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E’ dalla pagine di Repubblica che Federica Angeli, colei che scrive con tenacia, coraggio e precisione quasi chirurgica sulla malavita di Ostia, torna a denunciare quello che “continua” ad accadere, malgrado i riflettori, i processi e le condanne agli Spada.
Ci si domanda come mai tutto continui a scorrere come se nulla fosse, come se fossero più forti di tutto e di tutti, come se nulla possa ostacolare un percorso che mira – così come si legge nell’inchiesta – a mettere in trappola, gli imprenditori in difficoltà.
Una guerra troppo grande? A leggere le parole della Angeli e di Enrico Bellavia, che hanno fatto quello che sanno fare bene e che si chiama denunciare, sarà anche una guerra, ma se è vero che vince chi non molla, qua la Angeli non ha nessuna intenzione di mollare. Ricordiamo che Federica Angeli vive ormai da 3 anni sotto scorta, ma questa condizione non l’ha certo dissuasa dal “lasciar stare”, perché lei queste parole non le conosce proprio, non le contempla nel suo vocabolario di vita, nel quale spiccano a caratteri cubitali le parole verità e giustizia.
Ma veniamo ai fatti. I fatti accadono ad Ostia, dove convivono i clan degli Spada e dei Fasciani, e dove nell’arco di un anno, ci sono stati sei casi di imprenditori che, trovatisi in difficoltà, sono finiti nella trappola di chi voleva “aiutarli”, ma che alla fine si sono ritrovati tagliati fuori dalla malavita, che si è impossessata delle loro proprietà.
Ma cosa accadeva nel dettaglio? Come si legge nelle pagine di Repubblica, gli imprenditori in difficoltà, in un momento di crisi, venivano avvicinati da un broker che prometteva loro un prestito, che però non arrivava. Ma arrivava il “consiglio” di affittare l’attività, nell’attesa di un periodo di nuova liquidità. Iniziavano così le storie disperate dei proprietari di bar e negozi, ma finiva che “quelli lì” si piazzavano dentro e si impossessavano di tutto…ma proprio di tutto. Quale modo migliore di riciclare il denaro sporco, derivante da innumerevoli attività illecite perpetrate sul territorio? Il territorio è sempre quello dove si deve sempre sapere “chi comanda” e comanda chi sa ripulirsi, chi sa mostrare una buona facciata, perché quel che c’è dietro si sa come nasconderlo.

Si ricordi il caso del tentativo di esproprio del lido Orsa Maggiore, sempre ad Ostia, denunciato dalla Angeli e da Repubblica. Quello fu l’inizio di una tomba scoperchiata che portò alla luce i rapporti tra malavita locale e politica.
E adesso il sistema si è rimesso in moto. La scorsa estate un imprenditore, che possiede dei bar, in un periodo di crisi, concentra le sue energie sul locale che più ha prestigio e che quindi può portare più frutto. Chiede un prestito ad una banca locale, che però con mille pretesti, gli nega il denaro per risollevare le sorti delle sue attività. Qualcuno gli suggerisce una soluzione, e così l’imprenditore si ritrova a colloquio con il titolare di una agenzia immobiliare “tuttofare”, che si occupa di mutui online, disbrigo pratiche, prestiti anche in condizioni difficili, insomma la persona ideale per risolvere ogni problema.
Negli uffici dell’Immobiliare c’è anche Armando Spada – già condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado per corruzione aggravata dal metodo mafioso nella vicenda Orsa Maggiore – che all’inizio promette e poi frena. L’imprenditore scalpita perché vuole risolvere la questione, ma la questione la risolvono loro, a modo loro: convincono l’imprenditore, ormai stremato da tutta la vicenda, a cedere il bar, a darlo in gestione, “giusto il tempo di riprendersi” – dicevano loro. L’imprenditore accetta, il canone di locazione è di 1800 euro a settimana.
Alla stipula del contratto ci sono un certo “Aldo” e lo stesso Armando Spada. Dal bar non usciranno più e quando l’imprenditore va a reclamare ciò che gli spetta si sente dire che soldi non ce ne sono e che lì comandano loro. Riceve poi due assegni scoperti. L’imprenditore prova con le vie di legge. Lo sfratto messo in atto non va a buon fine, a causa di cavilli. L’imprenditore sembra non capire con chi ha a che fare. E allora gli schiariscono le idee. Qualche giorno dopo, la Finanza chiude un altro bar dell’imprenditore perché definito malfamato, considerato che durante un blitz vengono trovati al suo interno dei pregiudicati.
L’imprenditore capisce di essere finito in trappola, così come anche altri suoi 5 colleghi. Non resta che denunciare. L’indagine è partita e anche questa volta si andrà fino in fondo.
Simona Stammelluti

Vincenzo Sapia

Il caso di Vincenzo Sapia, il giovane 29enne di Mirto Crosia, morto il 24 maggio del 2015 si riapre, dopo che nella giornata del 31  marzo u.s. il Gip del Tribunale di Castrovillari, Dott.ssa Letizia Benigno, si è espressa in merito alla richiesta di opposizione all’archiviazione, richiesta dall’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Sapia.

