalto Uffugoinsieme a Angela Zwingauer e Fabio Cinque ci raccontano il progetto Suoni erranti perportare un esempio concreto di contaminazione tra culture diverse in un territorio comune.

Ivan Arella e Giulio Vita, rappresentanti del CLETO FESTIVAL E della GUARIMBA FILM FESTIVAL, ci guidano alla scoperta della valorizzazione di due centri storici, Cleto e Amantea, attraverso l’arte, il lavoro di comunità e il cinema indipendente.

Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione di uno dei corti del progetto MigrArti curato dalla Guarimba Film Festivale osservazione delle stelle in compagnia del Circolo Astrofili Luigi Lilio Torretta

DOVE
Home 4 CreativityHub- via Caparroni, 15 Montalto Uffugo (CS)
INFO
info@home4creativity.com/

tel. 3476062341
tel. 347606234

www.homeforcreativity.com

Era uno di quei casi destinati a chiudersi senza un reale perché, senza una verità inoppugnabile, ed invece la vicenda della morte di Vincenzo Sapia, il giovane di 29 anni di Mirto Crosia, morto il 24 maggio del 2015 è destinata ad avere un prosieguo, che condurrà alla verità.

La notizia importante risiede nella richiesta del Pubblico Ministero Sostituto Procuratore Dott.ssa Valentina Draetta della Procura di Castrovillari, di procedere con l’incidente probatorio, considerata la necessità di avere con urgenza un accertamento peritale.

Secondo il Pm “appare estremamente rilevante per la decisione dibattimentale, procedere ad espletamento di perizia, in quanto dall’esito della stessa, potrebbero ricavarsi elementi fondamentali all’esercizio dell’azione penale e per sostenere l’accusa in giudizio delle persone sottoposte ad indagine in ordine al fatto-reato“.

Per gli indagati dunque, secondo la tesi della procura, si prospettano responsabilità in merito alla loro condotta indipendente “con eccesso colposo” – così come si evince dagli atti della Procura – attuata durante l’intervento operato nel calmare il giovane Vincenzo Sapia, e quindi alle cause alla cui base si ipotizza il decesso dello stesso.

La perizia pertanto sarà mirata a verificare i danni sul corpo del Sapia, e se l’ipotetica morte cardiaca, possa avere avuto quale fattore concausale la condotta dei militari che operarono in quel frangente.

Si ricorda che la decisione del Pm, segue alla richiesta di opposizione all’archiviazione fatta dall’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Sapia e sulla quale si era già espressa il Gip Dott.ssa Letizia Benigno, che aveva rigettato la richiesta di archiviazione e aveva chiesto al Pm di “rivisitare i quesiti medico-legali affidandoli ad un medico-legale specialista nella branca della cardiologia”.
Leggi qui la notizia caso sapia, il gip accoglie la richiesta di opposizione all\’archiviazione

Ed è Caterina Sapia, sorella di Vincenzo che risponde in esclusiva al Sicilia24h.it, circa questa decisione presa dal Pm: “Grande fiducia oggi più che mai nel nostro legale Avv. Fabio Anselmo e grande fiducia nella giustizia. Abbiamo atteso in silenzio, con grande dignità e rispetto verso tutti questa decisione del Pubblico Ministero, sicuri che questo caso non potesse e non dovesse essere chiuso, perché è giusto che si sappia come è morto nostro fratello e se ci sono delle responsabilità, è giusto che si accertino. La morte di Vincenzo forse poteva essere evitata, adesso saranno le perizie approfondite a dircelo, una volta per sempre, perché la verità spetta a tutti

Simona Stammelluti


Era uno di quei casi destinati a chiudersi senza un reale perché, senza una verità inoppugnabile, ed invece la vicenda della morte di Vincenzo Sapia, il giovane di 29 anni di Mirto Crosia, morto il 24 maggio del 2015 è destinata ad avere un prosieguo, che condurrà alla verità.
La notizia importante risiede nella richiesta del Pubblico Ministero Sostituto Procuratore Dott.ssa Valentina Draetta della Procura di Castrovillari, di procedere con l’incidente probatorio, considerata la necessità di avere con urgenza un accertamento peritale.
Secondo il Pm “appare estremamente rilevante per la decisione dibattimentale, procedere ad espletamento di perizia, in quanto dall’esito della stessa, potrebbero ricavarsi elementi fondamentali all’esercizio dell’azione penale e per sostenere l’accusa in giudizio delle persone sottoposte ad indagine in ordine al fatto-reato“.
Per gli indagati dunque, secondo la tesi della procura, si prospettano responsabilità in merito alla loro condotta indipendente “con eccesso colposo” – così come si evince dagli atti della Procura – attuata durante l’intervento operato nel calmare il giovane Vincenzo Sapia, e quindi alle cause alla cui base si ipotizza il decesso dello stesso.
La perizia pertanto sarà mirata a verificare i danni sul corpo del Sapia, e se l’ipotetica morte cardiaca, possa avere avuto quale fattore concausale la condotta dei militari che operarono in quel frangente.
Si ricorda che la decisione del Pm, segue alla richiesta di opposizione all’archiviazione fatta dall’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Sapia e sulla quale si era già espressa il Gip Dott.ssa Letizia Benigno, che aveva rigettato la richiesta di archiviazione e aveva chiesto al Pm di “rivisitare i quesiti medico-legali affidandoli ad un medico-legale specialista nella branca della cardiologia”.
Leggi qui la notizia caso sapia, il gip accoglie la richiesta di opposizione all\’archiviazione
Ed è Caterina Sapia, sorella di Vincenzo che risponde in esclusiva al Sicilia24h.it, circa questa decisione presa dal Pm: “Grande fiducia oggi più che mai nel nostro legale Avv. Fabio Anselmo e grande fiducia nella giustizia. Abbiamo atteso in silenzio, con grande dignità e rispetto verso tutti questa decisione del Pubblico Ministero, sicuri che questo caso non potesse e non dovesse essere chiuso, perché è giusto che si sappia come è morto nostro fratello e se ci sono delle responsabilità, è giusto che si accertino. La morte di Vincenzo forse poteva essere evitata, adesso saranno le perizie approfondite a dircelo, una volta per sempre, perché la verità spetta a tutti
Simona Stammelluti