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La sua storia, una di quelle storie che avrebbe dovuto avere un lieto fine, ed invece 40 anni di attività finiscono dietro una saracinesca che sabato prossimo si abbasserà per sempre
Sembra che il destino volesse che io scrivessi anche di quella Napoli che ha tanti lati oscuri, tante ingiustizie e tante cose che forse, non andranno mai per come dovrebbero.
Fatto sta che a distanza di poche ore dal mio articolo su una Napoli che spesso è vittima di pregiudizi, mi trovo – con volontà – a raccontare la storia di Ciro. Perché se smettiamo di farci andar bene tutto, se smettiamo di stringerci nelle spalle ogni qualvolta ci imbattiamo in qualcosa che non va, in una ingiustizia, in un sopruso, forse non sarà oggi, non sarà domani ma qualcosa prima o poi, prenderà un vento diverso.
Tutti i giornali italiani, dovrebbero raccontare oggi, la storia di Ciro, visto che siamo proprio alla vigilia del suo gesto così triste e così significativo di abbassare la saracinesca della suo negozio di alimentari, dopo 40 anni di attività.
Ma andiamo per ordine. Ciro Scarciello è il titolare di un negozio sito nella zona Maddalena, a Napoli, vicino la stazione Centrale. Maddalena è una zona di “mercato”, area popolata da centinaia di bancarelle e poco distante i mercatini etnici. Qui napoletani e africani convivono e si dividono spazi e clienti, ed in comune hanno il fatto di dover pagare il pizzo alla camorra. Era in una di quei giorni di riscossione che accade quello che è stato definito “l’effetto collaterale” ossia il ferimento di una ragazzina, proprio mentre la discussione tra chi deve dare e chi deve prendere, degenera. L’africano si era rifiutato di pagare, i guadagni erano pochi, non aveva i soldi. Ma si fa presto a far capire chi comanda, e dalle parole si arriva ai fatti. Gli ambulanti si ribellano, ma c’è poco da fare; la violenza si accende, le armi fanno il resto: feriti tre ambulanti e la ragazzina di 10 anni, vittima innocente, centrata ad un piede e ad una gamba.
E Ciro? Ciro che colpa ha, in tutto questo? Anche lui, è un effetto collaterale di quella storia. Ciro Scarciello non ha nessuna colpa, anzi. Ciro è un uomo coraggioso che decide di raccontare quel che ha visto, decide di rilasciare un’intervista ad una trasmissione televisiva per denunciare quel che accade, decide di dire ciò che tutti sanno, ma che nessuno ha il coraggio di denunciare. La camorra controlla tutto quel territorio, il potere criminale è immenso, totalizzante, quasi da togliere il fiato. Se denunci, resti solo al tuo destino già segnato, se poi quel coraggio non ce l’hai, allora devi fuggire, devi andar via, devi gettare la spugna.
Eccola la colpa di Ciro. Ecco l’effetto collaterale di quella sparatoria. Ciro ha avuto coraggio, ma è stato lasciato solo, e sabato prossimo, getterà la spugna. Lo hanno costretto le istituzioni a fare questo, perché per primi lo hanno lasciato solo, solo al suo destino, solo con i suoi problemi vivi e a quanto sembra, ormai irrisolvibili.
A mantenere alta l’attenzione sulla storia di Ciro e sulla sua attività, l’imprenditore Luigi Leonardi, che denunciò la camorra, che si ribellò al sistema che voleva stritolarlo, e che fu anch’egli lasciato solo dalla sua stessa famiglia.  E’ proprio Leonardi – oggi sotto scorta – che con video, interviste e post ha cercato nel corso dei mesi, di restituire a Ciro non solo i suoi clienti, ma anche una dignità che gli è stata violentemente negata.
Ma dopo quell’intervista denuncia, a Ciro hanno girato tutti le spalle, tutti lo hanno evitato, facendo il vuoto intorno a lui. Ciro ha smesso di essere il salumieri di fiducia dei napoletani del rione, è diventato invisibile, ed anche quell’ignorare, è il segno tangibile di una omertà che è più forte di qualunque battaglia. Non è terra di eroi, non è tempo di eroi, forse. Eppure nel video girato proprio da Leonardi nella salumeria (ormai vuota) di Ciro poche ore fa, si avverte forte la delusione di Ciro, che parla a cuore aperto di come i risultati siano stati scarsi.
Ho incontrato un sacco di gente – dice Ciro nella toccante intervista amatoriale fatta da Leonardi – assessori al commercio del Comune, il Sindaco, qualcuno della Regione; qui sono venuti tutti, ci siamo fatti foto, ci sono state strette di mano, e poi appuntamenti fissati e non rispettati…non certo da me“.
La sera, quando torno a casa – continua Ciro – dopo aver incassato 20, 30 euro, contro le 400 incassate un tempo, vengo assalito dalla delusione più che altro per essere stato usato da tutti, da Saviano, da De Magistris, da tutti i giornali, da tutti quelli che nel momento opportuno hanno cavalcato l’onda perché facevo e faccio notizia. Vado via da qui con tristezza, ringraziando il quartiere; credevo che potesse esserci qualche miglioramento, ma qui le cose vanno sempre peggio. Qui si rischia ogni giorno“.
Il messaggio è che la criminalità è più forte, le istituzioni non fanno il loro dovere, la paura sale e ci vorrebbero uno, cento, mille Ciro Scarciello e Luigi Leonardi, perché girarsi dall’altra parte non è mai la soluzione, e gli eroi, oggi, vestono i panni di chi lavora e non vuole più abbassare la testa, esattamente come hanno fatto loro.
Simona Stammelluti


