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Ormai non ci sono più dubbi: Denis Bergamini é stato ucciso prima di essere coricato sotto le ruote del camion. A darne certezza l’avvocato della famiglia Bergamini Fabio Anselmo, all’Uscita di una udienza a porte chiuse durata quasi 6 ore.

“Siamo molto soddisfatti – ha detto – possiamo dire che Denis Bergamini è stato ucciso prima di essere coricato sotto il camion. È confermata la morte per asfissia. Questo esito ha dato contorni più netti rispetto a quelli che aveva dato la perizia, e certe frasi che potevano essere interpretate in maniera ambigua, sono state invece ben spiegate, in un significato univoco”.

Una perizia inattaccabile, come l’ha definita l’avv. Anselmo.

Alla domanda se si va o meno a processo lo stesso Anselmo risponde: “noi riteniamo di si, ma questo dipende dal procuratore”.

Ed è proprio Facciolla, nelle cui mani finisce nuovamente il fascicolo, che deciderà per l’eventuale rinvio a giudizio per Isabella Internò e Raffaele Pisano. Il procuratore che – come ha detto ancora Anselmo – ha ancora carte da giocare e ancora lavoro da fare.

Ma lo stesso Facciolla si è detto molto soddisfatto del lavoro fatto dai periti e da come è andato l’incidente probatorio. 

Soddisfatta e provata anche Donata Bergamini che sostiene che “oggi é stato fatto quello che doveva essere fatto allora”. Una morte negata per 28 anni. Soddisfatta Donata del lavoro dei periti e delle risposte che hanno dato oggi.

“Qualcosa la condividiamo qualcosa no” – è stata l’unica battuta dell’avv. Malvaso che difende il camionista Pisano.

È scappato via l’Avv. Puglisi difensore della Internò,  che però in prima battuta, prima ancora dell’inizio dell’udienza rispondendo ad un collega di Sky sport circa cosa si aspettasse da questa giornata ha riposto “nulla di buono” lasciando intendere una reale preoccupazione circa i risultati di questa lunga giornata di udienza.

Ricordiamo che oggi si è tenuto l’incidente probatorio per il caso Bergamini, a Castrovillari, dove i periti incaricati hanno discusso i passaggi delle loro superperizia effettuate sui resti del calciatore morto il 18 novembre 1989, la cui salma è stata riesumata in luglio su richiesta della procura di Castrovillari.

Donata Bergamini con il suo avvocato Fabio Anselmo e il perito Dott. Ricci

 

 

L’udienza é stata tenuta dal Gip Dott.ssa Teresa Reggio, alla presenza dei periti incaricati, al procuratore di Castrovillari Dott. Eugenio Facciolla, alla sorella del calciatore Donata Bergamini, al suo avvocato Fabio Anselmo, ai difensori dei due indagati, Avv. Angelo Pugliese per Isabella Internò e l’Avv. Domenico Malvaso per il camionista Raffaele Pisano.

Entrambi – Internò e Pisano – ad oggi indagati, dichiararono che il Bergamini si fosse suicidato gettandosi sotto le ruote del camion in corsa.

Le cose non sono andare così, e adesso sappiamo con certezza che Denis era già morto quando è stato coricato sotto le ruote del camion.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Il social network più famoso al mondo, che diventa il veicolo di una storia che è la testimonianza dell’ennesimo caso di malasanità. La protagonista della storia che per fortuna ha un finale diverso da quello che probabilmente sarebbe stato se fosse rimasta all’ospedale Cervello di Palermo, è Letizia Battaglia, la famosissima fotografa palermitana.

A raccontare gli accadimenti, una delle sue tre figlie, dalle pagine di Facebook su cui ha postato le “immagini” di quelle che sono state 24 ore di inferno, insieme a sua madre ricoverata con urgenza nel nosocomio per una polmonite.

Shobha, racconta del calvario di sua mamma, 82 anni, che inizia al mattino, con tosse e difficoltà respiratorie, lasciata su una barella, senza un minimo di assistenza. La giornata passa lenta, la nottata Letizia Battaglia la passerà su quella barella nel corridoio, in mezzo a tanti altri malati, mentre le analisi e gli accertamenti del caso arrivano lenti, ma già si parla di polmonite.  In uno dei suoi post Shobha invoca cura, attenzione e gentilezza, chiedendosi e chiedendo dove siano finite. Quelle attenzioni, quella gentilezza e quella cura che andrebbe riservata indistintamente a chiunque varchi la soglia di un ospedale, eppure lì, sembrano tutti indifferenti anche al dolore.

I momenti sono difficili al Cervello di Palermo per Letizia Battaglia, che lotta per superare le difficoltà di febbre, tosse e cattiva respirazione, mentre la notte si prospetta su una barella, mentre tutt’intorno è un lazzaretto, mentre Shobha lascia per un attimo la sedia vicino a sua mamma, per non ritrovarla più disponibile al suo rientro dopo solo qualche minuto.

