Home / Articoli pubblicati daSimona Stammelluti (Pagina 36)

L'immagine è di proprietà del Sicilia24h.it - vietata la riproduzione -

«Chi mente, se anche non scoperto, ha la punizione in sé medesimo; egli sente che tradisce un dovere e si degrada»

(Silvio Pellico, da Dei doveri degli uomini.) – Fonte Wikipedia –

Noi giornalisti, amati e odiati.
Noi, buoni e cattivi, capaci, meno capaci ed incapaci.
Noi, incorruttibili, corruttibili, corrotti.
Noi, che ci comprano con poco e ci svendono per nulla.
Noi, che ubbidiamo solo al lettore, o che invece ubbidiamo ai poteri forti.
Noi, che scegliamo di parlare sempre o noi che stiamo zitti, sperando che nessuno si accorga che siamo stati zitti fin quando l’onda anomala non sia passata.

Embè, l’onda anomala qualcuno però dovrà pur raccontarla, soprattutto in un paese dalla memoria sempre troppo corta, che dimentica in fretta, che vive simpatizzando senza mai andare fino in fondo, che oggi “bla bla bla” e domani “che noia”.
Noi, che – prendendo in prestito l’espressione di Giacchietti verso Speranza all’assemblea Pd –  “abbiamo tutti un po’ la faccia come il culo” e alla fine “basta che se ne parli” (quando se ne parla), e poi torna tutto come prima, vendita di libri compresa.

La notizia che nelle ultime ore sembra essere sfuggita alla cronologia e dunque riesumata da una tomba con epitaffio 2015  (fosse mai che Saviano stia uscendo con un altro best seller?!) è quella della sentenza della Cassazione che ha condannato Saviano per aver copiato tre articoli poi inseriti nel suo Best Seller, Gomorra, che ha venduto circa 10 mln di copie.

Appropriarsi di parole che non sono proprie, non si confà né ad un giornalista né ad uno scrittore; che poi é noto quanto noi scrittori si debba dichiarare – una volta consegnato un manoscritto ad una casa editrice che scelga di renderlo pubblico – che quanto scritto si riferisce alla fantasia dell’autore, o ad una libera interpretazione di fatti o di indagini personalmente condotte; in tutti gli altri casi, c’è l’obbligo di segnare a margine una bibliografia che citi tutte le fonti utilizzate per la stesura di una eventuale opera.

Saviano lo sapeva? Non posso rispondere per lui, ma non é certo uno sprovveduto, né un ingenuo. Forse un po’ furbo o forse troppo immedesimato in qualcuno dei suoi personaggi tanto da pensare di essere immune da qualsiasi norma o da critiche …Cose da dilettanti, però!

La Cassazione, sentenza definitiva e quindi inappellabile, conferma l’accusa di plagio, però si legge anche che “il risarcimento è proporzionato al fatto che quei tre articoli copiati non avrebbero potuto decretare il successo dell’opera di 331 pagine”, perché un giudice, nell’ambito del proprio libero convincimento, ha deciso che un articolo di stampa pubblicato da una remota testata giornalistica di provincia non avrebbe potuto decretare tale successo (quasi quasi dovrebbero ringraziarlo per aver loro concesso qualche istante di notorietà!)

Beh io proverei a togliere quelle pagine che riportano gli articoli e poi vediamo come si procede, nella narrazione dei fatti.

Ma proviamo a tracciarlo, un profilo dello scrittore che spesso è in TV (dove presumibilmente presto tornerà) con i suoi monologhi sulla correttezza, su come si vive, su cosa sia il rispetto, su come si accettano i propri limiti, ma evidentemente vale solo per gli altri. Un mix Saviano, un po’ inquisitore un po’ Ghandi.

Non si può pensare che uno come Saviano, commetta sbagli così grossolani, o che ingenuamente cada.

Diciamo che i sistemi nei quali si muove sono abbastanza blindati. Grandi case editrici, giornali sui quali ha sempre come dispensare parole in libertà, le TV che gli concedono spazi privilegiati.

E poi ci siamo noi, i giornalisti … quelli amati e odiati.
Noi, NOTI O SCONOSCIUTI, buoni e cattivi, capaci, meno capaci ed incapaci.
Noi, incorruttibili, corruttibili, corrotti.
Noi, che ci comprano con poco e ci svendono per nulla.
Noi, che UBBIDIAMO SOLO AL LETTORE, o che invece ubbidiamo ai poteri forti.
Noi, che scegliamo di parlare sempre o noi che stiamo zitti, sperando che nessuno si accorga che siamo stati zitti fin quando l’onda anomala non sia passata.

Ad oggi comunque non ho ancora deciso se mi rattrista più un Saviano che copia, o un Papa che impreca.

Simona Stammelluti

Cosenza – Si è tenuta oggi presso l’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Cosenza, la prima udienza dibattimentale del processo che vede alla sbarra il trentanovenne Luigi Galizia, accusato dell’efferato duplice omicidio di Edda Costabile di anni 77 e Ida Maria Attanasio , 52

I fatti risalgono al 30 ottobre del 2016 quando le due donne furono brutalmente assassinate a colpi di arma da fuoco all’interno del cimitero di San Lorenzo del Vallo, piccolo centro del cosentino, mentre erano intente a prendersi cura della cappella di famiglia all’interno della quale è custodito il corpo del loro congiunto, Francesco Attanasio, morto all’incirca 30 anni fa, in un incidente. L’anziana donna fu freddata proprio davanti alla cappella, mentre sua figlia Ida Maria – che aveva provato a sfuggire al massacro scavalcando un piccolo muretto che separava la cappella di famiglia da una confinante – trovò la morte poco distante da quei luoghi.

Circa l’ipotesi di responsabilità del Galizia Luigi bisognerebbe fare qualche passo indietro quando, qualche mese prima, nell’aprile dello stesso anno, Franco Attanasio junior, si autoaccusò dell’omicidio di Galizia Damiano (fratello dell’odierno imputato), avvenuto nella zona universitaria di Rende, per questioni legate a debiti che l’Attanasio aveva contratto con il Galizia, e che in quell’occasione reclamava la restituzione della somma prestata; il tutto poi finito, al culmine del diverbio, con l’omicidio.

Sempre l’Attanasio Franco Junior –  a tutt’oggi detenuto per tale omicidio – dopo essersi costituito, condusse gli inquirenti in un garage sempre in agro di Rende, facendo rinvenire un arsenale di armi da fuoco, a suo dire riconducibili alla stessa vittima Galizia Damiano.

