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Il Peperoncino JF è da molti anni ormai, un fiore all’occhiello della cultura e della musica in Calabria; A muovere le fila di questo ingranaggio sofisticato è da sempre il direttore artistico del festival Sergio Gimigliano, che con competenza ed esperienza mette insieme i migliori progetti musicali sulla scena jazzistica nazionale ed internazionale per offrire al pubblico di appassionati, serate all’insegna del jazz e della buona musica.

Inserito nel programma di quest’anno, nella splendida cornice del porto turistico di Cetraro (Cs), è arrivato un artista conosciuto da tutti, che con l’esperienza di una carriera lunga 40 anni, sa ancora tirare fuori dal taschino novità interessanti, conservando la magia di sempre.

Fabio Concato a Cetraro arriva con uno dei migliori trii del panorama jazzistico contemporaneo, quello del pianista Paolo Di Sabatino, insieme a Glauco Di Sabatino alla batteria e Marco Siniscalco al basso elettrico.

Il progetto musicale – così come lo stesso Di Sabatino spiega in inizio di serata – nasce proprio da una passione dello stesso pianista per la musica e le canzoni del cantautore milanese, tanto che dopo un incontro di lavoro, fu proprio Paolo a proporre a Fabio Concato di realizzare questo progetto, rivisitando in chiave jazz alcuni dei suoi più grandi successi. E così è nato “Gigi” progetto discografico che poi diventa un live, in tournée in giro per tutta Europa.

I concerti di Fabio Concato sono un modo per conoscere anche un po’ l’uomo e non solo l’artista, che non nasconde al suo pubblico quel suo essere a tratti “scanzonato“, sempre perfettamente a suo agio, simpatico ed amabile come un vino novello, che mentre canta si lascia “decantare“, mettendo a nudo anche qualche malinconia e quelle emozioni, che non si fa fatica a riscontrare in alcuni pezzi, per il cantautore particolarmente sentiti.

Le canzoni sono note, ognuno si lascia condurre nel proprio ricordo, a cantare il pubblico non si lascia pregare, e lui, generoso come pochi artisti scende anche tra il pubblico mentre intona Ti Ricordo Ancora, stringe le mani delle oltre 600 persone che sono lì “con lui e per lui“, per sentirlo una volta o “una volta ancora”.

Il bello di questo progetto nasce proprio dall’idea di Paolo Di Sabatino, un vero fuoriclasse che anche ieri sera al pianoforte, ha dato dimostrazione non solo di grande talento, ma anche di quella versatilità di cui un musicista deve essere dotato per poter fondere due generi musicali, senza snaturalizzarsi mai. La grazia con la quale Di Sabatino si è avvicinato al repertorio di Concato ha condotto il progetto in una direzione piacevolmente comprensibile per i non cultori del jazz, e appagante per chi, appassionato, ha potuto riscontrare quel mood e quelle progressioni armoniche, in una successione di accordi e di tempo, bilanciata e mai banale.

L’interplay tra i musicisti è ottima, e si manifesta all’orecchio come un fiorire di scambi dettati proprio dall’essere capaci di scardinare i consueti rapporti di ritmo e melodia, per scivolare con agilità nello scambio di suoni che si emancipano, tra modernità di suono e fluidità di ritmo.

La base ritmica del trio è affidata alla batteria di Glauco Di Sabatino, uno dei migliori batteristi che l’Italia possa vantare e Marco Siniscalco che nella sua carriera vanta collaborazioni innumerevoli che vanno da Tony Scott a Celine Dion, da Gegè Telesforo a Javier Girotto.

Insomma un trio di grande spessore artistico, incastonatura perfetta per la musica e la voce di Fabio Concato, che se anche con gli anni ha perso fisiologicamente un po’ di limpidezza, resta una delle voci più significative e appassionate del panorama della musica italiana di tutti i tempi.

Il concerto si apre con un pezzo musicale di grande impatto e suggestione, scritto da Paolo Di Sabatino che si intitola “la danza dei gabbiani“; Poi Fabio Concato guadagna il palcoscenico, e canta “E’ festa“, alla quale segue “Guido Piano” e sorride guardando alla sua sinistra dove splende la luna nel mare mentre proclama il giro che fa “peccato che qui vicino non c’è il mare“. Il mare c’è, è vicinissimo che quasi lo si può toccare, e c’è anche tanto vento che disturba forse un po’ la fonia, ma qui il livello è molto alto e i musicisti continuano impeccabili nel loro viaggio fatto di musica, di mood e di beet, come quelli suonati da Glauco Di Sabatino alla batteria e percepiti benissimo da un pubblico attento mentre batte sul rullante, quel rullante che durante il pezzo “Stazione Nord“, regala un entusiasmante assolo.

Ironizza sulla sua statura “medio-bassa”, Fabio Concato scoprendo che lo sgabello che gli hanno fatto trovare sul palco forse è un po’ troppo alto, ma è il tempo di “Sexy tango” e allora si alza e il problema è risolto.

E’ durante “Ti muovi sempre“, che realizzo che Concato parla di amore nelle sue canzoni con una caratteristica particolare, ossia l’attenzione all’altro. Canta di un amore che mette l’altro al centro dell’universo, un amore generoso, che però sa farsi piccolo per insinuarsi nelle pieghe di un rapporto, che tappa crepe e che “si prende cura” del sentimento provato. Penso che fino a quel momento non ci avevo mai fatto caso. Forse perché quando conosci molto bene i testi, alla fine lasci che le parole cantate cadano leggere e ti si appiccichino addosso, lì dove serve.

