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Un mese dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, che doveva essere una guerra lampo da mettere a segno in 72 ore, ed invece l’Ucraina resiste e il mondo è ancora con il fiato sospeso.

Tutto è iniziato con quel discorso di Putin in cui si annunciava un’operazione speciale per “denazificare” l’Ucraina, ma in realtà era una invasione, ripida sulla carta ma fermata invece da una resistenza inaspettata.

Zelensky indossata la maglietta mimetica si trasforma proprio nell’immagine della resistenza di un intero popolo, gli appelli al mondo, il voler restare tra la sua gente. E ancora la comunità internazionale che si compatta, la geopolitica che ridisegna i suoi profili e la minaccia nucleare che fa sempre più paura, di fronte a Putin che sigilla il suo paese dove non si può manifestare, nominare la parola guerra, navigare su internet, perché la verità vista da Mosca sembra davvero essere rovesciata.

E poi gli ucraini che combattono, che fuggono e poi la porta aperta dell’accoglienza.

Un mese che vale un libro di storia, da riscrivere.

Un mese in cui abbiamo imparato a memoria i nomi delle città ucraine sotto assedio, bombardate;  nomi che ignoravamo fino ad un mese fa e che non sapevamo neanche dove fossero posizionate sulla cartina geografica. Oggi di quelle città conosciamo ogni dettaglio, mentre cadono sotto le bombe che hanno distrutto ospedali e teatri e abitazioni civili, mente provano con tutte le loro forze a resistere, mentre le famiglie vengono  sventrate, i bambini destinati ad un futuro difficile, lontani dalle loro case e da una serenità che spetta invece loro di diritto.

Un mese scandito da tensione altissima, con migliaia di vittime e milioni di profughi. La risacca della guerra trascina le vite squassate dal naufragio dell’Ucraina invasa. Valigie gonfie di relitti di una vita che si sa dove e perché è finita ma si ignora dove e quando ricomincerà.
Gente che si sposta su campi minati, donne con i bambini, bambini che si spostano da soli e che rischiano di alimentare la tratta.
Sono stremati e non riescono neanche a provare sollievo. I bambini tacciono. I loro silenzi pare circondarli.
Nelle città bombardate però restano anziani e disabili e chi non ha nessuno.

Un mese di guerra che ha il volto delle donne, che provano a mettersi in salvo, a mettere in salvo.

Abbiamo familiarizzato con parole come bunker, coprifuoco, sirene, contraerea, corridoi umanitari.

Abbiamo conosciuto il presidente ucraino Zelensky che ha dimostrato di avere nervi saldi e capacità strategiche, che ancora oggi invita il mondo a schierarsi dalla parte giusta, a scendere in piazza, a dire no alla guerra.

Un mese di guerra in cui cresce la ferocia russa, così come crescono preoccupazioni e problematiche a livello mondiale che però pesano sulla vita di tutti. Paura per le centrali nucleari, paura di una guerra sul filo del rasoio, paura per un futuro che è difficile da riscrivere.

L’offensiva russa sale di livello ogni giorno di più ma l’Ucraina resiste e Kiev – che è l’obiettivo di Putin –  non si arrende.
Bombe al fosforo. La Russia è in difficoltà e così usa armi vietate dalle convenzioni internazionali, spara sui civili e chiede i pagamenti del gas in rubli.

Un mese di guerra, e di morte; muoiono civili, tanti civili, bambini e giornalisti. Oggi è morta sotto i colpi di artiglieria la giornalista russa Oksana Baulina, che stava documentando la distruzione di Kiev provocate dalle truppe del suo stesso paese dal quale era dovuta fuggire a causa delle sue inchieste anticorruzione.

Un mese che ha cambiato la vita di tutti, un mese in cui ci si sveglia sperando che di sentire che è tutto finito, ma la fine ancora non lascia intravedere la sua ombra.

 

 

 

Sissy Castrogiovanni, torna nella sua amata Sicilia per presentare live il suo nuovo disco intitolato Terra, un album pubblicato dall’etichetta Manū Records e registrato insieme a un nutrito e prestigioso parterre di musicisti blasonati in ambito internazionale come Lihi Haruvi (sax soprano), Tim Ray (pianoforte), Jesse Williams (contrabbasso e basso), Jorge Perez-Albela (batteria e percussioni) e Jamey Haddad (percussioni).  Ospiti Puccio Castrogiovanni (marranzano e zampogna), Claudio Ragazzi (chitarra), Marcus Santos (percussioni) e Fabio Pirozzolo (tamburi siciliani), oltre a un gruppo vocale e a un quartetto d’archi.

Nel tour siciliano, invece, che prevede la prima data giovedì 24 marzo alle 21:00 al “Teatro ABC” di Catania (in seno al Catania Jazz), la seconda al “Teatro Golden” di Palermo venerdì 25 alle 21:00 (Nomos Jazz) e in chiusura sabato 26 alle 21:00 al “Teatro Margherita” di Caltanissetta (Women in Jazz), Sissy Castrogiovanni calcherà il palco assieme a Tim Ray (pianoforte), Jesse Williams (contrabbasso e basso) e Jorge Perez-Albela (batteria e percussioni).

