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Quinta giornata di udienza, presso la Corte d’Assise del Tribunale di Cosenza, dove stamane davanti al Presidente del collegio giudicante Giovanni Garofalo, al Pm Valentina Draetta, e agli avvocati difensori e di parte civile, sono sfilati come teste Antonio Toscano e Guido Toscano, rispettivamente marito e figlio di Ida Maria Attanasio (52 anni), vittima insieme a sua madre Edda Costabile (77 anni) del duplice efferato omicidio, avvenuto il 30 ottobre del 2016 nel cimitero di San Lorenzo del Vallo

 

Prima dei due testimoni di parte civile, è stato ascoltato il perito dott. Nicola Zengaro che ha spiegato alla corte le dinamiche di trascrizione delle intercettazioni. 316 pagine, divise in 3 volumi, rispettivamente recanti le trascrizioni di intercettazioni ambientali operate nella macchina dell’unico imputato della strage, Luigi Galizia, delle intercettazione telefoniche oltre a quelle avvenute nei locali della stazione dei carabinieri di Spezzano Albanese tra il 30 ottobre e il 1 novembre del 2016.

Le domande poste dal Pubblico Ministero al signor Antonio Toscano, marito di una delle due vittime, erano tutte mirate a capire come il Toscano avesse avuto notizia della morte di sua moglie, se nutrisse dei sospetti verso qualcuno, se avesse elementi per temere, prima del tragico evento, per l’incolumità propria e della sua famiglia.

Antonio Toscano – maresciallo in congedo della Guardia di Finanza – risponde a tutte le domande che gli vengono poste. Racconta di quella mattina del 30 ottobre del 2016 quando alzatosi all’alba si è recato con suo figlio Guido ( anch’egli stamane in aula) in campagna per dare il via alla raccolta delle olive. Racconta di aver salutato sua moglie che, così come stabilito dalla sera prima, sarebbe andata a prendere sua mamma (Edda Costabile) per recarsi al cimitero. Si commuove Toscano quando racconta di aver richiamato una sua amica che l’aveva ripetutamente cercato per comunicargli l’accaduto e di come rivolgendosi a suo figlio Guido gli avesse chiesto: “hai baciato tua mamma stamattina?” prima di comunicargli con disperazione che sua madre non c’era più, era morta, sparata. Racconta poi di non aver temuto più di tanto per la sua famiglia, dopo l’incendio della cappella di famiglia – che proprio secondo sua moglie, Ida Maria, era stato uno sfogo di rabbia della famiglia Galizia -ma ancor più dopo l’omicidio di Damiano Galizia ad opera di suo cognato, Francesco Attanasio, reo confesso, che, secondo Antonio Toscano, era sempre stato un “furbastro“, e che, a suo dire, avrebbe sicuramente potuto combinare qualunque guaio.

Sotto le domande del Pubblico Ministero Toscano racconta ancora di aver sentito da tante persone la notizia che il Galizia sarebbe sfrecciato con la macchina quel giorno del duplice omicidio, e di come i suoi sospetti fossero ricaduti su di lui (che lo stesso Toscano definisce “l’anello debole della famiglia”) considerato che gli altri componenti della sua famiglia avessero condotte diverse dal Luigi, che invece era dedito all’uso e allo spaccio di sostanze stupefacenti e quindi “solo un drogato poteva sparare in faccia ad una donna anziana e alle spalle ad una mamma” – dice Toscano.

Dalla deposizione emerge anche che il Toscano fosse a conoscenza – perché saputo da sua moglie che ne parlava con la cognata Veronica Nardo, moglie di Francesco Attanasio – che un cugino pregiudicato della Nardo, si era recato a parlare con i Galizia per chiedere di lasciar stare Veronica e il suo figlioletto – dopo la morte di Damiano Galizia per mano di Francesco Attanasio – accordandosi su una cifra di denaro che avrebbero fatto avere ai Galizia, che si aggirava intorno ai 25 mila euro.

Le notizie che arrivavano al Toscano all’epoca dei fatti non sembravano riguardare da così vicino la sua famiglia, per questo non aveva mai deciso di spostare la residenza di tutti a Roma, dove hanno un appartamento. Eppure la figlia di Toscano, aveva parlato con lo zio, Francesco, che dopo l’omicidio di Damiano Galizia, temendo una ritorsione, e pertanto avendo paura per l’incolumità dei suoi familiari, si era raccomandato di prestare la massima attenzione e se possibile di non uscire di casa.

E’ stata poi la volta di Guido Toscano, figlio 22 enne della vittima Ida Maria Attanasio. Anch’egli ha raccontato di quella mattina del 30 ottobre 2016, di come ha saputo della morte della mamma, di quando si sono precipitati sul luogo della strage, di come i sospetti ricadessero inevitabilmente su Luigi Galizia, dopo gli eventi che avevano preceduto il duplice omicidio, e sopratutto dopo i fatti che vedevano protagonista sua zio Francesco Attanasio.

La mia famiglia non ha mai avuto inimicizie” – ha dichiarato il ragazzo in aula che ha poi dichiarato di conoscere Luigi Galizia, ma di non aver mai avuto nessun contatto con l’imputato. Ha raccontato di come durante un colloquio in carcere, lo stesso Francesco Attanasio, avesse espresso paura per la loro incolumità e aveva pregato i suoi familiari di stare attenti.

