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Si è tenuto ieri ad Agrigento un convegno medico sul tema “Focus sul carcinoma del colon retto. Stato dell’arte ed importanza dell’integrazione Ospedale – territorio”.

Motivo dell’incontro le nuove tecnologie e nuove frontiere per ridurre al minimo tutti i disagi e tutti i problemi che possano scaturire da un evento oncologico del genere.

Responsabili scientifici del convegno il dott. Antonio Savarino e il dott. Alfonso Maiorana. Tante le professionalità mediche che hanno trattato l’argomento, tra cui il prof. Carmelo Sciumè, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Generale, Endoscopia e Laparoscopia Generale del San Giovanni di Dio di Agrigento il quale si è soffermato sullo stato dell’arte del trattamento locoregionale.

Sono emerse alcune novità circa l’esecuzione della colonscopia così temuta dalla gran parte della popolazione. La preparazione non è più di quattro litri bensi di uno soltanto, è indolore per la somministrazione di farmaci sedativi, assoluta sicurezza e rispetto della privacy, strumenti endoscopici moderni, prevenzione della diffusione del coronavirus secondo linee guida, accessori monouso, abbigliamento adeguato fornito dall’ASP, comfort post endoscopia in apposita stanza “ sleeping Room”.

Tra l’altro, ormai si tratta di un intervento di routine la chirurgia mininvasiva laparoscopica nel trattamento dei tumori del colon-retto, eseguita presso l’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Generale diretta dal Prof. Carmelo Sciumè; è ben tollerata e accettata dai pazienti poiché provoca minimo dolore post-operatorio,  precoce alimentazione, riduce i tempi di ospedalizzazione con esito estetico molto gradito dai pazienti e con rapida ripresa delle attività lavorative. Tutto ciò nell’assoluto rispetto della radicalità oncologica  e della  qualità di vita.

Questa, sostanzialmente, la relazione del prof. Sciumè: “In Italia si registrano ogni anno più di 50.000 nuovi casi di cancro del Colon-Retto, nel 25-30 %  già in fase metastatica e nel 10% le metastasi sono sincrone al tumore. In più del 90% il cancro del grosso intestino  origina da un polipo benigno. In un periodo che varia tra 5-15 anni definito “dwell time” il polipo benigno può degenerare verso la malignità. Questa progressione dovuta a variazioni genetiche, al tipo di alimentazione e all’ambiente in cui si vive, viene definita sequenza Adenoma ( tumore benigno ) – Carcinoma ( tumore maligno). L’ulteriore progressione del tumore maligno, qualora non diagnosticato precocemente,  sfocia nella formazione delle metastasi loco regionali e/o a distanza. Attraverso la via linfatica (  diffusione linfatica) nei linfonodi ubicati lungo i vasi sanguigni che irrorano il colon-retto, poi o contemporaneamente la diffusione delle cellule maligne, provenienti dal sito tumorale,  possono guadagnare e depositarsi a distanza nel fegato, polmone, cervello, ossa etc.   trasportate dal torrente ematico ( diffusione ematica). L’obiettivo di una buona sanità, che si deve offrire alla popolazione, è quello di intercettare, diagnosticare e asportare le lesioni tumorali, il più delle volte asintomatiche, quando sono ancora in fase iniziale cioè rimuovere il polipo adenomatoso benigno al fine di evitare la sua fatale progressione. Ecco l’importanza dello screening del cancro del colon-retto. Attraverso questo fondamentale presidio si possono diagnosticare i polipi benigni e rimuoverli con le moderne metodiche.

Lo screening si divide in tre livelli: 1° livello ricerca del sangue occulto ( SO)  nelle feci nella  fascia di popolazione di età superiore a 45-50 anni. 2° livello se la ricerca del  SO risulta positivo si invita il cittadino ad eseguire la colonscopia. 3° livello trattamento delle eventuali lesioni riscontrate alla colonscopia o per via endoscopica o mediante chirurgia miniinvasiva laparoscopica, o chirurgia tradizionale più o meno preceduta da chemio-radioterapia prima dell’intervento (neoadiuvante) o dopo l’intervento chirurgico (adiuvante ) in base alla stadiazione tumorale mediante l’esecuzione di TC torace e addome , Risonanza magnetica e Pet.   Tutto  ciò viene deciso collegialmente dal “team” multidisciplinare di cui fanno parte chirurghi, endoscopisti, oncologi, radiologi, radioterapisti, medici nucleari, anatomo patologi e psicologi al fine di decidere e proporre il più idoneo percorso diagnostico-terapeutico personalizzato al paziente secondo linee guida”.

