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Uno SPETTACOLO, “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel”, e poi ancora la VISITA NOTTURNA DELLA CAPPELLA SISTINA , la MUSICA DAL VIVO nel cortile della Pigna dei Musei Vaticani e biglietti ad un prezzo speciale per una notte d’estate nella magia di Michelangelo

 Per tutta l’estate, fino ad Ottobre, il venerdì sera diventa l’occasione per una serata unica. Il visitatore potrà prima partecipare allo spettacolo “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, l’innovativo show in scena all’Auditorium Conciliazione, ed entrare poi nei Musei Vaticani per una straordinaria visione notturna delle opere dal vivo,  approfittando di una offerta  speciale.

Giudizio Universale.  Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, ideato da Marco Balich e realizzato da Artainment Worldwide Shows con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani, è un innovativo spettacolo immersivo sulla genesi del capolavoro di Michelangelo che ha già appassionato più di 130.000 spettatori, grazie all’emozione delle proiezioni ravvicinate delle opere, alla musica di Sting e alle voci di Pierfrancesco Favino e Susan Sarandon.

Le proiezioni a 270° degli affreschi nella Cappella Sistina permettono una visione unica e spettacolare del genio di Michelangelo, che completa l’esperienza insostituibile della visita della Cappella stessa.

Per permettere allo spettatore il percorso ideale che comincia con lo spettacolo e prosegue  con la visita durante le Aperture Notturne dei Musei del Papa, “Giudizio Universale”, in scena a pochi passi da Piazza San Pietro, all’Auditorium Conciliazione, propone la replica del Venerdì in orario pomeridiano ad hoc, in lingua italiana, con un biglietto speciale riservato ai visitatori dei Musei Vaticani.

Tutti i Venerdì fino ad Ottobre infatti i Musei Vaticani aprono le porte ad una straordinaria visita notturna, che prevede  anche  l’ascolto di un concerto nella  splendida cornice del Cortile della Pigna all’interno dei Musei. Da oggi è possibile abbinare, ad un prezzo speciale, anche la visione dello spettacolo “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel” e passare così, a prezzo ridotto, una serata intera immersi nella bellezza, nell’arte e nella musica.

L’apertura notturna offre, in primo luogo, la possibilità di visitare i Musei del Papa in un orario inconsueto, lontano dai ritmi vorticosi dei circuiti del turismo di massa, diventando così uno spazio privilegiato per chi desidera beneficiare al meglio del patrimonio culturale che i Vaticani racchiudono.

Un momento ideale, dunque, per trarre ispirazione, istruzione e diletto dalla contemplazione dei capolavori custoditi nelle raccolte pontificie: l’agio di spazi meno affollati, la luce e il silenzio che la notte porta con sé, rendono i Notturni un’esperienza emozionante, uno spettacolo della conoscenza.

Artainment Worldwide Shows (AWS) è stata fondata nel 2016 all’interno di WSCorp. Nel 2017, la società Overjoy, composta da professionisti italiani di primo piano, ha deciso di investire in AWS credendo nella mission di Artainment.

La roadmap di AWS prevede una seconda fase con il tour mondiale di “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel” ed una terza con nuovi spettacoli, applicando il codice e il linguaggio di Artainment ad altri capolavori del patrimonio artistico e culturale italiano.

 

Scopri di più: https://www.giudiziouniversale.com/

Trailer video: https://vimeo.com/260986895

Musei Vaticani: http://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/eventi-e-novita/iniziative/Eventi/2018/il-giudizio-universale-quando-un-capolavoro-si-anima-vive-emozio.html

 

LA PROPOSTA

 

VISITA LIBERA IN NOTTURNA DEI MUSEI E SPETTACOLO GIUDIZIO UNIVERSALE

 

Musei Vaticani + Giudizio Universale, Settore Immersive: € 38 (16€ + 22€)

Musei Vaticani + Giudizio Universale, Settore Central: € 34 (16€ + 18€)

Musei Vaticani + Giudizio Universale, Settore Standard: € 31 (16€ + 15€)

 

 

VISITA LIBERA IN NOTTURNA DEI MUSEI E SPETTACOLO GIUDIZIO UNIVERSALE

Under 18 e studenti under26

Musei Vaticani + Giudizio Universale, tutti i Settori: € 24 (12€ + 12€)

 

UTILE SAPERE SUI VENERDÌ IN BELLEZZA:

Periodo: Luglio, Agosto, Settembre e Ottobre 2018

Giorno: Venerdì (escluso Venerdì 10 Agosto, per riposo spettacolo)

Orario spettacolo Giudizio Universale: ore 17:30

Orario visita ai Musei: dalle 19.00 alle 23.00

 

I biglietti sono acquistabili dal sito giudiziouniversale.com  e attraverso il circuito Vivaticket

https://giudiziouniversale.vivaticket.it

 

Per acquistare il biglietto ridotto per la visita ai Musei, vai sul sito dei Musei Vaticani oppure mostra il biglietto dello spettacolo del venerdì stesso all’ingresso dei Musei.

 

Box Office: via della Conciliazione, 4t – Roma tel.+39.06.6832256 info@ giudiziouniversale.com

 Le riduzioni previste dall’offerta sono valide esclusivamente per l’acquisto in combo del biglietto dei Musei Vaticani e dello spettacolo ‘Giudizio Universale’.

 

 

 

 

Ti imbatti nella notizia quasi in sordina, che alla fine di giugno esce un album inedito di John Coltrane. Ti poni mille domande a cui nessuno può rispondere e attendi che quel lavoro discografico esca per saperne di più e soprattutto per ascoltare.

Questo materiale, diviso in due cd prende il nome da una famosa affermazione che Coltrane aveva fatto a Wayne Shorter durante una sessione registrata negli anni ’50. Gli aveva chiesto di incominciare un fraseggio musicale come se si fosse nel mezzo di un tema e poi andare fino all’inizio e poi alla fine, quindi in entrambe le direzioni, in una sola volta. Ecco il titolo dell’ultimo album di Coltrane: “Both directions at once“.

