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Non abbiamo mai temuto la solitudine come in questo periodo storico, tanto che a volte pur essendo soli non ce ne accorgiamo, perché non abbiamo più né mente né sentimento per percepirla. Siamo diventati sordi, oltre che ostinatamente ancorati a quella compagnia “a tutti i costi”, e quella sordità non è solo di percezione uditiva ma anche di sensazioni che sono ormai adulterate dall’euforia di quel sistema che ci ingloba, spesso ci inghiotte, ci digerisce e poi ci risputa sul mondo ancora più confusi sul perché si sia sempre alla ricerca di qualcosa che alla fine non ci soddisfa mai fino in fondo. Vogliamo colmare i buchi, deve essere “tutto pieno”, i momenti di silenzio sono sempre meno, i giovani non conoscono neanche più la noia, il silenzio è divenuto un nemico e alcuni suoni (per esempio quelli delle notifiche dei social e delle chat) scandiscono le ore che un tempo riempivamo con molte più cose, rispetto alla curiosità odierna – che ci ossessiona – di sapere che vita ha avuto una “storia su Instagram” o quanti “Like” ha preso quel preciso selfie che per farlo venire “accettabile dalla rete” ci si è perso un intero pomeriggio.

Essere solo, sentirsi solo, stare da solo; quanta differenza in apparenti uguaglianze.

Quanti ad oggi potrebbero raccontare come esperienza di vita l’essere solo? Solo … rispetto a chi, a cosa? La solitudine che si subisce, è quella che ti segna, quella che ti attraversa, che ti mette con le spalle al muro, che ti spinge a capire se te la sei meritata o se ti è stata data in eredità da una condotta di vita, o da un vita destinata a quello. Lo vedi guardando i tuoi passi; quando nessuno ti cammina a fianco, sei solo. Ma le strade che si percorrono non sempre sono sotto i piedi, sono anche sopra la testa, sopra il cuore, dentro lo stomaco, nei ricordi e nei desideri. Tutto spento, come quell’ultima insegna a neon nella notte, che illumina per un po’ e poi fa buio proprio quando passi tu. Perché? Perché qualcosa si è inceppato in quel che vogliamo, in quel che chiediamo, in quel che proviamo a barattare in cambio di due gambe che camminino insieme alle nostre mentre procediamo. Perché nessuno ascolta più quel che abbiamo da dire, e non lo sente non solo perché il mondo è abituato ad “urlare”, ma perché l’intensità di quel che diciamo non viaggia sulle frequenze che intercettano solo ciò che è semplice. Perché i dialoghi sono diventati asfittici e poco attraenti e non contemplano più le pause, come quelle che un tempo si chiamavano “di riflessione”.

Abbiamo ancora qualcosa su cui “riflettere”, o abbiamo stupidamente sempre tutto chiaro?

Ciò che richiede riflessione e senso critico costa troppa fatica, costa notti insonni e tante parole, perché la solitudine è muta, non ha parole. Ma la cosa più grave che chi è solo è povero anche di gesti, di sguardi, di mani che stringono, che abbracciano, che aiutano ed incoraggiano.

E quando, ci si sente soli?

Forse è quella dimensione in bilico sul filo senza rete. Resti spesso immobile per paura di cadere e di frantumarti in mille pezzi che sai per certo non saprai più rimettere insieme, perché con quei pezzi in frantumi proverai a rimontarti ma non ci riuscirai perché alcuni pezzi, quelli fondamentali saranno andati perduti, mancheranno irrimediabilmente e allora resterai monco, per sempre.

Ti domandi perché nessuno lo capisca che ci si sente soli. Soli nelle risate, nei momenti in cui il silenzio scende e si accende la reciproca comprensione. Soli nelle scelte e nelle posizioni da prendere, soli nella luce del giorno che scivola dentro la notte e quella dell’alba che riprende fiato dopo un’apnea che lascia senza luce e senza fiato. Soli, mentre il mondo corre e ti attraversa perché sei invisibile alle necessità di quel mondo, che non contempla le necessità del singolo ma della globalità del target di appartenenza. Nessuno ti chiede più cosa ti piace, perché c’è un sistema che conta ciò che fingi ti possa piacere, che lo registra e poi te lo ripropone in altre vesti. Nessuno ti chiede più cosa senti, perché tanto nel chiasso è già tanto se senti il tuo respiro che si fa affannoso quando corri perché hai perso qualcosa, o qualcuno … e allora provi a riacciuffarlo, ma ti trovi fermo, mentre le immagini si fanno piccole e il respiro dalle orecchie scende piano nel petto, dove si arrende.

E lo stare da soli, poi, diventa una conquista, una sfida, quasi; Un mondo nel quale trovare un proprio spazio, e un modo per tornare a sentire quel che hai perso, che non riconosci più quando lo incontri, che devi imparare di nuovo a disegnare, come una casa nella quale accomodarti e sentirti di nuovo a tuo agio, nei tuoi panni, nei tuoi desideri, nelle tue necessità. Necessità che ti rendono di nuovo erudito, mentre abbandoni quell’essere analfabeta di momenti da riempire solo con ciò che serve, perché l’essenziale è la porta di quella casa che ti aspetta per rifiatare.

La solitudine è ormai una malattia che ci passiamo in maniera pandemica, alla quale sviluppiamo anticorpi che però non ci fortificano, ma ci rendono solo immuni ad alcuni cambiamenti che si consumano sotto i nostri occhi e che inconsapevolmente autorizziamo perché ad ostacolarli non siam capaci più. Siamo così oppressi da moti perpetui di “non consapevolezza” che abbiamo perso la capacità di indugiare su una riflessione e persino di avere paura. Sembra che non si abbia più paura di nulla, e poi alla fine però siamo tutti malati di idiosincrasia.

Chi sa più guardare oltre? Ci ostiniamo a vivisezionare quel che ci si para dinanzi agli occhi, alla vita, alle nostre aspettative e ci facciamo andare bene quel che ci propinano gli altri. In fondo piace a tutti, può piacere anche a noi e al diavolo se non ci piace per davvero, tanto chi se ne accorge, a chi interessa? Chi sa dire se le nostre vite si siano popolate o desertificate in questi giorni tutti uguali, che non sapremmo fermare neanche se lo volessimo, e che non hanno più un orizzonte, perché per disegnarlo si ha bisogno di un tempo per prima desiderarlo?

Piccole fughe ci attendono, proprio lì, mentre scappiamo da quel finto appagamento sociale dove tutti fingono di sentire mancanze improbabili, ma in quel circolo vizioso, dimentichiamo a volte di mancare a noi stessi.

Ci vorrebbe un cambio di direzione, un tempo in cui arrivare tardi, in cui farsi attendere perché solo così alcune solitudini diventeranno il respiro che torna, mentre smettiamo di correre dietro a treni persi, a persone che corrono senza meta, mentre lasciamo naufragare la paura di essere soli per scelta propria e non per modalità altrui.

