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E’ in diretta la serata finale di Amici e come ogni anno, il verdetto spetta al pubblico a casa che vota con sms e attraverso i social.
Vince un ballerino, dopo tanti anni nei quali alla vittoria della fortunata trasmissione della De Filippi si sono avvicendati svariati cantanti dei quali non ricordiamo neanche i nomi.
Certo è che quest’anno ha vinto il talento indiscusso. Andreas Muller,  19 anni, ballerino carismatico e di poche parole, si era guadagnato la finale convincendo puntata dopo puntata la giuria formata dalla Abbagnato, da Ambra, da Ermal Meta e da Daniele Liotti.
In finale erano arrivati anche il ballerino Sebastian che oltre ad un contratto con un famoso coreografo francese che lo ha scelto per una tournee in Francia ed Italia come primo ballerino, vince il premio della giuria formata dai giornalisti e sponsorizzato da Vodafone di 50 mila euro, la cantante Federica che ha vinto il premio “perfezionamento” sempre messo a disposizione dal famoso sponsor e Riccardo cantante, premiato dalla giuria di Radio 101, radio ufficiale della trasmissione con un premio di 20 mila euro.
Una serata che ha messo in evidenza quella che era la superiorità schiacciante del ballerino di Fabriano che nei suoi sogni ha sempre avuto quello di poter vivere ballando e che quest’anno festeggiava i suoi tre anni di dedizione ad Amici, considerato che la prima volta non era riuscito ad entrare come alunno della scuola, lo scorso anno ha dovuto ritirarsi per un infortunio e quest’anno invece, il suo percorso l’ha condotto alla vittoria.

150 mila euro per lui e contratti che gli permetteranno di ballare e di continuare a far sognare. Perché dietro quel carattere così schivo ed una vita di grandi sacrifici, Andreas nasconde una prorompente bravura, una passione, una dinamicità fuori dal comune e una capacità interpretativa che emoziona e che conduce lo spettatore ad innamorarsi della danza.
Vince il talento, dunque, anche se la giuria formata dai giornalisti in studio ha sottolineato anche la bravura del cantante Riccardo, arrivato al rush finale con Andreas.
Una puntata che è scorsa via liscia, con i collegamenti da casa dove i parenti dei finalisti che hanno sostenuto i propri ragazzi, incoraggiandoli a mettercela tutta e a gioire per il risultato ottenuto.
Ospiti della serata Geppi Gucciari, Giorgio Panariello e sul finale Roberto Saviano che ha raccontato ai ragazzi di come si debba provare a sbarazzarsi dei pregiudizi e dei luoghi comuni per apprezzare la vita e gli altri. Lo ha fatto raccontando la storia di Sofia Righetti, una ragazza sulla sedia a rotelle che nella sua vita ha fatto tutto quello che ha desiderato imparando prima di tutto ad accettarsi per quella che è, senza compromessi con il giudizio degli altri.
Protagonista della serata però la danza, meravigliosamente eseguita da Andreas su coreografie ideate e dirette dal coreografo di fama nazionale, Giuliano Peparini che prima della proclamazione del vincitore ha consigliato ai ragazzi di guardare sempre un po’ indietro, non dimenticandosi mai da dove sono partiti e di imparare a gioire anche delle piccole cose e non solo dei grandi successi.
La macchina organizzativa della trasmissione più famosa di sempre è stata impeccabile, la padrona di casa, Maria De Filippi anche quest’anno ha dribblato con classe tutti gli imprevisti sopraggiunti in corso d’opera e da domani già si pensa ai nuovi concorrenti per la prossima edizione.
Intanto questa notte Andreas Muller probabilmente non dormirà, ancora incredulo della sua vittoria ad Amici 2017, così come gli si leggeva nel labiale mentre alzava al cielo la coppa che quest’anno, forse più di molti anni passati, ha decretato la vittoria del più bravo, del talento, di quella polvere di stelle che si posa su chi assiste a performance di chi regala agli altri quel che sa fare, con immensa generosità.
Simona Stammelluti

Il piccolo Francesco aveva solo 7 anni e questa mattina è morto all’ospedale di Ancora dove era ricoverato nel reparto rianimazione e dove era arrivato martedì notte in condizioni gravissime, in uno stato di semi-coscienza, con febbre alta e un ascesso celebrale.

