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Aveva 36 anni, Lady Diana, quando morì in un incidente d’auto sotto il ponte dell’Alma, la notte del 31 agosto del 1997. Era ed è rimasta il simbolo dei reali di tutto il mondo anche quando smise di essere un reale, e neanche la sua morte è riuscita a spegnere quel simbolo, fatto di una forte e travolgente personalità che ancora oggi risulta scomoda, per chi la vide come una rivale in vita, come una nemica da allontanare, o come una spina nel fianco che ancora oggi continua a fare male.
Lady Diana, è stata al contrario molto amata dalla gente comune, da coloro che vedevano in lei il simbolo di una libertà che mostrava anche attraverso il suo modo di vestire, avendo capito che la moda avrebbe potuto essere il lasciapassare per quella sua personalità che mai si è piegata completamente alle logiche di corte. Era un simbolo, Lady D, con un viso d’angelo, carismatica, impeccabile nel suo apparire e fragile nel suo essere donna che non avrebbe mai rinunciato a quel che sentiva.
Resta ancora da chiedersi, a distanza di venti anni, cosa sentisse per davvero quando morì, Diana Spencer, che nel 1981 sposò il principe Carlo di Inghilterra, erede al trono. Dodici anni di differenza, tra di loro e un matrimonio che fu infelice dal primo giorno. Due figli, una vita, quella della principessa del Galles, che fu come un reality show quando i reality show ancora non esistevano, i suoi fatti personali, i cosidetti “panni sporchi” furono dati in pasto al mondo, e quell’appellativo che le fu dato di “principessa triste“, non l’abbandonò mai.
Morì triste o felice, Lady D? Chi può dirlo. Oggi come allora, spuntano fuori testimonianze di chi giura che lei fosse infelice anche con Dodi Al Fayed, che morì anch’egli quella notte, mentre i fotografi – tanti fotografi – continuavano a scattare foto. Furono accusati di essere stati loro a causare quell’incidente mortale e furono sempre loro a peggiorare la situazione, mentre continuavano a scattare foto senza prestare il giusto soccorso.
Ma le ipotesi restano sospese nell’aria, come fumo di una candela che prima o poi svanisce, lasciando che l’odore acre si insinui nelle narici ancora per un po’.
Quelle sue parole, dette sempre con il sorriso, quando appariva in pubblico, perché lei amava gli altri, e non solo il suo popolo. “Vorrei essere la regina nei cuori di tutti, ma non penso che sarò mai regina di questa nazione” – diceva. Il suo desiderio era che i suoi figli imparassero a comprendere le emozioni delle persone, le loro insicurezze e le preoccupazioni, le loro speranze ed i loro sogni. Sottolineava sempre che “tutti hanno bisogno di essere valorizzati, perché ognuno ha un proprio potenziale“. Quando la inquadravano, a sua insaputa, lei appariva con gli occhi alzati verso il cielo e i bordi delle labbra all’ingiù, simbolo di una grande tristezza, di quelle che attanaglia a tiene prigionieri; eppure Lady D aveva conosciuto l’amore in vita sua e in merito a questo diceva che “se si incontra qualcuno da amare nella vita, bisogna aggrapparsi a quell’amore“.
Era uno spirito libero la principessa triste, e difendeva quella sua prerogativa contro i dissensi di tutti e diceva: “io sono così, questa è la mia natura e non mi importa se a molti questo non piace“.
Nel 1994 si arruolò nella Croce Rossa, dedicò parte della sua esistenza ai più deboli. Fecero il giro del mondo, le foto che la ritraevano con Madre Teresa di Calcutta, le foto di quelle due donne così diverse, ma così simili in quel sorriso di comprensione e di solidarietà.
Ovunque vi sia sofferenza, è lì che voglio essere, per fare quello che posso” – dichiarò quando gli chiesero cosa ne sarebbe stata della sua vita dopo la separazione dal principe Carlo.
Aveva qualcosa di speciale, Lady Diana, forse era solo la sua grande umanità, che veniva fuori ogni qualvolta si slegava dalle catene di un ruolo che non le avrebbe concesso mai lo spazio giusto dove essere semplicemente quella donna fragile, piena di amore che forse, in quella breve vita, non trovò mai un luogo giusto dove fiorire completamente.
Invitava le persone ad abbracciare le persone con l’Hiv; “Ne hanno bisogno – diceva – fatelo, non abbiate paura, non c’è nessun pericolo di contagio“.
Credeva fortemente nel senso della famiglia, che per lei era la cosa più importante, ma lei non ebbe come gioirne. La sua, di famiglia, fu piena di crepe, di rotture, nelle quali si insinuarono malcontento, rancori e gocce di disperazione.
Chissà perché chi avrebbe dovuta amarla, non lo fece, o non lo fece abbastanza. Chissà se nella sua breve esistenza riuscì a godere di un abbraccio appagante, cosa che lei desiderava per ogni essere umano al mondo. Chissà se una parte di quel che il suo destino le aveva riservato riuscì a viverlo sino in fondo. Soffriva Lady D, ma spesso in silenzio, in quel silenzio che diventava un chiasso assordante nei momenti di sconforto, quando si accorgeva di non poter cambiare il corso degli eventi.
Un giardino a Kensington Palace, a lei dedicato, alla sua memoria, dove in tanti si sono recati per ricordarla. Perché nessuno può dimenticare la principessa triste, colei che dettò il suo stile, inconfondibile, che non si omologò mai ad un mood che non le apparteneva.
Passano gli anni, resta il ricordo di una donna che morì, forse sfuggendo a quei paparazzi che volevano ancora sbranarle pezzi di quella sua tormentata vita.
Simona Stammelluti
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Sembrava che il tutto potesse archiviarsi con un collettivo “che peccato”, divisi tra chi per davvero era dispiaciuto per la morte di quelle tre persone che avevano perso la vita lo scorso venerdì e chi forse, sapeva che non era stato un semplice incidente ma ancora non aveva trovato il coraggio di parlare.
La Procura fa sapere che ci sono elementi che fanno pensare ad un incendio doloso, ma sono ancora tante le stranezze e le domande alle quali gli inquirenti in queste ore stanno provando a dare una risposta.
Una storia questa, sempre più intricata che però sin dall’inizio sembrava avere qualche tassello non proprio al posto giusto.
Antonio Noce, Roberto Golia, Serafina Speranza e il loro cagnolino sono morti arsi vivi in una palazzina di Cosenza nel centro storico, dove abitavano al primo piano; Avevano occupato anche i locali del secondo piano di proprietà di Roberto Bilotti, che possedeva anche il terzo piano dove era collocata l’ormai famosa biblioteca andata in fumo, che conteneva arredi storici e opere antiche, sulle quali cala l’ennesimo mistero considerato che in prima battuta lo stesso Bilotti aveva dichiarato un valore inestimabile, per le stesse,  dichiarazione poi smentita dagli esperti e ridimensionata dallo stesso proprietario che ha anche provveduto a far sapere che la biblioteca e il suo contenuto non era assicurato.
Si fa dunque sempre più strada l’ipotesi di incendio doloso, anche se la Polizia smentisce che si sia trovato un innesco all’esterno del palazzo, ma certo è invece, che il portone dello stabile, perennemente aperto, quel maledetto giorno era chiuso, sprangato, negando pertanto ogni possibile via di uscita alle tre vittime che hanno provato ad usarlo come modalità di fuga, senza però riuscirci.
Gli stessi testimoni adesso parlano: “era chiuso quel portone – dice uno di questi – mio figlio l’ha rotto facendolo cadere sano, quel portone ma le fiamme erano ormai alte e non si è potuto fare più nulla“.
Le fiamme si sarebbero propagate ad una velocità impressionante, favorite sicuramente anche dall’accumulo di rifiuti presente nell’abitazione.
Le grida delle tre vittime, sempre più incalzanti, si sono spente poco prima che arrivassero i soccorsi. Così riferiscono i testimoni.
L’incendio con molta probabilità è doloso. Le domande restano le stesse:
La distruzione della biblioteca è stata solo una tragica conseguenza?
Era invece quella, l’obiettivo?
O qualcuno voleva fare male alla famiglia Noce?
E se sì, perché?
Oppure li volevano solo spaventare e qualcosa poi è andata storta?
Le telecamere interne ed esterne dello stabile potrebbero dire molto, ammesso che fossero funzionanti, ma questo ancora non è dato di saperlo.
Tocca adesso agli investigatori capire chi ha compiuto questo gesto e sopratutto i tanti perché che ancora rimbombano tra i vicoli di una città sgomenta, che mostre in queste ore le proprie fragilità che forse troppo spesso, sono state ignorate.


