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Non mi sentivo tanto bene, forse era solo il male di stagione.
Ogni anno di questi tempi scatta quel fastidioso raffreddore di due o tre giorni.
Ma quest’anno è diverso; lunedì andrò a fare il tampone, per i fatti miei, così mi tolgo il pensiero.
Lunedì 9 novembre siamo in tanti davanti al laboratorio privato, tutti in attesa della stessa cosa, sapere se si è o meno positivi al Covid-19.
E’ il cosiddetto tampone rapido, ti danno il risultato in meno di un’ora.
In meno di un’ora scopro di essere positiva.
Che faccio?
Prima di ogni altra cosa, chiedo ai miei familiari di sottoporsi allo stesso test a tempo di record; tutti negativi, per fortuna.
Resto sola.
Il medico curante avvia le comunicazioni con la Asp, mi dà la cura che mi necessita: tachipirina, antibiotico, visto che mi fa male anche l’orecchio.
Aspetto.
Nelle ultime ore ho letto di tutto.
Non funziona niente, sembriamo malati di serie B.
Ma in Calabria, mi domando, esistono malati di serie A? Sono mai esistiti malati di serie A?
Ho avuto a che fare con la Sanità pubblica in Calabria in passato, per 11 lunghi anni, potrei scrivere un trattato su cosa non va. La Sanità fa acqua da tutte le parti, si sta scoperchiando tutto lo schifo atavico di una terra di ‘ndrangheta.
Aspetto.
Penso che sarò l’ennesimo “isolato abbandonato”.
Sono sola.
Ma fortunatamente ho chi mi aiuta, se ho bisogno. Medicine, spesa, chiamo, lei arriva.
Penso a chi però non ha l’amica del cuore che aiuta materialmente e rinfranca lo spirito.
Aspetto. 
E’ mercoledì 11 novembre quando da numero anonimo mi chiama un ragazzo che dice di essere dell’Asp e che con un linguaggio quasi incomprensibile mi avvisa che mi richiameranno per dirmi quando fare il tampone. Dovrebbe essere il 19, no, il 21, no il 23. C’è confusione in quel che dice, ma è certo – dice – che qualcuno mi avviserà. E’ il primo tampone ufficiale, quello che devo fare e che dovrò fare recandomi con il mio mezzo al Drive-in allestito in Taverna di Montalto Uffugo in provincia di Cosenza. Sì, perché solo chi non deambula, riceve il tampone a domicilio, così mi han detto.
Nessuno mi richiama, chiamo io al medico preposto al servizio e vengo a sapere che il mio nome è inserito nell’elenco dei tamponi da effettuare il giorno 18 novembre. Ma nessuno mi aveva avvertito. La programmazione è fatta un po’ alla carlona, penso, ma non lo dico.
A che ora? – chiedo.
Dalle 8.
Dalle 8 sono lì.
C’è grande caos, tante, tantissime macchine in fila, non si capisce dove mettersi: dalla parte di chi ha già il covid o da quella di chi ancora non sa? Chiedo. Sono nella corsia sbagliata. Mi sposto, ma tanto non cambia un granché.
Aspetto.
Sono quasi le 13 quando arriva il mio turno.
Mi rendo conto che la situazione è complicata in quel posto.
Il personale è troppo poco per smaltire quella mole di lavoro, e allora perché nessuno interviene?
Domando ad una dottoressa che è sul posto quando mi verrà consegnato il risultato del tampone effettuato.
Mi viene risposto che se sono negativa nessuno mi comunicherà nulla. Se invece il tampone processato dovesse risultare ancora positivo me lo comunicheranno e allora si dovrà ricominciare tutto daccapo.
Da sola, l’attesa, nessuno che dall’amministrazione comunale si domandi se io abbia o meno bisogno di qualcosa o che sia capace anche di un gesto di pietà, una vicinanza umana. Riprenderà l’attesa di qualcuno mi chiami da un numero anonimo e mi dica cosa fare, quando, come.
Ma se fossi negativa al tampone – che so per certo deve essere processato in 48 ore al massimo – non ci vorrebbe un secondo tampone che attesti in maniera inequivocabile che sono negativa e quindi guarita e che pertanto sono pronta per rivedere la mia famiglia e tornare a lavorare e alla normalità?
Nessuno ha risposto a questa domanda. 
Questo periodo passerà alla storia come quello in cui nessuno risponde alle domande, nessuno ha risposte adeguate, anche su cose che sembravano scontate, accertate, collaudate ormai.
Aspetto.
Aspetto che qualcuno mi dica. Anzi no, spero che NESSUNO mi dica più nulla.
E così sia.