Durante la testimonianza di Guido Toscano, emerge in maniera prepotente – così come era accaduto anche durante la testimonianza di suo padre Antonio – che ci sia più di una persona che sapesse con certezza che a compiere il gesto potesse essere stato Luigi Galizia,  più di qualcuno che l’avesse visto ubriaco quella mattina, ma malgrado sia stato sollecitato dal Pubblico Ministero e dallo stesso avvocato Badolato, Guido Toscano ha scelto di non rivelare alcun nome in merito.

 

E’ una legge sulla vita, che rispetta la vita, che da onore a chi la vita la vive con entusiasmo. Non è una legge sulla morte, ma sulla libera scelta. Oggi, finalmente, il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, il biotestamento, per intenderci.

E’ un giorno in cui si celebra la civiltà, la democrazia, il rispetto dell’uomo e delle sue scelte, e forse da oggi, l’Italia è davvero un paese migliore. in fondo ogni uomo – se ci si sofferma un attimo a riflettere – non è soltanto un essere biologico, ma un’entità con una biografia, con una storia, con una volontà, una identità. Ognuno semplicemente vivendo si fa un’idea di come vuole viverla quella vita che gli è stata data, e per tutta l’esistenza attua scelte, che sono mirate al proprio benessere, alla propria felicità e che in libertà esplica con quel modo di vivere che è l’involucro che sa dare respiro e voce e sentimento a quel che si desidera. Adesso si potrà finalmente scegliere anche circa la propria morte, si potrà dire quello che si vuole ma soprattutto quello che non si vuole. Il testamento biologico, che arriva dopo anni ed anni di battaglie e di esempi di coloro che per morire sono dovuti andare all’estero perché in Italia non era possibile lasciar detto cosa si volesse, in quel momento particolare della vita (ecco, della vita) in cui il buio ti inghiotte e non ti da più possibilità di vedere, di sentire, di provare, di pensare, di vivere…insomma.

E’ una legge questa che schiaccia uno dei tanti pregiudizi che per anni hanno soggiogato il nostro paese, pregiudizi combattuti dalle associazioni, da Marco Cappato, da Beppino Englaro, da Mina Welby, dai radicali, che non si sono mai arresi, e si sono sobbarcati la responsabilità delle loro idee, delle loro scelte e delle loro azioni, perché hanno provato sulla loro pelle le conseguenze dell’assenza di questa legge.  E’una legge che mette a tacere la voce di chi la pensava come una legge sull’eutanasia o sul suicidio assistito. E’ una legge che – va riconosciuto – da una boccata di ossigeno anche alla politica del Partito Democratico, che ha saputo affrontare questa importante questione come una delle più serie sfide di questo secolo.

Da oggi, dunque, il rapporto tra paziente cosciente e medico, diventa il punto cruciale del rispetto umano e del diritto alla salute. Il paziente potrà stabilire a quali trattamenti essere sottoposto, quando non potrà più esprimere liberamente la propria volontà.

E poi non dimentichiamo il ruolo fondamentale della famiglia, e degli amici, che non sono una postilla su un documento, ma parte integrante della vita di ognuno, fino alla fine. Da oggi il paziente potrà decidere di coinvolgere un suo familiare – anche un convivente o un amico – nella scelta medica che lo riguarda. La legge vieta anche ogni forma di accanimento terapeutico.

Sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento non si pagherà nulla, né tassa, né imposta, né tributi. la DAT dovrà essere redatta in forma scritta, essere firmate davanti a un Notaio oppure, più semplicemente, essere consegnate personalmente all’Ufficiale di Stato civile del comune di residenza che le annota in un apposito registro.

E’ un nuovo giorno, oggi…è un buongiorno per questa Italia che si riscatta dopo lunghi anni di incertezze e di mancanza di slancio politico e umano.

Oggi si stabilisce un nuovo e fondamentale equilibrio tra responsabilità dei medici, libertà del singolo e rispetto per la vita.

Perché se l’alba resta il momento più bello, di quell’inizio che spereremmo non avesse mai fine, poi arriva il tramonto, e allora che ognuno possa decidere dove e come si debba consumare l’ultima luce del crepuscolo.

 

Simona Stammelluti

 

Minacce verbali e violenze fisiche nei confronti di bambini dell’asilo ad opera di due donne, ora indagate e interdette dai pubblici uffici

Sono stati i Carabinieri della Compagnia di Corigliano Calabro ad eseguire  la misura interdittiva nei confronti di due insegnanti dell’unica scuola d’infanzia di San Giorgio Albanese, consistente nella sospensione dall’impiego per la durata di sette mesi, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Castrovillari.

Tutto ha avuto inizio da una denuncia presentata da alcuni genitori. Da lì è partita l’attività investigativa svolta dai Carabinieri della Stazione di San Giorgio Albanese  e coordinata dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Castrovillari, Dr. Eugenio Facciolla e dal Sost. Proc. della Repubblica, Dr. Valentina Draetta, che ha permesso, in poco tempo, di documentare,  con appositi servizi di osservazione e di video riprese all’interno degli spazi didattici, una consistente serie di maltrattamenti posti in essere dalle due insegnanti, nei confronti di una decina di bambini a loro affidati; tutto questo, nel giro di soli 15 giorni.