Tienimi dentro te, è il solco nel quale Paolo Di Sabatino ricama un assolo che porta il pubblico ad esplodere in un fragoroso, sincero ed esauriente applauso, mentre corre lungo i tasti del suo pianoforte con scale velocissime controtempo. Che a farlo quel tempo, ci pensano le spazzole di Glauco, e le corde di quel basso di Marco Siniscalco, che sorreggono il virtuosismo pianistico.

Fa un tuffo nel passato, Fabio Concato, ricordando i tempi della leva militare in Sardegna, e pone l’accento sulla malinconia che nasce ancor prima di andar via, quando già tutto ti manca, quando le mancanze scorticano la pelle viva e quando ti senti dire “Dimmi che mi ami, prima di partire“. Canta “La Nave“, il cantautore, e le emozioni trasbordano con naturalezza in quel “Quando Arriverà“, che parla sì di un amore, ma quello per la musica che – come ironizza lui stesso – a volte è meglio e meno complicato che quello per una donna.

La bravura negli arrangiamenti, Di Sabatino la mostra sfacciatamente in “Domenica Bestiale“, che ha un vestito nuovo, è completamente rinnovata, e in quella dinamica armonica, ci inserisce terzine ostinate, che corroso su tre ottave senza incertezze. Incalzano basso e batteria, in un reef che si ammorbidisce nel finale fino a spegnersi, pian piano ma con impeccabile sincronicità.

Ritornando a casa, è messo a disposizione di Marco Siniscalco, per il suo assolo, che ha una caratteristica di “tenere il motivo”, perché un jazzista sa sempre come gestire un assolo in un pezzo che nasce con altra natura.

E quando arriva “Gigi“, pezzo che da il titolo al progetto discografico, che la serata cambia rotta, per dirla in gergo marinaresco, visto che si era al mare. Gigi, quel padre che amava il jazz, che ascoltava la musica, che attraverso quella delicata sensibilità musicale gli ha indicato “la strada” da percorrere, che gli ha travasato dentro l’amore per quella musica che poi è divenuta compagna di vita, di storie, di avventure. A lui, a Gigi vanno le emozioni di Fabio Concato, che diventano un po’ anche le nostre; si avverte quell’emozione che si rinnova ogni volta, come se fosse l’unico mezzo per anestetizzare una piccola mancanza.

Chissà se la sanno questa, Paolo” – dice rivolgendosi al pianista che si stringe nelle spalle come per dire “e chi lo sa“, e mentre crea un intro raffinato per “Fiore di maggio” che il pubblico canta. Canta il suo pubblico, si lascia andare, si mette un po’ a nudo, come se si fosse un po’ da soli in mezzo a tanti.

E’ tardi, ma sembra ancora presto per chi ama Fabio Concato e per chi ha imparato ad apprezzare quel trio di grandi professionisti che lo accompagnano e che insieme a lui, sanno fare meraviglie.

E’ tardi – dice – dobbiamo andare“, ma manca ancora il pezzo che tutti vogliono. Eccolo servito: “Rosalina” e nel sorriso di Fabio, nel suo modo di cantare leggero, nel suo essere scanzonato ma perfettamente “accordato” alla vita e alla musica, finisce un concerto che nasce con l’unica pretesa di essere un tutt’uno con quel pubblico che si è sentito al centro di una notte d’estate.

Simona Stammelluti

Le foto sono di proprietà del Sicilia24h – vietata la riproduzione

Scarti un Cd e la prima cosa che pensi è “chissà se mi piacerà” e allora con avidità corri ad ascoltarlo. Ma questa volta non è andata così, come quelle pochissime volte in cui mi sono soffermata anche su come viene confezionato un disco.

A piedi nudi, di Pietro Verna è un piccolo capolavoro impacchettato con cura in un packaging delicato, con colori sobri. I testi sono contenuti in un libretto che non puoi smarrire perché attaccato alla custodia, e che contiene anche delle foto molto suggestive, che ovviamente non sono messe lì a caso, e che mi hanno – non saprei dire se per fortuna o per sfortuna – catapultato in alcuni personalissimi ricordi e questa cosa mi ha ferita, come quando ti tagli con un sottilissimo foglio di carta.

Con estrema calma ho inserito il disco nel lettore ed ho fatto un viaggio, un viaggio che con diversi mezzi mi ha condotto nel mondo di Pietro Verna, fatto di parole gentili, di una sofisticata forma poetica mai banale; in testi che raccontano di un uomo che osserva, che ama, che vive, che si riconosce in qualcosa e che prende distanze da altro, che ha desideri e fame di emozioni. Un ricamo fitto, ben delineato di come si possa conservare la speranza verso quella vita che sfugge, mentre a volte resti a guardare; una sottile filosofia su come si possa cercare qualcuno, cercando prima se stessi, su alcune paure che ci portiamo dietro da bambini e sulla forza di un sorriso che spazza via ogni “distratto riflesso“.

Pietro Verna usa parole comuni a chi è abituato a provare sensazioni, a sentire oltre quel che tutti sentono, ma è il “come” le mette insieme, che disarma.

Uno dei particolari degni di nota del disco è nel mezzo, dove vi è una vera e propria “chicca” dal titolo “Sul treno“; un intermezzo recitato da Gabriele Zanini. E’ una storia, che racconta di un incontro e di un addio, come se ne consumano tanti ogni giorno, ma la cosa che lascia piacevolmente sorpresi è che Verna sa porre l’accento sulla forza di quel che si prova, sulla forza della rabbia ma anche della volontà che muove azioni e a volte omissioni. Racconta di “lacrime fortunate ed improvvise, che segnavano traiettorie precise“.