Il piccolo Francesco è morto nel 2017 per una banalissima otite, perché i suoi genitori  lo hanno affidato a cure alternative e non gli hanno somministrato un altrettanto banale antibiotico.

La cosa che sconvolge è l’ignoranza, la superstizione, la poca lucidità che porta dei genitori a non accorgersi che affidandosi a ciarlatani, che sfruttano le loro paure, stanno condannando a morte un bambino.

Sono lontani quei tempi nei quali si moriva per un’appendicite, per una puntura ad una spina o quando una tonsillite minava per sempre la salute cardiaca di un bambino; Oggi basta una semplice profilassi, una vaccinazione contro il tetano o qualche compressa di antibiotico per risolvere presto e bene una infezione.

Leggere le dichiarazioni agghiaccianti del nonno del bambino morto per una banale otite, spinge inevitabilmente a delle riflessioni e alla presa di coscienza che si debba correre ai ripari.

Il nonno racconta che la fiducia dei genitori riposta in questo “medico” era estrema. Insomma, si fidavano ciecamente, mentre curava il bambino con prodotti omeopatici anziché antibiotici.

Il medico ciarlatano in questione, che si chiama Massimiliano Mecozzi, a dire del nonno aveva migliaia di pazienti e aveva spaventato a morte la mamma del bambino –  quando quest’ultima lo aveva supplicato di acconsentire a che lo si portasse in ospedale perché vedeva Francesco peggiorare in maniera repentina – dicendole che lì, in ospedale, gli avrebbero somministrato la tachipirina che l’avrebbe fatto diventare sordo, e che gli avrebbe potuto provocare anche un coma epatico.

E così Francesco è stato fintamente curato con dei granuli di un prodotto, ed è peggiorato fino a morire.

Il Mecozzi aveva anche dato una sorta di aut aut alla famiglia che voleva chiedere un parere alla pediatra, dunque o stavano con lui, o con la pediatra.

Non era la prima volta che Francesco soffriva di otite e mai da quando aveva 3 anni di età, aveva preso un antibiotico. Una specie di roulette russa, che alla fine l’ha ucciso.

Uno dei tanti santoni, questo dottor Mecozzi, che affermava che il vomito che il bambino stava avendo era l’anticamera della guarigione. Ma quando la mamma del piccolo lo ha ricontattato mandandogli un video perché Francesco stava andando in coma, lui ha risposto di non poter valurare nulla da un video, che era fuori città e che se volevano potevano portarlo in ospedale, che lui non si sarebbe opposto.

Come è andata a finire la vicenda, ormai è noto. Il telefono del santone è irraggiungibile, come prevedibile, e il nonno ha dichiarato che passerà il resto dei suoi giorni per vederlo condannato, perché il suo delirio di onnipotenza ha ucciso tutta la sua famiglia.

Il famoso professor Garattini dichiara che “l’omeopatia è acqua fresca” e visto come sono andate le cose, la verità è molto vicina a questa sua affermazione. Lo stesso Garattini dichiara: “Via i medici che praticano l’omeopatia”, per lui, insomma, questi medici non dovrebbero far parte dell’ordine.

E’ massiccia la campagna di sensibilizzazione che anche il Dott. Roberto Burioniricercatore e professore Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università San Raffaele di Milano, attivo nel campo relativo allo sviluppo di anticorpi monoclonali umani contro agenti infettivi – sta facendo sui social network proprio riguardo all’importanza delle vaccinazioni e della medicina tradizionale. Parla ai genitori, non si stanca di raccontare gli effetti devastanti di una mancata profilassi adeguata e la pericolosità di cure alternative che portano purtroppo sempre più spesso a dover assistere a morti come quelle del piccolo Francesco.

Bisognerebbe mettere da parte la paura, recuperare la lucidità e ribellarsi a chi ci racconta una marea di sciocchezze, giocando ad andare “contromano” con la vita di chi amiamo.