La cose interessante è questo album è il frutto delle abitudini di Coltrane e del privilegio di cui godette quando lavorava con la Impulse! Records.  Perché la casa discografica gli  consentiva di portare a casa le registrazioni, per riascoltarle, prima di essere incise. Il mistero è dunque: perché mai queste registrazioni non andarono alle stampe? Eppure per durata e perfezione, sembrerebbe che fossero nate esclusivamente per quello. Fatto sta che se oggi possiamo goderne è perché la sua famiglia le ha conservate con cura. Colei che per prima ne ebbe cura fu la sua ex moglie Naima a cui lui rimase molto legato e con la quale rimase sempre in contatto anche dopo la separazione, e alla quale dedicò il famoso pezzo.

Tracce dunque mai editate, mai mixate, mai masterizzate, prima della morte di Coltrane nel 1967. Non esisteva nulla, nessuna indicazione che potesse diventare un album, non vi era elenco di brani stabilito, né immagini di copertina.  Fatto sta che sono due album completi, e che forse Coltrane aveva quella voglia che diventassero tali, mentre registrarono, ma quel che accadde dopo, resta un mistero. Ravi Coltrane, figlio del grande sassofonista, ha dichiarato che quella registrazione fu realizzata in maniera pignola, curata nei minimi particolari; una sessione impeccabile, insomma, realizzata in poco tempo. E qui l’aneddoto è interessante visto che la dovettero registrare in pochissimo tempo, considerato che subito dopo, il quartetto – formato da Cotrane al tenore e al soprano, Mccoy Tyner al piano, Jimmy Grrison al basso e Elvin Jones alla batteria, dovevano suonare a Manhattan l’ultima replica di una tournée di 12 concerti e considerato il traffico di quell’ora avevano bisogno di circa un’ora per arrivare. Così registrarono come se dovesse essere “buona la prima” e così fu. Quel quartetto di Coltrane era un tutt’uno tra di loro e con la musica e da queste registrazioni, questa caratteristica si avverte in maniera prorompente.

Verrebbe da dire che la musica di Coltrane merita di essere celebrata ed esaltata sempre, ma davanti a questa registrazione perduta e poi ritrovata, ogni domanda trova le sue risposte nell’ascolto e nel contesto, in cui venne realizzato. Molti pezzi sono senza titoli, e tanto è il materiale a cui Coltrane non diete titolo. Il perché, il chi, il come ma soprattutto il quando, trova risposta nella musica stessa perché si tratta di performance meravigliose, date alla luce da colui che fu uno dei nomi più prestigiosi sulla scena jazzistica di quell’epoca. Era il tardo inverno del 1963, precisamente il 6 di marzo, quando Coltrane e il suo collaudato quartetto diedero alla luce questo lavoro.

Com’è direte voi? E’ questa la prima domanda che viene spontanea. La prima cosa che verrebbe da rispondere è: “è meraviglia pura, che domande fai!” Ed invece proprio perché la musica di Coltrane, merita un ascolto attento, ve lo racconto un po’ dei dettagli.

Sono performance che provocano un immediato entusiasmo, come se il tempo si fermasse, mentre ci si sente immersi in uno spazio non perfettamente definito. Viene evocato lo spirito del jazz, ma in maniera particolarissima. E’ come se venisse iniettato uno stato estatico, nel quale il messaggio del gospel e della musica nera della chiesa americana, si insinuasse nel mondo educato, cortese ed ammiccante del jazz. E’ come se una domenica mattina americana, si infilasse in un sabato sera in un jazz club affumicato ed euforico.

Il 1963 era già il terzo anno che Coltrane era leader indiscusso e la sua musica influente ma al contempo controversa, era capace di bilanciare emozioni crude con sperimentazioni improvvisate. Alcuni etichettarono la sua musica come “anti-jazz“, mentre era la nuova epoca che nasceva sotto il simbolo del free jazz, un jazz che più libero di così non si poteva, soprattutto per tutti quei giovani che a lui si ispirarono.

Coltrane in questo lavoro è come lo conosciamo noi appassionati. E’ idea, forza e coraggio. Sono ballate, sono dialoghi che si intrecciano e non lasciano nulla al caso. Sono importanti tentativi, sono improvvisazione, sono melodia che Coltrane, prova prima con il tenore, poi ripropone con il soprano, usando arpeggi ed espandendo le melodie del tema con note lunghe, spesso semplici eppure carichi spiritualmente e ricchi di pathos.

Riflettono a pieno il suo modo di concepire la musica. Tra i brani, c’è una versione di “Nature Boy”, pezzo registrato la prima volta nel 1948 da Nat King Cole. Quando finì allora nel repertorio di Coltrane? Una sera in un concerto in cui Coltrane volle “provare”, diciamo così, e Wayne Shorter che era nel pubblico gli disse che quella versione con il soprano era pazzesca. In fondo Coltrane suonava sempre in modo nuovo. Quella versione con il tenore, in questa registrazione è poggiata su un mood minore. Utilizza il tenore, per accentuare il messaggio sobrio, per difinire ed abbellire la melodia, a suo piacimento.

Altro brano degno di nota è Vilia, melodia presa in prestito all’opera “La vedova allegra”, resa nota dal clarinettista Artie Shaw. Anche in Vilia, si sente tutta la freschezza della prima volta, e la cosa bella è questi brani sono stati registrati tutti al primo tentativo.

Stupendo, è proprio il caso di dirlo, la traccia che regala “Slow Blues, altro grande successo di questa sessione, suonato in modo rilassato, dove la calda familiarità del blues si fonde al famoso soffio del movimento di Coltrane, protagonista assoluto di questa sessione, che per fortuna è rimasta infiocchettata nelle mani della sua famiglia per oltre 50 anni.