Ordina una integrazione alle indagini, il Gip, esprimendosi con parole che mettono in evidenza proprio la “persistente incertezza sulle cause del decesso del Sapia, che rende inopportuna una pronuncia di archiviazione […]

E’ lo stesso Gip che rigetta, dunque, la richiesta di archiviazione e chiede al PM di “rivisitare i quesiti medico-legali affidandoli ad un medico-legale specialista nella branca della cardiologia”.

Sono tanti i passaggi dell’ordinanza del Gip,  che richiamano alle motivazione dell’opposizione all’archiviazione che l’Avv. Anselmo ha ben esposto durante l’udienza dello scorso 27 gennaio.
morte-del-giovane-sapia-oggi-in-aula-lopposizione-allarchiviazione_300924

E’ proprio il tema medico-legale, sul quale l’Avv. Anselmo ha maggiormente posto l’attenzione, che ritorna in maniera incisiva tra le motivazioni salienti spiegate nelle dieci pagine di ordinanza.

Si farà dunque ancora luce sulla vicenda, sulle incertezze di come si è approcciato alla vicenda stessa, come la tempistica nella gestione degli eventi, o i comportamenti cautelari e prudenziali da tenere nei casi di arresto e fermo di persone in condizioni di disagio psichico.

Avv. Fabio Anselmo

E’ lo stesso Avvocato Fabio Anselmo che raggiunto telefonicamente a seguito della ordinanza del Gip Benigno, a dirsi soddisfatto per l’esito raggiunto, e sottolinea ancora la sua convinzione che “la morte di Vincenzo Sapia, potesse e dovesse essere evitata“.

Simona Stammelluti

Vincenzo Sapia


Il caso di Vincenzo Sapia, il giovane 29enne di Mirto Crosia, morto il 24 maggio del 2015 si riapre, dopo che nella giornata del 31  marzo u.s. il Gip del Tribunale di Castrovillari, Dott.ssa Letizia Benigno, si è espressa in merito alla richiesta di opposizione all’archiviazione, richiesta dall’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Sapia.
Ordina una integrazione alle indagini, il Gip, esprimendosi con parole che mettono in evidenza proprio la “persistente incertezza sulle cause del decesso del Sapia, che rende inopportuna una pronuncia di archiviazione […]
E’ lo stesso Gip che rigetta, dunque, la richiesta di archiviazione e chiede al PM di “rivisitare i quesiti medico-legali affidandoli ad un medico-legale specialista nella branca della cardiologia”.
Sono tanti i passaggi dell’ordinanza del Gip,  che richiamano alle motivazione dell’opposizione all’archiviazione che l’Avv. Anselmo ha ben esposto durante l’udienza dello scorso 27 gennaio.
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E’ proprio il tema medico-legale, sul quale l’Avv. Anselmo ha maggiormente posto l’attenzione, che ritorna in maniera incisiva tra le motivazioni salienti spiegate nelle dieci pagine di ordinanza.
Si farà dunque ancora luce sulla vicenda, sulle incertezze di come si è approcciato alla vicenda stessa, come la tempistica nella gestione degli eventi, o i comportamenti cautelari e prudenziali da tenere nei casi di arresto e fermo di persone in condizioni di disagio psichico.

Avv. Fabio Anselmo


E’ lo stesso Avvocato Fabio Anselmo che raggiunto telefonicamente a seguito della ordinanza del Gip Benigno, a dirsi soddisfatto per l’esito raggiunto, e sottolinea ancora la sua convinzione che “la morte di Vincenzo Sapia, potesse e dovesse essere evitata“.
Simona Stammelluti

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I Catalogatori dei Beni Culturali in tutta la Sicilia in questi giorni hanno proclamato lo stato di agitazione con il sostegno delle maggiori sigle sindacali. Oggi i catalogatori della Soprintendenza di Agrigento sono in assemblea. Chi sono i catalogatori e quali sono le motivazioni della protesta?