Le due donne sottoponevano i bambini a continue minacce verbali e affermazioni quali “…se non fai il bravo ti faccio il pungi-pungi….”, ma anche a violenze fisiche con pizzicotti, schiaffi e tirate d’orecchie, arrivando ad utilizzare, fra l’altro, un righello di plastica, e giungendo anche a lanciare violentemente giocattoli contro il muro, senza alcun apparente motivo.

L’attività d’indagine è riuscita ad accertare un sistematico ricorso alla violenza fisica e psicologica nei confronti dei bambini tra cui alcuni figli di rifugiati politici accolti in Italia e soggiornanti in detto centro.

Una violenza perpetrata ad opera delle due insegnanti, che tra l’altro incoraggiavano i bambini a risolvere le loro piccole controversie ricorrendo alle mani o emulando le loro stesse condotte violente, rimanendo loro indifferenti davanti a tali comportamenti, che ricordiamo riguardano bambini di una scuola per l’infanzia.

 

 

 

Singolare il siparietto che si sta tenendo nella città bruzia dove, da qualche giorno non si fa altro che parlare del fatto che la gente del posto, non sappia chi siano gli Skunk Anansie, gruppo rock che a quanto pare dovrebbe allietare il famoso concertone dell’ultimo dell’anno.

E così tutti coloro che presumibilmente sanno chi siano Skin ed il suo gruppo, ma che con molto probabilità stentano a ricordare anche solo 10 parole della loro più famosa canzone, si stanno indignando e stanno avendo non poco da ridire circa il fatto che il popolo cosentino si stia chiedendo chi siano e perché l’amministrazione comunale non abbia scelto qualcosa di più accessibile alle masse.

Loro, i radical chic, hanno inondato le bacheche Facebook, prendendo le distanze dalla plebe che ignora, che ha la colpa di non sapere, ma che però è stata abituata ormai da decenni a personaggi decisamente più “alla portata”, più popolari, più da canzonetta.

Il problema a mio avviso arriva da più lontano. Il concertone di capodanno che moltissime amministrazioni comunali” somministrano” – è proprio il caso di dirlo – alla popolazione, non può considerarsi cultura e forse, pensandoci bene neanche spettacolo, che di solito prevede una performance artistica con pagamento di biglietto.

Il concertone è da sempre un’opportunità che si da alle persone di uscire di casa, di fare quattro passi e di fermarsi – così come fan tutti – a vedere “chi c’è o cosa fa” questo o quel personaggio, questo o quel cantante, e se è “conosciuto” allora bene, si resta, oppure se lo si sa per tempo, ci si organizza per trascorrere in piazza l’ultimo dell’anno.

Si ha pretesa dunque, che il popolo cosentino gioisca per un artista che non conosce, che ringrazi e si inchini all’amministrazione comunale per il nome internazionale, perché – così come la pensano i radical chic e quelli che tutto sanno e tutto conoscono – sarebbe un grande regalo che viene fatto loro. A parte il fatto che il regalo per essere efficace dovrebbe essere fatto tenendo bene a mente le caratteristiche di chi lo dovrà ricevere, ma poi … per davvero si poteva immaginare che dovo aver portato a Cosenza Gabbani o Fedez, o Martufello o Alvaro Soler, la popolazione potesse gioire per un artista o per un gruppo internazionale di cui probabilmente conosce anche il nome, ma non gradisce perché non inquadrato in quel “senso” che è stato da decenni dato al concertone di fine anno?

Sarebbe il caso di interrogarsi su come possa essere possibile che una popolazione (parlando in generale, si intende) possa conoscere il nome internazionale, possa capire di un particolare genere di musica, se mai nessuno lo ha educato, istruito e incuriosito verso qualcosa che esuli dal loro mondo fatto di popolarità. La cultura in una città dovrebbe comprendere rassegne musicali di vario genere, dovrebbe pian piano includere nomi internazionali promuovendo le iniziative, collaborando con le associazioni del territorio che magari si occupano proprio di musica di settore, dovrebbe educare i giovani alla conoscenza di diversi generi musicali, incuriosirli, creando circuiti in cui gli stessi ragazzi del conservatorio cittadino, possano avere un ruolo organizzativo e partecipativo.

Non voglio sindacare nel lavoro dell’amministrazione comunale di Cosenza, in quello del Sindaco, o dell’assessore alla cultura, anche se mi piacerebbe sapere come siano giunti a quel nome, però pretendere che la cittadina reagisse con slancio ed enfasi a qualcosa che non conosce perché nel tempo non è stato accompagnato nella conoscenza di quel qualcosa, mi sembra un po’ esagerato. Certo, come Occhiuto stesso ha dichiarato “si spera che giunga gente anche da fuori città per assistere al concerto e lo scopo è dare visibilità a Cosenza e possibilità a tutti di festeggiare in piazza”.

Tranquilli…i cosentini vivranno il loro capodanno in piazza, mangeranno le noccioline, berranno la birra, e poi ancora panettone e spumante, faranno festa come sempre, e magari canticchieranno anche il refrain di “Because of you“, perché alla fine sì che lo conosce il pezzo, è la colonna sonora dello spot di una famosa casa automobilistica!