Il Peperoncino JF è da molti anni ormai, un fiore all’occhiello della cultura e della musica in Calabria; A muovere le fila di questo ingranaggio sofisticato è da sempre il direttore artistico del festival Sergio Gimigliano, che con competenza ed esperienza mette insieme i migliori progetti musicali sulla scena jazzistica nazionale ed internazionale per offrire al pubblico di appassionati, serate all’insegna del jazz e della buona musica.
Inserito nel programma di quest’anno, nella splendida cornice del porto turistico di Cetraro (Cs), è arrivato un artista conosciuto da tutti, che con l’esperienza di una carriera lunga 40 anni, sa ancora tirare fuori dal taschino novità interessanti, conservando la magia di sempre.
Fabio Concato a Cetraro arriva con uno dei migliori trii del panorama jazzistico contemporaneo, quello del pianista Paolo Di Sabatino, insieme a Glauco Di Sabatino alla batteria e Marco Siniscalco al basso elettrico.
Il progetto musicale – così come lo stesso Di Sabatino spiega in inizio di serata – nasce proprio da una passione dello stesso pianista per la musica e le canzoni del cantautore milanese, tanto che dopo un incontro di lavoro, fu proprio Paolo a proporre a Fabio Concato di realizzare questo progetto, rivisitando in chiave jazz alcuni dei suoi più grandi successi. E così è nato “Gigi” progetto discografico che poi diventa un live, in tournée in giro per tutta Europa.
I concerti di Fabio Concato sono un modo per conoscere anche un po’ l’uomo e non solo l’artista, che non nasconde al suo pubblico quel suo essere a tratti “scanzonato“, sempre perfettamente a suo agio, simpatico ed amabile come un vino novello, che mentre canta si lascia “decantare“, mettendo a nudo anche qualche malinconia e quelle emozioni, che non si fa fatica a riscontrare in alcuni pezzi, per il cantautore particolarmente sentiti.
Le canzoni sono note, ognuno si lascia condurre nel proprio ricordo, a cantare il pubblico non si lascia pregare, e lui, generoso come pochi artisti scende anche tra il pubblico mentre intona Ti Ricordo Ancora, stringe le mani delle oltre 600 persone che sono lì “con lui e per lui“, per sentirlo una volta o “una volta ancora”.

