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Un progetto nobile, un tour che porta Telesforo e il suo quintetto in giro per lo stivale e un modo straordinario di fare musica. Un concerto inserito in una rassegna – il Settembre Rendese, la cui sapiente direzione artistica è stata affidata a Marco Verteramo – che si è conclusa con il meglio del panorama jazzistico italiano ed internazionale

Gegè Telesforo mi offre un caffè, appena ci incontriamo. Chiacchieriamo un po’, nella modalità di due persone che non si sono mai incontrate prima; scopriamo di aver fatto la stessa scelta di vivere fuori mano rispetto ad una grande città e poi cerchiamo un posto dove fare l’intervista che ha deciso di concedermi.

Ti accorgi subito che non è solo un musicista, solo un cantante. Telesforo è un mondo a se, fatto di ispirazione, di curiosità, di talento e di una conoscenza e competenza infinita del mondo musicale. Staresti ad ascoltarlo per ore, se non fosse che il tempo scorre, si fa buio, e di lì a poco salirà sul palco. Tutto questo mentre nella mente mi scorrono i ricordi di Gegè Telesforo conduttore di DOC, la trasmissione televisiva trasmessa negli anni 1987/89 di cui ricordo praticamente tutto. Nella intervista ne parliamo, anche.

E’ austero, schietto, fa una battuta su quanto noi donne si sia “troppo sprint, a volte“. E’ un professionista straordinario. E’ un fuoriclasse. E la cosa che più colpisce, è che porta con nonchalance sulle spalle non solo il successo ed i riconoscimenti mondiali, ma anche l’apporto culturale che a tutt’oggi dà al mondo della Radio e della Tv, che – forse sarebbe il caso di sottolinearlo – è completamente omologato e a tratti mediocre.

Sono le 22 e 30, quando con il suo quintetto sale sul palco e incomincia uno dei migliori concerti ai quali io abbia mai assistito. Lo scat – il fulcro del suo cantare che l’ha reso celebre in tutto il mondo – è così fluido e così prorompente,  che lo capisci subito che è un dono, e non solo il risultato di un costante allenamento. Gegè Telesforo, il miglior improvvisatore vocale contemporaneo, sembra camminare in equilibrio perfetto tra jazz e funk, vestendo tutte le sfumatura R&B, mentre il ritmo – quello che lui non perde mai – è impeccabile. Impeccabile come i suoi musicisti da annoverare tra quelli di maggior caratura artistica. Certo, quel quintetto così ben temprato e affiatato, è capace di mandare il pubblico in visibilio, perché dotato di un talento che è impossibile passi inosservato.

Il suo concerto è un vero e proprio spettacolo, trasbordante di energia, di versatilità; uno spettacolo che non manca di nulla, neanche di quella intelligente ironia che Telesforo usa quando presenta i suoi musicisti: Alfondo Deidda al sax contralto e flauto, Giuseppe Bassi al contrabbasso, Dario Panza alla batteria e Seby Burgio al piano. Due nomi molto noti al mondo del jazz, e due nuove leve, ma tutti vestiti di talento e umiltà. Nessun divismo, solo tanto amore per il jazz e per la musica che – come dice lo stesso Gegè – è soprattutto studio e disciplina. Parla dei suoi compagni di avventura, Telesforo, gli stessi con cui ha condiviso centinaia di concerti, scorribande radiofoniche e televisive, e quel tour “Soundz For Children” che nasce con lo scopo di unire musica e solidarietà, finalizzato a trasmettere ai bambini i valori del rispetto e dell’inclusione attraverso la musica.  Scherza sulla storia musicale della famiglia Deidda, musicisti di massimo livello, sulla “chiamata” ricevuta da Bassi dal jazz, sulla versatilità assoluta di Panza, che ieri sera ha festeggiato il suo compleanno suonando, e su Burgio, al quale la Yamaha chiede “come suonino” i pianoforti.

Come diceva Count Basie, non ci pagano per le due ore di musica, ma per le 12 ore di viaggio” – dice. Il pubblico ride e applaude. Telesforo ringrazia più volte coloro che hanno scelto di essere lì, malgrado la fredda serata settembrina. “Mai dare nulla per scontato“, dice con sincerità, e poi racconta: “la musica…quella di cui mi sono ammalato, la stessa che mi ha tenuto lontano da certi ambienti, quella che oggi è la mia migliore terapia contro gli acciacchi fisici e psicologici. Lei, la musica, che è un linguaggio universale, che abbatte le barriere, che diverte ed emoziona. E poi commuove; ed è con questo spirito che abbiamo voluto abituare i bambini a credere nella musica che è anche disciplina“.

Il concerto è un susseguirsi di pezzi, capaci di concatenare come in una maglia aggrovigliata, l’improvvisazione vocale, i duetti voce-sax con Deidda, gli assoli dei musicisti che sembrano senza fine e quel perfetto interplay, che regna sovrano lì dove ogni voce ha il suo spazio, ed è capace di cedere al momento giusto, la parola all’altro.

Freedom jazz dance, apre il concerto ed è subito atmosfera. Mentre canta, Telesforo suona il tamburello, e sin da subito gli assoli di Alfonso Deidda, raccontano il suo modo di suonare, maturo, espressivo, moderno, capace di far sembrare semplice quel linguaggio così complesso.

I brani, scelti tra l’album FunSlowRide, e quelli che in passato hanno raccontato la maturità del grande grooveman, hanno tenuto un’intera platea in quella dimensione che prevede attenzione e voglia di lasciarsi condurre lì dove lo stile di Telesforo ti porta, rapendoti e catapultandoti nel suo mondo.

Gli assoli durante il concerto sono stati i punti di spicco; Dallo scat impeccabile del jazz vocalist, alle prodezze al piano di Burgio, all’estro e le atmosfere in crescendo di Alfonso Deidda al sax contralto, all’abilità tecnica ed espressiva di Dario Panza alla batteria – che è riuscito nell’assolo finale a zittire un’intera piazza, poi esplosa in un roboante applauso – alla padronanza interpretativa e non solo tecnica di Giuseppe Bassi al contrabbasso, lo stesso musicista che a New York, in un locale fu capace di litigare (bonariamente) con un pianista di colore, al secolo Robert Glasper, perché non riuscivano a mettersi d’accordo sul genere da suonare. Problema di gusti!

In quel quintetto, scorre fluido il talento; Si insinua tra il suono degli strumenti e gli arrangiamenti che sono lo specchio di quella passione che viene da lontano, che si è affinata nel tempo e che ha conservato tutta la raffinatezza di uno stile che varia, ma che ruota intorno al jazz, sempre.

I’m so cool“, mette in moto tutto il mondo di Telesforo. Dal motivetto che ti si appiccica addosso e ti scorta fin sotto casa, al groove che non ti lascia andare, a quel sapore un po’ retrò che ammicca e che affascina.

Versione emozionante, soul, di “no woman no cry“, e poi – nel bis – quel brano così intimo che racchiude in se una dedica per sua figlia, e che si intitola Next, scritto da Telesforo per raccontare come alcune cose finiscono, ma non si perdono mai, quando conservano un comune modo di amare.