Concepito in pieno solco contemporary jazz, intriso di deliziosi intarsi armonici e inebrianti metriche dispari, Terra è un immaginifico dipinto sonoro dagli effluvi mediterranei, dal calore siculo e africano, un sapido mélange stilistico che accoglie abbacinanti colorazioni tipiche della world music e dell’ethno jazz, pur senza mai prescindere dai preziosissimi elementi di chiara declinazione jazzistica più tendenti alla tradizione. Eccezion fatta per due brani (ri)letti e tratti dal repertorio tradizionale siciliano, il CD consta di composizioni originali figlie della fervida creatività di Sissy Castrogiovanni, anche autrice dei testi e degli arrangiamenti. L’artista siciliana descrive così il mood della sua creatura discografica: «Questo album è un inno alla stupefacente intelligenza e millenaria saggezza della Terra, che risiede anche nei nostri corpi, nelle nostre menti e nei nostri cuori. Un’intelligenza profonda, intrinseca in ogni singola cellula di cui siamo fatti, della quale dovremmo semplicemente imparare a fidarci. In una frase: Terra esorta a fidarci di questa saggezza e ad affidarci alla magia della vita». Terra Tour 2022 è una ghiotta occasione, non solo per i jazzofili della prima ora, di poter assistere a tre concerti dall’alto contenuto artistico, culturale ed emozionale, grazie alle notevoli qualità di Sissy Castrogiovanni e dei suoi tre formidabili partner.

Sissy Castrogiavanni, musicista siciliana completa ed eclettica, dal talento cristallino, compositrice e arrangiatrice ma soprattutto raffinata cantante dal policromatico ventaglio timbrico, brillante nella gestione dell’intonazione, nella cura della dinamica e dell’emissione, Sissy Castrogiovanni è un’artista che grazie alle sue indubbie doti ha condiviso la scena al fianco di vere e proprie star del jazz mondiale come Bobby McFerrin, Jack DeJohnette, Patrice Rushen, Javier Limon, solo per menzionarne alcune. Ha esportato il suo talento a tutte le latitudini, in Europa, negli Stati Uniti e in Sud America. A tal proposito, particolarmente degni di nota i concerti alla “Symphony Hall” di Boston e al Parlamento Europeo. Alla sua intensa attività concertistica, affianca quella didattica come docente di canto presso il prestigiosissimo Berklee College of Music (Boston), per cui oggi è statunitense d’adozione e d’azione. Durante il suo ricco percorso artistico ha ottenuto numerosi consensi e raggiunto importanti traguardi come la vittoria al “Live Art Boston Award” e il piazzamento da finalista all’”International Songwriting Competition”, con un suo brano dal titolo Africannu. Anche la stampa specializzata internazionale, come le famosissime testate giornalistiche Down Beat e Jazziz Magazine, hanno elogiato le qualità di Sissy Castrogiovanni. Invece, per quanto concerne l’attività discografica, Intra lu Munnu è il suo primo album, un lavoro che ha suscitato un grande interesse specialmente da parte della critica musicale statunitense. Inoltre spicca la sua collaborazione con il batterista e percussionista Jorge Perez-Albela, per il quale (da cantante solista) ha inciso il CD The Time is Now (cantando in inglese, spagnolo e portoghese) – e SungDeep in collaborazione con Joey Blake. Da leader, invece, Terra è arrivato al ballottaggio per le “Nomination Grammy Awards 2020” in quattro categorie: “Best Vocal Jazz Album”, “Best Arrangement”, “Best Improvised Jazz Solo” e “Best Engineered Album”.

Rita Mantuano fa diventare i suoi ricordi, un dono.
Scrivendo “Bianca come la luna“, racconta la storia vera che fu di sua nonna Erminia.
Ma lo fa come se fosse proprio sua nonna, a raccontare la sua travagliata vita ai lettori.
Sapiente con le parole, utilizzando un registro medio, facendo ricorso ad un linguaggio chiaro, la scrittrice lascia che a parlare sia sua nonna, così come aveva fatto con lei, e dunque regala quei racconti e i suoi personali ricordi al lettore, che si trova dinanzi ad una storia vera ma che ha dell’incredibile, perché la protagonista del racconto, vive tante vite in una, attraversa vicissitudini difficili da reperire in una vita sola. L’amore però regna tra le pagine del libro, da quello per l’uomo che l’ama e che la rende madre e vedova nello stesso giorno, all’amore per sua figlia che per lei è tutto, dalla violenza subita, alla guerra sino al suo epilogo in una casa di cura, dopo aver anche vissuto il manicomio.

