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Il teatro come custode di quell’arte che trasmigra da un autore ad un attore; e a dirigere le dinamiche e il senso di un’opera – con un ruolo tanto delicato quanto decisivo – il regista.
La regista, in questo caso; Perché Nadia Baldi la sua genialità, non l’ha vestita solo mettendo in scena una delle opere più belle di colui che fu “proprietario unico” di una drammaturgia che molto ricorda il senso del teatro di Beckett, di quel malessere che quando manifestato, esplode e gratifica, ma utilizzando un personalissimo linguaggio scenico.
Annibale Ruccello – per chi ha avuto l’onore di amarlo non solo come drammaturgo ma anche come antropologo – ha lasciato in eredità al mondo teatrale un materiale nobile, una tradizione popolare; Ruccello aveva una scopo ben preciso, quello di tirare lo spettatore dentro un vissuto, dentro la trama, non intesa come storia in se, ma come insieme di maglie lavorate ad arte, capaci di inglobare e di risvegliare nella tragicità del vivere, l’uomo che approccia al teatro, proprio tra le mure del teatro.
Assistendo al Ferdinando con la regia di Nadia Baldi – in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino a domenica 5 novembre – sembra come se la stessa regista abbia ascoltato un suggerimento di chi quel testo lo ideò.
Sono le sfumature, la dinamicità, il ritmo e la credibilità degli attori calati in quel contesto pensato da Ruccello che immaginò una Napoli del 1870 a cavallo tra due epoche, a fare dello spettacolo della Baldi un esempio di buon teatro.


I “caratteri” tratteggiati da Ruccello, sono vividi nella rivisitazione della Baldi che però sdrammatizza su alcuni passaggi, rendendoli esilaranti, senza mai snaturalizzare l’opera che – in due ore e mezzo di spettacolo – traccia con dovizia, lo spaccato di quell’epoca che tanto Ruccello volle analizzare, mettendo a punto lo sguardo sui poveri cristi, mentre prende respiro e si espande non semplicemente la storia di una baronessa annoiata e senza stimoli che finge di essere in punto di morte, fin quando la sua e la vita delle persone a lei vicine, viene letteralmente stravolta dall’arrivo di “Ferdinando” un improbabile nipote che appaga le sue e le altrui voglie, quanto la spinta che la regista riesce sapientemente ad alimentare circa la volontà di Ruccello di scandagliare i vizi di una società che dietro una facciata di virtù, nasconde le piaghe di ogni tempo: amoralità, opportunismo, egoismo, cinismo, blasfemia, e poi ancora gli interessi, gli scandali, i disvalori che nell’opera della Baldi vengono fuori in tutta la loro crudezza ed attualità, ma non come se fossero un monito perbenista, ma al contrario come un disegno sofisticato, che si serve del linguaggio teatrale puro, e della sua naturale consapevolezza.
Credibile il napoletano parlato, credibili ed adeguate le scene a supporto di quella promiscuità che vede tutti desiderare tutto, che pone il desiderio come un nemico di un equilibrio che tutti vorrebbero conservare, ma che esplode non come un peccato ma come un gioco ad “amare male”.
L’impianto registico non é mirato all’applauso facile, ma è facile applaudire alla bravura e non solo alle intenzioni che i 4 attori in scena regalano generosamente al pubblico…quel pubblico che si divide in chi conosce Ruccello – e ne vede i tratti in quell’adattamento della Baldi che usa il testo come un ponte – e coloro che guardano semplicemente uno spettacolo di grande qualità e che si diverte mentre recupera la consapevolezza che i misfatti, attraversano le epoche finiscono proprio lì, su un palcoscenico dove 4 attori vestono le sembianze di una società che difficilmente si salverà.
Molto efficaci anche le scenografie ed i costumi, quell’abito di donna Clotilde che é un tutt’uno con quel letto che accoglie fatti e misfatti, cattiveria e mezze verità.
Una bravissima Gea Martite, straordinaria interprete, perfettamente calata nel ruolo (e che ci tengo a dirlo, non teme confronti che potrebbero venire dal passato) intorno alla quale ruotano gli altrettanto talentuosi attori; Chiara Baffi che gestiste i registri vocali benissimo, nei panni di Gesualda, la cugina povera della Baronessa che tanto potrebbe dire, che tanto potrebbe fare e che tanto fa, nella intricata storia di amori non corrisposti, di carnalità a basso costo e di dignità svenduta per un grammo di felicità.
Fulvio Cauteruccio nei panni – è proprio il caso di dirlo – di Don Catello, che porta a spasso una tonaca sotto la quale si nascondono i vizi del potere religioso. Il fascino innato di Cauteruccio che si insinua nel suo ruolo e che riempie il palcoscenico. Ferdinando è Francesco Roccasecca, scanzonato ma no troppo, credibile nel fascino del giovane che a tutti promette e a tutti da, impeccabile nella dizione, che quasi ci riesce a nasconderlo il suo essere partenopeo.
Un palco vestito di arte, di intenzioni e della giusta dimensione nella quale l’opera di Ruccello, è rivissuta in una dinamica di teatro fatto così bene, che quasi commuove.
Sono gli applausi sì, che sottolineano anche la bontà si un progetto e stando a quelli che ieri sera scoscianti hanno investito i 5 protagonisti di questo spettacolo per lunghi minuti, non posso che augurare a Nadia Baldi di essere ancora investita da quella sottile genialità.