Duttilità, un sapiente impasto sonoro, virtuosismi e tanto talento. Questi gli ingredienti del live di Gegè Telesforo e del suo quintetto.

Resta una serata da incorniciare, resta il suo modo di essere affascinante fuori dal palco ed irresistibile, quando si esibisce, per quello che fa e per “come” lo fa.

Io ho sentito tutto un percorso musicale ed artistico, in quelle due ore di concerto; ho sentito una perfezione che è tipica di chi conosce molto bene una materia; ho sentito la forza prorompente di una passione condivisa; ho sentito suoni, colori e sfumature della musica afroamericana; ho sentito un musicista curioso, che ama profondamente il suo lavoro, che non lo improvvisa, ma che improvvisa su tutte le note che conducono lì dove forse, tu che ascolti, non sei stato mai.

Simona Stammelluti

L’intervista completa a Gegè Telesforo a questo link : watch?v=OpZIma5hrGk&t=577s

La notizia è solo di ieri, ma oggi ce ne siamo già belli che dimenticati.
Tanto una notizia sulla discriminazione razziale, o su quanto i “negri” siano esseri inferiori, su quanto facciano schifo, puzzino, portino malattie, rubino il lavoro, siano violenti e stupratori, è all’ordine del giorno. Quasi non fa più manco notizia. E se di regola una notizia è vecchia dopo 4 ore, ci sono notizie che invecchiano praticamente all’istante, soprattutto quando sono scomode, quando fanno fare brutta figura ai bianchi, agli intoccabili.

Sono scomode quando i bianchi sono protagonisti di fatti che mostrano quanto siano loro, a violentare e stuprare, che mostrano come siano loro, a portare malattie andando all’estero senza vaccinarsi adeguatamente, o quanto siano loro a rubarsi il lavoro vicendevolmente, perché ormai non si ha rispetto più di nulla, e quella che un tempo si chiamava leale concorrenza, oggi si chiama svendita di dignità.

Ma la notizia (scomoda) di ieri, è quella che annovera tra i bianchi, gente che fa proprio schifo, non solo perché delinque, ma perché discrimina con un tale odio, che meriterebbe di essere trattato così come tratta fino alla fine dei propri giorni, dopo un periodo di lavori forzati, senza più diritti, senza più la possibilità di fare una qualunque tipo di richiesta.

La notizia, semmai ve la foste dimenticata anche se è solo di ieri, è quella che a noi giornalisti è arrivata ieri mattina alle 07:09 attraverso un comunicato stampa dal titolo “Operazione Lavoro Sporco“. La notizia è quella di due fratelli arrestati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravata dalla DISCRIMINAZIONE RAZZIALE; Oltre al sequestro di beni, per circa 2 milioni di euro.

Già leggere che vi è una forma di sfruttamento di rifugiati ospiti di centri di accoglienza, porrebbe il lettore nella condizione di notare l’ossimoro che vede nella stessa locuzione la vicinanza di parole come sfruttamento e accoglienza. Ora, senza voler fare a tutti i costi i buoni della situazione, è davvero drammatico pensare di poter sfruttare, ciò che invece qualcuno sta cercando di accogliere, con tutto quello che può stare dietro ad un’operazione di accoglienza, che oltre ad essere un diritto, prevede prima fra tutto la comprensione di alcune necessità che sono umane, sì, ma sopratutto oggettive. I rifugiati – che non hanno un’altra scelta – hanno bisogno di un “rifugio”, di cibo e di un atteggiamento di cordialità ad accoglierli.

Invece no; Stando alla notizia diramata dalle forze dell’ordine questi rifugiati – che ribadiamo sono tali, perché non hanno sceltasono stati sfruttati, e quindi non considerati in diritto di essere accolti.

Forse prima di adentrarci sul come, questi rifugiati siano stato sfruttati, sarebbe il caso di ricordare che l’attività di “caporalato”, è un’attività criminale, volta all’elusione della disciplina sul lavoro, mirante allo sfruttamento illegale e a basso costo di manodopera agricola.

E dunque, come sono stati sfruttati i rifugiati che invece dovevano essere accolti? Perché è questa la cosa ignobile, che va oltre qualunque forma di delinquenza e di reato. Il comunicato recita che “i rifugiati africani si trovavano a lavorare nei campi, assieme ad altri lavoratori in nero, che provenivano dalla Romania, dall’India, ma – questo è il punto cruciale dell’ignominia – la paga variava in base al colore della pelle“.

I BIANCHI avevano diritto a 10 euro in più degli AFRICANI che prendevano pertanto solo 25 euro al giorno anziché 35. E ovviamente, tutto in nero. Perché a loro, ai due fratelli di Amantea, adesso agli arresti domiciliari, piace la parola “nero“, ma solo in relazione a quello che in realtà era il loro tornaconto. Però il colore nero della pelle dei lavoratori sfruttati, non era gradita.

Spesso di perdono di vista proprio le immagini, di alcune situazioni come queste. Le condizioni di lavoro degradanti a cui questi lavoratori erano sottoposti sono agghiaccianti, mettono terrore, e dovrebbero farci ribellare e non girare pagina, non passare avanti, non dimenticare così tanto in fretta. Perché altro che se fa notizia che quei ragazzi dormivano in baracche, mangiavano a terra, e venivano sottoposti ad una severa sorveglianza, ad opera dei due arrestati.

Che bella accoglienza!

Non dovrebbe essere solo una notizia, ma una collettiva opportunità di indignazione, il sapere che ad un giovane uomo viene fatto pagare il fatto di essere nero, come se esserlo fosse una colpa che declassifica l’essere umano, come se esserlo fosse un motivo ostativo a che si possa svolgere un lavoro fatto bene, come se esserlo, nero, fosse un disonore, di fronte a qualcosa di eccelso.

Io, da ieri, davanti agli occhi ho la scena nella quale i due arrestati, dicevano ai rifugiati, che “no, loro non potevano prendere i 10 euro in più perché erano neri“. A me il pensiero di quella scena mi fa vergognare di essere bianca, se bianco significa essere (nello specifico) un delinquente, ma al contempo un razzista, della peggior specie.

E se anche la chiesa, cerca il decoro di giorno, sotto al colonnato di San Pietro, e concede ai senzatetto di dormire lì sotto, solo di notte, quando le tenebre coprono “lo sporco di chi non è all’altezza”, allora mi domando a che serve sentirsi cosmopoliti se non siamo capaci di accogliere.

E poi mi guardo intorno … e penso che anche senza delinquere, ogni giorno si consumano talmente tanti atti di razzismo, che dovrebbero resettarci tutti e rieducarci all’amore, alla comprensione e al reale significato di accoglienza. Perché la verità è che non ne siamo più capaci  e che se ancora cambiamo abitudini – se non prendiamo una scala mobile per non fare pochi metri insieme ad un nero, se cambiamo cassa al supermercato perché avanti a noi abbiamo un ragazzo di colore – perché non vogliamo condividere spazi, momenti e aria con chi è “uguale a noi”, ma lo abbiamo brutalmente dimenticato, allora non so se avremo qualche chance di rendere questo mondo più vivibile, soprattutto perché le notizie diventano vecchie troppo in fretta, così come in fretta ormai, archiviamo quei brevi ed insufficienti esami di coscienza.

