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Non è mai facile presentare e raccontare un’opera, che sia letteraria, musicale o di altro genere, perché si corre il rischio di dire sempre troppo, anche quello che invece spetta al lettore scoprire, in base alla propria sensibilità e al proprio background.

Mi sono interrogata su che percorso intraprendere per raccontare “L’ultima luna – racconti e monologhi” l’opera di Emanuela Sica, avvocato e scrittrice, e così ho deciso di raccontarvelo a modo mio, attraverso quello che è il mio mondo.

Mi occupo di comunicazione e sono esperta di semiotica e come da deformazione professionale sono andata ad analizzare titolo e sottotitolo – “racconti e monologhi” – prima ancora che il contenuto di questa opera che, mio avviso, è una di quelle che va letta con calma, intervallata da delle pause.

Sono monologhi diversi dal solito, perché l’unica voce che parla – dettaglio fondamentale del monologo – non parla solo all’altro, ma anche a se stesso. E’ un monologo altisonante più che un io narrante.

E’ quella dimensione nella quale Wittgeinstain individuava il linguaggio come coincidente con il mondo, “non vi è un confine”. Perché i limiti del linguaggio diventano i limiti del mondo. Ecco perché chi scrive, allunga la linea del mondo, quel confine che ci rende sempre in bilico tra il probabile e il possibile.

Nell’io che narra vi è esperienza.

Non si fa fatica a capire che le frasi brevi, senza capoversi, senza troppa punteggiatura (spesso leggiamo libri con punteggiatura spropositata) se non il punto, inducono ad lettura serrata di ogni capitolo che però è indipendente da tutti gli altri e quindi, permette al lettore di fermarsi e di riflettere.

Emanuela Sica – avvocato e scrittrice

Riflettere su cosa, direte. In questo interrogativo, regna il senso di questo libro.

La volontà di ridestare il mondo dal torpore, dallo sbiadimento della condizione in cui ormai ci siamo abituati a tutto. Ci desta dal bianco e nero in cui siamo rintanati per non soffrire o per non essere chiamati in causa. Ridona le tinte, questo libro, anche quelle che raccontano di sangue che scorre o della gioia di tornare alla vita dopo essersi smarriti.

Capire il senso della vita.

Chi ci riesce senza essersi prima passato dalle avversità? Eppure tutti aspiriamo solo ad essere felici. Questa tenace eppure sottile contraddizione, viene analizzata da Emanuela Sica con coraggio e lucentezza espressiva.

Conoscendo molto bene Dalla come cantautore e il titolo della canzone a cui l’autrice si è ispirata, non ho fatto fatica – terminata la lettura del libro – a rintracciarne le medesime intenzioni: la disperazione, la  speranza, l’orrore, la dolcezza, l’amore e l’odio.

Perché questo è l’ordine che la scrittrice dà ai due sentimenti.
L’amore è sempre avanti, però, è sempre più in alto, domina la traccia che via via si arricchisce di dettagli in cui l’odio seppur capace di prendere il sopravvento e di diventare violenza orrore e disperazione, non permette mai che la speranza o la verità soccombano.

“L’ultima luna” non è un romanzo, con al suo interno una storia attraversata da un filo conduttore, da dei personaggi che si fanno compagnia lungo una trama.

E’ un libro madido di PAROLE CHIAVE.

Ecco…questo è dettaglio fondamentale di questo libro. Questa la sfida che lancia al lettore. Recuperare tutte le parole chiave disseminate nell’opera attraverso delle riflessioni su tutto quello che ormai non contempliamo più, perché non ci facciamo neanche più caso, perché siamo diventanti indifferenti.

E’ un libro che ci pone una domanda: Chi siamo?

Se qualcuno ci facesse questa domanda a bruciapelo, probabilmente non sapremmo rispondere perché da soli, chi siamo, ce lo chiediamo sempre meno, perché significherebbe metterci in discussione e neanche quello, sappiamo fare più.  Sempre più spesso diciamo la frase  “quando mi dispiace”, ma lo facciamo ad intermittenza, e non abbiamo più lo slancio per reagire. Differentemente da qualunque romanzo, questa opera racconta di vita vera, e qui va dato merito alla scrittrice di aver utilizzato tutta la sua sensibilità, il suo pathos e la sua empatia per raccontare il dolore di chi è vittima di azioni criminali, ed ignobili e poi la vita, cruda e vergognosacome lei stessa la descrive.

Il talento della Sica nel raccontare le radici profonde del dolore e la forza prorompente di un sorriso, la rabbiache sistema verbi e congiunzioni“. E poi il silenzio che può essere portatore di consolazione, ma che a volte amplifica le atrocità della vita.

Ho molto apprezzato l’utilizzo della neve come metafore di una coscienza, che a volte copre tutto, sotterra nasconde mentre altre volte ne evidenzia i contorni, le brutture.

Per me, è un libro che inneggia proprio alla rinascita dell’uomo.

Non è però un manuale, ma un tracciato luminoso da percorrere mentre ci si sveste delle priore convinzioni, mentre ci si libera da alcune schiavitù emotive e a ritrovare una intimità con se stessi prima ancora che con chiunque altro.

E se è vero che l’uomo continuerà ad errare, nella diversa accezione dello sbagliare e della incertezza nel giungere ad una meta, allora questo libro potrà rappresentare quelle tappe nelle quali scoprire, che possiamo ancora salvarci.

 

Simona Stammelluti

 

Da un libro ci si aspetta di tutto, perché un libro è un luogo/non luogo verso il quale siamo liberi di nutrire tutte le aspettative possibili. Al massimo delude, ma non tradisce. Pertanto si approccia ad esso spesso con entusiasmo (quando lo scegliamo), con molta curiosità (quando ce lo regalano). In entrambi i casi diventa una esperienza, per cui, da un libro ci si aspetto di tutto; che sia bello, meno bello, che ti faccia desistere, che ti faccia riflettere, che ti faccia ridere, che ti tiri dentro o che ti lasci lì, in punta di pagina perché forse “è meglio così”.

Da scrittrice faccio un po’ fatica a raccontare i libri degli altri, ma non perché io non sia in grado di rendere onore alle opere altrui, soprattutto quando sono belle, ma perché ho sempre paura di lasciarmi prendere un po’ la mano, tanto nel gradire, quanto nel dissentire.

Fatta questa piccola premessa che mi sembrava doverosa, prima di raccontarvi che libro, anzi che tipo di progetto è “Ti presento Francesco”, ho la necessità di dire che io – vecchia e navigata – tutto mi sarei aspettata da questo regalo (perché tale è stato)  tranne che riuscisse a scardinare la corazza che negli anni mi sono costruita poiché di lasciarmi scalfire troppo dai sentimenti, non ne potevo più. E proprio mentre avrei scommesso che mai nulla avrebbe potuto ricondurmi a fare i conti con una emotività sopita per necessità e mai per scelta, è arrivato lui, Leonardo De Lorenzo, che in un giorno qualunque, mi ha messo tra le mani un libro, senza chiedermi nulla, tranne che di dedicare il tempo di una lettura e di un ascolto, a quel suo lavoro.