Lo spettacolo è ancora in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino a domani…fate ancora in tempo a godere di un’arte che – a mio avviso – ha ancora molto da dire.

 

Simona Stammelluti

Sono stati due maestri del Conservatorio di Cosenza, Carlo Cimino contrabbassista e Nicola Pisani sassofonista, a salutare il folto pubblico intervenuto all’Università della Calabria e con “Silence”, di Charlie Haden hanno dato via al seminario dedicato al marionettista C. J. Abbey con il quale Steven Feld ha realizzato un film “Ghana’s Puppeteer” che documenta la capacità dello stesso Abbey di utilizzare le marionette per raccontare la musica in molte sfumature, dalle strade del Ghana, alle Tv internazionali; Abbey che parlava diverse lingue, che aveva una vera e propria passione per Coltrane, che utilizzava le marionette per rappresentare le situazioni locali, per comprendere il senso del suono. Marionette che dalle sue sapienti mani cantavano ed eseguivano musiche delle varie culture, e quella capacità di Abbey di mettere insieme l’antropologia del suono con il cosmopolitismo.

15 anni di collaborazioni, tra i due, diversi dischi, un film e un libro che è semplicemente una nota a piè di pagina di questa complessa ed entusiasmante storia.

L’invito è giunto a Steven Feld dal Professor Carlo Serra – docente di Teoria dell’immagine del suono – che fortemente ha voluto la sua presenza all’Università della Calabria e che ha organizzato il convegno, invitando un gruppo di esperti del settore, che hanno relazionato circa i loro lavori nell’ambito del suono e della musica. Steven Feld noto nel nostro paese anche per le frequenti incursioni che lo hanno portato a studiare le nostre tradizioni e il nostro paesaggio sonoro.

Presenti al convegno insieme a Steven Feld e al Prof. Carlo Serra, il Prof. Fulvio Librandi, dell’Università della Calabria, il Prof. Antonello Ricci dell’Università della Sapienza di Roma, il Prof. Sergio Bonanzinga dell’Università di Palermo e il Prof. Nicola Scaldaferri dell’Università degli studi di Milano. Da tutti loro è arrivato un contributo fattivo ed interessante sul senso antropologico della musica e dell’ascolto, sull’accostamento tra suono e musica, sull’importanza della tradizione musicale e sul suono come forma di conoscenza del mondo contemporaneo.

Tanti i concetti che hanno catturato il pubblico intervenuto numeroso, composto non solo da studenti della prestigiosa Università calabrese, ma anche musicisti, docenti, giornalisti di settore e appassionati.

Siamo un equilibrio precario da mantenere secondo natura; i sensi mediano il nostro rapporto con il mondo e i saperi che apprendiamo attraverso i sensi, sono veri e propri manufatti culturali. Il suono ci ingloba e il punto di vista come il punto di ascolto sono parimenti utili nella concezione del mondo, un mondo dove il suono ci comprende e ci specifica” – ha spiegato Fulvio Librandi.

Molto interessante il lavoro documentario di Antonello Ricci, antropologo e etnomusicologo nel quale attraverso un’etnosceneggiatura, Luigi Nigro, campanaro, racconta se stesso, la musica delle sue campane, il rapporto tra suono e sentimento,  tra suono e pianto, che si traduce in quel legame che tutti noi abbiamo tra l’udito e il nostro modo di stare al mondo. L’ascolto è il senso dell’antropologia, e la compassione diventa una dimensione importante, nella misura in cui la “passione comune” si evolve anche attraverso gli scambi sonori, attraverso un codice acustico che diventa un codice culturale. Luigi Nigro, che tutto quel che sa gli è giunto da suo nonno, attraverso la comunicazione da bocca ad orecchio, sia per quanto riguarda la storia e la realizzazione delle campane che l’arte della costruzione ed intonazione della zampogna. “L’accordo mi è entrato nella testa” – dice Nigro nel documentario, parlando emozionato di quel momento in cui suo nonno gli insegnava il mondo della musica.