Simona Stammelluti

Lei si Chiama Anna Fiscale, ha alle spalle un curriculum scolastico prestigioso, avrebbe potuto fare quel che voleva nella vita, eppure ha scelto di mettere su un’azienda sociale, utilizzando stoffe difettate e scartate dai grandi stilisti e lavorando con dipendenti che provengono da contesti di fragilità

Ha detto no ad un ottimo contratto con la Cattolica Assicurazioni, Anna Fiscale, laureata con il massimo dei voti alla Bocconi, dove ha studiato economia e management delle istituzioni internazionali. Si è concentrata sui progetti umanitari rivolti all’emancipazione femminile. Ha viaggiato, è stata in India dove si è occupata di microcredito, poi a Haiti ha gestito campi profughi, e poi – per non farsi mancare nulla – è stata tre mesi a Bruxelles per formarsi circa la cooperazione internazionale.

In quegli anni – oggi Anna ha solo 29 anni – ha deciso che avrebbe voluto – grazie al lavoro artigianale – creare opportunità per le donne, soprattutto per quelle che avevano delle fragilità, che arrivavano da dei contesti difficili. Così ha deciso di sfruttare capi di abbigliamento difettosi, o scarti di stoffe dismessi dalle grandi case di moda, e da quelle ha tirato fuori il suo progetto che si chiama Quid e dunque crea moda, anche per i grandi brand.

La sua sfida, che vive ogni giorno con coraggio ed entusiasmo, è vivere in equilibrio tra business e responsabilità sociale. Non a caso il simbolo dell’azienza, e l’etichetta è una molletta di legno, che simbolicamente tiene insieme la solidarietà e il rispetto per l’ambiente. Ad oggi l’azienda di Anna, fattura oltre due milioni di euro l’anno e quel suo impegno ha dimostrato che un’altra idea di impresa, è possibile. Una impresa che all’interno custodisce “l’impresa” di dare lavoro a chi altrimenti, sarebbe rimasto ai margini, senza una chance, senza un futuro.

Il progetto realizzato insieme a 4 amici, partì proprio con l’utilizzo di tessuti, rotoli di fine produzione o di campionario altrimenti destinati al macero, che venivano donati dalle case di moda. La missione sociale del progetto prese subito forma, quando a lavorare furono impiegate ragazze madri, ex tossicodipendenti e ex carcerate. Persone quindi da recuperare e se possibile da reinserire nell’assetto sociale.

Ecco la meraviglia del progetto di Anna Fiscale; il reinserimento e la riabilitazione nella società e nel mondo del lavoro di coloro che provengono da contesti difficili, scomodi, che quasi nessuno guarda in faccia.

Ad oggi sono quasi 40 i dipendenti, la maggior parte sono donne, e tutte hanno regolari contratti di assunzione. La parte creativa è affidata a due ragazze, che vanno in magazzino a vedere cosa c’è a disposizione come stoffe, e su quella disponibilità disegnano ogni volta una nuova collezione di abiti. Un lavoro molto stimolante, vista la finalità, oltre all’aspetto prettamente imprenditoriale.

Anna ci tiene a ringraziare le aziende che donano il materiale gratis, e che a volte non è proprio materiale di scarto, né avanzato, né difettoso.

Ci sono dei punti vendita,una rete di distribuzione propria, oltre a collaborazioni con aziende esterne.

Progetto Quid ha vinto nel 2014 il Premio Europeo per L’Innovazione Sociale. Sono felici i ragazzi del Progetto Quid, ma non si fermano e sono alla continua ricerca di nuovi stimoli, continuando a realizzare capi di abbigliamento sempre più belli e a prezzi contenuti.

Lunga vita ad Anna Felice, ai suoi soci, al progetto Quid e alle donne che hanno avuto una chance, affinché possa essere questo un ottimo esempio di come si possa fare impresa, con uno sguardo puntato su delle necessità che spesso vengono ignorate, come se non fossero mai esistite

Simona Stammelluti

Che ognuno possa esprimere una propria opinione rappresenta una dei  diritti fondamentali della democrazia, ed è un diritto imprescindibile. Ma le opinioni personali, una personale interpretazione, non rappresenta i fondamenti di quella che è la verità che la categoria giornalisti è tenuto – in base al codice deontologico – a seguire. Non è concesso inserire negli articoli scritti espressione come “si dice“, “si sente in giro“, “circola voce“;
possiamo – anzi dobbiamo – insinuare un legittimo dubbio lì dove sussiste, utilizzare il condizionale dove necessario, inserire l’avverbio di tempo “verosimilmente” lì dove l’efficacia grammaticale sostiene i fatti in divenire.

Il “sentito dire” va tenuto in tasca, soprattutto in questo momento storico, nel quale le fake news (o bufale, che dir si voglia) sfruttano le manie della società, fanno leva sulle paure dei tanti e puntano il dito su ciò che da sempre trascina le masse. Il cosiddetto luogo comune, lo stereotipo intellettivo, l’interpretazione che scivola dentro una banalità che però fa tante letture, per i siti internet e per i blog che ormai dilagano, e che alimenta la pigrizia del lettore che si accontenta di quelle poche nozioni dandole per buone, perché suggestionano e permettono una facile presa di posizione.

Il filosofo Ludwig Wittgenstein, nel suo trattato “Ricerche Filosofiche” lo dice bene:

Avanziamo un’interpretazione dopo l’altra, come se ogni singola interpretazione ci tranquillizzasse almeno per un momento, finché non pensiamo a un’interpretazione che a sua volta sta dietro la prima

Qual è l’interpretazione che gira in queste ultime ore? Cos’è che si sente in giro? Cos’è che si dice? qual è la voce che circola?

Le studentesse americane avevano una polizza antistupro – si dice – quindi fingerebbero di aver subìto violenza per incassare la polizza. Le tante studentesse americane in Italia denunciano stupri – circola voce – circa 200 l’anno, che alla fine risultano per il 90% false. Queste sono dati usciti da alcune testate nazionali.

Qual è la fonte di questi dati? Perché una testata prima di riportare un dato del genere non ha provveduto a recuperare gli incartamenti? Qual è la fonte? Procura? Carabinieri? Questura?

Potremmo anche fermarci qui, senza andare oltre nella questione, sulla quale ci sarebbe molto da dire.

Nessuna polizza era stata precedentemente stipulata dalle due ragazze americane ma esiste una polizza che l’università americana in Italia stipula per i proprio studenti – uomini e donne – che copre un gran numero di problematiche che vanno dal furto, all’aggressione, dallo scippo alla rapina, dalla rissa allo stupro. Una tutela, uno scudo legale e sanitario in caso di necessità. Ecco che già la notizia, assume i contorni che deve avere.

Raggiunta da una giornalista di tiscali news, la questura  di Firenze ha smentito il dato dei 200 stupri annui, dei quali il 90% risultati falsi e specifica che “in provincia di Firenze nel 2016 ci sono state 51 denunce di violenza sessuale e che non è possibile stabilire statisticamente di che nazionalità siano le vittime, e che le denunce vengono trattate tutte nella stessa maniera“. Ecco il secondo dato che mostra i dettagli della notizia vera.