Simona Stammelluti

 

 

Le emozioni sono sempre difficili da tenera a bada. Talvolta però è ancora più complicato, perché a sederti a fianco è anche la commozione che ti raggiunge senza chiedere il permesso, tirandoti dentro un vortice di magia. Tutta “colpa” dell’unicità dell’evento, della bravura coinvolgente dei maestri dell’orchestra, oltre al coraggio e all’energia contagiosa che appartiene a Ennio Morricone, che a dispetto dei suoi 89 anni di età ha regalato l’ennesima indimenticabile serata d’incanto.

Ad omaggiare la musica sublime e la carriera di uno dei più grandi compositori contemporanei nella notte del 6 marzo all’interno dei 40 mila metri quadrati del Forum di Assago, oltre 12 mila spettatori, 100 componenti del coro, l’Orchestra Roma Sinfonietta al completo, la soprano svedese Susanna Rigacci e lui, il Maestro Ennio Morricone, classe 1928, compositore e direttore d’orchestra sopraffino, specializzato nella composizione di musica assoluta e di musica applicata, e non solo di famose colonne sonore.

La maestosità del suo modo di concepire la musica, la ricercatezza creativa che mette in campo quando scrive per il cinema, l’immensa capacità di costruire un tema servendosi di quelle “voci” – come le chiama lui – che si insinuano nella sua testa, producendo poi le basi per quegli arrangiamenti che nel tempo sono diventati memorabili, hanno permesso di realizzare un concerto che avresti voluto non finisse mai. Il maestro lo sa, e non si risparmia nel concedere bis, e a fatica risale più volte sul suo palchetto, senza prima ringraziare a mani giunte il suo pubblico.

Eppure durante il concerto Morricone non rispetta a pieno gli arrangiamenti originali delle sue celeberrime composizioni; cambia il tempo di alcuni passaggi in “Il buono, il brutto e il cattivo“, nel brio del divertimento che si mescola alle note drammatiche, e le atmosfere passionali ed energiche che appartengono al suo modo di scrivere la musica, si avvertono a pieno in “The ecstasy of gold” – accompagnata dalla voce del soprano Susanna Rigacci – o mentre si viene avvolti dalla raffinatezza di “The mission” e dal suono dell’oboe. Ogni voce dell’orchestra trova il suo spazio, ma è quando i fiati entrano in gioco, legandosi alla base ritmica e alle percussioni, che si scatena il vortice emotivo, che ti porta a godere a pieno del lavoro del maestro Morricone che non agita semplicemente la sua bacchetta per dirigere, ma con incisività da’ gli attacchi, incoraggia, e coordina perfettamente ogni ingresso di sezione, e guida magistralmente l’esecuzione, come se quella fosse la sua unica, irripetibile, appassionata “missione”. Gli archi riempiono il tempo e la dimensione ritmica, incalzano e poi si smorzano, rispondono alle nacchere e lasciano andare le note alte, come se potessero restare sospese e attaccate al soffitto per poi piovere addosso al pubblico incantato durante il pezzo “Indagine di un cittadino ad di sopra di ogni sospetto“.

Non dice una parola al suo pubblico, ma ad esso si inchina con amore e gratitudine, la stessa che tutti abbiamo provato a restituirgli proprio con quella emozione che è stata incontenibile per le oltre due ore di concerto, intervallate da una ventina di minuti di pausa che era necessaria. Ennio Morricone non ce la fa a dirigere in piedi e così gli viene concessa una seduta, che è suggestiva, perché il maestro sembra incastonato tra gli archi, come se volessero proteggerlo dagli applausi e dall’affetto prorompente che lo travolge.

L’impatto visivo è coinvolgente quanto quello sonoro. Sono i 200 elementi dell’orchestra che creano la migliore suggestione possibile, condita solo dall’essenziale, ossia quel dipanare la musica lungo la linea melodica di pezzi che non sono solo conosciuti come le straordinarie colonne sonore dei film di Sergio Leone ma che creano il miglior connubio tra cinema e musica, oltre ad aver fatto la storia del cinema.

Un concerto in cui c’è tutto; C’è il tempo, la memoria, la nostalgia, l’oblio. Al centro della scena la ricerca di un tempo perduto, citazioni sonore, allusioni e dettagli evocativi. Ma risuonano anche le note di quell’ambizione che  trasborda dalla musica compositiva di Morricone, senza schemi, ma con la giusta dovizia nella direzione e nell’esecuzione di brani che sono nella memoria di tutti, in cui ognuno trova il filo del proprio gusto e della propria predisposizione verso una musica che il tempo lo tiene, lo rimodula, e poi lo passa come testimone di qualcosa di impalpabile che va sorretto e custodito.

Per un pugno di dollari, C’era una volta in America, La leggenda del pianista sull’oceano; Li regala tutti, i suoi successi il maestro Morricone, e il coro non è solo una cornice artistica, ma una vera e propria esperienza estetica rispetto alla musica; è voce, accompagnamento e ricchezza espressiva. Nella musica di Ennio Morricone si sentono gli echi della musica classica dell’800, di Mahler e di Stravinskij che hanno influenzato proprio la composizione delle colonne sonore a cui lui ha dato vita.

Tanti capolavori in un concerto che celebra una carriera lunga 60 anni, con oltre 500 colonne sonore scritte, e se è vero che – come il maestro racconta – non si deve credere alla mera ispirazione quando si approccia alla musica di un compositore, allora quel suo modo di tessere, intessere, cucire, scucire, distruggere e ricostruire ciò che parte da un’idea, diventa un raffinato lavoro artigianale che conduce non all’espressione romantica della musica assoluta ma alla sua capacità di superare sempre se stesso, mentre difficilmente qualcuno è riuscito a superare lui, in quella maestria di comporre musiche stracolme di armonia, melodia e chiara presenza musicale.

Che si sia o meno educati alla musica, che si riesca o meno a percepire alcune raffinatezze stilistiche, di contrappunto, di cambio di registro o di modalità di note tenute sospese in un assolo, questo concerto ha costituito per i presenti una coerente e appassionante avventura, in cui la direzione dell’orchestra è stata il filo  conduttore di una intelligenza musicale, che si traduce in dialogo, immagini che coinvolgono la sensorialità, con risultati magistrali.

Simona Stammelluti

 

In atmosfera di Oscar, vale la pena dire così, in prima battuta, che Paul Thomas Anderson, ha vinto tantissimi premi nella sua carriera, ha ricevuto anche diverse candidature, ma l’Oscar non gli è ancora toccato, malgrado le 6 nomination proposte per il suo ultimo film “Il filo nascosto“.

Certo è che Anderson appartiene a quella schiera di registi talentuosi che non ha fatto nessuna scuola in particolare, e che ha imparato il mestiere semplicemente guardando centinaia di film e questa metodica, gli ha consegnato una conoscenza quasi enciclopedica circa cosa ci sia alla base di un buon film e dunque, come lo si realizzi.

E’ senza dubbio, uno di quei registi che sfida il suo pubblico ad andare “più a fondo” oltre le trame che apparentemente seguono la linea dei suoi film. Accade anche con “Il filo nascosto“, che si alimenta di tanti dettagli che lo rendono un film “cucito” con armonia, attenzione e perizia. Ricerca la perfezione, Anderson, in bilico tra le dinamiche classicistiche del cinema americano fatto di storie, di luoghi e di grandi attori, e quella contemporaneità sulla quale punta, per provare a divenire immortale…a modo suo. E con i film che ha realizzato negli ultimi 10 anni, avendone solo 47 oggi, di punti che disegnino quel “a modo suo” ne ha tracciati e messi insieme un bel po’.