Un momento intenso e significativo quello nel quale Steven Feld ha parlato dell’acustemologia, che unisce il concetto di acustica e di epistemologia, per affermare il suono come metodo di conoscenza. “Il mondo e dentro la bocca e la bocca è nel mondo” – ha detto Feld, spiegando come vi sia un passaggio dall’antropologia del suono all’antropologia nel suono, come le strutture relazionali possono passare dall’interno all’esterno e viceversa, e come nulla ha a che fare con il rituale, ma con la vita di tutti i giorni. La concezione della conoscenza come piacere; il piacere della conoscenza del mondo, che si fonde alla gioia di “essere al mondo”.

Durante il lungo seminario, è stato Sergio Bonanzinga a raccontare attraverso il suo lavoro documentario realizzato tra il 1987 e il 2017, le concezioni di tradizione orale in Sicilia, ossia la ridefinizione del concetto  di musica in relazione all’aspetto interculturale. E mentre nella nostra comune concezione, per conoscere abbiamo bisogno di distinguere, altrove la cultura si forma sulla agglomerazione, sulla relazione, sul “tenere insieme”. Così diventa fare musica e non solo suono, il battere del martello del fabbro sull’incudine, il suono delle ruote del carretto che diventano accompagnamento al canto, l’utilizzo di coltelli come se fossero strumenti a percussione, o il canto del telaio che “se non accordato, stona”.

A chiudere i lavori del convegno, prima di una collettiva e aperta discussione, Nicola Scaldaferri, che ha mostrato un servizio realizzato proprio insieme a Steven Feld, durante le tappe lucane, e i racconti del Maggio di Accettura, nel quale il rituale della musica non lascia mai spazio al silenzio.

Un vero e proprio excursus nel mondo sulla dinamica del suono, sul potere della conoscenza attiva, sull’importanza dell’ascolto e dello scambio quasi simbiotico tra la nostra percezione e le risposte dell’ambiente che in un continuo feedback reagisce con suoni, che sanno essere musica e che nutrono il rapporto sottile e meraviglioso tra le differenti sensibilità ed i contesti socioculturali.

Simona Stammelluti

 

 

 

Terza giornata di udienza in Corte d’Assise a Cosenza, ad un anno esatto dalla strage di San Lorenzo del Vallo, quando persero la vita Edda Costabile ed Ida Maria Attanasio (Leggi qui la notizia)

Davanti al presidente Giovanni Garofalo, al Pm D.ssa Giuliana Rana e agli avvocati delle parti, sono sfilati 5 testimoni: il Dott. Giuseppe Zanfini, vice questore che all’epoca dei fatti comandava la Squadra Mobile di Cosenza, il Luogotenente Pio Croce, comandante del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di San Marco Argentano, il Luogotenente Sergio De Cristofaro, Comandante Stazione CC di Spezzano Albanese, Bruno Niccolò proprietario dell’appartamento in cui il Galizia si sarebbe rifugiato a ridosso dei fatti accorsi lo scorso 30 ottobre 2016, e Russo Sabrina, l’allora fidanzata del Galizia.

Durante l’audizione Zanfini ha raccontato al Pm e al collegio giudicante, del giorno 26 aprile del 2016 quando Francesco Attanasio, si è rivolto alla Polizia per segnalare un arsenale in un box situato nel comune di Rende, della perquisizione nel box stesso, di come per effettuarla si sono avvalsi dell’intervento dei vigili del fuoco, considerato che lo stesso era custodito da un catenaccio. Lo stesso Zanfini ha elencato la consistenza quantitativa e qualitativa dello stesso arsenale, che era situato nella stessa zona geografica in cui qualche tempo prima veniva arrestato l’allora latitante Franco Presta. Furono così attivate le indagini di intercettazione telefoniche ed ambientali, dalle quali emerge come il Galizia parlando con un’amica dice (riferendosi all’Attanasio) “gli avrei tagliato la testa, ci avrei giocato a pallone e poi mi sarei fatto il carcere” Diverse le domande poste all’allora capo della Squadra mobile circa i rapporti tra il proprietario del box e il Galizia e l’Attanasio.