Nel mese successivo però – siamo a maggio del 2016 – vi furono le prime avvisaglie di un probabile piano ritorsivo nei confronti della famiglia Attansio, allorquando venne incendiata la cappella di famiglia, la stessa che è stata teatro della strage delle due donne ignare ed incolpevoli, se non di essere sorella e madre del detenuto Franco Junior.

Nella giornata di oggi, davanti al presidente della corte D’Assise, giudice Giovanni Garofalo, il Pm Dott.ssa Giuliana Rana del tribunale di Castrovillari, e gli avvocati delle rispettive parti, si è proceduto alla audizione dei primi teste della corposa lista ammessa al dibattimento.

Ascoltati in ordine di comparizione, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Cosenza che effettuarono i primi rilievi e il sopralluogo nel cimitero di San Lorenzo del Vallo; Il custode del cimitero Giuseppe De Marco; Anna Mirto (cugina di secondo grado dell’imputato); presente anche un fioraio che però non è stato ascoltato considerato che le parti hanno trovato un accordo circa le precedenti dichiarazioni rilasciate.

I Carabinieri hanno ricostruito sulla base degli oggettivi elementi rilevati nel corso della loro attività tecnica, le modalità, tempi e dinamiche dei concitati momenti relativi all’efferato duplice omicidio, di come l’anziana donna sia stata uccisa a ridosso della cappella di famiglia e del disperato ed inutile tentativo di fuga di Ida Maria raggiunta e uccida qualche decina di metri dopo. Gli stessi hanno analizzato la scena del crimine, la probabile via di fuga tentata da Ida Maria e stabilendo come l’assassino si sia accanito contro le due donne, esplodendo loro contro, almeno dieci colpi di pistola calibro 380 auto. Agli stessi specialisti dell’Arma è stato inoltre richiesto di confermare la presenza di mozziconi di sigaretta marca Merit rinvenuti proprio nell’intercapedine a ridosso della cappella della famiglia Attanasio.

E’ stata poi la volta del custode del cimitero, che ha ricostruito dalla sua prospettiva e rispondendo alle domande del Pubblico Ministero, degli avvocati e del Presidente, la successione dei fatti cui ha assistito. Lo stesso ha raccontato di come all’inizio si fosse pensato allo scoppio di alcuni petardi, e come, a seguito della fuga in massa dal cimitero, abbia poi scoperto della morte della donna. Lo stesso ha poi saputo dalla signora Anna Mirto, che all’interno del cimitero vi era anche Ida Maria, pertanto lo stesso custode percorrendo le stradine del luogo,  si è poi imbattuto nell’altro cadavere. Il De Marco, ha altresì raccontato di aver verificato che l’anziana donna era ancora viva, quando lui è giunto sul posto e che ha subito provveduto ad allertare il 118, richiamato subito dopo aver scoperto l’altro corpo, chiedendo un ulteriore intervento dei sanitari. Non è stato semplice ricostruire con dovizia l’esatta sequenza cronologica dei fatti di quella mattina. Ci sono stati anche dei momenti di nervosismo, mentre si chiedeva al custode di spiegare tutte le vie di accesso e di probabile fuga del cimitero. La signora Edda, era stata la maestra elementare del De Marco e lo stesso lo ha raccontato spiegando al PM come conoscesse le donne. Ha dichiarato di aver sentito almeno 6 spari.  Rispondendo ancora alle domande sempre più incalzanti del Pm, il De Marco ha dichiarato di conoscere il Galizia, ma di non averlo visto quella mattina.

Il teste successivo è stata la signora Anna Mirto, che, non avvalendosi della facoltà di astenersi dalla testimonianza in virtù del rapporto parentale con l’imputato,  ha dichiarato di esserci recata quella mattina del 30 ottobre 2016 al cimitero dopo la messa, e dopo essersi recata nella sua residenza per raccogliere delle rose da portare con se. L’orario che la donna ha indicato come quello nel quale ha varcato l’ingresso piccolo della facciata principale del cimitero è 9.45 circa. Ha raccontato di aver incontrato le due donne, mentre si recava alla fontana e di averle viste entrare dall’accesso laterale, di averle salutate chiamandole per nome. Anche la signora Mirto ha dichiarato durante la deposizione, di aver creduto fossero petardi, a seguito del primo sparo udito, considerato che nel cimitero vi erano intere famiglie con bambini, e che era vicina la festa di Halloween. Allo sparo successivo, la signora Mirto si è messa a correre nella direzione della fontana. Oltre che alcune discrepanze nella ricostruzione dei fatti, alla teste il Pm ha contestato dichiarazione rilasciate dalla stessa donna alla PG nell’immediatezza dei fatti, evidenziando forti contraddizioni con il narrato odierno. All’epoca dei fatti la stessa dichiarò come testualmente contestato dal Pm “di aver a sentimento intuito che si potesse trattare di un gesto contro gli Attanasio“, dichiarazione poi ritrattata in aula.

Nel mezzo delle audizione vi è stato il conferimento di incarico al perito che si occuperà della trascrizione integrale delle intercettazioni ambientali ammesse al processo.

La prossima udienza  è fissata per il prossimo venerdì 13 ottobre, con un altro consistente numero di teste da ascoltare.

Cruciale sarà la deposizione del perito Dott. Aldo Barbaro, che ha analizzato tutti i reperti raccolti dai Carabinieri nel corso delle indagini.

Simona Stammelluti

Nuovo passo avanti nel caso della morte del  ventinovenne Vincenzo Sapia, avvenuta il 24 maggio del 2014 a Mirto Crosia, piccolo centro del cosentino, per cause ancora da accertare e per la quale a tutt’oggi, risultano iscritti tre indagati.

Nella giornata odierna, il giudice Dott. Luca Colitta della Procura di Castrovillari, accogliendo la richiesta di incidente probatorio del Pm ha conferito incarico peritale ai dottori Pietrantonio Ricci (esperto in medicina legale) e Francesco Peticone (esperto in malattie cardiovascolari), sussistendo la necessità di una consulenza medico-legale collegiale, con il concorso di esperti in medicina legale e cardiologia.

I due consulenti, ai quali è stato conferito l’incarico – e che oggi in aula hanno giurato – avranno 90 giorni a disposizione per rispondere a molteplici quesiti tra cui l’indicazione espressa su un eventuale ruolo concausale del decesso del Sapia con la condotta degli indagati.