Nel viaggio tra le pagine del libro ci si commuove, ci si immedesima, si empatizza con la protagonista e ci si domanda quanto difficile sia stato per Rita Mantuano raccogliere la vita e la storia di quella nonna alla quale fu molto legata, per trasformarla in un vero e proprio racconto; tutto questo senza pretese, ma con la delicatezza che le vicissitudini accorse ad Erminia richiedevano.
La narrazione parte in medias res e poi fa un salto temporale nel passato remoto.
Dall’ultimo periodo dell’esistenza di nonna Ermina, quello forse più fulgido nella memoria di Rita Mantuano, indietro fin dove tutto ebbe inizio, attraversi una analessi attenta e dettagliata.

Ho apprezzato molto la modalità dell’autrice di sottolineare degli aspetti sociali e antropologici di un tempo andato ma che sono purtroppo ancora molto radicati, come il pettegolezzo, le dicerie, le malelingue. E poi ancora il senso di colpa, perché nonna Erminia vive anche questo sentimento.
Su tutto quella capacità di sottolineare come nel destino di ognuno vi è una linea sottile che separa la cosa giusta da fare, da quella che semplicemente si fa.
Dalle pagine del libro vien fuori il carattere di una donna che nell’inizio del secolo scorso, ha retto i colpi della vita, con fierezza, con tenacia, per poi a tratti arrendersi, accolta dalla consapevolezza di essere umana e fallibile e fragile, come tutti.

Trovo giusto non svelare il perché di quel titolo e l’epilogo della storia, che chiude un cerchio e lascia dentro l’essenza di una vita che è stata degna di essere raccontata.

Molto suggestiva la trascrizione della lettera che Suo nonno Eugenio mandò alla sua amata mentre espletava il servizio militare.
A tratti commovente, così come il racconto che Rita fa della somiglianza della firma di suo nonno che era identica a quella di sua mamma Eugenia, che di suo padre portava il nome e la capacità di amare.

 

Ci proviamo ad ignorare la festa per commemorare la figura della donna, ma ci sfiora sempre l’idea (e meno male) di ciò che una donna rappresenta e della difficoltà che ancora oggi deve affrontare per sgretolare i luoghi comuni, le etichette, le condizioni che la pongono ancora sul gradino più basso. Una donna che parla ci mette molto più tempo per essere ascoltata e per convincere della bontà del suo dire, la sua competenza è ancora la seconda scelta, come si veste fa ancora più notizia di quello che fa e di come lo fa, come se fosse marchiata dalla incapacità di tenere testa nei luoghi che contano, nei dialoghi con gli uomini, o dentro un sistema nel quale possono e sanno essere ingranaggi eccellenti, ma che nessuno “lascia andare”.

Sostitute, spesso di qualcuno, e se difendono la propria bravura e le proprie idee sono chiamate ancora femministe.
Sempre tanta, troppa fatica in più, perché il nome femminile singolare si apostrofa vicino all’articolo, ha bisogno di qualcosa che “tenga unito”, per avere un senso. Ed invece il senso è tutto dentro l’essere, che non ha articoli da coniugare e apostrofi da aggiungere. E la parola “emancipazione” dovrebbe riguardare il modo di guardare al valore dell’altro, non alla difesa di un ideale di vita che è comune ed è privo di genere.
Perché ci si scopre aggressive e stanche, perché la difesa è d’obbligo, la salita faticosa, perché non ci si può mostrare fragili, frustrate o capaci di disappunto. Ed invece l’essere fragili non annienta la competenza. Tutti lo siamo, chi più chi meno, senza distinzione di genere, e il disappunto è una carta usata per contemplare il giudizio critico, non per dissentire a priori.

Che non siamo Cenerentole lo si è capito, ma se lo si vuole essere per scelta, se si vogliono stirare le camicie al proprio uomo, non lo si deve giustificare, né deve significare che ci si è piegate a chissà che cultura patriarcale.

Il coraggio di essere, di scegliere, e di sedere accanto a chi ha le stesse competenze, di vedere riconosciuto un ruolo, a prescindere da come si è vestite, pettinate, truccate. Questo deve contare.

Le donne raccontate dalla cronaca negli ultimi giorni sono donne che imbracciano i fucili, che vengono stuprate negli scenari di guerra, e che poi prendono per mano i loro figli, se li caricano addosso e li mettono in salvo, costi quel che costi, perché se non lo fanno loro, non lo farà mai nessuno. Le donne che sanno quello che devono fare, che soffrono e piangono, ma non sono deboli, e che l’esistenza la mettono in riga come si fa con le trincee. E mentre la diplomazia siede a tavoli importanti in giacca e cravatta, si fa ancora la guerra alle donne, la cronaca le onora solo quando cadono, sotto i colpi della violenza e quasi mai per i meriti che hanno e che meritano, quando li meritano.