Il resto del mondo ci mette addosso delle etichette, così come si fa con le merci da banco di un mercato generale. Su quelle etichette ci sono prezzi che salgono e scendono a seconda dell’annata, di ciò che accade e di come appaiono alcune circostanze agli occhi di chi è capace di tenerci d’occhio, ma che probabilmente non ci ha mai guardato abbastanza da vicino per attribuire a qualcosa un reale valore o “disvalore” che sia.
I cliché sono il leitmotiv di molte descrizioni che vengono fatte di luoghi, persone, fatti e circostanze. Si utilizzano i cliché perché sono come alcuni capi di abbigliamento, vanno bene per tutte le stagioni.
E così accade che in un giorno qualunque, senza neanche avvisarti, ti attaccano addosso un’etichetta che potrebbe anche cambiare per sempre la tua fisionomia, perché è come un pugno in faccia, come quell’offesa che – una volta ricevuta – dopo non è più nulla come prima. E allora devi provare almeno a capirne i “perché” di quell’onta, perché altrimenti ti sembra di subire senza avere una possibilità di riscatto.
Ma a riscattare Napoli, da quell’accusa arrivata in un giorno di “sole” dal “Sun” (che strano gioco di parole) – che la inseriva in quella stupida lista delle 10 città più pericolose al mondo – dovrebbe essere ognuno di noi, napoletano e non. Perché la storia che “Napoli é camorra, pizza e Vesuvio” è un luogo comune che disprezza senza appello. Un po’ come hanno fatto quelli del famoso tabloid inglese, che hanno giudicato, probabilmente senza mai aver messo piede a Napoli.
Senza dubbio di moda, la classifica del Sun! Riguardava i centri urbani ritenuti più a rischio in 10 diverse aree geografiche del mondo, scelti per le ragioni più varie: dal terrorismo alla droga, dagli omicidi alla presenza di gang mafiose o criminali, dalla guerra, ai disordini razziali, alla violazione dei diritti umani. Una mappa – quella tracciata dal famoso quotidiano britannico – in cui il capoluogo campano era stato additato come la città più pericolosa dell’Europa occidentale, accanto a luoghi come Mogadiscio (in Somalia, la peggiore in Africa) o addirittura Raqqa (capitale dell’Isis in Siria, indicata per il Medio Oriente).
Reazioni e polemiche si sono alzate come un coro di voci all’unisono e forse proprio per questo, come se nulla fosse successo, Napoli scompare dalla mappa aggiornata venerdì sera alle 20,35.
Napoli è il sud. Rappresenta quella parte di una nazione dove alcune cose vanno meno bene che altrove, dove alcuni riscatti sono più difficili, dove la malavita – esattamente come in Puglia, Calabria e Sicilia – ha radicato una mentalità più che la delinquenza, dove la faccia buona del popolo partenopeo è girata sempre di spalle.
A Napoli (per lavoro).
Ho alloggiato “volutamente” ai quartieri spagnoli, da sempre definito uno dei luoghi più pericolosi della città.
“Mica sempre ci esci vivo da lì” – ho sentito spesso dire.
“Accade di tutto” – ripete chi dice di conoscere bene Napoli.
È vero, accade di tutto. Ma accade anche che si viva una vita normale, in quel quartiere descritto come “molto pericoloso”.
Via Francesco Giraldi, è tutta in salita. Da un lato e dall’altro della strada ci sono diverse attività. Salumerie, fruttivendoli, lavanderie, negozietti vintage, spacci (inteso come drogheria) e il profumo del caffè che sembra scendere dal cielo.
Nel mio esperimento nei quartieri spagnoli giro con un pantaloncino di giorno, e con un vestito corto e tacchi di notte. Ho al braccio un orologio costoso e la borsa la porto appoggiata alla spalla, lato strada. Appena imbocco via Giraldi, un signore sulla cinquantina che è sulla soglia della salumeria davanti alla quale passo e che mi saluta con un “Buongiorno!”, si offre di portarmi il trolley fino al portone dove alloggio. Accetto. Chiacchieriamo con poche parole circa il caldo che è sceso di botto. Arrivo, ringrazio e mi sento rispondere “signora, sempre a disposizione“.
Per strada ci sono bambini che giocano e ridono. Fin qui tutto bene. Sfrecciano motorini e macchine smarmittate. Due signore si parlano dal balcone di quei figli che fanno sempre troppo tardi la sera. Ho bisogno di una indicazione; più di qualcuno si offre di aiutarmi. Siamo ai quartieri spagnoli. Mi guardano passare, ma nessuno fa caso alle mie gambe scoperte, nessun apprezzamento, nessuno mi infastidisce. È il primo pomeriggio di un giorno qualunque quando una macchina salendo per la medesima via, urta violentemente contro un motorino parcheggiato sul marciapiede. Vedo la scena da poca distanza. Penso: “adesso finisce male“. Ecco che sale anche in me il pensiero comune. “Sono a Napoli, questi sono i quartieri spagnoli, da qui non sai se esci vivo” – penso come una donna, ma faccio la giornalista e quindi osservo senza pregiudizio. Rallento e mi godo la scena. L’autista della 600 blu, scende dall’auto e va incontro al padrone dello scooter che nel frattempo è uscito dal suo negozio.
“Mi dispiace, ero distratto. Vedi che danni ci sono allo scooter che te lo faccio riparare“. Nessuna scazzottata, nessuna arma, nessuna tragedia. Il mio soggiorno a Napoli continua tra cordialità, utilizzo della metro nelle ore tarde e il rientro ai quartieri spagnoli in notte fonda. Niente. Non accade niente. Non vedo segno evidenti di spaccio, nessuno mi importuna, non arriva neanche una pattuglia di carabinieri a sirene spiegate. Magari è arrivata il giorno dopo la mia partenza; magari qualche giorno più tardi un ragazzo sarà morto di overdose, e la rissa che io “non ho visto” si sarà consumata poco più in là, mentre si consumava uno scippo (Ma a me l’orologio costoso e la borsa non l’ha toccata nessuno). Tutto possibile, così come in altre città che potrebbero essere definite altrettanto pericolose quanto e più di Napoli e parlo di Bari, per esempio, che conosco bene, dove sono nata e cresciuta e dove ci sono posti nei quali si consumano crimini e misfatti, e che sa divenire pericolosa già dall’imbrunire, in alcune zone o dove scippano una donna nei “quartieri cosiddetti buoni” o dove con quello stesso pantaloncino indossato ai quartieri spagnoli, probabilmente sarei stata molestata.
Bisogna avere lucidità e dati alla mano, prima di attaccare un’etichetta ad un luogo, così come ad una comunità o ad una tradizione. E quella napoletana è fatta di tante cose, oltre alla pericolosità di alcune zone. Difficile concepire Napoli come una città simile a Raqqa. La cultura, la voglia di cambiamento, il tentativo di estirpare la mentalità che “il delinquere sia più facile del costruire pulito”, la denuncia di tutto quello che non va, dovrebbe essere l’obiettivo comune di un sud Italia che ha bisogno di riscatto, che ha bisogno di vivere una nuova stagione fatta di intenti e di impegno sociale e politico, di porte aperte al nuovo e alla voglia di “non avere più paura”.
Simona stammelluti