Presenti in aula la famiglia Sapia e il loro legale Avv. Fabio Anselmo, grazie al cui operato la Procura di Castrovillari ha deciso di riaprire il caso, rigettando la richiesta di archiviazione, che se accolta non avrebbe permesso di appurare – contro ogni ragionevole dubbio – le reali cause e le eventuali responsabilità circa la morte del giovane Sapia
Simona Stammelluti

Un progetto nobile, un tour che porta Telesforo e il suo quintetto in giro per lo stivale e un modo straordinario di fare musica. Un concerto inserito in una rassegna – il Settembre Rendese, la cui sapiente direzione artistica è stata affidata a Marco Verteramo – che si è conclusa con il meglio del panorama jazzistico italiano ed internazionale

Gegè Telesforo mi offre un caffè, appena ci incontriamo. Chiacchieriamo un po’, nella modalità di due persone che non si sono mai incontrate prima; scopriamo di aver fatto la stessa scelta di vivere fuori mano rispetto ad una grande città e poi cerchiamo un posto dove fare l’intervista che ha deciso di concedermi.

Ti accorgi subito che non è solo un musicista, solo un cantante. Telesforo è un mondo a se, fatto di ispirazione, di curiosità, di talento e di una conoscenza e competenza infinita del mondo musicale. Staresti ad ascoltarlo per ore, se non fosse che il tempo scorre, si fa buio, e di lì a poco salirà sul palco. Tutto questo mentre nella mente mi scorrono i ricordi di Gegè Telesforo conduttore di DOC, la trasmissione televisiva trasmessa negli anni 1987/89 di cui ricordo praticamente tutto. Nella intervista ne parliamo, anche.

E’ austero, schietto, fa una battuta su quanto noi donne si sia “troppo sprint, a volte“. E’ un professionista straordinario. E’ un fuoriclasse. E la cosa che più colpisce, è che porta con nonchalance sulle spalle non solo il successo ed i riconoscimenti mondiali, ma anche l’apporto culturale che a tutt’oggi dà al mondo della Radio e della Tv, che – forse sarebbe il caso di sottolinearlo – è completamente omologato e a tratti mediocre.

Sono le 22 e 30, quando con il suo quintetto sale sul palco e incomincia uno dei migliori concerti ai quali io abbia mai assistito. Lo scat – il fulcro del suo cantare che l’ha reso celebre in tutto il mondo – è così fluido e così prorompente,  che lo capisci subito che è un dono, e non solo il risultato di un costante allenamento. Gegè Telesforo, il miglior improvvisatore vocale contemporaneo, sembra camminare in equilibrio perfetto tra jazz e funk, vestendo tutte le sfumatura R&B, mentre il ritmo – quello che lui non perde mai – è impeccabile. Impeccabile come i suoi musicisti da annoverare tra quelli di maggior caratura artistica. Certo, quel quintetto così ben temprato e affiatato, è capace di mandare il pubblico in visibilio, perché dotato di un talento che è impossibile passi inosservato.

Il suo concerto è un vero e proprio spettacolo, trasbordante di energia, di versatilità; uno spettacolo che non manca di nulla, neanche di quella intelligente ironia che Telesforo usa quando presenta i suoi musicisti: Alfondo Deidda al sax contralto e flauto, Giuseppe Bassi al contrabbasso, Dario Panza alla batteria e Seby Burgio al piano. Due nomi molto noti al mondo del jazz, e due nuove leve, ma tutti vestiti di talento e umiltà. Nessun divismo, solo tanto amore per il jazz e per la musica che – come dice lo stesso Gegè – è soprattutto studio e disciplina. Parla dei suoi compagni di avventura, Telesforo, gli stessi con cui ha condiviso centinaia di concerti, scorribande radiofoniche e televisive, e quel tour “Soundz For Children” che nasce con lo scopo di unire musica e solidarietà, finalizzato a trasmettere ai bambini i valori del rispetto e dell’inclusione attraverso la musica.  Scherza sulla storia musicale della famiglia Deidda, musicisti di massimo livello, sulla “chiamata” ricevuta da Bassi dal jazz, sulla versatilità assoluta di Panza, che ieri sera ha festeggiato il suo compleanno suonando, e su Burgio, al quale la Yamaha chiede “come suonino” i pianoforti.

Come diceva Count Basie, non ci pagano per le due ore di musica, ma per le 12 ore di viaggio” – dice. Il pubblico ride e applaude. Telesforo ringrazia più volte coloro che hanno scelto di essere lì, malgrado la fredda serata settembrina. “Mai dare nulla per scontato“, dice con sincerità, e poi racconta: “la musica…quella di cui mi sono ammalato, la stessa che mi ha tenuto lontano da certi ambienti, quella che oggi è la mia migliore terapia contro gli acciacchi fisici e psicologici. Lei, la musica, che è un linguaggio universale, che abbatte le barriere, che diverte ed emoziona. E poi commuove; ed è con questo spirito che abbiamo voluto abituare i bambini a credere nella musica che è anche disciplina“.

Il concerto è un susseguirsi di pezzi, capaci di concatenare come in una maglia aggrovigliata, l’improvvisazione vocale, i duetti voce-sax con Deidda, gli assoli dei musicisti che sembrano senza fine e quel perfetto interplay, che regna sovrano lì dove ogni voce ha il suo spazio, ed è capace di cedere al momento giusto, la parola all’altro.

Freedom jazz dance, apre il concerto ed è subito atmosfera. Mentre canta, Telesforo suona il tamburello, e sin da subito gli assoli di Alfonso Deidda, raccontano il suo modo di suonare, maturo, espressivo, moderno, capace di far sembrare semplice quel linguaggio così complesso.

I brani, scelti tra l’album FunSlowRide, e quelli che in passato hanno raccontato la maturità del grande grooveman, hanno tenuto un’intera platea in quella dimensione che prevede attenzione e voglia di lasciarsi condurre lì dove lo stile di Telesforo ti porta, rapendoti e catapultandoti nel suo mondo.

Gli assoli durante il concerto sono stati i punti di spicco; Dallo scat impeccabile del jazz vocalist, alle prodezze al piano di Burgio, all’estro e le atmosfere in crescendo di Alfonso Deidda al sax contralto, all’abilità tecnica ed espressiva di Dario Panza alla batteria – che è riuscito nell’assolo finale a zittire un’intera piazza, poi esplosa in un roboante applauso – alla padronanza interpretativa e non solo tecnica di Giuseppe Bassi al contrabbasso, lo stesso musicista che a New York, in un locale fu capace di litigare (bonariamente) con un pianista di colore, al secolo Robert Glasper, perché non riuscivano a mettersi d’accordo sul genere da suonare. Problema di gusti!

In quel quintetto, scorre fluido il talento; Si insinua tra il suono degli strumenti e gli arrangiamenti che sono lo specchio di quella passione che viene da lontano, che si è affinata nel tempo e che ha conservato tutta la raffinatezza di uno stile che varia, ma che ruota intorno al jazz, sempre.