Le immagini vanno comprese e discusse, non sempre e solo archiviate.
Non bisogna dimenticare, far finta che non sia successo, o chiudere gli occhi pensando che lontano dal nostro modo di vivere, alcune realtà non esistano.
Guardiamo al loro dolore, quando c’è, con empatia. Guardiamole quando imbracciano le armi, ogni giorno, che non sono quelle fisiche, che feriscono e portano distruzione tutt’intorno, ma sono quelle che vestono mentre si incamminano in un campo minato dell’indifferenza, dove diritti e doveri non coincidono quasi mai e si deve ancora sgomitare, urlare, porsi al centro del mondo che è fatto di dettagli principali ed altri trascurabili, ma che ci chiede di avere senso e valore; quel valore che si siede accanto al domani, quando qualcuno forse si desterà e proverà a non distrarre lo sguardo.

E allora i fiori metteteli nei cannoni, noi non ne abbiamo bisogno, prendete per mano la consapevolezza che c’è una dimensione femminile plurale, che non ha nulla a che vedere con il linguaggio inclusivo ma che pulsa dentro una realtà che ha avuto l’onore di essere abbellita da donne che hanno lottato, cambiato il mondo e che continuano a farlo, anche in posti del mondo dove non esistono feste comandate, donne che non si arrendono, neanche sotto il suono delle bombe.

Il peccato originale lo abbiamo pagato e poi scambiato con il ruolo di “colei che accoglie”, che “porta in grembo”, che “protegge”.
E allora che si condivida un tempo e uno spazio, che si possa camminare a fianco, che ci si inchini davanti alla bravura, che è sostantivo femminile, ma che riguarda semplicemente l’essere umano capace e di buona volontà.

 

Ciro Zerella, cantautore avellinese, classe 1993, tra i protagonisti dell’ultima edizione di Musicultura e con un bel po’ di lavori discografici alle spalle, mette sempre più i piedi nel mondo dell’ Indi, e tira fuori dal cappello della sua ispirazione una canzone molto interessante, “I tuoi denti” nella quale ha saputo ben coniugare la musica, ad un testo che non solo tiene conto della metrica, ma fa sposare in maniera originale le parole con il loro significato. Una canzone autobiografica, come racconta lo stesso autore, che parla di amore e di origini, di voglia di trovare il proprio spazio, ma anche di attesa del momento giusto.

“I tuoi denti” (che mordono bene) come canta Zerella, sono un piccolo mondo privato, che si incastra bene con l’uso sapiente di similitudini, con quell’attesa verso qualcosa che si deve compiere, “come una crepa nel muro che trova testarda il suo spazio“.

Le parole non le usa a caso, Zerella, le contestualizza con il senso di tutto, sono parole ispirate:

che sale sul tetto soltanto quando il peggio è passato, 

 che salto sul letto soltanto quando il meglio è arrivato”

La musica e l’arrangiamento sorreggono le intenzioni del pezzo. La voce di Zerella si appoggia al pianoforte che lo accompagna, e si accosta poi alla risposta dei fiati, degli archi e dei cori, che gli consegnano una risposta, mentre galleggia il ritornello.

Un pezzo suggestivo impreziosito dalle immagini di un videoclip che da oggi è disponibile sul suo canale YouTube.

Un video girato sapientemente, in 4:3 con un’ottima fotografia che sfrutta il buio, protagonista della storia di Zerella, rotto dalla percezione della luce che illumina stanze, luoghi e strade senza una precisa identità, ma scontorna l’immagine del protagonista che si cimenta in pezzi di vita, di normalità, che si muove nei suoi spazi comodi, dentro la sua confortevole città, con i limiti di chi sa di essere al proprio posto, in un ruolo che muta i traguardi e che ti aspetta alla fine della corsa.

Cresce la maturità artistica di Zerella, che diventa sempre più disinvolto nel raccontare la sua musica, che si mette alla prova e riesce sempre meglio, e che incontra ogni volta l’attenzione di pubblico e critica, mentre la sua passione diventa, canzone dopo canzone, un mestiere, che per quanto difficile, (quando non hai strade spianate) sa trasformarsi in un luogo appagante, proprio come questo suo ultimo lavoro, di pregio e degno di nota.

 

Abbiamo sfidato il tempo ostile della guerra e abbiamo fatto un bel viaggio nella musica e nella bellezza insieme a Massimiliano Rolff, musicista e compositore jazz, pronto per una tournée che lo porterà in tutta Italia con il ”Gershwin on air Live tour” che partirà da Acireale il 7 e 8 marzo, il 9 sarà a Palermo e poi via via fino a Verona il 20 marzo p.v.

Queste tutte le date:

07.03 ACIREALE
08.03 ACIREALE
09.03 PALERMO
10.03 REGGIO CALABRIA
11.03 BARI
12.03 ANDRIA
13.03 TARANTO
15.03 ROMA
16.03 CALCINAIA
17.03 BOLOGNA
18.03 MILANO
19.03 GENOVA
20.03 VERONA

Insieme a lui abbiano parlato della sua carriera, del suo modo di concepire la musica, della sinergia tra i musicisti, di festival, dell’importanza dei jazz club, di come nasce l’idea per un disco, e di tanto altro ancora.