Simona Stammelluti


Il piccolo Francesco aveva solo 7 anni e questa mattina è morto all’ospedale di Ancora dove era ricoverato nel reparto rianimazione e dove era arrivato martedì notte in condizioni gravissime, in uno stato di semi-coscienza, con febbre alta e un ascesso celebrale.
Il piccolo Francesco è morto nel 2017 per una banalissima otite, perché i suoi genitori  lo hanno affidato a cure alternative e non gli hanno somministrato un altrettanto banale antibiotico.
La cosa che sconvolge è l’ignoranza, la superstizione, la poca lucidità che porta dei genitori a non accorgersi che affidandosi a ciarlatani, che sfruttano le loro paure, stanno condannando a morte un bambino.
Sono lontani quei tempi nei quali si moriva per un’appendicite, per una puntura ad una spina o quando una tonsillite minava per sempre la salute cardiaca di un bambino; Oggi basta una semplice profilassi, una vaccinazione contro il tetano o qualche compressa di antibiotico per risolvere presto e bene una infezione.
Leggere le dichiarazioni agghiaccianti del nonno del bambino morto per una banale otite, spinge inevitabilmente a delle riflessioni e alla presa di coscienza che si debba correre ai ripari.
Il nonno racconta che la fiducia dei genitori riposta in questo “medico” era estrema. Insomma, si fidavano ciecamente, mentre curava il bambino con prodotti omeopatici anziché antibiotici.
Il medico ciarlatano in questione, che si chiama Massimiliano Mecozzi, a dire del nonno aveva migliaia di pazienti e aveva spaventato a morte la mamma del bambino –  quando quest’ultima lo aveva supplicato di acconsentire a che lo si portasse in ospedale perché vedeva Francesco peggiorare in maniera repentina – dicendole che lì, in ospedale, gli avrebbero somministrato la tachipirina che l’avrebbe fatto diventare sordo, e che gli avrebbe potuto provocare anche un coma epatico.
E così Francesco è stato fintamente curato con dei granuli di un prodotto, ed è peggiorato fino a morire.
Il Mecozzi aveva anche dato una sorta di aut aut alla famiglia che voleva chiedere un parere alla pediatra, dunque o stavano con lui, o con la pediatra.
Non era la prima volta che Francesco soffriva di otite e mai da quando aveva 3 anni di età, aveva preso un antibiotico. Una specie di roulette russa, che alla fine l’ha ucciso.
Uno dei tanti santoni, questo dottor Mecozzi, che affermava che il vomito che il bambino stava avendo era l’anticamera della guarigione. Ma quando la mamma del piccolo lo ha ricontattato mandandogli un video perché Francesco stava andando in coma, lui ha risposto di non poter valurare nulla da un video, che era fuori città e che se volevano potevano portarlo in ospedale, che lui non si sarebbe opposto.
Come è andata a finire la vicenda, ormai è noto. Il telefono del santone è irraggiungibile, come prevedibile, e il nonno ha dichiarato che passerà il resto dei suoi giorni per vederlo condannato, perché il suo delirio di onnipotenza ha ucciso tutta la sua famiglia.
Il famoso professor Garattini dichiara che “l’omeopatia è acqua fresca” e visto come sono andate le cose, la verità è molto vicina a questa sua affermazione. Lo stesso Garattini dichiara: “Via i medici che praticano l’omeopatia”, per lui, insomma, questi medici non dovrebbero far parte dell’ordine.
E’ massiccia la campagna di sensibilizzazione che anche il Dott. Roberto Burioniricercatore e professore Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università San Raffaele di Milano, attivo nel campo relativo allo sviluppo di anticorpi monoclonali umani contro agenti infettivi – sta facendo sui social network proprio riguardo all’importanza delle vaccinazioni e della medicina tradizionale. Parla ai genitori, non si stanca di raccontare gli effetti devastanti di una mancata profilassi adeguata e la pericolosità di cure alternative che portano purtroppo sempre più spesso a dover assistere a morti come quelle del piccolo Francesco.
Bisognerebbe mettere da parte la paura, recuperare la lucidità e ribellarsi a chi ci racconta una marea di sciocchezze, giocando ad andare “contromano” con la vita di chi amiamo.
Simona Stammelluti

Che dire se non “Grazie”, ad una mamma che va via?
E’ andata via poco prima delle 3 di questa notte Laura Biagiotti, signora della moda Made in Italy da oltre 50 anni e famosa in tutto il mondo.
Aveva 73 anni e qualche giorno fa, mentre passeggiava nella sua tenuta ha accusato un malore. Il suo cuore già malandato, non ha retto.