Presenti al convegno anche infermieri che coadiuvano i primari in prima linea, tra questo l’esperto Calogero Volpe il quale nella qualità di infermiere dedicato ha disquisito sulla gestione della stomia. Ecco i punti più importati: “La stomia, ricordiamo, è il risultato di un intervento chirurgico mediante il quale si crea un’apertura sulla parete addominale per mettere in comunicazione l’apparato intestinale o quello urinario con l’esterno.  La creazione dello stoma rappresenta un salvavita e la corretta gestione della deviazione permette di migliorare la qualità della vita sia dal punto di vista della salute che da quello socio-relazionale. Oggi si è parlato della gestione della Stomia e dell’importanza dell’Infermiere “dedicato” cioè lo Stomaterapista che tramite master e corsi di formazione acquisisce delle competenze specifiche per poter assistere le persone atomizzate nel pre e post  operatorio accompagnando nel suo percorso per poter vivere questa sua condizione di vita con dignità e serenità”.

Posso sostenere di conoscere bene (artisticamente) Rossana Casale. Sono nata nel 1970 e quando lei appariva bionda e bellissima, che reggeva un contrabbasso sulla copertina in bianco e nero dell’album Incoerente Jazz,  avevo 19 anni, ero già completamente immersa nel mondo del jazz, al quale mio padre chitarrista jazz mi aveva iniziata, suonavo il pianoforte, e quella musica che per me è sempre stata “la Musica”, era in cima alle mie passioni. Io quel vinile lo possiedo e lo custodisco con cura, perché fu il segno distintivo di un’artista italiana che era molto più jazz di tante cantanti jazz dell’epoca. Di quell’album conservo il ricordo vivido di ogni parola cantata, di ogni nota e di quegli arrangiamenti che ad ascoltarli oggi, ti domandi dove sia finita la genialità di quegli anni e di quei musicisti, visto che in giro, ahimè non ce n’è poi tanta.
Lei brava, riconoscibile e bella. 
Tre caratteristiche difficili da dimenticare e da smontare.
Poi il resto lo fanno le scelte che si compiono, i musicisti con cui realizzi progetti e il proprio carattere.

Nel corso degli anni l’ho tenuta d’occhio, ho ascoltato quello che avesse da dire (artisticamaente) e poi ieri sera sono andata a sentirla. Avevo nostalgia. Nostalgia degli anni in cui la scoprii, nostalgia del suo modo di cantare il jazz, e di quel sorriso che ha sempre reso tutto perfetto, tutto rotondo, tutto impeccabile.

Ieri sera al Palacultura di Rende, nell’ambito della rassegna del “Settembre Rendese” Rossana Casale si racconta nell’abito che le è forse sempre calzato meglio. Lo fa in compagnia di tre  musicisti di talento, Giuseppe Santelli al pianoforte, Salvatore Calabrese al contrabbasso e Fabrizio La Fauci alla batteria. Lo fa attingendo alle sue radici jazz quelle che hanno influenzato tutta la sua carriera anche quando ha calcato il mondo del pop. Lo fa con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere, con la libertà che spetta a chi della musica ne ha fatto una ragione di vita, ma senza l’ossessione della perfezione a tutti i costi.

Ringrazia il pubblico che è intervenuto, sottolinea le difficoltà del suonare in questo periodo di restrizioni e il coraggio di esserci, malgrado tutto, malgrado le tante restrizioni.