I’m so cool“, mette in moto tutto il mondo di Telesforo. Dal motivetto che ti si appiccica addosso e ti scorta fin sotto casa, al groove che non ti lascia andare, a quel sapore un po’ retrò che ammicca e che affascina.

Versione emozionante, soul, di “no woman no cry“, e poi – nel bis – quel brano così intimo che racchiude in se una dedica per sua figlia, e che si intitola Next, scritto da Telesforo per raccontare come alcune cose finiscono, ma non si perdono mai, quando conservano un comune modo di amare.

Duttilità, un sapiente impasto sonoro, virtuosismi e tanto talento. Questi gli ingredienti del live di Gegè Telesforo e del suo quintetto.

Resta una serata da incorniciare, resta il suo modo di essere affascinante fuori dal palco ed irresistibile, quando si esibisce, per quello che fa e per “come” lo fa.

Io ho sentito tutto un percorso musicale ed artistico, in quelle due ore di concerto; ho sentito una perfezione che è tipica di chi conosce molto bene una materia; ho sentito la forza prorompente di una passione condivisa; ho sentito suoni, colori e sfumature della musica afroamericana; ho sentito un musicista curioso, che ama profondamente il suo lavoro, che non lo improvvisa, ma che improvvisa su tutte le note che conducono lì dove forse, tu che ascolti, non sei stato mai.

Simona Stammelluti

L’intervista completa a Gegè Telesforo a questo link : watch?v=OpZIma5hrGk&t=577s

La notizia è solo di ieri, ma oggi ce ne siamo già belli che dimenticati.
Tanto una notizia sulla discriminazione razziale, o su quanto i “negri” siano esseri inferiori, su quanto facciano schifo, puzzino, portino malattie, rubino il lavoro, siano violenti e stupratori, è all’ordine del giorno. Quasi non fa più manco notizia. E se di regola una notizia è vecchia dopo 4 ore, ci sono notizie che invecchiano praticamente all’istante, soprattutto quando sono scomode, quando fanno fare brutta figura ai bianchi, agli intoccabili.

Sono scomode quando i bianchi sono protagonisti di fatti che mostrano quanto siano loro, a violentare e stuprare, che mostrano come siano loro, a portare malattie andando all’estero senza vaccinarsi adeguatamente, o quanto siano loro a rubarsi il lavoro vicendevolmente, perché ormai non si ha rispetto più di nulla, e quella che un tempo si chiamava leale concorrenza, oggi si chiama svendita di dignità.

Ma la notizia (scomoda) di ieri, è quella che annovera tra i bianchi, gente che fa proprio schifo, non solo perché delinque, ma perché discrimina con un tale odio, che meriterebbe di essere trattato così come tratta fino alla fine dei propri giorni, dopo un periodo di lavori forzati, senza più diritti, senza più la possibilità di fare una qualunque tipo di richiesta.

La notizia, semmai ve la foste dimenticata anche se è solo di ieri, è quella che a noi giornalisti è arrivata ieri mattina alle 07:09 attraverso un comunicato stampa dal titolo “Operazione Lavoro Sporco“. La notizia è quella di due fratelli arrestati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravata dalla DISCRIMINAZIONE RAZZIALE; Oltre al sequestro di beni, per circa 2 milioni di euro.

Già leggere che vi è una forma di sfruttamento di rifugiati ospiti di centri di accoglienza, porrebbe il lettore nella condizione di notare l’ossimoro che vede nella stessa locuzione la vicinanza di parole come sfruttamento e accoglienza. Ora, senza voler fare a tutti i costi i buoni della situazione, è davvero drammatico pensare di poter sfruttare, ciò che invece qualcuno sta cercando di accogliere, con tutto quello che può stare dietro ad un’operazione di accoglienza, che oltre ad essere un diritto, prevede prima fra tutto la comprensione di alcune necessità che sono umane, sì, ma sopratutto oggettive. I rifugiati – che non hanno un’altra scelta – hanno bisogno di un “rifugio”, di cibo e di un atteggiamento di cordialità ad accoglierli.

Invece no; Stando alla notizia diramata dalle forze dell’ordine questi rifugiati – che ribadiamo sono tali, perché non hanno sceltasono stati sfruttati, e quindi non considerati in diritto di essere accolti.

Forse prima di adentrarci sul come, questi rifugiati siano stato sfruttati, sarebbe il caso di ricordare che l’attività di “caporalato”, è un’attività criminale, volta all’elusione della disciplina sul lavoro, mirante allo sfruttamento illegale e a basso costo di manodopera agricola.

E dunque, come sono stati sfruttati i rifugiati che invece dovevano essere accolti? Perché è questa la cosa ignobile, che va oltre qualunque forma di delinquenza e di reato. Il comunicato recita che “i rifugiati africani si trovavano a lavorare nei campi, assieme ad altri lavoratori in nero, che provenivano dalla Romania, dall’India, ma – questo è il punto cruciale dell’ignominia – la paga variava in base al colore della pelle“.

I BIANCHI avevano diritto a 10 euro in più degli AFRICANI che prendevano pertanto solo 25 euro al giorno anziché 35. E ovviamente, tutto in nero. Perché a loro, ai due fratelli di Amantea, adesso agli arresti domiciliari, piace la parola “nero“, ma solo in relazione a quello che in realtà era il loro tornaconto. Però il colore nero della pelle dei lavoratori sfruttati, non era gradita.

Spesso di perdono di vista proprio le immagini, di alcune situazioni come queste. Le condizioni di lavoro degradanti a cui questi lavoratori erano sottoposti sono agghiaccianti, mettono terrore, e dovrebbero farci ribellare e non girare pagina, non passare avanti, non dimenticare così tanto in fretta. Perché altro che se fa notizia che quei ragazzi dormivano in baracche, mangiavano a terra, e venivano sottoposti ad una severa sorveglianza, ad opera dei due arrestati.

Che bella accoglienza!

Non dovrebbe essere solo una notizia, ma una collettiva opportunità di indignazione, il sapere che ad un giovane uomo viene fatto pagare il fatto di essere nero, come se esserlo fosse una colpa che declassifica l’essere umano, come se esserlo fosse un motivo ostativo a che si possa svolgere un lavoro fatto bene, come se esserlo, nero, fosse un disonore, di fronte a qualcosa di eccelso.

Io, da ieri, davanti agli occhi ho la scena nella quale i due arrestati, dicevano ai rifugiati, che “no, loro non potevano prendere i 10 euro in più perché erano neri“. A me il pensiero di quella scena mi fa vergognare di essere bianca, se bianco significa essere (nello specifico) un delinquente, ma al contempo un razzista, della peggior specie.