Il Luogotenente Croce ha raccontato durante l’audizione dell’intervento della pattuglia nel giorno della strage al cimitero di San Lorenzo del Vallo, di dove e come vennero ritrovati i corpi delle due donne brutalmente assassinate, di come a ridosso degli avvenimenti avevano cercato e trovato Domenico Galizia a casa della compagna, mentre il Luigi Galizia era irrintracciabile. Ha altresì detto che sui parenti del Galizia (padre, fratello e cugino) nell’immediatezza dei fatti, fu effettuato uno stub per verificare l’eventuale presenza di residui di esplosione di colpi di arma da fuoco, che però diede esito negativo. Alla domanda se della scomparsa di Luigi Galizia qualcuno dei familiari ne avesse denunciato la scomparsa, il Croce risponde di no. Ha poi raccontato del sequestro delle vetture della famiglia Galizia, poi consegnate al perito Barbaro per gli accertamenti del caso. Dai racconti è venuto fuori che all’interno nella Punto di Domenico Galizia erano stati ritrovati degli indumenti puliti e riposti in un sacchetto di plastica che in teoria potrebbero corrispondere alla taglia di Luigi, tutti poi consegnati allo stesso Dr. Barbaro. I racconti poi si spostano sul giorno in cui il Galizia Luigi si rende reperibile, mentre appare con barba incolta ma pulito, con dei graffi sul volto e una cicatrice sulla mano. Il luogotenente riferisce di aver seguito la pista della vendetta, perché non vi erano altre vie da percorrere, considerato che le vittime erano incensurate,  e che tale pensiero era comune a tutti gli investigatori che avevano coordinato le indagini.

E’ stato De Cristofaro durante l’audizione a definire la famiglia Attanasio come una famiglia “per bene”, entrambi insegnanti, mentre il Galizia pagherebbe la parentela con Costantino Scorza, presunto boss di San Lorenzo del Vallo, collegato al clan Presta. Ha raccontato del giorno in cui insieme allo stesso Luigi Galizia è andato nell’abitazione in cui lo stesso dice di essere stato, di proprietà di Bruno Niccolò anch’esso oggi alla sbarra dei testimoni. L’abitazione in oggetto sembrerebbe servisse al Galizia per vedersi con l’allora fidanzata.

E’ l’allora fidanzata di Luigi Galizia, Sabrina Russo a doversi districare nell’interrogatorio, partendo da quel cuore mandato su WhatsApp al Galizia la sera prima del 30 ottobre, della risposta che non è mai arrivata, della preoccupazione per non sapere deve fosse, del perché non lo avesse cercato, di quella volta che lo vide piangere, di quando andavano in quell’appartamento che presumibilmente fu il rifugio del Galizia dal 30 0ttobre al 6 novembre del 2016, della paura confessata dal Galizia stesso alla Russo circa una macchina che lo seguiva e di alcune persone che lo avevano tenuto d’occhio mente frequentava una sala giochi.

Prossima udienza fissata per il 17 novembre p.v.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Giovedì 2 novembre presso il Centro Demoantropologico del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria, si potrà incontrare da vicino una delle figure più significative dell’etnomusicologia e dell’antropologia visuale contemporanea: Steven Feld

La presenza in terra di Calabria del famoso studioso americano è stato fortemente voluto dal docente di Teoria dell’Immagine e del Suono, Carlo Serra che, coadiuvato da un gruppo di studenti del corso di laurea di Comunicazione e Dams, ha organizzato il convegno.

Steven Feld approda in italia a 35 anni dalla pubblicazione del suo “Suono e Sentimento”, che ha segnato in modo irreversibile non solo i confini disciplinari dell’etnomusicologia – modificando radicalmente la concezione di paesaggio sonoro – ma anche la forma dell’ascolto, la pratica compositiva e il concetto di tradizione.

Al convegno, vi saranno anche tre studiosi del calibro di Antonello Ricci, Sergio Bonanzinga, e Nicola Scaldaferri, che tratteranno suggestioni e suggerimenti di metodo tratti dai libri di Feld.

La giornata si articolerà su quattro lunghi interventi, con proiezioni di film e di frammenti sonori, per dar poi vita ad un dibattito a più voci, considerate le impressionanti ricadute che le ricerche di Feld hanno sviluppato nell’ambito della tecnologia di ripresa, di articolazione dello spazio sonoro tramite microfoni direzionali, estetica e ricerca antropologica.

Una grande opportunità per gli studenti che potranno così prendere parte a dibattiti che vedranno come fulcro, i temi dell’ascolto e della funzione della memoria, il rapporto fra jazz africano e jazz americano, il problema delle emozioni e della danza, la funzione del mito in musica, da James Brown a Bob Marley fino alla danza africana.

Sempre nelle ore dell’incontro verrà ricordata la grande marionettista ghanese J. C. Abbey che ha narrato la storia del Ghana, attraverso le sue danze e le migrazioni che, attraverso le marionette, hanno mescolato i luoghi e le atmosfere. A lei verrà dedicata la proiezione di uno splendido filmato girato dallo stesso Feld.

Un viaggio, dunque, che attende gli studenti dell’Unical e non solo.
Un viaggio intorno alla musica, ai rapporti che legano la danza, le fiabe e i racconti con l’intrecciarsi alle sette note. Un viaggio per capire come ci approcciamo alla musica, alle note tribali di popoli come quelli dei Kaluli, popolazione studiata per molti anni dall’americano, nello stato della Papa Nuova Guinea.