La melodia che accompagna il testo, si getta come fa l’acqua di un fiume in un mare nel pezzo successivo, con una continuità sonora e di intenti.

A piedi nudi è un disco che si deve ascoltare, ma che si può anche ballare. Tango, milonga, echi di bossanova, chacha e tracce di jazz di New Orleans, al suo interno. Un disco che custodisce in se un arrangiamento meraviglioso, che porta la firma di Giovanni Chiapparino, che affida ai fiati, e alla fisarmonica molte delle nuance del disco, che crea atmosfere che pongono il giusto accento sull’intenzione dando rilievo ai testi e alle storie raccontate. E poi gli archi, usati sapientemente come se fossero il filo di seta invisibile, che tiene insieme l’aspetto armonico, che non ha sbavature e che – al contrario – è bilanciato e lussuoso.

Nel disco vengono suonati strumenti come il launaddas, il kushtar, il duduk. Questo dettaglio non trascurabile, racconta la cura che l’arrangiatore ha messo, affinché si avvertissero nel disco i segni di una contaminazione sonora che corre fino all’oriente.

Non è certo un disco nel quale trovare dei virtuosismi vocali, che non solo non servono, ma che non si confanno certo ad un lavoro cantautorale.

A piedi nudi è un disco intenso ma senza pretese, realizzato con la consapevolezza di poter lasciare una traccia, un segno indelebile del proprio passaggio, così come un piede nudo fa; un segno indelebile di una una personalità unica, non paragonabile a null’altro. E se anche ascoltando la voce di Pietro Verna tornano in mente De Andrè, Fossati, Barbieri e il Branduardi romantico, c’è un modo originale di guardare il mondo, un modo sincero, profondo e a tratti sagace.

Dodici tracce, storie in bianco e nero, immagini che nascono in bianco e nero, per permettere all’ascoltatore poi di pennellare i colori ovunque lui voglia.

A mio avviso il miglior testo è “Viaggiatore Viaggiante”. Interessante la metafora tra la vita e “La punteggiatura“, traccia nove del disco, nella quale la musica, con chitarra, percussioni, fiati e fisarmonica, delinea i tratti di un vivere che sarebbe un caos, se non ci si fermasse davanti a punti, parentesi, a segni che raccontano pause, respiri, affanni. Miglior arrangiamento è “Pomeriggio”, capace di mettere insieme tempi e stili diversi, contrappunti e sfumature che profumano di America anni ’20.

E’ un disco da farne indigestione, da consumare, da ascoltare quando vuoi riconciliarti con un mondo spesso sottosopra, che non sempre sai riordinare da solo.

E’ perfetto in ogni dettaglio. Sulla prima pagina, come fosse un “benvenuto” trovi una poesia di Ghiànnis Ritsos, sul finale ci sono i ringraziamenti, che seppur sembrano essere scontanti in chiusura di un disco, in questo preciso caso racchiudono non solo persone ma anche intenzioni … arte, passioni e catarsi.

Si vive di ispirazione, e allora mi sento di dire che il cantautore era in uno stato di grazia, quando ha concepito questo disco, al quale auguro un meritato successo.

Preparatevi a provare delle belle sensazioni, qualche brivido e momenti di riflessioni. Fatevelo un regalo, e magari fatelo a chi amate. Ascoltate questo disco e andate a sentirlo dal vivo Pietro Verna, perché ne vale la pena … parola della Stammelluti.

Piume d’alba,
respiro d’oriente
la tua pelle ribelle
ad ogni scomodità;
coltivo l’attesa,
raccolgo paziente
i tuoi sensi e consensi
che fioriscono in coro,
sostanza e decoro”

Simona Stammelluti


Scarti un Cd e la prima cosa che pensi è “chissà se mi piacerà” e allora con avidità corri ad ascoltarlo. Ma questa volta non è andata così, come quelle pochissime volte in cui mi sono soffermata anche su come viene confezionato un disco.
A piedi nudi, di Pietro Verna è un piccolo capolavoro impacchettato con cura in un packaging delicato, con colori sobri. I testi sono contenuti in un libretto che non puoi smarrire perché attaccato alla custodia, e che contiene anche delle foto molto suggestive, che ovviamente non sono messe lì a caso, e che mi hanno – non saprei dire se per fortuna o per sfortuna – catapultato in alcuni personalissimi ricordi e questa cosa mi ha ferita, come quando ti tagli con un sottilissimo foglio di carta.
Con estrema calma ho inserito il disco nel lettore ed ho fatto un viaggio, un viaggio che con diversi mezzi mi ha condotto nel mondo di Pietro Verna, fatto di parole gentili, di una sofisticata forma poetica mai banale; in testi che raccontano di un uomo che osserva, che ama, che vive, che si riconosce in qualcosa e che prende distanze da altro, che ha desideri e fame di emozioni. Un ricamo fitto, ben delineato di come si possa conservare la speranza verso quella vita che sfugge, mentre a volte resti a guardare; una sottile filosofia su come si possa cercare qualcuno, cercando prima se stessi, su alcune paure che ci portiamo dietro da bambini e sulla forza di un sorriso che spazza via ogni “distratto riflesso“.