La lista si allunga sempre più, e sono sempre più anche i “perché” che tutte le volte ci domandiamo, come se qualcuno potesse consegnarci una risposta togliendoci dall’imbarazzo di dover azzardare a darla noi, una risposta, mentre passiamo in rassegna tutti i motivi per i quali, noi, quel gesto così estremo, non l’avremmo mai fatto.
Passiamo ogni volta in rassegna tutte le cose belle che appartengono a coloro che hanno osato, hanno scommesso ed hanno vinto una vita patinata fatta di successo, di soldi…e di solitudine. Passiamo ogni volta in rassegna tutte le cose che a noi, comuni mortali sembrano belle, ma che alla fine appartengono – forse meno belle di quanto ci possano apparire – a chi ha scommesso tutto e poi ha perso, perché non sempre ciò che sembra appagante, poi lo è per davvero.
Loro … quelli che hanno scommesso e poi alla fine hanno perso, rispondono ad un appello fatto nella classe delle star, di chi ha scritto il proprio nome tra quelli delle stelle del rock, della musica, dello spettacolo; Che hanno calcato centinaia di palcoscenici, hanno cantato davanti a migliaia e migliaia e migliaia di persone, che è così appagante chiamare fans; Che hanno guadagnato cifre a tanti zeri e che forse non hanno mai saputo neanche cosa farsene per davvero; Che hanno mostrato al mondo solo una faccia della loro esistenza, come se avessero in un preciso momento perduto la proprio tridimensionalità, come se fossero diventati una figura che si può osservare ed anche ammirare da una parte sola…quella del successo, del sudore che cade dalla fronte, della nota messa al posto giusto, del pezzo che passerà alla storia.
Loro … dei quali a volte ci domandiamo quanto pesi l’anima, perché a fare due conti, un’anima sola forse non basta, per arginare qualche “peso di troppo”, e che a tirar dritto, quando le luci si spengono siam bravi tutti. E in quei tutti, non ci siamo solo noi, comuni mortali che comprano i dischi, che piangono davanti ad un live, che imparano ad amare una star; in quei tutti ci sono anche compagni, compagne, amici, familiari, manager e chissà quanta altra gente che gravita nelle vite patinate delle star, che pesano i loro bagagli negli aeroporti di tutto il mondo, ma che in mano la loro anima, forse, non l’hanno mai pesata.
Loro, che rispondono al nome di Kurt Cobain, Janis Jopelin, Ian Curtis, Keit Emerson, Whitney Hoston, Bobbi Kristina, Amy Winehouse, Chris Cornell, e pochi giorni fa, Chester Bennington.
Difficile azzardare se avessero o meno qualcosa in comune, a parte il successo e qualche delusione di troppo. Perché ogni dolore è a se, soprattutto se corre lungo una linea sottile, che collega una silente disperazione ad un passato fintamente remoto, che crea mostri così enormi, che per zittirli mentre urlano e spaventano, servono litri di alcool, barbiturici, pillole per dormire, sostante stupefacenti che però di “stupefacente” hanno ben poco, perché quando fa giorno è tutto ancora lì solo un po’ più sbiadito, con contorni meno netti, tanto che non li riconosci, quei mostri, ma sai che sono lì, che non se ne sono andati, che ti respirano ancora sul collo.
Ogni star ha una sua storia ed anche un suo destino. Un destino che ci prova a volte a toglierti di dosso il segno del dolore, ma se anche una cicatrice la sottoponi a chirurgia estetica, sotto, resta tutto com’era e fa male come sempre, anche se nessuno vede più nulla.
Amori finiti o mai iniziati, insoddisfazione, perdita della percezione della realtà, una responsabilità troppo grossa a volte, quella di dover essere sempre al top, perché se cadi dal piedistallo è come se non fossi mai esistito. E poi c’è quel po’ di personale, che è tuo, solo tuo, fin quando i telegiornali non lo rivelano a tutti. Come nel caso del cantante dei Linking Park, Chester Bennington, che qualcuno ha osato chiamare “codardo”, per essere uscito di scena così. Un suicidio non è un atto di coraggio, direbbe qualcuno. Sì che lo è, replicherebbe qualche altro.
Ma che ne sappiamo noi, di quel dolore sottile che Bennington (che amava prendersi le carezze del suo pubblico) si portava dietro da una vita intera, quel dolore di violenze subite da piccolo, di paure ingigantite dal domani che dell’oggi non ha che il sapore amaro di una piccola letale sconfitta. Quel domani che si è sbiadito giorno dopo giorno, che ha perduto i dettagli, i contorni e le aspirazioni, che è diventato piccolo quanto un granello di polvere, che ti finisce in un occhio e te lo fa lacrimare, che ti porta via la voglia di vivere e di chiedere. Perché ormai non sappiamo chiedere più nulla, ci arrocchiamo nella presunzione di sapercela cavare sempre da soli, che siamo invincibili, che tanto poi passa … ma poi non passa, non passa e non passa. E quando passa, è troppo tardi anche per poter dire addio.
E’ che non sappiamo più osservare, non sappiamo più pesare l’anima di chi abbiamo al nostro fianco. Non sappiamo domandare più “come stai?” prestando poi attenzione a quel che ci viene risposto, anche con un silenzio.
Goditi la vita” – gli diceva suo figlio, poco più di un mese fa.
E chissà cosa ne era già di Chester, un mese fa.
E poi il mondo dimentica, dimentica tutto troppo in fretta. Perché tanto siamo diventati immuni anche al dolore, e quel che ci rendeva umani, lo abbiamo barattato con un mondo in cui, ci accontentiamo di essere terrestri.
Simona Stammelluti


Deceduto tra le fiamme Massimo Pizzuti, classe ’48, in località San Benedetto nel comune di San Pietro in Guarano (Cs)
Erano circa le ore 15 di oggi 13 luglio 2017, quando Massimo Pizzuti 69 anni, è morto avvolto dalle fiamme che lo hanno raggiunto, mentre tentava di salvare il suo appezzamento agricolo attiguo alla sua abitazione, investito da un incendio. Le fiamme e il denso fumo acre, non gli hanno concesso scampo.