 

Questa è la storia di una delle tante persone che sono affette da Covid e che dal dover essere isolate per quarantena obbligatoria, sono diventante “isolate abbandonate”.

Lei si chiama Genny, ed è una delle tante persone che è stata stipata nel pronto soccorso di Cosenza.
Al telefono mi parla con voce affannata, mentre tossisce forte. Il coronavirus le ha “regalato” una “polmonite interstiziale in Covid-positivo”, così recita il referto.
Quello che i suoi occhi vedono e che le sue orecchie sentono sa di film dell’orrore. Persone con ossigeno sdraiate su barelle attaccate l’una all’altra e persone invece come lei, che sono costrette a stare su una sedia, perché posto non ce n’è.

La mia domanda alla signora nasce spontanea: “e allora quelle tende che hanno messo all’esterno del pronto soccorso?

Mi risponde: “Non servono a nulla, sono solo deposito di materiale, non sono coibentate, non possono accogliere pazienti”.

Genny fa la docente, si contagia di Covid, così come suo fratello e sua figlia, che scoprirà di essere positiva da un documento ufficiale che riporta l’elenco dei positivi e che gira in rete, (senza rispetto per la privacy) e senza che nessuno si sia preso la premura di avvertirla.

La situazione della donna si aggrava, con l’ambulanza la trasferiscono al pronto soccorso, dove attende che le venga fatta una Tac, ma i tempi sono lunghi, lunghissimi, la situazione è agghiacciante, sembra un lazzaretto di manzoniana memoria. Disordine, confusione, dolore. Non si sa se quelle persone sono affette da covid-19 o da altre patologie, ormai non esiste nessun triage che possa tenere ordine tra i malati. Tutti stipati in quella stanza, tutti in attesa di ricevere quel che spetta loro di diritto, essere curati e salvati.
Tossiscono, si lamentano, stanno male … chiedono aiuto.
Forse nel terzo mondo, le persone hanno più dignità.

A Genny viene data una cura e rimandata a casa, la sua situazione non è cosi grave da restare lì, anche perché posti non ce ne sono, o meglio, non ci sono posti nelle aree adibite al caso, ma la struttura ospedaliera è vuota, i reparti sono vuoti, alcuni medici sono stati messi in ferie. Sono gli stessi infermieri che lo dichiarano ai microfoni de “La C news”, medici costretti a curare infetti e non infetti senza distinzione, senza sapere a cosa vanno incontro ogni volta che approcciano ad un malato.

Ma torniamo a Genny, che al telefono mi racconta di come dopo un periodo di cura, deve sottoporsi ancora a Tac. Chiama l’ambulanza, ma la sua saturazione è buona e allora le viene detto di restare a casa. Ma la donna deve tornare in ospedale. I sanitari del 118 allora la riportano all’Annunziata e lì aspetterà dalle 7 del mattino alle 13 quando le rifaranno l’esame diagnostico.

Prova a chiamare i Carabinieri, per chiedere di intervenire in quella situazioni così drammatica.
“Non è nostra competenza” – le viene risposto.

Il cittadino malato abbandonato, ma anche medici ed infermieri sono abbandonati, all’Ospedale Civile di Cosenza. Lavorano con turni massacranti da giorni ormai, e non sanno come gestire tutta quella gente in uno spazio così piccolo, tra disordine e confusione e stanchezza.

Questa la situazione, questo lo scempio della Sanità Calabrese e non basta più il “Manteniamo alta la guardia, state lontani e mettete la mascherina”.
Ci si ammala e serve un intervento urgente, per questa terra che non trova pace, alla mercé di un virus killer e del menefreghismo dei vertici e della politica.