La visitano che è mezzanotte, e Letizia Battaglia è lì sulla barella dal mattino.
All’una meno venti di notte, la sottopongono ad una tac, ma Letizia Battaglia è lì sulla barella dal mattino.
Sono le 3 del mattino, quando Shobha, decide di portar via sua mamma da quel posto, da quella barella, da quella incuria per trasferirla in una clinica privata, dove verrà assistita e sottoposta con solerzia e attenzione alle cure adeguate. Il resto lo farà l’amore dei suoi cari e l’affetto di tutti coloro che la seguono, che la stimano da sempre, ma anche coloro che attraverso le pagine del social hanno seguito le vicissitudini di una paziente che ha incontrato, come spesso accade in questo nostro sud, il meccanismo inceppato di una sanità che non funziona, o che non funziona per come dovrebbe.

Non c’erano le sue foto a raccontare quel che è accaduto, ma gli scatti di sua figlia, che ha voluto lasciare un segno di quel che lei e sua madre hanno passato in quelle 24 ore infernali.

Il messaggio poi è per il primo cittadino di Palermo, Leoluca Orlando, sempre dalle pagine di Facebook: “Luca, dovresti vedere come la regione siciliana tratta i suoi siciliani… questo è inferno, vieni a controllare e visitare i disgraziati che sono qui dentro“.

Mi viene da pensare a quel telegramma ricevuto da Letizia Battaglia, esposto al Maxxi di Roma, nel quale la mafia la minacciava dicendole che “o andava via da sola, a ci avrebbero pensato loro a farla andar via da Palermo”. Mi viene da dire che ci pensa lo Stato a far fuori più di qualcuno, semplicemente con le sue inefficienze.

Un augurio da tutta la redazione del Sicilia24h a Letizia Battaglia per una pronta guarigione, e tutta la nostra ammirazione per quel che ha saputo fare con coraggio, passione e tanto talento.

Le sue condizioni migliorano, fa sapere Shobha, e sembra che Letizia abbia deciso di smettere di fumare. Siamo con lei!

 

Simona Stammelluti

Donata Bergamini – la sorella del calciatore Denis Bergamini, morto il 18 novembre del 1989, la cui morte dopo 28 lunghi anni a seguito di nuove perizie, appare ben diversa da quella disegnata come un suicidio – torna in Calabria; ci torna per l’ennesima volta, con il coraggio e la tenacia di sempre.
Torna perché quel caso che più di qualcuno ha deciso di chiudere troppo presto come un suicidio, adesso mostra i dettagli crudi di una verità che si è aspettata fin troppo a lungo.

Denis non si è suicidato lanciandosi sotto un camion in corsa (così come raccontarono l’allora fidanzata Isabella Internò e Il camionista Raffaele Pisano) ma è stato soffocato.

Senza entrare in merito a quello che discuteranno nelle prossime ore i periti incaricati dalla procura di Castrovillari di analizzare con mezzi sofisticatissimi i resti del corpo di Denis, e che avremo modo di raccontare dettagliatamente nei prossimi giorni, mi preme sottolineare come in questi lunghi anni, Donata Bergamini non è stata solo la donna schiva, riservata, coraggiosa, tenace ed instancabile mentre portava sulle spalle il fardello di una verità che veniva spostata un anno dopo l’altro sempre un po’ più distante da dove è sempre stata, ma é stata colei che ha saputo tenere insieme tutti coloro che Denis lo hanno amato come uomo e come calciatore.

Intorno a Donata e al ricordo di quel ragazzo talentuoso ed innamorato della vita, si è stretto un gruppo sempre più ampio, che, come Donata e la sua famiglia, aspetta la verità per congedare la paura che fa la morte senza un perché, e per restare fedeli ad un dolore che si è consumato troppo presto e che mai passerà.

Ad accogliere Donata Bergamini in Calabria il prossimo mercoledì 29 novembre sarà una rappresentanza del gruppo Facebook “VERITÀ PER DONATO BERGAMINI” e una rappresentanza dell’ASSOCIAZIONE VERITÀ PER DENIS, che instancabilmente da diversi anni sostiene questa causa, sostiene la famiglia insieme a tutti coloro che meritano di poter conoscere la verità, quella coerenza tra ciò che è accaduto e ciò che è realtà oggettiva ed assoluta.

Siamo tutti con Donata Bergamini, siamo tutti con il suo avvocato Fabio Anselmo che ha il pregio di aver scovato e discusso le motivazioni che hanno condotto alla riapertura del caso e siamo tutti di poco pretese…vogliamo solo la verità.

Simona Stammelluti

Che vogliamo fare?
Proponiamo i numeri del 2017 che raccontano i casi di femminicidio?
Oppure vogliamo dire tutti insieme “nessuno tocchi le donne“, così, giusto per essere “accordati” ad oggi, alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne?

No perché qui di giornate ufficiali proprio non se ne può più; perché durano troppo poco, perché ormai si assomigliano tutte, perché si perpetuano anno dopo anno senza che cambi poi tanto nella condotta di tutti, nel modo di pensare oltre che di agire; fermi nel pantano degli stereotipi, che si alternano al pregiudizio, e poi alla discriminazione, o semplicemente all’idea – stereotipata, pregiudizievole e discriminante – che la donna sia un qualcosa da possedere, completamente priva di volontà.

Eccola la parola chiave. Il volere, il desiderare di una donna vale tanto quanto quello di chi pensa di poter scegliere per tutti, di avere le “armi” giuste per convincere e quando non si riesce a farlo, c’è sempre un piano “B” che si chiama sopruso, violenza, minaccia, morte.