E se il significato cardine del lavoro simbolo di Trane,I love supreme” fu non solo il simbolo dell’improvvisatore ardito, ma anche di come il suo modo migliore di vivere fosse suonare, sempre e comunque, mi viene da dire che questo lavoro “nuovo” ma con 55 anni portati con classe, è l’espressione della sua fede, del suo sapere, della sua essenza. Non è un disco selvaggio, ma è “torrenziale”, scivola, durante l’ascolto e ti travolge. Ha un magico equilibrio, è quasi miracoloso e poi ci regala un Coltrane inedito, ci racconta quel che voleva dire senza darti indizi, chiedendoti solo di “andare in entrambe le direzioni, in una volta sola”.

 

Simona Stammelluti

 

  • “This is like finding a new room, in the great pyramid” – Sonny Rollins

Che strano…ti imbatti in una storia e ti si apre un mondo. Quel mondo che è fatto di tante altre storie, tutte collegate tra di loro, che sembrano star su non per volontà divina ma per volontà di un singolo che mette a disposizione il suo vissuto, per salvare tutti gli altri. E allora si capisce come a volte giudichiamo tutti e tutto molto in fretta.
Dietro ogni uomo c’è una storia e quella storia può decretare o meno un lieto fine, nella storia di qualcun altro.

Ecco, in questo caso tutto ciò che quel giovane allenatore thailandese aveva vissuto, è divenuta la soluzione alla storia dei 12 ragazzini finiti nella grotta. In quella grotta in realtà vi erano stati portati dal loro allenatore. Quella grotta così pericolosa nel periodo dei monsoni. 17 giorni in una striscia di terra asciutta a 800 metri di profondità. Leggerezza, imprudenza quella dell’allenatore, senza dubbio. Ma cosa ne sarebbe stato di quei ragazzini se Ake, (soprannome di Ekkapol Chantawong), non avesse badato a loro così come ha fatto? Una volta finiti lì sotto, il panico ha preso in ostaggio tutti. E diciamolo, Ake è solo 11 anni più grande di quei ragazzini, quindi un ragazzo anch’egli. Orfano dall’età di 10 anni, ha imparato la meditazione in un monastero buddista e quelle pratiche le ha insegnate ai suoi ragazzi, li ha motivati infondendo loro calma e serenità, ha insegnato loro a tenere a bada i morsi della fame, a contemplare il respiro, a guardare la mente. Li ha tenuti per mano, li ha accuditi come figli, li ha sostenuti, incoraggiati a non mollare (in fondo questo dovrebbe fare ogni vero allenatore) ha rinunciato al cibo per distribuirlo tra i bambini. E’ stato l’ultimo ad uscire dalla grotta e ha chiesto perdono ai genitori di quei cuccioli, dei quali aveva messo in pericolo la vita, ignorando il divieto di ingresso nella grotta, quel vice allenatore che era cresciuto a pane e pallone, dopo essere stato prima abbandonato presso i preti e poi affidato alla nonna. Sarà processato, forse; comunque, in ogni caso, si prenderà le responsabilità della sua scelta.

Ma cosa sarà accaduto in quell’ora in cui è rimasto solo in quella grotta, dopo che anche l’ultimo dei bambini ha lasciato quel luogo e la sua mano? Nessuno può saperlo, però forse possiamo provare ad immaginarlo. Avrà pianto, forse, avrà sfogato tutta la paura, la sua e quella di quei bambini di cui si era fatto carico, si sarà arreso alla sua fragilità e alle sue colpe, e forse si sarà sentito solo, ancora una volta. Però una cosa è certa; se Ake non avesse gestito in quella maniera la situazione, probabilmente quell’imprevisto si sarebbe tramutato in tragedia. Forse nessuno di noi, seppur adulto, con esperienza e “sazio” di vita, sarebbe stato così bravo a tenere lucidi e salvi quei 12 bambini, perché il buio, la fame, la claustrofobia e lo sconforto sono delle armi potentissime che quando esplodono mietono molte più vittime di quanto si possa immaginare.

I soccorritori hanno trovato bambini sereni, in buono stato e sorridenti. Nella disgrazia di quella scelta scellerata, il giovane allenatore ha gestito al meglio gli eventi. La sua esperienza di vita, la sua storia, ha decretato il lieto fine della storia di quei 12 bambini appassionati di vita e di pallone, esattamente come lui.

Lo so, direte “tutto questo non sarebbe successo se si fosse attenuto al divieto affisso fuori da quella grotta e avesse trovato un altro posto dove portare i ragazzi a meditare“. Vero. Ma è vero anche, che la vita è stracolma di imprevisti, a volte decisi,  a volte subiti, e come reagiamo ad essi spesso fa la differenza. La storia subita da Ake quando era bambino l’ha reso capace di salvare la vita degli altri, ed anche la sua, ora che è uscito da quel buio, che fa crescere troppo in fretta, che ti toglie i punti di riferimento, che ti ricorda che sei solo, così come quando sei finito in quella grotta, e che devi ritrovare un senso, un filo conduttore, portandoti però addosso un senso di colpa ma anche un significativo sollievo.

Avete mai pensato a cosa sarebbe accaduto a coloro che si sono tolti la vita, se avessero condiviso la loro esistenza con qualcuno che come Ake, li avesse tenuti per mano, avesse insegnato loro a tenere a bada la paura?

Io sono convinta che la storia di ognuno di noi possa cambiare in meglio, a volte, le sorti di qualcun altro, e in quei 17 giorni nella grotta, la vita di quei bambini, la loro salute psico-fisica, è stata custodita nelle mani di un ragazzo con una infanzia difficile, triste, quasi ingombrante, per poi divenire leggera e impalpabile come quelle lacrime che sono scese, per lavar via, anche solo per un po’ la paura di un futuro che ci racconterà come questa storia andrà a finire.

 

Simona Stammelluti

Ritrovato corpo in avanzato stato di decomposizione nel greto del fiume Crati, non molto distante dal Centro Commerciale di Zumpano, nella zona tra Rende e San Pietro in Guarano in provincia di Cosenza

 

Il corpo scarnificato e in parte in decomposizione, presumibilmente femminile, è stato trovato da un pescatore che occasionalmente si trovava in quella zona, particolarmente isolata.

