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Un uomo.
Un uomo tra gli uomini, ma con la responsabilità di un ruolo così delicato sulle spalle. 
Nel suo abito bianco, senza cappotto, a piedi, affaticato, solo e sotto la pioggia incede in una piazza (San Pietro) vuota come mai era stata, fin dove si spinge il ricordo.
Papa Francesco ieri ha raccolto in preghiera tutto il mondo, anche chi forse sta in quello spazio compreso tra il non credere e il perché non crede.
Un’ora in mondovisione, in cui ha raccontato a noi, quello che noi tutti stiamo attraversando in questo periodo. Tutti collegati, a mezzo Tv e social network per seguire una diretta al calar della sera, in quel momento dell’anno in cui la bella stagione pone il meriggio a custodia di un tempo mite che verrà, ma che ancora non si è deciso.
Il vescovo di Roma, con tutto il carisma di cui è dotato, parla così ad una piazza vuota, alla luce delle fiaccole, con le tv di tutto il mondo che riprendono il suo viso e le sue parole, e quel suo discorso rieccheggia nel vuoto di un luogo che è anche quello spazio che è dentro ognuno di noi, che spesso anche nel silenzio, sa di essersi smarrito.

Un discorso quello di Papa Francesco che non è solo un discorso religioso, da fare a chi la domenica si accalca in preghiera e colmo di fede in quella piazza per l’Angelus, ma un discorso che tocca tutti; perché quella che doveva essere semplicemente un’omelia, un commento al vangelo di Marco, si è trasformata in un discorso etico, morale, a tratti politico e di altissima levatura.

Un messaggio buono, un esempio di come si può essere caritatevoli verso gli altri senza gesti plateali, e anche solo con una manciata di parole.

Perché avete paura? 
Queste le parole tratte dal vangelo di Marco, che racconta di quando i discepoli scesa la sera, in mare nell’incertezza più assoluta, si sentono impauriti e smarriti, allarmati e disperati.
Ecco, sulla paura e su come tenga in ostaggio le nostre vite in questo tempo di pandemia, che si impernia quella omelia di ieri pomeriggio, di un Papa che si fa fratello di tutti, in un momento in cui ci sente avvolti dalla notte, senza il punto di riferimento quotidiano dato da una normalità che si è data sempre (forse troppo) per scontata; fatta di progetti, di abitudini e di priorità non sempre ben a fuoco; e adesso lo sappiamo. Siamo andati avanti sempre sentendoci forti, invincibili e capaci di tutto. Ed ora siamo stanchi, incapaci e realmente smarriti. Ma come il buon pastore, il Papa ci dice che “nessuno si salva da solo” e ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza, capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare.

Poi il papa riprende il filo del Vangelo e racconta che è l’atteggiamento di Gesù che sconvolge i discepoli. Lui dorme, è sereno, non ha paura. Lui ha fede nel Padre.
Papa Francesco parla a tutti, raccontandoci quando noi si sia vulnerabili, incapaci di gestire un tempo nuovo, nelle avversità.

Ma c’è un passaggio di quell’omelia così madida di sentimento, di pietà e di consolazione che lascia il mondo cattolico e laico sospeso in una commozione difficile da trattenere:

“Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”. 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?»
No, abbiamo perso tutto, forse anche quella.
Ma avere fede significa avere fiducia, essere capaci di “affidarsi” a Dio (per chi crede) e all’altro per chi riesce ancora a ricordare quanto bello possa essere che qualcuno ti tenga per mano quando scende la sera e la strada si fa impervia. Quella fiducia che è un bene imprescindibile nei rapporti umani e che adesso affidiamo a medici, forze dell’ordine, scienziati e politici, affinché insieme si possa traghettare il futuro in un posto sicuro, più confortevole e degno di speranza.

Tutti insieme, perché saremo anche tutti lontani, ma dovremo continuare ad interessarci all’altro, perché abbiamo bisogno dell’altro e perché ha ragione Papa Francesco, nessuno si salva da solo.

E così sia

Simona Stammelluti  

 

Non ce la faremo mai.
Non ce la faremo mai ad uscire da una situazione di crisi se già nelle piccole cose non siamo in grado di rispettare gli altri, gli spazi comuni e le semplici regole che sono complementari a quelle che ci vengono imposte per la sopravvivenza.