Le cause precise della morte dell’uomo sono ancora in corso di accertamento. Il corpo dell’uomo è stato rivenuto a poche centinaia di metri dalla sua abitazione, completamente bruciato.  Inutile l’intervento del personale del 118 che non ho potuto far altro che constatarne il decesso.
L’area in questione è interessata da svariate ore da un vasto incendio, che ha in parte bloccato l’acceso ad alcune vie che conducono al piccolo centro del cosentino. Alcune famiglie sono state allontanate dalle proprie abitazioni ad opera della Protezione Civile, mentre sul posto proseguono le attività da parte dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri, della Polizia di Stato, anche mediante l’ausilio di elicotteri antincendio e di Canadair.
Le indagini sono coordinate dalla Dott.ssa Donatella Donato, Sost. Proc. presso il Tribunale di Cosenza che, nelle ultime ore, ha disposto la restituzione della salma alla famiglia.
Simona Stammelluti

Montalto Uffugo (Cs) – Nel piccolo borgo in provincia di Cosenza, dall’idea di una giovane e talentuosa imprenditrice-filosofa, Roberta Caruso, è nato un anno fa “Home 4 Creativity“, un progetto di coliving che ha come sede un casolare di campagna, e come obiettivo quello di mettere a disposizione un luogo non solo per soggiornarvi, ma anche per fare una vera e propria esperienza di scambio culturale, utilizzando un luogo per nutrire ispirazione, per condividere il proprio talento, per imparare ad utilizzare uno spazio fatto non solo di cose, ma anche di persone che ti invitano a provare e a godere di un luogo, della sua storia, della sua intrinseca energia.

Oggi quel progetto si evolve, con l’obiettivo di convertire altre case private in residenze condivise creative. Propone coliving, coworking e viaggi esperienziali all’interno di case che si trovano in aree decentrate rispetto alle grandi città, per conciliare l’identità dei luoghi con quella dei proprietari delle strutture che possono trasformare i propri interessi e le proprie passioni in attività lavorativa sostenibile e in linea con la propria filosofia di vita.

Il 15 e 16 luglio “Home 4 Creativity” organizza il weekend dell’Abitare ispirato.

In un’epoca in cui l’utilizzo delle cose si preferisce al loro possesso, che valore assume il concetto di casa, che nella storia umana rappresenta il simbolo della proprietà e della stanzialità? Lo si potrà scoprire in un weekend dedicato al tema dell’abitare ispirato. Affrontiamo un viaggio attraverso la casa interiore, le varie forme che assume la casa come luogo privato e le diverse prospettive da cui ripensare ciò che è bene pubblico come casa comune. Alla base di tutto c’è la valorizzazione del concetto di Economia, nella sua accezione ed etimologia profonda – oikos + nomos – di “prendersi cura della casa”, che apre alla dimensione che definiamo di “libertà responsabile” dell’uomo verso se stesso e verso il territorio in cui ha o trova le proprie radici.

I Protagonisti

SABATO 15 LUGLIO

Dalle 16:00 ALLE 20:00: Conversazione sul prato sull’ ABITARE SE STESSI e I PROPRI LUOGHIPresentazione del progetto HOME 4 CREATIVITY

Alberto Mattei, fondatore di NOMADI DIGITALI, ci racconta il fenomeno del nomadismo moderno e “il non aver casa” al di là di se stessi.

Maria Scalese, fondatrice di ZAGREUS, associazione di promozione sociale che lavora a progetti di teatro, enogastronomia, musica e arti performative all’interno delle case private, per presentare i vantaggi e le opportunità dell’educazione non formale.

Erminia Greco, rappresentante dell’associazione TAGERSMUTTER Cosenza, che da qualche anno offre alle mamme l’opportunità di diventare tutrici dei figli altrui, incentivando una formazione casalinga che aumenta l’empatia dei ragazzi e diventa opportunità lavorativa.

Emilio Leo e Florindo Rubbettino, ci raccontano un territorio, quello di Soveria Mannelli, in cui arti, mestieri e letteratura vestono le tradizioni di innovazione e modernità

Francesco Biacca & Festival dell’ospitalita’: L’accoglienza e la ricettività in tutte le forme già esistenti e possibili

Barbara Rosanò, rappresentante dell’Associazione culturale Kinema di Girifalco (CZ), ci presenta “Uscirai Sano”, il film documentario sulle storie dei pazienti dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Girifalco (CZ), attraverso cui scoprire la contaminazione tra il mondo interno dell’ospedale e quello esterno della comunità.

IN CONTEMPORANEA: Momenti creativi: musica, fotografia e ceramica con ArtisLab e il progetto “The sound iseverywhere”, Angela Zwingauer e Arianna Samà. (Tutto tornerà utile la domenica mattina)

Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione del film “Uscirai sano” e serata musicale con Fabio Cinque e Pino Turco.

DOMENICA 16 LUGLIO

9:30-12:00: Abitiamo il centro storico. Invasione creativa del centro storico di Montalto Uffugo e camminata filosofica sul tema dell’abitare con Roberta Caruso

PIC NIC IN MONTAGNA: abitiamo la montagna

Dalle 16:00 alle 20:00Conversazione sul prato sull’ABITARE I LUOGHI PUBBLICI COME LUOGHI COMUNI

Vincenzo Rizzuto, rappresentante e fondatore del progetto CASA LAMBANDA di Bologna, uno dei più importanti esempi di condominio sociale italiano. Ci racconta una nuova idea di condominio, la ricerca che porta avanti con la sua associazione da qualche anno e le prospettive della sharing economy applicata al mondo dell’housing sociale.