Sul posto sono intervenuti la D.ssa Greco della Procura di Cosenza, che ha disposto l’autopsia, i tecnici del Reparto Operativo dei Carabinieri di Cosenza, che hanno effettuato i rilievi del caso, e poi ancora il medico legale e l’entemologa (esperta di insetti) D.ssa Teresa Bonacci dell’Università della Calabria oltre ai Carabinieri di Rende guidati dal Capitano Maieli.

Spetterà agli approfondimenti del medico legale e dell’entemologa stabilire con certezza se si tratti di un uomo o di una donna, oltre che individuare la data e le cause del decesso.

Il corpo ritrovato in data odierna, era completamente privo di indumenti e di alcune parti anatomiche, risultato di azione di animali selvatici sul corpo abbandonato da diverso tempo.

Probabilmente il corpo è stato portato sul posto del ritrovamento dopo la morte, ma saranno gli esami autoptici e le indagini a svelare la verità.

 

Simona Stammelluti

Al peggio non c’è mai limite. La situazione sta sfuggendo di mano, ma per davvero. Il Codadons denuncia il Prof. Roberto Burioni, chiede che venga aperto un fascicolo disciplinare su di lui  e per lui chiede anche la radiazione dall’albo. Perché?

Perché i cittadini non ne possono più “delle sue uscite pesanti e contrarie a qualunque confronto”, dice il comunicato.

Burioni  si è solo permesso di sfidare Salvini, chiedendogli semplicemente quali sarebbero secondo lui i 10 vaccini inutili, così come dal Ministro espresso in una diretta su RadioStudio54. Forse è anche questo, un perché?

Il pensiero più e più volte espresso dall’immunologo è semplicemente che “Con la salute non si scherza e questo è davvero un modo strano di star dalla parte dei cittadini“.

Già Roberto Saviano qualche giorno fa, aveva sfidato, se così si può dire, su vicende altrettanto delicate il neo ministro dell’Interno, che a questo punto, si sente così importante da potersi esprimere ben oltre le sue competenze conferitegli dall’incarico, adentrandosi in argomenti che non sembrerebbero essere alla sua portata. A che titolo e con che titolo, si esprime su vaccini, tanto da definirli inutili? Era lecita allora la domanda di Burioni: “Ci dica almeno quali sono i 10 vaccini inutili e pericolosi“.

Nel frattempo il sottosegretario Gaetti incontra al Viminale una delegazione di “genitori no-vax” capitanato da Dario Miedico, ex medico radiato dall’ordine di Milano a maggio scorso con l’accusa di avere posizioni no-vax. Nessun imbarazzo per Gaetti che dichiara essere stato un incontro privato con persone che conosce da oltre 15 anni, nel quale i presenti hanno ringraziato il sottosegretario per la sua “apertura mentale”. Ossia? Per la sua personale posizione a favore dei no-vax? Ma se fosse stato davvero un incontro informale e privato, perché non si sono visti al bar, anziché al Viminale per parlare di vaccini senza però la presenza del ministro della salute Ilaria Grillo?

Ed intanto mentre il Prof. Burioni finisce nel mirino del Codacons – a mio avviso ingiustamente – sui social si scatena l’inferno. Che poi, la domanda è semplice: Vi fareste curare da uno che fino all’altro giorno vendeva pop corn, o salireste su un aereo pilotato da chi fino a ieri faceva il macellaio? Non penso. E allora perché chi non è medico, non si è mai occupato di immunologia e virologia, e dunque non ha competenze in campo, deve parlare di vaccini, per conto di un intero paese?

Solidarietà al Prof. Burioni, non fosse altro che per il fatto che sia un professionista che parla in base a ciò che sa, che ha l’umiltà e l’entusiasmo di continuare a studiare e a fare ricerca, proprio in questo tempo di pericolose bugie, somministrate a piccole dosi agli italiani che sembrano incapaci, a volte, di verificare le fonti di alcune notizie, fonti estremamente importanti, oggi più che mai.

E se un tempo bastava dire “non lo so” per ricevere le giuste risposte e per finire nella categoria degli ignoranti perché si ignorano tante cose, e può accadere di “non sapere”, oggi si finisce paradossalmente per essere coloro che non solo non sanno, ma che hanno anche la presunzione di spiegare agli altri.

E’ il risvolto di quella “coperta troppo corta” che è la libertà di parola, che si inserisce in un meccanismo fintamente culturale dove sembrano tutti convinti che una buona connessione wi-fi possa sostituirsi ad anni ed anni di studi e sacrifici e di ricerche e di capacità, che vanno ben oltre un ruolo.

La frase “ognuno ha diritto di dire la sua” ha bisogno di essere messa a punto,  altrimenti l’accesso alle fonti – senza manco verificarne la concretezza – diventa l’accesso al marasma in cui chi non sa, parla spesso per sentito dire, ed infetta, ed è proprio il caso di dirlo, chi ancora non sa, e che nella confusione globale, segue il gregge perché come sempre, essere la voce fuori dal coro costa …costa fatica, studio e competenza.

C’è una “nuova ignoranza” che è divenuta saccenza (e per quella no, non c’è nessun vaccino), che ostenta erudizione inesistente o – peggio ancora – informazioni sbagliate. E non ci lamentiamo delle fake news quando basta scrivere un post superficiale sui vaccini, seguendo questa o quella moda, senza aver verificato fonti, senza acculturarsi leggendo libri, e non risultati frettolosi dei motori di ricerca, ci mette nel meccanismo del “Non so perché ma c’ho ragione”.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

 

Dr. Domenico Valente

Non ci nascondiamo dietro un dito: la bellezza piace a tutti. Poi però ci sarebbe come sempre da capire cosa sia davvero la bellezza, in che canoni si collochi, e se abbia qualcosa a che fare con la perfezione.