Sarà una giornata all’insegna dell’Antropologia del Suono, capace di andare oltre l’aspetto descrittivo, per fornirci una chiave di lettura sul nostro rapporto con il mondo, che ha nell’orecchio e nella voce i suoi canali essenziali

 

Simona Stammelluti

Erano in aula entrambi, Francesco Attanasio, figlio e fratello delle vittime della strage di San Lorenzo del Vallo, e Luigi Galizia, attuale imputato per le morti di Edda Costabile, 77 anni all’epoca dei fatti e sua figlia Ida Maria Attanasio, 52 (strage San Lorenzo del Vallo)

Seconda udienza, quest’oggi, davanti al presidente della Corte d’Assise di Cosenza, Giovanni Garofalo, il Pm D.ssa Giuliana Rana e gli avvocati delle parti, hanno proceduto alle audizioni di altri teste della corposa lista ammessa al dibattimento.

Importante nella giornata odierna, la testimonianza in aula di Francesco Attanasio, attualmente detenuto nel carcere di Reggio Calabria, imputato nel processo collegato, come responsabile e autore dell’omicidio di Galizia Damiano.

Durante la testimonianza lo stesso Attanasio – che spesso durante la testimonianza si è avvalso della facoltà di non rispondere – ha raccontato di come procedessero i colloqui in carcere con sua madre e sua sorella, che “erano incontri fatti di pianto e disperazione” per il contesto generale che li vedeva tutti coinvolti, dopo quello che era accaduto (si riferisce all’atto compiuto nei confronti di Galizia Damiano). Alla domanda del Pm circa un’eventuale paura provata dai suoi congiunti, l’Attanasio ha risposto che “per una famiglia vissuta sempre nella legalità, quel che lui aveva fatto apriva a mille interrogativi”. Lo stesso Pm ha poi posto al teste domande circa il suo allontanamento da Cosenza, nei giorni subito precedenti al suo arresto. Attanasio ha dichiarato di essere stato molto confuso in quei giorni, di essersi spostato  tra Cosenza e Vibo e di aver trascorso una sola notte a casa dei suoi suoceri. Il Pm ci riprova e domanda ancora all’Attanasio se i suoi familiari temevano per la loro incolumità. La risposta è che “probabilmente l’incendio alla tomba di famiglia avvenuta in seguito al suo arresto poteva essere un avvertimento“, ma che i suoi familiari, in carcere da lui, provavano a supportarlo e non si era mai parlato di chi potesse essere stato. Tra l’altro l’Attanasio dichiara di aver appreso la notizia dell’incendio dai giornali. Il testa ha poi dichiarato di non ricevere più visite in carcere da oltre un anno e che sua moglie gli ha fatto visita solo per motivi pratici. “Sono un uomo solo” – ha detto.

E quando il Pm chiede se lui ha paura per la sua stessa incolumità, risponde che l’omicidio che ha commesso gli ha stravolto la vita, e che anche la paura è una cosa secondaria.

La contestazione da parte del Pm arriva quando Attanasio in prima battuta dice “di non sapere se ci potesse essere stata una correlazione tra l’articolo che riguardava la perquisizione e quel che era accaduto ai suoi familiari“. E’ lo stesso Pm a ricordargli di aver dichiarato il 4 novembre del  2016, che “ci potesse essere una correlazione tra la perquisizione e la morte dei suoi familiari“. L’Attanasio risponde di essere confuso.

E’ il giudice Garofalo a chiedergli se dopo l’omicidio di Galizia, lui abbia mai detto ai suoi familiari di stare attenti. “Penso di sì” – risponde Attanasio, ma poi aggiunge che “è confuso, che era confuso all’epoca dei fatti per qualcosa che gli ha cambiato l’esistenza“. Dal Pm arriva la domanda se dopo l’omicidio di Damiano, avesse mai sentito qualcuno dei Galizia, minacciare la sua famiglia, considerato che in passato lo stesso Attanasio aveva dichiarato di aver sentito i Galizia dire che “avrebbero fatto un cimitero“.  Attanasio risponde dicendo di “non ricordare“. Le domande a seguire vertono sui rapporti dello stesso Attanasio con i Galizia, a partire da Damiano, e poi Luigi e Vincenzo. Attanasio dichiara di aver avuto dei rapporti solo con Damiano, con Luigi “di riflesso”, e con Vincenzo nessun rapporto, dice di sapere che faceva l’idraulico. Alle domande circa un eventuale legame tra le persone citate e qualche gruppo criminale, l’Attanasio risponde di non sapere.

