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I fatti si sono svolti durante i festeggiamenti del 1 maggio, in onore di S.Francesco sul lungomare di Paola dove un bambino di pochi mesi era in sofferenza respiratoria

Gli Assistenti Capo della Polizia di Stato Maurizio De Seta e Stefano Vocaturo, mentre erano di pattuglia, venivano contattati intorno alle 20.40 dai colleghi Sov. C. Federico Scarpino e Giorgio Tripicchio, che chiedevano loro un intervento urgente poiché un bambino di poco più di un anno,  aveva ingerito un corpo estraneo che gli ostruiva le vie aeree. La mamma del piccolo era in evidente stato di agitazione.

De Seta e Vocaturo, si portavano pertanto prontamente sul posto, con non poca difficoltà, considerato che in quel giorno festivo, vi era nei luoghi, una moltitudine di gente oltre al traffico bloccato nel centro cittadino. Attivando sistemi di emergenza visivi e sonori, sono così riusciti a giungere sul posto, anche spostando personalmente – ove necessario – le vetture di quegli utenti che presi dal panico, non riuscivano a dare spazio ai poliziotti impedendo loro di passare.

Giunti sul posto, i due poliziotti, hanno trovato il posto adibito ai soccorsi non più presidiato, considerato che gli addetti allo stesso, terminavano il loro turno alle ore 20. Il 118 era stato allertato, ma vista la gravità delle condizioni del piccolo Alessandro, De Seta e Vocaturo, hanno deciso nell’immediatezza di caricare il bimbo e la sua mamma sull’autovettura di servizio e di correre verso il locale nosocomio dove i sanitari del Pronto Soccorso dell’Ospedale Civile di Paola, hanno provveduto a rianimare il bambino.

La tempestività dell’intervento dei poliziotti, è stata dunque fondamentale per la sopravvivenza del piccolo Alessandro, che è stato poi trasferito presso l’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza, dove è rimasto per tutta la notte in osservazione.

I genitori una volta capito che il loro piccolo era fuori pericolo sono scoppiati in un pianto liberatorio, ringraziando gli operatori intervenuti, per aver salvato il loro bambino.

 

Simona Stammelluti

 

Paola (Cs) – E’ l’alba, quando i pellegrini raggiungono il santuario. Sono in migliaia coloro che hanno scelto di festeggiare il 1 maggio partendo a piedi, da molte località della provincia, per giungere in mattinata presso il santuario dedicato a San Francesco, il Santo eremita, che visse una vita piena di prodigi

 

E’ da poco passata la mezzanotte del 30 aprile, quando a piedi, zaini in spalla, i pellegrini – più o meno devoti al Santo – si incamminano per poi addentrarsi nella notte e nel fitto bosco, per attraversare la montagna oltre la quale c’è la meta, quel luogo così suggestivo, a tratti mistico, che si affaccia sul mare, che riconcilia con il mondo, che mette a tacere alcune paure e che regala il sollievo per l’anima.

Che di paure, ad attraversare una montagna in piena notte, ce n’è più d’una. Alcuni questo pellegrinaggio lo fanno per voto, lo fanno a piedi scalzi, incontrando sul proprio cammino anche il dolore fisico, oltre che la stanchezza. Ci sono intere comitive, tanti ragazzi, che quasi ci si domanda cosa muova una massa umana così corposa, verso un luogo di culto. Ci siamo fatti raccontare da alcuni di loro, se fosse la prima volta in quell’esperienza, il perché si fossero incamminati e cosa si aspettassero realmente appena giunti a destinazione.

C’è chi questa esperienza la fa ogni anno, e ogni anno vive una notte diversa; c’è che ci va per ringraziare il Santo e chi per chiedergli qualcosa che gli sta particolarmente a cuore. Ci sono ragazzi che vogliono passare un 1 maggio differente e chi, come Fabio, sceglie di recarsi in quei luoghi per la prima volta perché, pur essendo buddista, è rimasto affascinato dal carisma di quel Santo e quindi vuole fare quell’esperienza per “sentire” alcune cose; e quale dimensione migliore per avere qualche risposta, se non scrutando il buio, il silenzio e alcune difficoltà oggettive. Sì, perché quel percorso prima tutto in salita per raggiungere la cima della montagna, e poi tutta in discesa, incontra difficoltà reali come alcuni sentieri impervi, un fiume da guadare, animali selvatici, e poi ancora il freddo, la stanchezza e la paura di non farcela, di non riuscire a ultimare quel percorso.

Come tutti gli anni, qualcuno lungo il cammino si sente poco bene, viene soccorso e riportato indietro. C’è chi piange, perché ha un peso sul cuore e si commuove in un abbraccio di consolazione. C’è chi canta – perché come si dice “chi canta, prega due volte” – e chi si tiene silenziosamente per mano, almeno fin quando il sentiero lo permette. C’è qualcuno che resta indietro, che si accoda al gruppo successivo e poi mette a disposizione quel che ha: un po’ di cibo, una merenda, un po’ d’acqua.

La notte scorre lenta, ma a tratti sa accogliere i pellegrini con una luna meravigliosa e un cielo pieno di stelle. All’alba, migliaia di persone, in più tranche, arrivano a Paola, al santuario di San Francesco. Si è tutti stanchi, privi di forze, ma magicamente felici, come se quel posto fosse un premio per averci creduto fino in fondo.

Una volta arrivati, ognuno sceglie come disporre di quel nuovo giorno; C’è chi fa visita al Santo, chi segue la celebrazione della Messa, chi si butta sulla prima panchina disponibile per riposare per qualche minuto. E’ un colpo d’occhio incredibile, vedere tutte quelle persone che, arrivate in massa, poi si dividono, come se in comune avessero avuto solo la notte appena trascorsa.