Simona Stammelluti 

Il protagonista della storia (vera) è un ragazzo di 19 anni che vive a Montalto Uffugo un paese di 22 mila abitanti in provincia di Cosenza.
Cosa avrà mai di interessante questa storia? – vi chiederete.
Interessante sarà scoprire cosa lui e la sua famiglia hanno passato dopo aver scoperto che il ragazzo aveva contratto il Covid. Ma per dovere di cronaca, racconterò tutto quello che è accaduto da ancor prima, che il risultato del test risultasse positivo.
Il 19 ottobre il protagonista ha la febbre.
Siamo sui 37 e mezzo, febbre che scomparirà da sola, nel giro di  un paio di giorni.
Ma il ragazzo, che ha la mamma paziente oncologica ha paura, si preoccupa per lei e vuole sottoporsi al tampone per precauzione, ed anche perché gli servirà per far rientro a scuola.
Il medico di famiglia non ritiene opportuno segnalare il caso alla ASL perché sostiene che la febbre non è abbastanza alta.
Così il ragazzo accompagnato da un familiare, va a farsi il tampone in un laboratorio privato; il risultato glielo daranno dopo 24/36 ore.
Siamo al 23 di ottobre.
Il ragazzo nel frattempo era già senza febbre e senza nessun altro sintomo, continua così a svolgere la sua vita di sempre. Un compleanno, un pub con gli amici.
La sera del 24 ottobre, il ragazzo scopre la sua positività al Covid. 
Da premettere che prima ancora che la famiglia conoscesse il risultato di quel tampone fatto spontaneamente dal protagonista di questa storia, in paese già corrono voci inquietanti e infamanti. Su di lui e sulla sua famiglia si dice di tutto, dal fatto che fosse stato accompagnato in maniera coatta a casa dalle forze dell’ordine, alle bugie circa la positività di tutta la famiglia.
Ma torniamo ai fatti. 
Constatata la positività, si attende che si attivi finalmente il protocollo, considerato il fatto che la mamma del ragazzo, paziente oncologica, in caso di negatività dovrà assolutamente essere allontanata da casa e messa in sicurezza.
Passano i giorni, ma nessuno va a far visita alla famiglia per effettuare i tamponi.
Il ragazzo sa di essere positivo perché ha un responso virologico privato, ma ancora nessuno ha ufficializzato questa positività. Barricati in casa, abbandonati da tutti, trascorrono la loro quarantena, cercando quanto più possibile di preservare la madre, affinché non entri in contatto con il coronavirus.
Sono invisibili.
Del protocollo in caso di positività non v’è traccia. 
Nessuno si domanda cosa stia accadendo in quella famiglia, nessuno si domanda se hanno bisogno di qualcosa, se stanno bene. Ci pensano solo i familiari che supportano i loro cari, con dedizione e lucidità.
Intanto il protagonista stesso cerca di avvertire gli amici con i quali ha avuto contatti negli ultimi giorni, ma non può fare affidamento sul tracciamento della Asl, che ancora non ha effettuato nessun tampone a nessun membro di quella famiglia.
Passano 10 giorni. 
Siamo al 2 di novembre, quando finalmente mamma, papà e sorella del protagonista – che nel frattempo coscienziosamente avevano rispettato la quarantena nel pieno rispetto delle regole e del bene altrui – vengono convocati dalla Asl per quel famoso tampone.
10 giorni dopo.
Ma oltre al danno la beffa.
Dalle 8 del mattino, all’una gli viene comunicato che sono finiti i tamponi e che non potranno essere sottoposti al test. Sarà la giovane sorella a pretendere – visto che sono stati convocati – che venga fatto loro l’esame. Sono tutti negativi.
Lo sapranno solo 6 giorni dopo.
6 giorni dopo.
Per non parlare delle condizioni in cui vengono tenuti i tamponi processati e non, presso il punto Asp destinato (ma questa è un’altra storia che racconterò a breve).
La tempestività non è contemplata nel protocollo già inesistente della Asp sul territorio.
Il giorno 4 novembre anche il protagonista viene sottoposto al tampone.
Finalmente, direte!
Sì, ma deve recarsi  con le sue gambe al centro Asp che dista 12 km dal centro del paese dove il giovane risiede. Con le sue gambe, con il suo mezzo, accompagnato da suo padre.
Quindi un malato di Covid, non riceve mai a casa i responsabili del servizio tamponi, ma si sposta da solo, per avere quel che spetterebbe invece a tutti i malati di questa maledetta malattia virale.
Morale della favola, anche il protagonista riceve il risultato delle analisi dopo 5 giorni, attraverso una comunicazione telefonica che reca in se ancora dubbi. Positivo, negativo? Sembra difficile anche leggere un referto.
Intanto i compagni del protagonista, quelli che con lui avevano trascorso le ore precedenti al suo malessere, si barricano anch’essi in casa insieme alle loro famiglie, con tutte le problematiche del caso, comprese quelle lavorative, rispettando la quarantena volontaria, in attesa di ricevere una comunicazione della Asp, che gli dica cosa fare, come comportarsi, come agire.
Tutti abbandonati a sé stessi sul territorio. 
Ad oggi ancora diversi ragazzi non hanno ricevuto la visita dei responsabili Covid della Asp.
Uno di loro  – che grazie alla coscienza propria e della sua famiglia è rimasto in quarantena a casa – ha scoperto solo ieri, dopo essersi sottoposto al test il 4 di novembre, di essere positivo.
E i suoi familiari hanno provveduto privatamente e personalmente a sottoporsi a regolare tampone anti-covid.
Sul territorio ogni giorno ci sono nuovi casi scoperti per caso, perché chi ha qualche sintomo si reca a farsi un tampone rapido presso strutture private e poi si attende, si attende per giorni, per settimane che qualcuno si accorga di loro.
Non c’è il protocollo, non si attiva. 
A Montalto Uffugo non si è attivato.
Sorge il dubbio che di tutti gli organi preposti alla gestione della vicenda Covid sul territorio, nessuno sia a conoscenza delle linee guida. 
Per la serie, “Si salvi chi può” perché sennò, finisce che il mondo si dimentica che esisti, una volta che ha finito di infangare e infamare famiglie che hanno avuto rispetto per il prossimo, senza ricevere in cambio neanche quello che spettava loro di diritto.
Simona Stammelluti 