Quindi le due ragazze – che come tutti gli studenti americani che studiano in Italia possiedono una copertura assicurativa generale – hanno dichiarato di aver subìto uno stupro ad opera di due carabinieri in servizio. E’ notizie delle ultime ore che uno dei due carabinieri indagati per stupro e già sospesi dal servizio, davanti al magistrato – dopo essersi presentato spontaneamente – ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con una delle due studentesse, ma che quel rapporto era consenziente. Le studentesse erano ubriache quindi in una condizione di minoranza e pertanto vi sarebbe l’aggravante, se verranno accertate le responsabilità dei due militari che hanno commesso una marea di errori e abusi, a prescindere dall’accusa gravissima rivolta loro; dall’accogliere le ragazze sulla macchina di servizio, all’aver lasciato incustodita la macchina di servizio per diverso tempo proprio vicino all’abitazione delle ragazze, oltre ad aver abbandonato il servizio cui sicuramente erano stati comandati, con tutto ciò che ne consegue.

Non abbiamo gridato perché erano armati” – dice una delle due studentesse. Sarà vero? Le indagini mirano proprio a stabilire come siano andati realmente i fatti. Si indaga sulle tracce di liquido biologico all’interno dello stabile. Inoltre uno stupro lascia molto spesso delle tracce cliniche riscontrabili dai sanitari, ed anche questo si sta appurando nelle ultime ore, oltre alle analisi su abiti e oggetti trovati nell’appartamento delle studentesse.

Il voler difendere ad oltranza più un principio, che un dato di fatto, il voler credere sempre e comunque che chi indossi una divisa sia “Salvo D’Acquisto”, e nello stesso tempo definire una ragazza alticcia, come una moderna “Maria Maddalena”, ad opera anche delle testate giornalistiche, pone l’opinione pubblica a schierarsi con un  preconcetto piuttosto che sui dati di fatto oggettivi, che a tutti gli effetti costituiscono la veridicità della notizia.

Simona Stammelluti


Si terrà venerdì 8 settembre, presso la sala conferenze dell’Istituto Comprensivo di Taverna di Montalto Uffugo (Cs) un convegno organizzato dall’Associazione Athena nella persona della D.ssa Maria Esposito, psicologa, per trattare i delicati argomenti che sono sempre più attuali e che per poter essere contrastati hanno bisogno di essere conosciuti da vicino.
Il convegno ha come scopo quello di ricordare le figure dei giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Scopelliti – quest’ultimo spesso dimenticato tra le vittime di mafia – che sono stati cuore pulsante e mente lucida al contrasto della criminalità organizzata, che nel corso del tempo si è nutrita si silenzi e di omertà. Durante il convegno, si parlerà in maniera approfondita anche di come si previene e si ostacola la criminalità e la devianza minorile, che si dipana attraverso 10 tematiche – che vanno dal bullismo alla violenza sugli animali, dall’anoressia al suicidio –  le stesse che alcuni adolescenti hanno analizzato insieme alla D.ssa Esposito per poi realizzare una mostra fotografica che sarà esposta in quella stessa sede.
A coronamento di questo segnale così forte e così significativo, alcune scuole di danza dell’hinterland hanno preparato delle brevi coreografie sugli temi trattati.
Presenti al convegno come relatori, L’on. Rosaria Scopelliti, Marisa Garofalo, il Rettore Magnifico dell’Unical Gino Mirocle Crisci, il Questore di Cosenza Giancarlo Conticchio, alta rappresentanza dell‘Arma dei Carabinieri, il comandante della stazione dei CC di Monalto Uffugo, Luog. P. Danielli, il sindaco di Rende Marcello Manna, l’Avv. Katia Vetere, la criminologa Rosaria Lucia Altilia, e la D.ssa Maria Esposito. Saranno presenti per i saluti di rito anche il Sindaco di Montalto Uffugo Pietro Caracciolo e l’Assessore Livia Puntillo.
L’importanza della prevenzione e del “non dimenticare” perché nella  società che guarda al futuro, c’è bisogno di sapere, per combattere e per non dimenticare, affinché il sacrificio fatto da chi non si è mai piegato alle logiche della criminalità organizzata possa ispirare non solo onestà ma anche coraggio e determinazione.

Non è certo la prima volta che Christopher Nolan sorprende con i suoi “effetti speciali” che si traducono in immagini che rapiscono, che sanno raccontare ma al contempo impressionare per la maestosità dell’azione e del significato mai banale che racchiudono in se.

Dunkirk, l’ultimo lungometraggio che Nolan ha scritto, diretto e co-prodotto insieme a sua moglie Emma Thomas, è senza dubbio una sfida riuscita e penso di poter affermare che questo sia uno dei migliori film di guerra che sia mai stato realizzato, oltre a poter essere considerato uno dei migliori film dell’anno.

Sì, perché Dunkirk racconta una guerra, con tutte le agghiaccianti immagini, azioni e suoni che una guerra racchiude in se: la crudezza, l’angoscia, la corsa per la sopravvivenza, la speranza, il senso del dovere, la forza di un amore che si traduce in una mano che salva, o in una parola che rassicura.

Dunkik è un meraviglioso colossal, un capolavoro apocalittico che a tratti commuove, che mette angoscia e poi ti fa tirare un sospiro di sollievo. E’ un film coraggioso che parla di coraggio, è un film su come si conserva la speranza, che alcuni chiamano miracolo.

L’idea del film – come ha raccontato lo stesso regista – è nata quando con sua moglie si è recato nel Dunkerque, dove gli fu raccontata per sommi capi la storia dell’evacuazione dei 300.000 soldati da quei luoghi, durante la seconda guerra mondiale. Da quell’idea partì; all’inizio pensò di raccontare quella fase della guerra senza neanche scrivere la sceneggiatura, proprio per rendere più cruda e vera la successione delle immagini e delle azioni, poi invece sua moglie lo convinse a scrivere quella che fu la più breve sceneggiatura della sua carriera, una sceneggiatura di sole 76 pagine.

Ma la cosa interessante è che Nolan ha girato il film da tre prospettive diverse, da tre punti di vista diversi, ed è proprio questa la scelta che produce la maggior suggestione nello spettatore. Le immagini raccontano cosa accade sulle spiagge del Dunkirque dove i soldati inglesi sono stipati in attesa di essere salvati, mentre provano a sopravvivere agli attacchi del nemico che arrivano dal mare e dal cielo. E il mare e il cielo, sono le altre due ambientazioni sulle quali il regista si è soffermato, concedendo delle immagini estremamente vivide e coinvolgenti. Il film racconta di una settimana dei soldati inglesi sulla terraferma, tra morti e sopravvissuti, tra speranze e angosce; racconta di un giorno di navigazione di una imbarcazione civile che con a bordo un uomo e due ragazzi, si avvia per andare “in guerra”, per cercare di salvare vite umane; racconta di un’ora nei cieli, dove tre spitfire volano per dare supporto alle truppe inglesi. Tante avventure crude e coinvolgenti, tante piccole storie incastonate nel film, che però riescono e divenire protagoniste al punto di costringere lo spettatore a sentirsi impigliato in ognuna di esse.