Una cosa è certa: sono sempre di più le donne ma anche gli uomini, che ricorrono alla chirurgia estetica per ritoccare, per migliorare, per avere di più o per togliere qualcosa che proprio non si vuole più, sia essa una ruga, una gobba sul naso, la cellulite sulle cosce, un neo fuori moda. E fin qui non c’è nulla di male, perché il provare a sentirsi meglio, a proprio agio con se stessi, con gli anni che passano e con quei segni nei quali una mattina ci si sveglia, e non ci si riconosce più, nel terzo millennio è molto più che una chance.

E se sempre più persone ricorrono alla chirurgia estetica, è vero anche che ci sono in giro sempre più specialisti o finti tali; ed è qui che si innesca il primo problema in assoluto, ossia scegliere a chi affidarsi, considerato che può accadere che anche un semplice medico di base si improvvisi chirurgo estetico, consigliando punturine e ritocchi vari. E allora tutte le domande che in molti si pongono e che forse non hanno ricevuto esaudienti risposte, le ho poste ad un esperto, al Dr. Domenico Valente, uno dei più affermati e capaci chirurghi estetici e maxillo-facciale che lavora in Italia, e sono convinta che dopo aver letto questa intervista, avremo tutti un quadro ben più chiaro circa il mondo della chirurgia estetica, che spesso affascina ma altre volte spaventa.

SS: Dr Valente, ci dice di cosa si occupa attualmente e di quali e quanti trattamenti si è occupato nella sua carriera?

DV: Mi occupo principalmente di chirurgia maxillo-facciale, in particolare della ricostruzione del volto dopo incidenti stradali, tumori del distretto testa collo oltre che di chirurgia e medicina estetica.

SS: In che tipo di errore si può incorrere, mentre si sceglie un medico estetico al quale affidarsi?

DV: L’errore più comune è quello di non affidarsi a medici specialisti del settore, con un curriculum verificato, con dovuta esperienza, ed adeguato numero di casi trattati. Molti pazienti inoltre ricercano offerte su internet considerando la chirurgia e la salute un bene acquistabile alla pari di elettrodomestici o abiti da comprare ai saldi, rischiando di ritrovarsi in situazioni spiacevoli e con risultati scadenti.

SS: Mi definisce la “bellezza” e mi dice se secondo lei ha più a che fare con la perfezione o con l’armonia delle forme?

DV: La bellezza è la visione che ognuno ha di se quando si riflette allo specchio. Il compito di ogni chirurgo che si occupa di chirurgia o medicina estetica è risaltare i pregi di ogni volto (o ad ogni corpo) e far sì che la persona trattata, torni a piacersi, a sorridere quando gli fanno una foto senza più aver vergogna di mostrarsi così com’è.

Per me la bellezza è conservare l’armonia anatomica del volto, riducendo i difetti, risaltando la bellezza soggettiva senza mai stravolgerla.

SS: Quali danni si possono subire se non ci si rivolge alle persone giuste?

DV: I danni possono essere molteplici e molte volte anche gravi; variano in base al tipo di intervento eseguito, e valgono sia per la medicina estetica considerata non invasiva, che per la chirurgia vera e propria.

Bisogna sempre richiede informazioni sul tipo di trattamento al quale ci si sottopone, sul tipo di prodotto che viene usato e sulla sua qualità; bisogna pretendere sempre il codice identificativo dei prodotti che vengono iniettati. Nell’ambito chirurgico è giusto ricevere le informative adeguate con chiarimenti esaustivi sulle possibili complicanze. Ogni atto chirurgico ha delle possibili complicanze, non sempre dicibili in precedenza, e dunque il paziente deve essere consapevole del fatto che ogni atto chirurgico è unico e irripetibile, ed una volta fatta l’incisione non si torna più indietro, ecco perché bisogno affidarsi esclusivamente a professionisti esperti.

SS: In base alla sua esperienza, le persone che si rivolgono a lei, hanno sempre le idee chiare su quel che vogliono cambiare o migliorare? Si lasciano consigliare oppure pretendono che vengano rispettati i loro desideri?

DV: Non sempre le persone hanno idee chiare su cosa fare o migliorare. La tendenza è spesso quella di seguire le mode, soprattutto tra i giovani. Il consiglio che do a chiunque approcci alla medicina, è quello di fare sempre ciò che è realmente necessario e soprattutto di partire con trattamenti “soft” reversibili; consiglio la chirurgia solo nei casi di assoluta necessità e di accertata consapevolezza sul percorso da intraprendere.

SS: In linea di massima, gli interventi di chirurgia estetica sono definitivi, o necessitano di ulteriori ritocchi a determinate scadenze?

DV: Se parliamo di chirurgia estetica la maggior parte degli interventi sono definitivi e non sempre reversibili, e soltanto in rari casi necessitano di ritocco correttivo. Se invece restiamo nell’ambito della medicina estetica i trattamenti sono per lo più reversibili e necessitano ritocchi ogni 8/12 mesi in quanto la maggior parte dei prodotti utilizzati, vanno incontro a un riassorbimento naturale.

SS: Ha mai detto NO, ossia si è rifiutato di effettuare un intervento quando non l’ha ritenuto consono o adeguato a quella persona?

DV: Dico spesso di NO, soprattutto a richieste non assecondabili, o quando si hanno aspettative fuori dalla portata chirurgica, o se il trattamento richiesto, può peggiorare anziché migliorare la reale condizione. Spesso mi capita di rivedere dopo mesi, pazienti che mi avevano richiesto un intervento che avevo rifiutato di fare, che nel frattempo si son fatti poi operare da qualcun altro e contestualmente sentirmi dire: “ non è ciò che volevo” ,”dovevo ascoltarla”, e così via.

SS: Quanto complesso è il lavoro del chirurgo estetico? Quali sono le varie fasi, dal momento in cui un cliente si rivolge a lei, fino a quando il lavoro può dirsi concluso?

DV: Le fasi sono tante, comprendono una serie di incontri. Il primo di solito conoscitivo in cui il paziente espone le problematiche e in cui si raccolgono i dati anamnestici; è lo stesso incontro nel quale si richiedono eventuali esami diagnostici. Il secondo utile a visionare gli esami richiesti e ad esporre l’eventuale iter chirurgico, e poi ancora un incontro pre-chirurgico in cui si consegnano le informative e si espone al paziente il consenso informato andando a chiarire ogni singolo dubbio. Si passa quindi alla fase chirurgica, seguita dai controlli post operatori che in caso di mancanza di complicanze, si risolvono di  solito in 2/3 incontri.