Le notizie che arrivano dalla Terra Santa sono poche e a volte anche non del tutto veritiere. Allora – come sempre faccio – mi informo al meglio prima di raccontarvi quale sia la situazione attuale in Palestina ed anche in Israele. E non c’è modo migliore per sapere cosa accade, che non sia parlare personalmente con chi quella terra la conosce bene perché la vive, perché ci lavora.

Pina Belmonte da anni, lavora come volontaria a Gerusalemme e sulla sua pelle ha vissuto le problematiche di sempre, oltre alla situazione di criticità del periodo pandemico.

Lei mi aiuta a tradurre dall’arabo i dati oggettivi della situazione e poi mi racconta dalla sua viva voce, tutto ciò che i giornali non dicono ma che invece si dovrebbe sapere, perché altrimenti si finisce per tenere la luce accesa dappertutto tranne che su quella striscia di terra perennemente in guerra e spesso dimenticata dagli uomini, ma non da Dio.

La situazione sanitaria in Israele mostra come i casi di infezione da coronavirus sono passati da 8.000 della metà di settembre a diverse centinaia alla fine di ottobre, con un blocco nazionale, che ha iniziato a diminuire gradualmente il mese scorso.

Mercoledì i ministri hanno votato per consentire la riapertura dei negozi da questa settimana, nonostante le obiezioni dei funzionari sanitari che hanno chiesto una lenta e graduale riapertura dell’economia e delle scuole.

I negozi hanno aperto domenica, con un massimo di quattro clienti alla volta e nel rispetto delle norme anti-Covid.

Tuttavia, la riapertura interessa solo i negozi  nelle aree con i tassi di infezione più bassi e che si affacciano sulla strada, escludendo quelli nei centri commerciali.

Il ministro della Salute Yuli Edelstein e il commissario uscente per il coronavirus Ronni Gamzu si sono entrambi opposti all’allentamento delle restrizioni a causa del numero del tasso di riproduzione di nuovi casi derivanti da ciascuna infezione da coronavirus.

Gamzu ha avvertito che la riproduzione dell’infezione di Israele è ben al di sopra del livello di 0,8 stabilito dal governo come livello massimo richiesto per riaprire le attività.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, che sarebbe anche riluttante ad accettare le aperture, ha avvertito che il governo potrebbe riattivare alcune restrizioni se i numeri continueranno a salire.

La situazione in Palestina è diversa però.

Il rapporto epidemiologico sul Coronavirus in Palestina nelle ultime ore dice intanto che dalla città di Gerusalemme non arriva nessun dato.

Per il resto, il Ministro della Salute, Dr. May Al-Kailah ha affermato che il tasso di guarigione dal coronavirus in Palestina ha raggiunto l’87,79%, mentre il tasso di infezioni attive è dell’11,36% e il tasso di morte è stato lo 0,85% rispetto a tutte le infezioni.

Nel rapporto quotidiano sulla situazione epidemiologica del Coronavirus in Palestina, il ministro Al-Kaila ha dichiarato che giovedì si sono registrati 4 morti in Cisgiordania, ci sono 40 pazienti nelle sale di terapia intensiva, di cui 9 pazienti con respiratori artificiali.

Durante l’incontro tra il ministro palestinese e quello degli Esteri italiano Luigi Di Maio, avvenuto nei giorni scorsi,  il primo ministro Palestinese, ha chiesto all’Italia di rompere lo status quo, riconoscendo lo Stato palestinese e chiedendo all’Europa di riempire il vuoto lasciato dall’amministrazione americana, con i suoi pregiudizi verso quella terra.