Il filo nascosto si poggia su una scenografia ed ambientazioni incantevoli ed incantate, la Londra degli anni ’30 e la natura incontaminata tutt’intorno che accoglie residenze e castelli; e poi una colonna sonora che è stata sapientemente incastonata nelle immagini, scritta da Jonny Greenwood, che non è la prima volta che firma le colonne sonore per il regista. La sua musica che riesce a mescolarsi sapientemente a Brahms e  Debussy che rieccheggiano mentre scorre un film che si apre, un passo alla volta e che incede come su una sublime passerella. E poi ancora gli attori tra famosissimi (Daniel Day-Lewis, che annuncia il suo congedo dalla recitazione) e semisconosciuti (la talentuosissima Vicky Krieps, che avrebbe meritata eccome, la nomination all’Oscar come attrice protagonista) che hanno dato alla pellicola il senso giusto, quella capacità di tenersi in bilico e di tenere in bilico la storia tra amore ed ossessione, tra l’essere esigenti e la ricerca di una perfezione, che può sembrare possibile ma che alla fine non lo è mai, così come si confà alla natura umana. E poi gli abiti, protagonisti anch’essi del film, che così tanto perfetti appaiono, nascondono più di qualcosa in una cucitura, dietro quel “filo nascosto”.

Un film – girato quasi tutto in interno – che “nasconde” più di qualcosa, e che probabilmente necessita di più di una visione per comprenderne tutti i dettagli intessuti nella trama. E’un film elegante e ben confezionato, assolutamente da vedere, che lascia il “retrogusto amaro” di quel che solo alcuni amori sembrano essere capaci.

Non è un caso che io abbia aperto questa recensione partendo da alcuni dettagli senza infilarmi precocemente nella narrazione. Il motivo risiede nel fatto che questo film è un po’ come entrare in un luogo misterioso scoprendone le stanze segrete; ogni stanza, prima di giungere in quella in cui verrai irrimediabilmente risucchiato – dove ti sarà dato di “capire tutto”, o quasi –   ti mostra una serie di dettagli, che parlano di un amore, di un amore che si ammala e che non guarisce, di un amore che trasforma vittime in carnefici. E poi ancora quei dettagli ti parlano di relazioni tenute in piedi da un filo, di ruoli che quando da pubblici diventano privati, smettono di essere così perfetti e che si rompono, così come si rompe tutto ciò che è delicato, come un legame, come un filo, come un vestito di organza.

E’ la storia di un uomo ricco e potente, un sarto che gestisce – insieme a sua sorella Cyril – l’austera e bravissima Lesley Manville – una maison e che cuce abiti per le donne più famose ed aristocratiche d’Europa. Un uomo che è adorato dalle donne, tutte; donne che cadono ai suoi piedi vittime del suo fascino irresistibile e della sua bravura e della sua ispirazione che sembrano non dover mai subire defaillance. Lui che si infatua facilmente, ma che poi si sbarazza delle donne che gravitano intorno a lui, fin quando non inciampa in quella che diventerà non solo la sua musa, la sua modella perfetta, ma anche colei che minerà, riuscendoci, tutte le sue certezze, il suo potere e la sua stessa ispirazione.

Mr Woodcock incontra Alma, una cameriera di un ristorante, ne resta colpito, la conduce con se, la porta nel suo mondo, la fa diventare sua modella, ma a lei questo ruolo non basta. Lei vuole un posto nella sua vita e sa di poterlo avere solo minando – a modo suo – quella sicurezza che il grande stilista pensa essere invincibile. Sarà Alma a gestire le dinamiche di un gioco perverso, che si alimenta di “veleni” ben somministrati, di giochi di vita che stravolgono i ruoli e mandano a dormire il potere assoluto di colui che si trova, in maniera consenziente a passare da tiranno a schiavo di un amore che per sopravvivere, dovrà passare attraverso il ribaltamento dei ruoli.

Sarà quell’arrendersi agli aventi, in quei momenti in cui Reynold Woodcock perde ogni controllo su di se, regredendo fino a divenire completamente indifeso, e quando avrà bisogno esclusivamente di Alma, per ritornare alla vita, dopo desiderato anche di morire, che riuscirà a tenere in piedi un rapporto, che viaggia sul filo sottile che divide l’essere esigenti dalle ossessioni più profonde.

Nell’arte del cucire sapientemente, si nascondono segreti, ricordi, dolori e dietro quel filo che nessuno vede, non si sono solo sapienti mani che imbastiscono, ma una tenacia e la determinazione di una donna che non ha nessuna intenzione di fare la fine di tutte le altre, e che è pronta a qualsiasi cosa pur di tenere con se l’oggetto del suo amore, anche spingendosi fin dove nessuno si sarebbe spinto mai. Coraggio dunque, in colei che sfida il suo uomo e che vince, ogni qualvolta quel gioco perverso che avvelena, diventa una compromesso da vivere in due, in un costante duello tra amore e dolore, e che lascia cadere una perfezione che si “scuce” appena tiri via il “filo nascosto” che lascia uscire convinzioni stantie e fantasmi di un passato che ancora non consola.

Forse è vero che Anderson si sia ispirato ad Hitchcock nel corso degli anni, un quel metodo di produrre meticolosità, mirando all’attenzione e alla reazione emotiva dello spettatore. Nel finale de “Il filo nascosto”- scena carica di inquietudine – le inquadrature, i silenzi, la penombra, i rumori, ed anche il bacio tra i protagonisti,  ricordano la famosa scena del latte de “Il sospetto”. Non c’è il latte, ci sono i funghi velenosi, imprigionati in una omelette, che sarà ancora una volta una trappola consapevole e al contempo una via di fuga, dalla quale ripartire.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

Un tempo era facile sapere da che parte stare; si stava sempre dalla parte dei buoni, di quelli che non sarebbero mai stati capaci di fare del male a nessuno. Si stava dalla parte degli eroi, ma non quelli visti alla Tv. Si stava dalla parte di quelli che erano eroi ai nostri occhi, gli eroi del quotidiano: un padre, per esempio, il carabiniere che sconfigge il crimine, la maestra che ci prendeva sulle gambe e ci rassicurava che tutto sarebbe andato per il meglio, il parroco di provincia, che regalava il pallone ai più piccoli del quartiere e li invitava a giocare nel cortile della chiesa, dopo la scuola.

Oppure accadeva che si guardasse a “eroi” politici come Berlinguer che sosteneva quanto il mondo, anche quello terribile e intricato potrebbe essere conosciuto, interpretato, trasformato, messo al servizio dell’uomo, del suo benessere e della sua felicità, e che questo “lottare” deve essere l’obiettivo che riempie degnamente una vita; Lui, che sosteneva che se i giovani si impadronissero di ogni ramo del sapere e se lottassero a fianco del lavoratore e dell’oppresso non ci sarebbe scampo per il vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.