Senza fretta” – mi disse.

La mia vita è fatta di libri che leggo, e di cui spesso mi viene chiesta una recensione, di dischi, tanti dischi, che ascolto e che a volte mi inebriano ma che non sempre mi entusiasmano, e poi di pochissimo tempo libero, che però alla fine finisco per dedicare a dischi e libri, quelli sui quali nessuno mi chiede di dire nulla e dei quali quindi, posso godere a pieno, senza dover dar conto.

Quando ho aperto il libro, mi sono accorta che sull’ultima pagina, dentro la copertina vi era un disco e così – sarà deformazione professionale – ho ascoltato prima quello. In quel disco vi ho trovato una commistione di pathos e musica ben suonata. Un disco pensato, composto  e arrangiato da De Lorenzo (che è un batterista che si divide tra attività concertistica e didattica), e realizzato con la collaborazione di ottimi musicisti – cito su tutti Giovanna Famulari e Paolo Fresu ma ce ne sono tanti altri – e poi ancora Tullio De Piscopo che ha anche firmato la prefazione al libro, e Luca Pizzurro, attore e regista teatrale che è voce narrante. Sì perché questo disco, nato con la voglia di raccontare un percorso di vita, è fatto di parole recitate e di musica che scorre e che sottolinea alcuni passaggi cruciali della vita di Francesco.

 Chi è Francesco?

Dovete attendere ancora un po’ per  scoprirlo, perché prima è giusto che io dedichi ancora qualche riga all’aspetto prettamente musicale di questo lavoro. Ritengo che rispettare “il tema” quando si scrive musica non sia semplice, perché si corre il rischio di ostinarsi in una sola direzione, per paura che chi ascolta non capisca. Ecco, questo disco non snaturalizza le intenzioni, con il risultato di riuscire a raccontare l’intensità di una vita, di un cambiamento, come quando le note di un piano (che nel disco è quello di Ivano Leva) sottolineano la complessità di uno stato d’animo.

E’ Natale in quel disco, come nella vita dei protagonisti, e una bellissima “Tu scendi dalle stelle” viene reinterpretata dal flicorno che suona sugli archi, prima che entri in gioco un loop che accompagna l’ascoltatore alla ricerca di un finale, perché quello facciamo senza quasi accorgercene … cerchiamo un finale che sia come lo vogliamo. L’uso dei fiati, nel disco, mi è apparso molto ben gestito, perché capaci si rivelare il cambio di respiro, di enfasi e di emozione. La ricerca del dettaglio sonoro è il miglior merito che spetta a Leonardo De Lorenzo, che ha affidato a percussioni ed echi, non solo lo scandire di “un tempo”, ma anche il passo che cambia, mentre cambi strada perché se non cambi posizione, soccombi.

L’aria che è vita, che però a volte si ferma e ti lascia inerme mentre ti domandi “perché“, è affidata al sax che disegna non solo quella respirata, ma anche quella trattenuta.

Il disco musicalmente muta. Nella seconda parte, vi è una orchestrazione semplice e raffinata, che ha il compito di mettere insieme due sentimenti come la speranza e la rassegnazione, la forza di chi non molla e la voglia di ricominciare, qualunque sia la forma del domani.

Vi è poi la genialità di affidare al violoncello il senso e il movimento di una preghiera, le domande senza risposte e quindi di note che salgono e scendono senza sosta, ostinate e costanti, e che poi si aprono alle altre voci. Ci sono echi di bossanova, nel disco, quelli scelti per descrivere la specialità di alcuni sorrisi, quelli speciali, quelli che ti restano impigliati, che ti avvolgono e ti ridanno vita.

Di chi sono quei sorrisi?

Bene, Vi presento Francesco.

Ma non per come vi aspettate, e non lo farò perché non ne sarei capace, perché lo ha fatto benissimo suo padre, Leonardo, in questo libro.

Francesco oggi è un ragazzo ventenne, che da quando ne aveva 5 di anni, dopo un tumore pediatrico raro che l’ha colpito, è rimasto tetraplegico, intrappolato in un passato che non si è evoluto nel corpo ed in alcune manifestazioni come il linguaggio, ma che ha imparato a comunicare anche solo con un sorriso e che ha insegnato agli altri che “l’amore è il più intenso dei linguaggi”.

Ho letto questo libro in due mezze nottate, perché è un libro che non vuoi proprio lasciare sul comodino e lì su lo lasciavo, solo quando calava l’attenzione, ed invece volevo dare a quest’opera tutta l’attenzione che meritava e di cui sono capace.

Leonardo De Lorenzo è dotato di una grande capacità di scrittura. Non lo conoscevo come musicista, tanto meno potevo immaginare che gli appartenesse il dono dello scrivere. Fluido, mai banale, scrive con parole semplici, esaustive.

Il racconto di Francesco e della sua famiglia è un meraviglioso viaggio durante il quale ci si imbatte in mille sentimenti, tranne che nella pietà strappalacrime. Io le lacrime le ho piante, ma perché lui è riuscito – e  vorrei sottolineare che io invece non sarei stata capace – a raccontare tutto quello che ha segnato la sua esistenza, nella verità cruda della realtà e nella forza di quei sentimenti che si provano, senza neanche sapere come fare. E parlo di disperazione, e poi di dignità e di coraggio; e ancora di rassegnazione, di desideri ostili, di perdita di lucidità e poi di ritorno all’unica verità possibile.

La bellezza dello scritto, che combacia con la forza che appartiene a Leonardo e sua moglie Teresa (a cui va un abbraccio speciale dalle pagine di questo giornale, e che a mio avviso custodisce in se come molte mamme una forza magica ed inspiegabile); e poi ancora la speranza, l’amore che vince su tutto e la gioia “malgrado tutto”.

Ecco quel “malgrado tutto” non è mai a caso, e nel libro viene regalato al lettore sotto forma di cambio di prospettiva, come un cielo che dispensa pioggia ma anche senso di pienezza e serenità.

Questo libro è stato fatica, è costato sacrificio. E’ stato una condizione “sine qua non”, senza la quale, forse, non si sarebbe chiuso un cerchio, il loro, quello della loro famiglia, dentro il quale sono transitati medici, santoni, persone di gran cuore ma anche indifferenza, insofferenza e quella consapevolezza che il tempo non si può sprecare.

Sì, direte … lo diciamo tutti fin troppo spesso.

Ecco, è raffinato proprio il modo, in cui Leonardo De Lorenzo racconta di quel tempo che è meno di quanto si possa immaginare, di come quello stesso tempo fa mutare tutto, contro ogni volontà, di come alcuni rapporti mutino, diventando speciali oltre ogni aspettativa … malgrado tutto.