E’ che non siamo mai stati davvero “addomesticati”, educati, convinti a rispettare  le regole.

Quelli che fino a ieri guidavano senza cintura, con il cellulare in una mano e la sigaretta nell’altra, che passavano con il rosso, che non lasciavano la spazzatura negli appositi mastelli, sono gli stessi che ad oggi, nell’era del coronavirus, gettano dalle auto in corsa, mascherine e guanti dopo l’utilizzo, malgrado ci siano appositi contenitori fuori alle attività commerciali, sinonimo del fatto che nulla hanno capito circa la gravità del momento e del perché ci tocca proteggerci con mascherine e guanti monouso.

E sono irrispettosi tanto quanto quelli che ancora si accingono ad entrare al supermercato come se nulla stesse accadendo, senza guanti e senza mascherina.

E così accade che lungo le strade, diretti alle loro case, pensando di non essere visti, abbassano con disinvoltura i finestrini e voilà, via guanti e mascherine che non servono più. Il bello è che questi incivili, maleducati, inetti, lo fanno spesso pensando di non essere visti. E qui casca l’asino: perché non sempre può andare bene.

Scrivo questo articolo perché dopo il mio post pubblico su Facebook di ieri sera, nel quale dicevo a chiare lettere ai miei concittadini che fanno schifo, con questa loro modalità completamente priva di rispetto è dei luoghi, è degli altri, ho ricevuto una marea di messaggi di persone che si erano trovate come me a dover dribblare i resti della maleducazione altrui e, indignati, mi hanno anche inviato le foto di tale scostumatezza.

Disseminate ovunque, mascherine e guanti usati. 

La domanda è: perché lo fanno?
E se tu sei uno di quelli che lo fa e stai leggendo, la domanda è proprio per te: Perché diamine lo fai? Fuori dai negozi ci sono appositi contenitori; in tutti i comuni per strada ci sono cestini per la racconta e non in ultimo, la spazzatura la vengono a prendere sotto casa. Ma tu no, tu sei il padrone di tutto, l’invincibile, colui che tutto può. Beh ho una notizia per te: NON PUOI, e se sei così ignobile da non avere rispetto per i luoghi, che sono di tutti e non tuoi, e se non hai rispetto per gli altri e per la salute degli altri allora non solo sei malvagio ma sei anche ignorante e non hai capito nulla del perché ci viene chiesto di proteggerci con guanti e mascherine.

Perché quello che butti via per strada, dal tuo stramaledetto finestrino, finisce per inquinare ed infettare i luoghi e non finisce tutto lì, con quel gesto.

E così, noi che per necessità dobbiamo camminare a piedi e portare i nostri amici a 4 zampe a fare la pipì, non solo siamo costretti a scansare i vostri rifiuti, ma siamo costretti a disinfettare ancor più accuratamente i nostri animali, prima di farli rientrare in casa.

E allora l’appello va ai sindaci di tutti i comuni italiani: proviamo a controllare quel che accade sulle strade non solo per quanto riguarda il rispetto dei fatidici 200 metri da casa per la passeggiata con il cane. Perché se è vero che io incorro in una sanzione amministrativa se faccio qualche metro in più lungo una strada fuori mano, da sola e lontano da tutti, allora che si multino anche coloro che – alla luce di quanto appena esposto – continuano a riempire le strade con rifiuti speciali che inquinano e infettano i luoghi pubblici, e di conseguenza possono infettare gli altri.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno inviato le loro foto a testimonianza di quello che è un atto irrispettoso e che delude fortemente, perché se non riusciremo ad arginare questa forma di inciviltà radicata, non servirà arginare il virus, perché il virus dell’egoismo e della mancanza di empatia verso il prossimo merita di essere debellato e subito, altrimenti saremo per davvero senza speranza.

 

Simona Stammelluti 

 

Non è la prima volta che mi occupo del problema delle carceri italiane e di Bologna in particolare, afflitta da una situazione carceraria grave, a causa dell’aumento preoccupante delle presenze, con 850 persone, di cui la metà che espia colpe definitive, con il conseguente disagio sia dei detenuti che degli operatori penitenziari.