Ad oggi i giovani non hanno più nulla di ciò che necessiterebbe loro, per diventare quei giovani a cui Berlinguer si rivolgeva. Non hanno ideali, non hanno eroi; Non hanno più passioni e non hanno più punti di riferimento; Hanno tutto quel che vogliono, senza sapere cosa farne, con quel tutto.

Oggi è difficile capire da che parte stare.
Dal pulpito son tutti bravi a descrivere un mondo che non esiste, perché quel che esiste, nel disegno di qualcuno, fa paura perché in quel disegno c’è odio, c’è mancanza di rispetto per la dignità dell’uomo…c’è una deriva umana, che è dietro l’angolo di casa, che si radica sempre più ed è pronta a travolgerci. Il buono si nasconde, gioca a nascondino, mette alla prova la nostra capacità di riconoscerlo. E nell’epoca della notizia in tempo reale, alcune reazioni sono talmente imprevedibili che anche il più perspicace fa fatica a trovare una soluzione immediata a problemi troppo grandi, per essere sanati senza una strategia a lungo termine. La stampa fa quel che può, non sempre quel che deve. La difficoltà di scegliere “come darla” una notizia è pari a volte, alla maldestrezza nella tempestività che spesso va a discapito della correttezza dei dati forniti. Non dovrebbe mai valere quel che la gente vuole, come notizia, ma la notizia nella sua veridicità, con tutto quello che reca in sé.

Viviamo in un momento storico in cui non si riesce più a contenere la rabbia, l’egoismo e la violenza. E’ lo stesso periodo in cui, però, si pensa che siano sempre gli altri, il problema, che alcune cose non ci toccheranno mai, come se fossimo gli unici dotati di ottime dosi di lucidità. E’ lo stesso periodo in cui con estrema nonchalance ci si gira dall’altra parte, se si vede qualcosa si fa finta di non vedere, se si sente qualcosa si fa finta di non sentire. E quel che “non vedi” o “non senti” oggi, domani produrrà effetti devastanti, e tutti quelli che “tanto ad un metro dal mio culo, accada quel che accada” sono quelli che alla fine si domandano anche “perché“, alcune cose accadano sempre più spesso.

I fatti che la stampa sta sviscerando negli ultimi giorni sono proprio il termometro di alcune situazioni che stanno sfuggendo di mano; sfuggono di mano allo Stato che dovrebbe fare di più e meglio, sfuggono di mano a chi dovrebbe vigilare e finiscono dritti dritti in mano all’opinione pubblica che come un moderno Ponzio Pilato decide chi debba morire – in fatto di notizia – e chi debba continuare a vivere. E la stampa usa il termometro della suscettibilità, dell’impressionabilità che la società ormai inevitabilmente esprime, pur senza volerlo.

Ma quel di cui si deve dar conto – adesso e non domani –  è la mancanza di rispetto, di valori, di cultura, di integrazione e di onestà. Qui non si gioca più a chi ce l’ha più grosso, “il titolo”…Il titolo in borsa, il titolo di studio, il titolo sui giornali, il titolo ecclesiastico.

Qui non si gioca più, e basta. Perché l’apocalisse, la deriva umana è sotto gli occhi di tutti, basta guardare, basta smettere di far finta che alcune cose siano solo frutto di fatalità oppure “statisticamente” accettabili. Perché non è più concepibile che la politica alimenti odio e razzismo, che a sua volta innesca a catena altrettanti atteggiamenti di odio e di razzismo che si tramutano in offese da parte di un adulto in metro, verso un ragazzino di colore, dodicenne, italiano, o in minacce di morte da parte di docenti che dovrebbero insegnarlo, il rispetto, ed invece diventano l’esempio più becero, più offensivo di quella vita che andrebbe difesa e protetta, a qualunque costo.

E allora quei padri che uccidono i loro figli, e che sono anche quegli uomini dell’Arma, che dovrebbero essere l’emblema del buono che sa sempre cosa fare? Dirà più di qualcuno. Sono anch’essi vittime di un sistema di mancanze. Non sono innocenti, sia chiaro. Sono colpevoli di aver commesso dei crimini orribili e che forse, si sarebbero potuti evitare. Sono vittime di un sistema di mancanze, sì. Perché manca chi ascolta ciò che si consuma in silenzio, chi non insegna più a distinguere tra ciò che è tuo e ciò che ti appartiene, chi non difende quando ancora è possibili, chi non sa più indicare la strada, per scovare quel bene, che gioca a nascondino.

E allora cosa resta?
Per adesso, resta il ricordo di ciò che non è più; resta il ricordo di famiglie che non ci sono più, di ideali che non ci sono più, di onestà che non c’è più.
Resta in un figlio, il ricordo di quel padre che è morto facendo il suo dovere, in quello Stato che il suo dovere, forse, non lo sa fare più.

 

Attualmente, tutta l’arte del politico, consiste nel suscitare l’indifferenza del popolo
[Jean Baudrillard – Filosofo e Sociologo francese 27 luglio 1929/ 6 marzo 2007]

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Per oltre 20 anni nella compagnia teatrale Krypton – con la quale ha fatto anche Beckett – oggi Fulvio Cauteruccio classe 1967, figlio del sud ma fiorentino d’adozione, “di teatro” e “con il teatro” vive. Lo spettacolo Roccu u stortu” di cui ha curato la regia, con le musiche de “Il parto delle nuvole pesanti”, fu trasmesso in versione integrale nel programma Teatri Sonori di Rai Radio 3 e da Palcoscenico di Rai 2.

Apprezzatissimo nel ruolo di Don Catello nel “Ferdinando” di Annibale Ruccello, con la regia di Chiara Baldi – che è stato in scena al Teatro Eliseo a Roma lo scorso novembre – e intenso sul palco del teatro Niccolini di Firenze in questi giorni con “Prigionia di Alèkos” di Sergio Casesi, che narra la vicenda umana, politica e poetica del rivoluzionario greco Panagulis, risponde alle mie domande, mentre si racconta un po’.

 

SS: Come valuti un lavoro che ti viene proposto?
FC: Valuto la produzione, la credibilità del regista e poi i colleghi. Tutto questo è importante tanto quanto un ruolo o un testo.

 SS: Come lo scopre un attore, se la sua strada è il ruolo drammatico o quello comico?
FC: È cosa nota che il ruolo drammatico sia più facile. Far ridere è una questione di tempi, non solo di battute. A volte se non sai usare una pausa, puoi fare tutto giusto, ma non ti riesce la parte comica.
Personalmente mi sono cimentato, riuscendo in entrambi i ruoli. Basti pensare al mio ruolo in “Ferdinando” di Annibale Ruccello della Baldi. Entrambi i caratteri in quel ruolo, mentre il personaggio prende corpo e poi si riscalda e si sfalda, partendo in maniera esilarante e poi invece lasciando uscire la drammaticità dell’uomo che fa i conti con troppe cose, oltre che con se stesso.