GUARDA L’INTERVISTA

 

 

 

Mertcan ha 20 anni e una famiglia da mantenere, genitori e un fratellino di 7 anni. Va a lavorare in fabbrica a Nichelino tutte le mattine in bicicletta, con qualunque evento atmosferico per guadagnare 600 miseri euro al mese.
Andava a lavoro anche quel giorno in cui i carabinieri sbadatamente hanno aperto di scatto lo sportello della loro auto, facendolo quasi cadere.
Il giovane avrebbe imprecato, come avrebbe fatto chiunque, e si è allontanato.
Ma quegli stessi carabinieri, lo fermano poco dopo. Mertcan non ha con sé la mascherina, non obbligatoria quando si va in bici ma ancora obbligatoria all’aperto (al momento dell’episodio) e dunque da fermi.
Un passante che assiste alla scena, si offre di dargliene una, ma i carabinieri non ne vogliono sapere (chissà perché!) e lo multano: 280 euro, ossia quasi la metà del suo stipendio.
Parte così una straordinaria gara di solidarietà per aiutare il giovane a pagare la multa ed anche un avvocato si offre di rappresentarlo, pro bono.
Più di qualcosa salta all’attenzione però e non quadra.
I carabinieri non sono immuni da errori, può essere che aprono lo sportello distrattamente. Bastava un “sorry”, in fondo non si era fatto male nessuno.
“Ha imprecato con parole colorite” – dicono i militari. Bah, mi domando cosa avrebbero detto loro, se fossero stati al posto del ciclista.
Così si vendicano, e lo fermano.
Ma non lo fermano soltanto, vogliono multarlo e non c’è verso di far loro cambiare idea. Vogliono vivere facile. Ed anche se il passante porge la mascherina al ragazzo per loro non va bene. Si chiama abuso di potere o no? Anche prevaricazione può andar bene.
E se avesse veramente imprecato, il giovane si sarebbe preso (sul momento) una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale e non certo una multa per una mascherina del piffero che tra l’altro il giovane era riuscito a reperire praticamente in tempo reale.
Come la vogliamo chiamare questa storia?
Direi che “una multa a tutti i costi” potrebbe andare bene.
A me mette davvero tristezza dover constatare che ognuno di noi potrebbe incappare in situazioni simili e sinceramente è svilente oltre che intollerabile.

È una situazione sicuramente molto delicata.
È legittimo non essere d’accordo sull’eutanasia come sull’aborto.
Una legge in merito però è necessaria, perché non obbliga ma regola una libertà di scelta.
Ma la legge non arriva.
E la consulta boccia il quesito referendario, perché “non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana“.
Ma la domanda che si frappone fra l’etica e il diritto è: è una questione personale dell’individuo, oppure è una questione sociale?
Sicuramente non avere una legge sull’eutanasia significa imporre, ossia non concedere libertà di scelta, e questo uno stato laico e democratico non può permetterselo.
Ma analizzando un po’ più da vicino la questione è più complessa.
Intanto la Corte Costituzionale è stata quasi costretta a rigettare il referendum perché, essendo abrogativo, avrebbe lasciato dei vuoti legislativi.
Pensiamo intanto che la libertà del singolo individuo finisce dove comincia il diritto alla salute della comunità. E l’eutanasia sicuramente è una scelta personale che non intacca la salute o il diritto di altri. Chi è sottoposto ogni giorno ad atroci sofferenze (perché a queste persone si pensa quando si parla di morte assistita) e quando la medicina non è in grado di dare una qualche speranza di guarigione, deve poter decidere di mette fine alla propria sofferenza. Fin qui non fa una piega.
Ma analizzando bene, il problema dell’eutanasia non è se un soggetto ha o meno il diritto di morire con dignità, ma se ha il diritto di essere ucciso, su richiesta, con il Servizio Sanitario Nazionale. È in questo passaggio, che la questione individuale diventa una questione sociale. Ed è per questo che serve una legge, che fa il parlamento e non si fa con un referendum. In teoria è questo alla base della risposta della consulta.
Perché allora non la si fa questa legge? Semplicemente per non inimicarsi il Vaticano? Non credo proprio.
Vorrei soffermarmi anche su un problema che sulla carta non esiste, ma che esiste nella realtà dell’applicazione.
La legge sull’aborto esiste, dal 1978, ma raccolgo testimonianze di donne che in Molise, non possono usufruirne, hanno difficoltà a praticarlo.
Anche l’aborto nasce a “tutela sociale della maternità“, come si legge sul portale del ministero della Salute. L’aspetto sociale è sempre contemplato, malgrado le difficoltà oggettive che investirebbero la pratica dell’eutanasia esattamente come accade con l’aborto (scelta personale).
Stessa cosa accadrà quando e se ci sarà una legge sull’eutanasia.
C’è anche molto da analizzare circa quel “diritto alla vita” previsto dallo stato laico e democratico, poiché dal punto di vista giuridico non esiste un “diritto alla morte“.