Un concerto di 40 minuti, una carrellata di standard, omaggio a Billie Holiday, a Monk, alla Fitzgerald.
E’ leggiadra la Casale, chiudo gli occhi e riconosco la sua voce, il suo falsetto dura ancora, lo scat le è ancora congeniale. Io ho i brividi, lei un feeling prezioso con i suoi musicisti; dà loro gli attacchi, ne sbaglia uno e ricomincia. E’ ferrata in materia la Casale, è calata a pieno nelle parole dei pezzi che regala; “Good morning honey“, “Comes Love“, “Lullaby of Birdland“.

Ruby my dear” è solo nell’atmosfera piano e voce. La Casale ama ancora regalare emozioni, e non importa se ci sono alcune imperfezioni nel suo cantato; lei conserva la verve di chi nella musica si immerge per poi tornare al mondo soddisfatto e consapevole.

Durante il bis incomincia a cantare e poi si ferma rimproverando delle persone in prima fila perché avevano in mano il telefono. Ferma tutto e inizia la polemica. In prima fila c’è una giornalista di settore, che le ricorda come ognuno deve poter fare il proprio mestiere e che il lavoro di chi fa il mestiere dell’artista, necessita di chi racconti cosa accade, tanto quanto dell’applauso, se arriva.
Io personalmente mi aspetto che un artista salga su palco e canti, a prescindere da quello che succede in sala. Perché ci sono serate come ieri sera, nella quale sfidando cattivo tempo e restrizioni varie, c’è chi ha scelto di essere lì, per assistere ad una performance e per far vivere e pulsare il circuito della musica che innesca una sorta di osmosi che trasporta emozioni, sensazioni e voglia di far ritorno a casa con una piccola consapevolezza. La mia è stata che la Casale con quella polemica abbia rovinato tutto, abbia spezzato la magia e la tenerezza che in me era sorta accompagnata da una piccola commozione, mentre constatavo di essere invecchiata, mentre la Casale sembrava avesse sfidato il tempo che passa, tagliando solo un po’ i suoi riccioli biondi conservando in sé la linfa vitale delle radici del jazz.

Simona Stammelluti  

«Nonostante l’eccezionalità della situazione generata dal diffondersi del Covid 19, le Autorità nazionali e il Governo della Regione hanno prontamente adottato i rimedi legislativi necessari a gestire l’emergenza epidemiologica, limitando il ricorso a provvedimenti amministrativi derogatori in ragione di emergenze non codificate o che coinvolgono, per dimensioni, intere Comunità. Malgrado il quadro appena delineato, è prassi invalsa che alcune realtà comunali ricorrano all’adozione di ordinanze contingibili e urgenti per imporre misure di contenimento del contagio maggiormente restrittive rispetto a quelle individuate nei vari atti normativi emanati, come ad esempio la chiusura, in tutto o in parte, degli Istituti scolastici e dei nidi comunali».

Lo scrivono gli assessori regionali all’Istruzione Roberto Lagalla, alla Salute Ruggero Razza e alle Politiche sociali Antonio Scavone in una lettera congiunta inviata ai sindaci dei Comuni siciliani.

Nel documento, gli esponenti del governo Musumeci richiamando «la necessità di uno stabile coordinamento inter-istituzionale, anche in ossequio al principio di leale collaborazione che deve caratterizzare l’agere amministrativo» sottolineano il «necessario coordinamento delle azioni a tutela della salute pubblica di concerto con le Autorità sanitarie competenti, le quali ben potrebbero circoscrivere il fenomeno del contagio attraverso l’adozione delle misure previste dai protocolli sanitari consentendo, dunque, la prosecuzione dell’attività scolastica».

In particolare, gli assessori regionali invitano i sindaci «a comunicare alle Autorità sanitarie eventuali criticità che si dovessero rappresentare presso gli Istituti scolastici, di ogni ordine e grado, che insistono sul territorio comunale, astenendosi dall’emanare ordinanze contingibili e urgenti le quali, adottate senza il necessario conforto dei Dipartimenti di prevenzione competenti, si appalesano per la apoditticità delle decisioni ivi assunte». La lettera, diramata poco fa, richiama il decreto legge 19 del 25 marzo 2020, con l’introduzione dell’articolo 3, con il quale «il Governo nazionale ha inteso limitare il potere riconosciuto ai Sindaci di ricorrere allo strumento delle ordinanze contingibili e urgenti per far fronte all’emergenza con misure divergenti da quelle legislativamente imposte». Nel documento, infine, si invitano le Asp a fornire ogni supporto ai sindaci.