SS: Di solito un attore dice: “mi piacerebbe fare questo ruolo”. A te com’è andata questa faccenda del “mi piacerebbe”?
FC: Quel “mi piacerebbe” cambia nel tempo, sai?! Capita a tutti di voler fare l’Amleto, o Agamennone. Poi però scopri tante scritture, e nel mio caso, l’essere curioso mi ha aperto tante strade nel mondo del teatro. E poi ti dirò, preferisco fare anche una piccola parte, buona e con bravi attori, che ruoli da protagonista in cose pessime. Ma di questi tempi ci sono troppi finti attori, disposti a tutto e così c’è un gran caos. Ci vorrebbe una commissione di esperti che dica “tu sì, puoi farlo, tu no”, come nella scuola russa o americana. Che poi anche per i registi, dovrebbe valere la stessa selezione.

SS: Tanti giovani vorrebbero fare questo mestiere. Un attore di esperienza come te, cosa direbbe loro?
FC: Di valutare bene, perché se non riesci a viverci,  facendo questo mestiere,  forse sarebbe il caso di lasciar stare. E poi studiare, perché l’improvvisazione è deleteria. Bisogna leggere la storia, la letteratura e bisogna conoscere la vita artistica di chi è esistito artisticamente prima di noi. Di solito non si lavora solo in due casi: se non si ha talento o se si ha un brutto carattere. Tutto il resto sono solo chiacchiere.
Vedi Simona, i grandi attori sono umili, timidi spesso.
Ricordo Irene Papas con la quale ho lavorato, Michele Di Mauro, bravissimo attore e poi Gassman, di cui sono stato allievo.

 

SS: Racconta.
FC: Sono stato fortunato ad averlo come maestro e rimane ogni giorno quel che ho imparato. Con lui ho imparato che il teatro è divertimento e fatica in proporzioni variabili. Ho imparato che si cammina insieme agli altri per un po’ e poi si può avere una seconda giovinezza in questo lavoro. Io dopo 20 anni in compagnia con mio fratello adesso da 5, viaggio da solo.
Un tempo dicevo “ma chi me l’ha fatta fare” – (ridiamo) – oggi non più, perché in definitiva, so fare bene solo quello.
Gassman si ostinava a chiamarmi Fabio e non Fulvio, eppure era quel maestro che mi dava coraggio, che mi spronava a fare sempre meglio.
Alla fine della scuola, prima dello spettacolo finale il direttore mi declassò per la dizione. Io ci rimasi male ma Gassman volle parlarmi e mi disse: “non ci sono grandi parti per grandi attori, né piccole parti per piccoli attori; ci sono solo parti, anche piccole per bravi attori”.
Poi mi suggerì di mettere una pausa, in un punto particolare di una battuta,  feci come mi suggerì e fu un successo.

 

 SS: Cosa ci vuole per essere un buon attore, oltre al talento che non si può né ignorare, né inventare?
FC: Devi essere capace di riconoscere il linguaggio della contemporaneità, ma devi conoscere la storia;  il passato del teatro è il primo maestro che va ascoltato.

SS: Fai anche cinema; hai appena recitato con Zingaretti in Montalbano. Che vestito indossi meglio, quello teatrale o quello cinematografico?
FC: Sono un attore di teatro che non disdegna affatto il cinema, ma che aspetta una parte importante per dedicarcisi a pieno; nel frattempo continuo con il teatro che mi appaga e che mi fa vivere e “sentire vivo”.

 Gli chiedo se ha figli, mi risponde che ha un cane, che ha portato in scena, una volta, e che gli ha rubato gli applausi, anche! Ci salutiamo, con la promessa di rivederci, presto…a teatro.

 

Simona Stammelluti

 

Durante tutto il film mi sono domandata cosa mancasse, perché qualcosa manca in “15.17 – Attacco al treno” il nuovo film di Clint Eastwood in questi giorni nelle sale. Sarà che da un gigante della cinematografia quale lui è, ci si aspetta sempre qualcosa in più, qualcosa che ci racconti di cosa sia ancora capace quel regista che tesse trame dalle storie, che racconta e imbastisce temi sociali, che traccia le coordinate di alcune mancanze dell’uomo comune, inglobando una indifferenza che poi svolta repentinamente in cambiamento.

Non è la prima volta che Eastwood si ispira ad una storia vera; L’aveva fatto meravigliosamente con “American Sniper” nel 2014, con “Sully” nel 2016 un po’ meno, e oggi con “15.17 – Attacco al treno“. Chissà se le aspettative a tratti deluse da questo nuovo lavoro del regista 88enne non si fossero potute arginare, utilizzando per esempio un altro titolo, un titolo che non influenzasse lo spettatore nel cercare in “quell’atto dinamico” – a cui il titolo inevitabilmente rimanda – l’energia, la tecnica cinematografica, i movimenti di macchina e quel montaggio strategico al quale Eastwood ci ha abituati mentre racconta storie che sono illuminanti, iconiche, dolorose, potenti e raffinate.

L’attacco al treno è solo una marginale e breve sequenza di momenti,  racchiusi in (troppo) pochi minuti di pellicola, oltre a qualche flash-back. Non c’è action, non c’è phatos a sufficienza in quelle sequenze, se si pensa che nella pellicola si racconta di fatti, di orrore e di quella paura che “non arriva”, che manca, che non coinvolge, che non tiene in tensione. La storia di un terrorista che esce da un bagno impugnando un mitra e che ha 300 pallottole addosso, che mina la vita e il viaggio di 500 persone, nel film non affascina, non scuote le paure.

L’attacco al treno concede ai protagonisti della storia non solo la condizione per essere eroi loro malgrado, ma anche e soprattutto di raccogliere quelli che erano stati i loro desideri a tratti delusi da una vita che “ti scarta” a prescindere dai tuoi sogni, e che poi alla fine si traveste da opportunità, e ti sfida e raccontare chi sei.

Chi erano i tre ragazzi che salvano i passeggeri del treno che da Amsterdam porta a Parigi sul quale salgono mentre fanno un viaggio in Europa, per stare nuovamente insieme così come da bambini? E’ questo il mood in cui Eastwood si infila e “ti infila” raccontando la storia dei tre ragazzi fuori tempo, un po’ “stonati” nel loro percorso di crescita, che stringono un’alleanza a partire dalle loro vite senza troppe stabilità e dalle loro defaillance. Una storia che potrebbe appartenere a tanti, e che pertanto non necessitava di grandi abilità attoriali. Il regista usa una voce narrante, quella di uno dei tre protagonisti, fa un salto nel passato, delinea le volontà e gli ideali di quei tre giovani ( Alek Skarlatos, Anthony Sadler e Spencer Stone) e poi mette in fila un desiderio, un insegnamento ed una opportunità; così il desiderio di Stone di entrare nel reparto dell’Aerosoccorso dal quale lo scartano per una inezia, lo porta a continuare un percorso che gli insegna come reagire in alcuni momenti nei quali la vita di qualcuno dipende da quel che farai, e alla fine lo pone nella condizione di soccorrere e salvare un’altra vita, il tutto come se fosse un disegno divino. Anche l’aspetto “fede” è protagonista del film. Questo Dio che parla a Spencer Stone, quel Dio che lui prega sin da piccolo, dal quale si aspetta un cenno affinché lui e i suoi amici abbiamo un buon motivo per non salire su quel treno diretto a Parigi e al quale Spencer poi recita una preghiera dopo il suo atto eroico.