I catalogatori dei Beni Culturali sono lavoratori in servizio da ben 22 anni presso gli uffici del Dipartimento dei Beni Culturali in tutta la Sicilia.

Inquadrati nelle fasce C e D del Contratto Collettivo Regionale dei lavoratori della Pubblica Amministrazione, si occupano della verifica dell’interesse culturale, che sta alla base dell’attività di tutela e valorizzazione dei Beni Culturali in Sicilia. Vale a dire che intervengono nell’accertamento dell’interesse culturale di un bene, sia esso artistico, architettonico, archeologico, antropologico, archivistico o librario, in modo che si possano attivare le opportune procedure di tutela e valorizzazione.

La nostra storia ha inizio con un progetto di catalogazione del patrimonio culturale della Regione Siciliana realizzato tra il 1995 e il 2008 con l’impiego di personale a vario titolo qualificato, che aveva già avuto esperienza di catalogazione con gli istituti periferici dell’amministrazione regionale siciliana negli anni precedenti. I rapporti di lavoro nel tempo sono stati regolati da vari tipi di contratti a tempo determinato: il CCRL del pubblico impiego, metalmeccanici, Federculture, inframmezzati anche con periodi di LSU.

Nel 2007 finalmente la Regione Siciliana approva la legge n. 24, che all’art. 1 prevede l’immissione nei ruoli della Pubblica Amministrazione del personale impiegato nell’attività di Catalogazione; la stessa norma prevede che nelle more della stabilizzazione il personale transiti nella società a partecipazione regionale Beni Culturali, oggi Servizi Ausiliari Sicilia.

Ad oggi, dopo dieci anni, non è stata attivata alcuna procedura di stabilizzazione e la norma è rimasta lettera morta.

Abbiamo sentito la rappresentante Funzione Pubblica della Cgil Antonella Polito.

Cosa è accaduto di nuovo in questi giorni?

“In questi giorni su richiesta dell’Assessorato Regionale alla Funzione Pubblica presso l’intera amministrazione regionale si procede alla ricognizione del personale effettivo in organico allo scopo di fotografare lo stato di fatto e redigere una pianta organica di previsione che tenga conto del fabbisogno determinato anche dai vuoti creati dai pensionamenti in corso”.

Qual è il problema?

“Nella stesura della pianta organica Il Dipartimento dei Beni Culturali non intende tenere conto della presenza effettiva del personale catalogatore, che da anni contribuisce attivamente al raggiungimento degli obiettivi. La protesta dunque si concretizza nell’astensione dalle attività d’istituto, quelle cioè dove l’urgenza del lavoro risulta più evidente, come nei pareri per il rilascio dei N.O. che coinvolgono il servizio all’utenza esterna. Voglio però ricordare anche la realtà di quei lavoratori che in nome dell’estraneità ai ruoli soffrono una condizione di emarginazione dall’attività lavorativa che si traduce concretamente nel mancato utilizzo delle potenzialità produttive e nella pesante mortificazione della dignità del lavoratore”.

Cosa chiedono dunque i Catalogatori?

“Chiediamo innanzitutto il riconoscimento formale della presenza effettiva di queste professionalità nell’organico del Dipartimento Beni Culturali, secondo le attribuzioni previste nel documento sui profili professionali concordato e sottoscritto tra le parti sociali e l’Amministrazione Regionale già nel 2013.

Chiediamo, quindi, che l’Amministrazione Pubblica Regionale mantenga l’impegno previsto dalla L.R.24/2007 e proceda con l’immissione nei ruoli di questo personale che la Servizi Ausiliari Sicilia mantiene in servizio dopo dieci anni ancora nelle more della stabilizzazione”.