Alla sbarra dei testimoni questa mattina, anche Adalgisa Bosco, sentita come testimone, presente nel cimitero quel 30 ottobre dello scorso anno, che ha dichiarato di essere andata alla tomba del marito e poi della madre, e di essere scappata dopo aver sentito il secondo sparo. Giura di aver sentito solo due spari, la signora Bosco, e di essere scappata insieme alla signora Anna Mirto. Ha dichiarato di essere scappata e di essere tornata a casa, a piedi, che non conosceva le vittime né le aveva viste quel giorno, malgrado il Pm sottolinea come le due vittime fossero nello stesso corridoio del cimitero dove si trova la tomba dei suoi cari.

Interrogata anche Elisabetta Rosina Pignataro, che era alla tomba del marito (situata proprio vicino all’ingresso principale del cimitero) quella mattina quando ha sentito degli spari. Anche lei ha dichiarato di aver scambiato quegli spari per botti di Halloween, ed è poi scappata quando ha sentito altre persone dire di scappare. Ha detto di conoscere di vista le due vittime, Edda ed Ida Maria, ma di non averle viste quella mattina. Gli spari da lei sentiti, sono stati 3 o 4, ha dichiarato. Ha detto di essere uscita dal cancello principale. Dichiara di sapere chi è Galizia Luigi, ma di non averlo visto quel 30 di ottobre del 2016, di non sapere che macchina abbia e di non essersi informata circa i fatti accorsi.

Ascoltato anche il Maresciallo Sciacca, comandante della stazione di Sorianello, dove dimora Nardo Marianna Veronica, moglie di Francesco Attanasio, trasferitasi con il figlio, a casa dei suoi genitori. Il maresciallo ha raccontato di quel giorno in cui andarono presso la dimora della signora Nardo per ascoltarla circa i fatti. La stessa raccontava quel che sapeva, ma ad un tratto i suoi familiari, intervenuti, l’hanno bloccata, e lei non parlò più chiedendo tra l’altro, di cancellare parti di quella deposizione che da verbale risultano depennati. La signora Nardo, da come racconta il maresciallo Sciacca, stava raccontando i fatti e formulando eventuali ipotesi di responsabilità, ma poi ha preteso che una parte delle dichiarazioni rese, venissero cancellate. Sciacca ha poi risposto al presidente dicendo che la stessa era sottoposta ad una sorta di sorveglianza, che si traduceva in un controllo sotto casa, e nella richiesta alla Nardo se fosse tutto a posto.

Ultimo teste della giornata, Carmela Mitidieri, compagna convivente di un cugino dell’imputato. Ha dichiarato di vivere a Spezzano Albanese, di essere al corrente che in famiglia (i Galizia) c’erano degli screzi, poi appianati dopo la morte di Damiano. Dichiara che tutti soffrivano per quella morte, ma alla domanda del Pm se qualcuno di loro fosse “arrabbiato”, lei risponde di no. E qui il Pm contesta la risposta data, sottolineando che la teste aveva precedentemente dichiarato che tutti erano dispiaciuti ma che Luigi (Galizia) era il più arrabbiato di tutti. La teste controbbatte dicendo che voleva dire che era il più dispiaciuto perché i due fratelli (Luigi e Damiano) erano molto uniti. Alla domanda del Pm, se ci fosse qualcuno estraneo alla famiglia che potesse portare rancore, la teste risponde che non lo sa, perché non frequenta San Lorenzo del Vallo. Le domande circa la morte di Damiano mirano a capire se la teste ne conoscesse il motivo. La stessa risponde di aver appreso quella notizia anche dai giornali. Ha raccontato poi di quella mattina del 30 ottobre, quando il suo compagno, Vincenzo, l’ha svegliata intorno alle 10,10 e poi si è recato a piedi alla sala giochi e che è rientrato a casa intorno alle 11.

Prossima udienza, i 30 ottobre c.a.

 

 

 

Succede a Napoli.
Nasce una bimba.
Nessuno la vuole. A partire da sua madre che l’ha lasciata nello stesso ospedale dove l’ha partorita. Della bimba non sappiamo ancora il nome ma sappiamo che dopo essere stata rifiutata da 7 famiglie in lista per l’adozione, adesso ha una casa e un papà che ha un unico scopo nella vita: amarla, come se fosse il più bel tesoro che la vita potesse concedergli.

Ma perché questa bimba non l’ha voluta nessuno? – vi chiederete.
Era solo piccola e con la sindrome di down. Anzi no, non era solo piccola e con la sindrome di down, era anche sola; sola ancor prima di nascere e poi dopo la nascita. Era sola e con un destino già segnato. Un rifiuto, insomma.

Ma il destino a volte sa essere più forte di ogni possibile controversia. Erano state ben sette le coppie interpellate dal giudice minorile affinché si procedesse con le pratiche di adozione del minore, ma tutte e sette le coppie in lista, la rifiutano. Rifiutata, ancora e ancora, per altre sette volte, dopo essere stata rifiutata da sua madre. Nessuno che se la sentiva di crescere una bambina down.