Donata Marrazzo, giornalista del Sole 24 ore e fondatrice di CALABRIA CULT, che racconta l’abitare attraverso lo storytelling, la narrazione della parte più intima di un territorio, i suoi volti, le sue esperienze positive, i suoi esempi

I ragazzi dello SPRAR di Montalto Uffugoinsieme a Angela Zwingauer e Fabio Cinque ci raccontano il progetto Suoni erranti perportare un esempio concreto di contaminazione tra culture diverse in un territorio comune.

Ivan Arella e Giulio Vita, rappresentanti del CLETO FESTIVAL E della GUARIMBA FILM FESTIVAL, ci guidano alla scoperta della valorizzazione di due centri storici, Cleto e Amantea, attraverso l’arte, il lavoro di comunità e il cinema indipendente.

Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione di uno dei corti del progetto MigrArti curato dalla Guarimba Film Festivale osservazione delle stelle in compagnia del Circolo Astrofili Luigi Lilio Torretta

DOVE
Home 4 CreativityHub- via Caparroni, 15 Montalto Uffugo (CS)
INFO
info@home4creativity.com/

tel. 3476062341
tel. 347606234

www.homeforcreativity.com


Montalto Uffugo (Cs) – Nel piccolo borgo in provincia di Cosenza, dall’idea di una giovane e talentuosa imprenditrice-filosofa, Roberta Caruso, è nato un anno fa “Home 4 Creativity“, un progetto di coliving che ha come sede un casolare di campagna, e come obiettivo quello di mettere a disposizione un luogo non solo per soggiornarvi, ma anche per fare una vera e propria esperienza di scambio culturale, utilizzando un luogo per nutrire ispirazione, per condividere il proprio talento, per imparare ad utilizzare uno spazio fatto non solo di cose, ma anche di persone che ti invitano a provare e a godere di un luogo, della sua storia, della sua intrinseca energia.
Oggi quel progetto si evolve, con l’obiettivo di convertire altre case private in residenze condivise creative. Propone coliving, coworking e viaggi esperienziali all’interno di case che si trovano in aree decentrate rispetto alle grandi città, per conciliare l’identità dei luoghi con quella dei proprietari delle strutture che possono trasformare i propri interessi e le proprie passioni in attività lavorativa sostenibile e in linea con la propria filosofia di vita.
Il 15 e 16 luglio “Home 4 Creativity” organizza il weekend dell’Abitare ispirato.
In un’epoca in cui l’utilizzo delle cose si preferisce al loro possesso, che valore assume il concetto di casa, che nella storia umana rappresenta il simbolo della proprietà e della stanzialità? Lo si potrà scoprire in un weekend dedicato al tema dell’abitare ispirato. Affrontiamo un viaggio attraverso la casa interiore, le varie forme che assume la casa come luogo privato e le diverse prospettive da cui ripensare ciò che è bene pubblico come casa comune. Alla base di tutto c’è la valorizzazione del concetto di Economia, nella sua accezione ed etimologia profonda – oikos + nomos – di “prendersi cura della casa”, che apre alla dimensione che definiamo di “libertà responsabile” dell’uomo verso se stesso e verso il territorio in cui ha o trova le proprie radici.

I Protagonisti
SABATO 15 LUGLIO

Dalle 16:00 ALLE 20:00: Conversazione sul prato sull’ ABITARE SE STESSI e I PROPRI LUOGHIPresentazione del progetto HOME 4 CREATIVITY
Alberto Mattei, fondatore di NOMADI DIGITALI, ci racconta il fenomeno del nomadismo moderno e “il non aver casa” al di là di se stessi.
Maria Scalese, fondatrice di ZAGREUS, associazione di promozione sociale che lavora a progetti di teatro, enogastronomia, musica e arti performative all’interno delle case private, per presentare i vantaggi e le opportunità dell’educazione non formale.
Erminia Greco, rappresentante dell’associazione TAGERSMUTTER Cosenza, che da qualche anno offre alle mamme l’opportunità di diventare tutrici dei figli altrui, incentivando una formazione casalinga che aumenta l’empatia dei ragazzi e diventa opportunità lavorativa.
Emilio Leo e Florindo Rubbettino, ci raccontano un territorio, quello di Soveria Mannelli, in cui arti, mestieri e letteratura vestono le tradizioni di innovazione e modernità
Francesco Biacca & Festival dell’ospitalita’: L’accoglienza e la ricettività in tutte le forme già esistenti e possibili
Barbara Rosanò, rappresentante dell’Associazione culturale Kinema di Girifalco (CZ), ci presenta “Uscirai Sano”, il film documentario sulle storie dei pazienti dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Girifalco (CZ), attraverso cui scoprire la contaminazione tra il mondo interno dell’ospedale e quello esterno della comunità.
IN CONTEMPORANEA: Momenti creativi: musica, fotografia e ceramica con ArtisLab e il progetto “The sound iseverywhere”, Angela Zwingauer e Arianna Samà. (Tutto tornerà utile la domenica mattina)
Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione del film “Uscirai sano” e serata musicale con Fabio Cinque e Pino Turco.
DOMENICA 16 LUGLIO
9:30-12:00: Abitiamo il centro storico. Invasione creativa del centro storico di Montalto Uffugo e camminata filosofica sul tema dell’abitare con Roberta Caruso
PIC NIC IN MONTAGNA: abitiamo la montagna
Dalle 16:00 alle 20:00Conversazione sul prato sull’ABITARE I LUOGHI PUBBLICI COME LUOGHI COMUNI
Vincenzo Rizzuto, rappresentante e fondatore del progetto CASA LAMBANDA di Bologna, uno dei più importanti esempi di condominio sociale italiano. Ci racconta una nuova idea di condominio, la ricerca che porta avanti con la sua associazione da qualche anno e le prospettive della sharing economy applicata al mondo dell’housing sociale.
Donata Marrazzo, giornalista del Sole 24 ore e fondatrice di CALABRIA CULT, che racconta l’abitare attraverso lo storytelling, la narrazione della parte più intima di un territorio, i suoi volti, le sue esperienze positive, i suoi esempi
I ragazzi dello SPRAR di Montalto Uffugoinsieme a Angela Zwingauer e Fabio Cinque ci raccontano il progetto Suoni erranti perportare un esempio concreto di contaminazione tra culture diverse in un territorio comune.
Ivan Arella e Giulio Vita, rappresentanti del CLETO FESTIVAL E della GUARIMBA FILM FESTIVAL, ci guidano alla scoperta della valorizzazione di due centri storici, Cleto e Amantea, attraverso l’arte, il lavoro di comunità e il cinema indipendente.
Degustazione dei prodotti della Valle del Crati con Homer Roberto, proiezione di uno dei corti del progetto MigrArti curato dalla Guarimba Film Festivale osservazione delle stelle in compagnia del Circolo Astrofili Luigi Lilio Torretta
DOVE
Home 4 CreativityHub- via Caparroni, 15 Montalto Uffugo (CS)
INFO
info@home4creativity.com/
tel. 3476062341
tel. 347606234
www.homeforcreativity.com