Le relazioni italo-palestinesi sono sempre state forti, poiché l’Italia è sempre stata dalla parte della giustizia e del diritto internazionale.

Durante l’incontro il ministro palestinese ha illustrato come si stia lavorando per superare tutti gli ostacoli al fine di indire elezioni per ripristinare l’unità e la democrazia in terra palestinese, in modo da poter rafforzare l’interno per affrontare le sfide esterne che sono state imposte.

Il ministro palestinese ha anche chiesto di beneficiare del vaccino su cui si sta lavorando e che dovrebbe essere completato entro la fine dell’anno, e il ministro italiano ha risposto positivamente a questa richiesta.

Dopo 4 anni di posto vacante, 3 giorni fa si è insediato il Patriarca latino di Gerusalemme, un italiano, PierBattista Pizzaballa che era già amministratore Apostolico del Patriarcato Latino.

Naturalmente Israele ha un servizio sanitario diverso da quello palestinese, che ha più difficoltà nel gestire la pandemia, oltre a dover vivere sotto occupazione israeliana.

Tra l’altro In Palestina la situazione al tempo del Covid è differente da qualunque altro luogo al mondo, perché parliamo di una zona che ha problemi quotidiani anche per i semplici spostamenti, oltre che problemi di violazione dei diritti umani.

A causa della situazione sanitaria, il ministero israeliano aveva inoltre bloccato i visti.

Non si poteva rientrare in Palestina se non si aveva un posto dove stare e comunque facendo regolare quarantena.

Ma già da febbraio sono stati attuati i blocchi agli ingressi da Cina e Italia. La struttura a Gerusalemme che si occupa di assistenza di persone affette da vari tipi di disabilità, l’Hospice Sant Vincent de Paul, ha gestito al meglio la situazione. Nel momento in cui aumentavano i casi, ha provveduto a chiudere completamente la struttura per due mesi e mezzo. Nessuno usciva e nessuno entrava.

Chi lavorava lì, ha vissuto lì h24.

Lì non c’è solo una pandemia da gestire ma la vita che è da sempre difficile.

Israele ha vietato tutto alle persone che andavano a lavorare, quindi ai palestinesi, a coloro che per esempio vivevano a Betlemme. E non dimentichiamo che fuori da Betlemme, ci sono i check-point armati degli israeliani. Durante il prima lockdown Betlemme è stata dichiarata dal primo ministro palestinese “zona rossa” quindi nessuno poteva entrare o uscire.

Il “Baby Caritas Hospital” ha continuato a lavorare per assicurare assistenza ai bambini.

Tanto che il ministro  della salute palestinese ha scelto proprio il laboratorio di questo ospedale per far sviluppare i tamponi che venivano fatti in Palestina.

Nessun turista entra in Palestina (ma anche in Israele) da mesi ormai, e sono letteralmente in ginocchio, perché vivono solo di pellegrinaggi e di turismo religioso.

Non solo devono affrontare il virus maledetto, ma per un paese che vive già sotto occupazione tra le difficoltà di ogni giorno, la pandemia rende tutto più difficile.

Con l’espropriazione dei terreni palestinesi e la distruzione di case, Israele continua la politica di oppressione verso i palestinesi. Noi urliamo alla dittatura quotidianamente, per le ingiustizie che vediamo, ma in Palestina ai giornalisti viene negato di fare il proprio lavoro.

Lavorare in Palestina significa raccontare una realtà che è scomoda per Israele.

Ancora si cerca il bene della Palestina, e forse tenere accesa l’attenzione su quella terra, potrà essere una porta per la salvezza.

Simona Stammelluti 

Hanno deciso di prendere d’assalto le casette per l’erogazione dell’acqua nel territorio di Montalto Uffugo (Cs) distruggendole e portando via i soldi che erano contenuti all’interno.
Eppure i malviventi, non hanno forse tenuto conto delle telecamere che li hanno ripresi persino in volto, mentre uno di essi faceva da “palo”.
Incastrati dunque dalle telecamere che hanno ripreso volto e targa del mezzo utilizzati per fare il colpo, adesso dovranno rispondere di ciò che hanno fatto.
Hanno pensato di poter agire indisturbati e che nessuno avrebbe potuto notare nulla, ed invece per loro non è andato per come avevano previsto.
Adesso attendiamo che la giustizia faccia il loro corso e che vengano puniti per il furto e per i danni arrecati non solo alla casetta dell’acqua, ma a tutta la collettività

