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Al teatro Manzoni di Roma dal 28 marzo al 21 aprile va in scena “2 Donne in Fuga…”

Un testo di successo, in Francia, soprattutto a Parigi. Due attrici grandiose – Marisa Laurito e Fioretta Mari – che lo reciteranno come fosse stato scritto per loro. Questo è 2 Donne in Fuga… tratto da Le fuggitive di Pierre Palmade e Christophe Duthuron, per l’adattamento di Mario Scaletta e la regia di Nicasio Anzelmo, in scena al Teatro Manzoni dal 28 marzo al 21 aprile.

Due donne si incontrano di notte su una strada statale mentre fanno l’autostop. Entrambe fuggono dalla loro vita, Margherita da 30 anni di vita di casalinga, moglie e madre repressa, Clorinda detta Clo dalla casa di riposo dove il figlio l’ha parcheggiata dopo la morte del marito. L’incontro suscita le battute più divertenti, per il luogo e l’ora equivoci.

Clo ha un temperamento forte e, nonostante l’età, non si lascia intimidire da Margherita, più giovane ma anche più sprovveduta. E’ l’inizio di un’avventura che vede le due donne viaggiare in autostop, interpretando una commedia dalle battute felici che non sono mai fini a se stesse ma servono a costruire con ironia i caratteri diversissimi delle due donne.

Così mentre la progressione narrativa della commedia, sviluppata per brevi scene autonome, eleganti e funzionali, vede le due donne avventurarsi in situazioni diversissime (dalla strada provinciale al cimitero, dalla fattoria alla casa di estranei nella quale entrano come due ladre…), dalle quali scaturiscono battute e situazioni divertentissime, ogni scena aggiunge un tassello alla vita e alla psicologia delle due protagoniste mostrando allo spettatore il nascere di una vera amicizia. Si ride di gusto per l’ironia e l’arguzia delle battute e si sorride nel riconoscere, nelle due protagoniste, alcuni aspetti della nostra vita, a volte pavida, altre volte più temeraria, in un perfetto equilibrio tra commedia e vita (vera), niente affatto retorico.  Uno spettacolo perfetto, da vedere e portare nel cuore per il resto della vita.

Andrea Sales – psicologo, psicoterapeuta

Stava tranquillamente mangiando una pizza in una nota pizzeria di Reggio Calabria, Ciro Russo, dopo aver dato fuoco alla sua ex moglie. E’ stato arrestato nel giro di poche ore, dopo l’atto delittuoso. Era evaso dai domiciliari, aveva precedenti per maltrattamenti in famiglia.

Ma questo è l’ultimo in ordine cronologico dei gesti folli, malsani e sconcertanti, che occupano quotidianamente le pagine di cronaca.  Prendendo spunto dall’atto criminoso di Ciro Russo, lo psicologo, psicoterapeuta e docente Andrea Sales, lancia sul social un dibattito, condividendo una delle domande alle quali facciamo fatica a rispondere, ma che alla fine ci portano a dover fare i conti in maniera brutale, con ciò che sta accadendo in un momento storico in cui – come lo stesso Sales fa notare – accadono cose agghiaccianti: mamme che vendono le figlie e le inducono a prostituirsi per avere dei soldi da giocare alle slot-machine, una coppia di amici (50 e 70 anni), abusano, molestano e seviziano una donna di 40 anni, per vent’anni, tenendola segregata in casa. Per non parlare del fatto che il femminicidio sia ormai all’ordine del giorno.

Quando una persona si sente in diritto di commettere queste atrocità?

E se fino a ieri, Ciro Russo era una persona sconosciuta, che faceva la sua vita, come io faccio la mia, Sales la sua e voi la vostra, oggi siamo qui a parlarne perché ancora una volta si consuma l’atrocità, la follia di un gesto, ai danni di un’altra persona.

Ma sarà davvero follia? A questa domanda potrebbe rispondere Andrea Sales, che di menti se ne intende. Ma la domanda è più ampia, quella che lui pone attraverso il social è cercare di capirne il perché anche dal punto di vista sociale.