Pietro Verna usa parole comuni a chi è abituato a provare sensazioni, a sentire oltre quel che tutti sentono, ma è il “come” le mette insieme, che disarma.
Uno dei particolari degni di nota del disco è nel mezzo, dove vi è una vera e propria “chicca” dal titolo “Sul treno“; un intermezzo recitato da Gabriele Zanini. E’ una storia, che racconta di un incontro e di un addio, come se ne consumano tanti ogni giorno, ma la cosa che lascia piacevolmente sorpresi è che Verna sa porre l’accento sulla forza di quel che si prova, sulla forza della rabbia ma anche della volontà che muove azioni e a volte omissioni. Racconta di “lacrime fortunate ed improvvise, che segnavano traiettorie precise“.
La melodia che accompagna il testo, si getta come fa l’acqua di un fiume in un mare nel pezzo successivo, con una continuità sonora e di intenti.
A piedi nudi è un disco che si deve ascoltare, ma che si può anche ballare. Tango, milonga, echi di bossanova, chacha e tracce di jazz di New Orleans, al suo interno. Un disco che custodisce in se un arrangiamento meraviglioso, che porta la firma di Giovanni Chiapparino, che affida ai fiati, e alla fisarmonica molte delle nuance del disco, che crea atmosfere che pongono il giusto accento sull’intenzione dando rilievo ai testi e alle storie raccontate. E poi gli archi, usati sapientemente come se fossero il filo di seta invisibile, che tiene insieme l’aspetto armonico, che non ha sbavature e che – al contrario – è bilanciato e lussuoso.
Nel disco vengono suonati strumenti come il launaddas, il kushtar, il duduk. Questo dettaglio non trascurabile, racconta la cura che l’arrangiatore ha messo, affinché si avvertissero nel disco i segni di una contaminazione sonora che corre fino all’oriente.
Non è certo un disco nel quale trovare dei virtuosismi vocali, che non solo non servono, ma che non si confanno certo ad un lavoro cantautorale.
A piedi nudi è un disco intenso ma senza pretese, realizzato con la consapevolezza di poter lasciare una traccia, un segno indelebile del proprio passaggio, così come un piede nudo fa; un segno indelebile di una una personalità unica, non paragonabile a null’altro. E se anche ascoltando la voce di Pietro Verna tornano in mente De Andrè, Fossati, Barbieri e il Branduardi romantico, c’è un modo originale di guardare il mondo, un modo sincero, profondo e a tratti sagace.
Dodici tracce, storie in bianco e nero, immagini che nascono in bianco e nero, per permettere all’ascoltatore poi di pennellare i colori ovunque lui voglia.
A mio avviso il miglior testo è “Viaggiatore Viaggiante”. Interessante la metafora tra la vita e “La punteggiatura“, traccia nove del disco, nella quale la musica, con chitarra, percussioni, fiati e fisarmonica, delinea i tratti di un vivere che sarebbe un caos, se non ci si fermasse davanti a punti, parentesi, a segni che raccontano pause, respiri, affanni. Miglior arrangiamento è “Pomeriggio”, capace di mettere insieme tempi e stili diversi, contrappunti e sfumature che profumano di America anni ’20.

E’ un disco da farne indigestione, da consumare, da ascoltare quando vuoi riconciliarti con un mondo spesso sottosopra, che non sempre sai riordinare da solo.
E’ perfetto in ogni dettaglio. Sulla prima pagina, come fosse un “benvenuto” trovi una poesia di Ghiànnis Ritsos, sul finale ci sono i ringraziamenti, che seppur sembrano essere scontanti in chiusura di un disco, in questo preciso caso racchiudono non solo persone ma anche intenzioni … arte, passioni e catarsi.
Si vive di ispirazione, e allora mi sento di dire che il cantautore era in uno stato di grazia, quando ha concepito questo disco, al quale auguro un meritato successo.
Preparatevi a provare delle belle sensazioni, qualche brivido e momenti di riflessioni. Fatevelo un regalo, e magari fatelo a chi amate. Ascoltate questo disco e andate a sentirlo dal vivo Pietro Verna, perché ne vale la pena … parola della Stammelluti.
Piume d’alba,
respiro d’oriente
la tua pelle ribelle
ad ogni scomodità;
coltivo l’attesa,
raccolgo paziente
i tuoi sensi e consensi
che fioriscono in coro,
sostanza e decoro”


Simona Stammelluti

Mi chiamo Niccolò, ho 22 anni. Avrei voluto fare l’imprenditore ma l’attività che avevo aperto non è andata bene e così con umiltà mi sono messo a fare il fruttivendolo, dividendomi tra il lavoro che inizia già a mattina presto e la mia passione per il pugilato”.

Queste sarebbero potute essere le parole di un qualsiasi ragazzo giovane, con sogni, passioni e sguardo puntato su quella realtà che molto spesso ti inganna, fino ad ucciderti.

Niccolò … ma avrebbe potuto essere anche Giovanni, Francesco, Matteo. Niccolò, un ragazzo che aveva una fidanzata, che era semplicemente partito con una comitiva di amici per la Costa Brava, in Spagna, dove avrebbe trascorso le sue meritate vacanze, ma che a casa non ha fatto mai ritorno, o meglio, è tornato in una bara, massacrato di botte, ucciso a calci e a pugni, da tre ceceni in una discoteca, tra l’indifferenza generale.

Dopo il pestaggio Niccolò non si è più ripreso, e dopo un giorno di agonia è morto. Quando suo padre è giunto sul posto ha trovato suo figlio attaccato ad una macchina, ma non vi era più nulla da fare.

Dramma per una famiglia, ma dramma anche per una società che sta perdendo colpi, che sta diventando sempre più indifferente, come se qualunque cosa accada non si sia più capaci di smuovere sentimenti, coscienze e indignazione.

Muore dunque un ragazzo, che potrebbe essere un nostro figlio, uno di quei ragazzi che proviamo a crescere cercando di insegnare loro a rispettare il prossimo, ad aiutare gli altri, a “battersi” per un ideale, a “reagire” ad una ingiustizia, a credere nel modo sano di fare gruppo, a difendere il più debole.