Segue i ragazzi durante il viaggio, Eastwood, mostra le immagini  del Colosseo, di Piazza San Marco, dei pub di Berlino, delle discoteche di Amsterdam, come in un filmino amatoriale qualunque; mostra nomi di alberghi – forse quelli in cui la troup ha soggiornato – e poi racconta i dialoghi di quei tre ragazzi, che sembrano a tratti scarni e inducono a pensare semmai siano state davvero dette, quelle frasi lì. E allora la domanda è: possibile che Eastwood non sia stato capace di romanzare meglio, di porgere ai protagonisti qualche battuta migliore? Manca la forza narrativa alla quale il regista ci ha abituati.

Crediamo spesso che i nostri “eroi” in fatto di genialità nell’arte di sceneggiare, dirigere e girare siano infallibili, ed invece gli eroi sono quelli che fanno ciò che si deve, a dispetto di ogni avversità. A Clint Eastwood possiamo perdonare anche questa “defaillance”, come quella dei protagonisti del suo ultimo film, non fosse altro che per il fatto che alla sua età, con una carriera come la sua e dopo tutto il talento profuso in film che fanno parte della storia del cinema, non ci importa sapere se alla fine il suo scopo fosse stato quello di mostrare come si salva un’umanità, o quanto la realtà giochi troppo spesso a colpirla.

 

Simona Stammelluti

 

 

E’ il terzo caso di omicidio-suicidio (al momento ancora presunto) che si consuma nel cosentino nel giro di un paio d’anni. Fare una strage della propria famiglia togliendosi poi la vita, è un delitto che resta senza colpevoli, ma forse solo apparentemente. Da dove nasce tanta efferatezza? Cosa può spingere un essere umano – se così fosse stato – ad accanirsi contro i suoi figli, in maniera così violenta? E’ un gesto compiuto in un momento di follia, quando la mente ti si annebbia completamente, o è un gesto premeditato?

Le domande sono sempre tante, sono sempre le stesse, e forse queste domande le risposte le hanno, ma non sempre vengono a galla, oppure il tutto finisce per archiviarsi come l’ennesimo caso in cui la depressione, ormai il male del secolo, scava così tanto l’animo umano, da rendere un uomo vittima prima di tutto di se stesso.

E intanto tra qualche giorno (mentre le indagini procederanno e i risultati autoptici riveleranno qualche certezza in più e gli esami condotti sugli stub diranno se a sparare è stato o meno una delle quattro vittime) ce ne saremo tutti ben che dimenticati, un po’ per sopravvivere a tanto orrore ed un po’ anche perché – diciamolo chiaro – ad alcune notizie ci siamo abituati.

E’ difficile anche per noi giornalisti, resocontare (dare conto) di quello che accade ormai sempre più spesso tra le mura domestiche, lì dove invece dovrebbe regnare la consapevolezza che qualunque problema possa avere la giusta risoluzione.

Forse alcune risposte a quanto è accaduto nella villetta a Contrada Cutura a Rende poco più di 48 ore fa, risiedono proprio dentro quella abitazione; quella casa con tutte le porte e finestre perfettamente sigillate, quella casa chiusa dall’interno con quella chiave poi ritrovata sul corpo dell’uomo che ha compiuto il folle gesto, custodita nel giubbotto che indossava sopra il pigiama, mentre ai piedi aveva un paio di scarpe da ginnastica. In piena notte, con indosso un giubbotto ed un paio di scarpe, mentre i suoi familiari indossavano semplicemente quello che di notte si indossa, un pigiama, una vestaglia la moglie, e ai piedi dei calzini. Perché Salvatore Giordano indossava un giubbotto ed un paio di scarpe in piena notte? Chissà se in quella abitazione fossero presenti anche altri mazzi di chiavi.

Forse una accenno di premeditazione vi era, considerato che le armi da fuoco usate per finire la sua famiglia, che poi ha rivolto contro di se, sparandosi in bocca, non erano di sua proprietà ma erano state trafugate da casa di suo padre, che le deteneva legalmente. Forse aveva “ancora indosso” il giubbotto e le scarpe perché era appena rientrato dall’appartamento al piano di sotto, dove aveva prelevato le armi?

E allora perché non gli sono bastate, quelle due pistole? Perché ha usato tre coltelli differenti con lama dai 12 ai 15 cm per infierire con immane violenza contro i suoi figli e sua moglie? Che poi i corpi dei due coniugi sono stati ritrovati seduti, vicino alla porta d’ingresso, con la testa della donna sulla spalla dell’uomo. Forse la donna ha provato a scappare, senza riuscirci, così come era accaduto a Cristiana, la figlia che colpita a morte con arma da taglio e da fuoco, si è poi trascinata fino al corridoio, finendo prona, rannicchiata sul pavimento. Cristiana e le sue due lauree, perfettamente tenute in bella vista nella sua stanza, che lavorava in un call center dove aveva dimostrato le sue capacità, dove i colleghi lunedì mattina l’hanno attesa senza vederla arrivare, l’hanno chiamata senza avere risposta, per poi apprendere dalla stampa, quello che alla giovane fosse accaduto. E poi Giovanni, giovane studente, che presumibilmente svegliato da rumori di colluttazione provenienti dalla stanza della sorella, si è precipitato sul posto per soccorrerla, restando ferito a morte anch’egli.

Eppure in quella villetta c’era un particolare che sicuramente aiuterà gli investigatori a fare un po’ di chiarezza. L’unica stanza non interessata allo strazio di quei corpi e alle tracce ematiche derivanti da quella mattanza era un soggiorno, nel quale gli uomini dell’Arma che hanno effettuato i rilievi hanno trovato un ambiente vissuto, che lascerebbe ipotizzare che l’uomo dormisse lì da un po’. Coperte, cuscini, sigarette consumate.

Può essere dunque che qualche problematica familiare tenesse in pensiero Salvatore Giordano. Ma che tipo di pensiero? Incomprensioni varie, problemi economici, qualcosa che lo tormentava e che magari non aveva mai detto a nessuno?

Sul principio di storie come queste, nessuno sa mai nulla o forse nessuno sa mai abbastanza. A volte una lite può essere solo una lite…a volte. Forse i suoi familiari saranno in grado di ricostruire gli ultimi periodi della vita di quella famiglia, che oggi non c’è più, ma che lascia traccia nella cronaca, ancora una volta, e chissà se a quella stessa opinione pubblica che tanto si è interessata all’accaduto, interesserà sapere, tra un po’ cosa abbia spinto Salvatore Giordano a quella metodica omicida e suicida – sempre che si appuri  che i fatti siano andati così come da prima supposizione – esattamente come accadde per Giovanni Petrasso, agente di polizia penitenziaria che nello scorso giugno, in quella villetta a Montalto Uffugo, uccise sua moglie e poi si tolse la vita, o ancora a Francesco De Vito, appuntato dei carabinieri che nel maggio del 2015 compì lo stesso tragico e malsano gesto, risparmiando però i suoi figli.