Oggi torno a scriverne perché sembra che non vi sia abbastanza attenzione, considerata la situazione emergenziale che sta interessando tutte le aree d’Italia e del mondo. Fin dall’inizio però, la Regione Emilia Romagna, ha costituito uno dei centri più colpiti, dove sono numerosi infatti i contagiati da Covid-19.
All’interno di una struttura penitenziaria, il problema si accentua poiché oltre alle cautele adottate per sfuggire al virus, bisogna calmare gli animi di chi non può confrontarsi direttamente con la realtà esterna. Ecco l’importanza della comunicazione, affinché i detenuti possano essere costantemente informati sull’evoluzione della situazione e dunque tranquillizzati sui metodi di protezione assunti e questo delicato compito, non può certo essere demandato ai poliziotti penitenziari che quotidianamente vengono tempestati di domande, dubbi e finanche minacce.
Non si faccia finta di niente; anche loro in questo momento così delicato hanno bisogno di essere tutelati nello svolgimento di un lavoro che non può essere fermato, neanche per un giorno, neanche in questo momento di pandemia mondiale. Hanno bisogno di lavorare in sicurezza, perché dietro ognuno di loro ci sono famiglie, che non possono e non devono pagare a causa di omissioni di garanzia. Diventa necessario un numero sufficiente di personale e misure di tutela, come quella di essere sottoposti tutti a tampone, per evitare di dover lavorare insieme agli eventuali asintomatici. Questo chiedono dal sindacato Sinappe che sottolinea come queste richieste esprimono non paura, ma un alto senso di responsabilità, considerato che la loro incolumità diventa fondamentale nella piccola ma complessa società dei penitenziari.

Ed eccoci alla rivolta, quella le cui conseguenze vengono pagate dai poliziotti che ancora oggi, lavorano tra le esalazioni di materiale plastico bruciato.

La rivolta di questi giorni, che ha avuto come causa ultima scatenante la paura del contagio da COVI 19, e che ha coinvolto anche l’istituto penitenziario di Bologna, ha evidenziato che l’allarme non era ingiustificato.

L’interruzione dei rapporti dei detenuti con i familiari , la compressione del diritto di difesa, inevitabile in una situazione di emergenza sanitaria, sono solo alcune conseguenze di ciò che è accaduto. Mai va giustificata la violenza, ma fanno sapere dalla Camera Penale di Bologna che le condotte più gravi riguardano coloro che, come alcuni tossicodipendenti, sono escluse dal circuito trattamentale. Nel carcere di Bologna i reparti con detenuti che hanno aderito a programmi di socializzazione non hanno partecipato alla rivolta, compreso il reparto femminile, e ciò significa che la finalità rieducativa della pena, se praticata, dà risultati, anche in termini di sicurezza sociale, ma questo sembra non interessare.

Manca l’intervento politico sull’accaduto se non per quell’emergenza sanitaria che inevitabilmente pose in essere questioni delicate.
Necessario, in tempo reale diventa dunque l’informazione all’interno di ciò che fuori sta accadendo, oltre al fornire da subito i presidi sanitari a tutte le persone presenti (dalle mascherine ai prodotti igienizzanti), detenuti, sanitari, agenti, educatori, nessuno escluso e con uguale riconoscimento di salvaguardia.
Il sovraffollamento carcerario è il contesto in cui la paura di non sapere, di ammalarsi, di non comunicare con i familiari, di perdere i contatti con il volontariato e quel poco di lavoro che esiste, la paura soprattutto di morire in una cella sovraffollata ha scatenato l’inferno.
Ci si domanda legittimamente quali strumenti sono in essere oggi per prevenire la malattia e se esiste un piano operativo in caso di presenza di persone contagiate. Forse sarebbe il caso di attrezzare luoghi ad hoc per eventuali necessità, anche di ospedalizzazione, dato che le carceri, e anche Bologna, non avevano prima e non hanno adesso luoghi per separare i detenuti.
Esclusi quelli che hanno partecipato alla rivolta, la proposta è quella di incrementare per i detenuti i contatti con i familiari e difensori via Skype, ma c’è bisogno urgente che   l’amministrazione penitenziaria, da una parte, e la sanità pubblica  dall’altra dicano con chiarezza come intendono affrontare l’emergenza nei luoghi di reclusione.