Amava l’arte, e viveva in maniera riservata malgrado fosse un personaggio pubblico, famosissima oltreoceano. Il New York Times la definì la regina del cachemire, e il suo stile “bianco” inconfondibile, è stato il leitmotiv della sua carriera.
Era figlia di una donna di moda che aveva una sartoria in Via Salaria e dopo aver mosso i suoi primi passi nell’atelier della mamma, firmò nel 1966 la sua prima collezione prêt-à-porter , e solo pochi anni dopo, nel 1972, fonda la sua maison e sfila a Firenze con la prima collezione personale. Da lì un successo inarrestabile, collaborazioni con altri stilisti, e quel suo “stile” che metteva al centro la donna di classe, un po’ romantica e quelle linee morbide. E’ stata la prima stilista italiana a sfilare in Cina.
Amava l’arte, aveva dichiarato in una intervista che “Arte-Moda” fosse un binomio interessante, e fu la prima a finanziare il restauro di un monumento della sua Roma, che aveva così tanto amato da  dedicarle anche un profumo.
Da un ventennio al suo fianco in azienda e nel mondo della moda, sua figlia Lavinia, che si è da sempre curata di promuovere l’immagine del brand in tutto il mondo.
Ed è proprio lei che dalle pagine del social network Twitter, che saluta la mamma con la frase “Thanks for all my beloved mum! Forever together – Grazie di tutto mia adorata mamma, saremo per sempre insieme”.
Simona Stammelluti

Che dire se non “Grazie”, ad una mamma che va via?

E’ andata via poco prima delle 3 di questa notte Laura Biagiotti, signora della moda Made in Italy da oltre 50 anni e famosa in tutto il mondo.

Aveva 73 anni e qualche giorno fa, mentre passeggiava nella sua tenuta ha accusato un malore. Il suo cuore già malandato, non ha retto.

Amava l’arte, e viveva in maniera riservata malgrado fosse un personaggio pubblico, famosissima oltreoceano. Il New York Times la definì la regina del cachemire, e il suo stile “bianco” inconfondibile, è stato il leitmotiv della sua carriera.

Era figlia di una donna di moda che aveva una sartoria in Via Salaria e dopo aver mosso i suoi primi passi nell’atelier della mamma, firmò nel 1966 la sua prima collezione prêt-à-porter , e solo pochi anni dopo, nel 1972, fonda la sua maison e sfila a Firenze con la prima collezione personale. Da lì un successo inarrestabile, collaborazioni con altri stilisti, e quel suo “stile” che metteva al centro la donna di classe, un po’ romantica e quelle linee morbide. E’ stata la prima stilista italiana a sfilare in Cina.

Amava l’arte, aveva dichiarato in una intervista che “Arte-Moda” fosse un binomio interessante, e fu la prima a finanziare il restauro di un monumento della sua Roma, che aveva così tanto amato da  dedicarle anche un profumo.

Da un ventennio al suo fianco in azienda e nel mondo della moda, sua figlia Lavinia, che si è da sempre curata di promuovere l’immagine del brand in tutto il mondo.

Ed è proprio lei che dalle pagine del social network Twitter, che saluta la mamma con la frase “Thanks for all my beloved mum! Forever together – Grazie di tutto mia adorata mamma, saremo per sempre insieme”.