Ed anche quando la morte non arriva, o quando le violenze non sono così visibili, l’orrore della violenza stessa,  delle minacce, dei soprusi, rendono la vita del genere femminile un vicolo cieco, una strada senza uscita, un silenzio che regna dopo le urla di dolore che si gridano a bocca chiusa, restando dentro ad una serie di perché che si alternano senza mai trovare una via d’uscita in una risposta plausibile, oltre che in una probabile soluzione.

La violenza contro le donne non è la violenza contro Maria, Giovanna, Francesca, Marta … è una violenza contro l’umanità, contro il simbolo della famiglia, contro i figli di quelle madri che vengono violentate, massacrate, uccise. E’ un crimine contro le regole del buonsenso, contro l’essere umano come facente parte di una comunità che spesso, però, resta a guardare. Perché non servono – o meglio non bastano – i messaggi di solidarietà, le scritte proiettate sul Pirellone, le panchine rosse a ricordare il sangue versato, i numeri di telefono dedicati, il sostegno che sembra arrivare dalle voci autorevoli di chi ti dice “non sei da sola” o quell’invito a denunciare, sempre, ogni forma di violenza, anche la più piccola, perché a volte sono le più piccole ad essere le più profonde.

La verità forse, si nasconde nelle pieghe di tutto un meccanismo che pensiamo essere invisibile,  distanti da noi, ma che poi alla fine ci riguarda tutti molto da vicino. E’ come gestiamo le cose piccole che ci appartengono, come parliamo in famiglia, come agiamo davanti ai nostri figli, come reagiamo a quel che vediamo, come ci schieriamo a favore di qualcosa o prendiamo le distanze rispetto ad altro, come ci facciamo carico di aiutare dove possiamo anziché girarci dall’altra parte, facendo finta che quella scorrettezza consumatasi sotto i nostri occhi non sia mai avvenuta.

Non facciamo mai caso a come reagiamo quanto ci rubano il parcheggio sotto il naso, o come imprechiamo con violenza contro qualcuno sperando che ci senta (ma senza il coraggio di andargli a parlare di persona) o a come sgomitiamo slealmente per avere qualcosa che forse neanche ci spetta, o come gioiamo dei fallimenti altrui, o come diventiamo ossessionati quando qualcosa non riusciamo ad averla, senza interrogarci abbastanza sul perché alcune cose non ci appartengono o “non ci appartengono più”. Siamo nell’era del “a un metro dal mio culo, accada quel che vuole accadere“, ma al contempo del “se non mio, di nessun altro“.

Fermarsi a riflettere, non solo oggi, sarebbe un dono da fare a quell’umanità della quale fanno parte tutte le donne, le nostre madri, le nostre mogli, le nostre sorelle, le nostre figlie, le nostre insegnanti, i nostri avvocati, i nostri medici, le nostre vicine di casa, e non solo le donne che sono morte, per mano di chi non ha rispettato non solo loro, ma anche i loro sogni e le loro volontà.

Noi giornalisti raccontiamo ogni giorno, 365 giorni all’anno di casi che si consumano, che aumentano, che sconvolgono, che sconcertano, ma che non si arrestano. E’ di pochi giorni fa la vicenda della donna tenuta segregata per anni, costretta a subire violenze inaudite, sotto gli occhi dei suoi figli. Un orrore che neanche nei film, si era mai visto, perché per davvero a volte la realtà supera la fantasia.

E poi lo scandalo nel mondo del cinema, dove il potere sembra essere per molti il lasciapassare per violentare, stuprare, offendere e stritolare animo e corpo di donne che non sempre sono capaci di fare un passo indietro, di capire i risvolti di alcuni “NO, non detti”, perché spesso i contorni patinati sono come una droga che ti stordisce, come un bicchiere di troppo che ti lascia senza forze e senza più identità. Perché alla fine le donne che non muoiono, vivono senza più una identità e la morte di quella, porta ad un lento regredire di quelle volontà che invece dovrebbero salvare il mondo.

Chiudo raccontando un evento che mi ha visto protagonista 15 anni fa, quando stavo per diventare madre di una figlia femmina, quando un medico donna, durante un’ecografia mentre mi consegnava la notizia che si trattava di una bambina, scoppiò a piangere dicendomi che le dispiaceva che fosse femmina e mi disse “avrà una vita difficile in questo mondo. Non è un mondo per le donne, questo. Farà tanta fatica anche se avrà delle doti superlative e dovrà passare la sua vita a difendersi“. Quando le chiesi da chi o da che cosa avrebbe dovuto difendersi, mi raccontò di essere stata violentata a 16 anni, nel portone di casa sua, quando rientrava da una serata con degli amici, quando insistette per uscire senza suo fratello maggiore. Mi raccontò ogni dettaglio di quella violenza. E da allora mi sono sempre chiesta se sarei mai stata capace di insegnare a mia figlia a difendersi dalla violenza e a riconoscerla, sopratutto, prima che possa annientarla.

Ho raccontato questo affinché le esperienze di ognuna di noi, possano essere quelle mani che tutte insieme siano capaci di dire: “nessuno tocchi le donne, nessuno tocchi le loro volontà”.