 

 

andrea motis

Siamo sempre lì ad interrogarci su come si possa fare cultura in un periodo storico in cui i giovani non si appassionano più, hanno a portata di mano tutto e per questo non riescono a distinguere la qualità da ciò che fa “i numeri”, mentre sempre più spesso ci si dirige esclusivamente verso il nome famoso (per quel che si può conoscere) senza sapersi incuriosire più. In questo panorama, che ormai si uniforma da nord a sud, spiccano per ingegno, passione e competenza alcune associazioni culturali come I Senzatempo di Avellino, guidata da Luciano Moscati e da un gruppo di amici accomunati dalla passione per il jazz, ma che in maniera professionale, con costanza e spesso “controcorrente”- rispetto al poco e al commerciale che appena si intravede in città – regalano un respiro di musica, cultura e possibilità di conoscenza.

E’ così come ogni anno, da diversi anni, I Senzatempo propongono un cartellone di nomi prestigiosi del panorama jazzistico italiano ed internazionale, portando in città progetti estremamente interessanti, che diventano una vera e propria opportunità sia per chi il progetto deve promuoverlo, sia per tutti gli appassionati, che possono vantare l’onore di assistere a performance che magari solo poche ore prima, si sono consumate su palchi importanti dall’altra parte del mondo.

E’ il caso dell’evento che si è tenuto ieri sera ad Avellino, presso L’Hotel de la Ville, che ha avuto il piacere di ospitare una dei progetti più interessanti in circolazione, lo strepitoso quartetto che segue una delle più giovani voci del panorama jazzistico contemporaneo che è Andrea Motis, cantante, trombettista e compositrice, che con i suoi 21 anni di età, racconta una vita artistica iniziata tanto tempo fa, quando a 7 anni, rimasta affascinata dalla musica jazz, ha incominciato a suonare la tromba. E’ proprio la tromba, il punto di forza della cantante catalana, che ha tanto talento in incubatrice, che farà molto parlare di se nei prossimi anni e che già adesso sa “dare spettacolo”, senza essere diva. Con un vestitino verde smeraldo con fiori bianchi, una scarpa bassa, senza trucco e con un sorriso che incanta (ma per nulla ingenuo), ha calcato il palco de I Senzatempo e ha raccontato il suo album “Emotional Dance“, che segna il suo debutto da solista, e dal quale ha scelto dei brani da cantare e suonare, accompagnata da dei musicisti che sono stati in grado – insieme a lei – di tenere vivo un concerto di quasi due ore. Insieme ad Andrea Motis sul palco, Ignazi Terraza al pianoforte, Jjosep Traver alla chitarra, Esteve Pi alla batteria e non in ultimo Joan Chamorro al contrabbasso e Sax Tenore.

Joan Chamorro

Chamorro è senza dubbio un fuoriclasse, un musicista esperto, di una versatilità infinita, polistrumentista, direttore d’orchestra, scopritore di talenti. Grande carisma, simpatia e forza trascinante, capace di indirizzare il suo sguardo e la sua competenza verso i giovani che – ormai da diversi anni – è diventata la Sant Andreu Jazz Band. E’ uno dei suoi gioielli, Andrea Motis, la cui voce si mescola sapientemente all’accordo di interplay del quartetto. Non ha una grande estensione vocale, ma ha delle sfumature vocali molto significative; calda nelle note basse, svisa fin dove può, poi inserisce la marcia del “malinconico-struggente”, che qualcuno ha paragonato alle interpretazioni di Billie Holiday  ma che, a mio avviso, è un innato modo che la Motis ha per spiegare cosa sente, mentre crea un ponte sofisticato e leggero che conduce a quel “lasciarsi completamente andare” quando soffia nella sua tromba che, mentre canta, tiene con se appoggiata ad un braccio.

Spazia dagli standard (Senior Blues, o Body and Soul, durante il quale Chamorro regala un grande assolo al sax tenore) alla musica di Jobim (Chega de Saudade) a suoi pezzi originali (lo stesso Emotional Dance che da il nome all’album e che inizia sofisticato piano e voce) con la semplicità di chi conosce bene la materia e di chi ha tolto via la pelle dall’anima, scorticandosi un po’ mentre si impara ad amarlo, il jazz. La bossanova è il suo forte, è senza dubbio il vestito che meglio indossa; il suono della sua tromba lascia il pubblico incantato. Sembra davvero come se lei entrasse i trance, mentre la suona…chiude gli occhi, aggrotta la fronte e muove veloci quelle dita sui pistoni, lasciando che il suo lungo respiro faccia vibrare le note, a modo suo, con quel senso di eterno e di immortale.

Tutti i musicisti del gruppo, si sono espressi con assoli, alcuni dei quali hanno evidenziato non solo l’esperienza o la versatilità – si pensi a Esteve Pi, che ha usato quasi tutte le bacchette a sua disposizione per adeguare il suono dello strumento al contesto ritmico, o al grande Ignazi Terraza, che ha reso magici alcuni momenti della serata con assoli che hanno infiammato con scale di mezzo tono che si infilavano sottopelle, emozionando – ma anche la capacità di consegnare ad ogni pezzo, il giusto equilibrio armonico.

Molto belli i dialoghi sonori tra sax e tromba, ed ancora più accattivanti quelli a tre, quando al quintetto si è aggiunto il violino. Tre voci, momento di grande phatos, e un bis a tutto samba, nel quale Andrea ha accennato qualche passo.