A Paola si festeggia il Santo fino a domenica 6 maggio, con un programma di eventi sia sacri che profani, ma il pellegrinaggio a piedi, attraverso la montagna, resta il momento più suggestivo, che mostra la forza di tanti pellegrini che sono capaci di mettersi in cammino.

 

Simona Stammelluti – Claudia Badalamenti

 

E’ bello quando un musicista si alza in piedi, ti parla, ti racconta a voce prima ancora che in musica, il perché ha intrapreso quel preciso viaggio, e dove vuole provare a condurti. Poi, quel che si nasconde “dentro” un progetto musicale, lo scopri chiudendo gli occhi ed ascoltando, anche se quando sul palco c’è una elegante electroharp blu, è difficile non restarne visibilmente incantati. Non si vedono spesso arpe sui palchi nei quali si consuma la musica, (a meno che non si tratti di orchestre) ma il concerto di ieri sera, tenutosi al Teatro dell’Acquario di Cosenza, nell’ambito della rassegna “La Nave dei Folli” diretta da Carlo Fanelli, è stata un’esperienza rara ed appagante.

Sul palco ieri sera 4 musicisti siciliani – Rosellina Guzzo (arpa elettrica), Vincenzo Mancuso (Chitarre), Giuseppe Viola (fiati) e Matteo Mancuso (chitarra elettrica) – con una grande esperienza musicale alle spalle, che hanno deciso di dedicarsi ad un progetto che è un vero e proprio viaggio; un viaggio sonoro e di storia della musica, che parte da molto lontano, dall’Irlanda, che prima sfiora e poi si fonde alle sonorità e alle influenze mediterranee, mentre sul più bello decide di saltare l’oceano e arrivare sin sulle sponde del nuovo continente.

 

E’ stato come viaggiare stando comodamente seduti nella poltrona di un teatro, godendosi un concerto di grande atmosfera, che ti conduce per mano mentre cammini su quel ponte che unisce culture musicali così distanti, ben connotate, eppur così compatibili.

Un concerto che asseconda la musica celtica, le ballate irlandesi, una musica tradizionalmente acustica, con arpa che disegna la melodia, con le chitarre che fanno anche da base ritmica e con i fiati che impreziosiscono, che fanno da controcanto, da bilanciamento acustico, oltre che fare da risposta alle note prodotte da un’arpista che al suo strumento, sembra poter chiedere qualunque cosa.

Le musiche prodotte durante il concerto di ieri sera, hanno la straordinaria caratteristica di essere complesse ma non troppo, armonicamente orecchiabili e rifinite a tal punto che ogni nota trova il suo spazio come nella costruzione di un puzzle perfetto.

Il concerto è senza troppi vincoli, ed è questo che lo rende particolarmente interessante. I brani –  “Granelli di sabbia” e  “The secret garden” – hanno nomi che disegnano paesaggi e invitano a tuffarsi dal punto di alto di una collina irlandese, come se la musica di quell’arpa che interroga e fa domande semplici e appassionate, possa trovare risposte nelle emozioni che trasmigrano inevitabilmente da quel palco, in platea. E quanto più l’arpa suona note acute, tanto più la chitarra detta il tempo e introduce il suono dei fiati, che ieri sera sono stati più d’uno nelle mani di Giuseppe Viola. Chalumeau, kaval, speciali flauti di canna, caratteristici proprio della musica tradizionale, folkloristica mediterranea, per poi passare in maniera versatile al sax soprano.

Non so quanti anni abbia Vincenzo Mancuso, ma porta con se, nel suonare le chitarre, tutta la sua sicilianità oltre che l’esperienza ultradecennale di musicista della Rai, di collaboratore di Francesco De Gregori e di molti altri artisti noti. La rivelazione della serata lo “Special guest” è lui, il giovanissimo Matteo Mancuso, poco più che ventenne, ex enfant prodige, in partenza per la Berklee School, che suona la chitarra elettrica senza plettro (come i più bravi), che è capace di veri e propri virtuosismi, che è capace di incastonare le note del suo strumento nell’atmosfera della musica celtica, nelle sonorità che nascono tradizionalmente acustiche e pizzicate, e riesce a far scivolare la pioggia di note ritmicamente perfette, nelle trame dell’armonia dell’arpa.

I musicisti fanno poi un salto nella musica del Mississippi, musica dalle caratteristiche del tutto singolari. Molto bello il momento della serata in cui i due Mancuso, restano soli sul palco, per un omaggio a Django Reinhardt, chitarrista fuoriclasse, gitano, che del suo handicap (non aveva più due dita alla mano sinistra dopo essere stato vittima di un incendio) ne fece una virtù, diventando uno dei più virtuosi chitarristi, che nulla di convenzionale aveva nel suo modo di fare musica, tra il gitano e lo swing; lui che aprì la strada al solismo chitarristico.

Ieri sera in suo onore, Vincenzo e Matteo Mancuso hanno regalato al loro pubblico, un viaggio che parte dal mondo rom per arrivare agli Stati Uniti, eseguendo Nuages, Cherokee e Hungaria.

Tornati tutti sul palco, i musicisti riprendono il loro viaggio da una ballata irlandese, quelle che in quei luoghi vengono suonate per la gente, tra la gente e non solo come simbolo di folklore.

Bello quando Rosellina Guzzo racconta i brani, prima di intonarli con la sua arpa, prima di ricamarli con quell’arte di pizzicare le oltre 40 corde della sua strumento, che produce un suono rotondo che scorre lungo note acute e chiare, eleganti e incantevoli … è proprio il caso di dirlo. E così, “Down by the sunny garden” che parla d’amore, diventa un vero e proprio inno al rimpianto, con note che sono appassionate, e non tristi.