 

Simona Stammelluti

Immagine tratta dal film “Non ci resta che piangere”

 

Quanto piace il pulpito. A molti, forse a tutti. Peccato che sul pulpito c’è chi ci sale tutti i giorni, e da quella posizione dovrebbe portare un messaggio di pace, dovrebbe spiegare la storia umana, dovrebbe indurre il popolo di Dio ad atteggiamenti di carità, di amore, anche se sempre più spesso è un discorso moraleggiante, monotono e a tratti fastidioso, soprattutto quando è mirato ad indottrinare e a trasformare in verbo, ciò che è un personalissimo “deve andare così”.

E’ di pochi giorni fa, la notizia delle dichiarazioni infelici – ed io aggiungo offensive – che un prete manco troppo di periferia, ha esternato, a ridosso del decesso del boss Totò Riina: “Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?”

Un attimo ci pensi, e cerchi in una frazione di secondo una connessione tra i due, ma poi la frase continua: “moralmente, non c’è nessuna differenza” – dice riferendosi all’impegno politico e civile di Emma Bonino a favore della legge sull’aborto.

E se all’impronta potrebbe sembrare una frase semplicemente infelice, racchiude in se una vera e propria offesa verso tutte le donne e non solo verso la conquista che le donne hanno ottenuto dopo anni ed anni di lotte, di interruzioni illegali di gravidanza. Ora, se pure vogliamo considerare tutti i risvolti e le convinzioni etiche in materia, se vogliamo riflettere sugli orientamenti culturali che pongono l’aborto nel limbo della tutela o meno della vita e sulla sottigliezza circa l’anima intra o extrauterina, non si potrebbe lontanamente porre l’aborto insieme ad altri crimini come il genocidio o l’omicidio volontario. Eppure è questo che ha fatto Don Francesco Pieri, che quella frase – con tutto ciò che reca in se – avrebbe potuto risparmiarsela. Ma la cosa grave o forse gravissima, è che nel dirla con molto probabilità vi era tutta la convinzione possibile e questo significa che è lontano, anzi lontanissimo dal comprendere la gravità della sue parole.

Emma Bonino con la classe e la fermezza che la contraddistingue, ha replicato nell’unico modo possibile, ossia sottolineando quanto “dietro l’aborto, vi sia un grande disagio morale, un trauma fisico, psicologico ed emotivo“.

Non vi è trauma né fisico, né psicologico, né tantomeno emotivo per chi compie crimini efferati, per chi stabilisce chi deve vivere e chi deve morire ed anche come, anche senza un apparente perché. Riina ha consumato la sua esistenza senza conoscere il pentimento, senza ravvedersi mai. Dietro un aborto c’è sempre un perché ed è semplicistico paragonare chi si è battuto affinché le donne avessero un diritto, rispetto a chi i diritti li ha tolti agli altri con un ingiustificato ed ingiustificabile libero arbitrio. Tutto questo oltre che assurdo fa anche orrore.

Mi immagino la scena (neanche tanto improbabile) del parroco in questione che ripete queste affermazione dal pulpito fra due giorni, durante la messa domenicale, cercando di utilizzare il suo potere – perché quello spazio dal quale parla è anche questo – per convincere i fedeli che la scelta di chi si è battuto per un diritto, ha fatto più morti di un boss di mafia.

Dietro un aborto c’è una storia, spesso drammatica, ci sono scelte difficili e traumatiche, ci sono violenze subìte, anche. Tra l’altro la Legge 22 maggio 1978, n.194 prevede delle norme per la tutela sociale della maternità; è una legge che prevede delle tempistiche per poter applicare l’interruzione, che permette di salvare le donne in caso di pericolo di vita, di tutelare le minorenni, oltre a consentire ai medici obiettori di coscienza di astenersi dalle pratiche di aborto.

Non una frase infelice, quella di don Francesco Pieri, ma un’offesa a chi ha dovuto scegliere di abortire perché non aveva un’altra strada da percorrere. Ci si aspetta un messaggio caritatevole da chi sale sul pulpito, ed invece le frasi sono sempre più spicciole, più semplicistiche, mirate a puntare il dito. Ma non erano loro che dovevano insegnare a “porgere l’altra guancia?”, non dovrebbero raccontare che “chi è senza peccato scagli la prima pietra?”

A questo punto – che si sia credenti o meno – mi viene da citare Sant’Agostino che fu anche filosofo, prima di diventare santo e pregando diceva “insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza, ed insegnami la scienza, illuminandomi la mente“. Dove sono la dolcezza, la carità, la disciplina, la pazienza, la scienza e la mente, nelle parole del prete, neanche tanto di provincia?

Ama e fa ciò che vuoi” – diceva Sant’Agostino. In quelle parole risiede anche il fare la scelta giusta, quando serve, il battersi per un ideale o per un diritto, il provare a distinguere ciò che giusto da ciò che non lo è e lei, signor Francesco Pieri, mi sa che questa volta non c’è riuscito.

 

Simona Stammelluti

 

E’  recidivo il comune di Lamezia Terme, che quest’oggi per la terza volta  è stato sciolto per infiltrazione mafiose,  dal Consiglio dei Ministri

Sciolto il comune di Lamezia Terme per infiltrazioni mafiose. Lametia Terme che con i suoi 70 mila abitanti è la terza città calabrese per numero di abitanti dopo Reggio Calabria e Catanzaro.