Le immagini fin troppo esaustive, sono di questa mattina e si riferiscono all’ Hotspot di Lampedusa di contrada Imbriacola, dove risiedono attualmente 1200 migranti a causa dei 26 sbarchi che sono avvenuti ieri in sole 24 ore. 
Tutte le porte del punto caldo di frontiera sono spalancate: entra ed esce chiunque, siano essi migranti o altre persone la cui zona dovrebbe essere off limites.
Entra ed esce chiunque dunque, senza alcun controllo.
I cancelli dell’hotspot sono letteralmente incustoditi in barba a qualsiasi regola e alle norme di sicurezza e di sicurezza sanitaria, che invece dovrebbero essere osservate in maniera altamente scrupolosa.
Dal video si può constatare come i migranti siano completamente liberi di girare come se fossero in un mercato della qasba di Hammamet.
L’intera isola di lampedusa questa mattina era attraversata da centinaia di migranti a spasso senza alcun controllo.

Ogni altra parola ci sembra superflua.

Guarda il video

 

Fu un vile e barbaro omicidio mafioso. 

La “stidda” agrigentina fu spietata verso il giudice Rosario Livatino, che quel 21 settembre di trent’anni fa aveva solo 38 anni, percorreva la  SS 640 Agrigento-Caltanissetta a bordo della sua Ford Fiesta. Provò a mettersi in salvo a piedi, scappando dalla sua auto e dal commando omicida, ma trovò poi la morte dopo pochi passi. Si dirigeva senza scorta, in tribunale, per fare il suo lavoro con competenza, abnegazione e coraggio. Si dirigeva in tribunale per celebrare un processo a carico di alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro.

La stidda, la  derivazione di ribelli della classica mafia siciliana. Di solito ne fanno parte coloro che per un motivo qualsiasi vengono allontanati da “cosa nostra“. Ma non per questo sono elementi meno pericolosi, visto che gli scopi societari sono sempre stati quelli: controllo del territorio con metodi mafiosi e delle attività illecite in Sicilia (in particolare della zona di Agrigento e Caltanissetta).

I giudice Livatino – mai ricordato abbastanza rispetto ai suoi colleghi siciliani – fu il magistrato che per primo immaginò il colpo alla mafia con lo strumento della confisca dei beni. La sua “tangentopoli siciliana” si nutrì di indagini complesse sulle organizzazioni criminali di stampo mafioso nonché su eclatanti episodi di corruzione.

Dall’agenda di Rosario Livatino, con data 18 luglio 1978, leggiamo: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige“.

Per onorare la figura di Livatino e per comprenderne a pieno  l’eredità che ci ha lasciato, e che anche noi giornalisti dovremmo fare in modo che non vada perduta, ho pensato di raccontare un po’ quella sua eredità, contenuta in alcune conferenze che il magistrato fece spiegando dettagliatamente quale fosse la responsabilità di chi deve difendere la giustizia e la verità.

Il giovane ma capace Livatino raccontava come il magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare:egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare  – diceva –  Se questa cambia, anch’egli dovrebbe cambiare; se questa rimane immutata, anch’egli dovrebbe mantenersi uguale a se stesso, quali che siano le metamorfosi della società che lo avvolge”.

Spiegava nella conferenza del 7  aprile del 1984 presso il Rotary Club di Canicattì che l’indipendenza del giudice, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della vita condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza.

Per Rosario Livatino “l’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”.

E questo vale anche per chi come noi lavora nella verità della notizia e con la credibilità di un’attività che è travagliata e difficile.

Il giudice e il servizio da lui reso devono far parte di un processo di adeguamento e non sfugge al cammino della storia. E non solo ai giudici si può chiedere quell’adeguamento, in una società in cui è assai complessa la difesa dei bisogni, degli interessi e dei diritti di tutti.