Però tocca fare un passo indietro, per chiarire la vicenda attuale.
Due anni fa circa, la Corte Costituzionale con la sentenza 242/19 aprì le porte al suicidio assistito. In quella occasione la consulta indicò alcuni criteri, rispettando i quali, il suicidio assistito non sarebbe stato punito. Questo vuol dire che il rispetto di quei criteri esprime certamente una”tutela minima costituzionale necessaria alla vita umana”. 
Il referendum, visto che era abrogativo, non poteva prevedere l’inserimento di alcuni criteri per accedere all’eutanasia tramite l’omicidio del consenziente e quindi la Corte, forse, ha ritenuto inammissibile il quesito proprio perché la mera abrogazione seppur parziale del reato dell’omicidio del consenziente avrebbe permesso di uccidere chiunque, stante solo la presenza di un solo criterio: il suo consenso. Troppo poco per permettere l’eutanasia.

Quali dunque i criteri per chiedere di essere uccisi con il nostro consenso?
Il referendum puntava a eliminare quelle parti dell’art. 579 Cp che prevedono una risposta sanzionatoria, ma senza aggiungere nulla in merito alle condizioni per richiedere legittimamente di essere uccisi. Pertanto si può concludere che, dal momento che l’uccisione del minore, dell’incapace o della persona a cui si è estorto il consenso, sarebbe rimasto reato anche dopo la vittoria dei Sì, sarebbe stato necessario un consenso giuridicamente valido per uccidere qualcuno. Ma null’altra condizione si sarebbe dovuta rispettare.

L’Associazione Luca Coscioni aveva previsto questo qui pro quo e aveva tentato di mettere una pezza dichiarando quanto segue: “Con questo intervento referendario l’eutanasia attiva sarà consentita nelle forme previste dalla legge sul consenso informato e il testamento biologico, e in presenza dei requisiti introdotti dalla Sentenza della Consulta sul Caso Cappato”. In breve, i Radicali ci stavano dicendo che per non finire in galera per omicidio del consenziente sarebbe stato necessario rispettare i vincoli presenti nella legge 219 prima ricordati e quelli della sentenza 242/19 della Corte costituzionale confluiti nel Ddl Bazoli-Provenza. Ma i requisiti previsti dalla legge 219 riguardano solo alcune modalità di uccidere il consenziente, non le infinite modalità che sarebbero state legittimate con un’eventuale vittoria dei Sì.

Pertanto il punto fondamentale resta che i requisiti per accedere all’eutanasia, allo stato attuale, sono diversi e cambiano a seconda della disciplina normativa di riferimento. Abbiamo quindi alcuni requisiti presenti nella legge 219 e validi solo per alcune modalità per sopprimere il consenziente (o anche il minore e l’incapace tramite il consenso del rappresentante legale); molti altri requisiti che interessano il suicidio assistito disciplinato dal Ddl Bazoli-Provenza; ma quasi l’assenza di requisiti in quel che sarebbe rimasto dell’art. 579 Cp sull’omicidio del consenziente se il referendum fosse stato accettato dalla Consulta e se, poi, avessero vinto i Sì.

La domanda che nasce spontanea a questo punto è: cosa potrà accadere in futuro di fronte a questa disparità di regolamentazione?
L’ipotesi più probabile è che si renderanno omogenei i criteri di accesso all’eutanasia estendendo quelli su indicati.
Pertanto anche se il referendum è stato bocciato, il reato di omicidio del consenziente in futuro possa comunque essere depenalizzato, così come sta accadendo per il reato dell’aiuto al suicidio, prevedendo alcune “condizioni legittimanti”.

Quanta fatica però.
La scelta dell’eutanasia è dunque una questione sociale e pertanto va legittimata attraverso una legge, senza troppe storture che permettano di “adeguare” qualcosa che è si è già compiuto, in favore di una condizione in divenire.

Si parte il 24 febbraio e si continuerà fino al 6 marzo con le audizioni live al Teatro Lauro Rossi di Macerata, visibili anche in diretta streaming sui canali social di Musicultura. Un viaggio di dieci serate live nella musica italiana. Nella serata di apertura sarà ospite Cristina Donà

Sono partiti in 1086 e sono diventati 61 gli artisti e artiste in gara per l’edizione 2022 di Musicultura, il Festival della Canzone Popolare e D’Autore. Tra questi 61 c’è anche Ciro Zerella, in arte Zerella, avellinese classe 1993, che da tempo calca le scene del cantautorato, che è il suo luogo ideale, e la partecipazione a Musicultura è per lui un ottimo traguardo da festeggiare, tanto quanto i suoi dischi che riscuotono ottimi consensi tra pubblico e critica.

Tutti gli artisti convocati a Macerata dovranno esibirsi con due brani davanti al pubblico e alla giuria di Musicultura, presieduta dal direttore artistico Ezio Nannipieri e composta da Stefano Bonagura, Marco Maestri, Roberta Giallo; Natascia Mattucci e Roberto Giambò.

Zerella parteciperà alle audizioni con i i brani “Prenderti o perderti” tratto dall’album “Sotto casa tua” del 2018  e “Tutta Bianca” singolo uscito nel settembre 2019.