Verrebbe voglia di dire, “ci rinuncio”, rinuncio a trovare un perché, rinuncio a capire, considerato che sembra tutto così assurdo. Ed invece l’invito alla riflessione e al dibattito che lancia Andrea Sales, è importante nella misura in cui ci si possa scuotere prima di tutto da quella assuefazione che ormai abbiamo maturato nei confronti del male che incede,  che vien fuori anche da dove mai avremmo immaginato potesse essere prodotto. E’ importante nella misura in cui si recuperi la consapevolezza che il male, va combattuto anche se non ci investe in prima persona. Che non vale più la regola “a un metro dal mio culo, accada quel che accada“, che a volte può sembrare una sorta di modalità per difenderci da quel che succede e che non riconosciamo come formula del nostro modo di concepire il vivere.

E allora davanti alla domanda: “ma cosa sta accadendo?”, tocca fermarsi a riflettere. C’è un delirio di onnipotenza, una convinzione malsana di poter possedere, di poter avere il controllo sulla vita degli altri, come se quel modo di concepire un rapporto, nel quale c’è chi domina, chi decide, chi annienta ogni giorno l’altro – spesso silenziosamente, altre volte in maniera atrocemente distruttiva – fosse la soluzione a dei problemi, che derivano dalla incapacità di gestire una qualsivoglia forma di rottura, di frattura nei rapporti.

Cosa manca a chi sevizia, violenta e segrega una donna per vent’anni?
Cosa accade nelle loro vite e nelle loro scelte?
Perché come dice lo stesso Sales. le scelte vengono guidate dai valori, da ciò che vale.
Dunque, dove sono finiti i valori?
Spazzati via quelli, ci si sente onnipotenti, alla mercé del pensiero folle di potere tutto?
Fuori dai valori, fuori dalle regole del buon vivere, resta la seduzione del male, del limite da superare, in balia di alcune ossessioni.

Il conflitto dunque, con se stessi, prima ancora che con gli altri?
Una completa assenza di sentimento, forse, verso se stessi e poi verso l’altro. Un amore mai provato, un risentimento stantio verso una condizione che non si può cambiare, forse.

Resta che c’è una società in balia dell’odio, di profonde forme di razzismo, di omofobia, di delirio di onnipotenza, che si manifesta in maniera latente, a volte, ma che poi esplode e annienta l’altro.

Mi ha colpito molto una dichiarazione di Andrea Sales circa il malessere. Perché alla base di tutto c’è questa condizione. Se avverti un malessere – dice lo spicoterapeuta – devi cambiare qualcosa e per cambiare qualcosa devi credere nella possibilità del cambiamento. Il cambiamento è effettivo quando si trasforma in azione.

Forse abbiamo smesso di credere nella possibilità di cambiamento e abbiamo lasciato che le cose accadano così come ci impone il silenzio che spesso regna in fondo alle nostre vite. E da quel silenzio, scaturiscono rabbia, odio, voglia di riscatto ai danni degli altri.

Il silenzio è deleterio. Sono le parole che generano il cambiamento, perché generano emozioni, reazioni e riflessioni, sostiene Sales.

E allora andrebbe, forse, riscoperta l’arte del dialogo, del tirar fuori in due, credendo e confidando ancora, nella potenza straordinaria della parola.

 

Simona Stammelluti

Home Feeling è un disco che nasce per restare nell’orecchio dell’ascoltatore, che inevitabilmente finisce per scegliere il suo brano preferito per poi continuare a canticchiarlo a lungo.

E’ accaduto anche a me, che in linea generale – forse è meglio dirlo subito – non amo particolarmente la bossa nova, se non contestualmente a quelle eccezioni in cui quel genere di musicale viene ritagliato dallo sfondo canonico, per poi essere ricucito con originalità e con una apertura verso quella che è la porta principale del jazz, ossia l’improvvisazione.

Massimiliano Rolff, veterano del mondo del jazz, contrabbassista con oltre un ventennio di esperienza consumata e affinata nei migliori festival e  jazz club europei, firma questo album prodotto da Rosario Moreno per la BlueArt, che mette insieme molte sonorità sudamericane, cubane, latine, le mischia con una prorompenza comunicativa e con un appeal che è classico di chi sa come raccontare un “feeling in”; quello che nasce tra un musicista e alcuni luoghi, alcuni incontri e con la dimestichezza che alcuni artisti come Rolff hanno, nella fase compositiva.