Molto buona la performance in “She Moved Through the Fair“, che come l’arpista racconta prima dell’esecuzione, parla di una donna che si allontana dal suo uomo, che però la rivede ogni notte in sogno. Avvolgente il suono del sax di Giuseppe Viola.

Resta impresso il suono del flauto e dell’arpa che suonano all’unisono, mentre la chitarra fa da tappeto, nel pezzo dedicato alle colline delle fate.

Ottimo l’interplay tra i musicisti. Sanno come dosare gli accenti, trovando ognuno il giusto spazio e sono così collaudati che suonano, senza guardarsi.

Sono passate le 23.00 quando il concerto si avvia al termine, anche se i musicisti non vogliono andar via e il pubblico non vuol lasciarli andare. Dopo due ore di concerto, arriva l’omaggio a Giuseppe Leopizzi, anima celtica, chritarrista siciliano prematuramente scomparso, che amava il suono di quelle terre lontane, che le corde della sua chitarra le accarezzava più che pizzicarle e che fu il primo a concepire quanto potessero essere compatibili i suoni mediterranei con quelli del nord Europa. Nell’82 fondò gli Aes Dana (“gente d’arte” in gaelico) – gruppo di cui la stessa Rossellina Guzzo ha fatto parte –  e diede vita al suo personalissimo folk celtico. In suo onore ieri sera è stato eseguito il brano Frontiera, un pezzo dal titolo emblematico e che nel 2000 vinse il prestigioso premio “Jhon Lennon Songwriting contest” attribuitogli da Elton John, Liza Minnelli, Carlos Santana.

Ringrazia i suoi genitori per essere giunti sin da Palermo per sentirla suonare, Rossellina Guzzo, e dopo aver raccontato la storia – che per molto tempo apparve solo come leggenda – di Lord Franklin, esploratore che sparì tra i ghiacci del mare del nord, si siede per l’ultima volta sul suo sgabello, accordando, coccolando e suonando quell’arpa che ha disegnato le tappe di un viaggio appassionato ed entusiasmante, che ha preso con se i due flauti suonati contemporaneamente nell’ultimo pezzo in scaletta, le chitarre dei Mancuso e ha fatto viaggiare gli spettatori lungo una linea invisibile che ha sorvolato culture e paesaggi, traducendo in musica le storie, le tante storie che fanno della musica, una continua leggenda.

 

Simona Stammelluti

Finalmente (ed era ora) il presidente del Consorzio Universitario di Agrigento, prof. Pietro Busetta esce allo scoperto e parla del futuro del Cua, alla luce delle ultime recenti notizie (ma in realtà durano ormai da almeno 4 anni) che danno il Polo Universitario della Città dei Templi in procinto di chiudere i battenti.

Il presidente Busetta, ovviamente, guarda lontano e ci mette anche un pizzico di ottimismo. Sostiene che “le voci di una imminente chiusura di certo non agevolano il prezioso lavoro che stiamo portando avanti. Il 2019 – continua Busetta – sarà l’anno della massima crisi ma nello stesso tempo stiamo lavorando per il rilancio sostanziale del Consorzio universitario di Agrigento”.

Si spera. Si spera anche perché la presenza del Magnifico Rettore in Consiglio comunale ad Agrigento, per riferire sulle sorti del Cua, non è stata assolutamente confortante. Di questo parleremo più avanti.

Busetta continua: “La crisi del Cua nasce da una volontà della Università di Palermo di volerne avere la governance, come peraltro è avvenuto a Trapani. Il ricorso al decreto Baccei del CUA, sotto la presidenza di Armao e la successiva presa di posizione del Governo regionale, hanno stoppato le mire di governo della Università di Palermo ed ora si è in attesa di un nuovo decreto , concordato tra Regione, Università e territorio che dovrebbe sciogliere tutti i problemi derivanti da un contrasto , ampliato dalle recenti elezioni regionali che hanno visto il rettore Micari candidato per il centro sinistra e quindi in una posizione contemporanea di parte politica e di parte tecnica.

In realtà l’università di Palermo con motivazioni relative  al contenzioso in atto con il Consorzio, ha deciso di tirare i remi in barca per quanto attiene al corso di Architettura, Giurisprudenza e incredibilmente di Archeologia, con la motivazione relative al credito , peraltro in contenzioso, vantato dalla stessa.

Un’altra tegola di un certo rilievo  – continua il presidente Busetta – è stata la pseudo abolizione delle Province , che hanno fatto venire meno importanti risorse.

A breve si avranno notizie molto interessanti sulle nuove iniziative del CUA, che è un organismo vivo e vegeto , in piena attività, che sta lavorando alacremente per incassare i crediti, per pagare i debiti, per avere nuove iniziative di formazione che interessino gli studenti agrigentini.  Tra l’altro – conclude Busetta – abbiamo promosso una riunione di tutti i Consorzi siciliani con Lagalla e Armao che hanno assicurato una certezza economica a favore degli stessi Consorzi per poter programmare serenamente il proprio lavoro”.

Ovviamente non siamo d’accordo quando sia il Magnifico Rettore Micari che il presidente Busetta sostengono che la chiusura delle Provincie regionali ha dato il colpo di grazia ai Consorzi.

Una giustificazione, questa, che serve solo a colpire le menti meno intelligenti. Cosa vuol dire “i soldi prima passavano dalla Provincia”? E quindi? Chiude la Provincia e muore tutto? Chiudono i Consorzi, non si rifanno le strade provinciali, non si mettono in sicurezza tutte le scuole del territorio?