Ed ecco la toccante decisione del giudice, che decide di affidarla a chi la vuole per davvero: un uomo, single, anche lui presente nella lista degli aspiranti genitori. Quel papà non aveva mai posto nessuna condizione, ed aveva un unico desiderio, quello di avere con se un bambino, da accudire e da amare, anche nel caso fosse stato disabile.

Ed ecco l’atto di grande amore e umanità, che produrrà solo altro amore. E meno male che la legge sull’adozione prevede l’eccezione nei casi di grave disabilità del minore. Questo caso dunque, rientra nelle “adozioni speciali”, e regalerà alla piccolina una vita fatta di amore e sostegno, lungo quel percorso durante il quale avrà al suo fianco il suo papà, la sua protezione, il suo amore senza confini.

Questa notizia, che a mio avviso, non doveva passare inosservata, punta l’attenzione su quanto a volte si diano per scontati alcuni cliché che vedono le madri sempre amorevoli e le famiglie canoniche sempre giuste ed impeccabili. Questa notizia insegna che il pregiudizio verso un papà single è fuori luogo e che l’amore e la dedizione verso un bambino non si basa su luoghi comuni, sul fatto esista una famiglia perfetta, perché la famiglia presumibilmente perfetta prevede che un amore, trasmigri da genitore a figlio incondizionatamente, con tutti gli errori che possono contemplarsi nel ruolo genitoriale. La bimba avrà la sua famiglia, avrà chi la terrà stretta a se, nel bene e nel male, come un tesoro inestimabile.

 

Simona Stammelluti

 

Il vero scrittore é colui che racconta storie che tutti conoscono con parole che nessuno ha. Ed é come le metti insieme quelle parole che fa la differenza, perché in fondo, il vocabolario è accessibile a tutti.
E poi sì, ci sono le storie…quelle che nascono tutte intere, come dopo una febbre emotiva e allora non importa quanto ci vorrà per mettere la parola fine, importa solo che quella storia abbia il suo spazio ed il suo tempo, con i suoi personaggi, i suoi tormenti e le sue piccole frustrazioni che si risolvono quando giunge il finale giusto.
Difficile dire se tutto questo sia accaduto ad Alessia Principe, giornalista, da poco affacciatasi al mondo della scrittura, ma che ha in dote la capacità di scrivere con un linguaggio scorrevole ed appassionato. Sì perché che sia animata da più di una passione, lo si capisce subito.
Tre volte è il suo primo romanzo, che se lo si dovesse riassumere in poche parole, si potrebbe dire che narra la storia di un padre che cerca sua figlia, scomparsa in un giorno qualunque, inghiottita da un bosco che nasconde più di un mistero.
Ma di parole qui ne abbiamo; e allora posso dire – senza svelare particolari salienti dell’opera – che Tre volte non racconta solo di una ricerca a tratti disperata; racconta anche di scelte, alcune delle quali così difficili da divenire drammatiche, di errori, che poi alla fine non sono poi così orribili, di amori consumati troppo in fretta o troppo tardi, di chance mancate e di un “sistema” che controlla la vita di molti, ma che è tanto grande quanto invisibile.
È un libro che parla di coraggio e di speranza, di paure e di affanni.
È un libro che un po’ ti sfida, non dandoti quasi mai l’opportunità di indovinare come procede la narrazione. I personaggi, lungo i capitoli, spuntano fuori come se fossero nuovi di zecca, ed invece sono vecchi quanto le loro storie, messi a nuovo per l’occasione ossia mostrarsi al lettore affinché esso non abbia pregiudizi.
In questo libro ci sono luoghi nei quali piombi di dentro, senza domandarti dove siano realmente e ci sono tempi, che sembrano sempre attuali, anche se la narrazione si muove avanti ed indietro come un valzer che delicatamente ti fa dondolare senza quasi che tu te ne renda conto.
Ci sono momenti di suspence, mentre ti si fa chiara la storia, e nasce la voglia di parteggiare non tanto con il protagonista principale ma per quei due ragazzi che nelle loro fragilità riconoscono ciò che manca.
A chi non manca qualcosa nella proprio vita? Ecco…questo libro ti insegna a non arrendersi, a cercare quel che manca, avendo fiducia in quel destino che a volte dà e a volte toglie.
Si legge tutta la passione di Alessia Principe per il cinema in Tre Volte. Una storia scritta come un regista fa con quella scelta di seguire i personaggi in una lunga inquadratura.
Ma ha inquadrato anche i sentimenti, la scrittrice, usando parole adeguate, con metafore che fanno riflettere, e con la delicatezza che serve quando scegli di raccontare tutto fino in fondo, risucchiato da un buco nero che ti rispunterà sul mondo, senza più nulla da perdere.