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I Catalogatori dei Beni Culturali in tutta la Sicilia in questi giorni hanno proclamato lo stato di agitazione con il sostegno delle maggiori sigle sindacali. Oggi i catalogatori della Soprintendenza di Agrigento sono in assemblea. Chi sono i catalogatori e quali sono le motivazioni della protesta?
I catalogatori dei Beni Culturali sono lavoratori in servizio da ben 22 anni presso gli uffici del Dipartimento dei Beni Culturali in tutta la Sicilia.
Inquadrati nelle fasce C e D del Contratto Collettivo Regionale dei lavoratori della Pubblica Amministrazione, si occupano della verifica dell’interesse culturale, che sta alla base dell’attività di tutela e valorizzazione dei Beni Culturali in Sicilia. Vale a dire che intervengono nell’accertamento dell’interesse culturale di un bene, sia esso artistico, architettonico, archeologico, antropologico, archivistico o librario, in modo che si possano attivare le opportune procedure di tutela e valorizzazione.
La nostra storia ha inizio con un progetto di catalogazione del patrimonio culturale della Regione Siciliana realizzato tra il 1995 e il 2008 con l’impiego di personale a vario titolo qualificato, che aveva già avuto esperienza di catalogazione con gli istituti periferici dell’amministrazione regionale siciliana negli anni precedenti. I rapporti di lavoro nel tempo sono stati regolati da vari tipi di contratti a tempo determinato: il CCRL del pubblico impiego, metalmeccanici, Federculture, inframmezzati anche con periodi di LSU.
Nel 2007 finalmente la Regione Siciliana approva la legge n. 24, che all’art. 1 prevede l’immissione nei ruoli della Pubblica Amministrazione del personale impiegato nell’attività di Catalogazione; la stessa norma prevede che nelle more della stabilizzazione il personale transiti nella società a partecipazione regionale Beni Culturali, oggi Servizi Ausiliari Sicilia.
Ad oggi, dopo dieci anni, non è stata attivata alcuna procedura di stabilizzazione e la norma è rimasta lettera morta.
Abbiamo sentito la rappresentante Funzione Pubblica della Cgil Antonella Polito.
Cosa è accaduto di nuovo in questi giorni?
“In questi giorni su richiesta dell’Assessorato Regionale alla Funzione Pubblica presso l’intera amministrazione regionale si procede alla ricognizione del personale effettivo in organico allo scopo di fotografare lo stato di fatto e redigere una pianta organica di previsione che tenga conto del fabbisogno determinato anche dai vuoti creati dai pensionamenti in corso”.
Qual è il problema?
“Nella stesura della pianta organica Il Dipartimento dei Beni Culturali non intende tenere conto della presenza effettiva del personale catalogatore, che da anni contribuisce attivamente al raggiungimento degli obiettivi. La protesta dunque si concretizza nell’astensione dalle attività d’istituto, quelle cioè dove l’urgenza del lavoro risulta più evidente, come nei pareri per il rilascio dei N.O. che coinvolgono il servizio all’utenza esterna. Voglio però ricordare anche la realtà di quei lavoratori che in nome dell’estraneità ai ruoli soffrono una condizione di emarginazione dall’attività lavorativa che si traduce concretamente nel mancato utilizzo delle potenzialità produttive e nella pesante mortificazione della dignità del lavoratore”.
Cosa chiedono dunque i Catalogatori?
“Chiediamo innanzitutto il riconoscimento formale della presenza effettiva di queste professionalità nell’organico del Dipartimento Beni Culturali, secondo le attribuzioni previste nel documento sui profili professionali concordato e sottoscritto tra le parti sociali e l’Amministrazione Regionale già nel 2013.
Chiediamo, quindi, che l’Amministrazione Pubblica Regionale mantenga l’impegno previsto dalla L.R.24/2007 e proceda con l’immissione nei ruoli di questo personale che la Servizi Ausiliari Sicilia mantiene in servizio dopo dieci anni ancora nelle more della stabilizzazione”.