Quando il nostro direttore Lelio Castaldo è intervenuto in Consiglio comunale rivolgendo al Magnifico Rettore queste domande, il numero uno dell’Ateneo palermitano è rimasto alquanto perplesso (oltre che zittito). E’ un passaggio obbligatorio il denaro a favore dei Consorzi attraverso le ex Provincie? Perfetto, facciamolo passare attraverso il Comune, la Camera di Commercio, un qualsiasi Ente, una qualsiasi Associazione Culturale!

Oppure, meglio ancora, se davvero c’è la volontà di salvare il diritto allo studio (e la dignità) a migliaia di studenti agrigentini, quei soldi destinati al Polo Universitario si potranno versare direttamente nelle loro casse. Il passaggio “obbligato” attraverso le ex Provincie sembra un pretesto tanto pericoloso quanto di infimo gusto, per negare, invece, una volontà evidente che non vogliamo né pensare né scrivere.

Il Rettore Micari, ad Agrigento, ha anche detto: “Avevamo soltanto 12 iscritti nel corso di Archeologia, così non si poteva andare avanti”.

Per forza che non si poteva andare avanti! Anche in questo caso l’intervento in Consiglio comunale del nostro direttore Castaldo è stato incisivo; Castaldo rivolgendosi a Micari ha detto: “Come si può pretendere che i giovani della provincia di Agrigento vengano ad iscriversi al Cua dopo che sono almeno cinque anni che si fa terrorismo politico – mediatico sulla imminente morte del Consorzio di Agrigento? E poi – ha continuato Castaldo – ha ricordato al Magnifico Rettore che proprio recentemente aveva definito il Polo di Agrigento come un cadavere…”. Di gusto assai discutibile.

Anche in questo caso il Magnifico Rettore non ha espresso alcuna parola.

Il problema serio è un altro; occorre solo la volontà di portare avanti una delle pochissime realtà positive esistenti in provincia di Agrigento. Tutto ciò è nelle mani del vice presidente della Regione Gaetano Armao, dell’assessore Roberto Lagalla e del Magnifico Rettore Fabrizio Micari.

Quest’ultimo non faccia tesoro con la storia del contenzioso e guardi avanti. Lagalla, invece, deve solo trovare i soldi. Il che non è assolutamente difficile.

Del resto, come gli assessori regionali riescono a trovare (in un periodo di profonda crisi) i soldi per i propri viaggi istituzionali (triplicandone le somme rispetto a prima), non dovrebbe essere così difficile reperire le somme che hanno il fine di ridare dignità a migliaia di giovani della provincia di Agrigento.

Per favore, smettetela. Anche voi non siete stanchi?

Fare un omaggio ad una grande attrice non è mai cosa semplice. Almeno non lo è nella misura in cui il carattere artistico è talmente spiccato e riconoscibile che si rischia di sbagliare il registro, esasperando alcune sfumature, puntando tutto sulle caratteristiche riconoscibili dell’artista stesso.

Ed invece in questo caso, l’omaggio che Max Mazzotta realizza e porta in scena per ricordare quella donna che tanto ha fatto ridere – da sola quanto in trio – avviene in punta di piedi, con garbo e maestria. Max Mazzotta è un attore e regista con una immensa conoscenza della materia teatrale, dei meccanismi e dei tempi che il teatro impone. E poi sa sempre come scovare l’attore giusto per quella “precisa parte” e mi va di puntualizzarlo perché diciamolo…spesso cose belle, finiscono per essere attribuite alle persone sbagliate che alla fine non rendono per come si dovrebbe, né il testo, né le intenzioni del regista.

Mazzotta firma la regia di “Tre tentativi per un sogno” che ieri sera si è consumato sulle tavole del palcoscenico del Teatro dell’Acquario di Cosenza (nell’ambito della rassegna Milf realizzata da “Il filo di Sophia”) calcato da una ispirata e talentuosa Graziella Spadafora, che ha incarnato non tanto le movenze di Anna Marchesini, quanto i sentimenti. E questo perché lo spettacolo non è un’insieme di gag note, ma un excursus gentile nel tempo che fu, in quella strada che pian piano si aprì nella vita di Anna Marchesini, dalla passione acerba per il teatro, scoperta in seguito alla visione di uno spettacolo, e poi quei “tre tentativi” per raggiungere un sogno, divenuto così tanto vero, reale, appagante, da trasformarla, “trasformandosi” in una serie di altre vite, esasperate nei caratteri tanto da far ridere.

Ed è come se la biografia della Marchesini fosse caduta, planata nelle idee e nella genialità di Max Mazzotta che la immagina lì, seduta al centro del palcoscenico, mentre racconta quel che fu, dall’inizio fino alla fine, a quella fine che nella vita dell’artista fu una specie di colpo di scena, imprevisto e spietato.

Graziella Spadafora, interpreta in maniera minuziosa e carismatica le intenzioni del regista e l’essenza del vivere di Anna Marchesini; la incarna, non la imita, le ruba la verve, non la copia, la disegna, non la duplica. Ci mette del suo, la Spadafora, ci mette il suo modo di concepire la comicità, quella capacità di far ridere che però in alcuni momenti cruciali, mentre cambiano le atmosfere e le realtà artistiche, sa anche far commuovere. Si veste, si sveste e si mostra al suo pubblico, mostrando le emozioni della Marchesini che furono essenziali, in quel vissuto di persona e non solo di personaggio pubblico. Graziella Spadafora sa bene come raccontare le ansie dell’attrice, le speranze a volte deluse, le paure, perché anche quelle fanno parte di quella donna che si trasformò in tanti personaggi, che poi sono sopravvissuti a lei e che ieri sera, sono arrivati al grande pubblico attraverso la bravissima attrice scelta da Mazzotta. Graziella Spadafora è stata Anna Marchesini che parla di sé,  e poi ancora “la Signorina Carlo-la cecata“, “la sessuologa“, e “la cameriera secca dei signori Montagné“. Li ha fatti suoi i personaggi della Marchesini e li ha riproposti al pubblico senza ostentare, ma raccontandoli come se in quel pubblico ci fosse lei, la Marchesini che – a mio avviso – avrebbe riso, si sarebbe commossa e avrebbe applaudito così come il pubblico in sala ha fatto, a scena aperta.