SS: E’ vero che la vita può cambiare, dopo un intervento di chirurgia plastica?

DV: La vita può cambiare, ed in meglio, se i risultati e le aspettative post operatorie sono chiare sin dall’inizio.

Sebbene la chirurgia estetica possa cambiare in meglio la percezione della propria immagine, è bene che il rapporto con se stessi sia equilibrato e sano già prima dell’intervento. Il candidato ideale agli interventi di chirurgia estetica è una persona che prova un reale disagio legato ad un determinato difetto fisico e ha nei confronti delle procedure chirurgiche un sano atteggiamento realistico.

Un buon consiglio è di farsi supportare prima e dopo la chirurgia estetica dai familiari e dagli amici più cari, o anche da un bravo psicologo. Inoltre è bene avere fiducia nel chirurgo scelto, e attenersi strettamente ai suoi consigli e alle sue prescrizioni.

SS: Dr Valente, vuol dare un consiglio a tutti i lettori e e le lettrici che dalle pagine del Sicilia24h leggeranno questa intervista?

DV: Quando si ha a che fare con la propria bellezza e con la propria salute è giusto affidarsi sempre e solo a specialisti (la specializzazione si ottiene frequentando per 5 anni la specifica scuola di specializzazione ed aver sostenuto gli esami per conseguirne il diploma) che abbiano un background professionale e un’esperienza formativa internazionale adeguata all’intervento da eseguire, e che abbiano eseguito un numero adeguato di procedure chirurgiche.

Inoltre anche la scelta del chirurgo è una “questione di feeling” e risultare in totale armonia ed empatia con il paziente, è fondamentale per procedere nella cura; è inoltre necessario che il paziente riponga la totale fiducia sul chirurgo prescelto.

 

Simona Stammelluti

Ci pone una domanda Federica Angeli, la coraggiosa giornalista di La Repubblica, che vive da oltre 1700 giorni sotto scorta, minacciata da Armando Spada contro il quale ha testimoniato pochi giorni fa.

Chiede aiuto a tutti noi, ai suoi seguaci, ai giornalisti, alla gente comune, affinché tutti insieme si possa dire ai cittadini di Ostia, che non sono soli, che se hanno bisogno di rinforzi, noi ci siamo. Sì, perché ieri, è partito il processo contro il clan Spada, ma le vittime non si sono presentate in aula, non vi è stata nessuna costituzione di parte civile. A parte Regione Lazio, Comune di Roma, le associazioni antimafia Libera, Caponnetto e Ambulatorio Antiusura Onlus nessuna associazione di Ostia si è presentata al processo.

C’è senza dubbio un muro di omertà che soffoca la libertà di questo territorio. La parte buona della città di Ostia diserta l’aula, non accoglie neanche l’accorato appello del Santo Padre della scorsa domenica, che ha incoraggiato ad “aprire le porte alla giustizia e alla legalità“.

Le ragioni di questa assenza collettiva, risiede nella paura, così come sottolineato dal Pubblico Ministero durante il processo, risiede nel fatto che la pericolosità criminale non si è placata con gli arresti, risiede nella sfiducia, forse anche nella rassegnazione.

E se dai social però son tutti “coraggiosi” mentre si lanciano in definizioni di cosa sia la mafia, mentre si lamentano dell’etichetta affibbiata a Ostia, mentre si dicono tutti solidali con chi ha subìto le minacce della malavita, ieri l’aula del tribunale non ha potuto accogliere coloro che avrebbero potuto e dovuto  – perché parte lesa – andare e parlare, una volta per tutte;  hanno preferito star zitti, essere assenti.

Lei no, Federica Angeli parla, perché lei con la paura ha imparato a convivere, l’ha messa a tacere, perché la sua ridotta libertà di movimento non le toglie la libertà di difendere la legalità, con al sua penna e con quel coraggio che tutti dovremmo avere.

Dite cosa avreste fatto voi, al loro posto – chiede la Angeli dalle pagine di Twitter. Bella domanda; perché a parole siam tutti bravi, ma ci saremmo alzati, per andare in quell’aula, ieri?

Se davvero in questi anni, siamo stati sinceri, abbiamo sostenuto con consapevolezza Federica Angeli, le sue battaglie e i suoi insegnamenti, se davvero abbiamo gridato insieme a lei che la mafia è una montagna di merda (Cit. Peppino Impastato) che si vince “a mano disarmata“, allora avremmo dovuto affollare quell’aula, avremmo dovuto denunciare, e sostenere chi ha subìto i soprusi che si trasformano in schiavitù, quando non ci si libera dal peso  delle prepotenze, come ribadiva Papa Francesco solo pochi giorni fa.

Fa bene la Angeli a chiederci cosa avremmo fatto, visto che in quell’aula quando si è girata, ieri, -perché lei c’era malgrado i giornalisti non fossero proprio i benvenuti – non ha visto nessuno. Ha ragione la Angeli a spronarci a chiederci da che parte stiamo, veramente; ha ragione ad incoraggiarci a parlare con i suoi followers, perché la legalità è quella libertà irrinunciabile che dovremmo aiutarci reciprocamente ad avere, a riavere se l’abbiamo perduta e a difendere.

E allora  sì ci siamo, se la parte sana di Ostia ha voglia di parlare, di non stare più zitta, di entrare in quell’aula di tribunale, ci saremo…nessuno sarà lasciato solo. Lo Stato ad Ostia è arrivato, che i cittadini facciano la loro parte, adesso.

E se oggi Federica Angeli rinuncia a presentare ad Ostia il suo libro #amanodisarmata, dopo giorni e giorni di tour in tutta Italia – è perché è stanca proprio di questo comportamento; è stanca di sentirsi chiamare “eroe”, è stanca di applausi e di sentirsi dire “sei tutti noi”. Quel sostegno che in tanti professano, è venuto meno, ieri.