Si soffre e si prova angoscia nei panni del soldato che sul molo spera di non essere colpito durante l’ennesimo bombardamento, o del soldato sotto schock seduto sulla chiglia di una nave, unico sopravvissuto ad un attacco per mare, o del ragazzo che con il padre si avventura verso un pericolo ma con la voglia di salvare vite umane e che poi vede morire il suo amico sotto i suoi occhi, o di quel generale della marina che rinuncia a mettersi in salvo, e che decide di restare sulla terraferma per assistere i francesi in caso di necessità.

Nel film ci sono pochissimi dialoghi, ma protagonista assoluto è il suono, che, potentissimo, ti stordisce, ti rimbomba nella testa e nello stomaco, ti scaraventa lì dove le immagini pulsano. I rumori del mare, dei bombardamenti, delle sirene, dei respiri. E poi quel ticchettio, che incalza, come quando si sottolinea che il tempo sta per scadere, e questo è un film che racconta la corsa contro il tempo, con la prospettiva rivolta verso le distanze che si accorciano fino a decidere se sarà morte o vita, se sarà speranza o rassegnazione. Si racconta che per produrre quel suono scandito di sottofondo sia stato campionato proprio il ticchettio dell’orologio che Nolan portava addosso durante le riprese.

La colonna sonora è stata affidata ad Hans Zimmer, che aveva già lavorato con Nolan anche in altri suoi film come Intestellar, e che ha seguito tutti i desideri e i suggerimenti del regista, che pur non essendo un musicista ha raccontato come l’avrebbe voluta, quella colonna sonora. Zimmer sapeva che in un film di guerra come quello concepito da Nolan non si sarebbe potuto competere con i suoni della guerra e così ha deciso di contrapporre a quelli la musica, rendendola intensa ma con sonorità sommesse, ed infatti le musiche fanno da balsamo, sulle ferite prodotte dagli orrori della guerra e sottolineano i momenti delle piccole vittorie, che sono pochi, rispetto alla distruzione, alla morte e alle sconfitte che solo una guerra sa realizzare.

Nolan è il regista delle “ossessioni”, ma è quella la sua inimitabile caratteristica; Racconta il terrore della guerra, senza fronzoli, senza scuse. Angoscia, claustrofobia e suspense sono perfettamente miscelate in un montaggio cinematografico che è calibrato fin nel più piccolo dettaglio. E’ un lavoro cinematografico impeccabile tecnicamente, girato con pellicola di grande formato, con telecamere IMAX, che ha prodotto delle inquadrature spesso talmente ampie e ravvicinate che sembrano quasi capovolgersi. La qualità delle immagini è impareggiabile. E’ un lavoro cinematografico che appaga tutti i sensi, vista, udito e anche emozioni, e sono quelle che ti esplodono dentro senza che tu possa fare nulla. Non è certo un film da vedere se non si è pronti a  tutto, anche a piangere di paura, di rabbia e di commozione.

Ottimo ed impeccabile anche il cast: da Tom Hardy a Kenneth Branagh che interpreta il più alto ufficiale della marina sul molo di Durkique, e poi ancora Mark Rylance, l’armatore che mette a disposizione la sua piccola nave per salvare i soldati, e Cillian Murphy, il soldato sotto shock.

E’ un film intenso, da vedere. E’ un film che vi farà male nella stessa misura forse, in cui fanno male i ricordi di chi quella guerra l’ha vissuta, e in questo Nolan è stato un genio.

Due le frasi che restano impresse, dei pochi dialoghi presenti nel grande film d’azione:

Portatemi a casa

Complimenti ragazzi” – si sentono dire i soldati appena sbarcati in Inghilterra. “siamo solo sopravvissuti” – dice un soldato. “E vi pare poco?” – si sente rispondere.

Ecco, il film di guerra, insegna l’importanza dell’ostinazione nel sopravvivere, quell’ostinazione che ti fa mettere quel che hai anche a disposizione dell’altro … a qualunque costo.

Simona Stammelluti


Non è certo la prima volta che Christopher Nolan sorprende con i suoi “effetti speciali” che si traducono in immagini che rapiscono, che sanno raccontare ma al contempo impressionare per la maestosità dell’azione e del significato mai banale che racchiudono in se.
Dunkirk, l’ultimo lungometraggio che Nolan ha scritto, diretto e co-prodotto insieme a sua moglie Emma Thomas, è senza dubbio una sfida riuscita e penso di poter affermare che questo sia uno dei migliori film di guerra che sia mai stato realizzato, oltre a poter essere considerato uno dei migliori film dell’anno.
Sì, perché Dunkirk racconta una guerra, con tutte le agghiaccianti immagini, azioni e suoni che una guerra racchiude in se: la crudezza, l’angoscia, la corsa per la sopravvivenza, la speranza, il senso del dovere, la forza di un amore che si traduce in una mano che salva, o in una parola che rassicura.
Dunkik è un meraviglioso colossal, un capolavoro apocalittico che a tratti commuove, che mette angoscia e poi ti fa tirare un sospiro di sollievo. E’ un film coraggioso che parla di coraggio, è un film su come si conserva la speranza, che alcuni chiamano miracolo.
L’idea del film – come ha raccontato lo stesso regista – è nata quando con sua moglie si è recato nel Dunkerque, dove gli fu raccontata per sommi capi la storia dell’evacuazione dei 300.000 soldati da quei luoghi, durante la seconda guerra mondiale. Da quell’idea partì; all’inizio pensò di raccontare quella fase della guerra senza neanche scrivere la sceneggiatura, proprio per rendere più cruda e vera la successione delle immagini e delle azioni, poi invece sua moglie lo convinse a scrivere quella che fu la più breve sceneggiatura della sua carriera, una sceneggiatura di sole 76 pagine.