«Nelle società primitive e, comunque, semplici, tutto era relativamente chiaro in termini di “cosa era giusto e cosa era ingiusto” e tutto era facile, relativamente, in termini di accesso a chi amministrava giustizia (il capo tribù, il capo villaggio, il capo religioso); oggi, nelle società a crescente complessità e soggettività, come sono tutte le società occidentali mature, è sempre più difficile sapere e far accettare i concetti di giusto ed ingiusto ed è sempre più difficile individuare e rendere più accessibili gli strumenti per ottenere giusta protezione»

E’ chiaro come in questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non solo di pochi magistrati, come Rosario Livatino che sono morti per difendere la propria missione,  ma di tutti i magistrati, dei giornalisti, dello Stato tutto, della collettività e della stessa opinione pubblica. Livatino sapeva che il giudizio critico, il rispetto della cosa pubblica e la il disprezzo verso ciò che è privilegio, costituisce la chiave della giustizia, perché la convivenza in una democrazia moderna, non può essere compito di una minoranza.

E che queste sue parole possano rimbombare nel  nostro domani, affinché le nostre azioni abbiamo sempre un significato, siano lucide e responsabili:

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma quanto le nostre azioni siano state credibili.»

 

Simona Stammelluti 

Sono innamorati e felici. Felici anche di sposarsi in Sicilia.
Le nozze saranno celebrate e festeggiate domani 19 settembre a Palermo, e più precisamente a Villa Valguarnera, una location settecentesca a Bagheria dove – come ha specificato Thom Yorke –  è stata disposta una festa che rispetti tutte le norme stabilite per il contrasto al coronavirus, con il distanziamento dei tavoli, il disinfettante a disposizione e le mascherine nei momenti cruciali della festa.
Il cantautore britannico, legato da 4 anni all’attrice siciliana, racconta come ha concepito queste nozze: “In questi tempi strani speriamo che il nostro matrimonio possa essere una piccola celebrazione, con i nostri amici e la famiglia, della cultura siciliana e del suo modo di vivere”. 

Saranno circa 120 gli invitati, compresi i componenti del gruppo musicale “Radiohead”, alcuni divi del mondo del cinema italiano, e a celebrare le nozze sarà Claudio Bocca, un sacerdote toscano di fede anglicana. I fiori arriveranno da un vivaio di Bagheria e su scelta degli sposi, non ci sarà una pista da ballo.

La scelta di festeggiare le nozze sull’isola sono quasi scontate. Lì, a Monreale è nata e vissuta Dajana Roncione, lì si sono conosciuti nel 2016, durante un concerto. Divenuto il cocco dei suoi suoceri, il cantautore inglese in Sicilia ha trascorso tanto tempo e dunque qui, si sente come a casa.

Thom Yorke è alle sue seconde nozze. Era stato già sposato con Rachel Owen, morta a 48 anni per un brutto tumore e dalla quale aveva avuto due figli.

Dobbiamo ringraziare la Lucky Red che ha deciso di distribuire un film fino ad ora inedito, datato 2009, nelle sale in questi giorni, candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero e premiato al Festival di Cannes nella sezione Un certain regard.

Il film (imperdibile) è Dogtooth di quel genio di Yorgos Lanthimos.

Non avevo così paura al cinema dai tempi di L’esorcista, o Shining; insomma … una vita fa.

Dogtooth è un film che fa paura, che inquieta, che ti divora, a tratti ti imbarazza, e per tutta la durata ti trascina dentro la storia e poi ti fa riflettere.

Ci sono momenti in cui “non vuoi vedere” e invece malgrado non vorresti, guardi … impaurito da quel che scorre sul grande schermo, ma guardi.

Si apre poco alla volta, fino a divenire una voragine e lì dentro ci finisci, mentre diventi parte di una famiglia che non solo non ha nulla di normale, ma neanche di morale, e che rappresenta l’emblema di una vera e propria dittatura.

Il regista gioca con il comportamento umano, realizza un vero e proprio esperimento sociologico, mentre racconta magistralmente non solo la storia di una prigionia ma soprattutto di una forma subdola  di soggiogamento che lascia senza parole, che crea ansia e svilisce.