Al termine delle audizioni saranno 16 i finalisti che faranno due concerti al teatro Persiani di Recanati in collaborazione con Rai Radio 1 (radio ufficiale di Musicultura), nel prossimo mese di Maggio. Le loro canzoni comporranno inoltre il CD compilation della XXXIII edizione. Le canzoni finaliste godranno anche di un’ampia diffusione radiofonica e il pubblico avrà modo di votarle per designare due degli otto vincitori. I restanti sei vincitori saranno espressi dalle scelte insindacabili del prestigioso Comitato Artistico di Garanzia di Musicultura, che nell’edizione in corso è composto da: Vasco Rossi, Roberto Vecchioni, La Rappresentante di Lista, Enzo Avitabile, Claudio Baglioni, Francesco Bianconi, Giorgia, Carmen Consoli, Simone Cristicchi, Sandro Veronesi, Niccolò Fabi, Dacia Maraini, Gaetano Curreri, Maria Grazia Calandrone, Luca Carboni, Alessandro Carrera, Guido Catalano, Ennio Cavalli, Diego Bianchi, Teresa De Sio, Francesca Archibugi, Mariella Nava, Antonio Rezza, Enrico Ruggeri, Tosca, Paola Turci, Ron.

Gli otto vincitori di Musicultura saranno protagonisti nel prossimo mese di giugno – insieme ai  prestigiosi ospiti italiani ed internazionali – delle serate di spettacolo finali del festival, all’Arena Sferisterio di Macerata. Lì sarà il voto del pubblico ad eleggere il vincitore assoluto del concorso, al quale andrà il Premio Banca Macerata di 20.000 euro.Verranno inoltre assegnati la Targa della Critica Piero Cesanelli (€ 3.000), il Premio AFI (€ 3.000), il Premio per il miglior testo (€ 2.000) e il Premio (€10.000) per la realizzazione di un tour, col sostegno di Nuovo Imaie.

Siamo abituati ad applaudire Tony Servillo che non sbaglia mai un colpo, che è – a buona ragione – il miglior attore italiano vivente, capace di vestire qualunque ruolo facendo dimenticare il precedente. Non è lui, è tutti i personaggi che è stato, ed ogni volta è una rivelazione.
Ci si stupisce ogni volta, malgrado si conoscano ormai bene tutte le sue peculiarità artistiche.
Le sue interpretazione sono sempre appaganti, e lui resta uno dei pochi attori che riesce a girare anche tre film in un anno.
In quello passato lo abbiamo visto in “È stata la mano di Dio” di Sorrentino, candidato anche all’Oscar, in “Qui rido io” di Mario Martone, che sembra scritto sulla sua “napoletanità”, nel quale veste magistralmente i panni del padre dei fratelli De Filippo che dal genitore avevano ereditato l’arte del teatro ma mai il cognome, e poi Ariaferma“, di Leonardo Di Costanzo, che è dei tre il film con maggiore spunto di riflessione considerato l’aspetto sociale, quello che riguarda la problematica delle carceri e di chi ci lavora, ma che al contempo fa riflettere sul ruolo attoriale, su come si può costruire un film con una storia ben sceneggiata, ma anche con una coralità che nasce dalla scelta degli attori e della capacità di muovere i personaggi della storia.
Ed è proprio il personaggio di Carmine Lagioia, un detenuto non proprio come tutti gli altri, che consegna a Silvio Orlando la possibilità di mettere in scena una delle sue migliori performance. È infatti Orlando a colpire non solo per come recita, ma anche per come utilizza quel ruolo, affatto semplice, per “tenere banco”, per catalizzare su di sé l’attenzione, il pathos scena dopo scena, fino alla resa dei conti, ossia un legame che unisce un detenuto e una guardia carceraria, non una qualsiasi, ma chi gestisce l’alternanza di scelte, tra azioni e regole.

La storia di 12 detenuti che scontano la loro pena in un penitenziario ottocentesco, che viene dismesso ma che li “imprigiona” dentro un trasferimento che tarda ad arrivare e che li costringe a vivere isolati dentro l’isolamento, in  un tempo sospeso, che si presta, dal punto di vista drammaturgico, alla costruzione di uno spazio privo di coordinate.
La straordinaria fotografia di Bigazzi, aiuta a rendere bene l’idea di un posto isolato, buio e al contempo oscuro, ostile, inospitale, che si fa fatica a immaginare come un luogo che possa ospitare chiunque, fossero anche detenuti da punire.
Lo spannung nel film è graduale e costante, quella continua necessità di effettuare una scelta, che può solo essere giusta o sbagliata, senza vie di mezzo, che può essere condivisa o meno dai sottoposti, che deve essere forza, dentro una fortezza.