La presenza dei gruppi provenienti da Israele e Palestina sembra essere stato il punto forte della 72esima edizione della festa del Mandorlo in Fiore, l’annuale appuntamento che vede radunati sotto il cielo di Agrigento, i gruppi folkloristici provenienti da molte parti del mondo, per sfilare sotto il segno dell’amicizia, della pace, della fratellanza, conservando le differenze, le proprie culture e la storia della propria tradizione.
La storica sagra – che quest’anno è divenuta “Festa” – non è stata organizzata come sempre dal Comune di Agrigento, ma dall’ente parco archeologico della Valle dei Templi diretto da Giuseppe Parello che ha voluto fortemente investire in questa iniziativa, che mette la cultura e lo scambio di tradizioni al centro di un evento, che da anni ormai, è capace di accogliere il folklore che giunge da luoghi lontani.
Quest’anno 16 gruppi, tanti bambini, costumi meravigliosi, hanno sfilato per Via Atenea, in una suggestiva fiaccolata, capace, anno dopo anno, di annullare le lingue diverse, accomunando agrigentini e figli del mondo, sotto il simbolo dell’amicizia, della pace e di sorrisi contagiosi.
Turchia, Moldavia, Repubblica Ceca, India, Giordania, Iran … ma sono stati i ragazzi di Israele e Palestina, ad incantare, perché incanta vedere la rappresentanza di due popoli in perenne guerra tra di loro, che sfilano fianco a fianco, annullando distanze e divergenze, mettendo a tacere odio silente tramandato di generazione in generazione, diventando così il vero simbolo della pace e della fratellanza.
Una serata organizzata nel pieno rispetto della sicurezza, perché eventi del genere devono costituire un fulcro culturale, segno tangibile di una tradizione che di anno in anno, prova a conservare idee e ideali, che risiedono nella forza della condivisione.
Colonna sonora della “fiaccolata dell’amicizia” a cura, anche quest’anno de “I tammura di Girgenti”, che hanno allietato e scandito il tempo facendo rimbombare il suono dei rullanti dentro le orecchie e nello stomaco di tutti i presenti.
Il tempo è stato clemente. Scampata la pioggia, la fiaccolata ha illuminato il crepuscolo di un 8 marzo all’insegna della tradizione e della festa collettiva.
Suggestione, colori e amicizia, le componenti di questa nuova edizione della fiaccolata dell’amicizia e se i giovani giunti ad Agrigento, hanno potuto condividere spazio e gioie, allora la speranza di un mondo migliore, capace di regalare a due popoli un futuro di coesistenza, senza più odio, sarà un giorno possibile.
Simona Stammelluti
Gallery foto fiaccolata dell’amicizia
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Così la mamma di Nunzia parlava alle sue figlie, forse quando ancora non sapevano cosa avrebbero fatto della loro vita. A guardarle oggi Nunzia, Roberta e Sara, sono Donne belle, talentuose, in gamba, libere ed indipendenti…e guidano la macchina.

Chissà che non le abbia aiutate quel consiglio materno, a diventare quel che sono, a sentirsi realizzate. Perché l’incoraggiamento nella vita è importante, e se si parla di donne lo è ancor di più.

Ci ricordiamo delle donne, del ruolo che occupano nella società, delle potenzialità che appartengono loro, a giorni alterni, quando ci fa comodo, nelle feste comandate o quando proprio non possiamo fare a meno di riconoscere la loro bravura nei momenti in cui sembrano essere l’unico scoglio capace di arginare le incomprensibili mareggiate della vita.

Le figure femminili nelle favole sono sempre state o principesse o matrigne, o fate o streghe, perché nelle favole c’è sempre una contrapposizione tra bene e male, un gioco di ruoli netto, e in conclusione arriva il lieto fine, mentre nella vita vera il lieto fine lo scrive la tenacia, che sbuca fuori dalla normalità di tutti i giorni, dalla consapevolezza di essere e di saper fare, dalla capacità di non appartenere a nulla e a nessuno se non alle proprie idee e alle proprie scelte, vivendo di passioni e di luce propria. Eppure ancora non siamo in grado di gestire società nelle quali si possa dare alla donna il giusto ruolo, senza che la stessa debba dimostrare più di un uomo di saper competere, di saper fare, di saper guidare…non solo la macchina.

Da sempre le donne fanno tutto, come se custodissero chissà quale segreto, o formula magica. Perché diciamolo… madre, compagna, figlia, sorella, amante, amica, casalinga, ed in carriera, una donna riesce ad esserlo tutto in una volta, in un sol respiro, in quella distanza netta tra un “pronti” ed un “via”. E lo fa mettendo a posto armadi e vita, come se fosse un semplice gioco da ragazzi, come se fosse il più normale degli impegni, quasi fosse un passatempo da non sottovalutare.

E poi c’è la cronaca, che però racconta un mondo diverso, stonato, stanco, quasi irriconoscibile, nel quale alla donna viene vietato di scegliere, di andare, di ribellarsi ai soprusi, alla quale viene chiusa la bocca “una volta per tutte”.

E’ la cronaca che racconta la donna che muore, viene violentata, viene annientata, per mano degli uomini che non reggono, forse, il peso del confronto, che si sentono padroni della vita altrui, che dimenticano il significato della parola rispetto, che dimenticano di aver amato, che dimenticano di essere “solo un uomo”.

Nel mondo si consumano ogni giorni offese, soprusi e violenze nei confronti delle donne, ma quando spegniamo la Tv, torniamo tutti alle nostre vite; ci dispiacciamo per un po’, ma poi dimentichiamo in fretta, perché la vita corre e scorre con l’intento di non lasciare traccia di ciò che è stato, perché fermarsi e riflettere non richiede solo tempo, ma anche un esame di coscienza che a volte fa troppo chiasso e dunque, va zittita pure quella.