Nel libro si racconta con una maestria dialettica e senza filtri, un dramma, come quelli che accadono a molti, ogni giorno ed è questa la forza del testo. Potersi adagiare nelle emozioni di chi un dramma del genere non lo ha mai vissuto e nello stesso tempo avvicinarsi alla disperazione di chi invece, vive drammi diversi, condividendone però quel percorso fatto di rabbia, malinconia e disperazione.

C’è un grande inno alla vita, in questo progetto, che impreziosito dalla parte musicale sa divenire una dimensione dalla quale non si vuole uscire se non prima di aver fatto i conti con un desiderio. Io il mio l’ho espresso e presto lo realizzerò. A voi il compito di scegliere il vostro, dopo la lettura di questo libro e dopo l’ascolto delle musiche che un padre musicista ha tirato fuori da quella forza che solo l’amore può consegnare a piene mani. Perché lo credo da sempre: da solo un eventuale talento può poco, se non sorretto da ispirazione, passione, trasporto verso qualcosa o qualcuno.

C’è voluto tanto tempo per realizzarlo, questo libro ma ne è valsa la pena. Insieme al libro nasce anche un progetto, un’associazione “L’isola dei girasoli” con lo scopo di utilizzare la musica come mezzo per crescere, affinché la fruizione possa riguardare anche contesti dove i protagonisti sono i più deboli e disagiati. La musica gratuita negli ospedali pediatrici, nei centri con disabilità gravi, nelle carceri.

Una “missione” valida e di grande sensibilità.

Valuto questa opera come pregevole, perché è ben realizzata, non ha pretese, se non quella di interrogarci su cosa saremmo disposti a fare, se da un giorno all’altro qualcuno ci strappasse di mano quelle piccole certezze che appartengono all’essere umano. Leonardo e Teresa sono stati così umili e così generosi da raccontarci il loro percorso, suggerendoci, senza volerlo e con discrezione un piccola morale: se si riesce a farlo decantare, un dolore, finisce che riusciamo a trovare in un apparente normalità, ogni giorno, un nuovo stimolo per imparare ad amare.

 

Simona Stammelluti

Un ricordo della divina Callas a quarant’anni dalla morte: in Master Class, Terrence McNally ripercorre la vita, l’arte, l’ascesa e il graduale distacco dal mondo del grande soprano greco. Lo spettacolo sarà in scena al Teatro della Cometa dal 20 novembre al 2 dicembre e vede protagonista, nei panni della Divina, Mascia Musy, in scena con e con Sarah Biacchi soprano, Chiara Maione soprano, Andrea Pecci tenore, Diego Moccia pianista. La regia è di Stefania Bonfadelli.

In questa pièce che vede come interprete d’eccezione Mascia Musy – attrice capace di dar voce alla complessa personalità di un’artista dalle mille sfaccettature, al suo carisma e ai toni amari del declino di una carriera inimitabile – Terrence McNally focalizza l’attenzione sulle lezioni che la Callas tenne alla Juilliard School Music di New York, dopo essersi ritirata dalla scena. La grande artista rievoca la propria leggenda pubblica e privata senza risparmio di frecciate, mentre si diletta a usare come cavie e vittime sacrificali gli allievi che seguono le sue lezioni.

Ma tra la stizza orgogliosa e la capacità di commuoversi, c’è posto anche per la trepida complicità con una grande professionista che spasima per la verità dei dettagli e la concretezza della recitazione, intimamente soggiogata dalla musica. Il suo pensiero torna con l’insistenza di un incubo alla durezza degli inizi greci, al periodo della fame e della bruttezza, alle battaglie per sopravvivere, alla fatica tremenda di una carriera circondata dall’ostilità.

La commedia è incentrata sui momenti dell’ascesa al tempio scaligero; la “divina” torna quindi a recitare i suoi personaggi e ci conduce, con un ulteriore passaggio, nell’impasse tormentosa dei rapporti amorosi con gli uomini della sua vita: un paternalista Meneghini e un volgare e spietato Onassis, scendendo molto nell’intimo con l’inevitabile approdo al melodramma.

Siamo abituati ad un mondo confezionato, pieno di orpelli, di fronzoli, di ritocchi, come se per piacere, un oggetto, un’opera o un sentimento debba per forza rispettare dei canoni, quelli di una improbabile perfezione. E poi ci scopriamo maldestramente a nostro agio nel caos, dove se c’è un errore nessuno se ne accorge, dove male che vada, fra qualche tempo tutti si saranno dimenticati di una défaillance.

Così accade che in un tempo in cui si gioca ad aggiungere, a sovraccaricare, a cercare di non lasciare nessuno spazio vuoto, e contestualmente a non lasciare nulla al caso, mi imbatto in “Asylum”, un disco che ha tutte le caratteristiche che cercavo da un po’.

Antonio Raia è un giovane musicista napoletano, suona molto bene il sassofono tenore, anzi fa suonare il suo sassofono tenore, mentre trova la sua strada, quella libera, sgombra da inutili orpelli, mentre impara ad ascoltare quel mondo che lo attraversa, che parla, traendone ispirazione e lasciando che qualcosa (solo qualcosa), resti impigliato in ciò che si traduce in attitudine.  Il suo essere “generoso” nel modo di comporre, si contrappone alla nudità delle esecuzioni.

E’ una scommessa, forse.
Sicuramente è uno scambio, che diventa mezzo per raggiungere uno scopo.
Quale?
Regalare una dose massiccia di sensazioni, calcando delicatamente ciò che è dentro l’animo umano.

Ma per avere in cambio cosa?
Non lo so cosa voi avrete da dare, dopo l’ascolto, ma so di certo cosa gli devo io: una consapevolezza. Quella di essermi sentita al sicuro, al riparo. 

E’ così che parte il mio viaggio in “Asylum” che può essere asilo, ricovero, rifugio.

Il disco ha un vestito sobrio, come quando devi dare valore a ciò che incede, e che sa come lasciare un segno. Ha le tonalità del grigio, un po’ come quella foschia che poi sale e ti rende tutto chiaro.

Un disco registrato nella sala refettorio dell’ex asilo Filangieri di Napoli. Molto di questo disco gira intorno alla passione pulsante di questa città, che ha un suo linguaggio, una sua forza, una sua poetica. Anche il suono che esce dal sassofono di Raia ne ha una, ed è quella che riflette passione e talento, note scritte ed improvvisazione, pezzi di tradizione e standard jazz.

Un disco registrato in presa diretta, in compagnia dell’acustica del luogo, vuoto e pronto a rimandare nei microfoni piazzati per la registrazione, il suono di un sassofono che racconta un jazz contemporaneo, in cui le regole sono appuntate in respiri lunghi, in modulazioni calde, in ricercatezza di spazi sonori che scrivono un percorso tra pezzi conosciuti, ma concepiti secondo una modalità che ha ricercato (e trovato) una timbro unico. E poi la melodia, quella scritta di pugno da Antonio Raia, che si insinua a loop dentro un desiderio.