Ma in quella discoteca Niccolò non era solo con i suoi aggressori; c’erano centinaia di ragazzi, c’erano migliaia di occhi, che guardavano, che si limitavano a guardare, che inermi mimavano la visione di un film. L’indifferenza totale però non era un film, era agghiacciante verità, complice di quella morte ingiusta e orrenda. Magari i suoi stessi amici avranno pensato che Niccolò appassionato di boxe, potesse cavarsela da solo. Nessuno ha reagito a quel pestaggio, nessuno ha mosso un dito. Forse il pensiero collettivo è stato “qualcuno prima o poi farà qualcosa“, ma gli accadimenti hanno raccontato che nessuno ha fatto nulla. Nessuno si è spaventato a tal punto da reagire, anche d’istinto. Perché istintivamente si dovrebbe reagire per salvare qualcuno in pericolo e Niccolò era in pericolo, era in pericolo sotto gli occhi di tutti. Uno, due, dieci, venti ragazzi tutti insieme se avessero voluto, avrebbero potuto salvare Niccolò da quella furia, da quella violenza sconsiderata e assurda.

Sì, sono tutti colpevoli.

Tutti coloro che sono rimasti a guardare. Siamo sempre colpevoli quando restiamo a guardare, o quando facciamo finta di  non vedere o quando ci facciamo convincere che è meglio “restarne fuori” che così è meglio.

Niccolò  ha reagito ad uno spintone, in tre lo hanno ucciso, tutti gli altri atteso il tragico epilogo prima di portarlo fuori di lì.

I dettagli di cosa sia successo per davvero saranno gli inquirenti a stabilirlo.

Non muore solo Niccolò; muore il buonsenso, muore la forza che muove le buone azioni, muore la generosità, muore l’indignazione, muore quello che con superficialità ancora ci ostiniamo a chiamare civiltà.

Il mondo nel quale Niccolò è morto è plasmato da odio, egoismo, disprezzo, disinteresse e provocazione.

L’incognita non è più la cattiveria che dilaga e che non si ferma, ed il nemico non è solo la violenza che si nasconde anche in luoghi dove invece dovrebbe regnare il divertimento e lo svago.

Il nemico di una società non più civile è la nuova tendenza che “ad un metro dal mio culo, accada quel che accada”.

Simona Stammelluti


Mi chiamo Niccolò, ho 22 anni. Avrei voluto fare l’imprenditore ma l’attività che avevo aperto non è andata bene e così con umiltà mi sono messo a fare il fruttivendolo, dividendomi tra il lavoro che inizia già a mattina presto e la mia passione per il pugilato”.
Queste sarebbero potute essere le parole di un qualsiasi ragazzo giovane, con sogni, passioni e sguardo puntato su quella realtà che molto spesso ti inganna, fino ad ucciderti.
Niccolò … ma avrebbe potuto essere anche Giovanni, Francesco, Matteo. Niccolò, un ragazzo che aveva una fidanzata, che era semplicemente partito con una comitiva di amici per la Costa Brava, in Spagna, dove avrebbe trascorso le sue meritate vacanze, ma che a casa non ha fatto mai ritorno, o meglio, è tornato in una bara, massacrato di botte, ucciso a calci e a pugni, da tre ceceni in una discoteca, tra l’indifferenza generale.
Dopo il pestaggio Niccolò non si è più ripreso, e dopo un giorno di agonia è morto. Quando suo padre è giunto sul posto ha trovato suo figlio attaccato ad una macchina, ma non vi era più nulla da fare.
Dramma per una famiglia, ma dramma anche per una società che sta perdendo colpi, che sta diventando sempre più indifferente, come se qualunque cosa accada non si sia più capaci di smuovere sentimenti, coscienze e indignazione.
Muore dunque un ragazzo, che potrebbe essere un nostro figlio, uno di quei ragazzi che proviamo a crescere cercando di insegnare loro a rispettare il prossimo, ad aiutare gli altri, a “battersi” per un ideale, a “reagire” ad una ingiustizia, a credere nel modo sano di fare gruppo, a difendere il più debole.
Ma in quella discoteca Niccolò non era solo con i suoi aggressori; c’erano centinaia di ragazzi, c’erano migliaia di occhi, che guardavano, che si limitavano a guardare, che inermi mimavano la visione di un film. L’indifferenza totale però non era un film, era agghiacciante verità, complice di quella morte ingiusta e orrenda. Magari i suoi stessi amici avranno pensato che Niccolò appassionato di boxe, potesse cavarsela da solo. Nessuno ha reagito a quel pestaggio, nessuno ha mosso un dito. Forse il pensiero collettivo è stato “qualcuno prima o poi farà qualcosa“, ma gli accadimenti hanno raccontato che nessuno ha fatto nulla. Nessuno si è spaventato a tal punto da reagire, anche d’istinto. Perché istintivamente si dovrebbe reagire per salvare qualcuno in pericolo e Niccolò era in pericolo, era in pericolo sotto gli occhi di tutti. Uno, due, dieci, venti ragazzi tutti insieme se avessero voluto, avrebbero potuto salvare Niccolò da quella furia, da quella violenza sconsiderata e assurda.
Sì, sono tutti colpevoli.
Tutti coloro che sono rimasti a guardare. Siamo sempre colpevoli quando restiamo a guardare, o quando facciamo finta di  non vedere o quando ci facciamo convincere che è meglio “restarne fuori” che così è meglio.
Niccolò  ha reagito ad uno spintone, in tre lo hanno ucciso, tutti gli altri atteso il tragico epilogo prima di portarlo fuori di lì.
I dettagli di cosa sia successo per davvero saranno gli inquirenti a stabilirlo.
Non muore solo Niccolò; muore il buonsenso, muore la forza che muove le buone azioni, muore la generosità, muore l’indignazione, muore quello che con superficialità ancora ci ostiniamo a chiamare civiltà.
Il mondo nel quale Niccolò è morto è plasmato da odio, egoismo, disprezzo, disinteresse e provocazione.
L’incognita non è più la cattiveria che dilaga e che non si ferma, ed il nemico non è solo la violenza che si nasconde anche in luoghi dove invece dovrebbe regnare il divertimento e lo svago.
Il nemico di una società non più civile è la nuova tendenza che “ad un metro dal mio culo, accada quel che accada”.
Simona Stammelluti