Il bello di questo progetto nasce proprio dall’idea di Paolo Di Sabatino, un vero fuoriclasse che anche ieri sera al pianoforte, ha dato dimostrazione non solo di grande talento, ma anche di quella versatilità di cui un musicista deve essere dotato per poter fondere due generi musicali, senza snaturalizzarsi mai. La grazia con la quale Di Sabatino si è avvicinato al repertorio di Concato ha condotto il progetto in una direzione piacevolmente comprensibile per i non cultori del jazz, e appagante per chi, appassionato, ha potuto riscontrare quel mood e quelle progressioni armoniche, in una successione di accordi e di tempo, bilanciata e mai banale.
L’interplay tra i musicisti è ottima, e si manifesta all’orecchio come un fiorire di scambi dettati proprio dall’essere capaci di scardinare i consueti rapporti di ritmo e melodia, per scivolare con agilità nello scambio di suoni che si emancipano, tra modernità di suono e fluidità di ritmo.
La base ritmica del trio è affidata alla batteria di Glauco Di Sabatino, uno dei migliori batteristi che l’Italia possa vantare e Marco Siniscalco che nella sua carriera vanta collaborazioni innumerevoli che vanno da Tony Scott a Celine Dion, da Gegè Telesforo a Javier Girotto.
Insomma un trio di grande spessore artistico, incastonatura perfetta per la musica e la voce di Fabio Concato, che se anche con gli anni ha perso fisiologicamente un po’ di limpidezza, resta una delle voci più significative e appassionate del panorama della musica italiana di tutti i tempi.
Il concerto si apre con un pezzo musicale di grande impatto e suggestione, scritto da Paolo Di Sabatino che si intitola “la danza dei gabbiani“; Poi Fabio Concato guadagna il palcoscenico, e canta “E’ festa“, alla quale segue “Guido Piano” e sorride guardando alla sua sinistra dove splende la luna nel mare mentre proclama il giro che fa “peccato che qui vicino non c’è il mare“. Il mare c’è, è vicinissimo che quasi lo si può toccare, e c’è anche tanto vento che disturba forse un po’ la fonia, ma qui il livello è molto alto e i musicisti continuano impeccabili nel loro viaggio fatto di musica, di mood e di beet, come quelli suonati da Glauco Di Sabatino alla batteria e percepiti benissimo da un pubblico attento mentre batte sul rullante, quel rullante che durante il pezzo “Stazione Nord“, regala un entusiasmante assolo.
Ironizza sulla sua statura “medio-bassa”, Fabio Concato scoprendo che lo sgabello che gli hanno fatto trovare sul palco forse è un po’ troppo alto, ma è il tempo di “Sexy tango” e allora si alza e il problema è risolto.

E’ durante “Ti muovi sempre“, che realizzo che Concato parla di amore nelle sue canzoni con una caratteristica particolare, ossia l’attenzione all’altro. Canta di un amore che mette l’altro al centro dell’universo, un amore generoso, che però sa farsi piccolo per insinuarsi nelle pieghe di un rapporto, che tappa crepe e che “si prende cura” del sentimento provato. Penso che fino a quel momento non ci avevo mai fatto caso. Forse perché quando conosci molto bene i testi, alla fine lasci che le parole cantate cadano leggere e ti si appiccichino addosso, lì dove serve.
Tienimi dentro te, è il solco nel quale Paolo Di Sabatino ricama un assolo che porta il pubblico ad esplodere in un fragoroso, sincero ed esauriente applauso, mentre corre lungo i tasti del suo pianoforte con scale velocissime controtempo. Che a farlo quel tempo, ci pensano le spazzole di Glauco, e le corde di quel basso di Marco Siniscalco, che sorreggono il virtuosismo pianistico.
Fa un tuffo nel passato, Fabio Concato, ricordando i tempi della leva militare in Sardegna, e pone l’accento sulla malinconia che nasce ancor prima di andar via, quando già tutto ti manca, quando le mancanze scorticano la pelle viva e quando ti senti dire “Dimmi che mi ami, prima di partire“. Canta “La Nave“, il cantautore, e le emozioni trasbordano con naturalezza in quel “Quando Arriverà“, che parla sì di un amore, ma quello per la musica che – come ironizza lui stesso – a volte è meglio e meno complicato che quello per una donna.
La bravura negli arrangiamenti, Di Sabatino la mostra sfacciatamente in “Domenica Bestiale“, che ha un vestito nuovo, è completamente rinnovata, e in quella dinamica armonica, ci inserisce terzine ostinate, che corroso su tre ottave senza incertezze. Incalzano basso e batteria, in un reef che si ammorbidisce nel finale fino a spegnersi, pian piano ma con impeccabile sincronicità.
Ritornando a casa, è messo a disposizione di Marco Siniscalco, per il suo assolo, che ha una caratteristica di “tenere il motivo”, perché un jazzista sa sempre come gestire un assolo in un pezzo che nasce con altra natura.
E quando arriva “Gigi“, pezzo che da il titolo al progetto discografico, che la serata cambia rotta, per dirla in gergo marinaresco, visto che si era al mare. Gigi, quel padre che amava il jazz, che ascoltava la musica, che attraverso quella delicata sensibilità musicale gli ha indicato “la strada” da percorrere, che gli ha travasato dentro l’amore per quella musica che poi è divenuta compagna di vita, di storie, di avventure. A lui, a Gigi vanno le emozioni di Fabio Concato, che diventano un po’ anche le nostre; si avverte quell’emozione che si rinnova ogni volta, come se fosse l’unico mezzo per anestetizzare una piccola mancanza.
Chissà se la sanno questa, Paolo” – dice rivolgendosi al pianista che si stringe nelle spalle come per dire “e chi lo sa“, e mentre crea un intro raffinato per “Fiore di maggio” che il pubblico canta. Canta il suo pubblico, si lascia andare, si mette un po’ a nudo, come se si fosse un po’ da soli in mezzo a tanti.
E’ tardi, ma sembra ancora presto per chi ama Fabio Concato e per chi ha imparato ad apprezzare quel trio di grandi professionisti che lo accompagnano e che insieme a lui, sanno fare meraviglie.
E’ tardi – dice – dobbiamo andare“, ma manca ancora il pezzo che tutti vogliono. Eccolo servito: “Rosalina” e nel sorriso di Fabio, nel suo modo di cantare leggero, nel suo essere scanzonato ma perfettamente “accordato” alla vita e alla musica, finisce un concerto che nasce con l’unica pretesa di essere un tutt’uno con quel pubblico che si è sentito al centro di una notte d’estate.
Simona Stammelluti
Le foto sono di proprietà del Sicilia24h – vietata la riproduzione

Il Peperoncino JF è da molti anni ormai, un fiore all’occhiello della cultura e della musica in Calabria; A muovere le fila di questo ingranaggio sofisticato è da sempre il direttore artistico del festival Sergio Gimigliano, che con competenza ed esperienza mette insieme i migliori progetti musicali sulla scena jazzistica nazionale ed internazionale per offrire al pubblico di appassionati, serate all’insegna del jazz e della buona musica.