Un concerto amabile, uno dei tanti di qualità proposti nel cartellone de I Senzatempo che vanno avanti fino alla prossima primavera con eventi che educano alla bellezza della musica e chissà che i giovani del luogo, prima o poi, non si lascino completamente contagiare e rapire da quel mezzo così potente che è la musica dal vivo, suonata bene.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Ormai non ci sono più dubbi: Denis Bergamini é stato ucciso prima di essere coricato sotto le ruote del camion. A darne certezza l’avvocato della famiglia Bergamini Fabio Anselmo, all’Uscita di una udienza a porte chiuse durata quasi 6 ore.

“Siamo molto soddisfatti – ha detto – possiamo dire che Denis Bergamini è stato ucciso prima di essere coricato sotto il camion. È confermata la morte per asfissia. Questo esito ha dato contorni più netti rispetto a quelli che aveva dato la perizia, e certe frasi che potevano essere interpretate in maniera ambigua, sono state invece ben spiegate, in un significato univoco”.

Una perizia inattaccabile, come l’ha definita l’avv. Anselmo.

Alla domanda se si va o meno a processo lo stesso Anselmo risponde: “noi riteniamo di si, ma questo dipende dal procuratore”.

Ed è proprio Facciolla, nelle cui mani finisce nuovamente il fascicolo, che deciderà per l’eventuale rinvio a giudizio per Isabella Internò e Raffaele Pisano. Il procuratore che – come ha detto ancora Anselmo – ha ancora carte da giocare e ancora lavoro da fare.

Ma lo stesso Facciolla si è detto molto soddisfatto del lavoro fatto dai periti e da come è andato l’incidente probatorio. 

Soddisfatta e provata anche Donata Bergamini che sostiene che “oggi é stato fatto quello che doveva essere fatto allora”. Una morte negata per 28 anni. Soddisfatta Donata del lavoro dei periti e delle risposte che hanno dato oggi.

“Qualcosa la condividiamo qualcosa no” – è stata l’unica battuta dell’avv. Malvaso che difende il camionista Pisano.

È scappato via l’Avv. Puglisi difensore della Internò,  che però in prima battuta, prima ancora dell’inizio dell’udienza rispondendo ad un collega di Sky sport circa cosa si aspettasse da questa giornata ha riposto “nulla di buono” lasciando intendere una reale preoccupazione circa i risultati di questa lunga giornata di udienza.

Ricordiamo che oggi si è tenuto l’incidente probatorio per il caso Bergamini, a Castrovillari, dove i periti incaricati hanno discusso i passaggi delle loro superperizia effettuate sui resti del calciatore morto il 18 novembre 1989, la cui salma è stata riesumata in luglio su richiesta della procura di Castrovillari.

Donata Bergamini con il suo avvocato Fabio Anselmo e il perito Dott. Ricci

 

 

L’udienza é stata tenuta dal Gip Dott.ssa Teresa Reggio, alla presenza dei periti incaricati, al procuratore di Castrovillari Dott. Eugenio Facciolla, alla sorella del calciatore Donata Bergamini, al suo avvocato Fabio Anselmo, ai difensori dei due indagati, Avv. Angelo Pugliese per Isabella Internò e l’Avv. Domenico Malvaso per il camionista Raffaele Pisano.

Entrambi – Internò e Pisano – ad oggi indagati, dichiararono che il Bergamini si fosse suicidato gettandosi sotto le ruote del camion in corsa.

Le cose non sono andare così, e adesso sappiamo con certezza che Denis era già morto quando è stato coricato sotto le ruote del camion.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Il social network più famoso al mondo, che diventa il veicolo di una storia che è la testimonianza dell’ennesimo caso di malasanità. La protagonista della storia che per fortuna ha un finale diverso da quello che probabilmente sarebbe stato se fosse rimasta all’ospedale Cervello di Palermo, è Letizia Battaglia, la famosissima fotografa palermitana.

A raccontare gli accadimenti, una delle sue tre figlie, dalle pagine di Facebook su cui ha postato le “immagini” di quelle che sono state 24 ore di inferno, insieme a sua madre ricoverata con urgenza nel nosocomio per una polmonite.

Shobha, racconta del calvario di sua mamma, 82 anni, che inizia al mattino, con tosse e difficoltà respiratorie, lasciata su una barella, senza un minimo di assistenza. La giornata passa lenta, la nottata Letizia Battaglia la passerà su quella barella nel corridoio, in mezzo a tanti altri malati, mentre le analisi e gli accertamenti del caso arrivano lenti, ma già si parla di polmonite.  In uno dei suoi post Shobha invoca cura, attenzione e gentilezza, chiedendosi e chiedendo dove siano finite. Quelle attenzioni, quella gentilezza e quella cura che andrebbe riservata indistintamente a chiunque varchi la soglia di un ospedale, eppure lì, sembrano tutti indifferenti anche al dolore.

I momenti sono difficili al Cervello di Palermo per Letizia Battaglia, che lotta per superare le difficoltà di febbre, tosse e cattiva respirazione, mentre la notte si prospetta su una barella, mentre tutt’intorno è un lazzaretto, mentre Shobha lascia per un attimo la sedia vicino a sua mamma, per non ritrovarla più disponibile al suo rientro dopo solo qualche minuto.