Con 35 voti a favore e 15 contrari, l’assemblea regionale siciliana ha approvato la norma che decreta il ritorno al voto delle Province siciliane.

Fallimentare, si è rivelato pertanto il tentativo del presidente della Regione Rosario Crocetta di abolire le Province in Sicilia causando più danni che ogni altra cosa.

Alla prima tornata utile i cittadini siciliani  avranno ancora una volta la possibilità di poter scegliere il Presidente della propria Provincia e i consiglieri regionali che in ogni caso saranno in numero ridotto.

Simona Stammelluti


Con 35 voti a favore e 15 contrari, l’assemblea regionale siciliana ha approvato la norma che decreta il ritorno al voto delle Province siciliane.
Fallimentare, si è rivelato pertanto il tentativo del presidente della Regione Rosario Crocetta di abolire le Province in Sicilia causando più danni che ogni altra cosa.
Alla prima tornata utile i cittadini siciliani  avranno ancora una volta la possibilità di poter scegliere il Presidente della propria Provincia e i consiglieri regionali che in ogni caso saranno in numero ridotto.
Simona Stammelluti


Beat Onto Jazz Festival ha chiuso i battenti ieri, 4 agosto 2017, con una serata da incorniciare. Giunto alla 17esima edizione, la rassegna anno dopo anno ha raccontato il jazz attraverso delle serate gratuite e ricche di talento e di progetti interessanti ed originali e – come ieri sera – con la presenza di artisti internazionali, del calibro di Diane Schuur che ha incantato una piazza Cattedrale a Bitonto (Ba) stracolma di intenditori e non.
Ho molto apprezzato nel discorso dell’Assessore Rocco Mangini la sua coerenza circa il ruolo importantissimo della cultura per un territorio, e quel che ha realizzato insieme al Sindaco Michele Abbaticchio, parla chiaro. La realizzazione di un rassegna come il Beat Onto JF, inserito in un circuito di 23 festival, è la dimostrazione di come si può concepire un territorio che investa nella cultura, nella conoscenza, nella sperimentazione e nella voglia di divenire migliore, tanto che – come ha annunciato lo stesso Mangini ieri sera – Bitonto ha intenzione di candidarsi come Capitale Europea della Cultura. E se le premesse sono queste, non è difficile credere che la stessa cittadina pugliese possa ambire a pieno titolo a questo prestigioso riconoscimento. E quando Alceste Ayroldi – anima pulsante del festival, critico dotato di immensa cultura musicale che ha introdotto tutti gli artisti delle 4 fortunate serate – gli ha chiesto se per il prossimo anno fosse possibile invitare Pat Metheny, l’assessore gli ha risposto che “per il 18esimo compleanno del festival, ci vuole un bel regalo“. Questa è la società alla quale aspiriamo, pugliesi e non … una società nella quale si insegna a camminare lungo un percorso che non sempre è di facile fruizione ma che sa rendere “culturalmente spesso” il domani di chi ha il diritto di scegliere, perché “sa”, senza dover andare lontano per colmare conoscenza e passioni.
In questa atmosfera di progetti per il futuro, e subito dopo l’ottima performance del quintetto di Pierluigi Villani, la piazza è esplosa in un fragoroso applauso che ha accolto la stella del jazz internazionale, la cantante e pianista americana Diane Schuur, che viaggia con un quartetto capace di essere perfetta cornice del talento della Schuur che – seppur non vedente dalla nascita – sa divenire un tutt’uno con il pianoforte che lega a quella voce che copre tutta la gamma di registri e che percorre le note, le cerca, le canta, le rende uniche, come se la sua voce non avesse tempo, come se non avesse età.
Non si può seguire un live dell’artista senza tenere in considerazioni le emozioni che prepotenti si dipanano mentre si realizza quanto la lady del jazz “veda” attraverso le mani che corrono su e giù sul pianoforte, e attraverso quella voce che sa diventare acutissima fino al falsetto, attraverso quel travolgente carisma con il quale interagisce con il pubblico e con i suoi musicisti. E se per ogni musicista la musica è il perno attorno al quale gira tutta un’esistenza, per lei è senza dubbio il legame più soddisfacente per relazionarsi al mondo, agli altri, attraverso sensazioni che sono forti quanto un abbraccio.