Inserito nel programma di quest’anno, nella splendida cornice del porto turistico di Cetraro (Cs), è arrivato un artista conosciuto da tutti, che con l’esperienza di una carriera lunga 40 anni, sa ancora tirare fuori dal taschino novità interessanti, conservando la magia di sempre.

Fabio Concato a Cetraro arriva con uno dei migliori trii del panorama jazzistico contemporaneo, quello del pianista Paolo Di Sabatino, insieme a Glauco Di Sabatino alla batteria e Marco Siniscalco al basso elettrico.

Il progetto musicale – così come lo stesso Di Sabatino spiega in inizio di serata – nasce proprio da una passione dello stesso pianista per la musica e le canzoni del cantautore milanese, tanto che dopo un incontro di lavoro, fu proprio Paolo a proporre a Fabio Concato di realizzare questo progetto, rivisitando in chiave jazz alcuni dei suoi più grandi successi. E così è nato “Gigi” progetto discografico che poi diventa un live, in tournée in giro per tutta Europa.

I concerti di Fabio Concato sono un modo per conoscere anche un po’ l’uomo e non solo l’artista, che non nasconde al suo pubblico quel suo essere a tratti “scanzonato“, sempre perfettamente a suo agio, simpatico ed amabile come un vino novello, che mentre canta si lascia “decantare“, mettendo a nudo anche qualche malinconia e quelle emozioni, che non si fa fatica a riscontrare in alcuni pezzi, per il cantautore particolarmente sentiti.

Le canzoni sono note, ognuno si lascia condurre nel proprio ricordo, a cantare il pubblico non si lascia pregare, e lui, generoso come pochi artisti scende anche tra il pubblico mentre intona Ti Ricordo Ancora, stringe le mani delle oltre 600 persone che sono lì “con lui e per lui“, per sentirlo una volta o “una volta ancora”.

Il bello di questo progetto nasce proprio dall’idea di Paolo Di Sabatino, un vero fuoriclasse che anche ieri sera al pianoforte, ha dato dimostrazione non solo di grande talento, ma anche di quella versatilità di cui un musicista deve essere dotato per poter fondere due generi musicali, senza snaturalizzarsi mai. La grazia con la quale Di Sabatino si è avvicinato al repertorio di Concato ha condotto il progetto in una direzione piacevolmente comprensibile per i non cultori del jazz, e appagante per chi, appassionato, ha potuto riscontrare quel mood e quelle progressioni armoniche, in una successione di accordi e di tempo, bilanciata e mai banale.

L’interplay tra i musicisti è ottima, e si manifesta all’orecchio come un fiorire di scambi dettati proprio dall’essere capaci di scardinare i consueti rapporti di ritmo e melodia, per scivolare con agilità nello scambio di suoni che si emancipano, tra modernità di suono e fluidità di ritmo.

La base ritmica del trio è affidata alla batteria di Glauco Di Sabatino, uno dei migliori batteristi che l’Italia possa vantare e Marco Siniscalco che nella sua carriera vanta collaborazioni innumerevoli che vanno da Tony Scott a Celine Dion, da Gegè Telesforo a Javier Girotto.

Insomma un trio di grande spessore artistico, incastonatura perfetta per la musica e la voce di Fabio Concato, che se anche con gli anni ha perso fisiologicamente un po’ di limpidezza, resta una delle voci più significative e appassionate del panorama della musica italiana di tutti i tempi.

Il concerto si apre con un pezzo musicale di grande impatto e suggestione, scritto da Paolo Di Sabatino che si intitola “la danza dei gabbiani“; Poi Fabio Concato guadagna il palcoscenico, e canta “E’ festa“, alla quale segue “Guido Piano” e sorride guardando alla sua sinistra dove splende la luna nel mare mentre proclama il giro che fa “peccato che qui vicino non c’è il mare“. Il mare c’è, è vicinissimo che quasi lo si può toccare, e c’è anche tanto vento che disturba forse un po’ la fonia, ma qui il livello è molto alto e i musicisti continuano impeccabili nel loro viaggio fatto di musica, di mood e di beet, come quelli suonati da Glauco Di Sabatino alla batteria e percepiti benissimo da un pubblico attento mentre batte sul rullante, quel rullante che durante il pezzo “Stazione Nord“, regala un entusiasmante assolo.

Ironizza sulla sua statura “medio-bassa”, Fabio Concato scoprendo che lo sgabello che gli hanno fatto trovare sul palco forse è un po’ troppo alto, ma è il tempo di “Sexy tango” e allora si alza e il problema è risolto.

E’ durante “Ti muovi sempre“, che realizzo che Concato parla di amore nelle sue canzoni con una caratteristica particolare, ossia l’attenzione all’altro. Canta di un amore che mette l’altro al centro dell’universo, un amore generoso, che però sa farsi piccolo per insinuarsi nelle pieghe di un rapporto, che tappa crepe e che “si prende cura” del sentimento provato. Penso che fino a quel momento non ci avevo mai fatto caso. Forse perché quando conosci molto bene i testi, alla fine lasci che le parole cantate cadano leggere e ti si appiccichino addosso, lì dove serve.

Tienimi dentro te, è il solco nel quale Paolo Di Sabatino ricama un assolo che porta il pubblico ad esplodere in un fragoroso, sincero ed esauriente applauso, mentre corre lungo i tasti del suo pianoforte con scale velocissime controtempo. Che a farlo quel tempo, ci pensano le spazzole di Glauco, e le corde di quel basso di Marco Siniscalco, che sorreggono il virtuosismo pianistico.