Simona Stammelluti

La verità sulla morte del calciatore avvenuta il 18 novembre del 1989 è sempre più vicina
Nella giornata di ieri, il capo della Procura di Catrovillari Dott. Eugenio Facciolla ha chiesto al Gip l’incidente probatorio. Anche gli avvocati dell’allora ex fidanzata di Denis Bergamini, Isabella Internò, avevano annunciato – ma mai depositato – l’incidente probatorio.
Ricordiamo che ad oggi, Isabella Internò è indagata per omicidio con l’aggravante della premeditazione. Stesso avviso di garanzia per il camionista  Raffaele Pisano, che quella notte investì il corpo del calciatore.
Leggi i dettagli qui Caso bergamini ad una svolte decisiva
Il procuratore Facciolla ha dunque avviato la richiesta come procura e nel giro di pochi giorni, il Gip deciderà se accettare l’incidente probatorio che porterebbe così alla nomina dei pool di periti che si occuperanno della riesumazione del corpo di Donato Bergamini, sul quale poi verranno effettuati le analisi specifiche richieste dalla magistratura.
Ricordiamo che dopo due archiviazioni, era stato il legale della famiglia Bergamini, l’Avv. Fabio Anselmo, a chiedere la riapertura del caso dopo 28 lunghi anni.
Simona Stammelluti


Sembra ieri quel 23 maggio del 1992: 25 anni fa Giovanni Falcone aveva da poco saputo che sarebbe stato il procuratore nazionale antimafia, uno scenario quello, che all’epoca dei fatti faceva ancor più paura, perché con quel nuovo incarico il giudice diveniva ancor più pericoloso e i suoi nemici lo sapevano. Quei nemici che non erano solo i “mafiosi”propriamente detti. Che poi andrebbe capito per davvero di che mafia si parla. Certo non la manovalanza, non la malavita locale che innescò il tritolo sull’autostrada di Capaci.
Quella mafia che un tempo era relegata alle terre del sud e che da sempre prende nomi diversi pur utilizzando lo stesso codice, quella mafia che ha rotto ogni confine, che ha cambiato continuamente forma e natura, che si è modificata, si è infiltrata, si è messa il vestito buono per mimetizzarsi in maniera impeccabile in tutti gli ambienti, perché il potere resta la migliore posta in gioco e il mondo è abitato da corrotti e corruttibili.
Sembra una vita fa, quel 23 maggio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Giovanni Falcone non fosse stato assassinato. Difficile dirlo. Lui, convinto che la mafia non fosse invincibile, che come tutti i fenomeni umani, avrebbe avuto una fine. Lui, consapevole in vita di essere un morto che camminava, che sapeva per certo che ad ucciderlo non sarebbe stato il fumo, lui consapevole di essere un bersaglio scomodo e di avere un destino segnato, lui che non si sottrasse mai alla morte ma non fu certo un martire. Morì amando la vita, difendendo la verità con il lavoro e il sacrificio.
Le parole strage, attentato oggi fanno paura come allora.
Oggi i giovani che hanno l’età che io avevo all’epoca della strage di Capaci, hanno forse più mezzi di quelli che avevano quelli della mia generazione per capire i meccanismi della mafia e per prendere le distanze da essa. Mafia Capitale è solo uno dei tanti nuovi volti della mafia, che si annida davvero in molti dettagli del quotidiano, anche se a volte facciamo finta di non vedere, ci tappiamo orecchi e bocche, ci giriamo dall’altra parte perché è più comodo così. C’è la mafia ad Ostia, e ci sono voluti tanti altri “sacrifici” e massicce dosi di coraggio per smascherare realtà ben nascoste nei piani alti di palazzi di potere.
La lotta alla mafia dovrebbe essere costante e partire sempre dal basso. Ci potranno essere altri cento Giovanni Falcone, ma se non impariamo a riconoscerla, la mafia, alcuni sacrifici saranno stati vani. E non dimentichiamo che ad oggi ci sono altri magistrati e tanti giornalisti che rischiano di saltare in aria perché la mafia la guardano in faccia, la raccontano, la scovano, scavando a mani nude proprio lì dove in molti si sono girati dall’altra parte, proprio lì dove ci sono realtà inquietanti.
Nella confusione di alcuni eventi e in momenti storici propizi, nasce il marcio anche dove non dovrebbe. Non ci dimentichiamo che esistono sì associazioni antimafia, ma ne esistono anche di finte. E allora come si fa a capire da che parte stare, se a volte la verità si nasconde nelle rughe di volto che dovrebbe rappresentare la legalità?