E se anche la chiesa, cerca il decoro di giorno, sotto al colonnato di San Pietro, e concede ai senzatetto di dormire lì sotto, solo di notte, quando le tenebre coprono “lo sporco di chi non è all’altezza”, allora mi domando a che serve sentirsi cosmopoliti se non siamo capaci di accogliere.

E poi mi guardo intorno … e penso che anche senza delinquere, ogni giorno si consumano talmente tanti atti di razzismo, che dovrebbero resettarci tutti e rieducarci all’amore, alla comprensione e al reale significato di accoglienza. Perché la verità è che non ne siamo più capaci  e che se ancora cambiamo abitudini – se non prendiamo una scala mobile per non fare pochi metri insieme ad un nero, se cambiamo cassa al supermercato perché avanti a noi abbiamo un ragazzo di colore – perché non vogliamo condividere spazi, momenti e aria con chi è “uguale a noi”, ma lo abbiamo brutalmente dimenticato, allora non so se avremo qualche chance di rendere questo mondo più vivibile, soprattutto perché le notizie diventano vecchie troppo in fretta, così come in fretta ormai, archiviamo quei brevi ed insufficienti esami di coscienza.

Simona Stammelluti

Lei si Chiama Anna Fiscale, ha alle spalle un curriculum scolastico prestigioso, avrebbe potuto fare quel che voleva nella vita, eppure ha scelto di mettere su un’azienda sociale, utilizzando stoffe difettate e scartate dai grandi stilisti e lavorando con dipendenti che provengono da contesti di fragilità

Ha detto no ad un ottimo contratto con la Cattolica Assicurazioni, Anna Fiscale, laureata con il massimo dei voti alla Bocconi, dove ha studiato economia e management delle istituzioni internazionali. Si è concentrata sui progetti umanitari rivolti all’emancipazione femminile. Ha viaggiato, è stata in India dove si è occupata di microcredito, poi a Haiti ha gestito campi profughi, e poi – per non farsi mancare nulla – è stata tre mesi a Bruxelles per formarsi circa la cooperazione internazionale.

In quegli anni – oggi Anna ha solo 29 anni – ha deciso che avrebbe voluto – grazie al lavoro artigianale – creare opportunità per le donne, soprattutto per quelle che avevano delle fragilità, che arrivavano da dei contesti difficili. Così ha deciso di sfruttare capi di abbigliamento difettosi, o scarti di stoffe dismessi dalle grandi case di moda, e da quelle ha tirato fuori il suo progetto che si chiama Quid e dunque crea moda, anche per i grandi brand.

La sua sfida, che vive ogni giorno con coraggio ed entusiasmo, è vivere in equilibrio tra business e responsabilità sociale. Non a caso il simbolo dell’azienza, e l’etichetta è una molletta di legno, che simbolicamente tiene insieme la solidarietà e il rispetto per l’ambiente. Ad oggi l’azienda di Anna, fattura oltre due milioni di euro l’anno e quel suo impegno ha dimostrato che un’altra idea di impresa, è possibile. Una impresa che all’interno custodisce “l’impresa” di dare lavoro a chi altrimenti, sarebbe rimasto ai margini, senza una chance, senza un futuro.

Il progetto realizzato insieme a 4 amici, partì proprio con l’utilizzo di tessuti, rotoli di fine produzione o di campionario altrimenti destinati al macero, che venivano donati dalle case di moda. La missione sociale del progetto prese subito forma, quando a lavorare furono impiegate ragazze madri, ex tossicodipendenti e ex carcerate. Persone quindi da recuperare e se possibile da reinserire nell’assetto sociale.

Ecco la meraviglia del progetto di Anna Fiscale; il reinserimento e la riabilitazione nella società e nel mondo del lavoro di coloro che provengono da contesti difficili, scomodi, che quasi nessuno guarda in faccia.

Ad oggi sono quasi 40 i dipendenti, la maggior parte sono donne, e tutte hanno regolari contratti di assunzione. La parte creativa è affidata a due ragazze, che vanno in magazzino a vedere cosa c’è a disposizione come stoffe, e su quella disponibilità disegnano ogni volta una nuova collezione di abiti. Un lavoro molto stimolante, vista la finalità, oltre all’aspetto prettamente imprenditoriale.

Anna ci tiene a ringraziare le aziende che donano il materiale gratis, e che a volte non è proprio materiale di scarto, né avanzato, né difettoso.

Ci sono dei punti vendita,una rete di distribuzione propria, oltre a collaborazioni con aziende esterne.

Progetto Quid ha vinto nel 2014 il Premio Europeo per L’Innovazione Sociale. Sono felici i ragazzi del Progetto Quid, ma non si fermano e sono alla continua ricerca di nuovi stimoli, continuando a realizzare capi di abbigliamento sempre più belli e a prezzi contenuti.

Lunga vita ad Anna Felice, ai suoi soci, al progetto Quid e alle donne che hanno avuto una chance, affinché possa essere questo un ottimo esempio di come si possa fare impresa, con uno sguardo puntato su delle necessità che spesso vengono ignorate, come se non fossero mai esistite

Simona Stammelluti

Che ognuno possa esprimere una propria opinione rappresenta una dei  diritti fondamentali della democrazia, ed è un diritto imprescindibile. Ma le opinioni personali, una personale interpretazione, non rappresenta i fondamenti di quella che è la verità che la categoria giornalisti è tenuto – in base al codice deontologico – a seguire. Non è concesso inserire negli articoli scritti espressione come “si dice“, “si sente in giro“, “circola voce“;
possiamo – anzi dobbiamo – insinuare un legittimo dubbio lì dove sussiste, utilizzare il condizionale dove necessario, inserire l’avverbio di tempo “verosimilmente” lì dove l’efficacia grammaticale sostiene i fatti in divenire.

Il “sentito dire” va tenuto in tasca, soprattutto in questo momento storico, nel quale le fake news (o bufale, che dir si voglia) sfruttano le manie della società, fanno leva sulle paure dei tanti e puntano il dito su ciò che da sempre trascina le masse. Il cosiddetto luogo comune, lo stereotipo intellettivo, l’interpretazione che scivola dentro una banalità che però fa tante letture, per i siti internet e per i blog che ormai dilagano, e che alimenta la pigrizia del lettore che si accontenta di quelle poche nozioni dandole per buone, perché suggestionano e permettono una facile presa di posizione.