Era uno di quei casi destinati a chiudersi senza un reale perché, senza una verità inoppugnabile, ed invece la vicenda della morte di Vincenzo Sapia, il giovane di 29 anni di Mirto Crosia, morto il 24 maggio del 2015 è destinata ad avere un prosieguo, che condurrà alla verità.
La notizia importante risiede nella richiesta del Pubblico Ministero Sostituto Procuratore Dott.ssa Valentina Draetta della Procura di Castrovillari, di procedere con l’incidente probatorio, considerata la necessità di avere con urgenza un accertamento peritale.
Secondo il Pm “appare estremamente rilevante per la decisione dibattimentale, procedere ad espletamento di perizia, in quanto dall’esito della stessa, potrebbero ricavarsi elementi fondamentali all’esercizio dell’azione penale e per sostenere l’accusa in giudizio delle persone sottoposte ad indagine in ordine al fatto-reato“.
Per gli indagati dunque, secondo la tesi della procura, si prospettano responsabilità in merito alla loro condotta indipendente “con eccesso colposo” – così come si evince dagli atti della Procura – attuata durante l’intervento operato nel calmare il giovane Vincenzo Sapia, e quindi alle cause alla cui base si ipotizza il decesso dello stesso.
La perizia pertanto sarà mirata a verificare i danni sul corpo del Sapia, e se l’ipotetica morte cardiaca, possa avere avuto quale fattore concausale la condotta dei militari che operarono in quel frangente.
Si ricorda che la decisione del Pm, segue alla richiesta di opposizione all’archiviazione fatta dall’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Sapia e sulla quale si era già espressa il Gip Dott.ssa Letizia Benigno, che aveva rigettato la richiesta di archiviazione e aveva chiesto al Pm di “rivisitare i quesiti medico-legali affidandoli ad un medico-legale specialista nella branca della cardiologia”.
Leggi qui la notizia caso sapia, il gip accoglie la richiesta di opposizione all\’archiviazione
Ed è Caterina Sapia, sorella di Vincenzo che risponde in esclusiva al Sicilia24h.it, circa questa decisione presa dal Pm: “Grande fiducia oggi più che mai nel nostro legale Avv. Fabio Anselmo e grande fiducia nella giustizia. Abbiamo atteso in silenzio, con grande dignità e rispetto verso tutti questa decisione del Pubblico Ministero, sicuri che questo caso non potesse e non dovesse essere chiuso, perché è giusto che si sappia come è morto nostro fratello e se ci sono delle responsabilità, è giusto che si accertino. La morte di Vincenzo forse poteva essere evitata, adesso saranno le perizie approfondite a dircelo, una volta per sempre, perché la verità spetta a tutti
Simona Stammelluti

Era uno di quei casi destinati a chiudersi senza un reale perché, senza una verità inoppugnabile, ed invece la vicenda della morte di Vincenzo Sapia, il giovane di 29 anni di Mirto Crosia, morto il 24 maggio del 2015 è destinata ad avere un prosieguo, che condurrà alla verità.

La notizia importante risiede nella richiesta del Pubblico Ministero Sostituto Procuratore Dott.ssa Valentina Draetta della Procura di Castrovillari, di procedere con l’incidente probatorio, considerata la necessità di avere con urgenza un accertamento peritale.

Secondo il Pm “appare estremamente rilevante per la decisione dibattimentale, procedere ad espletamento di perizia, in quanto dall’esito della stessa, potrebbero ricavarsi elementi fondamentali all’esercizio dell’azione penale e per sostenere l’accusa in giudizio delle persone sottoposte ad indagine in ordine al fatto-reato“.

Per gli indagati dunque, secondo la tesi della procura, si prospettano responsabilità in merito alla loro condotta indipendente “con eccesso colposo” – così come si evince dagli atti della Procura – attuata durante l’intervento operato nel calmare il giovane Vincenzo Sapia, e quindi alle cause alla cui base si ipotizza il decesso dello stesso.

La perizia pertanto sarà mirata a verificare i danni sul corpo del Sapia, e se l’ipotetica morte cardiaca, possa avere avuto quale fattore concausale la condotta dei militari che operarono in quel frangente.