Un film senza colonna sonora.

Non serve, sarebbe controproducente. Lo spettatore non deve avere distrazioni, non deve essere condotto da nessun’altra parte se non dentro quella casa, dove ci si inventa un ruolo e si vincono adesivi come premio se si è i più bravi. Ma a fare cosa?

Geniale l’idea del film che reca come titolo “canino” inteso come quel dente che non cade mai, e che semmai per un motivo fortuito dovesse cadere, non ricrescerà.

Ma i 3 ragazzi personaggi del film – senza nome e dunque privi di identità – questo non lo sanno, e vivono tutta la loro esistenza dentro una casa senza mai uscire, imparando solo come interagire tra di loro in quella che per loro -e solo per loro -rappresenta una “normalità”, e senza mai conoscere il significato reale delle parole che costituirebbero una via di fuga e un contatto con il mondo esterno, che non hanno mai visto.

Un equilibrio assurdo e surreale dentro una costrizione emotiva oltre che fisica, che si incrina con l’arrivo in casa di una donna pagata dal padre padrone per soddisfare i bisogni sessuali del figlio maschio.

Il regista sceglie in molte scene di tagliare fuori le teste dei personaggi dalle inquadrature, sottolineando come la mente pensante, il giudizio critico e la coscienza di ciò che si rappresenta nel mondo, non ha fattezze, in quella condizione di vita.

La fotografia è perfetta per l’epoca in cui si svolgono i fatti anche se a tratti sembra quasi assumere i colori del cinema 8 mm.

Un film che scava nel tema sociale della inferiorità della donna rispetto all’uomo, e poi ancora l’incesto, la follia di chi inventa un nemico (innocuo) affinché nessuno si ribelli all’ordine costituito agli ordini imposti … cose da regime, insomma.

È tutto sempre in luce, ma c’è buio dappertutto.

Nel film ci sono innumerevoli riferimenti ad altre pellicole e i cinefili non faranno fatica a identificarli.

C’è un tentativo di riscatto, così come dovrebbe avvenire in ogni società che una volta annientata rialza la testa e si incammina. Ma a volte per salvarti devi conoscere che forma ha la libertà.

Una provocazione molto ben risuscita, in bilico tra una realtà alterata e fuori dal tempo e quella metafora che rende tutto credibile.

Simona Stammelluti

C’è una parte di noi che è in agonia.
E’ la parte che ha smarrito ogni forma di tolleranza.
Siamo divenuti intolleranti verso tutto ciò che non si uniforma al pensiero comune, a quella pseudo normalità che ha sembianze sempre più misere, grette, prive di pathos e carità.

Sembra come se per essere al sicuro in questo mondo così ostile si debba essere bianco, maschio ed etero e in nome di questa assurda formula c’è chi è capace di compiere reati efferati e violenze inaudite.
La parola omolesbobitransfobia è tanto difficile da pronunciare quanto da accettare, almeno per me.
E’ una parola che reca in se l’odio profondo verso ciò che in realtà è frutto di scelte di vita che non nuocciono a nessuno, se non al perbenisimo vile che fa sentire i prepotenti e gli odiatori seriali in diritto di “dare lezioni”, “spaventare”, “annientare”, “togliere di mezzo”, “fare pulizia”, comandando la vita e le scelte altrui, pena la morte.