Il filosofo Ludwig Wittgenstein, nel suo trattato “Ricerche Filosofiche” lo dice bene:

Avanziamo un’interpretazione dopo l’altra, come se ogni singola interpretazione ci tranquillizzasse almeno per un momento, finché non pensiamo a un’interpretazione che a sua volta sta dietro la prima

Qual è l’interpretazione che gira in queste ultime ore? Cos’è che si sente in giro? Cos’è che si dice? qual è la voce che circola?

Le studentesse americane avevano una polizza antistupro – si dice – quindi fingerebbero di aver subìto violenza per incassare la polizza. Le tante studentesse americane in Italia denunciano stupri – circola voce – circa 200 l’anno, che alla fine risultano per il 90% false. Queste sono dati usciti da alcune testate nazionali.

Qual è la fonte di questi dati? Perché una testata prima di riportare un dato del genere non ha provveduto a recuperare gli incartamenti? Qual è la fonte? Procura? Carabinieri? Questura?

Potremmo anche fermarci qui, senza andare oltre nella questione, sulla quale ci sarebbe molto da dire.

Nessuna polizza era stata precedentemente stipulata dalle due ragazze americane ma esiste una polizza che l’università americana in Italia stipula per i proprio studenti – uomini e donne – che copre un gran numero di problematiche che vanno dal furto, all’aggressione, dallo scippo alla rapina, dalla rissa allo stupro. Una tutela, uno scudo legale e sanitario in caso di necessità. Ecco che già la notizia, assume i contorni che deve avere.

Raggiunta da una giornalista di tiscali news, la questura  di Firenze ha smentito il dato dei 200 stupri annui, dei quali il 90% risultati falsi e specifica che “in provincia di Firenze nel 2016 ci sono state 51 denunce di violenza sessuale e che non è possibile stabilire statisticamente di che nazionalità siano le vittime, e che le denunce vengono trattate tutte nella stessa maniera“. Ecco il secondo dato che mostra i dettagli della notizia vera.

Quindi le due ragazze – che come tutti gli studenti americani che studiano in Italia possiedono una copertura assicurativa generale – hanno dichiarato di aver subìto uno stupro ad opera di due carabinieri in servizio. E’ notizie delle ultime ore che uno dei due carabinieri indagati per stupro e già sospesi dal servizio, davanti al magistrato – dopo essersi presentato spontaneamente – ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con una delle due studentesse, ma che quel rapporto era consenziente. Le studentesse erano ubriache quindi in una condizione di minoranza e pertanto vi sarebbe l’aggravante, se verranno accertate le responsabilità dei due militari che hanno commesso una marea di errori e abusi, a prescindere dall’accusa gravissima rivolta loro; dall’accogliere le ragazze sulla macchina di servizio, all’aver lasciato incustodita la macchina di servizio per diverso tempo proprio vicino all’abitazione delle ragazze, oltre ad aver abbandonato il servizio cui sicuramente erano stati comandati, con tutto ciò che ne consegue.

Non abbiamo gridato perché erano armati” – dice una delle due studentesse. Sarà vero? Le indagini mirano proprio a stabilire come siano andati realmente i fatti. Si indaga sulle tracce di liquido biologico all’interno dello stabile. Inoltre uno stupro lascia molto spesso delle tracce cliniche riscontrabili dai sanitari, ed anche questo si sta appurando nelle ultime ore, oltre alle analisi su abiti e oggetti trovati nell’appartamento delle studentesse.

Il voler difendere ad oltranza più un principio, che un dato di fatto, il voler credere sempre e comunque che chi indossi una divisa sia “Salvo D’Acquisto”, e nello stesso tempo definire una ragazza alticcia, come una moderna “Maria Maddalena”, ad opera anche delle testate giornalistiche, pone l’opinione pubblica a schierarsi con un  preconcetto piuttosto che sui dati di fatto oggettivi, che a tutti gli effetti costituiscono la veridicità della notizia.

Simona Stammelluti


Si terrà venerdì 8 settembre, presso la sala conferenze dell’Istituto Comprensivo di Taverna di Montalto Uffugo (Cs) un convegno organizzato dall’Associazione Athena nella persona della D.ssa Maria Esposito, psicologa, per trattare i delicati argomenti che sono sempre più attuali e che per poter essere contrastati hanno bisogno di essere conosciuti da vicino.
Il convegno ha come scopo quello di ricordare le figure dei giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Scopelliti – quest’ultimo spesso dimenticato tra le vittime di mafia – che sono stati cuore pulsante e mente lucida al contrasto della criminalità organizzata, che nel corso del tempo si è nutrita si silenzi e di omertà. Durante il convegno, si parlerà in maniera approfondita anche di come si previene e si ostacola la criminalità e la devianza minorile, che si dipana attraverso 10 tematiche – che vanno dal bullismo alla violenza sugli animali, dall’anoressia al suicidio –  le stesse che alcuni adolescenti hanno analizzato insieme alla D.ssa Esposito per poi realizzare una mostra fotografica che sarà esposta in quella stessa sede.
A coronamento di questo segnale così forte e così significativo, alcune scuole di danza dell’hinterland hanno preparato delle brevi coreografie sugli temi trattati.
Presenti al convegno come relatori, L’on. Rosaria Scopelliti, Marisa Garofalo, il Rettore Magnifico dell’Unical Gino Mirocle Crisci, il Questore di Cosenza Giancarlo Conticchio, alta rappresentanza dell‘Arma dei Carabinieri, il comandante della stazione dei CC di Monalto Uffugo, Luog. P. Danielli, il sindaco di Rende Marcello Manna, l’Avv. Katia Vetere, la criminologa Rosaria Lucia Altilia, e la D.ssa Maria Esposito. Saranno presenti per i saluti di rito anche il Sindaco di Montalto Uffugo Pietro Caracciolo e l’Assessore Livia Puntillo.
L’importanza della prevenzione e del “non dimenticare” perché nella  società che guarda al futuro, c’è bisogno di sapere, per combattere e per non dimenticare, affinché il sacrificio fatto da chi non si è mai piegato alle logiche della criminalità organizzata possa ispirare non solo onestà ma anche coraggio e determinazione.