Quando conobbi per la prima volta la giornalista di Repubblica Federica Angeli, a tutt’oggi sotto scorta perché ripetutamente minacciata, lei mi disse queste parole a bruciapelo: “La mafia si fa strada ogni volta che si chiede un piacere a qualcuno che conta, ogni volta che pretendiamo di passare avanti agli altri, ogni volta che siamo disposti a ricambiare un favore mentre sappiamo che quel favore non era proprio lecito, ogni volta che sappiamo che da qualche parte qualcosa non va come dovrebbe, ma facciamo finta di non aver visto e di non aver sentito perché è più comodo così”.
Dovrebbero scriverne un decalogo con queste parole della Angeli e appenderle nelle scuole. Dovremmo essere capaci di educare le nuove generazioni alla legalità, sostenendo la cultura, ed è questo che Falcone voleva, era questo che credeva possibile come arma contro la mafia.
Esiste un “mondo di mezzo”, che andrebbe raso al suolo. Prendere una posizione ferma e di coraggio è oggi più che mai un passo fondamentale, prima che si sia costretti a dire che “il tempo passa, la mafia resta”.
Ma sembra che le coscienze si smuovano solo all’occorrenza, nelle occasioni che ci ricordano che la mafia è una montagna di merda (Peppino Impastato).

Solo all’occorrenza ci si mobilita, si aderisce ad iniziative, si alzano bandiere a lutto, si è sensibili, ci si commuove e si piange. Si grida all’atto ingiusto. Tutto dopo, però.
Come se la spinta a fare qualcosa, a capire che non si può più stare ad aspettare, inermi, che le cose cambino, sia sempre un “atroce accaduto”. La mafia non attende inerme.
Attende solo i momenti propizi.
Studia le sue mosse, rendendole significative, e prepara gli attentati.
Mai a caso.
Mai in un luogo a caso.
Mai in un giorno a caso.
Perché il terrore, la mafia lo semina “a fuoco”, lasciando cicatrici nella vita sociale, che nessuna chirurgia estetica potrà mai nascondere.
Simona Stammelluti

Sembrerebbe un gioco.
Inizia come un gioco.
Non è un gioco.
Finisce in tragedia.
Sembra una sfida, come ce ne sono migliaia nella vita di qualcuno.
E’ istigazione al suicidio.
Ma chi sono coloro che istigano?
E chi sono coloro che muoiono, pensando che sia figo spingersi così in là fino a morire?
Ci sarebbe prima di tutto da chiedersi cosa cercano oggi i ragazzi. Perché se da genitori passiamo la nostra esistenza a “stimolare” la loro curiosità, invitandoli alla scoperta del mondo che li circonda, sperando che trovino una proprio strada e che siano alimentati da una qualche passione, arriva il momento in cui dobbiamo lasciare la loro mano, perché è giusto che camminino da soli lungo un percorso nel quale qualcosa, a volte, può non andare come dovrebbe.
Ed allora i giovani muovono i loro passi in un terreno fin troppo minato. Vogliono sentirsi grandi, forti, invincibili. Vogliono sentirsi i primi, forse perché nessuno mai li ha fatti sentire così, forse perché la volontà di esprimersi all’interno del proprio mondo reale non trova spazio, mentre nel mondo virtuale, è tutto semplice, amplificato, senza regole.
Eccola la parola chiave: le regole.
Lì dove non ci sono regole, si innesca il buio.