Le donne come Nunzia, Roberta e Sara, sono l’esempio della emancipazione, della capacità che stende il tappeto rosso al confronto; Sono l’esempio della modernità seria, nella quale ognuno trova il proprio posto, mentre procede a vista, con un finale da scrivere per come si concepisce la propria esistenza, senza stereotipi, senza costrizioni e senza remore.

L’8 marzo è oggi e si farà spreco di tutto quello che nel resto dell’anno manca. Attenzione però ai cioccolatini e ai fiori e alle cene che costano il triplo e valgono poco. Danno l’idea (farlocca) che si possa “comprare” un simbolo per rendere omaggio a colei che – se solo si facesse caso – ha un valore inestimabile, ma veste con sobrietà la vita, lasciando che il mondo le guardi ancora con diffidenza, attendendo che “studiare, trovare un lavoro dignitoso e guidare la macchina”, possa essere per tutte, il passpartout per la felicità.

Buon 8 marzo

Simona Stammelluti


Così la mamma di Nunzia parlava alle sue figlie, forse quando ancora non sapevano cosa avrebbero fatto della loro vita. A guardarle oggi Nunzia, Roberta e Sara, sono Donne belle, talentuose, in gamba, libere ed indipendenti…e guidano la macchina.
Chissà che non le abbia aiutate quel consiglio materno, a diventare quel che sono, a sentirsi realizzate. Perché l’incoraggiamento nella vita è importante, e se si parla di donne lo è ancor di più.
Ci ricordiamo delle donne, del ruolo che occupano nella società, delle potenzialità che appartengono loro, a giorni alterni, quando ci fa comodo, nelle feste comandate o quando proprio non possiamo fare a meno di riconoscere la loro bravura nei momenti in cui sembrano essere l’unico scoglio capace di arginare le incomprensibili mareggiate della vita.
Le figure femminili nelle favole sono sempre state o principesse o matrigne, o fate o streghe, perché nelle favole c’è sempre una contrapposizione tra bene e male, un gioco di ruoli netto, e in conclusione arriva il lieto fine, mentre nella vita vera il lieto fine lo scrive la tenacia, che sbuca fuori dalla normalità di tutti i giorni, dalla consapevolezza di essere e di saper fare, dalla capacità di non appartenere a nulla e a nessuno se non alle proprie idee e alle proprie scelte, vivendo di passioni e di luce propria. Eppure ancora non siamo in grado di gestire società nelle quali si possa dare alla donna il giusto ruolo, senza che la stessa debba dimostrare più di un uomo di saper competere, di saper fare, di saper guidare…non solo la macchina.
Da sempre le donne fanno tutto, come se custodissero chissà quale segreto, o formula magica. Perché diciamolo… madre, compagna, figlia, sorella, amante, amica, casalinga, ed in carriera, una donna riesce ad esserlo tutto in una volta, in un sol respiro, in quella distanza netta tra un “pronti” ed un “via”. E lo fa mettendo a posto armadi e vita, come se fosse un semplice gioco da ragazzi, come se fosse il più normale degli impegni, quasi fosse un passatempo da non sottovalutare.
E poi c’è la cronaca, che però racconta un mondo diverso, stonato, stanco, quasi irriconoscibile, nel quale alla donna viene vietato di scegliere, di andare, di ribellarsi ai soprusi, alla quale viene chiusa la bocca “una volta per tutte”.
E’ la cronaca che racconta la donna che muore, viene violentata, viene annientata, per mano degli uomini che non reggono, forse, il peso del confronto, che si sentono padroni della vita altrui, che dimenticano il significato della parola rispetto, che dimenticano di aver amato, che dimenticano di essere “solo un uomo”.
Nel mondo si consumano ogni giorni offese, soprusi e violenze nei confronti delle donne, ma quando spegniamo la Tv, torniamo tutti alle nostre vite; ci dispiacciamo per un po’, ma poi dimentichiamo in fretta, perché la vita corre e scorre con l’intento di non lasciare traccia di ciò che è stato, perché fermarsi e riflettere non richiede solo tempo, ma anche un esame di coscienza che a volte fa troppo chiasso e dunque, va zittita pure quella.
Le donne come Nunzia, Roberta e Sara, sono l’esempio della emancipazione, della capacità che stende il tappeto rosso al confronto; Sono l’esempio della modernità seria, nella quale ognuno trova il proprio posto, mentre procede a vista, con un finale da scrivere per come si concepisce la propria esistenza, senza stereotipi, senza costrizioni e senza remore.
L’8 marzo è oggi e si farà spreco di tutto quello che nel resto dell’anno manca. Attenzione però ai cioccolatini e ai fiori e alle cene che costano il triplo e valgono poco. Danno l’idea (farlocca) che si possa “comprare” un simbolo per rendere omaggio a colei che – se solo si facesse caso – ha un valore inestimabile, ma veste con sobrietà la vita, lasciando che il mondo le guardi ancora con diffidenza, attendendo che “studiare, trovare un lavoro dignitoso e guidare la macchina”, possa essere per tutte, il passpartout per la felicità.
Buon 8 marzo
Simona Stammelluti