Gli stessi provvedimenti sono stati presi anche per altri 4 comuni calabresi che sono Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Ionica e Petronà.

Sembra che a Lamezia la decisione non abbia sorpreso più di tanto. Forse per le dichiarazione della presidente della commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, che solo qualche giorno fa, a margine di un convegno a Cosenza, ha dichiarato “A noi della commissione parlamentare Antimafia sembra che ci siano tutti gli elementi per arrivare allo scioglimento del consiglio comunale“.

 

Lo scorso 9 novembre, ho moderato un interessante convegno che aveva per tema i “processi di immigrazione ed integrazione”, mirato anche al confronto tra le realtà italiane e canadesi, organizzato da alcune scuole di Cosenza e Provincia. Ai ragazzi presenti, che si allenano sin d’ora a diventare – forse un giorno – giornalisti, avevo promesso che avrei scelto un articolo, con la volontà di dare ad uno di loro la possibilità di scrivere, per un giorno, sul prestigioso giornale per il quale lavoro.
Non è stato facile scegliere l’articolo al quale concedere questo spazio, ma alla fine ho dovuto effettuare quella scelta esclusivamente in base ai contenuti e alle modalità di scrittura. Non conosco personalmente nessuno di questi ragazzi, ma li apprezzo per il lavoro che hanno fatto.
Adesso non resta che godersi la lettura dell’articolo, del quale non ho toccato neanche una virgola

Simona Stammelluti

Convegno scuole italo-canadesi presso Galleria Nazionale-Palazzo Arnone (CS)

 

Giovedì 9 Novembre 2017 alla Galleria Nazionale (Palazzo Arnone) CS, a partire dalle ore 9:00, si è tenuto un incontro tra i rappresentanti di due Istituzioni Canadesi ed i Dirigenti di alcune scuole della provincia di Cosenza per trattare il tema dell’Immigrazione e dell’Integrazione. Alla tavola rotonda hanno preso parte i Dirigenti scolastici delle seguenti scuole: “IC Montalto Scalo” (Scuola capofila del progetto), “IC Mangone-Grimaldi”, Liceo Scientifico “Enzo Siciliano” Bisignano, ITI “Antonio Monaco” CS, Ist. Omnicomprensivo Luzzi, Centri Provinciali Istruzione Adulti “Valeria Solesin”, DS Liceo “Lucrezia della Valle”; le istituzioni canadesi sono state: il Centro “Leonardo Da Vinci” e la “Principal Lauren Hill Accademy” rappresentati , rispettivamente, da Frank Sorrentino e dalla dirigente Donna Manos.

Nella sala sono stati esposti i lavori svolti dagli alunni delle classi seconde e terze della scuola secondaria di Montalto Scalo guidati dalla loro Prof.ssa d’arte che, per l’occasione, si è vestita con un tipico abito calabrese.

All’inizio della conferenza il coro del “Lucrezia della Valle” ha dedicato ai presenti gli Inni Nazionali dei rispettivi Paesi di provenienza.
La tavola rotonda è stata coordinata dalla giornalista di “Sicilia 24 ore”, Simona Stammelluti. Dopo i vari interventi dei Dirigenti Scolastici, c’è stata la testimonianza di un ragazzo africano che, venuto in Italia, ha cercato di trovare lavoro insegnando Inglese privatamente.

Alle ore 11:30 la mattinata è stata ulteriormente allietata da un coffee break , durante il quale gli alunni delle varie scuole partecipanti sono stati “giornalisti per un giorno” e hanno intervistato alcuni dei partecipanti , scattato foto e girato filmati. A conclusione della giornata, il coro del “Lucrezia della Valle” ha incantato la platea con il coinvolgente Gospel “This little light of mine”.

L’evento è continuato anche la sera e, nella palestra dell’Istituto Tecnico Monaco, è stato organizzato l’ “Ethnic dance party”. Qui era stato allestito un buffet mentre in fondo alla palestra c’era un grande palco sul quale successivamente si sono esibiti i dj. Dopo mezz’ora sono arrivati i professori e i Dirigenti Scolastici, con i quali, gli studenti hanno scattato alcune foto.

Dopo circa un’ora i Dj delle varie scuole  e un ragazzo canadese, vincitore di un concorso, hanno iniziato ad movimentare la serata con i loro brani. Da quel momento i partecipanti, di varie lingue e culture, hanno iniziato a ballare lasciandosi coinvolgere da puro e sano divertimento mentre venivano lanciati dei gadget con il logo del liceo dal quale proveniva il dj canadese.

È stata una serata unica perché ai ragazzi è stata data la possibilità di confrontarsi, parlare e divertirsi con persone nuove. Da questo evento si è capito che, nonostante le diversità, non può esistere alcuna barriera che possa dividere e,  la musica in particolare, si è dimostrata un importante collante che unisce giovani di culture diverse.

“giornalisti per un giorno”
Classe III A -Scuola Second.
IC MONTALTO SCALO

 

 

La magia sta tutta lì, in quella miscela esplosiva che prende fuoco quando l’energia di Massimo Ranieri – artista a tutto tondo e show man instancabile –  si mescola a quello che accade ogni qual volta che la musica jazz, si mette al servizio di un progetto prestigioso come quello in scena al teatro Diana di Napoli e che porta il nome di Malìa.