Troppi assembramenti davanti alle scuole cittadine. La segnalazione è stata fatta questa mattina da diverse persone, fra le quali anche l’ex consigliere Giuseppe Di Rosa e hanno spinto l’amministrazione comunale ad affrontare il problema. L’assessore Nino Costanza Scinta, in sintonia con il sindaco Miccichè, ha iniziato a contattare tutti i dirigenti scolastici della città per invitarli a contingentare gli ingressi e le uscite degli alunni, differenziandone gli orari e possibilmente anche gli accessi. Ci sono scuole, ad esempio, che hanno più accessi che possono venire aperti contemporaneamente dividendone l’uso per classi o per corso. In ogni caso si possono adottare orari diversi, anche di 15 minuti ciascuno, così da dare il tempo di smaltire il flusso in un lasso di tempo maggiore. La prossima settimana si farà una verifica per vedere quali provvedimenti sono stati adottati e che risultati hanno portato, correggendo eventuali disservizi

Il premier Giuseppe Conte, ha firmato nella notte il tanto atteso DPCM, necessario per tenere a bada  l’evoluzione dell’emergenza sanitaria legata all’epidemia da Covid-19.

Vara così delle nuove misure atte a contingentare la diffusione del virus.
Un Dpcm tra i più sofferti e difficili da mettere a punto, frutto di una riunione lunga svariati giorni tra Conte stesso, i capidelegazione della maggioranza, il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia e il sottosegretario alla presidenza della Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro.
La conferenza stampa dovrebbe arrivare in giornata.
Nel nuovo provvedimento ci sono norme valide per tutto il territorio nazionale ed altre che riguardano le diverse regioni, inserite in una sorta di mappatura in base a 21 parametri analizzati a fondo. La penisola infatti, è ad oggi, divisa in tre fasce di rischio.

Tra le norme di livello nazionale (in vigore dal 5 novembre e fino al 3 dicembre) vi è il l coprifuoco, ovvero la limitazione della circolazione delle persone fino alle 22; il ritorno dell’autocertificazione dopo le dieci di sera per provare di doverlo fare per ragioni di lavoro necessità e salute; la chiusura dei musei e delle mostre; la didattica a distanza al 100% per le scuole superiori, salvo attività laboratori in presenza; per le scuole elementari e medie e per i servizi all’infanzia attività in presenza ma con uso obbligatorio delle mascherine (salvo che per i bimbi al di sotto dei 6 anni); nelle giornate festive e prefestive saranno chiuse le medie e grandi strutture di vendita, ad eccezione delle farmacie, dei punti vendita di generi alimentari, delle tabaccherie e delle edicole.

Un’altra voce importante del DPCM relativamente alle regole nazionali concerne i trasporti pubblici per i quali sarà consentito un coefficiente di riempimento massimo del 50 per cento. Inoltre bar e ristoranti dovranno chiudere alle 18 ma avranno la possibilità di restare aperti per il pranzo della domenica. Viene inoltre decretata la sospensione dello svolgimento delle prove preselettive e scritte delle procedure concorsuali pubbliche e private e di quelle di abilitazione all’esercizio delle professioni “a esclusione dei casi in cui la valutazione dei candidati sia effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica”. Vengono, infine, chiusi i “corner scommesse e giochi” nei bar e nelle tabaccherie.

Spicca tra le poche modifiche apportate dispetto alla bozza già diffusa, la sorte dei parrucchieri, che restano aperti nelle zone da scenario 4. Nelle regioni a scenario intermedio(zone gialle) sono più stringenti e nello specifico sarà vietato ogni spostamento in entrata e in uscita dalla Regione, tranne che per lavoro, salute, urgenza e rientro al domicilio, oltre al divieto di spostamento in un comune diverso rispetto a quello in cui si risiedere o si ha domicilio, sempre fatte salve le comprovate esigenze. In queste zone vengono inoltre sospese le attività di bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie, ad esclusione delle mense e del catering, con l’autorizzazione per tutti alle attività di ristorazione con consegna a domicilio.

Nelle “zone rosse” – tra cui non rientra la Sicilia, almeno per il momento – il DPCM prevede infine, per almeno 15 giorni lo stop a ogni spostamento in entrata e in uscita dalla Regione e anche all’interno del territorio stesso (sempre salvo necessità e urgenza). Vengono chiusi i negozi al dettaglio, tranne alimentari, farmacie, edicole; chiusi i mercati di generi non alimentari; viene interdetta l’attività di bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie: resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22.00 la ristorazione con asporto. Vietate inoltre le attività sportive, anche svolte nei centri sportivi all’aperto. Sarà invece consentito svolgere individualmente attività motoria (sport e passeggiate), ma sempre e solo in prossimità della propria abitazione, individualmente e nel rispetto rigoroso dei gesti-barriera. Assicurata infine l’attività scolastica in presenza per scuola dell’infanzia, elementare e prima media.