Il Patron di For Lady Ermanno Reda - Photo Fabio Lentini


Una selezione inedita, quella che si è svolta nella capitale, sabato 4 marzo presso il Teatro Porta Portese, dove il regista Sebastiano Rizzo, insieme agli ideatori della Kermesse “For Lady”  – Ermanno Reda e suo figlio Emanuel – ad addetti ai lavori e a giornalisti, ha selezionato le aspiranti concorrenti, andando ben oltre una semplice sfilata. Presente in platea, mentre provava a mimetizzarsi, anche il bravissimo attore di teatro Francesco Bossio.
L’ambiente è da sempre dei più suggestivi e l’odore che si respira in un teatro come quello che sorge nel cuore di Trastevere, crea un’atmosfera che avvolge le emozioni delle signore che raccontano su un palcoscenico, non solo chi sono e cosa le ha spinte a partecipare ad un concorso, ma anche percorsi di vita, sogni imbottigliati negli anni e lasciati decantare a lungo, e passioni che, in un particolari momento della vita, riescono a prendere il posto d’onore.

Sebastiano Rizzo - Regista Photo Fabio Lentini


Per loro Rizzo ha preparato due monologhi, che le aspiranti concorrenti dovevano provare a recitare. Tutte si sono cimentate in quella prova, ed alcune di esse hanno mostrato un talento che veniva da molto lontano, tanto che la giuria è rimasta in alcuni casi particolarmente colpita dalle performance. Il regista le ha “dirette”, le ha consigliate circa il registro da tenere, ha spiegato loro come si evolve la dinamica di un monologo e in alcuni momenti, sembrava davvero di essere in uno di quei laboratori teatrali dove il regista sale sul palcoscenico e mostra le giuste intenzioni di un testo e le tecniche di recitazione.
Tra le aspiranti c’erano professoresse, hostess, capotreni, imprenditrici, donne appassionate di cinema, attrici amatoriali, ex modelle e una insegnante di recitazione. Non era uno scontro su quel che si indossava, non su cosa mostrare, ma cosa lasciare nella giuria una volta scese da quel palcoscenico.
Si potrebbe dire che le emozioni, sono state le vere protagoniste, insieme a virgole di imbarazzo e voglia di restare nell’attenzione dei giudicanti per un dettaglio che potesse non passare inosservato. Alcune performance, seppur amatoriali, hanno strappato degli applausi e quando – dopo la foto di rito – le concorrenti sono scese dal palco, hanno seduto tutte vicine, senza troppa competizione, perché forse consapevoli che dopo una certa età, non è battaglia a quanto lunghe possano essere le proprie gambe, ma quanto si è capaci di mettersi in gioco, malgrado il tempo che passa e che qualche segno inevitabilmente lo lascia, malgrado il proprio vissuto che ha volte ha tradito buone intenzioni ed aspirazioni, malgrado quei difetti che a volte sanno essere un vero e proprio punto di forza.

C’aveva visto bene Ermanno Reda, quando ideò questo concorso, pensando a quella donna non più giovanissima, capace però di racchiudere in se il fascino e la forza che si acquisiscono vivendo, scontrandosi contro gli spigoli del vivere, mettendosi poi in gioco, mostrando con classe e disinvoltura, passioni e fragilità.
Un pomeriggio di selezioni e molto altro, firmato “For Lady”, la kermesse destinata a raggiungere sempre nuovi traguardi, mentre racconta la donna che si è, al di là di un semplice concorso di bellezza fatto di trucco, parrucco e passerelle.
Attendiamo For Lady in Sicilia, dove giungerà questa estate e dove organizzatori e giuria troveranno nuove affascinanti concorrenti, una location mozzafiato e un’accoglienza da dieci e lode.
Simona Stammelluti
Photo di Fabio Lentini che ringraziamo per l’utilizzo concesso al Sicilia24h