Fa un tuffo nel passato, Fabio Concato, ricordando i tempi della leva militare in Sardegna, e pone l’accento sulla malinconia che nasce ancor prima di andar via, quando già tutto ti manca, quando le mancanze scorticano la pelle viva e quando ti senti dire “Dimmi che mi ami, prima di partire“. Canta “La Nave“, il cantautore, e le emozioni trasbordano con naturalezza in quel “Quando Arriverà“, che parla sì di un amore, ma quello per la musica che – come ironizza lui stesso – a volte è meglio e meno complicato che quello per una donna.

La bravura negli arrangiamenti, Di Sabatino la mostra sfacciatamente in “Domenica Bestiale“, che ha un vestito nuovo, è completamente rinnovata, e in quella dinamica armonica, ci inserisce terzine ostinate, che corroso su tre ottave senza incertezze. Incalzano basso e batteria, in un reef che si ammorbidisce nel finale fino a spegnersi, pian piano ma con impeccabile sincronicità.

Ritornando a casa, è messo a disposizione di Marco Siniscalco, per il suo assolo, che ha una caratteristica di “tenere il motivo”, perché un jazzista sa sempre come gestire un assolo in un pezzo che nasce con altra natura.

E quando arriva “Gigi“, pezzo che da il titolo al progetto discografico, che la serata cambia rotta, per dirla in gergo marinaresco, visto che si era al mare. Gigi, quel padre che amava il jazz, che ascoltava la musica, che attraverso quella delicata sensibilità musicale gli ha indicato “la strada” da percorrere, che gli ha travasato dentro l’amore per quella musica che poi è divenuta compagna di vita, di storie, di avventure. A lui, a Gigi vanno le emozioni di Fabio Concato, che diventano un po’ anche le nostre; si avverte quell’emozione che si rinnova ogni volta, come se fosse l’unico mezzo per anestetizzare una piccola mancanza.

Chissà se la sanno questa, Paolo” – dice rivolgendosi al pianista che si stringe nelle spalle come per dire “e chi lo sa“, e mentre crea un intro raffinato per “Fiore di maggio” che il pubblico canta. Canta il suo pubblico, si lascia andare, si mette un po’ a nudo, come se si fosse un po’ da soli in mezzo a tanti.

E’ tardi, ma sembra ancora presto per chi ama Fabio Concato e per chi ha imparato ad apprezzare quel trio di grandi professionisti che lo accompagnano e che insieme a lui, sanno fare meraviglie.

E’ tardi – dice – dobbiamo andare“, ma manca ancora il pezzo che tutti vogliono. Eccolo servito: “Rosalina” e nel sorriso di Fabio, nel suo modo di cantare leggero, nel suo essere scanzonato ma perfettamente “accordato” alla vita e alla musica, finisce un concerto che nasce con l’unica pretesa di essere un tutt’uno con quel pubblico che si è sentito al centro di una notte d’estate.

Simona Stammelluti

Le foto sono di proprietà del Sicilia24h – vietata la riproduzione

Scarti un Cd e la prima cosa che pensi è “chissà se mi piacerà” e allora con avidità corri ad ascoltarlo. Ma questa volta non è andata così, come quelle pochissime volte in cui mi sono soffermata anche su come viene confezionato un disco.

A piedi nudi, di Pietro Verna è un piccolo capolavoro impacchettato con cura in un packaging delicato, con colori sobri. I testi sono contenuti in un libretto che non puoi smarrire perché attaccato alla custodia, e che contiene anche delle foto molto suggestive, che ovviamente non sono messe lì a caso, e che mi hanno – non saprei dire se per fortuna o per sfortuna – catapultato in alcuni personalissimi ricordi e questa cosa mi ha ferita, come quando ti tagli con un sottilissimo foglio di carta.

Con estrema calma ho inserito il disco nel lettore ed ho fatto un viaggio, un viaggio che con diversi mezzi mi ha condotto nel mondo di Pietro Verna, fatto di parole gentili, di una sofisticata forma poetica mai banale; in testi che raccontano di un uomo che osserva, che ama, che vive, che si riconosce in qualcosa e che prende distanze da altro, che ha desideri e fame di emozioni. Un ricamo fitto, ben delineato di come si possa conservare la speranza verso quella vita che sfugge, mentre a volte resti a guardare; una sottile filosofia su come si possa cercare qualcuno, cercando prima se stessi, su alcune paure che ci portiamo dietro da bambini e sulla forza di un sorriso che spazza via ogni “distratto riflesso“.

Pietro Verna usa parole comuni a chi è abituato a provare sensazioni, a sentire oltre quel che tutti sentono, ma è il “come” le mette insieme, che disarma.

Uno dei particolari degni di nota del disco è nel mezzo, dove vi è una vera e propria “chicca” dal titolo “Sul treno“; un intermezzo recitato da Gabriele Zanini. E’ una storia, che racconta di un incontro e di un addio, come se ne consumano tanti ogni giorno, ma la cosa che lascia piacevolmente sorpresi è che Verna sa porre l’accento sulla forza di quel che si prova, sulla forza della rabbia ma anche della volontà che muove azioni e a volte omissioni. Racconta di “lacrime fortunate ed improvvise, che segnavano traiettorie precise“.

La melodia che accompagna il testo, si getta come fa l’acqua di un fiume in un mare nel pezzo successivo, con una continuità sonora e di intenti.

A piedi nudi è un disco che si deve ascoltare, ma che si può anche ballare. Tango, milonga, echi di bossanova, chacha e tracce di jazz di New Orleans, al suo interno. Un disco che custodisce in se un arrangiamento meraviglioso, che porta la firma di Giovanni Chiapparino, che affida ai fiati, e alla fisarmonica molte delle nuance del disco, che crea atmosfere che pongono il giusto accento sull’intenzione dando rilievo ai testi e alle storie raccontate. E poi gli archi, usati sapientemente come se fossero il filo di seta invisibile, che tiene insieme l’aspetto armonico, che non ha sbavature e che – al contrario – è bilanciato e lussuoso.