RISCHIO MODERATO: ZONE GIALLE  (Rt, rischio di trasmissione che per ora non supera la soglia di allerta di 1,5) 

Abruzzo
Basilicata
Emilia Romagna
Friuli Venezia Giulia
Lazio
Marche
Molise
Trento
Sardegna
Toscana
Umbria

RISCHIO MEDIO ALTO: ZONA ARANCIONE 

Campania
Liguria
Puglia
Sicilia
Veneto

 

RISCHIO ALTO: ZONA ROSSA 

Lombardia
Piemonte
Valle D’Aosta
Calabria
Bolzano

Così il sindaco di Agrigento Franco Micciché per la festa delle Forze Armate: “Sono molto emozionato per essere stato presente oggi alla cerimonia del 4 novembre.
E non solo perché questo evento si svolge a pochi giorni dalla mia elezione a sindaco. Ma soprattutto perché è una giornata che celebra i valori nei quali sono stato educato e con i quali sono cresciuto. Mio padre, come molti sapete, era un generale dell’esercito. Le divise in casa mia erano una costante. Ha guidato anche la Croce Rossa Territoriale ed è stato sempre un fedele servitore dello Stato. Ha educato tutti noi a credere nello Stato, nella Repubblica, e nell’importanza della pace. Per lui l’Italia era unica, indivisibile e … bellissima.
E io ho sempre condiviso i suoi pensieri. Io credo l’Italia unica e indivisibile e credo quindi nell’unità nazionale celebrata oggi.
Un concetto che ho fatto mio sempre nella professione di medico prima e di sindaco ora. Per me siamo tutti uguali. Voglio amministrare con una squadra di amici-tecnici e nella mia campagna elettorale ho puntato molto sui quartieri periferici, che forse venivano emarginati o quanto meno trascurati. Ho detto che Agrigento è una città unica, senza quartieri di serie A o di serie B.
Credo nelle Forze Armate viste come forza di pace per garantire la democrazia e il rispetto della legge. Anche in questo momento di ristrettezze e crisi, penso e spero che l’Italia unita possa farcela. Lo abbiamo sempre dimostrato che è proprio nei momenti di maggiore difficoltà che gli italiani riusciamo a esprimere il meglio di noi.
E per dare una concreta dimostrazione del fatto che credo molto ai valori che questa giornata celebra oggi, uno dei primi interventi da sindaco l’ho fatto in questo monumento, dedicato ai tanti giovani agrigentini che sono partiti per difendere la Patria in territori molto distanti dal proprio. Voglio ripristinarlo. Non si può far finta di non vedere in che stato versa. Una vergogna per queste vittime del dovere. Noi dobbiamo celebrare il loro sacrificio non solo il IV novembre, ma sempre, onorando il monumento che li ricorda”.

 

Tra sabato e domenica 1095 nuovi positivi in Sicilia. Efficace il “drive in” per i tamponi allestito alla Fiera di Palermo. Musumeci: “Ridurre mobilità e pressione sugli ospedali”.

I contagiati in Sicilia dal coronavirus sono 15.324. Tra sabato e domenica vi è stato un aumento di 1.095 nuovi positivi su 8.547 tamponi effettuati. 16 i morti, e complessivamente sono 518. 1.131 sono i ricoverati, tra 999 in regime ordinario e 132 in terapia intensiva, e tra sabato e domenica vi sono stati 10 ricoveri in terapia intensiva in più. I guariti sono 197. I nuovi positivi sono così distribuiti per province: 277 in più a Palermo, Catania 316, Messina 106, Trapani 10, Ragusa 82, Siracusa 100, Agrigento 110, Enna 49, Caltanissetta 45. Nei prossimi giorni, anche in altre località della Sicilia, sarà replicata l’esperienza del “drive in” con tamponi antigienici, quindi più rapidi, così come è stata organizzata alla Fiera di Palermo dove sono stati individuati e isolati circa 300 soggetti positivi. Nel caso in cui il test rapido riveli il contagio, si procede subito con il tampone molecolare. Se la positività è confermata interviene il Dipartimento Prevenzione dell’Azienda sanitaria secondo i protocolli vigenti. Nel frattempo, nella prospettiva di un nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su nuove misure restrittive, le Regioni, i Comuni e le Province hanno partecipato ad un confronto con il Governo Conte. A rappresentare la Sicilia sono stati il presidente Musumeci e l’assessore regionale alla Sanità, Ruggero Razza. Musumeci ha ribadito due priorità: ridurre la mobilità e la pressione sugli ospedali. E il presidente spiega: “C’è una condivisione di fondo tra tutti i livelli amministrativi dello Stato: la drammatica situazione che in tutta Europa sta condizionando la vita di milioni di persone. La nostra posizione è uniforme a quella di tutte le Regioni italiane. Due le priorità che poniamo: la riduzione della mobilità e l’adozione di piani terapeutici/farmacologici per l’assistenza al domicilio, limitando così la pressione sugli ospedali. Più cresce la mobilità delle persone più crescono le probabilità di contagio. Per questo motivo stiamo valutando la possibilità, assieme alle altre Regioni ed al governo centrale, di ridurre ogni occasione di movimento non proprio necessario. Altra priorità resta la riduzione della pressione sui Pronto Soccorso ospedalieri dei positivi o di quelli che temono di esserlo. Serve quindi più collaborazione da parte della medicina di base affinché si intervenga nel domicilio di chi ne ha necessità” – conclude il governatore.