Non dimentichiamo che la costituzione Italiana all’articolo 27 comma 3 recita che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e intorno a questo diritto, si agisca e subito.

 

Simona Stammelluti 

Ciao Simona come stai?
Sono tempi duri, lo so.
Tempi duri per noi giornalisti che dobbiamo stare sempre sul pezzo senza però dimenticarci del codice deontologico e che dobbiamo ricordare di avere un solo padrone, il lettore al quale dobbiamo la verità ma anche la tutela dal danno che una notizia può provocare; tempi duri per noi mamme, che dobbiamo proteggere i nostri figli e spiegare loro cosa sta accadendo responsabilizzandoli ma senza allarmarli; tempi duri in cui dobbiamo avere tanta paura ma mostrarla con parsimonia, disperarci in silenzio e piangere da soli, continuare a dirci che “andrà tutto bene” e crederci fino in fondo. Perché se non ci crediamo fino in fondo, finiamo per morire ogni giorno un po’.
Io ti conosco, so come sei fatta, quanta forza metti in tutto quello che fai, sempre in equilibrio tra ottimismo e buonsenso e ti immagino mentre rispondi a tutti, provi a rassicurare tutti, mentre ti metti a disposizione di chi ha bisogno, come sempre, senza mai dimenticare che la vita è fatta di responsabilità dalle quali non possiamo assolutamente abdicare.
E siamo qui, a domandarci reciprocamente come stiamo e quel “come va?” che è sempre più difficile da chiedere senza temere la risposta. Che in questo momento di crisi, finalmente riusciamo ad ascoltare la risposta a quella domanda che non è più di rito, o un intercalare, ma una necessità, una necessità di sentirsi confortati da quel “sto bene, grazie”.
Che in questi giorni sembriamo tutti estranei, ma le persone che amiamo, le amiamo più forte che si può, e ci voleva un momento di crisi per capire fino in fondo quanto ci stanno a cuore alcune persone e nel sacrificio di star loro lontani, mostriamo tutto l’amore di cui siamo capaci.
Chissà da te come va, chissà se sarete più bravi degli altri a mettere da parte la superficialità e la disattenzione, mostrando dovere civico, responsabilità e amore per la vita.
Sembra tutto così surreale  … già lo so, ci scriverai su un libro! Sono sicura che ci stai già pensando e dentro ci saranno gli stati d’animo che – ne sono sicura – ancora non hai raccontato a nessuno.
Vorrei poterti guardare negli occhi, adesso, per scoprire che ci credi ancora. 
Vorrei poterti parlare per capire  come commenti le notizie che giungono all’improvviso mentre guardi un film. 
E poi vorrei sapere se i tuoi sogni sono rimasti intatti. Perché alla fine tu mi hai insegnato a tenerli stretti quei sogni, che le tempeste si dominano con lucidità e determinazione e che vince chi resiste. 
Resistere, per esistere. 
Da tempo ce lo dici, prima ancora di questa crisi. 
Questa crisi che mostra tutti i nostri lati deboli: la sanità che fa fatica a reggersi sulle proprie gambe, l’economia sempre più in ginocchio, ma disattenzione di chi non ha la percezione del pericolo, di questo pericolo invisibile che ci angoscia, ci fa tremare e ci fa sperare. 
Emmanuel Kant diceva che se hai qualcosa di buono da fare (niente ozio), qualcuno da amare (senza essere egoista) e qualcosa in cui sperare (discrete dosi di ottimismo) allora meriti di essere felice. 
Oggi la felicità risiede nell’amore per la vita, nel fare responsabilmente e nello sperare senza riserve. Oggi vorrei stringerti la mano, dirti che ti stimo, come sempre, darti tutto il supporto che serve e raccontarti di quella volta in cui fummo capaci di uscire da quella situazione così difficile io e te, di quando ce l’abbiamo fatta e poi abbiamo pianto di felicità.
Stammi bene, e come dici sempre tu, resistiamo.
Aspetto tue; e se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano.