Ognuno ha il suo.

Anche Antonio probabilmente ne aveva uno, mentre concepiva questo progetto; forse trovare una strada per dar forma a delle sensazioni che erano rimaste al chiuso troppo a lungo e si sa, le cose belle vanno tirate fuori e fatte decantare, per poi goderne. E per un musicista, la strada giusta è sempre quella delle sonorità, che diventa una porta. Io quella porta l’ho aperta e sono finita lì, all’interno di questo disco, come se fossi in quel luogo, seduta a terra in pochi centimetri quadrati, avvolta da pezzi originali nell’esecuzione, creativi, senza però mai abdicare dalla tecnica. Perché solo chi conosce bene quella, può permettersi di sperimentare, di soffiare in un sassofono dandagli così tante voci, alcune strozzate altre così liriche che quasi ci si commuove.

La creatività di Antonio Raia, che è un’ampia espressione artistica, non si esaurisce alla fine delle esecuzioni, resta sospesa per un po’, per poi cadere lenta sull’ascoltatore che ne prende in consegna le intenzioni e le custodisce.

Sono 12 le tracce. Due classici napoletani “Torna a Surriento” e “Dicetencello Vuje”, uno standard jazz, “Misty” che vanta innumerevoli interpretazioni e che a mio avviso non è stato scelto a caso; e poi pezzi originali. 

C’è un senso nella scelta dei brani e nell’ordine in cui sono eseguiti. C’è un amore per le origini, vi è il racconto di una storia, quella di chi parte, di chi cerca rifugio, di bambini in un giardino, di ninne nanna.

Refugees”, che si inerpica su un suono che vibra, balbetta su sonorità mediorientali, che “attraversa”, cerca spazio, e si adagia in “The children in the yard”, dove come su un’altalena il sax sale e scende, in maniera ostinata, per poi trovare riposo in “Lullaby” e lì, si sente prorompente il suono che canta e incanta, che culla e addolcisce, che abbassa toni e luce, che avvolge.

Chi sarà la Giulia, a cui sono dedicati i 2 minuti più intensi ed appassionati di questa opera? Forse non lo sapremo mai, ma ha tirato fuori dal compositore il miglior intento possibile. In “To Giulia” le note sono soffiate e calde, sono lunghe, fatte con un solo respiro, e dopo aver disegnato un profilo, si spengono in note maggiori.

C’è da dire che se anche questo lavoro discografico non ha conosciuto post-produzione, ed è scevro da qualsivoglia ritocco – oltre che privo di qualunque tipo di aiuto che di solito si attinge dalla tecnologia delle sale di registrazione – un plauso va al Renato Fiorito, tecnico del suono che ha saputo come piazzare strategicamente i 10 microfoni che sono serviti per catturare il suono del sassofono di Raia.

Prima di avviarmi al finale, da appassionata di jazz quale sono, mi viene da dire che la scelta di “Misty” è sicuramente passata attraverso quella nebbia, che un po’ ti confonde, ti rende poco visibili i passi, ma se sai dove andare, sai anche “cosa ascoltare” intorno a te. Nella versione contenuta in Asylum, il tema è libero, inteso come “liberato” da schemi ed è affidato a svisate che si fanno strada nella foschia.

Asylum”, un lavoro di pazienza, di anima al singolare, e poi di anime al plurale, con tutto quello che una moltitudine di anime può produrre in fatto di respiri, di affanni e di gocce di vita lasciate andare senza sapere dove si poggeranno, né come sublimeranno. 

Quello spazio così grande, con quel senso di libera armonia, eppure così piccolo se si pensa a cosa ha saputo accogliere nel tempo, prima di far spazio al silenzio. 

Un silenzio rotto da quel sassofono che sa essere travolgente o accomodante, irascibile e amabile. 

Nella mia vita ho imparato che le cose buone, sono fatte con qualcosa e con qualcuno, per qualcosa o per qualcuno” – dice Raia nelle note.

Quel “qualcosa” non è solo un esperimento originale realizzato in musica, ma è un atto poietico che non si esaurisce quando i suoni si spengono e resta il silenzio. Quel “qualcosa” è fatto con la complicità di tutto il bello che lo attraversa, e per coloro che vorranno entrare da quella porta che Antonio Raia lascia accostata e che si varca perché quando lui soffia in quel sassofono, c’è da restare incantati.

“Asylum” esce il prossimo 16 novembre; fossi in voi andrei ad aprire quella porta lasciata accostata, dalla quale escono sensazioni; 

E tu, che sensazione sei? 

 

Simona Stammelluti

Ormai non ci facciamo più caso; viviamo il mondo virtuale come se fosse un luogo qualunque, quando invece ha delle sue precise regole, che non rispettiamo perché non le conosciamo, e perché ci dimentichiamo (o forse non ci abbiamo mai pensato) che quella dimensione che tanto ci attrae e alla quale non riusciamo più a fare a meno, prevede una prossemica, ossia la gestione delle distanze entro le quali consumiamo i rapporti (virtuali).

Per lui, Emanuele Fadda, classe 1972, docente di semiotica e linguistica all’Università della Calabria, scrivere questo libro “è stato più una necessità che un dovere” – come lui stesso sostiene.

Fatto sta che questo libro, molto ben scritto, dovremmo leggerlo tutti, con attenzione. Ci aiuterebbe a gestire quella precisa dimensione  – che è il mondo virtuale – e i rapporti che da essa derivano;  quei rapporti che spesso riescono a trasformarci, a condizionarci, a farci dire e fare cose senza quasi che ce ne si accorga, mentre restiamo vittime (consapevoli) di vicinanze spesso asfissianti, pur stando geograficamente lontani.

Questo libro, non è un manuale … sia chiaro. Non ci sono consigli spiccioli su come fare o non fare, su cosa fare o non fare, su come risolvere alcuni quesiti che forse qualcuno dei lettori si sarà posto mentre naviga in un mare di situazioni che sembrano sempre fare al caso nostro, salvo che nei casi in cui si avverte di essere finiti in una trappola; perché intrappolati sì, lo siamo, in quello spazio ridotto, esposti costantemente allo sguardo e alle azioni altrui.

Troppo lontani, troppo vicini – elementi di prossemica virtuale (è questo il titolo del libro) è un’analisi approfondita di come si trasforma la realtà,  quando lo spazio tra noi e gli altri diminuisce e la distanza si annulla. Così accade, per esempio, quando decidiamo di far entrare qualcuno nella nostra sfera privata, intima, senza però avere tutte le armi sensoriali (che abbiamo a disposizione nella vita reale), per poterla gestire quella distanza, dentro situazioni che sembrano semplici, quasi scontate, ma che al contrario, proprio quando sono virtuali, possono avere delle conseguenze che quasi mai teniamo in considerazione.