La sensazione è quella che al suo cospetto si debba sentire altro, oltre che quel che propone attraverso la musica, come se l’equilibrio precario che spesso ci dice se qualcosa ci è piaciuta o meno, passi inevitabilmente da ciò che, in questo caso, arriva e travolge: la volontà di attraversare i limiti e di “unire” ciò che lei sa di essere a quello che gli altri percepiscono.
Nel suo modo di fare musica si avverte tutta la sua ecletticità; si sentono forti e chiari i cambi di genere, forse dettati dal suo personalissimo gusto musicale e non solo dalle sue appaganti capacità canore; ci sono pennellate di blues, di cool jazz. E’ come se tutte le sue sfumature, possano renderla così felice da sopperire a qualunque possibile errore che, nel jazz, spesso può divenire un arricchimento, così come Miles Davis ha insegnato al mondo.
Il quartetto della Schuur è ben assortito; Julian Siegel, ai sassofoni; Adam Pache alla batteria e Francesco Puglisi al contrabbasso e basso elettrico. Sono loro che accompagnano la splendida cantante nel racconto di quel che ha da dire.
Il repertorio è pescato nella tradizione del jazz, negli standard ma non solo. La Schuur attinge anche a pezzi che le piacciono particolarmente, come racconta al pubblico, come “It’s too late” di Carol King, o “How Insensitive” del grande Jobim.
Diane dialoga moltissimo con il sax di Siegel che rende lustro allo scat della cantante, in uno scambio ludico e ritmico. La sua voce è chiara, cristallina come acqua di sorgente, che poi si trasforma in potente uragano che travolge. Le note altissime, tenute con una giusta intonazione arrivano fino al falsetto.
Beve un sorso d’acqua, sorride mentre dialoga con i suoi musicisti ed è quando arriva il famoso pezzo di Cole Porter del 1936, “I got you under my skin” che l’atmosfera incomincia ad infuocarsi, la sua doppia sensibilità, del sentire, senza vedere, è amplificata da una voce prorompente. Assoli affidati al Siegel che durante la performance passa dal sax contralto al soprano con estrema versatilità, e che regala un gran bell’assolo, con molte scale e note alte, durante “Here’s that rainy day” pezzo suggestivo, tempestato di virtuosismi, mentre l’enunciato vocale si scambia di posto con l’esecuzione strumentale. Le note cantate dalla Schuur sono svisate, mentre scivola nel melismo, che caratteristica il suo cantare.
La cantante americana è generosa, e lascia molto spazio ai suoi musicisti, e la parte del concerto in cui i suoi compagni di viaggio si lanciano in un giro di assoli, il quadro che ne viene fuori è il perfetto equilibrio del materiale musicale che produce, nello sguardo ampio, un ottimo interplay.
Molto buona la base ritmica, ma ci tengo a mettere in rilievo la bravura dell’italianissimo Francesco Puglisi, siciliano di nascita, contrabbassista di classe, che mostra la sua doppia versione con il contrabbasso e con il basso elettrico, con il quale regala una buona dose di assoli nei quali si avvertono groove e timing, ed un suono fluido che avvolge.
E’ quasi mezzanotte quando la regina del jazz intona la famosissima Unforgettable, scritta da Irvin Gordon, portata al successo già dal 1951 da Nat King Kole. L’aria che si respira non è solo calda dal punto di vista meteorologico, ma anche dalle sensazioni multiformi che accomunano una folta platea, che canta, insieme a lei, mentre rende onore a quella sua caratteristica di uscire dagli schemi armonici per tornarvi, con la maestria di chi sa andare alla ricerca del virtuosismo, ma con classe.
Si serve di Let it be, la Schuur, per coinvolgere il suo pubblico, che risponde alla sua richiesta, che con lei scambia la sinergia e quell’amore per la musica che trasmigra da lei agli altri, come se potesse essere il modo più autentico per mettere insieme le gioie ed i dolori dell’esistenza.
Saluta, si inchina, sorride, ascolta gli applausi e poi vede … vede quello che le arriva forte, come una ventata che profuma di zucchero filato e di energia che si flette e abbraccia tutto ciò che incontra.
Resta la sua forza interpretativa, la leggendaria estensione vocale e quella leggerezza di chi non deve più dimostrare nulla a nessuno, perché il mondo sa già chi è, Diane Schuur, che canta, suona e si diverte, raccontando come si possa affrontare la vita, amando la musica ed ispirandosi ogni giorno con amore e passione.
Simona Stammelluti