Resta da capire come siano andate le cose e probabilmente i telefoni cellulari, i computer e i tablet sequestrati mostreranno qualche dettaglio dal quale partire o al quale arrivare.

 

Simona Stammelluti

 

 

Macabro ritrovamento quest’oggi per i Carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza e della Compagnia di Rende coadiuvati dai Vigili del Fuoco nella villetta sita in contrada Cutura dove è stata ritrovata un’intera famiglia trucidata

I Vigili del Fuoco hanno dovuto forzare un ingresso per permettere agli uomini dell’Arma di introdursi nella villa e di ritrovare i resti della famiglia Giordano. Si tratterebbe con molta probabilità di un omicidio-suicidio, consumatosi presumibilmente nella notte tra le mura domestiche.

Una vera e propria mattanza, quella rilevata dai tecnici del Nucleo Investigativo di Cosenza, che hanno riscontrato non solo segni di arma da fuoco su 3 dei 4 corpi ritrovati.

La procura cosentina non si sbilancia in merito alla dinamica degli eventi e attende le perizie da parte dei consulenti balistici ingegneri Ferdinando e Vincenzo Mancino e del medico legale Berardi Cavalcante, sopraggiunti sui luoghi nel corso del pomeriggio di oggi. Gli stessi consulenti, unitamente agli uomini dell’Arma sono rimasti per ore all’interno dell’abitazione, prima che le salme lasciassero i luoghi all’interno dei classici sacchi da cadavere.

Le armi usate per la strage erano di proprietà di Giordano Giovanni, che abita al piano inferiore della villetta. Sembrerebbe dunque, che sia state sottratte al legittimo detentore da Giordano Salvatore che le ha usate contro i suoi figli, Giovanni e Cristiana e la moglie Franca Vilardi.

Da alcune indiscrezione sembrerebbe che il Giordano Salvatore si sia particolarmente accanito contro il corpo della ragazza, che ferita a morte si sarebbe trascinata fino al corridoio dove venivano rinvenute anche le salme dei due genitori. Il corpo del fratello Giovanni, è stato invece ritrovato senza vita sulla soglia della stanza della sorella, dove presumibilmente era giunto attirato da probabili rumori di colluttazione.

L’abitazione era chiusa dall’interno con diverse mandate e le chiavi sono state ritrovate all’interno dello stesso appartamento.

Non è chiaro ancora il movente, che gli investigatori stanno vagliando, sentendo in queste ore molti testimoni tra amici e parenti.

Il Pm che conduce le indagini unitamente al Procuratore Mario Spagnuolo è Domenico Frascino, che nelle prossime ore provvederà a conferire gli incarichi peritali, medico-legali e balistici al cui esito, si dovrebbero poter avere dettagli più chiari ed esaustivi sull’intera vicenda.

Ancora una volta esplode violenza all’interno delle mura domestiche con esiti drammatici, nonostante persone a loro vicine, abbiano continuato a sostenere la “normalità” delle loro vite.

 

Simona Stammelluti

 

Succede tutti gli anni, ed il bello sta proprio lì. A chi piace e a chi no, poi c’è chi finge di non vederlo perché molti lo definiscono “démodé” o privo di materiale culturale e allora per uniformarsi alla massa, lo guarda di nascondo, senza esprimersi mai in merito (hai visto mai che venga scoperto mentre canticchia il suo pezzo preferito?!?)

E poi si ha sempre qualcosa da ridire sui presentatori (più o meno abili), sul direttore artistico (le cui scelte non si apprezzano mai fino in fondo) e sulle presenze femminili che, tra una gaffe e l’altra, e vestite di tutto punto, portano sempre a casa il compitino.

Quest’anno c’è chi “altro che compitino” ha portato a casa ed è colui che è stata la vera rivelazione di questo Sanremo 2018, e che ha saputo sfruttare quel palco per mostrare tutti – ma proprio tutti – i suoi talenti.

Pierfrancesco Favino che fino a ieri era visto esclusivamente, forse, come uno dei migliori attori che l’Italia possa vantare, oggi, soprattutto dopo la straordinaria ed emozionante performance di ieri sera, può dire di saper fare davvero tutto.

E se ieri sera Favino ha straziato emotivamente tutti, con quel toccante monologo sulla condizione degli immigrati, tratto dal dramma di Bernard-Marie Koltès, commuovendosi e commuovendo, dimostrando di essere un attore di grande caratura, la sera prima ha lasciato tutti a bocca aperta suonando al sax “In a sentimental Mood”, famosissimo standard jazz composto da Duke Ellington.  E prima ancora ballando, e cantando, tanto che ci si è chiesti dove e quando abbia imparato a fare tutto, così bene. Verrebbe da dire che non ci si dovrebbe meravigliare più di tanto considerato che l’attore vero, dovrebbe essere capace di interpretare un qualsiasi ruolo e dunque le abilità dovrebbero essere tante e tutte in modalità “on”, e nel caso di Favino questa regola sembra calzargli a pennello.

Durante questo festival, mi sono domandata se mettere alla conduzione e alla direzione artistica un cantante, fosse stata una scelta giusta e onesta, o se potesse entrare in scena anche una buona dose di conflitti di interesse.  Da addetta ai lavori mi verrebbe da dire che un musicista, è sicuramente più abile nel scovare un pezzo che funziona e nel costruire poi uno spettacolo che, malgrado tutti gli annessi e connessi, alla fine si basa sulla canzone italiana. Baglioni ha passato quasi tutto il suo tempo sul palco dell’Ariston cantando le sue canzoni in duetto con i vari ospiti che si sono avvicendati (c’era troppo Baglioni nel Festival), e questo si è inevitabilmente tradotto in frutto in fatto di diritti d’autore; e poi la sigla, che ha scritto lui e ancora, scava scava, si scopre che la maggior parte dei cantanti in gara è della scuderia Sony Music, la stessa di Claudio Baglioni. Un caso? Direi di no. Che poi a dirla tutta, i momenti che sono toccati a lui, nella conduzione, sono stati spesso salvati da coloro che di mestiere sanno come fare uno Show, e allora Fiorello nella prima serata, la Virgina Raffaele nella seconda e così via.

Gli ospiti quest’anno, condannati al duetto con Baglioni – che forse se avessero potuto scegliere liberamente avrebbero probabilmente declinato l’invito – hanno fatto meno scalpore degli anni precedenti, fatta eccezione per Sting, che ha cantato in italiano, e James Taylor che nella terza serata ha regalato un bel duetto con Giorgia. Il Volo, i Negramaro, la Nannini, Gino Paoli, Antonacci, Pelù … ognuno a proprio modo ha riempito “un tempo”. Gli omaggi ad alcuni artisti scomparsi sono stati un tentativo (non sempre riuscito) per ricordare la bravura di cantautori che hanno ricamato in maniera impeccabile le trame della musica italiana. De Andrè, Bindi, Endrigo, Battisti. Ieri sera molto bello è stato il duetto Baglioni-Mannoia sulle note di “mio fratello che guardi il mondo” di Fossati, subito dopo il monologo di Favino.