Ma la cosa interessante è che Nolan ha girato il film da tre prospettive diverse, da tre punti di vista diversi, ed è proprio questa la scelta che produce la maggior suggestione nello spettatore. Le immagini raccontano cosa accade sulle spiagge del Dunkirque dove i soldati inglesi sono stipati in attesa di essere salvati, mentre provano a sopravvivere agli attacchi del nemico che arrivano dal mare e dal cielo. E il mare e il cielo, sono le altre due ambientazioni sulle quali il regista si è soffermato, concedendo delle immagini estremamente vivide e coinvolgenti. Il film racconta di una settimana dei soldati inglesi sulla terraferma, tra morti e sopravvissuti, tra speranze e angosce; racconta di un giorno di navigazione di una imbarcazione civile che con a bordo un uomo e due ragazzi, si avvia per andare “in guerra”, per cercare di salvare vite umane; racconta di un’ora nei cieli, dove tre spitfire volano per dare supporto alle truppe inglesi. Tante avventure crude e coinvolgenti, tante piccole storie incastonate nel film, che però riescono e divenire protagoniste al punto di costringere lo spettatore a sentirsi impigliato in ognuna di esse.
Si soffre e si prova angoscia nei panni del soldato che sul molo spera di non essere colpito durante l’ennesimo bombardamento, o del soldato sotto schock seduto sulla chiglia di una nave, unico sopravvissuto ad un attacco per mare, o del ragazzo che con il padre si avventura verso un pericolo ma con la voglia di salvare vite umane e che poi vede morire il suo amico sotto i suoi occhi, o di quel generale della marina che rinuncia a mettersi in salvo, e che decide di restare sulla terraferma per assistere i francesi in caso di necessità.
Nel film ci sono pochissimi dialoghi, ma protagonista assoluto è il suono, che, potentissimo, ti stordisce, ti rimbomba nella testa e nello stomaco, ti scaraventa lì dove le immagini pulsano. I rumori del mare, dei bombardamenti, delle sirene, dei respiri. E poi quel ticchettio, che incalza, come quando si sottolinea che il tempo sta per scadere, e questo è un film che racconta la corsa contro il tempo, con la prospettiva rivolta verso le distanze che si accorciano fino a decidere se sarà morte o vita, se sarà speranza o rassegnazione. Si racconta che per produrre quel suono scandito di sottofondo sia stato campionato proprio il ticchettio dell’orologio che Nolan portava addosso durante le riprese.
La colonna sonora è stata affidata ad Hans Zimmer, che aveva già lavorato con Nolan anche in altri suoi film come Intestellar, e che ha seguito tutti i desideri e i suggerimenti del regista, che pur non essendo un musicista ha raccontato come l’avrebbe voluta, quella colonna sonora. Zimmer sapeva che in un film di guerra come quello concepito da Nolan non si sarebbe potuto competere con i suoni della guerra e così ha deciso di contrapporre a quelli la musica, rendendola intensa ma con sonorità sommesse, ed infatti le musiche fanno da balsamo, sulle ferite prodotte dagli orrori della guerra e sottolineano i momenti delle piccole vittorie, che sono pochi, rispetto alla distruzione, alla morte e alle sconfitte che solo una guerra sa realizzare.

Nolan è il regista delle “ossessioni”, ma è quella la sua inimitabile caratteristica; Racconta il terrore della guerra, senza fronzoli, senza scuse. Angoscia, claustrofobia e suspense sono perfettamente miscelate in un montaggio cinematografico che è calibrato fin nel più piccolo dettaglio. E’ un lavoro cinematografico impeccabile tecnicamente, girato con pellicola di grande formato, con telecamere IMAX, che ha prodotto delle inquadrature spesso talmente ampie e ravvicinate che sembrano quasi capovolgersi. La qualità delle immagini è impareggiabile. E’ un lavoro cinematografico che appaga tutti i sensi, vista, udito e anche emozioni, e sono quelle che ti esplodono dentro senza che tu possa fare nulla. Non è certo un film da vedere se non si è pronti a  tutto, anche a piangere di paura, di rabbia e di commozione.
Ottimo ed impeccabile anche il cast: da Tom Hardy a Kenneth Branagh che interpreta il più alto ufficiale della marina sul molo di Durkique, e poi ancora Mark Rylance, l’armatore che mette a disposizione la sua piccola nave per salvare i soldati, e Cillian Murphy, il soldato sotto shock.
E’ un film intenso, da vedere. E’ un film che vi farà male nella stessa misura forse, in cui fanno male i ricordi di chi quella guerra l’ha vissuta, e in questo Nolan è stato un genio.
Due le frasi che restano impresse, dei pochi dialoghi presenti nel grande film d’azione:
Portatemi a casa
Complimenti ragazzi” – si sentono dire i soldati appena sbarcati in Inghilterra. “siamo solo sopravvissuti” – dice un soldato. “E vi pare poco?” – si sente rispondere.
Ecco, il film di guerra, insegna l’importanza dell’ostinazione nel sopravvivere, quell’ostinazione che ti fa mettere quel che hai anche a disposizione dell’altro … a qualunque costo.
Simona Stammelluti