 

Firmato
Simona Stammelluti 

 

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La notizia che si aspettava è giunta: a causa dell’emergenza da coronavirus che sta toccando anche la Sicilia, sono state rinviate al 14 giugno le elezioni amministrative, per il rinnovo dei consigli comunali, che erano in programma per il prossimo 24 maggio e l’eventuale ballottaggio avverrà il 28 giugno. L’eventuale ballottaggio avverrà il 28 giugno. A prendere la decisione è stato il Presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci, in accordo con l’assessore alle Autonimie locali Bernardette Grasso. Il provvedimento sarà ufficializzato nella prossima seduta della giunta regionale, prevista in settimana, alla presenza del presidente Musimeci che domani si sottoporrà al secondo tampone, dopo l’autoisolamento che è imposto per aver avuto contatti diretti con il segretario del PD, Nicola Zingaretti. 

 

I dischi più difficili da recensire sono quelli che quando arrivi in fondo, dopo il primo ascolto ripeti senza sosta “è bellissimo, è bellissimo, è bellissimo” e magari durante quel primo ascolto – al quale ne seguiranno tanti altri – ti sei anche commosso.

Ecco, questo disco è difficile da raccontare perché per me che faccio questo lavoro, si rende necessario trovare parole degne e accorate per dirvi i motivi che portano all’esclamazione”è bellissimo!”

Ormai sta diventando una moda quella di unire il jazz all’opera, alla lirica, alla musica classica. Diversi i tentativi, ma fino ad ora sull’olimpo c’è lei, solo lei, Cinzia Tedesco, che con questo disco “Mister Puccini in Jazz” ha dimostrato non solo di essere un’artista straordinaria, ma anche di avere le idee chiare sul “come si fa”.

L’artista entra magistralmente nel mondo di Giacomo Puccini, nelle arie più famose; lo fa con sentimento. Nessuna intenzione delle opere del grande maestro sono state snaturalizzate, anzi, al contrario, sono rimaste autentiche nel loro ecletticismo originario, ma con in aggiunta le modulazioni e gli arrangiamenti jazz che hanno reso gli 11 pezzi del disco un susseguirsi di temi trasbordanti di intensità e di armonia. Tutto il disco è infatti armonioso, impreziosito da assoli in cui è incastonata la bellezza della voce di Cinzia Tedesco che è voce tra le voci dell’orchestra, che diventa un tutt’uno di armonia meravigliosa, con un rispetto magico dei canoni dell’opera e delle storie raccontate. Una voce la sua, che scandisce benissimo le parole;  non v’è una sola parola che non si chiara, limpida, accattivante, rotonda, delicata e ben modulata, capace di lunghi respiri, e di percorrere tutte le note dalle più gravi a quelle acute ma senza mai perderne intonazione e corpo;  caratteristiche queste, di chi ha la piena padronanza del mezzo vocale. Cinzia Tedesco, una delle migliori voci del panorama jazzistico contemporaneo dimostra di avere una splendida estensione da soprano.

La Tedesco ha realizzato questo disco insieme a quelle che possono essere definite le punte di diamante del jazz mondiale: Stefano Sabatini al pianoforte ed Arrangiamenti, Luca Pirozzi al contrabasso, Pietro Iodice alla batteria, Pino Jodice  alla scrittura ed orchestrazioni archi (e che archi!) che ha curato anche l’esecuzione di “un bel dì vedremo”.

Al disco hanno anche partecipato come ospiti Javier Girotto al sax soprano, Antonello Salis alla fisarmonica, Flavio Boltro alla tromba e Stefano Di Battista al sax soprano. Due sassofonisti così diversi, che trovano il loro spazio nel disco, con la loro personalissima timbrica. I fiati nel disco fanno meraviglie. Ogni ospite ha il suo spazio ed il tempo per arricchire il progetto, per lasciare un segno, per far sì che il jazz sia un fiocco di raso rosso che impacchetta la bellezza dell’opera. Il progetto è nato anche grazie alla Puccini Festival Orchestra diretta magistralmente dal maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, vincitore dell’Oscar della lirica. Partner del disco è la Fondazione Puccini Festival di Torre del Lago. 