Si ricorda che la decisione del Pm, segue alla richiesta di opposizione all’archiviazione fatta dall’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Sapia e sulla quale si era già espressa il Gip Dott.ssa Letizia Benigno, che aveva rigettato la richiesta di archiviazione e aveva chiesto al Pm di “rivisitare i quesiti medico-legali affidandoli ad un medico-legale specialista nella branca della cardiologia”.
Leggi qui la notizia caso sapia, il gip accoglie la richiesta di opposizione all\’archiviazione

Ed è Caterina Sapia, sorella di Vincenzo che risponde in esclusiva al Sicilia24h.it, circa questa decisione presa dal Pm: “Grande fiducia oggi più che mai nel nostro legale Avv. Fabio Anselmo e grande fiducia nella giustizia. Abbiamo atteso in silenzio, con grande dignità e rispetto verso tutti questa decisione del Pubblico Ministero, sicuri che questo caso non potesse e non dovesse essere chiuso, perché è giusto che si sappia come è morto nostro fratello e se ci sono delle responsabilità, è giusto che si accertino. La morte di Vincenzo forse poteva essere evitata, adesso saranno le perizie approfondite a dircelo, una volta per sempre, perché la verità spetta a tutti

Simona Stammelluti


Le emozioni.
Sono quelle a volte a pesare tanto, anche durante un concerto.
Un concerto che chi come me ne ha visti un po’, sa bene essere carichi di tanti dettagli, oltre che di tante note.
Il concerto di eri sera nella splendida cornice del Castel Sant’Elmo di Napoli, ospitava uno dei cantanti partenopei più conosciuti al mondo. I suo dischi si vendono anche in Giappone, ma lui resta quello di sempre e si chiede ancora come facciano in così tanti a rovesciargli addosso dosi enormi di affetto, concerto dopo concerto, tanto che ringrazia un gruppo che nasce dall’ammirazione per la sua musica e che porta il nome di Maravilhiosi, dal nome di quello che – a mio parere – resta il miglior album di quel cantautore che conosce l’arte di “cantare piano”.

La terrazza belvedere è piena di appassionati, di amici. E’ piena di persone giunte da tutto il mondo, anche dall’Inghilterra per ascoltare il suo nuovo lavoro discografico che reca il titolo di Origami, ed è proprio Joe Barbieri — figlio di una Napoli che non si stanca mai di regalare piccoli diamanti grezzi che poi riescono ad incastonarsi al meglio nel mondo dell’arte – a spiegare il perché di quel nome.
Il destino ci consegna ai nastri di partenza tutti uguali – dice – poi è la vita che costringe verso delle pieghe, e dunque ci costringe a scegliere come piegarci, verso che forma, e quindi cosa diventare.  E si può mutare fino ad arrivare ad essere dei capolavori“.
Ed ecco allora Origami, che rispecchia la leggerezza impalpabile di quei fogli di carta, che non sembrano avere nulla di speciale, fin quando non diventano capolavori.
E così inizia un concerto nel quale il cantautore, come sempre, non si risparmia. Aspetta che il tramonto completi la sua corsa, per salire sul palco. Preferisce cantare e suonare, anziché parlare. Anche perché lui resta un emotivo e per chi lo conosce bene, non si fa fatica a scorgere quel leggero tremore nella sua voce in apertura di concerto. Poi lui si scalda, così come la sua voce, e allora lascia andare quella che è una delle sue caratteristiche principali, ossia la capacità di cantare innumerevoli “fioriture”, senza forzare mai il suo timbro. Joe Barbieri ha una voce unica, riconoscibile tra mille, uguale a nessuna e – cosa importante – conosce bene la tecnica del “cantare in levare“, caratteristica che di questi tempi, in cui le voci seguono fin troppo la base ritmica, sa divenire un virtuosismo.

Dicevamo che un concerto è fatto di tante cose. Una delle più importanti è senza dubbio l’Interplay, quell’affiatamento e quella complicità che nasce tra i musicisti e che si affina sempre più come nel caso di coloro che ormai da anni, accompagnano Joe Barbieri durante le sue tournée e che – è proprio il caso di sottolinearlo – sanno essere il “complemento di modo” di ogni suo progetto.
Con lui sul palco, che imbraccia la chitarra seduto su uno sgabello, Antonio Fresa al pianoforte, Giacomo Pedicini al basso elettrico, Sergio di Natale alla batteria e Stefano Iorio al violoncello. Un quintetto raffinato e moderno, capace di nuance jazzistiche e di ritmi latini che si sposano benissimo con alcuni testi del cantautore che da sempre parla di amore e di vita, usando però delle similitudini fortunate. Parla di amore che a volte finisce, ma che alla fine riesce a trovare un modo per restare. Melanconia, sì, ma mai tristezza.
Il concerto si apre con “Un posto qualunque“, tratto proprio da Origami e l’atmosfera si fa subito accattivante. Le luci soffuse che vengono fuori da abat-jour che illuminano il palco, sciolgono ogni premessa e si entra così nel vivo del concerto.
La scaletta Joe la sceglie sapientemente e non è un caso che scelga di mischiare i pezzi del nuovo album a quelli passati. I suoi fans infatti apprezzano e applaudono sin dall’intro i pezzi dell’ormai famoso e straordinario “Maison Maravilha“, così come accade quanto intona “Fammi tremare i polsi“.

Durante il concerto Antonio Fresa, che ormai da qualche tempo ha detto addio ai suoi famosi dread, conserva una spiccata capacità di ricamare i pezzi, con il suo modo snello e dinamico di suonare il pianoforte e che durante il concerto di ieri sera, ha regalato la chicca di soffiare in una diamonica, dando un tocco di veracità alla serata.
Molto ben arrangiata, in chiave bossanova, “Belle speranze“, che Barbieri ha scritto per i suoi nipoti, dedicandola alla loro purezza d’animo. Mostra la lettera che suo nipote Massimo ha scritto per lui, e poi canta.
La serata ormai ha preso il via, Joe Barbieri suona la sua chitarra, poi si alza, accenna qualche passo di danza a tempo di beguin.  Non cambia gli arrangiamenti dei suoi vecchi pezzi che però a vedere il pubblico che canta, sono sempre fin troppo attuali, e lo sono perché le sue canzoni diventano di tutti; ognuno si ruba un pezzetto, lo porta via dopo ogni concerto e poi lo riporta al successivo, ricostruendo il puzzle collettivo delle emozioni che solo alcuni artisti riescono a dare.
Dal nuovo album arriva “Scusi signorina“. Joe canta a casa sua, come se fosse affacciato al balcone e regalasse la sua musica alla sua gente, a chi l’ha visto crescere non solo artisticamente. Dedica una canzone a sua moglie, presenta al concerto.
Racconta dettagli di se, del suo modo di fare musica, di come nascono le canzoni. Racconta della sua passione per i viaggi, che sanno essere sogno ed anche utopia, che sono tanto belli, proprio perché alla fine sai dove tornare. Canta al suo pubblico “Itaca“, e poi ancora in chiave samba, “Cosmonauta da Appartamento“. Ci sono contaminazioni nella sua musica, questo è indubbio. Ci sono tracce di Jobim, nel suo “concertare”.Ci sono dettagli che arrivano da “altrove” come se fosse davvero un mix di profumi e sapori, oltre che di suoni. “Zenzero e Cannella“, la dice lunga sul suo modo di miscelare nuance di vita e di sentimenti, di cose da dire e emozioni da provare.