Nel disco vengono suonati strumenti come il launaddas, il kushtar, il duduk. Questo dettaglio non trascurabile, racconta la cura che l’arrangiatore ha messo, affinché si avvertissero nel disco i segni di una contaminazione sonora che corre fino all’oriente.

Non è certo un disco nel quale trovare dei virtuosismi vocali, che non solo non servono, ma che non si confanno certo ad un lavoro cantautorale.

A piedi nudi è un disco intenso ma senza pretese, realizzato con la consapevolezza di poter lasciare una traccia, un segno indelebile del proprio passaggio, così come un piede nudo fa; un segno indelebile di una una personalità unica, non paragonabile a null’altro. E se anche ascoltando la voce di Pietro Verna tornano in mente De Andrè, Fossati, Barbieri e il Branduardi romantico, c’è un modo originale di guardare il mondo, un modo sincero, profondo e a tratti sagace.

Dodici tracce, storie in bianco e nero, immagini che nascono in bianco e nero, per permettere all’ascoltatore poi di pennellare i colori ovunque lui voglia.

A mio avviso il miglior testo è “Viaggiatore Viaggiante”. Interessante la metafora tra la vita e “La punteggiatura“, traccia nove del disco, nella quale la musica, con chitarra, percussioni, fiati e fisarmonica, delinea i tratti di un vivere che sarebbe un caos, se non ci si fermasse davanti a punti, parentesi, a segni che raccontano pause, respiri, affanni. Miglior arrangiamento è “Pomeriggio”, capace di mettere insieme tempi e stili diversi, contrappunti e sfumature che profumano di America anni ’20.

E’ un disco da farne indigestione, da consumare, da ascoltare quando vuoi riconciliarti con un mondo spesso sottosopra, che non sempre sai riordinare da solo.

E’ perfetto in ogni dettaglio. Sulla prima pagina, come fosse un “benvenuto” trovi una poesia di Ghiànnis Ritsos, sul finale ci sono i ringraziamenti, che seppur sembrano essere scontanti in chiusura di un disco, in questo preciso caso racchiudono non solo persone ma anche intenzioni … arte, passioni e catarsi.

Si vive di ispirazione, e allora mi sento di dire che il cantautore era in uno stato di grazia, quando ha concepito questo disco, al quale auguro un meritato successo.

Preparatevi a provare delle belle sensazioni, qualche brivido e momenti di riflessioni. Fatevelo un regalo, e magari fatelo a chi amate. Ascoltate questo disco e andate a sentirlo dal vivo Pietro Verna, perché ne vale la pena … parola della Stammelluti.

Piume d’alba,
respiro d’oriente
la tua pelle ribelle
ad ogni scomodità;
coltivo l’attesa,
raccolgo paziente
i tuoi sensi e consensi
che fioriscono in coro,
sostanza e decoro”

Simona Stammelluti


Scarti un Cd e la prima cosa che pensi è “chissà se mi piacerà” e allora con avidità corri ad ascoltarlo. Ma questa volta non è andata così, come quelle pochissime volte in cui mi sono soffermata anche su come viene confezionato un disco.
A piedi nudi, di Pietro Verna è un piccolo capolavoro impacchettato con cura in un packaging delicato, con colori sobri. I testi sono contenuti in un libretto che non puoi smarrire perché attaccato alla custodia, e che contiene anche delle foto molto suggestive, che ovviamente non sono messe lì a caso, e che mi hanno – non saprei dire se per fortuna o per sfortuna – catapultato in alcuni personalissimi ricordi e questa cosa mi ha ferita, come quando ti tagli con un sottilissimo foglio di carta.
Con estrema calma ho inserito il disco nel lettore ed ho fatto un viaggio, un viaggio che con diversi mezzi mi ha condotto nel mondo di Pietro Verna, fatto di parole gentili, di una sofisticata forma poetica mai banale; in testi che raccontano di un uomo che osserva, che ama, che vive, che si riconosce in qualcosa e che prende distanze da altro, che ha desideri e fame di emozioni. Un ricamo fitto, ben delineato di come si possa conservare la speranza verso quella vita che sfugge, mentre a volte resti a guardare; una sottile filosofia su come si possa cercare qualcuno, cercando prima se stessi, su alcune paure che ci portiamo dietro da bambini e sulla forza di un sorriso che spazza via ogni “distratto riflesso“.

Pietro Verna usa parole comuni a chi è abituato a provare sensazioni, a sentire oltre quel che tutti sentono, ma è il “come” le mette insieme, che disarma.
Uno dei particolari degni di nota del disco è nel mezzo, dove vi è una vera e propria “chicca” dal titolo “Sul treno“; un intermezzo recitato da Gabriele Zanini. E’ una storia, che racconta di un incontro e di un addio, come se ne consumano tanti ogni giorno, ma la cosa che lascia piacevolmente sorpresi è che Verna sa porre l’accento sulla forza di quel che si prova, sulla forza della rabbia ma anche della volontà che muove azioni e a volte omissioni. Racconta di “lacrime fortunate ed improvvise, che segnavano traiettorie precise“.
La melodia che accompagna il testo, si getta come fa l’acqua di un fiume in un mare nel pezzo successivo, con una continuità sonora e di intenti.
A piedi nudi è un disco che si deve ascoltare, ma che si può anche ballare. Tango, milonga, echi di bossanova, chacha e tracce di jazz di New Orleans, al suo interno. Un disco che custodisce in se un arrangiamento meraviglioso, che porta la firma di Giovanni Chiapparino, che affida ai fiati, e alla fisarmonica molte delle nuance del disco, che crea atmosfere che pongono il giusto accento sull’intenzione dando rilievo ai testi e alle storie raccontate. E poi gli archi, usati sapientemente come se fossero il filo di seta invisibile, che tiene insieme l’aspetto armonico, che non ha sbavature e che – al contrario – è bilanciato e lussuoso.
Nel disco vengono suonati strumenti come il launaddas, il kushtar, il duduk. Questo dettaglio non trascurabile, racconta la cura che l’arrangiatore ha messo, affinché si avvertissero nel disco i segni di una contaminazione sonora che corre fino all’oriente.
Non è certo un disco nel quale trovare dei virtuosismi vocali, che non solo non servono, ma che non si confanno certo ad un lavoro cantautorale.
A piedi nudi è un disco intenso ma senza pretese, realizzato con la consapevolezza di poter lasciare una traccia, un segno indelebile del proprio passaggio, così come un piede nudo fa; un segno indelebile di una una personalità unica, non paragonabile a null’altro. E se anche ascoltando la voce di Pietro Verna tornano in mente De Andrè, Fossati, Barbieri e il Branduardi romantico, c’è un modo originale di guardare il mondo, un modo sincero, profondo e a tratti sagace.
Dodici tracce, storie in bianco e nero, immagini che nascono in bianco e nero, per permettere all’ascoltatore poi di pennellare i colori ovunque lui voglia.
A mio avviso il miglior testo è “Viaggiatore Viaggiante”. Interessante la metafora tra la vita e “La punteggiatura“, traccia nove del disco, nella quale la musica, con chitarra, percussioni, fiati e fisarmonica, delinea i tratti di un vivere che sarebbe un caos, se non ci si fermasse davanti a punti, parentesi, a segni che raccontano pause, respiri, affanni. Miglior arrangiamento è “Pomeriggio”, capace di mettere insieme tempi e stili diversi, contrappunti e sfumature che profumano di America anni ’20.