Anni ed anni di accuse, diffamazioni, calunnie, libri, presunte collusioni, manifesti. Non c’è stata pace in questi anni per il Procuratore Aggiunto di Agrigento Dott. Ignazio Fonzo e il giornalista e direttore di sicilia24h.it Lelio Castaldo i quali sono stati abbondantemente “attenzionati” dall’avvocato agrigentino Giuseppe Arnone accusandoli  di essere in combutta per emarginare mediaticamente lo stesso Arnone, i suoi comunicati e le sue trasmissioni, al cambio, secondo la “visuale” dell’avvocato agrigentino di un processo archiviato in favore del Castaldo.
Tre anni di indagini, interrogatori, produzione di documenti e quant’altro. Alla fine il Pubblico Ministero di Caltanissetta, dott.ssa Maria Carolina De Pasquale ha chiesto il rinvio a giudizio per Giuseppe Arnone per i reati di calunnia e diffamazione nei confronti di Ignazio Fonzo e Lelio Castaldo.
L’udienza è stata fissata per il prossimo 4 aprile quando il Gup David Salvucci terrà l’udienza preliminare in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio per Arnone.
Non si può parlare nemmeno di un colpo di scena perché sin dai primi momenti che è partita questa denuncia è parsa assolutamente priva di ogni ragionevole certezza. Arnone ha cercato sempre di voler dimostrare che il Procuratore Aggiunto e il giornalista fossero in combutta e d’accordo fra loro ipotizzando il reato di concussione. Una dimostrazione, però, che almeno per il Pubblico Ministero De Pasquale che ha condotto le indagini ha avuto i piedi di pastafrolla.
Arnone ha persino scritto un libro nel quale ha dedicato tantissime pagine a questa vicenda, intrisa di accuse, ingiurie e fatti che realmente non sono mai accaduti.
Abbiamo avvicinato il nostro Direttore Lelio Castaldo che per anni, insieme al Procuratore Fonzo, ha subito di tutto e di più per una vicenda che adesso sembra stia prendendo il verso giusto, della legalità, della giustizia.
Difeso dall’avvocato empedoclino Luigi Troja, dice: “Se dobbiamo essere certosini manca ancora l’ultimo tassellino per portare a processo l’avvocato Arnone che in questi anni si è voluto divertire inventandosi di sana pianta amicizie a scopo di concussione fra me e il dott. Fonzo che non ho il piacere di conoscere se non in foto. Ci troviamo dinnanzi al più classico dei casi dove la fantasia supera abbondantemente la realtà.
Fino a qualche giorno fa Arnone sghignazzava nella sua pagina di facebook proprio su questa vicenda sottolineando che ci sarebbe stato molto da ridere. Capisco – continua Lelio Castaldo – che si può ridere non soltanto di gioia ma può anche capitare, a volte, che si possa ridere anche di dolore per una stranissima forma di nervosismo che invece di farti uscire le lacrime dagli occhi ti fa sgranasciare (libertà poetica…) a denti pieni. Non escludo che questa seconda ipotesi possa colpire proprio Arnone il prossimo 4 aprile. Nel corso di questi anni sono stato lungamente interrogato dai magistrati nisseni ed ho ampiamente dimostrato che la notizia secondo la quale io avrei tolto dal mio giornale e che riguardava Fonzo è durata, al contrario, più delle altre essendo stata collocata in secondo piano! Per quanto riguarda la mancata registrazione di una trasmissione televisiva, dopo una serie di colloqui con alcune persone ed anche il mio editore, è stato deciso testualmente di non prestare il fianco ad Arnone per accusare urbi et orbi la Procura agrigentina. Ho deciso di non registrarla e di non fare il suo gioco. Da qui le sue assai colorite conclusioni che adesso, con molta, molta probabilità lo porteranno a subire un processo. E certamente, come ha sempre “previsto” lui su libri, manifesti, comunicati e social network, ne vedremo delle belle. Su questo punto sono d’accordo con l’avvocato. Sono certissimo che ne vedremo delle belle, ma bisogna vedere chi riuscirà a sorridere per pura gioia e chi sorriderà ‘comu u babaluciu no focu’. Permettimi di usare questa forma tanto colorita quanto emblematica. Concludo: e poi Arnone si lamenta che non gli diamo spazio nel nostro giornale; cavolo in 48 ore ha avuto due primi piani!!!”