Era questo il momento di alzare la testa, ma non è stato fatto” – dice Federica Angeli, e allora ci auguriamo che la sua provocazione, la sua scelta, e quella domanda rivolto alla collettività dalle pagine del social, possa essere un vero esame di coscienza un po’ per tutti, che idealmente, in quell’aula di tribunale ci dovremmo entrare per dire, senza paura, da che parte stiamo.

 

Simona Stammelluti

Un’ora e 15 minuti di discorso, quello al Senato; letto, pagina dopo pagina, decine di pagine di appunti.  Un discorso interrotto spesso da applausi, a volte anche “fuori tempo”. Perché anche gli applausi, hanno un loro spazio, per produrre il giusto significato.
Ma torniamo agli appunti, quegli “appunti” che il presidente Conte rischiava di smarrire – ieri a Montecitorio –  e allora ci si chiede quanto sarebbe durato il suo discorso, se avesse smarrito quei fogli di carta, dove sarebbe andato a parare. Perché il problema non sono gli appunti, tutti coloro che parlano in pubblico (figuriamoci un Presidente del Consiglio neoeletto) posseggono degli appunti, che elaborano spesso a penna, nel mentre fanno il punto di quello che si desidera dire; il punto è capire chi li ha scritti quegli appunti, perché se si scrivono in prima persona, magari non ricorderai tutto quello che hai appuntato, magari non userai le stesse espressioni, ma alla fine non sarà una tragedia smarrirli. Magari il tuo discorso non durerà un’ora durerà 50 minuti, magari sarà diverso l’ordine delle cose da dire, ma il contenuto del tuo discorso, non ne risentirà. La stessa cosa non può dirsi per i copioni (inteso come elenco di battute e non come colui che copia). Perché il copione pretende uno sforzo di memoria e se quella manca, la performance non sarà delle migliori.

Diciamo che da chi ci rappresenterà, ci si aspetta che perda anche i fogli degli appunti (che poi appunti non erano, era un discorso bello che scritto) ma che al contempo si ricordi i nomi delle vittime di mafia, che non apostrofi come “congiunto” Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia ucciso nel 1980 da Cosa nostra, fratello del Presidente della Repubblica, Sergio, preso di mira dai social nei giorni scorsi, con inaudita violenza.

E’ Graziano Delrio, che durante il suo intervento glielo urla contro, quel nome, perché è assurdo non ricordarlo, non pronunciarlo quel nome. Scatta l’applauso, la standing ovation, l’emozione. Gli animi si scaldano.

Perché mentre nel primo discorso al Senato – quasi senza voce, con qualche papera, mentre cita Jonas, Beck, Dostoevskij, con la voglia di spiegare a noi comuni cittadini più o meno colti il significato di populismo e tranquillizzandoci sul fatto che loro “no, non saranno razzisti” – alla Camera Giuseppe Conte chiede il permesso a Di Maio se possa o meno dire qualcosa – così come si evince dal video pubblicato dal Corriere della Sera che ha colto il “fuori onda” al quale invece il Presidente non ha pensato. Di Maio gli propina un sonoro “No”(chissà su cosa verteva quel permesso negato). Poi smarrisce gli appunti, Di Maio si offre di cercarli e lo incita a proseguire. Ed è emblematica anche la frase di Relrio che segue questo momento: “Non faccia il pupazzo, Signor Presidente, riscriva di suo pugno il programma e la lista dei ministri”.

C’è chi si è preso la briga di andare a ripescare il discorso di un altro presidente del consiglio, di qualche decennio fa e ops, alcuni passaggi sono molto simili, (per non dire uguali) a quelli proferiti da Conte prima della fiducia: “grande riforma della giustizia, riammodernamento del sistema fiscale, lotta alla mafia, più sicurezza ai cittadini, meno tasse, meno burocrazia“. Io lo so chi l’ha detto, ma non voglio togliervi il passatempo di andare a riascoltare quei discorsi. Un indizio ve l’ho dato, sicché non sarà difficile scovare il “chi l’ha detto?”.

Peccato che quando lo scoprirete, avrete i brividi…di paura.

 

Simona Stammelluti

 

Nella giornata di ieri 4/6/2018, il personale del Nucleo Investigativo Carabinieri di Cosenza, ha proceduto a eseguire ulteriori notifiche di provvedimenti riguardanti il patrimonio di Serpa Nella (detta “la bionda), reggente boss dell’omonima cosca di Paola (Cs), attualmente al regime di 41 bis, presso la casa circondariale del L’Aquila.

Nello specifico la Suprema Corte di Cassazione con provvedimento datato 9/5/2018 aveva disposto la restituzione a Nella Serpa e ai familiari, di quanto precedentemente confiscato – correva l’anno 2015 – nell’ambito della misura di prevenzione.

Ma allora come mai la decisione estrema della Suprema Corte, che oggi si apprende essersi espressa su un ricorso da parte del collegio difensivo della famiglia Serpa?

Contestualmente – il mistero si infittisce ulteriormente – gli uomini del Nucleo Investigativo notificavano due provvedimenti di sequestro beni:
– uno emesso a seguito di sentenza nella quale Serpa Nella è stata ritenuta colpevole del reato di cui all’art 416 bis c.p. (associazione di stampo mafioso) nonché di estorsione pluriaggravata dall’art 7 (cioè del metodo mafioso);
– il secondo invece, che segue a sentenza emessa nell’ambito della misura di prevenzione dal Tribunale di Catanzaro – II Sezione Penale Misure di Prevenzione – a seguito della pronuncia della determinazione della citata Corte di Cassazione di annullamento del provvedimento della Corte di Appello di Catanzaro emessa nell’anno 2017.

Il patrimonio “conteso” tra le parti, in sostanza, ammonterebbe a  poco meno di 4 mln di euro tra beni mobili, immobili, società e rapporti finanziari.