E’ un disco da farne indigestione, da consumare, da ascoltare quando vuoi riconciliarti con un mondo spesso sottosopra, che non sempre sai riordinare da solo.
E’ perfetto in ogni dettaglio. Sulla prima pagina, come fosse un “benvenuto” trovi una poesia di Ghiànnis Ritsos, sul finale ci sono i ringraziamenti, che seppur sembrano essere scontanti in chiusura di un disco, in questo preciso caso racchiudono non solo persone ma anche intenzioni … arte, passioni e catarsi.
Si vive di ispirazione, e allora mi sento di dire che il cantautore era in uno stato di grazia, quando ha concepito questo disco, al quale auguro un meritato successo.
Preparatevi a provare delle belle sensazioni, qualche brivido e momenti di riflessioni. Fatevelo un regalo, e magari fatelo a chi amate. Ascoltate questo disco e andate a sentirlo dal vivo Pietro Verna, perché ne vale la pena … parola della Stammelluti.
Piume d’alba,
respiro d’oriente
la tua pelle ribelle
ad ogni scomodità;
coltivo l’attesa,
raccolgo paziente
i tuoi sensi e consensi
che fioriscono in coro,
sostanza e decoro”


Simona Stammelluti


Mi chiamo Niccolò, ho 22 anni. Avrei voluto fare l’imprenditore ma l’attività che avevo aperto non è andata bene e così con umiltà mi sono messo a fare il fruttivendolo, dividendomi tra il lavoro che inizia già a mattina presto e la mia passione per il pugilato”.
Queste sarebbero potute essere le parole di un qualsiasi ragazzo giovane, con sogni, passioni e sguardo puntato su quella realtà che molto spesso ti inganna, fino ad ucciderti.
Niccolò … ma avrebbe potuto essere anche Giovanni, Francesco, Matteo. Niccolò, un ragazzo che aveva una fidanzata, che era semplicemente partito con una comitiva di amici per la Costa Brava, in Spagna, dove avrebbe trascorso le sue meritate vacanze, ma che a casa non ha fatto mai ritorno, o meglio, è tornato in una bara, massacrato di botte, ucciso a calci e a pugni, da tre ceceni in una discoteca, tra l’indifferenza generale.
Dopo il pestaggio Niccolò non si è più ripreso, e dopo un giorno di agonia è morto. Quando suo padre è giunto sul posto ha trovato suo figlio attaccato ad una macchina, ma non vi era più nulla da fare.
Dramma per una famiglia, ma dramma anche per una società che sta perdendo colpi, che sta diventando sempre più indifferente, come se qualunque cosa accada non si sia più capaci di smuovere sentimenti, coscienze e indignazione.
Muore dunque un ragazzo, che potrebbe essere un nostro figlio, uno di quei ragazzi che proviamo a crescere cercando di insegnare loro a rispettare il prossimo, ad aiutare gli altri, a “battersi” per un ideale, a “reagire” ad una ingiustizia, a credere nel modo sano di fare gruppo, a difendere il più debole.
Ma in quella discoteca Niccolò non era solo con i suoi aggressori; c’erano centinaia di ragazzi, c’erano migliaia di occhi, che guardavano, che si limitavano a guardare, che inermi mimavano la visione di un film. L’indifferenza totale però non era un film, era agghiacciante verità, complice di quella morte ingiusta e orrenda. Magari i suoi stessi amici avranno pensato che Niccolò appassionato di boxe, potesse cavarsela da solo. Nessuno ha reagito a quel pestaggio, nessuno ha mosso un dito. Forse il pensiero collettivo è stato “qualcuno prima o poi farà qualcosa“, ma gli accadimenti hanno raccontato che nessuno ha fatto nulla. Nessuno si è spaventato a tal punto da reagire, anche d’istinto. Perché istintivamente si dovrebbe reagire per salvare qualcuno in pericolo e Niccolò era in pericolo, era in pericolo sotto gli occhi di tutti. Uno, due, dieci, venti ragazzi tutti insieme se avessero voluto, avrebbero potuto salvare Niccolò da quella furia, da quella violenza sconsiderata e assurda.
Sì, sono tutti colpevoli.
Tutti coloro che sono rimasti a guardare. Siamo sempre colpevoli quando restiamo a guardare, o quando facciamo finta di  non vedere o quando ci facciamo convincere che è meglio “restarne fuori” che così è meglio.
Niccolò  ha reagito ad uno spintone, in tre lo hanno ucciso, tutti gli altri atteso il tragico epilogo prima di portarlo fuori di lì.
I dettagli di cosa sia successo per davvero saranno gli inquirenti a stabilirlo.
Non muore solo Niccolò; muore il buonsenso, muore la forza che muove le buone azioni, muore la generosità, muore l’indignazione, muore quello che con superficialità ancora ci ostiniamo a chiamare civiltà.
Il mondo nel quale Niccolò è morto è plasmato da odio, egoismo, disprezzo, disinteresse e provocazione.
L’incognita non è più la cattiveria che dilaga e che non si ferma, ed il nemico non è solo la violenza che si nasconde anche in luoghi dove invece dovrebbe regnare il divertimento e lo svago.
Il nemico di una società non più civile è la nuova tendenza che “ad un metro dal mio culo, accada quel che accada”.
Simona Stammelluti