Aveva 36 anni, Lady Diana, quando morì in un incidente d’auto sotto il ponte dell’Alma, la notte del 31 agosto del 1997. Era ed è rimasta il simbolo dei reali di tutto il mondo anche quando smise di essere un reale, e neanche la sua morte è riuscita a spegnere quel simbolo, fatto di una forte e travolgente personalità che ancora oggi risulta scomoda, per chi la vide come una rivale in vita, come una nemica da allontanare, o come una spina nel fianco che ancora oggi continua a fare male.
Lady Diana, è stata al contrario molto amata dalla gente comune, da coloro che vedevano in lei il simbolo di una libertà che mostrava anche attraverso il suo modo di vestire, avendo capito che la moda avrebbe potuto essere il lasciapassare per quella sua personalità che mai si è piegata completamente alle logiche di corte. Era un simbolo, Lady D, con un viso d’angelo, carismatica, impeccabile nel suo apparire e fragile nel suo essere donna che non avrebbe mai rinunciato a quel che sentiva.
Resta ancora da chiedersi, a distanza di venti anni, cosa sentisse per davvero quando morì, Diana Spencer, che nel 1981 sposò il principe Carlo di Inghilterra, erede al trono. Dodici anni di differenza, tra di loro e un matrimonio che fu infelice dal primo giorno. Due figli, una vita, quella della principessa del Galles, che fu come un reality show quando i reality show ancora non esistevano, i suoi fatti personali, i cosidetti “panni sporchi” furono dati in pasto al mondo, e quell’appellativo che le fu dato di “principessa triste“, non l’abbandonò mai.
Morì triste o felice, Lady D? Chi può dirlo. Oggi come allora, spuntano fuori testimonianze di chi giura che lei fosse infelice anche con Dodi Al Fayed, che morì anch’egli quella notte, mentre i fotografi – tanti fotografi – continuavano a scattare foto. Furono accusati di essere stati loro a causare quell’incidente mortale e furono sempre loro a peggiorare la situazione, mentre continuavano a scattare foto senza prestare il giusto soccorso.
Ma le ipotesi restano sospese nell’aria, come fumo di una candela che prima o poi svanisce, lasciando che l’odore acre si insinui nelle narici ancora per un po’.
Quelle sue parole, dette sempre con il sorriso, quando appariva in pubblico, perché lei amava gli altri, e non solo il suo popolo. “Vorrei essere la regina nei cuori di tutti, ma non penso che sarò mai regina di questa nazione” – diceva. Il suo desiderio era che i suoi figli imparassero a comprendere le emozioni delle persone, le loro insicurezze e le preoccupazioni, le loro speranze ed i loro sogni. Sottolineava sempre che “tutti hanno bisogno di essere valorizzati, perché ognuno ha un proprio potenziale“. Quando la inquadravano, a sua insaputa, lei appariva con gli occhi alzati verso il cielo e i bordi delle labbra all’ingiù, simbolo di una grande tristezza, di quelle che attanaglia a tiene prigionieri; eppure Lady D aveva conosciuto l’amore in vita sua e in merito a questo diceva che “se si incontra qualcuno da amare nella vita, bisogna aggrapparsi a quell’amore“.
Era uno spirito libero la principessa triste, e difendeva quella sua prerogativa contro i dissensi di tutti e diceva: “io sono così, questa è la mia natura e non mi importa se a molti questo non piace“.
Nel 1994 si arruolò nella Croce Rossa, dedicò parte della sua esistenza ai più deboli. Fecero il giro del mondo, le foto che la ritraevano con Madre Teresa di Calcutta, le foto di quelle due donne così diverse, ma così simili in quel sorriso di comprensione e di solidarietà.
Ovunque vi sia sofferenza, è lì che voglio essere, per fare quello che posso” – dichiarò quando gli chiesero cosa ne sarebbe stata della sua vita dopo la separazione dal principe Carlo.
Aveva qualcosa di speciale, Lady Diana, forse era solo la sua grande umanità, che veniva fuori ogni qualvolta si slegava dalle catene di un ruolo che non le avrebbe concesso mai lo spazio giusto dove essere semplicemente quella donna fragile, piena di amore che forse, in quella breve vita, non trovò mai un luogo giusto dove fiorire completamente.
Invitava le persone ad abbracciare le persone con l’Hiv; “Ne hanno bisogno – diceva – fatelo, non abbiate paura, non c’è nessun pericolo di contagio“.
Credeva fortemente nel senso della famiglia, che per lei era la cosa più importante, ma lei non ebbe come gioirne. La sua, di famiglia, fu piena di crepe, di rotture, nelle quali si insinuarono malcontento, rancori e gocce di disperazione.
Chissà perché chi avrebbe dovuta amarla, non lo fece, o non lo fece abbastanza. Chissà se nella sua breve esistenza riuscì a godere di un abbraccio appagante, cosa che lei desiderava per ogni essere umano al mondo. Chissà se una parte di quel che il suo destino le aveva riservato riuscì a viverlo sino in fondo. Soffriva Lady D, ma spesso in silenzio, in quel silenzio che diventava un chiasso assordante nei momenti di sconforto, quando si accorgeva di non poter cambiare il corso degli eventi.
Un giardino a Kensington Palace, a lei dedicato, alla sua memoria, dove in tanti si sono recati per ricordarla. Perché nessuno può dimenticare la principessa triste, colei che dettò il suo stile, inconfondibile, che non si omologò mai ad un mood che non le apparteneva.
Passano gli anni, resta il ricordo di una donna che morì, forse sfuggendo a quei paparazzi che volevano ancora sbranarle pezzi di quella sua tormentata vita.
Simona Stammelluti
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Sembrava che il tutto potesse archiviarsi con un collettivo “che peccato”, divisi tra chi per davvero era dispiaciuto per la morte di quelle tre persone che avevano perso la vita lo scorso venerdì e chi forse, sapeva che non era stato un semplice incidente ma ancora non aveva trovato il coraggio di parlare.
La Procura fa sapere che ci sono elementi che fanno pensare ad un incendio doloso, ma sono ancora tante le stranezze e le domande alle quali gli inquirenti in queste ore stanno provando a dare una risposta.
Una storia questa, sempre più intricata che però sin dall’inizio sembrava avere qualche tassello non proprio al posto giusto.
Antonio Noce, Roberto Golia, Serafina Speranza e il loro cagnolino sono morti arsi vivi in una palazzina di Cosenza nel centro storico, dove abitavano al primo piano; Avevano occupato anche i locali del secondo piano di proprietà di Roberto Bilotti, che possedeva anche il terzo piano dove era collocata l’ormai famosa biblioteca andata in fumo, che conteneva arredi storici e opere antiche, sulle quali cala l’ennesimo mistero considerato che in prima battuta lo stesso Bilotti aveva dichiarato un valore inestimabile, per le stesse,  dichiarazione poi smentita dagli esperti e ridimensionata dallo stesso proprietario che ha anche provveduto a far sapere che la biblioteca e il suo contenuto non era assicurato.
Si fa dunque sempre più strada l’ipotesi di incendio doloso, anche se la Polizia smentisce che si sia trovato un innesco all’esterno del palazzo, ma certo è invece, che il portone dello stabile, perennemente aperto, quel maledetto giorno era chiuso, sprangato, negando pertanto ogni possibile via di uscita alle tre vittime che hanno provato ad usarlo come modalità di fuga, senza però riuscirci.
Gli stessi testimoni adesso parlano: “era chiuso quel portone – dice uno di questi – mio figlio l’ha rotto facendolo cadere sano, quel portone ma le fiamme erano ormai alte e non si è potuto fare più nulla“.
Le fiamme si sarebbero propagate ad una velocità impressionante, favorite sicuramente anche dall’accumulo di rifiuti presente nell’abitazione.
Le grida delle tre vittime, sempre più incalzanti, si sono spente poco prima che arrivassero i soccorsi. Così riferiscono i testimoni.
L’incendio con molta probabilità è doloso. Le domande restano le stesse:
La distruzione della biblioteca è stata solo una tragica conseguenza?
Era invece quella, l’obiettivo?
O qualcuno voleva fare male alla famiglia Noce?
E se sì, perché?
Oppure li volevano solo spaventare e qualcosa poi è andata storta?
Le telecamere interne ed esterne dello stabile potrebbero dire molto, ammesso che fossero funzionanti, ma questo ancora non è dato di saperlo.
Tocca adesso agli investigatori capire chi ha compiuto questo gesto e sopratutto i tanti perché che ancora rimbombano tra i vicoli di una città sgomenta, che mostre in queste ore le proprie fragilità che forse troppo spesso, sono state ignorate.


Il Peperoncino JF è da molti anni ormai, un fiore all’occhiello della cultura e della musica in Calabria; A muovere le fila di questo ingranaggio sofisticato è da sempre il direttore artistico del festival Sergio Gimigliano, che con competenza ed esperienza mette insieme i migliori progetti musicali sulla scena jazzistica nazionale ed internazionale per offrire al pubblico di appassionati, serate all’insegna del jazz e della buona musica.
Inserito nel programma di quest’anno, nella splendida cornice del porto turistico di Cetraro (Cs), è arrivato un artista conosciuto da tutti, che con l’esperienza di una carriera lunga 40 anni, sa ancora tirare fuori dal taschino novità interessanti, conservando la magia di sempre.
Fabio Concato a Cetraro arriva con uno dei migliori trii del panorama jazzistico contemporaneo, quello del pianista Paolo Di Sabatino, insieme a Glauco Di Sabatino alla batteria e Marco Siniscalco al basso elettrico.
Il progetto musicale – così come lo stesso Di Sabatino spiega in inizio di serata – nasce proprio da una passione dello stesso pianista per la musica e le canzoni del cantautore milanese, tanto che dopo un incontro di lavoro, fu proprio Paolo a proporre a Fabio Concato di realizzare questo progetto, rivisitando in chiave jazz alcuni dei suoi più grandi successi. E così è nato “Gigi” progetto discografico che poi diventa un live, in tournée in giro per tutta Europa.
I concerti di Fabio Concato sono un modo per conoscere anche un po’ l’uomo e non solo l’artista, che non nasconde al suo pubblico quel suo essere a tratti “scanzonato“, sempre perfettamente a suo agio, simpatico ed amabile come un vino novello, che mentre canta si lascia “decantare“, mettendo a nudo anche qualche malinconia e quelle emozioni, che non si fa fatica a riscontrare in alcuni pezzi, per il cantautore particolarmente sentiti.
Le canzoni sono note, ognuno si lascia condurre nel proprio ricordo, a cantare il pubblico non si lascia pregare, e lui, generoso come pochi artisti scende anche tra il pubblico mentre intona Ti Ricordo Ancora, stringe le mani delle oltre 600 persone che sono lì “con lui e per lui“, per sentirlo una volta o “una volta ancora”.