Il libro mette a disposizione del lettore tutta l’esperienza dello studioso, del semiologo, insieme alla sua diretta esperienza di utente, che quella dimensione sociale e virtuale la abita, la studia e la interpreta, e che allo stesso tempo l’asseconda ma con delle dinamiche precise.

La bravura di chi scrive, sta nell’accompagnare il lettore nelle tre parti del libro: nella prima, “Spazi”, in cui spiega come i luoghi virtuali, al pari di quelli fisici, necessitano di alcune regole che possano aiutare il fruitore a gestire le diverse distanze, che sono pubbliche, sociali, ma anche personali ed intime; oltre che a gestire gli spazi comuni condivisi che inevitabilmente innescano una qualche minaccia.

Leggere questo libro aiuta a far luce su quei quesiti che di tanto in tanto ci poniamo, ma senza volerle per davvero le eventuali risposte.
E allora se le risposte non le vogliamo (perché è più facile così) perché dovremmo leggerlo questo libro? – direte.
Perché al suo interno non ci sono risposte, ma semplicemente un invito ad una riflessione su come si possa starealla meno peggio – dice Fadda – in un mondo dal quale non si deve e non si può sfuggire”.

L’autore attinge a citazioni, ad altri testi per spiegare alcune dinamiche, e poi spalanca le porte di mondi forse già attraversati, ma tracciando altri percorsi, interessanti e a tratti indispensabili – a mio avviso – per coloro che ancora non hanno compreso quanto stare tutti in uno stesso posto, a fare tutti la stessa cosa, può renderci vulnerabili, manipolabili e senza dubbio, meno indipendenti.

Emanuele Fadda

Nel libro si parla dei rischi che si corrono, ma non per come farebbe uno psicologo, un sociologo, un media trainer, ai quali l’autore non si vuole sostituire, non fosse altro perché i rischi di cui si parla sono principalmente quelli di quando si sbaglia la prossemica.  

Più siamo, meno distanza c’è tra uno e l’altro.
Una distanza virtuale è asfissiante quanto quella fisica?
Sì, spiega Fadda, anche se non si è fisicamente nello stesso posto, si disegna con la propria presenza una mappa di ciò che l’affollamento costituisce.

Alcune definizioni, in questo libro sono illuminanti, invitano ad entrare in una nuova dimensione, diversa però da quel mondo in cui viviamo ogni giorno, quell’ambiente digitale di cui non conosciamo alcuni anfratti, e non li conosciamo perché ci siamo stati sempre di dentro, da quando si è formato, come se fosse un acquario;  nuotiamo, ci spostiamo ma alla fine siamo sempre lì, dove l’identità personale si sbiadisce e il limite tra vita reale e virtuale si fa sempre più sottile.

Leggere questo libro è come uscire da lì dentro, insieme ad una guida che ti spiega cosa si nasconde spesso alla nostra consapevolezza, stanandone alcuni dettagli indispensabili.

Sorvegliamo o siamo solo sorvegliati?
Che cosa ci accade da quando siamo sempre in scena? E cosa accade nei retroscena?
Che vuol dire “metterci la faccia”, nel mondo virtuale?

Sembra facile rispondere a queste domande.

Provateci, e  poi leggete il libro; scoprirete che vi conoscete molto meno bene di quanto immaginiate e conoscete alcune dinamiche virtuali, molto meno bene di quanto non ne foste convinti fino a prima di leggerlo, questo libro.

C’è una seconda parte – che ho molto apprezzato –  in questa opera, che racconta quanto simili siamo ad alcuni primati e dunque al mondo animale, mentre dimentichiamo alcune norme base dello stare in gruppo, quando non calibriamo nel modo opportuno le distanze nella comunicazione interpersonale, quando siamo maldestri, come se non conoscessimo neanche l’esistenza, di un galateo.

Branchi” si intitola questa seconda parte.

Quanto vale ricevere likes?
Cosa comporta in fatto di potere sociale?
Chi sa cos’è il clickbaiting?

Così su due piedi magari non ne sapreste dare una definizione. Neanche io ne sono stata capace prima di erudirmi attraverso le pagine di questo libro. Eppure ci condiziona in una maniera che non immaginereste mai. Ci sono meccanismi che si attivano prima ancora che ce ne rendiamo conto. Ma se li si conosce, forse li si possono ridimensionare … forse, perché forse siamo ancora in tempo.

Quante situazioni risolviamo con il contatto fisico?
Anche i bonobo fanno così.

E come i bonobo nasciamo altruisti ma poi mutiamo, sospendiamo la fiducia generalizzata, impariamo ad essere indifferenti, un po’ anche per difenderci. Eppure restiamo istintivi. E più lo spazio e ridotto e più diventiamo aggressivi, abbiamo reazioni subitanee.

Ma da un semiologo, da un esperto di linguistica, ci si aspetta un finale che abbia un sapore prettamente empirico, una conclusione che si possa mettere in pratica, e che passi attraverso un segno.

“Segni”, la terza e ultima parte di questo volume, che mette al centro l’essere umano che governa le proprie azione perché parla, e perché in seno alla società, il umano nasce.

“Il linguaggio è il nostro campo di battaglia” – dice Fadda. E’ la lingua che costituisce l’immagine e il modello di ogni potere mediatico.

E’ vero, non è un manuale questo, ma insegna un bel po’ di cose. Per esempio a recuperare ragionevolezza e senso del limite, insegna come essere meno elefanti e a muoverci con più leggerezza in una dimensione piena di cose che cadono e che potrebbero finire in frantumi, e non sono oggetti.

E’ un libro che racchiude in se una forza … la stessa che appartiene a chi dell’uso corretto della parola e del linguaggio ne ha fatto uno significativo e raffinato stile di vita.

 

Simona Stammelluti 

La Compagnia InControVerso, nata da una fusione tra cultura teatrale italiana ed armena, porta sul palco del Teatro Cometa Off dal 13 al 18 novembre 2018, lo spettacolo A PORTE CHIUSE – quando il teatro respira a ritmo di tango… dal testo di Jean Paul Sartre, un dramma – coreografia, nuovo genere di prosa e danza, che farà rivivere sul palco l’inferno, attraverso il tango.

Protagonisti Sargis Galstyan, che è anche autore delle coreografie, Marine Galstyan, che firma anche la regia, Eleonora Scopelliti, Lorenzo Girolami, Vittoria Rossi, Federica Biondo, Lorenzo Zaffagnini.

Una rappresentazione del tutto originale che si fonde con il tango, sulle musiche di Astor Piazzolla, René Aubry, Gothan Project e Mariano Mores e restituisce all’opera dinamiche e ritmi accattivanti. Un canale espressivo più diretto per trasmettere l’angoscia e la disperazione dei personaggi, specie quando il dolore li rende muti. In assenza di parole il corpo si ribella e libera il suo linguaggio. Nasce una nuova ricerca teatrale che unisce diverse arti e le sintetizza in un unico stile espressivo.