In quel buio brancolano vittime e carnefici, pensando di avere chissà quale ruolo. Ruoli di chi incita e di chi pensa di potercela fare. Ruoli di chi pone “finte regole” che in realtà è solo voglia di annientare il prossimo.
Sembra assurdo pensarla in questi termini, ma “sopravvivere” ad alcuni ruoli, è un destino che tocca anche agli adulti. Adulti che possono essere non solo genitori, ma anche educatori, insegnanti, e che a volte però diventano anch’essi vittime, ma di quel meccanismo che da qualche parte si inceppa e che crea una sorta di reazione a catena che, fermarla, diventa impossibile.
Forse sarebbe il caso di analizzare il periodo storico che – anche volendo scansare luoghi comuni e stereotipi –  finisce per condurre nel solito vicolo cieco ossia che i ragazzi, gli adolescenti non sanno più distinguere il bene dal male, forse perché mentre dovrebbero mettere a fuoco le immagini che si palesano davanti ai loro occhi proprio mentre crescono, non hanno vicino chi scrive loro le “didascalie”, chi spiega loro perché alcune cose andrebbero archiviate prima ancora di guardarle da troppo vicino.
Gli adolescenti hanno perso il contatto con il reale, e questa è, realtà.
E non è solo il mondo dei social che va incriminato, ma anche quel silenzio che li inghiotte, quando sollevano lo sguardo e attorno a loro non c’è niente, o forse dovremmo dire nessuno che possa ascoltare quello che hanno da dire. Perché ognuno di loro ha qualcosa da dire; peccato che non sanno più a chi dirlo, non sanno più porre una domanda, non sanno esternare una paura. Una paura che è quasi sempre legittima, e che provano ad esorcizzare sfidando la sottile linea del lecito, abbandonando ogni segnale di buonsenso, quel buonsenso al quale nessuno li ha “iniziati”, perché sembra che ci sia sempre tempo, ed invece tempo non ce n’è più.
Come si finisce nel giro perverso del Blue Whale?
Sembrerebbe strano che ragazzi che non rispettano più nessuna regola, si pieghino alle regole del gioco che li porta alla morte. Regole che portano all’autolesionismo e che andrebbero svolte in segretezza. Ecco l’altra cosa che lascia sgomenti: perché i ragazzi hanno uno spazio ed un tempo nel quale rispettare regole perverse “in segretezza”? Il segreto si nasconde nella frustrazione, nell’insicurezza, nella voglia forse, di essere scoperti e rimproverati…e salvati.
Non ci si salva mai da soli. Ci si salva se qualcuno ascolta il nostro grido che muore in gola, se qualcuno ci osserva così come si farebbe con un esemplare raro, se c’è uno specchio capace di riflettere immagini reali che non riguardano solo noi stessi, ma anche chi dipende dalla nostra condotta, dalla nostra attenzione, dal nostro, di coraggio, perché altrimenti sul precipizio dal quale centinaia di ragazzi sembra si stiano buttando, ci finiremo noi, tutti, vittime “consapevoli”, di una realtà che chiudiamo fuori dalla parta di ogni nuovo giorno, perché scomoda come una scarpa stretta.
Simona Stammelluti


Ancora mafia e politica al sud.
Sono stati sciolti dal governo i comuni di Gioia Tauro, Laureana di Borrello e Bova Marina. I tre comuni della provincia di Reggio Calabria sono stati sciolti per mafia.
Palazzo Chigi fa sapere che sono stati sciolit per accertati condizionamenti dell’attività amministrativa da parte della criminalità organizzata
Terzo scioglimento per mafia, a Gioia Tauro, quello odierno. Il primo nel 1991, il secondo nel 2008.
Gioia Tauro e Laureana (dove non si voterà dunque il prossimo 11 giugno) erano stati commissariati in via ordinaria dopo che la maggioranza dei consiglieri comunali aveva rassegnato le proprie dimissioni. Proprio a Gioia Tauro, dopo le dimissioni della maggioranza, anche il sindaco Giuseppe Pedà era stato costretto a lasciare il suo incarico di primo cittadino. Dopo l’arrivo del commissario prefittizio erano scattate due inchieste antimafia che portarono all’arresto dei dirigente dell’ufficio tecnico comunale Angela Nicoletta, e di alcuni parenti di un ex amministratore locale. L’inchiesta aveva visto il coinvolgimento di diverse aziende ed imprese accusate di aver manipolato alcune gare d’appalto che si erano svolte proprio nella piana di Gioia Tauro.
A Laureana di Borrello, il prefetto di Reggio Calabria aveva inviato un commissario a causa delle dimissioni in massa del sindaco Paolo Alvaro e di tutti i consiglieri, seguite all’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che aveva portato all’arresto dell’ex assessore comunale Vincenzo Lainà, ritenuto il riferimento politico di alcune cosche.
Per quanto riguarda Bova Maria, lo scioglimento odierno ha origine in una inchiesta giudiziaria. L’accesso della commissione antimafia era stato disposto nello scorso gennaio dopo l’arresto del sindaco Vincenzo Crupi avvenuto il 7 dicembre 2016, posto poi ai domiciliari nell’ambito di una inchiesta della Dda di Reggio Calabria con l’accusa di corruzione in relazione all’appalto per la raccolta dei rifiuti.