La visitano che è mezzanotte, e Letizia Battaglia è lì sulla barella dal mattino.
All’una meno venti di notte, la sottopongono ad una tac, ma Letizia Battaglia è lì sulla barella dal mattino.
Sono le 3 del mattino, quando Shobha, decide di portar via sua mamma da quel posto, da quella barella, da quella incuria per trasferirla in una clinica privata, dove verrà assistita e sottoposta con solerzia e attenzione alle cure adeguate. Il resto lo farà l’amore dei suoi cari e l’affetto di tutti coloro che la seguono, che la stimano da sempre, ma anche coloro che attraverso le pagine del social hanno seguito le vicissitudini di una paziente che ha incontrato, come spesso accade in questo nostro sud, il meccanismo inceppato di una sanità che non funziona, o che non funziona per come dovrebbe.

Non c’erano le sue foto a raccontare quel che è accaduto, ma gli scatti di sua figlia, che ha voluto lasciare un segno di quel che lei e sua madre hanno passato in quelle 24 ore infernali.

Il messaggio poi è per il primo cittadino di Palermo, Leoluca Orlando, sempre dalle pagine di Facebook: “Luca, dovresti vedere come la regione siciliana tratta i suoi siciliani… questo è inferno, vieni a controllare e visitare i disgraziati che sono qui dentro“.

Mi viene da pensare a quel telegramma ricevuto da Letizia Battaglia, esposto al Maxxi di Roma, nel quale la mafia la minacciava dicendole che “o andava via da sola, a ci avrebbero pensato loro a farla andar via da Palermo”. Mi viene da dire che ci pensa lo Stato a far fuori più di qualcuno, semplicemente con le sue inefficienze.

Un augurio da tutta la redazione del Sicilia24h a Letizia Battaglia per una pronta guarigione, e tutta la nostra ammirazione per quel che ha saputo fare con coraggio, passione e tanto talento.

Le sue condizioni migliorano, fa sapere Shobha, e sembra che Letizia abbia deciso di smettere di fumare. Siamo con lei!

 

Simona Stammelluti

Donata Bergamini – la sorella del calciatore Denis Bergamini, morto il 18 novembre del 1989, la cui morte dopo 28 lunghi anni a seguito di nuove perizie, appare ben diversa da quella disegnata come un suicidio – torna in Calabria; ci torna per l’ennesima volta, con il coraggio e la tenacia di sempre.
Torna perché quel caso che più di qualcuno ha deciso di chiudere troppo presto come un suicidio, adesso mostra i dettagli crudi di una verità che si è aspettata fin troppo a lungo.

Denis non si è suicidato lanciandosi sotto un camion in corsa (così come raccontarono l’allora fidanzata Isabella Internò e Il camionista Raffaele Pisano) ma è stato soffocato.

Senza entrare in merito a quello che discuteranno nelle prossime ore i periti incaricati dalla procura di Castrovillari di analizzare con mezzi sofisticatissimi i resti del corpo di Denis, e che avremo modo di raccontare dettagliatamente nei prossimi giorni, mi preme sottolineare come in questi lunghi anni, Donata Bergamini non è stata solo la donna schiva, riservata, coraggiosa, tenace ed instancabile mentre portava sulle spalle il fardello di una verità che veniva spostata un anno dopo l’altro sempre un po’ più distante da dove è sempre stata, ma é stata colei che ha saputo tenere insieme tutti coloro che Denis lo hanno amato come uomo e come calciatore.

Intorno a Donata e al ricordo di quel ragazzo talentuoso ed innamorato della vita, si è stretto un gruppo sempre più ampio, che, come Donata e la sua famiglia, aspetta la verità per congedare la paura che fa la morte senza un perché, e per restare fedeli ad un dolore che si è consumato troppo presto e che mai passerà.

Ad accogliere Donata Bergamini in Calabria il prossimo mercoledì 29 novembre sarà una rappresentanza del gruppo Facebook “VERITÀ PER DONATO BERGAMINI” e una rappresentanza dell’ASSOCIAZIONE VERITÀ PER DENIS, che instancabilmente da diversi anni sostiene questa causa, sostiene la famiglia insieme a tutti coloro che meritano di poter conoscere la verità, quella coerenza tra ciò che è accaduto e ciò che è realtà oggettiva ed assoluta.

Siamo tutti con Donata Bergamini, siamo tutti con il suo avvocato Fabio Anselmo che ha il pregio di aver scovato e discusso le motivazioni che hanno condotto alla riapertura del caso e siamo tutti di poco pretese…vogliamo solo la verità.

Simona Stammelluti

Che vogliamo fare?
Proponiamo i numeri del 2017 che raccontano i casi di femminicidio?
Oppure vogliamo dire tutti insieme “nessuno tocchi le donne“, così, giusto per essere “accordati” ad oggi, alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne?

No perché qui di giornate ufficiali proprio non se ne può più; perché durano troppo poco, perché ormai si assomigliano tutte, perché si perpetuano anno dopo anno senza che cambi poi tanto nella condotta di tutti, nel modo di pensare oltre che di agire; fermi nel pantano degli stereotipi, che si alternano al pregiudizio, e poi alla discriminazione, o semplicemente all’idea – stereotipata, pregiudizievole e discriminante – che la donna sia un qualcosa da possedere, completamente priva di volontà.