Ancora, quindi, non sono chiare le ragioni per le quali si è dovuto reiterate in modo così inusuale l’adozione di provvedimenti che sembravano già formalmente ultimati, nel loro iter procedurale.

Ma questa è un’altra storia che – forse (?)- qualcuno un giorno si degnerà di raccontare ai noi comuni mortali

[To be continued…]

Simona Stammelluti

La mania del selfie non è solo la normalità, ma anche un meccanismo perverso che sembra non nuocere a nessuno, ma che a volte si inceppa, proprio sul filo sottile che separa l’audacia dal buonsenso

Perché sempre più spesso si dimentica che la propria libertà, finisce dove inizia quella degli altri e se a quella famigerata legge di tutela della privacy ci si appella quando ci si sente in pericolo, quando si pensa stiano violando i nostri diritti di riservatezza, la si dimentica quando la goliardia, la voglia di diventare virali, la necessità di avere un momento di notorietà, ci fa ruzzolare giù dal burrone, travolgendo in un colpo solo il rispetto per gli altri e la lucidità circa ciò che sia giusto.

Non sembra aver pensato al diritto di riservatezza, l’uomo di Piacenza, che si è scattato il selfie alla stazione davanti alla donna gravemente ferita dal treno, ancora riversa sulle rotaie, dopo essere stata travolta dal convoglio subito dopo esserne scesa. È stato solo l’intervento della Polizia a convincerlo a cancellare la foto. La cosa singolare è che c’era chi ha fotografato entrambi i protagonisti della vicenda: la donna è l’uomo del selfie. Ma in questo caso, la foto ha avuto il significato di denuncia.

Se la poliziotta in borghese non fosse intervenuta per tempo, quella foto, quel selfie, avrebbe affollato i social, aggiungendosi a tutto quel materiale trash che ogni giorno si fa strada in rete, che diventa sempre più pericoloso, considerato che quotidianamente c’è chi cerca qualche gesto estremo da emulare.

Il ragazzo avrà circa vent’anni; più o meno la stessa età di quel giovane che si era permesso di bullizzare un insegnante e che aveva preteso che i suoi compagni lo filassero durante quella sua miserevole performance.

Sembrano davvero i nuovi mostri … i mostri del nuovo millennio.

Quelli che non sanno cosa si festeggi il 2 giugno ma che però hanno diritto di voto;
Quelli  che in famiglia, forse, non hanno ricevuto la giusta educazione al rispetto delle regole. Perché se le regole non vengono rispettate in famiglia, difficilmente saranno rispettare in società.
Quelli che trovano sfogo e soddisfazione, solo negando l’altrui libertà.
Quelli che nella diversità, riconoscono una qualche supremazia.

Verrebbe da dire che sì, abbiamo un problema.

I ragazzi, sempre più narcisi, più egocentrici e convinti di possedere chissà quale potere, perdono sempre più spesso il confine tra virtuale e reale; perdono il controllo delle proprie azioni – forse perché non hanno più nessuno che gli dica quando sbagliano, dove sbagliano – e sempre più spesso disconoscono il senso morale ed etico del vivere.

Sembra una strada senza via d’uscita, una sorta di vicolo cieco.
Ed invece lo spiraglio risiede nel non considerare con indifferenza quel che un tempo ci faceva paura, nel non girarsi dall’altra parte, nel non far finta di nulla quando ci vien chiesto di prendere una posizione, perché  si deve scegliere da che parte stare, si deve conservare la lucidità di riconoscerla una mostruosità, quando ci si imbatte in essa, e sembra che di far questo, non si sia capaci più.

Mi sembra anche giusto sottolineare il significato sociale ed antropologico che la modernità ha conferito alle immagini. Un significato che è distante, ai giorni d’oggi, da quel potere che le immagini hanno avuto nel corso del tempo, quando – malgrado tutto – potevano essere una testimonianza di alcuni accadimenti, il passato e il presente insieme, e poi ancora immagine-ammonimento, la verità contenuta in una foto, l’essenza della foto stessa. Le immagini che – malgrado tutto – aiutano i processi mnemonici, aiutano a ricordare oltre che a “non dimenticare”.

I mostri dei giorni nostri, trasformano le immagini in feticismo, in merce, in emblema di un potere sottile finito nelle mani sbagliate. Alcuni scatti – come il selfie in oggetto – non sono il mezzo per conservare un’identità, ma per mercificare un narcisismo che diventa prodotto di scarto di identità di cartapesta.

L’istantaneità cercata (e ottenuta) con il selfie  nuoce spesso a quella società nella quale per decenni si è cercato quanto più possibile di testimoniare senza filtri, senza ritocchi, alcune atrocità che si erano consumate e non sarebbero dovute tornare. L’urgenza di strappare parti di realtà affinché divenissero storia, custodendo in se, una propria efficacia.

Tutto, subito, senza porsi tante domande, senza interrogarsi circa l’effetto che quella foto che ritrae un’altra persona possa avere sul chi guarda, sull’altrui esistenza. La volgarità sta anche in questo: nella mancanza di decenza, che può divenire offesa. E allora io mi sento offesa da un ragazzo che potrebbe essere mio figlio, che prova a mostrarsi mentre sullo sfondo si consuma una piccola grande tragedia umana, come se fosse il logo di riconoscimento di una generazione, di un divenire che – a mio avviso – fa paura, a volte ribrezzo, quasi sempre sconforta.

Non nasciamo fotografi né fotoreporter, ci divertiamo ad inquadrare e a scattare, a postare e a condividere, a ritoccare e a cercare didascalie…e pensare che nel lontano 1944 Alex, un ebreo greco, membro del sonderkommando, pur sapendo che sarebbe morto, come tutti gli altri ebrei, scattò con una macchina fotografica 4 foto – oggi conservate nel museo di stato di Auschwitz – e per farlo dovette nascondersi in una camera a gas appena svuotata, prendendo di mira l’orrore, l’inimmaginabile, con l’urgenza vera di lasciarne il segno nell’archivio dell’estinzione.

Foto, quelle, senza didascalia.

 

Simona Stammelluti