Mazzotta è riuscito a raccontare un’attrice completa, ironica ma anche sensibile, che si innamora del teatro dopo aver visto “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, e che poi parla con le sue piante e poi scrive. Racconta una donna che con compostezza e dignità ha affrontato una malattia invalidante, che poi l’ha strappata al mondo, ai suoi affetti, alle sue passioni.

Ottimo l’abbinamento delle musiche con i vari step in scena, come se ogni brano potesse essere il filo conduttore tra quei “tre tentativi per un sogno” e quelle domande che spesso finiscono per archiviarsi senza ricevere per forza la risposta giusta.

Che malattia è?” – si domanda la Marchesini nell’interpretazione della Spadafora. “E’ una strada stretta” – risponde il testo di “Sei nell’anima” di Gianna Nannini.

E poi conclude: “Ebbi cura di spostarlo, il silenzio, senza muoverlo”.

La comicità, la spontaneità e la schiettezza delle due attrici, che erano presenti entrambe ieri sera su quel palco, sono state le caratteristiche che hanno permesso ad un omaggio, di diventare magia.

 

Simona Stammelluti

 

Una stagione ben riuscita, quella del Teatro Dell’Acquario di Cosenza, che anche quest’anno ha realizzato un progetto di educazione teatrale per le giovani generazioni, e così, con Scuole a Teatro e con Famiglie a Teatro, sono stati portati in scena spettacoli adatti al giovane pubblico, ma sempre di grande qualità.

La stagione “Famiglie a Teatro” si è chiusa quest’oggi al teatro Morelli di Cosenza, con lo spettacolo La gabbianella e il gatto, con attori del Teatro Vascello di Roma, che ha portato in scena una delle più belle favole, nate dalla penna dello scrittore cileno Luis Sepùlveda e poi divenuto anche un film d’animazione. Ottima la regia – nel riadattamento di Manuela Kustermann – che è riuscita a fondere la morale della favola senza mai appesantire le parti recitate, spesso esilaranti, capaci di coinvolgere bambini e ragazzi, che hanno interagito ed applaudito la bravura dei giovani attori, che in un’ora e mezzo di spettacolo hanno raccontato la storia del gruppo di gatti, che accolgono la gabbianella così diversa da loro, per poi, più che insegnarle a volare, la incoraggiano a seguire la sua natura e la sua strada. Raccontate bene le morali della favola; dalla consapevolezza che le promesse vanno mantenute, a come ci si possa arricchire condividendo spazi e tempi con chi è diverso, sino ai sogni da non abbandonare mai. Gli attori, anche ottimi cantanti, hanno allietato una delle tante domeniche che la direzione artistica del Teatro dell’Acquario è riuscita a riempire con la collaborazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Le scuole durante tutto l’anno hanno aderito alla pregevole iniziativa, portando gli studenti ad assistere agli spettacoli in cartellone, oltre alla partecipazione a laboratori messi a disposizione dei ragazzi, che si propongono di sviluppare le capacità espressive e di comunicazione per mezzo del corpo e della voce, stimolando la concentrazione, la disciplina e tirando fuori le inclinazioni di molti di loro, che finiscono non solo per innamorarsi del teatro, ma anche per desiderare di farne parte.

Le compagnie intervenute per questa stagione sono arrivate da tutta Italia, portando spettacoli di grande qualità.

Simona Stammelluti

 

Fa impressione quel che noi giornalisti continuiamo a raccontare nelle ultime ore. 

Fa impressione almeno per un po’…almeno fino a quando per quello che si chiama “spirito di sopravvivenzanon si archivi l’ennesimo fatto di cronaca, impossessandosi dei propri personalissimi drammi, quelli che si riesce bene o male a tenere a bada, perché è più forte la vita che pulsa, rispetto al silenzio che fa così tanto rumore,  da strappar via a volte, anche l’ultimo barlume di lucidità. 

Sono fatti di cronaca che fanno tanto “share”, che fanno restare a bocca aperta più per il dispiacere che per lo stupore perché alla fine, non ci si stupisce quasi più di nulla. 

Quel dispiacere infilato nelle pieghe di giorni che sembrano tutti uguali, nei quali le persone agiscono come mosse da un moto perpetuo impossibile da fermare, in un tempo spesso troppo largo rispetto alla frenesia che regna sovrana, e nel quale se qualcosa ci va stretta, abbiamo tutto il tempo che necessita per scrivere un copione di quello che andremo a vivere, a mettere in scena quando quello che non sappiamo tenerle a bada diventa un’onta, una vergogna, una paura. 

E allora per mesi, ed anche per anni, si vivono vite apparentemente ideali, senza pecche, senza problemi, senza traumi. Almeno apparentemente. Perché poi alla fine quello importa; ossia che in apparenza non ci sia nulla che possa lasciare intravedere tutto quel mondo che sprofonda sotto i piedi, che inghiotte, e che fa in modo non vi sia traccia di tormenti, di paure, di sconforto e di quella voglia – che diventa protagonista – di farla finita. 