Eccola la parola chiave. Il volere, il desiderare di una donna vale tanto quanto quello di chi pensa di poter scegliere per tutti, di avere le “armi” giuste per convincere e quando non si riesce a farlo, c’è sempre un piano “B” che si chiama sopruso, violenza, minaccia, morte.

Ed anche quando la morte non arriva, o quando le violenze non sono così visibili, l’orrore della violenza stessa,  delle minacce, dei soprusi, rendono la vita del genere femminile un vicolo cieco, una strada senza uscita, un silenzio che regna dopo le urla di dolore che si gridano a bocca chiusa, restando dentro ad una serie di perché che si alternano senza mai trovare una via d’uscita in una risposta plausibile, oltre che in una probabile soluzione.

La violenza contro le donne non è la violenza contro Maria, Giovanna, Francesca, Marta … è una violenza contro l’umanità, contro il simbolo della famiglia, contro i figli di quelle madri che vengono violentate, massacrate, uccise. E’ un crimine contro le regole del buonsenso, contro l’essere umano come facente parte di una comunità che spesso, però, resta a guardare. Perché non servono – o meglio non bastano – i messaggi di solidarietà, le scritte proiettate sul Pirellone, le panchine rosse a ricordare il sangue versato, i numeri di telefono dedicati, il sostegno che sembra arrivare dalle voci autorevoli di chi ti dice “non sei da sola” o quell’invito a denunciare, sempre, ogni forma di violenza, anche la più piccola, perché a volte sono le più piccole ad essere le più profonde.

La verità forse, si nasconde nelle pieghe di tutto un meccanismo che pensiamo essere invisibile,  distanti da noi, ma che poi alla fine ci riguarda tutti molto da vicino. E’ come gestiamo le cose piccole che ci appartengono, come parliamo in famiglia, come agiamo davanti ai nostri figli, come reagiamo a quel che vediamo, come ci schieriamo a favore di qualcosa o prendiamo le distanze rispetto ad altro, come ci facciamo carico di aiutare dove possiamo anziché girarci dall’altra parte, facendo finta che quella scorrettezza consumatasi sotto i nostri occhi non sia mai avvenuta.

Non facciamo mai caso a come reagiamo quanto ci rubano il parcheggio sotto il naso, o come imprechiamo con violenza contro qualcuno sperando che ci senta (ma senza il coraggio di andargli a parlare di persona) o a come sgomitiamo slealmente per avere qualcosa che forse neanche ci spetta, o come gioiamo dei fallimenti altrui, o come diventiamo ossessionati quando qualcosa non riusciamo ad averla, senza interrogarci abbastanza sul perché alcune cose non ci appartengono o “non ci appartengono più”. Siamo nell’era del “a un metro dal mio culo, accada quel che vuole accadere“, ma al contempo del “se non mio, di nessun altro“.

Fermarsi a riflettere, non solo oggi, sarebbe un dono da fare a quell’umanità della quale fanno parte tutte le donne, le nostre madri, le nostre mogli, le nostre sorelle, le nostre figlie, le nostre insegnanti, i nostri avvocati, i nostri medici, le nostre vicine di casa, e non solo le donne che sono morte, per mano di chi non ha rispettato non solo loro, ma anche i loro sogni e le loro volontà.

Noi giornalisti raccontiamo ogni giorno, 365 giorni all’anno di casi che si consumano, che aumentano, che sconvolgono, che sconcertano, ma che non si arrestano. E’ di pochi giorni fa la vicenda della donna tenuta segregata per anni, costretta a subire violenze inaudite, sotto gli occhi dei suoi figli. Un orrore che neanche nei film, si era mai visto, perché per davvero a volte la realtà supera la fantasia.

E poi lo scandalo nel mondo del cinema, dove il potere sembra essere per molti il lasciapassare per violentare, stuprare, offendere e stritolare animo e corpo di donne che non sempre sono capaci di fare un passo indietro, di capire i risvolti di alcuni “NO, non detti”, perché spesso i contorni patinati sono come una droga che ti stordisce, come un bicchiere di troppo che ti lascia senza forze e senza più identità. Perché alla fine le donne che non muoiono, vivono senza più una identità e la morte di quella, porta ad un lento regredire di quelle volontà che invece dovrebbero salvare il mondo.

Chiudo raccontando un evento che mi ha visto protagonista 15 anni fa, quando stavo per diventare madre di una figlia femmina, quando un medico donna, durante un’ecografia mentre mi consegnava la notizia che si trattava di una bambina, scoppiò a piangere dicendomi che le dispiaceva che fosse femmina e mi disse “avrà una vita difficile in questo mondo. Non è un mondo per le donne, questo. Farà tanta fatica anche se avrà delle doti superlative e dovrà passare la sua vita a difendersi“. Quando le chiesi da chi o da che cosa avrebbe dovuto difendersi, mi raccontò di essere stata violentata a 16 anni, nel portone di casa sua, quando rientrava da una serata con degli amici, quando insistette per uscire senza suo fratello maggiore. Mi raccontò ogni dettaglio di quella violenza. E da allora mi sono sempre chiesta se sarei mai stata capace di insegnare a mia figlia a difendersi dalla violenza e a riconoscerla, sopratutto, prima che possa annientarla.