Forse quasi nessuno ha notato la bravura al pianoforte ieri sera di Goeffry Martin Wesley, proprio mentre cantava Baglioni, ma era troppo dispendioso raccontare colui che è uno dei migliori pianisti ed arrangiatori in circolazione. Wesley che ha diretto l’orchestra di questa edizione e che proprio ieri sera, durante l’esecuzione della sigla.

Come tutti gli anni la presenza femminile è quella che fa più discutere, a partire da abiti e acconciature, per finire a gaffe e scivoloni vari. La Michelle Hunziker presa in presto alle reti Mediaset, fa quel che può, considerato che lei, nata modella, nella sostanza non sa fare un granché, non spicca per bravura in nulla e quella scelta infelice di farla cantare (per darle una collocazione diversa dalla valletta) non le ha giovato. Che poi capita a tutti la defaillance ma sbagliare clamorosamente il nome di un cantante come Jobim, la dice lunga su quanto lontana lei sia dal mondo musicale che l’ha inghiottita per 5 giorni, in modalità “full time”. Perché alcune cose si imparano con il tempo, si metabolizzano attraverso le passioni, però a dirla tutta, nessuno pretendeva che lei conoscesse Daniel Jobim e Ana Carolina, ma il copione in mano glielo avevano messo diversi giorni prima, le prove si erano abbondantemente consumate e dunque qualcuno avrebbe dovuto erudirla almeno sulla pronuncia. Le perdoniamo quell’eccesso di “dolcezza” nei confronti del marito seduto in platea nella prima serata, i cui abiti lei ha indossato qualche sera dopo, senza sortire grande successo. In quanto a perdono, perdoniamo anche Baglioni per non aver saputo cosa sia un melismo, nominato dalla Nannini, mentre disquisiva su abbellimenti sonori.

Ma alla fine della fiera, cosa resta di Sanremo?

Restano le canzoni, al netto di tarantelle, di denunce per plagio, di squalifiche e ripescaggi. Perché a giochi fatti, probabilmente la squalifica del pezzo “Non mi avete fatto niente” del duo Meta-Moro, accusati di aver utilizzato un pezzo già sentito, ha giocato a loro favore, ha tenuta alta l’attenzione su di loro, più che sul pezzo e alla fine alcuni meccanismi, innescano delle reazioni a catena che finiscono proprio lì, sul primo posto del podio. Fatto sta che alla quinta serata, anche quello che di solito non gradisci, si insinua nella testa, diventa orecchiabile e ti sembra di conoscerlo da sempre e si fa quasi fatica a dire cosa non piace.

Ma più che ciò che non piace, “mi piace” dire ciò che “mi piace” o meglio ciò che mi è piaciuto circa le canzoni in gara. Intanto mi sono piaciuti alcuni duetti – quelli consumatisi nella quarta serata – durante i quali l’arrivo di altre voci oltre a quelle in gara, ha concesso l’opportunità di immaginare altri abiti per le canzoni, altri arrangiamenti, altre sfumature. Il ritorno vocale di Servillo negli Avion Travel mi è sembrato un accordo perfetto, il jazz di Rita Marcotulli e Roberto Gatto hanno impreziosito il pezzo già bello di Gazzè, e poi Ron – la cui canzone ha vinto a pieno titolo il premio Mia Martini – con Alice; in quel duetto, la classe e la bravura hanno dato il giusto grembo alla canzone scritta da Lucio Dalla che, ne sono certa, sarà contemplata come una delle più belle dell’ultimo decennio.

Tutti gli anni diciamo che “non ci sono più le canzoni di una volta” oppure che “non ci sono più bei testi“, o che “gli interpreti sono orfani di buoni testi“. Beh quest’anno mi è sembrato che di buoni testi ce ne fosse più di qualcuno, forse perché a scriverli c’erano bravi autori dietro, già noti e famosi per il loro lavoro nel mondo della musica a prescindere da Sanremo, ed anche perché l’aspetto sociale è caduto in maniera NON involontaria in alcuni testi sottolineando come alcune tematiche non sono più ignorabili. Che il premio come “miglior testo” sia andato a “Stiamo tutti bene” di Mirkoeilcane che ha gareggiato nelle nuove proposte, non è un caso. La storia di un bambino che parte per un viaggio drammatico, la vita di chi lascia tutto senza sapere cosa sarà, il tema dei migranti è stato toccato con la giusta delicatezza ed anche musicalmente è stata rispettata la metrica. I ragazzi bolognesi de Lo Stato Sociale, arrivati secondi con “Una vita in vacanza“, vince il premio della Sala Stampa e a parte il ritornello orecchiabile e la dinamica artistica che mima un po’ lo show che lo scorso anno fu di Gabbani, il pezzo punta l’occhio sugli standard del lavoro, su quel voler identificare per forza qualcuno in base al lavoro che svolge, oltre che quel desiderio che appartiene ai giovani di poter lavorare facendo quello che piace e non solo per necessità.

Ho puntato più l’attenzione sull’assegnazione dei premi speciali, come quello per la migliore interpretazione andata ad Ornella Vanoni o al miglior arrangiamento stabilito dai maestri dell’orchestra che quest’anno è andato a Max Gazzè. Questi premi analizzano un po’ più a fondo i brani, li scandagliano dal punto di vista musicale, ne scorgono le novità armoniche, ne scrutano i dettagli interpretativi perché alla fine un pezzo bello ha bisogno anche di un bell’abito, che si traduce anche in un’ottima direzione d’orchestra, considerati che si è a Sanremo.

Calato il sipario, adesso si raccolgono i dati dello share, tutte le critiche che piovono insieme ai plausi e si riazzera tutto fino alla prossima edizione. A me resta la voglia di riascoltare alcuni brani, di riassaporare alcune sonorità e di far mie alcune parole. E poi resto con quel ricordo di quando nel 1998 sono entrata per la prima volta al teatro Ariston e dopo aver esclamato “ma così piccolo è?” ho respirato la magia che quel posto custodisce e che si rinnova ogni anno, quando oltre qualsiasi pronostico, produce sempre lo stesso successo perché “Sanremo è Sanremo…papàpà”

 

Simona Stammelluti

 

 

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Tra diatribe su un eventuale plagio, squalifiche e ripescaggio, Ermal Meta e Fabrizio Moro salgono sul podio e VINCONO la 68esima edizione del Festival di Sanremo con la loro “non mi avete fatto niente”.

Premio della critica Mia Martini a Ron con “Almeno pensami” di Lucio Dalla.

Premio Sala Stampa a Lo Stato Sociale con “Una vita in vacanza”.

Premio Sergio Endrigo per la migliore interpretazione Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico con il pezzo “Imparare ad amarsi”.

Premio Sergio Bardotti per il miglior testo assegnato dalla giuria degli esperti a Mirkoeilcane con il pezzo “Stiamo tutti bene”.

Premio Giancarlo Bigazzi assegnato dai maestri dell’orchestra a Max Gazzè con il pezzo “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”.

Premio Tim Music per il pezzo più ascoltato sulla app Tim a Ermal Meta e Fabrizio Moro con il pezzo “Non mi avete fatto niente”