E la domanda che puntualmente viene fuori è:
ma nessuno si è accorto di nulla?
Non ha parlato mai con nessuno?
Ma non l’aveva una persona alla quale confidare le sue paure, le sue insoddisfazione? 

Perché diciamolo; siamo tutti un po’ insoddisfatti, siamo tutti perennemente alla ricerca di qualcosa che possa soddisfare il nostro ego, che possa mettere a tacere quella vocina che ci dice che siamo meno degli altri, che non abbiamo quanto gli altri. Siamo spesso costretti da quel vortice sociale a dover sempre dimostrare di essere all’altezza di qualcosa o qualcuno. 

Lo deve dimostrare la ragazzina quindicenne in sovrappeso che non ce la fa più a subire derisioni e si lascia travolgere da un treno,  il ragazzo bullizzato nei bagni della scuola perché gay, la mamma che si sente sfatta e inadeguata dopo un parto, il bambino di colore cacciato a malo modo da una giostrina perché “puzza”, la 25enne che forse, per accontentare tutti scontenta così tanto se stessa che non ce la fa più, dopo anni di finzioni, di teatrini, di copioni di cui non ricorda più le parole e che allora sceglie di spegnere la luce, spegnendo le aspettative di tutti…perché le sue, le porta via con se, gettandosi dal palazzo della cittadella universitaria che mai aveva frequentato e che era stata solo l’involucro di un alibi che non reggeva più. 

No, non sono “luoghi comuni” sono mancanza comune di attenzione che ha fatto sì che tutti questi casi ed altri ancora diventassero “di tutti i giorni”, quasi un cliché. Ma qui, sulla terra, non ne abbiamo di supereroi che scendono dal cielo volando e prendono al volo le ragazze sfinite dalla vita e dalle bugie a 25 anni mentre si gettano da 50 metri. 

Dovremmo tutti imparare ad essere un po’ supereroi, semplicemente smettendo di guardare ad alcune tragedie come a quel mondo che va come deve andare, usando i famosi cliché: “hanno tutto non sanno cosa vogliono”, “ma che gli mancava”. 

Ecco…manca sempre qualcosa. E quel qualcosa è spesso prima di tutto la presa di coscienza di chi sta dall’altra parte della barricata, di chi non ha più la sensibilità per subodorare una tragedia che si nutre di silenzi, di parole preconfezionate, di copioni scritti ad arte. 

Sprechiamo parole per dispiacerci, ma mai per interrogare cuori che sanguinano, bocche cucite dalla paura o occhi che provano a parlare ma poi restano muti, perché non riconoscono mai negli sguardi altrui, un probabile interlocutore. 

E dall’altra parte c’è chi si chiude nel silenzio, lì dove si annidano le peggiori tragedie.

Offendiamo, pretendiamo, minimizziamo. 

Siamo bravissimi nel terzo millennio a far questo. Ci atteggiamo a coloro che tutto sanno, ma non sappiamo domandarci mai se qualcuno possa nascondere un dolore o una fragilità dentro quella vita che sembra così adeguata, così impeccabile, così ben recitata.

Dove finiscono i sogni che da bambini pensavamo potessero diventare realtà, almeno qualche volta?
E quanto è spietata quella realtà, che ci costringe a tenere i piedi per terra e lava via i sogni sotto la pioggia di incertezze?

C’è un equilibrio così precario, in ognuno di noi. Eppure basterebbe che si urlasse, quando si ha paura di cadere.

Simona Stammelluti 

Indagato per concorso e favoreggiamento personale. Lui, Luciano Conte, marito di Isabella Internò, l’allora fidanzata di Denis Bergamini, morto in circostanze ad oggi ancora da chiarire il 18 novembre del 1989, quando la stessa Internò dichiarò che si era trattato di un suicidio.

Dopo innumerevoli tentativi di archiviazione, il caso è stato riaperto nell’aprile del 2017 dal Procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, su richiesta della famiglia Bergamini e del loro avvocato Fabio Anselmo, che mai hanno creduto alla versione del suicidio, così come se decenni era stato sostenuto. Nella stessa udienza fu disposta la riesumazione del corpo, sul quale poi sono state disposte delle perizie con tecnologie sofisticatissime che hanno appurato come la morte del calciatore fosse avvenuta per asfissia e dunque Denis è stato ucciso prima di essere coricato sotto le ruote di quel camion.

Ad oggi dunque, c’è un terzo indagato nella vicenda che riguarda la morte del calciatore. A Luciano Conte e a sua moglie Isabella Internò sono stati sequestrati i telefoni cellulari che saranno analizzati nei prossimi giorni.

Saltano alla cronaca, in queste ore, le intercettazioni telefoniche tra il Conte e la Internò, estrapolate da una inchiesta svolta 6 anni fa circa, dalle quali vengono fuori le conversazioni tra i due.

Dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” arrivano inquietanti le parole di quel dialogo:

Lui: “Di me non dire niente. Nel senso: Suo marito? Sì fa il poliziotto. Sempre sul generico. All’epoca? All’epoca ci sentivamo … ma era a Palermo. La verità…la verità…la verità… Nell’intimità non andare proprio. Il rapporto? Due ragazzini (frasi incomprensibili) Con tono educato, rispondi. Poche parole. Ma che rapporto? Era tormentato? Ma quale tormentato, era un rapporto normale, che magari all’epoca poteva essere … non fare o aggiungere, perché tutto quello che

Lei: “No, mai…primo. lo so…”

Lui: “Un rapporto normale. Ci lasciavamo, ci toglievamo. Il problema è che io non so perché questo ragazzo si è suicidato, non lo so proprio! Altrimenti lo avrei detto ventidue anni fa, non so il motivo perché si è…e non me l’ha confessato. Sono solo il testimone di un brutto episodio

Si noti come il Conte, imbocca a sua moglie Isabella Internò tutte le risposte da dare, alle probabili domande dei magistrati, considerato che all’epoca la donna era indagata per concorso in omicidio.