Ho raccontato questo affinché le esperienze di ognuna di noi, possano essere quelle mani che tutte insieme siano capaci di dire: “nessuno tocchi le donne, nessuno tocchi le loro volontà”.

 

Simona Stammelluti

Immagine tratta dal film “Non ci resta che piangere”

 

Quanto piace il pulpito. A molti, forse a tutti. Peccato che sul pulpito c’è chi ci sale tutti i giorni, e da quella posizione dovrebbe portare un messaggio di pace, dovrebbe spiegare la storia umana, dovrebbe indurre il popolo di Dio ad atteggiamenti di carità, di amore, anche se sempre più spesso è un discorso moraleggiante, monotono e a tratti fastidioso, soprattutto quando è mirato ad indottrinare e a trasformare in verbo, ciò che è un personalissimo “deve andare così”.

E’ di pochi giorni fa, la notizia delle dichiarazioni infelici – ed io aggiungo offensive – che un prete manco troppo di periferia, ha esternato, a ridosso del decesso del boss Totò Riina: “Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?”

Un attimo ci pensi, e cerchi in una frazione di secondo una connessione tra i due, ma poi la frase continua: “moralmente, non c’è nessuna differenza” – dice riferendosi all’impegno politico e civile di Emma Bonino a favore della legge sull’aborto.

E se all’impronta potrebbe sembrare una frase semplicemente infelice, racchiude in se una vera e propria offesa verso tutte le donne e non solo verso la conquista che le donne hanno ottenuto dopo anni ed anni di lotte, di interruzioni illegali di gravidanza. Ora, se pure vogliamo considerare tutti i risvolti e le convinzioni etiche in materia, se vogliamo riflettere sugli orientamenti culturali che pongono l’aborto nel limbo della tutela o meno della vita e sulla sottigliezza circa l’anima intra o extrauterina, non si potrebbe lontanamente porre l’aborto insieme ad altri crimini come il genocidio o l’omicidio volontario. Eppure è questo che ha fatto Don Francesco Pieri, che quella frase – con tutto ciò che reca in se – avrebbe potuto risparmiarsela. Ma la cosa grave o forse gravissima, è che nel dirla con molto probabilità vi era tutta la convinzione possibile e questo significa che è lontano, anzi lontanissimo dal comprendere la gravità della sue parole.

Emma Bonino con la classe e la fermezza che la contraddistingue, ha replicato nell’unico modo possibile, ossia sottolineando quanto “dietro l’aborto, vi sia un grande disagio morale, un trauma fisico, psicologico ed emotivo“.

Non vi è trauma né fisico, né psicologico, né tantomeno emotivo per chi compie crimini efferati, per chi stabilisce chi deve vivere e chi deve morire ed anche come, anche senza un apparente perché. Riina ha consumato la sua esistenza senza conoscere il pentimento, senza ravvedersi mai. Dietro un aborto c’è sempre un perché ed è semplicistico paragonare chi si è battuto affinché le donne avessero un diritto, rispetto a chi i diritti li ha tolti agli altri con un ingiustificato ed ingiustificabile libero arbitrio. Tutto questo oltre che assurdo fa anche orrore.

Mi immagino la scena (neanche tanto improbabile) del parroco in questione che ripete queste affermazione dal pulpito fra due giorni, durante la messa domenicale, cercando di utilizzare il suo potere – perché quello spazio dal quale parla è anche questo – per convincere i fedeli che la scelta di chi si è battuto per un diritto, ha fatto più morti di un boss di mafia.

Dietro un aborto c’è una storia, spesso drammatica, ci sono scelte difficili e traumatiche, ci sono violenze subìte, anche. Tra l’altro la Legge 22 maggio 1978, n.194 prevede delle norme per la tutela sociale della maternità; è una legge che prevede delle tempistiche per poter applicare l’interruzione, che permette di salvare le donne in caso di pericolo di vita, di tutelare le minorenni, oltre a consentire ai medici obiettori di coscienza di astenersi dalle pratiche di aborto.

Non una frase infelice, quella di don Francesco Pieri, ma un’offesa a chi ha dovuto scegliere di abortire perché non aveva un’altra strada da percorrere. Ci si aspetta un messaggio caritatevole da chi sale sul pulpito, ed invece le frasi sono sempre più spicciole, più semplicistiche, mirate a puntare il dito. Ma non erano loro che dovevano insegnare a “porgere l’altra guancia?”, non dovrebbero raccontare che “chi è senza peccato scagli la prima pietra?”

A questo punto – che si sia credenti o meno – mi viene da citare Sant’Agostino che fu anche filosofo, prima di diventare santo e pregando diceva “insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza, ed insegnami la scienza, illuminandomi la mente“. Dove sono la dolcezza, la carità, la disciplina, la pazienza, la scienza e la mente, nelle parole del prete, neanche tanto di provincia?

Ama e fa ciò che vuoi” – diceva Sant’Agostino. In quelle parole risiede anche il fare la scelta giusta, quando serve, il battersi per un ideale o per un diritto, il provare a distinguere ciò che giusto da ciò che non lo è e lei, signor Francesco Pieri, mi sa che questa volta non c’è riuscito.

 

Simona Stammelluti