Gaetano Gargiuolo (interpretato da Tony Servillo) deve coordinare la vita in quel carcere surreale, deve scegliere costantemente come approcciare alle richieste e al carattere di ogni detenuto, che ha bisogni, ha paure e necessità sia fisiche che emotive. Deve decidere a volte in fretta, senza potersi neanche confrontare con i suoi collaboratori; il gioco diventa a due, tra il detenuto più forte caratterialmente (Orlando) che ha un grande carisma e potere sugli altri, e lo stesso comandante, che gli affida il ruolo di cuoco improvvisato, per tenerlo quanto più possibile sotto controllo, pur sapendo che mai provocherebbe rivolte, considerato che lo stesso è ormai a fine pena. Il controllo è però reciproco, ecco il ruolo psicologico del film. Il detenuto è scaltro, sa come muoversi, sfida costantemente il suo diretto interlocutore, agisce e aspetta la reazione dell’altro, che non può certo soccombere ma per farlo deve essere altrettanto astuto e deve scegliere come agire, senza tradire mai il suo ruolo e senza tradirsi mai.

I dialoghi sono calibrati su ogni personaggio, eppure a parlare sono in maniera sfacciata gli occhi dei protagonisti; gli sguardi si insinuano nel silenzio tra le parole, si fanno strada dentro le incertezze circa ciò che avverrà un attimo dopo e diventano complici dello spettatore che se ne ciba, mentre si insinuano nella storia. La prossemica e le espressioni dei volti dei protagonisti, sono molto più efficaci di ciò che dicono.

I rapporti tra Lagioia e il giovane detenuto Fantaccini sono colonna portante della pellicola, tanto quanto quelli con Gargiuolo, del quale sarà allo stesso tempo antagonista ed alter ego.
La bravura di Di Costanzo si innesca in quella capacità di dare alla storia un senso sempre, pur quando allo spettatore tocca fare da sé, ossia provare a comprendere l’aspetto psicologico dei personaggi, come quanto ci si interroga su quel comportamento del detenuto anziano sul giovane, per cercare di capire se il ruolo è paterno, o manipolatore.
Orlando nei panni di Lagioia è un leader, è capace di condurre tutti nella direzione giusta, sa come fare, meglio di chi detta le regole e dice chi deve fare cosa, come e quando. Il personaggio è dotato di una sensibilità strana da intercettare nell’ambiente carcerario, ma mai banale.
Tante le situazioni eccezionali che si verificano all’interno di quel carcere e che vanno affrontate in fretta ma con lucidità: la necessità di vivere una sola ala della prigione, il poco personale che deve lavorare il doppio, lo sciopero della fame dei detenuti, il mancato invio di cibo, la luce che va via e lascia tutto al buio, nella paura che possa accadere l’irreparabile. E poi invece la soluzione a tutto, come se i protagonisti della storia non fossero detenuti ma commensali ad una comune e gioiosa mensa (autorizzata).
La panoramica sugli occhi di tutti i detenuti che siedono a tavola mentre uno di loro, Jahmal, proclama un aneddoto è estremamente suggestiva.
Occhi attenti che parlano, che raccontano, che fanno spazio alla realtà.
Racconta e poi lascia sottintendere, il regista.
Racconta e lascia sottintendere caratteri e umanità dei detenuti, che spesso vengono disumanizzati e inariditi dall’idea che ci si fa di chi vive le carceri. Racconta e lascia intendere la difficoltà nelle decisioni da prendere non nell’esecuzioni di ordini che a volte solo sterili rituali.
Racconta e lascia sottintendere quanto i luoghi comuni ci rendano incapaci di comprendere quel mondo duro, buio, nel quale avanza sempre la speranza e la voglia di redenzione, a patto che ci sia uno scambio  scevro da ogni pregiudizio.
Una regia misurata, sensibile e e capace di grande umanità ed a tratti di tenerezza.
Tra gli attori scelti dal regista c’è anche Salvatore Striano, nel ruolo di Cacace.
Striano, napoletano, classe 1972,  che diventa attore dopo essersi appassionato alla recitazione dal carcere di Rebibbia dove è stato recluso a seguito dell’arresto avvenuto dopo una lunga latitanza e una detenzione a Madrid.
Ariaferma è un gran bel film, con un cast d’eccellenza, un cast che vede due coetanei, entrambi napoletani, Orlando e Servillo che finalmente possono affrontarsi, dopo essersi apprezzati a vicenda e attesi, che fanno a gara a chi è più bravo.

Un film che intercetta la realtà scavando in essa, cercando la dimensione in cui due mondi possano conciliarsi.
In quel titolo “Ariaferma” c’è l’ossimoro di quel che si muove dentro la volontà di ognuno, tenuta prigioniera dal gioco dei ruoli e nella chiusura forzata di molte intenzioni.
Una nota di merito va anche alle musiche, che non sono affatto marginali alla pellicola.
Scritte e realizzate da Pasquale Scialò, musicologo e compositore, sono estremamente suggestive, così come il clap handing di Steve Reich, mentre si chiudono tutte le porte delle celle. Il tutto si fonde e ci si ritrova dentro il penitenziario senza più luce né certezze.

Simona Stammelluti