Non è certo la prima volta che Christopher Nolan sorprende con i suoi “effetti speciali” che si traducono in immagini che rapiscono, che sanno raccontare ma al contempo impressionare per la maestosità dell’azione e del significato mai banale che racchiudono in se.
Dunkirk, l’ultimo lungometraggio che Nolan ha scritto, diretto e co-prodotto insieme a sua moglie Emma Thomas, è senza dubbio una sfida riuscita e penso di poter affermare che questo sia uno dei migliori film di guerra che sia mai stato realizzato, oltre a poter essere considerato uno dei migliori film dell’anno.
Sì, perché Dunkirk racconta una guerra, con tutte le agghiaccianti immagini, azioni e suoni che una guerra racchiude in se: la crudezza, l’angoscia, la corsa per la sopravvivenza, la speranza, il senso del dovere, la forza di un amore che si traduce in una mano che salva, o in una parola che rassicura.
Dunkik è un meraviglioso colossal, un capolavoro apocalittico che a tratti commuove, che mette angoscia e poi ti fa tirare un sospiro di sollievo. E’ un film coraggioso che parla di coraggio, è un film su come si conserva la speranza, che alcuni chiamano miracolo.
L’idea del film – come ha raccontato lo stesso regista – è nata quando con sua moglie si è recato nel Dunkerque, dove gli fu raccontata per sommi capi la storia dell’evacuazione dei 300.000 soldati da quei luoghi, durante la seconda guerra mondiale. Da quell’idea partì; all’inizio pensò di raccontare quella fase della guerra senza neanche scrivere la sceneggiatura, proprio per rendere più cruda e vera la successione delle immagini e delle azioni, poi invece sua moglie lo convinse a scrivere quella che fu la più breve sceneggiatura della sua carriera, una sceneggiatura di sole 76 pagine.

Ma la cosa interessante è che Nolan ha girato il film da tre prospettive diverse, da tre punti di vista diversi, ed è proprio questa la scelta che produce la maggior suggestione nello spettatore. Le immagini raccontano cosa accade sulle spiagge del Dunkirque dove i soldati inglesi sono stipati in attesa di essere salvati, mentre provano a sopravvivere agli attacchi del nemico che arrivano dal mare e dal cielo. E il mare e il cielo, sono le altre due ambientazioni sulle quali il regista si è soffermato, concedendo delle immagini estremamente vivide e coinvolgenti. Il film racconta di una settimana dei soldati inglesi sulla terraferma, tra morti e sopravvissuti, tra speranze e angosce; racconta di un giorno di navigazione di una imbarcazione civile che con a bordo un uomo e due ragazzi, si avvia per andare “in guerra”, per cercare di salvare vite umane; racconta di un’ora nei cieli, dove tre spitfire volano per dare supporto alle truppe inglesi. Tante avventure crude e coinvolgenti, tante piccole storie incastonate nel film, che però riescono e divenire protagoniste al punto di costringere lo spettatore a sentirsi impigliato in ognuna di esse.
Si soffre e si prova angoscia nei panni del soldato che sul molo spera di non essere colpito durante l’ennesimo bombardamento, o del soldato sotto schock seduto sulla chiglia di una nave, unico sopravvissuto ad un attacco per mare, o del ragazzo che con il padre si avventura verso un pericolo ma con la voglia di salvare vite umane e che poi vede morire il suo amico sotto i suoi occhi, o di quel generale della marina che rinuncia a mettersi in salvo, e che decide di restare sulla terraferma per assistere i francesi in caso di necessità.
Nel film ci sono pochissimi dialoghi, ma protagonista assoluto è il suono, che, potentissimo, ti stordisce, ti rimbomba nella testa e nello stomaco, ti scaraventa lì dove le immagini pulsano. I rumori del mare, dei bombardamenti, delle sirene, dei respiri. E poi quel ticchettio, che incalza, come quando si sottolinea che il tempo sta per scadere, e questo è un film che racconta la corsa contro il tempo, con la prospettiva rivolta verso le distanze che si accorciano fino a decidere se sarà morte o vita, se sarà speranza o rassegnazione. Si racconta che per produrre quel suono scandito di sottofondo sia stato campionato proprio il ticchettio dell’orologio che Nolan portava addosso durante le riprese.
La colonna sonora è stata affidata ad Hans Zimmer, che aveva già lavorato con Nolan anche in altri suoi film come Intestellar, e che ha seguito tutti i desideri e i suggerimenti del regista, che pur non essendo un musicista ha raccontato come l’avrebbe voluta, quella colonna sonora. Zimmer sapeva che in un film di guerra come quello concepito da Nolan non si sarebbe potuto competere con i suoni della guerra e così ha deciso di contrapporre a quelli la musica, rendendola intensa ma con sonorità sommesse, ed infatti le musiche fanno da balsamo, sulle ferite prodotte dagli orrori della guerra e sottolineano i momenti delle piccole vittorie, che sono pochi, rispetto alla distruzione, alla morte e alle sconfitte che solo una guerra sa realizzare.

Nolan è il regista delle “ossessioni”, ma è quella la sua inimitabile caratteristica; Racconta il terrore della guerra, senza fronzoli, senza scuse. Angoscia, claustrofobia e suspense sono perfettamente miscelate in un montaggio cinematografico che è calibrato fin nel più piccolo dettaglio. E’ un lavoro cinematografico impeccabile tecnicamente, girato con pellicola di grande formato, con telecamere IMAX, che ha prodotto delle inquadrature spesso talmente ampie e ravvicinate che sembrano quasi capovolgersi. La qualità delle immagini è impareggiabile. E’ un lavoro cinematografico che appaga tutti i sensi, vista, udito e anche emozioni, e sono quelle che ti esplodono dentro senza che tu possa fare nulla. Non è certo un film da vedere se non si è pronti a  tutto, anche a piangere di paura, di rabbia e di commozione.
Ottimo ed impeccabile anche il cast: da Tom Hardy a Kenneth Branagh che interpreta il più alto ufficiale della marina sul molo di Durkique, e poi ancora Mark Rylance, l’armatore che mette a disposizione la sua piccola nave per salvare i soldati, e Cillian Murphy, il soldato sotto shock.
E’ un film intenso, da vedere. E’ un film che vi farà male nella stessa misura forse, in cui fanno male i ricordi di chi quella guerra l’ha vissuta, e in questo Nolan è stato un genio.
Due le frasi che restano impresse, dei pochi dialoghi presenti nel grande film d’azione:
Portatemi a casa
Complimenti ragazzi” – si sentono dire i soldati appena sbarcati in Inghilterra. “siamo solo sopravvissuti” – dice un soldato. “E vi pare poco?” – si sente rispondere.
Ecco, il film di guerra, insegna l’importanza dell’ostinazione nel sopravvivere, quell’ostinazione che ti fa mettere quel che hai anche a disposizione dell’altro … a qualunque costo.
Simona Stammelluti

Non è certo la prima volta che Christopher Nolan sorprende con i suoi “effetti speciali” che si traducono in immagini che rapiscono, che sanno raccontare ma al contempo impressionare per la maestosità dell’azione e del significato mai banale che racchiudono in se.