La regia ha integrato il testo con numerose scene di danza, in cui il tango, nell’interpretazione più personale che tecnica della regista assume un ruolo dominante sia nella scelta della musica, sia nella qualità dei movimenti. La danza restituisce all’opera una dinamica, un ritmo ed un fascino accattivanti. Da questo esperimento nasce una nuova ricerca teatrale che unisce discipline diverse e le sintetizza in un nuovo stile espressivo: non si tratta né di sola prosa, né di un musical, né di uno spettacolo di danza. E’ un dramma- coreografia che contiene in sé elementi di ognuna di queste forme artistiche. 

L’inferno sono gli altri

Due donne e un uomo, Ines, Estelle e Garcin vengono spediti all’inferno: una stanza con una sola porta, chiusa, e all’interno tre sedie. Qui i personaggi s’incontrano e scontrano per la prima volta. Hanno storie diverse ma in comune la ragione per cui sono lì a condividere quel vuoto. Immaginavano l’inferno come un luogo di torture fisiche e in assenza di queste si credono per un attimo salvi. Ma la sofferenza non si fa attendere e presto si accorgono di quanto sia feroce l’espiazione. Inizia una lenta e crudele presa di coscienza della propria colpa e il dramma personale di ciascuno viene allo scoperto. Ecco il vero inferno! E’ tutto nella loro mente, è un dolore eterno che si consuma nella loro psiche.

NOTE DI REGIA

“La realtà busserà alla tua porta – come dice Sartre – tutti siamo liberi di poter scegliere, e compiendo le nostre scelte, scegliamo noi stessi, solo le azioni decidono chi siamo’.

A porte chiuse è quella realtà che si trova al di là della tua porta, prima o poi l’apriremo tutti e scopriremo la nostra vera e più profonda anima, quell’anima che per tutta la vita cerchiamo di celare. L’arte ha una missione: emozionare, colpire la sensibilità del pubblico, stupirlo e in un tempo relativamente breve, lasciare un segno indelebile nell’animo di ognuno”.

Il tema dell’opera è profondo, interessante, intrigante, ma soprattutto attuale e racchiude l’anima di tutti i tempi, passato, presente e futuro. Siamo all’inferno, osservatorio privilegiato della paura umana, dove si espiano le proprie colpe. L’uomo teme la tortura fisica e reagisce in base al suo istinto primordiale.

La paura di dover scontare le nostre colpe per mezzo di una sofferenza senza fine appartiene ad ognuno di noi e ci tormenta già durante il corso della vita. Perché il tango? Le dinamiche che s’instaurano tra i personaggi richiamano l’espressività intrigante e passionale del tango.

Marine Galstyan

E’ partita il 25 ottobre scorso una tournée nazionale che vede i SeiOttavi in scena nella nuova edizione dello spettacolo Le Rane di Areistofane, interpretato da Salvatore Ficarra e Valentino Picone, e che approderà a Napoli, Roma, Genova, Brescia, Empoli, Pescara e Ancora.

Da domani 7 fino al 18 novembre saranno al teatro San Ferdinando a  Napoli;
Dal 20 al 25 novembre al Teatro della Corte a Genova;
Dal 27 novembre al 9 dicembre al Teatro Eliseo a Roma;
L’11 dicembre al Teatro Excelsior a Empoli (FI);
Dal 12 al 16 dicembre al Teatro Sociale di Brescia;
Il 18 e 19 dicembre al Teatro Massimo  di Pescara;
Dal 20 al 23 dicembre al Teatro delle Muse a Ancona.

Il regista Giorgio Barberio Corsetti lo ha riallestito per i teatri all’italiana dopo lo straordinario successo al Teatro Greco di Siracusa.

Il riallestimento dello spettacolo, prodotto dall’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico, è curato dal Teatro Biondo di Palermo insieme al Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale e Fattore K.

I SeiOttavi sono un gruppo di sei voci che hanno fatto del contemporary a cappella il loro modo di esprimersi. L’esecuzione è caratterizzata, oltre che dalla polifonia, dalla riproduzione, con le soli voci, di effetti strumentali, sonori, onomatopeici e di mouth-drumming e beat-box.

Sono loro che firmano ed eseguono dal vivo le musiche che accompagneranno il viaggio dei due comici nell’oltretomba, vestendo i panni delle Rane e degli Iniziati.

Riuscire a far ridere con un testo di 2500 anni fa, il senso della scommessa è tutto qui: prendere il testo di Aristofane, un vecchio pezzo d’argenteria teatrale, e lucidarlo fino a farlo splendere nuovamente, come se fosse appena forgiato. Le Rane, sfrondato dagli anacronismi, dimostra che per il genere comico può esistere una manifattura a lunga conservazione, che consenta di ridere anche oggi, e consapevolmente, di un testo classico.

Aristofane ne “Le Rane” affronta la Commedia con toni sarcastici, sardonici e quasi sempre amari. Il tema è quello della Città, Atene, che vince la guerra contro Sparta, ma che, nei fatti, vive un periodo di profonda sconfitta, per decadenza, per abbandono dei principi sociali e morali. La disputa tra Eschilo ed Euripide, è il pretesto per la denuncia dell’allontanamento della società dai valori della poesia e dell’arte che regolano lo sviluppo dei popoli.

Nasce su questa premessa la musica de “Le Rane”: sonorità da commedia, certo, senza però trascurare una profonda “serietà” confacente ai temi trattati.

Quando intervengono le Rane a infastidire Dioniso nel suo viaggio verso l’Ade, la musica è sfottente e irritante; “saltella” da una modernità sciocca ad ammiccanti citazioni anacronistiche. Il suono rispecchia il gracidare a volte volgare e irriverente, a volte simpatico e scanzonato, a volte intimidatorio.

Il coro degli Iniziati invece ha tutto un altro sapore. Gli Iniziati sono il popolo critico e scontento. Arriva da lontano e si fa sempre più presente come un gigante che fa tremare la terra con il suo passo inesorabile. Ballano ma non sono felici, si ubriacano ma sono moralisti, intervengono quasi sempre contro il più debole e cambiano continuamente idea. A volte sono comici, ma la comicità ha dietro sempre qualcosa di serio, di grave.

I SeiOttavi nello sviluppare le atmosfere delle musiche di scena e dei cori, spaziano da sonorità più classiche, quasi da corale, a quelle più moderne. La varietà dei suoni non tradisce l’atmosfera generale della scrittura, che risulta essere sempre molto evocativa di un tempo lontano in cui però si tratta di temi di grandissima attualità.

 

 

 

Parlano di me“, uno spettacolo teatrale diretto dall’attore Marco Zingaro, alla sua prima regia. Attore, performer e regista pugliese trapiantato a Londra. Diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, ha intrapreso una carriera Internazionale. In Italia a teatro lo rivedremo da gennaio 2019 al fianco di Maria Grazia Cucinotta, Vittoria Belvedere e Michela Andreozzi, come protagonista maschile in FIGLIE DI EVA diretto da Massimiliano Vado.