Lo racconta il perché di quel modo di intitolare il concerto, Ranieri. Ma non è solo un titolo, un vezzo, un nome che affascina… è un vero e proprio viaggio indimenticabile, un incantesimo possibile grazie a quella musica che ha ammaliato il mondo, in quegli anni ’50 e ’60;  Anni in cui Ranieri al secolo Giovanni Calone nasceva, anni in cui la luna sapeva sfavillare sullo sfondo di un cielo blu notte, gli anni dei night club e degli americani che affollavano Capri, quando venivano a sentire come si facesse la musica, oltre oceano.

Un concerto, quello di ieri  11 novembre, che si potrebbe incorniciare; e non solo perché non c’è stata “una nota fuori posto”, ma perché le caratteristiche che decretano la riuscita di uno spettacolo, di un concerto, di uno show, le ho passate in rassegna durante la serata e tutte, hanno risposto all’appello. Dall’intonazione alla presenza scenica, dal discorso musicale all’interplay, dall’originalità degli arrangiamenti alle improvvisazioni jazzistiche, dal talento puro, alla ricerca dei dettagli sonori che fanno sempre la differenza, anche e soprattutto quando si rivisitano pezzi storici della tradizione – in questo caso, della tradizione napoletana – e che recano in se una intenzione precisa, sia del periodo storico raccontato, che del significato che quella musica ha avuto nel corso dei decenni sul patrimonio musicale che attraversa i tempi, in maniera inossidabile.

E’ carismatico Massimo Ranieri, è stracolmo di groove, inteso proprio come capace di “divertirsi intensamente”, perfettamente calato nell’atmosfera di quegli anni, che tanto hanno saputo raccontare (musicalmente parlando) e che lui decide di regalare al pubblico attraverso un concerto confezionato impeccabilmente, e tenuto insieme da quel filo sapiente, raffinato e originale come solo il jazz sa sempre essere.

Enrico Rava

Geniale Ranieri che sceglie un quintetto jazz, per raccontare i grandi successi della musica napoletana. Non dei jazzisti qualsiasi, ma a mio avviso scelti proprio nella loro intrinseca capacità di saper inserire come in un mosaico che prende forma pian piano, l’immagine che era alla base del progetto. Enrico Rava (tromba e flicorno), Rita Marcotulli al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso, Stefano di Battista al sax contralto e pure al soprano e Stefano Bagnoli alla batteria. Quei musicisti che presi da soli, sono già un pezzo di storia del jazz internazionale e non solo italiano, e che riuniti sul quel palco, hanno dimostrato non solo un talento indiscusso, ma una versatilità e una capacità interpretativa capace di fondersi perfettamente con l’impronta scenica e la potenza della voce di Massimo Ranieri, della sua estensione vocale e della sua capacità – unica – di riuscire a fare tutto e a fare tutto bene. Canta, balla, intrattiene, l’artista partenopeo, è generoso e ci si chiede dove li nasconda i suoi 66 anni finiti. Forse tra le rughe di quel volto che raccontano una storia che parte da lontano, che sembrava già scritta sin da quando era bambino. Quelle rughe che si piegano, che si commuovono, davanti alla musica e che si inchinano allo scambio emozionale che viaggia da lui al suo pubblico e viceversa, come se fosse facile incantare, ammaliare tutte le sere, raccontando semplicemente la musica a modo suo…come se fosse ogni sera “tutta nata storia“.

Stefano di Battista e Stefano Bagnoli

Ed è proprio così che si apre il concerto, con una prorompenza che fa salire i brividi, con l’omaggio ad un Pino Daniele che – come lo stesso Ranieri racconta – non era ancora nato, ma che sembra esserci e sempre ci sarà, come un lucchetto sul cuore che ad aprirlo è un attimo, basta rievocare le emozioni che seppe dare in vita, ed anche oltre.

Le note degli strumenti a fiato di Rava e Di Battista, si incontrano e si rispondono, si mescolano e si capiscono, mentre le note altissime lasciano spazio alla sincronia che si realizza a sostegno del ritornello del famoso pezzo di Pino Daniele.

Muoiono i poeti, ma non muore la poesia” – dice Massimo Ranieri ricordando Aldo Palazzeschi.

Sono le canzoni scelte per il progetto a fornire al grande Show man, la possibilità di raccontare aneddoti e pezzi di storia di quelle canzoni in repertorio. E’ dopo “Resta cu’mme“, in cui il jazz è ricamato addosso al cantato, che Ranieri racconta di che anni bellissimi fossero quelli, anche se l’intensità di alcuni pezzi veniva a volte censurata, così come fece la Rai con questa canzone per quei famosi versi “non m’importa chi t’avuto“.