 Lescaut, Boheme, Madama Butterfly, le Villi, Tosca. Ci sono tutte le opere più belle di Giacomo Puccini in questo disco e con esse Sabatini ha fatto un ottimo lavoro di arrangiamento e tutte le parti di piano sono un ricamo sopraffino, nel quale perdersi.

E se con Verdi’s Mood, l’artista fece un salto nel buio, immergendosi nell’opera del grande Giuseppe Verdi, realizzando un lavoro degno di nota, riuscendo in quel crossover, superando i confini stilistici e le convenzioni, con Mister Puccini in Jazz, si conferma essere la regina di questo genere così difficile ma anche così accattivante. Cinzia Tedesco ci ha insegnato come si fa, come si fa a portare nell’opera accenni di bossa, di swing, di jazz modale mentre ogni suono trova il suo preciso posto, ogni strumento la sua condizione ideale, mentre quella sua voce soffia beltà.
Vorrei dirvi qual è il mio pezzo preferito dell’album ma non so come fare a scegliere. Posso però dirvi che alcuni pezzi li ho riascoltati più e più volte, perché mi hanno appagato e inebriato, per il tempo scelto, per come sono stati modulati, arrangiati e concepiti.
Pensavo prima di approcciare a questo disco che “E lucevan le stelle” sarebbe stato il pezzo sul quale sarei stata più critica, ed è stato invece uno di quelli al quale emotivamente mi sono arresa e che ho trovato magistrale. E poi ancora “Recondita Armonia” e quel “Coro Muto/Tonight“.
Vorrei che questo progetto fosse invitato in tutti i Festival Jazz estivi, in lungo e in largo nello stivale e che anche i giovani possano ascoltarlo.

Questo disco mi ha rapita, inebriata, sconvolta di piacere, fatto commuovere e mi ha raccontato di tutto il sentimento che c’è voluto per realizzarlo. Sì, è un disco d’amore. Perché con il solo talento  non sarebbe stato possibile. E tutto meraviglioso, potrei dire perfetto se non fosse che la perfezione non sempre si accorda con quelle sfumature e con quei dettagli che rendono un lavoro unico, magistrale, straordinario. Arrangiato benissimo, eseguito da Dio, penso che la musica classica abbia ricevuto un dono inestimabile attraverso la voce di Cinzia Tedesco per questo disco che, riascoltarlo, e apprezzarlo a pieno, diventa una necessità emotiva.

Simona Stammelluti 

Ogni giorno sempre la stessa domanda: “quanto durerà?” 
Mi sa che tocca mettersi comodi, perché l’epidemia in Italia, durerà ancora per mesi. Probabilmente la bella stagione aiuterà, nel frattempo si saprà sempre di più su questo virus, sarà messo a punto il vaccino e forse il prossimo anno, ad oggi, ne parleremo in termini di: “ma ti ricordi l’anno scorso in febbraio che caos?

Però fino ad allora, per favore, non trattateci e non trattiamoci come appestati.
Stamane leggevo sul sito della Farnesina tutti i paesi che non ci vogliono. Restrizioni assolute sull’ingresso degli italiani all’estero. Non ci vogliono da nessuna parte in lungo e in largo sul pianeta.

Dalla Germania al Madagascar;
Dall’Honduras al Kenia;
Dall’Algeria al Mozambico;
Dalla Libia al Venezuela;
E potrei continuare ancora.

Insomma, ci sono ancora dei posti dove non sono riusciti a debellare il morbillo, dove hanno la peste bubbonica e a noi ci trattano come appestati.

Sarà perché come ha detto qualcuno all’OMS: “il mondo non è pronto”?
Ecco, dopo aver letto tutto questo, stamane, mi assale lo sconforto; che non è paura, è sconforto. Perché se non siamo pronti a questo, allora davvero c’è qualcosa che ci sfugge.
E quel che ci sfugge, ci sfugge nel bel mezzo di un caos mediatico che dice tutto e il contrario di tutto. E a parte i numeri – quelli devono per forza essere certi, o almeno si spera – ognuno dice la sua, anche tra gli esperti in materia, e poi i giornali fanno il resto.