Il bello di questo progetto nasce proprio dall’idea di Paolo Di Sabatino, un vero fuoriclasse che anche ieri sera al pianoforte, ha dato dimostrazione non solo di grande talento, ma anche di quella versatilità di cui un musicista deve essere dotato per poter fondere due generi musicali, senza snaturalizzarsi mai. La grazia con la quale Di Sabatino si è avvicinato al repertorio di Concato ha condotto il progetto in una direzione piacevolmente comprensibile per i non cultori del jazz, e appagante per chi, appassionato, ha potuto riscontrare quel mood e quelle progressioni armoniche, in una successione di accordi e di tempo, bilanciata e mai banale.
L’interplay tra i musicisti è ottima, e si manifesta all’orecchio come un fiorire di scambi dettati proprio dall’essere capaci di scardinare i consueti rapporti di ritmo e melodia, per scivolare con agilità nello scambio di suoni che si emancipano, tra modernità di suono e fluidità di ritmo.
La base ritmica del trio è affidata alla batteria di Glauco Di Sabatino, uno dei migliori batteristi che l’Italia possa vantare e Marco Siniscalco che nella sua carriera vanta collaborazioni innumerevoli che vanno da Tony Scott a Celine Dion, da Gegè Telesforo a Javier Girotto.
Insomma un trio di grande spessore artistico, incastonatura perfetta per la musica e la voce di Fabio Concato, che se anche con gli anni ha perso fisiologicamente un po’ di limpidezza, resta una delle voci più significative e appassionate del panorama della musica italiana di tutti i tempi.
Il concerto si apre con un pezzo musicale di grande impatto e suggestione, scritto da Paolo Di Sabatino che si intitola “la danza dei gabbiani“; Poi Fabio Concato guadagna il palcoscenico, e canta “E’ festa“, alla quale segue “Guido Piano” e sorride guardando alla sua sinistra dove splende la luna nel mare mentre proclama il giro che fa “peccato che qui vicino non c’è il mare“. Il mare c’è, è vicinissimo che quasi lo si può toccare, e c’è anche tanto vento che disturba forse un po’ la fonia, ma qui il livello è molto alto e i musicisti continuano impeccabili nel loro viaggio fatto di musica, di mood e di beet, come quelli suonati da Glauco Di Sabatino alla batteria e percepiti benissimo da un pubblico attento mentre batte sul rullante, quel rullante che durante il pezzo “Stazione Nord“, regala un entusiasmante assolo.
Ironizza sulla sua statura “medio-bassa”, Fabio Concato scoprendo che lo sgabello che gli hanno fatto trovare sul palco forse è un po’ troppo alto, ma è il tempo di “Sexy tango” e allora si alza e il problema è risolto.

E’ durante “Ti muovi sempre“, che realizzo che Concato parla di amore nelle sue canzoni con una caratteristica particolare, ossia l’attenzione all’altro. Canta di un amore che mette l’altro al centro dell’universo, un amore generoso, che però sa farsi piccolo per insinuarsi nelle pieghe di un rapporto, che tappa crepe e che “si prende cura” del sentimento provato. Penso che fino a quel momento non ci avevo mai fatto caso. Forse perché quando conosci molto bene i testi, alla fine lasci che le parole cantate cadano leggere e ti si appiccichino addosso, lì dove serve.
Tienimi dentro te, è il solco nel quale Paolo Di Sabatino ricama un assolo che porta il pubblico ad esplodere in un fragoroso, sincero ed esauriente applauso, mentre corre lungo i tasti del suo pianoforte con scale velocissime controtempo. Che a farlo quel tempo, ci pensano le spazzole di Glauco, e le corde di quel basso di Marco Siniscalco, che sorreggono il virtuosismo pianistico.
Fa un tuffo nel passato, Fabio Concato, ricordando i tempi della leva militare in Sardegna, e pone l’accento sulla malinconia che nasce ancor prima di andar via, quando già tutto ti manca, quando le mancanze scorticano la pelle viva e quando ti senti dire “Dimmi che mi ami, prima di partire“. Canta “La Nave“, il cantautore, e le emozioni trasbordano con naturalezza in quel “Quando Arriverà“, che parla sì di un amore, ma quello per la musica che – come ironizza lui stesso – a volte è meglio e meno complicato che quello per una donna.
La bravura negli arrangiamenti, Di Sabatino la mostra sfacciatamente in “Domenica Bestiale“, che ha un vestito nuovo, è completamente rinnovata, e in quella dinamica armonica, ci inserisce terzine ostinate, che corroso su tre ottave senza incertezze. Incalzano basso e batteria, in un reef che si ammorbidisce nel finale fino a spegnersi, pian piano ma con impeccabile sincronicità.
Ritornando a casa, è messo a disposizione di Marco Siniscalco, per il suo assolo, che ha una caratteristica di “tenere il motivo”, perché un jazzista sa sempre come gestire un assolo in un pezzo che nasce con altra natura.
E quando arriva “Gigi“, pezzo che da il titolo al progetto discografico, che la serata cambia rotta, per dirla in gergo marinaresco, visto che si era al mare. Gigi, quel padre che amava il jazz, che ascoltava la musica, che attraverso quella delicata sensibilità musicale gli ha indicato “la strada” da percorrere, che gli ha travasato dentro l’amore per quella musica che poi è divenuta compagna di vita, di storie, di avventure. A lui, a Gigi vanno le emozioni di Fabio Concato, che diventano un po’ anche le nostre; si avverte quell’emozione che si rinnova ogni volta, come se fosse l’unico mezzo per anestetizzare una piccola mancanza.
Chissà se la sanno questa, Paolo” – dice rivolgendosi al pianista che si stringe nelle spalle come per dire “e chi lo sa“, e mentre crea un intro raffinato per “Fiore di maggio” che il pubblico canta. Canta il suo pubblico, si lascia andare, si mette un po’ a nudo, come se si fosse un po’ da soli in mezzo a tanti.
E’ tardi, ma sembra ancora presto per chi ama Fabio Concato e per chi ha imparato ad apprezzare quel trio di grandi professionisti che lo accompagnano e che insieme a lui, sanno fare meraviglie.
E’ tardi – dice – dobbiamo andare“, ma manca ancora il pezzo che tutti vogliono. Eccolo servito: “Rosalina” e nel sorriso di Fabio, nel suo modo di cantare leggero, nel suo essere scanzonato ma perfettamente “accordato” alla vita e alla musica, finisce un concerto che nasce con l’unica pretesa di essere un tutt’uno con quel pubblico che si è sentito al centro di una notte d’estate.
Simona Stammelluti
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