Rita Marcotulli

Puoi provare ad immaginare quel che potrà proporti quel concerto, ma non potrai mai immaginare che lì dentro, dentro quei metri che ospitano gli artisti, i musicisti, si consumeranno sound, passi di danza e arrangiamenti sofisticatissimi. Balla a ritmo di samba, Ranieri, durante Lazzarella, e quasi rieccheggiano ancora i suoi passi e le note della canzone quando prende posto su uno sgabello, mentre lascia Di Battista e la Marcotulli introdurre “Malatia“. Sofisticato e leggero Stefano Di Battista, che ricama il tema con fiato lungo e note aperte. E’ sempre lui che introduce “Anema e cose” con il sax soprano. Il pubblico canta, si lascia trascinare, si lascia emozionare, sorride e poi si commuove, tutto nel tempo di una canzone. Qualcuno si lascia andare ad un ricordo ed io ascolto l’assolo di Rava e penso a quanta strada lui abbia fatto fino ad arrivare qui, sul palco con Ranieri ed altri amici, adesso nel novembre del 2017; penso a quella carriera così lunga e fortunata, a quel musicista canuto e bianco, che prende posto a destra sul palco, seduto sul suo sgabello, mentre mostra il suo profilo migliore, quello mentre soffia nella suo flicorno. In quel profilo in cui entra la sua sonorità calda, non per forza virtuosistica, ma che sa sempre come concedere alle note un’ascesa veloce e decisa, come quando si chiude una porta lentamente, affinché anche l’ultimo invitato, sia presente alla festa. Cura molti finali, Rava, lui che non ha bisogno di complessità per capire “come si finisce”.

E’ un valzer, “Na voce na chitarra e ‘o poco ‘e luna“; ma c’è anche il cha-cha-cha in Malìa, scelto per “La pansè“. Ranieri non sa solo cantare intonatissimo – che quasi ci si chiede come faccia a non lasciar andare neanche una nota – ma ha anche la capacità ormai rara, di cantare in levare. Lo fa meravigliosamente, e lo fa mentre balla, e sorride e ammalia.

Ci sono tutti in questo concerto: Rascel, Murolo, Modugno. C’è la musica napoletana, C’è “Luna rossa” con un abito nuovo di zecca, c’è un Di Battista che invade completamente il palcoscenico con le note del sax alto, con la sua personalità musicale altamente comunicativa, l’eleganza del fraseggio quando parte dalle note basse e velocissimo corre verso l’alto conservando energia, evoluzione ed improvvisazione oltre che tutte le nuance armoniche.

La base ritmica è affidata ad altri due fuoriclasse, Riccardo Fioravanti al Contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria. Sono loro ad aprire “Torero” ed è un tripudio di suoni, di senso ritmico, di cassa e rullante che rimbombano nello stomaco di chi è in teatro, mentre fluiscono convincenti le note del contrabbasso, spesso inarrestabili nel jazz. A sottolineare le parole della canzone, Rita Marcotulli, unica donna sul palco, che tra le altre e tante caratteristiche, sa muoversi nel confine tra jazz e altre sfere musicali con grande maestria, che sui quei tasti bianchi e neri batte il tempo e intreccia melodie, senza mai perdere il filo del tema, così caro a Massimo Ranieri.

Riccardo Fioravanti

Un concerto diviso in tre parti, come se fossero tre tempi diversi da raccontare, tre stati d’animo, tre storie a se, ma che come fil rouge hanno le sfumature di una musica che non tramonta dentro il mare, ma rinasce ogni giorno con il primo sole.

Capri costola di Napoli, piccolo paradiso dei night club, quell’isola che è la “natura abitata dagli dei” come qualcuno felicemente la definì, riceve l’omaggio con “Luna caprese“. Massimo Ranieri canta senza mai una sbavatura, mai una incertezza, capace di far innamorare tutti.

Arriva uno dei momenti più belli del concerto, quando canta “Indifferentemente” canzone che parla della fine di un amore, di un’ultima scena, di quello sguardo alla luna. Un pezzo che Massimo Ranieri ama molto, così come racconta. Ma il racconto va anche un po’ più in là…corre ad uno dei ricordi più belli ed indelebili della sua vita, corre a quando lui ragazzetto andò in America con Sergio Bruni.

Ci sono momenti di jazz puro, durante il concerto, ci sono tanti ricordi, come quello di quando Stefania Sandrelli volle cantare con lui “Nun è peccato” durante la trasmissione “Sogno o son desto”, pezzo riproposto anche ieri sera.

Non lo si lascia andar via così, un artista di quel calibro. Non si è mai abbastanza sazi, soprattutto quando si ha davanti la storia della musica italiana, quando si è al cospetto dell’emblema della musica italiana fatta a regola d’arte, quando insieme a Massimo Ranieri su quel palco ci sono quei musicisti – che a mio avviso sono stati una felicissima scelta che ne ha decretato il successo – e quando non vi è una sola persona che siede in quei posti, che non vuole sentire i pezzi storici che non sono solo i suoi, ma di tutti noi. “Erba di casa mia“, “Rose rosse“, “Perdere l’amore“, nel bis, che arriva dopo due ore di spettacolo, che arriva pianoforte e voce e in chiusura con  il suono del sax contralto di Stefano Di Battista che resta il cabochon di un gioiello, che è e resterà pura Magia…ops, Malìa