Una fonia impeccabile  sottolinea con i giusti volumi il suono del violoncello di Iorio, che è senza dubbio la scelta migliore che Barbieri fa, quando sceglie i musicisti per il suo modo di fare musica. E’ un quintetto molto esaustivo e musicalmente convincente. Il suono rotondo e ben realizzato, capace di mettere insieme i segnali armonici degli altri strumenti, mentre la base ritmica non manca mai di andare incontro alle necessità del cantautore.
Normalmente, Lacrime di Coccodrillo, Diamoci del tu, Una tempesta in un bicchier d’acqua, Subaffitto; Tutte storie da godere e musica da ascoltare, sentendosi parte integrante di quel momento, che come spesso accade, diventa irripetibile.
Lui non è mai stanco, quando canta e suona. Il bis lo regala perché lo vuole, non solo perché glielo si chiede.
Nel bis arrivano “In questo preciso momento“, “Scusami“,  e sulla splendida “Microcosmo“, lascia ai musicisti lo spazio per un assolo che mostra tutta la bravura e la versatilità di chi della musica ne ha saputo fare un Mondo così piccolo che lo si può mettere in tasca per poi tiralro fuori e goderne in ogni istante. Il pubblico sottolinea il refrain a voce, ed è festa.
Poi accade quel che accade sempre nei concerti del bravissimo Joe Barbieri, e cioè che “finge” di dimenticare le parole di una canzone, il pubblico si infiamma, applaude e si consumano emozioni.
Prima di terminare, Barbieri ringrazia Antonio Meola, amico fraterno, socio e manager, capace di gestire questo artista e il suo mondo nella maniera migliore.
Grazie per avermi concesso la vostra piega, per far diventare questa serata perfetta” – dice Joe prima di congedarsi.
Grazie a te, dico io, per aver cantato anche ieri sera “Pura Ambra”:
“In sere come queste preferisco non pensarti,
mi fa male sapere già solo che esist
i”
Si ferma con i suoi fans, che poi sono i suoi amici, dopo il concerto. Firma i Cd e ringrazia tutti. Resta quel che è Joe Barbieri, un uomo con un cuore pieno di battiti in più, che regala mettendo insieme musica e parole, senza scordare mai che quando arrivi, devi sapere bene, da dove sei partito.
Si ringrazia Carlo Terenzi, per le foto e per essere stato fotografo ufficiale per il Sicilia24h.it
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Simona Stammelluti


Ennesimo dramma familiare finito in tragedia, questa mattina intorno alle 9,30 in una villetta in Contrada Santa Rita a Montalto Uffugo in provincia di Cosenza, dove Giovanni Petrasso, 53 anni, agente della Polizia Peniteniaria, ha ucciso sua moglie Maria Grazia Russo 48 anni, con la sua pistola d’ordinanza, sotto gli occhi della figlia Alessia, 18enne.
Sul luogo il medico legale Dott. Cavalcanti e i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Cosenza, che stanno in questo momento effettuando i rilievi del caso.
Sembrerebbe che sia stata la stessa ragazza ad allertare il 118 e il 112 su quanto appena successo sotto i suoi occhi. I sanitari una volta sul posto hanno accertato la morte dei due, nulla dunque è stato possibile fare.

Da quanto emerge dalle dichiarazioni delle Forze dell’Ordine, l’omicidio della Russo sarebbe stato consumato nel bagno dell’abitazione, mentre il suicidio poco distante, sarebbe avvenuto fuori dal bagno. Sarebbero stati sparati più colpi.
Come spesso accade, sembra che nessuno abbia sentito niente- malgrado stamane ci sarebbe stata una lite tra i due – come nessuno sostiene nulla di diverso da quello che spesso di ascolta dai vicini di casa in situazioni come queste. A dire dei vicini e di chi li conosceva bene, erano una coppia modello, senza nessun problema apparente. La vittima Maria Grazia Russo, avrebbe fatto questa mattina intorno alle 8.30 una telefonata ad un’amica per mettersi d’accordo circa uno spettacolo che avrebbero dovuto vedere insieme questa sera.
La coppia, aveva anche un altro figlio, Mario, ventiduenne che lavora in Toscana, che ha già ricevuto la notizia dalla sorella della morte dei suoi genitori.
Probabilmente il tutto scaturito da un’ennesima lite, derivante da problemi di coppia, legati forse alla gelosia, che duravano da tempo. Sarebbero state le urla ad allertare la ragazza che è corsa sul posto vedendo la mamma già riversa a terra e suo padre mentre compiva il tragico gesto.
Singolare il post che la vittima Maria Grazia Russo ha pubblicato appena che 20 ore fa, sul famoso social network. Che non fosse che la stessa, aveva un peso sul cuore?
“prega sempre di avere occhi per vedere il meglio
un cuore che perdoni il peggio
una mente che dimentica il male
e un’anima che non perde mai la fede”

AGGIORNAMENTO
Giovanni Petrasso era in concedo dal lavoro da diverso tempo, a causa di uno stato ansioso che perdurava, tanto che gli era stata anche tolta l’arma d’ordinanza, restituitagli solo ieri. Con la stessa, l’omicida-suicida, ha sparato sei colpi, l’ultimo contro di se, alla tempia.
I corpi per i quali è stata disposta l’autopsia, dal magistrato Dott. Tridico,  sono adesso presso l’obitorio di Cosenza.