E allora a dirla in termine giornalistico, cerchiamo di capire quali debbono essere le parole chiave in tutta questa vicenda nella quale solo apparentemente siamo tutti impotenti. Perché se è vero che non possiamo avere un potere e un controllo sulla diffusione del virus, abbiamo sicuramente un potere sul buonsenso, che dovrebbe accompagnarci, e per noi giornalisti la parola d’ordine dovrebbe sempre essere la buona informazione. Si sa, la cattiva notizia ha più fascino della buona, si cavalca l’onda per far salire il numero di lettori, e la libertà di informazione fa il resto; e il resto spesso si tramuta in fake news e quelle sono inarrestabili in condizione come questa.

Il giornalismo in Italia ha provocato il panico, spesso. Nel resto dell’Europa i giornali hanno trattato l’argomento in maniera più morigerata. L’importanza dell’informazione, che deve essere fatta bene,  è il sintomo trainante del buonsenso.

La percezione di quello che accade arriva da come raccontiamo gli eventi.

Dobbiamo raccontare la realtà e non solo calcare i momenti di emergenza e siamo noi che spesso, con quello che diciamo e per come lo diciamo, pilotiamo le scelte e i comportamenti della collettività. 

E così la notizia delle morti sovrasta quella delle guarigioni, la durata della guarigione non fa gli stessi like dei giorni di quarantena,  e non sempre si spiega alla collettività che chi muore, spesso muore avendo anche il coronavirus ma non a causa di esso. 
Se la gente si precipita a svaligiare i supermercati è perché i giornali raccontano che quasi quasi moriremo tutti di coronavirus e non è così e forse questo lo si dovrebbe dire un po’ più forte e un po’ più spesso.

La vera emergenza è che alcune situazioni dal punto di vista economico in Italia sono al collasso e non si vede una via d’uscita. Precauzione sì. delirio da panico no. Concerti annullati ovunque, e così a perdere lavoro sono musicisti e i locali che li ospitano. La ristorazione perde in derrate deperibili da settimane, ormai. Chiusi cinema e teatri, film in uscita che non escono, allenamenti sportivi annullati. E il calo della spesa turistica? Migliaia le cancellazioni. Tutti i settori della vita economica ne risentiranno.

Eppure continuiamo a svaligiare i supermercati, e le tv estere mandano in onda le immagini dei supermercati italiani vuoti, anche nelle zone dove il virus non è arrivato e probabilmente non arriverà. Sembriamo investiti da un’ondata di ozio forzato anziché da un virus che si diffonde e che – a quanto sembra – solo in rarissimi casi degenera fino alla morte.

L’ozio uccide invece, altro che.

E allora se avete paura e non uscite più, almeno riorganizzate il vostro tempo. Prendete in mano un libro, guardate film che non avete visto per mancanza di tempo, ma lasciate stare i supermercati.
L’invito è dunque al buonsenso, non solo al lavarsi le mani spesso e bene, cosa che si dovrebbe fare a prescindere dalla situazione attuale.
L’invito è a difendersi con il buonsenso, non emarginando o rinunciando a mangiare la pizza nei luoghi dove non esiste l’emergenza.
L’invito è a leggere i giornali, sì, perché l’informazione è importante e il ruolo dell’informazione è quella di servire il cittadino, ma soffermatevi sui titoli che vi spiegano, non che vi allarmano.

Perché un titolo come quello di Libero, il giornale di Feltri che titolava: “prove tecniche di strage“, è un caso di sciacallaggio, come quelli che vendono l’amuchina a prezzi esorbitanti o mascherine che non servono se non sei malato, se non hai nessuno intorno a te perché il virus non fluttua nell’aria.
E allora isoliamo tutto ciò che è privo di buonsenso, di logica e di bontà intellettuale. 
Diamoci una mano reciprocamente, senza paura di contagio.
Contagiamoci di buonsenso, utilizziamo le dovute precauzioni senza allarmarci oltre il dovuto e prepariamoci ad una crisi vera, quella che ci vedrà fra quale tempo a dover rimettere a posto un po’ di cose, mentre ci domanderemo come abbiamo fatto a non accorgercene prima.

Simona Stammelluti