Le parole pronunciate da trentenne napoletano che ha ucciso sua sorella perché legata ad un uomo trangender sono agghiaccianti e imperdonabili: “mia sorella era stata infettata“.
Da cosa? Chi stabilisce cosa sia una “relazione normale”?
A parte il fatto che nella propria stanza da letto ognuno fa quello che più desidera, la normalità presumibilmente si contempla all’interno di un rapporto psicologicamente e sentimentalmente equilibrato. Nel mondo etero sono innumerevoli i casi di rapporti psicologicamente e sentimentalmente inadeguati che finiscono in tragedia. E in quei reati, in quelle condizioni non vi è nulla di “normale”.
Chi infetta chi?
L’odio infetta.
L’amore no.
E l’amore inteso come sentimento non ha sesso, non ha codici genetici.
E’ necessaria una legge contro l’omolesbobitransfobia ma è anche un problema culturale perché la discriminazioni, gli atti di odio e di intolleranza si nutrono di parole non dette, di domande che restano senza risposta, di inciviltà radicata.
Urge una rieducazione ai sentimenti, al rispetto dell’altro e all’accettazione dei limiti in una società che crea mostri che si nutrono di prepotenza, apparenza, rabbia.
Sbagliamo a chiedere ai nostri ragazzi: “hai la fidanzata? Hai il ragazzo?
Dovremmo chiedere loro se “amano qualcuno”. 
Perché le parole sono importanti, hanno un peso, possono erigere, distruggere, innescare reazioni a catena, istigare. E al contrario se usate con lucidità e coerenza, possono consolare, rendere consapevoli, portare a compimento una condotta che talvolta smarrisce la via maestra, ossia quella dell’amore.
Non riesco a credere che non ci sia un “effetto famiglia” su quello che accade.
L’odio non nasce mai dal nulla, ha prodromi che nessuno a volte vuole vedere.
Nasce dal silenzio, da un mancato amore, da una disattenzione nei rapporti, da una incapacità di guardare e valutare. Che torni l’educazione civica, che si riprendano in mano le regole e le si facciano rispettare, che non si transiga su alcuni atteggiamenti che solo apparentemente possono sembrare innocui.
Quando accadono fatti di cronaca come quelli di questi giorni, esiste una responsabilità collettiva che va considerata, riconosciuta e analizzata. Il rispetto della libertà altrui, delle scelte altrui deve tornare in cima alle priorità di una società che è in agonia e nessuno sembra più intenzionato ad rianimarla.

L’arcobaleno che tanto si usa per “fingersi” schierati verso la libertà, per la difesa delle minoranze dovrebbe splendere in giorni qualunque, mentre teniamo stretto a noi la convinzione che quella tanto difesa famiglia tradizionale, partorisce sempre più spesso una schiera di uomini e donne che disconoscono l’essenza del vivere.

Simona Stammelluti 

 

 

E’ uno stimato avvocato agrigentino, si chiama Valeria Romano ed ha deciso di scendere in campo alle prossime elezioni amministrative nella qualità di consigliere comunale. Si candida con la lista “Uniti per la città” che appoggia il candidato sindaco Franco Miccichè. L’abbiamo incontrata per conoscerla più da vicino.

Perché decidi di scendere in campo?

“Perché non ho nessuna intenzione di guardare passivamente il mio futuro e il futuro dei miei figli, nelle mani di politici incapaci. Sento il bisogno di dare alla mia Città le mie competenze, le mie capacità, le mie idee”.

Sei un avvocato e comprendi che la politica potrebbe rubare molto tempo alla tua attività principale.

“A mio avviso ritengo che non rubo tempo alla mia professione poiché se una persona si dedica alla comunità con dedizione alla fine si è anche appagati nel dare un contributo per una città più vivibile da dare ai nostri giovani”.

Come trovi la città di Agrigento?

“Degradata. Negli ultimi anni la città è diventata sempre più sporca, marciapiedi impraticabili, scalinate diventate “foreste”, mezzi pubblici di trasporto insufficienti. Spazi verdi in condizioni pietose per la mancanza di manutenzione e vigilanza, incuria ed abbandono totale. Scarsa l’offerta culturale e ricreativa rivolta ai bambini o adolescenti”.

Di cosa necessita Agrigento rispetto a tutto ciò che non è stato fatto.

“Di piccole modifiche del vivere quotidiano che portino ad una grande rivoluzione culturale. È necessario che venga data una offerta culturale e formativa rivolta ai più giovani; aiuti alle famiglie meno abbienti; rafforzo dei servizi domiciliari per gli anziani e i malati gravissimi; sviluppo occupazionale giovanile; riqualificazione degli spazi pubblici-sistemazione delle vie cittadine- decoro urbano; lavori pubblici essenziali”.

Il turismo, volano della nostra economia; soluzioni per il rilancio.