Mi chiamo Niccolò, ho 22 anni. Avrei voluto fare l’imprenditore ma l’attività che avevo aperto non è andata bene e così con umiltà mi sono messo a fare il fruttivendolo, dividendomi tra il lavoro che inizia già a mattina presto e la mia passione per il pugilato”.

Queste sarebbero potute essere le parole di un qualsiasi ragazzo giovane, con sogni, passioni e sguardo puntato su quella realtà che molto spesso ti inganna, fino ad ucciderti.

Niccolò … ma avrebbe potuto essere anche Giovanni, Francesco, Matteo. Niccolò, un ragazzo che aveva una fidanzata, che era semplicemente partito con una comitiva di amici per la Costa Brava, in Spagna, dove avrebbe trascorso le sue meritate vacanze, ma che a casa non ha fatto mai ritorno, o meglio, è tornato in una bara, massacrato di botte, ucciso a calci e a pugni, da tre ceceni in una discoteca, tra l’indifferenza generale.

Dopo il pestaggio Niccolò non si è più ripreso, e dopo un giorno di agonia è morto. Quando suo padre è giunto sul posto ha trovato suo figlio attaccato ad una macchina, ma non vi era più nulla da fare.

Dramma per una famiglia, ma dramma anche per una società che sta perdendo colpi, che sta diventando sempre più indifferente, come se qualunque cosa accada non si sia più capaci di smuovere sentimenti, coscienze e indignazione.

Muore dunque un ragazzo, che potrebbe essere un nostro figlio, uno di quei ragazzi che proviamo a crescere cercando di insegnare loro a rispettare il prossimo, ad aiutare gli altri, a “battersi” per un ideale, a “reagire” ad una ingiustizia, a credere nel modo sano di fare gruppo, a difendere il più debole.

Ma in quella discoteca Niccolò non era solo con i suoi aggressori; c’erano centinaia di ragazzi, c’erano migliaia di occhi, che guardavano, che si limitavano a guardare, che inermi mimavano la visione di un film. L’indifferenza totale però non era un film, era agghiacciante verità, complice di quella morte ingiusta e orrenda. Magari i suoi stessi amici avranno pensato che Niccolò appassionato di boxe, potesse cavarsela da solo. Nessuno ha reagito a quel pestaggio, nessuno ha mosso un dito. Forse il pensiero collettivo è stato “qualcuno prima o poi farà qualcosa“, ma gli accadimenti hanno raccontato che nessuno ha fatto nulla. Nessuno si è spaventato a tal punto da reagire, anche d’istinto. Perché istintivamente si dovrebbe reagire per salvare qualcuno in pericolo e Niccolò era in pericolo, era in pericolo sotto gli occhi di tutti. Uno, due, dieci, venti ragazzi tutti insieme se avessero voluto, avrebbero potuto salvare Niccolò da quella furia, da quella violenza sconsiderata e assurda.

Sì, sono tutti colpevoli.

Tutti coloro che sono rimasti a guardare. Siamo sempre colpevoli quando restiamo a guardare, o quando facciamo finta di  non vedere o quando ci facciamo convincere che è meglio “restarne fuori” che così è meglio.

Niccolò  ha reagito ad uno spintone, in tre lo hanno ucciso, tutti gli altri atteso il tragico epilogo prima di portarlo fuori di lì.

I dettagli di cosa sia successo per davvero saranno gli inquirenti a stabilirlo.

Non muore solo Niccolò; muore il buonsenso, muore la forza che muove le buone azioni, muore la generosità, muore l’indignazione, muore quello che con superficialità ancora ci ostiniamo a chiamare civiltà.

Il mondo nel quale Niccolò è morto è plasmato da odio, egoismo, disprezzo, disinteresse e provocazione.

L’incognita non è più la cattiveria che dilaga e che non si ferma, ed il nemico non è solo la violenza che si nasconde anche in luoghi dove invece dovrebbe regnare il divertimento e lo svago.

Il nemico di una società non più civile è la nuova tendenza che “ad un metro dal mio culo, accada quel che accada”.

Simona Stammelluti

Con 35 voti a favore e 15 contrari, l’assemblea regionale siciliana ha approvato la norma che decreta il ritorno al voto delle Province siciliane.

Fallimentare, si è rivelato pertanto il tentativo del presidente della Regione Rosario Crocetta di abolire le Province in Sicilia causando più danni che ogni altra cosa.

Alla prima tornata utile i cittadini siciliani  avranno ancora una volta la possibilità di poter scegliere il Presidente della propria Provincia e i consiglieri regionali che in ogni caso saranno in numero ridotto.

Simona Stammelluti


Con 35 voti a favore e 15 contrari, l’assemblea regionale siciliana ha approvato la norma che decreta il ritorno al voto delle Province siciliane.
Fallimentare, si è rivelato pertanto il tentativo del presidente della Regione Rosario Crocetta di abolire le Province in Sicilia causando più danni che ogni altra cosa.
Alla prima tornata utile i cittadini siciliani  avranno ancora una volta la possibilità di poter scegliere il Presidente della propria Provincia e i consiglieri regionali che in ogni caso saranno in numero ridotto.
Simona Stammelluti