Un azzardo che non è riuscito.
Una presunzione forse, che nasce dal voler fare tutto da solo.
Massimo Scaglione scrive il film, sceneggia, cura la regia, fa fare le musiche a sua moglie.
Non si capisce se perché pensa di poter riuscire in questa sfida “molto ma molto” più grande di lui, o perché “i mezzi” erano così pochi, da non potersi permettere neanche un doppiaggio decente. Che poi viene da chiedersi perché Scaglione non abbia scelto di far ripetere le battute singole – a volte uniche e sole – di alcune comparse, e abbia deciso invece di farle doppiare, dando alla pellicola lo stesso valore di un film amatoriale.
Un film pasticciato, che voleva presumibilmente essere un film denuncia (di cose che già si conoscono) ma che non si è spinto in nessuna indagine neanche minima, che avrebbe potuto dare una sorta di credibilità, almeno alle intenzioni.
La storia del malaffare, della politica collusa, corrotta, dei  palazzinari, degli imprenditori disonesti, come se fosse una storiella semplice, quasi ridicola, in confronto ai fatti reali di mafia capitale ai quali Scaglione sembra essersi ispirato. “Voleva essere una sorta di lezione civica” – dice lo stesso regista, come se guardare questo film potesse indurre ad una riflessione che dubito ci sia stata.
Il regista mostra scene dozzinali per descrivere la vita corrotta e mondana dei personaggi, e siamo ben lontani da quanto fatto ne “La grande bellezza”, che invece aveva l’arma spiazzante ed affilata della metafora.
Per non parlare dei dialoghi; sarebbe bastato davvero leggere qualche intercettazione dagli atti, per prendere uno spunto un po’ più credibile.
Un non volersi spingere in nessuna direzione. Fermo sulla banalità mentre tenta di tradurre in film, fatti serissimi.
Una chance sprecata, a mio avviso.
Quanto agli attori, non è bastato certo affidare a Sperandeo la sua solita parte da siciliano “brutto e cattivo” per sollevare le sorti di un film senza solide basi prettamente cinematografiche.
Matteo Branciamore c’ha provato ad uscire dai panni del figlio dei Cesaroni, ma non vi è riuscito. Impacciato, poco credibile, “vestito” male nelle actions.
Una goffaggine generale.
Film girato quasi completamente nella Calabria dello stesso regista, qualche accenno a Roma, immagini dell’auditorium parco della musica (che poi perché?), giusto per tentare una verosimiglianza con la realtà di Mafia Capitale, e poi delle immagini di repertorio attaccate senza un minimo di cura. Un’accozzaglia di imprenditori  – padre e figlio – di banchieri corrotti, di politici corrotti, di poliziotti che entrano e arrestano come se fosse un gioco in uno scantinato.
E’ la storia di un padre geometra che si finge ingegnere, che trascura sua moglie per godersi altre donne, che lascia in eredità al figlio che prova ad essere onesto, un impero imprenditoriale, una vita di affari loschi, di mazzette. Una storia raccontata dal figlio finito ai domiciliari, che ripercorre a ritroso la sua esistenza.
Non era difficile da immaginare che il cinema Garden di Rende fosse pieno per accogliere il figlio della terra si Calabria. Meno facile da immaginare prima della proiezione, il fatto che durante i titoli di coda ci sarebbe stato un flebile applauso.
Forse più di qualcuno non ha gradito la pellicola.
Capita.
E’ capitato a Scaglione e alla sua squadra.
Ah dimenticavo…il film si chiama “Il mondo di mezzo”.
Simona Stammelluti