Quando davanti ad un comico mi dicevano “Simo ma perché non ridi?” rispondevo sempre “a me fa ridere Gigi Proietti“. Che grande dispiacere dover accogliere la notizia della tua morte, in questo giorno dei morti, il giorno in cui eri nato. E dire che convinta che fosse ieri il tuo compleanno, citavo la tua famosa frase sul teatro: “viva il teatro, dove tutto è finto, ma nulla è falso”. 

Sgomenta, come tutti, mi siedo e scrivo, con in testa il suono delle tue mille voci e quella risata così contagiosa che alla fine ci si doveva solo arrendere. Tu che scherzavi sulla tua età, che invecchiavi senza pretese, che conoscevi perfettamente la potenza della tua arte e che con un passo eri nel cinema e poi con il balzo tornavi a teatro. Impeccabile in ogni ruolo, faccio fatica a fermare l’immagine su una precisa performance.

Scherzavi spesso sul fatto che l’arte era arrivata senza esserne figlio. La tua famiglia era una famiglia come tante, eppure eri certo che l’arte arrivasse da quel nonno pecoraro che morendo lasciò poesie sparse, senza una virgola sbagliata.

Un romano la cui romanità è stata cultura, i tuoi sketch, le tue barzellette, le gag, hanno immortalato il tuo modo di fare arte e ti hanno reso immortale. Potevi raccontarla cento volte la stessa barzelletta, cento volte ridevo (e ridevi anche tu).

Trascinante, fresco, coinvolgente. Sei stato così per 80 anni che potevano essere di più ma che hai utilizzato affinché bastassero, per non farci sentire orfani della tua arte.

Imitazione, recitazione, poesie, parodie … eri così orgoglioso dei tuoi cavalli di battaglia, come quando facevi lo chansonnier francese in “ne me quite pas” però in romanesco, perché di Roma ne hai fatto un grande palcoscenico. Una voce unica ed inconfondibile, mille volti, mille personaggi ma un volto unico di teatralità che è stato la tua storia.

Se penso a te, penso alla grande sensibilità teatrale, un vero raccontastorie, un simbolo di bravura senza divismo. Eppure sei stato il mio mito. Quando avevo bisogno di ridere, di star bene, venivo a cercarti e trovavo sempre la tua grande arte, ad attendermi.

Sei stato un acrobata, sei stato capace di passare dall’interpretazione di “come pioveva” con Renzo Arbore” alla comicità nel film “Febbre da Cavallo”, alla tua raffinata idea del “Golden Globe” a Villa Borghese.  Sei stato un curioso, e quella curiosità che tu chiamavi “vizio” ti ha reso formidabile in ogni step artistico.

Come si fa a citare tutto quello che hai fatto, Gigi? Oggi ognuno di noi ti dedicherà un pensiero, una parola, una lacrima; in questo giorno così triste e ammantato di dispiacere, in questo giorno in cui egoisticamente non vorremmo mai aver ricevuto questa notizia, mentre tu vai via, con l’eleganza che ti ha sempre contraddistinto ma anche con il “coup de théâtre” che dice molto di cosa sei stato.
La vecchia c’è, non ci possiamo fare niente” – dicevi mentre confessavi che te ne eri liberato quando avevi smesso di tingerti i capelli. La vecchiaia ha fatto la sua parte, tu la tua.

Ciao Maestro, e grazie di tutto.

Simona Stammelluti