Dunkirk, l’ultimo lungometraggio che Nolan ha scritto, diretto e co-prodotto insieme a sua moglie Emma Thomas, è senza dubbio una sfida riuscita e penso di poter affermare che questo sia uno dei migliori film di guerra che sia mai stato realizzato, oltre a poter essere considerato uno dei migliori film dell’anno.

Sì, perché Dunkirk racconta una guerra, con tutte le agghiaccianti immagini, azioni e suoni che una guerra racchiude in se: la crudezza, l’angoscia, la corsa per la sopravvivenza, la speranza, il senso del dovere, la forza di un amore che si traduce in una mano che salva, o in una parola che rassicura.

Dunkik è un meraviglioso colossal, un capolavoro apocalittico che a tratti commuove, che mette angoscia e poi ti fa tirare un sospiro di sollievo. E’ un film coraggioso che parla di coraggio, è un film su come si conserva la speranza, che alcuni chiamano miracolo.

L’idea del film – come ha raccontato lo stesso regista – è nata quando con sua moglie si è recato nel Dunkerque, dove gli fu raccontata per sommi capi la storia dell’evacuazione dei 300.000 soldati da quei luoghi, durante la seconda guerra mondiale. Da quell’idea partì; all’inizio pensò di raccontare quella fase della guerra senza neanche scrivere la sceneggiatura, proprio per rendere più cruda e vera la successione delle immagini e delle azioni, poi invece sua moglie lo convinse a scrivere quella che fu la più breve sceneggiatura della sua carriera, una sceneggiatura di sole 76 pagine.

Ma la cosa interessante è che Nolan ha girato il film da tre prospettive diverse, da tre punti di vista diversi, ed è proprio questa la scelta che produce la maggior suggestione nello spettatore. Le immagini raccontano cosa accade sulle spiagge del Dunkirque dove i soldati inglesi sono stipati in attesa di essere salvati, mentre provano a sopravvivere agli attacchi del nemico che arrivano dal mare e dal cielo. E il mare e il cielo, sono le altre due ambientazioni sulle quali il regista si è soffermato, concedendo delle immagini estremamente vivide e coinvolgenti. Il film racconta di una settimana dei soldati inglesi sulla terraferma, tra morti e sopravvissuti, tra speranze e angosce; racconta di un giorno di navigazione di una imbarcazione civile che con a bordo un uomo e due ragazzi, si avvia per andare “in guerra”, per cercare di salvare vite umane; racconta di un’ora nei cieli, dove tre spitfire volano per dare supporto alle truppe inglesi. Tante avventure crude e coinvolgenti, tante piccole storie incastonate nel film, che però riescono e divenire protagoniste al punto di costringere lo spettatore a sentirsi impigliato in ognuna di esse.

Si soffre e si prova angoscia nei panni del soldato che sul molo spera di non essere colpito durante l’ennesimo bombardamento, o del soldato sotto schock seduto sulla chiglia di una nave, unico sopravvissuto ad un attacco per mare, o del ragazzo che con il padre si avventura verso un pericolo ma con la voglia di salvare vite umane e che poi vede morire il suo amico sotto i suoi occhi, o di quel generale della marina che rinuncia a mettersi in salvo, e che decide di restare sulla terraferma per assistere i francesi in caso di necessità.

Nel film ci sono pochissimi dialoghi, ma protagonista assoluto è il suono, che, potentissimo, ti stordisce, ti rimbomba nella testa e nello stomaco, ti scaraventa lì dove le immagini pulsano. I rumori del mare, dei bombardamenti, delle sirene, dei respiri. E poi quel ticchettio, che incalza, come quando si sottolinea che il tempo sta per scadere, e questo è un film che racconta la corsa contro il tempo, con la prospettiva rivolta verso le distanze che si accorciano fino a decidere se sarà morte o vita, se sarà speranza o rassegnazione. Si racconta che per produrre quel suono scandito di sottofondo sia stato campionato proprio il ticchettio dell’orologio che Nolan portava addosso durante le riprese.

La colonna sonora è stata affidata ad Hans Zimmer, che aveva già lavorato con Nolan anche in altri suoi film come Intestellar, e che ha seguito tutti i desideri e i suggerimenti del regista, che pur non essendo un musicista ha raccontato come l’avrebbe voluta, quella colonna sonora. Zimmer sapeva che in un film di guerra come quello concepito da Nolan non si sarebbe potuto competere con i suoni della guerra e così ha deciso di contrapporre a quelli la musica, rendendola intensa ma con sonorità sommesse, ed infatti le musiche fanno da balsamo, sulle ferite prodotte dagli orrori della guerra e sottolineano i momenti delle piccole vittorie, che sono pochi, rispetto alla distruzione, alla morte e alle sconfitte che solo una guerra sa realizzare.

Nolan è il regista delle “ossessioni”, ma è quella la sua inimitabile caratteristica; Racconta il terrore della guerra, senza fronzoli, senza scuse. Angoscia, claustrofobia e suspense sono perfettamente miscelate in un montaggio cinematografico che è calibrato fin nel più piccolo dettaglio. E’ un lavoro cinematografico impeccabile tecnicamente, girato con pellicola di grande formato, con telecamere IMAX, che ha prodotto delle inquadrature spesso talmente ampie e ravvicinate che sembrano quasi capovolgersi. La qualità delle immagini è impareggiabile. E’ un lavoro cinematografico che appaga tutti i sensi, vista, udito e anche emozioni, e sono quelle che ti esplodono dentro senza che tu possa fare nulla. Non è certo un film da vedere se non si è pronti a  tutto, anche a piangere di paura, di rabbia e di commozione.

Ottimo ed impeccabile anche il cast: da Tom Hardy a Kenneth Branagh che interpreta il più alto ufficiale della marina sul molo di Durkique, e poi ancora Mark Rylance, l’armatore che mette a disposizione la sua piccola nave per salvare i soldati, e Cillian Murphy, il soldato sotto shock.

E’ un film intenso, da vedere. E’ un film che vi farà male nella stessa misura forse, in cui fanno male i ricordi di chi quella guerra l’ha vissuta, e in questo Nolan è stato un genio.

Due le frasi che restano impresse, dei pochi dialoghi presenti nel grande film d’azione:

Portatemi a casa

Complimenti ragazzi” – si sentono dire i soldati appena sbarcati in Inghilterra. “siamo solo sopravvissuti” – dice un soldato. “E vi pare poco?” – si sente rispondere.

Ecco, il film di guerra, insegna l’importanza dell’ostinazione nel sopravvivere, quell’ostinazione che ti fa mettere quel che hai anche a disposizione dell’altro … a qualunque costo.

Simona Stammelluti