Recentemente ha iniziato la sua prima esperienza come regista in “Parlavano di Me”. Lo spettacolo già tradotto in lingua inglese è una co-produzione tra NOZ Performing Company (di cui Marco ne è co-fondatore) e il Teatro Nazionale della Toscana.

“Parlano di me” è  interpretato da Francesca Nerozzi, artista poliedrica pistoiese. La sua formazione iniziata dal balletto classico in giro per l’Europa, spazia dal cinema al teatro al canto. Fa parte del trio vocale swing “Ladyvette” protagoniste della fortunata serie Rai 1 “il Paradiso delle Signore”. Vanta anche collaborazioni con il trio “le Sorelle Marinetti” e ruoli da protagonista femminile in numerose produzioni teatrali e cinematografiche Nazionali e Internazionali. Attualmente  Ladyvette stanno lavorando alla realizzazione del loro primo disco e del secondo spettacolo teatrale dal titolo “In Tre” che debutterà a marzo 2019 al Teatro della Cometa.

In oltre Nel 2017 fonda assieme al suo compagno attore e Regista Marco Zingaro la NOZ Performing company, compagnia teatrale di teatro fisico, dalla quale fusione di esperienze  artistiche e dalla penna di Giuseppe Grattacaso prende vita lo spettacolo  “Parlavano di me”, che ha debuttato in occasione di Pistoia capitale della cultura 2017 riscuotendo un grande successo di pubblico e critica.

Lo spettacolo che sarà all’Altrove Teatro Studio di Roma dal 9 all’11 novembre, è un racconto nato dalla penna di Giuseppe Grattacaso e tratto dall’omonimo libro edito da Effigi.
Grattacaso è Docente di lettere al liceo linguistico e scrittore. Salernitano di nascita ma pistoiese d’adozione, ha pubblicato i libri di poesia Devozioni – 1982, Se fosse pronto un cielo – 1991, Confidenze da un luogo familiare – 2010,  La vita dei bicchieri e delle stelle – 2013, (premio Pontedilegno Poesia). É autore del blog di poesia “Mosche in bottiglia” e collabora alla rivista online Succedeoggi.

“Parlavano di Me” è una confessione appassionata di una giovane donna a sua madre. Nel suo microcosmo dove regnano leggerezza e spensieratezza ma soprattutto banalità e frivolezza, la giovane donna incontrerà personaggi bizzarri dagli atteggiamenti superficiali, cinici e dettati dall’invidia. A causa di questa umanità esaltata e inconsistente lei cercherà conforto e riparo in sua madre, una presenza che appare costante e determinata al fianco della figlia. Inconsapevolmente solo attraverso una banale cronaca degli eventi in contrasto con il suo crescente turbamento, giungerà con timore e tenerezza a svelare la propria reale condizione.

Da uno così ti aspetti qualsiasi cosa; musicalmente parlando.

Perché Avishai Cohen è un artista che sa in che direzione andare, perché ha il talento, puro, ad indicargli la via.

Lui, contrabbassista e compositore, leader di uno del trii più suggestivi del panorama jazzistico mondiale, che da un sontuoso interplay da vita ad una implacabile triangolazione sonora, capace di intessere inquieto fervore e austero lirismo, si è presentato al Festival Internazionale del Jazz di Barcellona – giunto alla 50esima edizione – con un quintetto e un progetto musicale che merita di essere raccontato.

E’ il 1° novembre, e il Barts, locale dove storicamente si suona il jazz, è completamente pieno. Sia la parte antistante il palco, sia i posti a sedere sono esauriti. C’è gente arrivata da tutto il mondo; al mio fianco un gruppo di statunitensi, dietro di me sono tedeschi. Un signore inglese di mezza età si domanda ad alta voce perché quella disposizione del palco. Come non notarla: la batteria sulla pedana, due tastiere, nessun piano, nessun contrabbasso. E’ indubbio ormai che non si tratta di una performance in trio e allora sale la curiosità di scoprire cosa si consumerà su quel palco.

Dopo una breve presentazione, è il momento di sapere, di scoprire, di vivere quel concerto che è in quintetto, con Avishai Cohen che suona il basso elettrico e il suo gruppo che di lì a poco, insieme a lui racconterà un progetto che trasforma il contrabbassista che ci sembra di conoscere così bene, in un cantante, in un tastierista, in uno show man, lontano da quella figura austera a cui dobbiamo il piacere di un jazz che abbiamo imparato a codificare tra sensualità e inventiva.

La voce di Avishai Cohen che canta è talmente bella che a tratti imbarazza, e ti viene da domandarti quando avrà incominciato a farlo ed anche perché.

Saluta il pubblico in spagnolo, la risposta che ne riceve lo fa sorridere. Sul palco si sente a casa, perfettamente a suo agio; è disinvolto, eclettico, ammiccante. la sua conoscenza musicale appare infinita. Il suo progetto è virtuoso, è appagante, si divide tra pezzi in inglese e altri in lingua ebraica. Ci sono pezzi originali e qualche cover, che a mio avviso sono significativamente più belle delle originali.

Con lui sul palco, così come lui li presenta, Karen Malka corista, che lui bacia sulla bocca, Shai Bachar alle tastiere, suo grande amico, Marc Kakon, virtuoso chitarrista e  Jamale Hopkins uno dei più bravi batteristi in circolazione. “Per essere la miglior band, bisogna avere il miglior batterista” – dice Avishai ed è difficile dargli torto, quando ad accompagnarlo c’è davvero uno dei migliori. I suoi musicisti non sono jazzisti puri, ma sono capaci di grande groove. L’atmosfera e le vibrazioni sono tipicamente anni 70, e non a caso il suo nuovo progetto discografico si intitola proprio 1970 ed è da quello che vengono i pezzi eseguiti, durante il concerto a Barcellona.

Le esecuzioni mostrano arrangiamenti che profumano di sound anni 70, ma si avvertono forti tutte le influenze, dalla musica afroamericana, al soul; le sue radici israeliane definiscono alcune armonie e raccontano gli arrangiamenti che sono cuciti attraverso una relazione quasi spirituale.

Song for hope” apre il concerto. Pezzo originale, convincente nel testo e nel contesto. Canzone di speranza, musicalmente perfetta nel tempo, si avverte l’uso del charleston della batteria, ma è la voce di Cohen che ruba la scena.

Gli assoli di batteria, durante la performance sono spesso al servizio dei pezzi in cui Avishai canta in arabo. Così come in uno dei pezzi più belli a mio avviso, che è “It’s been so long” … quel tempo che passa e qualcosa che resta. La voce di Karen così leggera e vellutata che si fonde con quella del bassista che è profonda e piena. Un 3/4 che conquista nella parte strumentale quando la chitarra usa gli effetti per disegnare le scale. Durante il concerto si strizza l’occhio al jazz, Avishai Cohen è un jazzista straordinario, e questa novità è solo un vezzo artistico che nulla toglie alla magia di quando suona in trio.