E’ il 4 di agosto,  un caldo fuori dal normale avvolge Piazza Cattedrale, è l’ultima serata del Beat Onto Jazz Festival e il programma prevede delle performance di ottima caratura. Non solo per l’arrivo sul palcoscenico di Diane Schuur, una delle regine del jazz mai esistite ma anche perché, chi ha scelto gli ospiti della rassegna, aveva le idee ben chiare su cosa proporre.
Nel primo set, il quintetto messo insieme dal batterista campano Pierluigi Villani . E’ una formazione di ampio respiro che il musicista incastra sapientemente come le tessere di un puzzle, con un estro moderno, gettando l’occhio – ma anche l’orecchio e le intenzioni – al quintetto di Miles Davis, con i fiati che senza dubbio sanno essere protagonisti del progetto.
Insieme a Villani, mente, ideatore, compositore ed arragiatore di “Next Stop” ci sono ottimi elementi, capaci di catapultarti subito nel proprio mood, fatto di controtempo perfetto, di dissonanze che ti portano “avanti”, come se davvero ti aspettasse qualcosa alla “Prossima Fermata“.
Nella formazione Mirko Maria Matera al pianoforte, pianista di grande estro, Viz Maurogiovanni al basso elettrico, e i due protagonisti del progetto capaci di tessere le maglie di un dialogo sonoro non sempre di facile comprensione ma che racchiude in se il carisma di chi conosce bene la tradizione jazzistica: Andrea Sabatino alla tromba e Umberto Muselli al sax tenore.
E’ un jazz moderno, il loro. Loro, che sperimentano, che pescano tra i colori e le disgressioni della Free Form, mentre le atmosfere dinamiche cambiano e si reinventano ad ogni step. Non siamo certo in presenza di una musica di facile fruizione per i non cultori del jazz; siamo lontani dalla formula “tema-impro-scambio-tema“.
I pezzi che i musicisti propongono – estratti dal progetto discografico che porta il medesimo titolo realizzato per la Verve da Villani con Gianni Bardato, che insieme a lui firma i brani – sono lunghi e molto articolati, nei quali i fiati, protagonisti di assoli ricercati e ricchi di estro, spesso dialogano in un linguaggio indomito e pulsante di vitalità. Il controtempo è perfetto e Villani – batterista carismatico e colto del panorama italiano ed europeo – l’ha pensato come una strada capace di dettare il passo lungo un percorso sonoro che prevede curve a gomito.
I brani, Bogo, Blue Sun, Square, Open the Door, Hipster sono tappe di un viaggio dove tutti gli strumenti hanno la loro giusta fermata, nella quale si mettono comodi e danno vita a sonorità originali e spesso “ostinate“. Non c’è dato sapere cosa abbiano fagocitato i musicisti durante il loro percorso musicale e jazzistico, ma senza dubbio c’è una grande conoscenza delle dinamiche del sincretismo che prevede delle mutazioni in divenire, che solo alcuni musicisti sono in grado di realizzare.
Ho molto apprezzato Open the Door – scritto proprio da Pierluigi Villani – nel quale il sax di Umberto Muselli, corre velocissimo su note che salgano fin dove l’ascoltatore non si aspetterebbe, poi svisa con ricche variazioni ritmiche, mentre il pianoforte di Matera tira le file del brano disegnando il tema, con variazioni originali.
E non posso non sottolineare la verve e l’estro ostinato della tromba di Andrea Sabatino sul finale del pezzo, o Hipster nel quale un concatenarsi vigoroso di note battute, portano la firma di Mirko Maria Matera al pianoforte.
Il lavoro di fil rouge lo fa il basso di Viz Maurogiovanni – talentuoso figlio di terra di Puglia  – che non è solo base ritmica ma il risultato della capacità del musicista di anticipare le note dei suoi compagni di viaggio e su quelle costruire il giro armonico, forse facilitato da quel suo orecchio assoluto.
Caro Villani,
questo progetto è un lavoro interessante ed originale,  più consono ad un orecchio esperto. Sa mettere a posto il controtempo con il sound gustoso che esce dal paniere del quintetto agguerrito che ha saputo sperimentale sonorità modali con più linee melodiche concomitanti, in perfetta coerenza con i brevi temi fissati.
Ottima performance e grande concentrazione dei musicisti, che mai hanno perso il senso, del proprio pentagramma.
Simona Stammelluti


Non sono un uomo ed una donna qualsiasi che dialogano in una lingua comprensibile in un punto imprecisato del pianeta, ma sono due macchine
Alice e Bob forse si scambiavano parole d’amore o forse noiosissime nozioni di lavoro; la cosa certa è che nessuno – e specifichiamo, nessuno – ha potuto comprendere quella conversazione. Sono riusciti dunque ad escludere il resto del mondo, che adesso guarda a questo evento con stupore.
La cinematografia spesso ha raccontato di fatti di fantascienza, ossia mondi dove robot prendono il potere e scatenano guerre mondiali senza il volere dell’uomo e senza che lo stesso, potesse far nulla. I film talvolta fanno leva sulle nostre paure, ma quasi sempre sul finale ci ricordano che “è solo un film”.
Ma oggi alla luce di quello che è accaduto, è difficile sapere cosa ci riservi quel futuro sul quale pensavamo di poter sempre avere il pieno potere, come esseri umani e pensanti, e dunque dotati di intelligenza ineguagliabile.
Sono trascorsi 70 anni dalle tre leggi della robotica concepite da Isaac Asimov che prevedevano che 1. un robot non dovesse mai arrecare danno all’essere umano, 2. che dovesse ubbidire all’uomo, 3. che dovesse difendere la propria esistenza a patto che l’autodifesa non contrastasse con le altre due leggi. Bene, a distanza di tutto questi anni, nei quali si è pensato che ogni meccanismo di robotica potesse essere tenuto sotto controllo, oggi nella Silicon Valley, nei laboratori di Facebook gli analisti sono stati letteralmente costretti a spegnere due computer ribelli che sfuggivano ad ogni controllo e comando.

Gli uomini di Zuckerberg dopo mesi e mesi di sperimentazioni sulla intelligenza artificiale, si sono accorti che due robot – proprio loro Alice e Bob – hanno incominciato a dialogare in un linguaggio a noi incomprensibile, ma non a noi “comuni mortali” ma a noi come “genere umano che tutto sa e tutto può” o forse dopo oggi, che tutto pensava di sapere o di poter fare.
Nessuno capiva quella conversazione, ma i due robot si capivano perfettamente tra loro. I ricercatori hanno spiegato che l’esperimento consisteva in un dialogo che simulava una trattativa commerciale, ma quel dialogo dall’inglese si è pian piano spostato nel linguaggio misterioso.
Facebook ovviamente ha minimizzato, parlando di un semplice errore di programmazione delle macchine, ma c’è chi sostiene che le stesse hanno escluso l’uomo ed ogni componente umana in quella conversazione.
Ciò significherebbe che tutto quello che la “fantascienza” ci ha mostrato attraverso i film che tanto ci hanno affascinato più che farci paura, potrebbe essere “meno fantascienza” di quando noi si possa immaginare.
E quando si dice che “la realtà supera l’immaginazione“, oggi forse è stata l’alba di un nuovo tempo dove “Alice e Bob” hanno preso il posto degli ormai biblici “Adamo ed Eva”.
Simona Stammelluti