Simona Stammelluti

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Il teatro come custode di quell’arte che trasmigra da un autore ad un attore; e a dirigere le dinamiche e il senso di un’opera – con un ruolo tanto delicato quanto decisivo – il regista.
La regista, in questo caso; Perché Nadia Baldi la sua genialità, non l’ha vestita solo mettendo in scena una delle opere più belle di colui che fu “proprietario unico” di una drammaturgia che molto ricorda il senso del teatro di Beckett, di quel malessere che quando manifestato, esplode e gratifica, ma utilizzando un personalissimo linguaggio scenico.
Annibale Ruccello – per chi ha avuto l’onore di amarlo non solo come drammaturgo ma anche come antropologo – ha lasciato in eredità al mondo teatrale un materiale nobile, una tradizione popolare; Ruccello aveva una scopo ben preciso, quello di tirare lo spettatore dentro un vissuto, dentro la trama, non intesa come storia in se, ma come insieme di maglie lavorate ad arte, capaci di inglobare e di risvegliare nella tragicità del vivere, l’uomo che approccia al teatro, proprio tra le mure del teatro.
Assistendo al Ferdinando con la regia di Nadia Baldi – in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino a domenica 5 novembre – sembra come se la stessa regista abbia ascoltato un suggerimento di chi quel testo lo ideò.
Sono le sfumature, la dinamicità, il ritmo e la credibilità degli attori calati in quel contesto pensato da Ruccello che immaginò una Napoli del 1870 a cavallo tra due epoche, a fare dello spettacolo della Baldi un esempio di buon teatro.


I “caratteri” tratteggiati da Ruccello, sono vividi nella rivisitazione della Baldi che però sdrammatizza su alcuni passaggi, rendendoli esilaranti, senza mai snaturalizzare l’opera che – in due ore e mezzo di spettacolo – traccia con dovizia, lo spaccato di quell’epoca che tanto Ruccello volle analizzare, mettendo a punto lo sguardo sui poveri cristi, mentre prende respiro e si espande non semplicemente la storia di una baronessa annoiata e senza stimoli che finge di essere in punto di morte, fin quando la sua e la vita delle persone a lei vicine, viene letteralmente stravolta dall’arrivo di “Ferdinando” un improbabile nipote che appaga le sue e le altrui voglie, quanto la spinta che la regista riesce sapientemente ad alimentare circa la volontà di Ruccello di scandagliare i vizi di una società che dietro una facciata di virtù, nasconde le piaghe di ogni tempo: amoralità, opportunismo, egoismo, cinismo, blasfemia, e poi ancora gli interessi, gli scandali, i disvalori che nell’opera della Baldi vengono fuori in tutta la loro crudezza ed attualità, ma non come se fossero un monito perbenista, ma al contrario come un disegno sofisticato, che si serve del linguaggio teatrale puro, e della sua naturale consapevolezza.
Credibile il napoletano parlato, credibili ed adeguate le scene a supporto di quella promiscuità che vede tutti desiderare tutto, che pone il desiderio come un nemico di un equilibrio che tutti vorrebbero conservare, ma che esplode non come un peccato ma come un gioco ad “amare male”.
L’impianto registico non é mirato all’applauso facile, ma è facile applaudire alla bravura e non solo alle intenzioni che i 4 attori in scena regalano generosamente al pubblico…quel pubblico che si divide in chi conosce Ruccello – e ne vede i tratti in quell’adattamento della Baldi che usa il testo come un ponte – e coloro che guardano semplicemente uno spettacolo di grande qualità e che si diverte mentre recupera la consapevolezza che i misfatti, attraversano le epoche finiscono proprio lì, su un palcoscenico dove 4 attori vestono le sembianze di una società che difficilmente si salverà.
Molto efficaci anche le scenografie ed i costumi, quell’abito di donna Clotilde che é un tutt’uno con quel letto che accoglie fatti e misfatti, cattiveria e mezze verità.
Una bravissima Gea Martite, straordinaria interprete, perfettamente calata nel ruolo (e che ci tengo a dirlo, non teme confronti che potrebbero venire dal passato) intorno alla quale ruotano gli altrettanto talentuosi attori; Chiara Baffi che gestiste i registri vocali benissimo, nei panni di Gesualda, la cugina povera della Baronessa che tanto potrebbe dire, che tanto potrebbe fare e che tanto fa, nella intricata storia di amori non corrisposti, di carnalità a basso costo e di dignità svenduta per un grammo di felicità.
Fulvio Cauteruccio nei panni – è proprio il caso di dirlo – di Don Catello, che porta a spasso una tonaca sotto la quale si nascondono i vizi del potere religioso. Il fascino innato di Cauteruccio che si insinua nel suo ruolo e che riempie il palcoscenico. Ferdinando è Francesco Roccasecca, scanzonato ma no troppo, credibile nel fascino del giovane che a tutti promette e a tutti da, impeccabile nella dizione, che quasi ci riesce a nasconderlo il suo essere partenopeo.
Un palco vestito di arte, di intenzioni e della giusta dimensione nella quale l’opera di Ruccello, è rivissuta in una dinamica di teatro fatto così bene, che quasi commuove.
Sono gli applausi sì, che sottolineano anche la bontà si un progetto e stando a quelli che ieri sera scoscianti hanno investito i 5 protagonisti di questo spettacolo per lunghi minuti, non posso che augurare a Nadia Baldi di essere ancora investita da quella sottile genialità.

Lo spettacolo è ancora in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino a domani…fate ancora in tempo a godere di un’arte che – a mio avviso – ha ancora molto da dire.

 

Simona Stammelluti