Risposte suggerite dal Conte sul rapporto con lui stesso che all’epoca era il suo fidanzato, e poi su quello che sua moglie non doveva sapere. E poi quella frase circa il fatto di essere solo il testimone di un brutto episodio.

Che la Internò sia un testimone di ciò che è realmente accaduto a Denis Bergamini, questo è fuor di dubbio.

Si riparte anche da qui, con un unico obiettivo: la VERITA’.

 

Simona Stammelluti

 

Erano gli anni ’30 e nel panorama musicale di quel tempo c’erano due signori, Billie Holiday e Lester Young, che insieme realizzarono una  serie di cose memorabili.

Potrei fare alcuni esempi, di quelli che saltano subito alla memoria: “That Way”, “Travlin’ All Alone” e “Easy Livin”.

Questi sono solo alcuni dei pezzi che li hanno visti vicini e complici. Ma la collaborazione musicale e l’amicizia personale che ci fu tra i due titani del jazz, ebbe svariate sfumature. Billie e Lester ebbero un incredibile rapporto intuitivo, quando capirono che avrebbero dovuto fare musica, insieme. 

Ascoltando le loro registrazioni, è chiaro che si ispiravano a vicenda, musicalmente, portando però in quel connubio parte della  proprio vissuto, della propria personalità e del proprio bagaglio emotivo.  

Cantare, per Billie Holiday era un modo per sopravvivere.
LEI, Eleonora Fagan, era nata “povera e nera”, a Baltimora nella primavera del 1915. Era cresciuta a Harlem, insieme a sua madre che lavorava come domestica.
Billie sosteneva che la depressione per lei non fosse nulla di nuovo, perché aveva visto sempre e solo lei, durante la sua esistenza e con lei era cresciuta.
Billie aveva 15 anni, quando si presentò in un locale di Harlem per fare un provino per un posto di lavoro da ballerina. Le dissero che non era “abbastanza brava”  per essere una ballerina e allora provò a cantare, li sul posto e fu così che scopri che le piaceva così tanto farlo, che avrebbe anche potuto pensare di fare quello, come lavoro, per sopravvivere. 

Il suo cantare così incisivo e sofisticato, la portò ad esibirsi nei club di Harlem, nei primi anni ’30, quando fu  scoperta dal un produttore discografico, John Hammond. Da allora incominciò il successo come una delle più grandi interpreti vocali americane di jazz e blues.

 LUI, Lester Young, tenorsassofonista, proveniva da una famiglia di New Orleans, nella quale erano tutti musicisti.
Quando aveva dieci anni, Lester suonava il rullante nella banda di suo padre, viaggiando in tutto il Midwest, con uno spettacolo itinerante, nei tendoni.
Fu durante la sua adolescenza, che partorì l’obiettivo di fare per conto suo. 

All’inizio della sua carriera, Lester fu sollecitato a “smorzare” quel suo stile musicale così unico.
Si pensi a quando cominciò a suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson, e la moglie del leader, lo costrinse ad ascoltare i dischi di Coleman Hawkins più e più volte, in un vano tentativo di convincerlo a rinunciare al suo approccio lirico e di imitarne lo stile.
Fu solo quando Lester si unì all’orchestra di Count Basie presso la Sala Reno a Kansas City nel 1934, che il suo stile ebbe la possibilità di fiorire.

Billie e Lester si incontrarono ad una jam session di Harlem nei primi anni ’30 e poi lavorarono insieme nell’orchestra di Count Basie, nei locali notturni di New York, sulla 52esima. Ad un certo punto della loro conoscenza, Lester si trasferì nell’appartamento che Billie Holiday condivideva con la madre, Sadie Fagan. La storia racconta che Lester era un grande appassionato di cucina casalinga e stanco di vivere a New York in stanze infestate dai topi d’albergo, decise di accettare l’invito di Sadie ad assaggiare le sue delizie e così lui decise di far parte di quella famiglia. 

Fu quello un piacevole cambiamento per Billie e sua madre, che si ritrovarono ad avere un uomo per casa, e Lester era sempre un vero gentiluomo. Tra Lester e Billie ci fu del “tenero”, in molti lessero un grande amore, anche se lei, ha sempre sostenuto che la loro relazione fu solo platonica. 

Fu lei a dare a Lester il soprannome di “Prez”, ossia “presidente” perché lui era l’unico in cima  nei suoi pensieri. Per Billie, Lester era il migliore, il più talentuoso di tutti, il più eclettico e insieme vissero gioie e dolori, trionfi e periodi di magra. A sua volta lui, diede a Billie il famoso soprannome, “Lady Day”.

E questo perché lei era una “signora”, sofisticata, schiva e schietta. E poi quel “Day” diminutivo di “Holiday”.

Quando a Billie fu chiesto di spiegare il suo stile di canto, rispose: “Non penso mai che sto cantando. Mi sento come se stessi giocando con un corno nel quale ci soffio di dentro. Cerco di improvvisare e quello che viene fuori è quello che sentite. Odio cantare “diritto”, devo sempre cambiare un brano a modo mio. Questo è tutto quello che so”.