 

Simona Stammelluti 

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«Chi mente, se anche non scoperto, ha la punizione in sé medesimo; egli sente che tradisce un dovere e si degrada»

(Silvio Pellico, da Dei doveri degli uomini.) – Fonte Wikipedia –

Noi giornalisti, amati e odiati.
Noi, buoni e cattivi, capaci, meno capaci ed incapaci.
Noi, incorruttibili, corruttibili, corrotti.
Noi, che ci comprano con poco e ci svendono per nulla.
Noi, che ubbidiamo solo al lettore, o che invece ubbidiamo ai poteri forti.
Noi, che scegliamo di parlare sempre o noi che stiamo zitti, sperando che nessuno si accorga che siamo stati zitti fin quando l’onda anomala non sia passata.

Embè, l’onda anomala qualcuno però dovrà pur raccontarla, soprattutto in un paese dalla memoria sempre troppo corta, che dimentica in fretta, che vive simpatizzando senza mai andare fino in fondo, che oggi “bla bla bla” e domani “che noia”.
Noi, che – prendendo in prestito l’espressione di Giacchietti verso Speranza all’assemblea Pd –  “abbiamo tutti un po’ la faccia come il culo” e alla fine “basta che se ne parli” (quando se ne parla), e poi torna tutto come prima, vendita di libri compresa.

La notizia che nelle ultime ore sembra essere sfuggita alla cronologia e dunque riesumata da una tomba con epitaffio 2015  (fosse mai che Saviano stia uscendo con un altro best seller?!) è quella della sentenza della Cassazione che ha condannato Saviano per aver copiato tre articoli poi inseriti nel suo Best Seller, Gomorra, che ha venduto circa 10 mln di copie.

Appropriarsi di parole che non sono proprie, non si confà né ad un giornalista né ad uno scrittore; che poi é noto quanto noi scrittori si debba dichiarare – una volta consegnato un manoscritto ad una casa editrice che scelga di renderlo pubblico – che quanto scritto si riferisce alla fantasia dell’autore, o ad una libera interpretazione di fatti o di indagini personalmente condotte; in tutti gli altri casi, c’è l’obbligo di segnare a margine una bibliografia che citi tutte le fonti utilizzate per la stesura di una eventuale opera.

Saviano lo sapeva? Non posso rispondere per lui, ma non é certo uno sprovveduto, né un ingenuo. Forse un po’ furbo o forse troppo immedesimato in qualcuno dei suoi personaggi tanto da pensare di essere immune da qualsiasi norma o da critiche …Cose da dilettanti, però!

La Cassazione, sentenza definitiva e quindi inappellabile, conferma l’accusa di plagio, però si legge anche che “il risarcimento è proporzionato al fatto che quei tre articoli copiati non avrebbero potuto decretare il successo dell’opera di 331 pagine”, perché un giudice, nell’ambito del proprio libero convincimento, ha deciso che un articolo di stampa pubblicato da una remota testata giornalistica di provincia non avrebbe potuto decretare tale successo (quasi quasi dovrebbero ringraziarlo per aver loro concesso qualche istante di notorietà!)

Beh io proverei a togliere quelle pagine che riportano gli articoli e poi vediamo come si procede, nella narrazione dei fatti.

Ma proviamo a tracciarlo, un profilo dello scrittore che spesso è in TV (dove presumibilmente presto tornerà) con i suoi monologhi sulla correttezza, su come si vive, su cosa sia il rispetto, su come si accettano i propri limiti, ma evidentemente vale solo per gli altri. Un mix Saviano, un po’ inquisitore un po’ Ghandi.

Non si può pensare che uno come Saviano, commetta sbagli così grossolani, o che ingenuamente cada.

Diciamo che i sistemi nei quali si muove sono abbastanza blindati. Grandi case editrici, giornali sui quali ha sempre come dispensare parole in libertà, le TV che gli concedono spazi privilegiati.

E poi ci siamo noi, i giornalisti … quelli amati e odiati.
Noi, NOTI O SCONOSCIUTI, buoni e cattivi, capaci, meno capaci ed incapaci.
Noi, incorruttibili, corruttibili, corrotti.
Noi, che ci comprano con poco e ci svendono per nulla.
Noi, che UBBIDIAMO SOLO AL LETTORE, o che invece ubbidiamo ai poteri forti.
Noi, che scegliamo di parlare sempre o noi che stiamo zitti, sperando che nessuno si accorga che siamo stati zitti fin quando l’onda anomala non sia passata.

Ad oggi comunque non ho ancora deciso se mi rattrista più un Saviano che copia, o un Papa che impreca.

Simona Stammelluti