Fanno finta di andare via quando è ancora troppo presto. Poi restano, convinti. Il contrabbassista fa un omaggio ad un suo grande amico, Gerry Gonzales, trombettista e batterista portoricano, scomparso lo scorso 1 ottobre, che lui stesso definisce come un genio del jazz e del flamenco.

Regala “Vamos pa’l monte”, con un assolo di basso, che restituisce proprio la capacità musicale del musicista israeliano.

Il momento più alto della serata, quello che quasi commuovo per quanto è bello, è l’esecuzione di “Remembering” che siamo abituati a sentire eseguito dal trio, e che a Barcellona ha avuto un vestito nuovo ma stessa anima, senza stravolgimenti. Stesso tempo, stesso pathos e quel basso elettrico è andata a fondo, ha messo in evidenza il tema con evoluzioni che poi hanno lasciato il posto all’improvvisazione che è arrivata prorompente fin nello stomaco. Il giro armonico delle tastiere ha fatto da tappeto e la batteria in sordina ha messo gli accenti a ogni giro di cui Avishai Cohen si è servito per suonare quello struggimento nelle note gravi. Intriga, mentre suona e imbracciando il basso elettrico, assume una postura che lo rende irresistibile.

E’ un vero show.

Il chitarrista si trasforma in rap e canta in francese, il piano è hammond, il basso è in evoluzione e le due voci, quelle di Marc Kakon  e di Karen diventano una dimensione allucinogena.

La voce di Avishai è precisa, dinamica e coinvolgente quando canta in arabo, con perizia tecnica, mantenendo gusto ed equilibrio armonico.

C’è l’elettronica, ci sono gli effetti speciali, c’è il groove, c’è il dinamismo del funky, c’è il jazz che trasuda dalle corde del basso di un grande artista. C’è una complicità in questo progetto e c’è la consapevolezza di potersi permettere qualunque incursione nel mondo musicale fuori dalle porte del jazz in cui lui, resta impeccabile.

Prima di lasciare il suo pubblico, Avishai canta a cappella una canzone spagnola … nudo al cospetto del silenzio che regna in teatro.

Eccolo Avishai Cohen, l’uomo e l’artista che si mostra, nelle intenzioni di una serata in musica, con in dosso un paio di jeans ed una maglietta e quel talento che non muta, se muta il modo di regalare emozioni.

Lui, che nel 1970 è nato, ha raccolto la sua esperienza e l’ha soffiata sul pubblico, con cui ha saputo instaurare un dialogo raffinato e contemporaneo.

E se il contrabbassista è solito giocare con il controtempo, ma per sottrazione, in questo concerto si è divertito a isolare suoni e dettagli, riuscendo a pieno a riassumere in due ore di concerto, la sua costante innovazione.

 

Simona Stammelluti

 

In scena al Teatro Vittoria dall’8 al 18 novembre – in prima nazionale – Mobidic di Karl Weigel, per la regia di Massimo De Rossi, anche protagonista insieme a Roberta Anna.

“Questo Mobidic (così come si pronuncia in italiano) non è una rivisitazione del capolavoro di Herman Melville, né una riduzione per il teatro, tanto meno una parodia. Forse, si potrebbe parlare di un “contagio letterario”. Il Moby Dick originario affiora a tratti in questo testo per poi immergersi velocemente con un colpo di coda e sparire.” E’ lo stesso Weigel a dare alcuni indizi sulla sua opera.

Mobidic è un testo di straordinaria poesia e bellezza di un giovane autore italo-tedesco in grado di costruire dialoghi memorabili per una commedia lieve e avvincente carica di suspense e con un finale del tutto inatteso. Un’autentica rivelazione. Il testo scorre piacevole e leggero sulle due vie del dramma e della commedia. Mi ha subito conquistato la struttura cinematografica del testo e la verità dei bellissimi dialoghi. Per quanto riguarda il ritmo narrativo e l’ambientazione, Mobidic s’ispira vagamente al genere Film Noir, mentre la storia trae origine da un fatto di cronaca realmente accaduto” – dice il regista.

Mobidic non è dunque una riduzione per il teatro del capolavoro di Melville. La storia trae origine da un fatto di cronaca realmente accaduto. Un affermato e maturo manager a causa di un’improvvisa amnesia dissociativa regredisce all’età di 16 anni. Non ricorda più il suo nome, non ricorda più nulla della sua vita o quasi. È notte, si rifugia in un Cafe Theater. Tutta la commedia è incentrata sul rapporto di complicità e amicizia che s’istaura tra la giovane cassiera del teatro e il misterioso “smemorato” detto il Professore. Mobidic è un testo di straordinaria poesia e bellezza, scritto da un giovane autore di cinema e di teatro italo-tedesco in grado di costruire dialoghi memorabili per una commedia lieve, avvincente e carica di suspense. Il testo scorre piacevole e leggero sulle due vie del dramma e della commedia e conquista per la struttura cinematografica del “racconto”. Il Cafe Theater con la sua musica, le sue luci, la sua atmosfera incantata, è vissuto dai due personaggi in modo opposto: come luogo assolutamente quotidiano da parte della ragazza e in modo del tutto ingenuo e naif da parte del Professore. La menomazione di cui egli è vittima (si comporta come un adolescente) diviene stimolo all’immaginazione, lo induce a formulare nuovi progetti. Anche se avranno la durata di un sogno, poco importa. È una commedia costruita sul filo ininterrotto della suspense, ma anche della costante ironia, della comicità assurda. La situazione notturna immerge poi il racconto in un’aura surreale, quasi incantata. Finché, alle prime luci dell’alba…

Lo spettacolo è una produzione di Fondamenta Teatro e Teatri di Francesco del Monaco e Cristiano Piscitelli, con la Direzione artistica di Giancarlo Sammartano e la Direzione organizzativa di Fulvio Ardone. Fondamenta Teatro e Teatri  è il progetto di Fondamenta La Scuola dell’Attore che favorisce il naturale passaggio dalla formazione alla professione.

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Teatro Vittoria
Roma, Piazza Santa Maria Liberatrice, 10 (Testaccio)

orario del botteghino: lunedì dalle ore 11 alle ore 13 e dalle 16 alle 19. Dal martedì al sabato dalle ore 11 alle ore 20. Domenica dalle ore 11 alle 13.30 e dalle ore 16 alle 18 (solo per lo spettacolo del giorno)

Info: 06 5740170 – 06 5740598
Prenotazione biglietti solo via telefono

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00. tranne martedì 13 ore 20.00 – mercoledì 14 ore 17.00. Domenica ore 17.30 –

Biglietti: platea 28 euro , galleria 12 euro. – Riduzioni 21 euro  e 18 euro.