E a proposito di Lester Young, Billie ha detto:“Per me Lester é  il più grande del mondo perché ama se stesso e la sua musica. I miei dischi preferiti sono quelli che ho fatto con Lester, perché mentre lui suona il suo sassofono tu lo ascolti e ci puoi quasi sentire le parole. “

 Lester Young e Billie Holiday erano entrambi anime particolarmente sensibili, facilmente ferite dai colpi duri del “music business” e dal razzismo palese, nell’America del 1930.  Per alleviare questo dolore, entrambi hanno trovato conforto nella droga e nell’alcool.

Lester Young morì il 15 marzo 1959 all’età di 49 anni. Billie Holiday lo seguì pochi mesi dopo, nel mese di luglio. Ne aveva 44, di anni.
Questi due vecchi amici finirono la loro vita in maniera tragica, insieme e il loro essere geni della musica e del jazz, fu logorato dall’uso pesante di droghe e alcool. 

Attraverso la loro eredità, lasciata in registrazioni e meraviglie – e che prossimamente vi racconterò –  Prez e Lady Day continuano a intrattenere il pubblico e di influenzare il corso della musica jazz.

 

Simona Stammelluti 

Ma santo cielo, ma non sono proprio contenti di nulla, questi italiani?!?

Fico rinuncia alle indennità che gli spettano, prende il bus e ancora tutti a parlare, a dire, a criticare? Ma insomma, signori, un po’ di contegno!

Magari si potesse rispondere così a tutti quelli che nelle ultime ore si stanno indignando. Perché diciamolo … non sono “proprio proprio” tutti ingenui, gli elettori del Movimento 5 Stelle e non sono neanche tutti così tanto sprovveduti.

E poi dopo il resoconto pubblicato direttamente dal movimento – evviva la trasparenza, Dio quanto ci piace la trasparenza – tutti ormai in Italia sanno che tutta questa passione per gli autobus, Roberto Fico non l’ha mai avuta; preferiva il taxi. Chiamalo fesso! Chi è colui che potendo usufruire di un rimborso per il trasporto, prende l’autobus (poi ne parliamo della condizione in cui viaggiano gli autobus a Roma) anziché un comodissimo taxi? Che poi un po’ di tenerezza la fa (come nell’articolo di ieri, sì) quella parte di elettorato che si è commossa, vedendo Fico scendere dall’autobus credendo che quello scatto fosse assolutamente accidentale. Dico, nell’epoca in cui se non hai uno “shooting” non sei nessuno, c’è chi ha creduto che fosse tutto naturale, senza filtro, senza posa.

Dai, su…facciamo i seri. Che Fico sa benissimo che dovrà prendere l’auto blu, perché ricopre una carica importante, perché così come hanno fatto tutti prima di lui, ha una scorta, e non si può permettere di mettere a rischio né la sua, né tanto meno la vita degli altri. Si sono giocati la carta del marketing politico (sì, come sull’articolo di ieri) e ha funzionato. Ha funzionato per quella parte di elettorato che ha una voglia spasmodica di cambiamento, a cui non frega nulla se è tutto vero o se c’è una sceneggiatura dietro, basta che si respiri un’aria diversa, che si veda fare qualcosa di nuovo. Ricordiamo a chi ha la memoria un po’ corta, che Ignazio Marino, quando fu Sindaco di Roma, girava in bici, senza fotografo a seguito, però.

Se avessi tempo, mi metterei alle calcagna di Fico, per vedere quanto dura questa storia dell’autobus. A proposito notizie in merito, nella giornata odierna? Non penso. Ormai abbiamo archiviato anche quello.

E se qualcuno – di quelli proprio fedelissimi – si è chiesto che ne sarà dell’aereo presidenziale, vorremmo ricordare che quel mezzo, non è di proprietà privata del singolo, ma messo a disposizione delle autorità per gli spostamenti internazionali, quindi se dovesse servire, pure con la camicia di forza, ci salirà anche il neo Presidente della Camera, che sembra un appartenente all’ordine dei carmelitani scalzi, ma che alla fine farà quello che si deve fare, appena ripone l’euforia del momento.

E allora rispondo da qui, alle tante persone che mi hanno intasato la posta, dicendomi che dovrei essere grata a colui che ha rinunciato alla sua indennità di parlamentare e rispondo dicendo che i politici si sono mangiati l’Italia non certo prendendo le indennità che spettano loro, ma con il malaffare, la corruzione, la concussione, le politiche clientelari, i nepotismi e con le cattive usanze tutte nostre italiane. 
Anche perché con 4 mila euro al mese gli yacht non si possono comprare.
Di che campa Fico, se rinuncia all’indennità?
Mio marito senza il suo stipendio di dipendente dello Stato, non potrebbe campare.
C’ha di suo, quindi non ha bisogno di quella indennità – dirà qualcuno.
Un professionista che fa bene il suo lavoro deve assolutamente essere retribuito, altrimenti diventa un hobby e sinceramente la politica non può essere un passatempo.
Io il progetto di una casa, non lo affido a chi fa l’ingegnere per hobby.

Per ora mi sembra tutto un po’ poco, un marketing ben orchestrato; attendo che si portino in pari i conti pubblici; magari alla prossima tornaa, anche noi che oggi siamo meno impressionabili, voteremo per il movimento.

Ad oggi mi piace pensare che gli elettori del M5S non siano poi una massa informe di persone facilmente impressionabili, mi piace constatare che non sono tutti alla ricerca di un gesto qualsiasi, purché si faccia, ma che è in grado di capire che in politica, nulla è a caso, né alleanze, né rinunce, né scelte. Che poi sono le stesse che distinguono l’essere umano raziocinante, da coloro che hanno la porta del giudizio critico, troppo stretta.

Ah dimenticavo: ci sarebbe anche la questione del “cambio di paradigma”, ma quella, ve la racconto alla prossima puntata.

 

Simona Stammelluti