“Bisogna far emergere l’immensa potenzialità insita nella nostra Città. Cultura, tradizioni, patrimonio artistico, enogastronomia del territorio agrigentino e delle città limitrofe per creare turismo concreto lungo tutto l’asse della Valle dei Templi. Valorizzazione delle coste e delle località balneari, le quali dovranno essere accessibili anche alle persone diversamente abili; predisposizione di bus navette per collegare il centro storico con la zona balneare; riqualificazione del lungomare”.

Il mondo della scuola nella nostra città.

“Come mamma di due bambine che frequentano la scuola dell’infanzia ho potuto constatare che le scuole agrigentine hanno bisogno urgentemente di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria.

Indispensabili, per la rinascita culturale e civica della nostra città, i servizi educativi ed integrativi offerti delle istituzioni scolastiche, oggi, purtroppo, scarsi e carenti; poche le scuole con luoghi o spazi che presentino le caratteristiche educative, ludiche, culturali e di aggregazione. Inesistenti nel nostro territorio i centri gioco, già previsti in passato, ma mai realizzati. Maggior controllo della qualità del servizio mensa”.

Grazie, in bocca al lupo!!!

 

 

 

 

 

 

Un concerto amabile, sofisticato, appagante; è sembrato quasi finire troppo presto. Mario Venuti conserva negli anni quel fascino e quel carisma che si coniuga perfettamente con quel suo riconoscibile modo di cantare e quel suo fare musica che, nella sera del 10 settembre scorso, non ha avuto bisogno di nulla se non di un pubblico attento, una chitarra, un pianoforte e un cielo pieno di stelle.
Un concerto in acustica, che inizia chitarra e voce, che profuma di bossanova, che ti contagia di entusiasmo e bellezza, come quella che attraversa da sempre i testi delle sue canzoni; testi ricercati e capaci di coniugare amore e attualità, e con i quali si potrebbe riempire un libro di poesie.
Elegante, raffinato, musicalmente colto, incastona il concerto dentro un pizzico di malinconia che rende tutto perfetto.
Un excursus senza fronzoli, dentro una carriera che gli ha concesso di scrivere pezzi indimenticabili, e che giovedì sera ha suonato con l’arte della delicatezza, alla chitarra e poi al piano, mentre l’atmosfera riusciva a coniugarsi con le emozioni di ognuno e i ricordi che facevano capolino ricordandoci che la vita scorre, mentre alcune cose come la bravura ed il talento sanno essere immuni al tempo che passa.
Il cantautore siciliano con generosità ha anche parlato al pubblico di Cetraro Marina, ha racconto piccoli aneddoti e quell’esigenza di sentimenti in un mondo che smarrisce tutto, a volte anche il cuore.
Le sue canzoni sono favole, ma a volte sanno essere anche viaggi verso posti lontani. Canzoni colme di sonorità sudamericane, di echi del mediterraneo, e poi di pathos che ti trascina dove lui vuole, ossia dentro le sue canzoni delle quali si finisce per sentirsi protagonisti.
Da Niña Morena a Caduto dalle Stelle, attraversando Veramente, Ciao Cuore. E poi ancora Un altro posto nel mondo, Tutto questo mare, e il racconto di Crudele a Sanremo.
Ad impreziosire il concerto di Mario Venuti alcuni elementi dell’Orchestra Filarmonica di Calabria che hanno accompagnato il cantautore nell’ultimo pezzo di viaggio.
Il finale proprio lì, dove tutto è iniziato, con quel pezzo che segnò la sua carriera di solita; Fortuna, il suo lasciapassare per un futuro tutto da scrivere e da regalare mentre si innamorava del domani, quel domani che finisce dritto dritto nel suo sorriso e nel suo modo di essere a discapito di qualunque apparire.
Dopo il concerto ho scambiato una chiacchierata con il cantautore. Trovate tutto questo nel servizio.

È bello scoprire che alcune cose sono come te le aspetti, che non deludono e che, al contrario, ti lasciano la consapevolezza che l’arte resta l’unica bellezza che ci salverà.

Simona Stammelluti