Insieme a lui, che ha firmato tutti i brani tranne “Beija Flor” e “Melodia del Rio“, omaggio al pianista cubano Ruben Gonzalez, ci sono Nicola Angelucci alla batteria e Mario Principato alle percussioni. L’album ospita il pianista colombiano Hector Martignon, brioso, spigliato, con quella raffinata capacità di incedere oltre il tema principale con una spiccata versatilità, e che in alcuni brani come “The wind strikes againsensa dubbio il mio preferito dell’intero album – sembra indomabile. Il pezzo mi piace molto perché nella sua esecuzione Massimiliano Rolff, non ha bisogno di sentirsi protagonista, lascia molto spazio agli altri strumenti per porre solo dopo, il suo contributo sonoro per riportare il brano sul tema, con un giro a loop, riproponendo i colori del controtempo, con un reef in bilico tra lo swing e la bossanova.

Sono questi dettagli che mostrano la faccia originale del lavoro discografico che non eccede mai, pur essendo incalzante e coinvolgente.

E siccome ogni jazzista che si rispetti ha una vena appassionata, quasi romantica, Rolff la racconta nel pezzo “A song for…” . Per chi sia non lo sappiamo, ma c’è dato sapere, con l’ascolto, che si tratta di una accattivante ballad, morbida, spoglia da ogni ammiccamento, nel quale gli strumenti che reggono la base ritmica, accompagnano in maniera leggera il pianoforte, fino a quando il contrabbassista non mette in gioco un’atmosfera, senza mai perdere stile e quell’abilità che lo lega al suo strumento.

Lungo le tracce si dipana una narrazione, creativa e fascinosa, nella quale il sound è inevitabilmente palpabile e pulsante, ma perfettamente equilibrato. Non ci sono eccessi, ci sono pochi momenti ostinati, c’è la comprensione perfetta tra i musicisti che dialogano e si comprendono;  non c’è sfida, c’è una sorta di staffetta nota su nota, in un tempo che è quello perfetto per coinvolgere. E’ questo lo rende un disco che accompagna, che tiene compagnia, che trasporta altrove, che ti soffia addosso quel linguaggio afro-cubano.

Insomma, una “casa emotiva” che ognuno arreda come vuole, con le pareti piene zeppe di colori accesi, mentre dalle finestre entra il suono di melodie cantabili, e di voglia di far ritorno verso qualcosa o verso qualcuno, e di sentirsi a casa.

 

Simona Stammelluti

Che Andrea Puglisi, sia un giovane e bravo attore siciliano, lo si capisce subito. Lo si capisce da come entra in scena, da come respira, da come resta concentrato anche quando va via la voce al suo microfono. Lo si capisce da come passa dal siciliano all’italiano, e poi ancora ad altri dialetti restando credibile. Ecco, la credibilità di un attore è la porta che separa i dilettanti dai professionisti e Andrea Puglisi può tranquillamente essere contemplato in quella categoria di chi sa che si parlerà ancora a lungo di sé, mentre si continua a studiare, mentre si percorre la strada dell’arte, ci si fortifica,  e si prende sempre più consapevolezza delle proprie potenzialità.

Ma Andrea Puglisi è credibile soprattutto nella storia che porta in scena, praticamente da solo, vestito da marinaio e da uomo che la guerra l’ha vissuta, subita e poi raccontata. Una guerra fatta di vita e di vite, di ricordi, di dolori e di speranze.

E’ la storia di Paulinuzzu Millarti, un giovane che viene chiamato alle armi a 21 anni e che farà ritorno a casa dopo 6 anni di incubi, dopo aver rischiato più volte di morire ma che non soccombe mai all’atrocità di quella guerra che ti toglie tutto, a volte anche la dignità.

La personalità di Puglisi in scena è prorompente. Il testo è dinamico, mira a raccontare non ad intristire. Ben diretto da Benedetta Nicoletti, l’attore veste più ruoli, tutti nei suoi panni, perché non ha bisogno di cambiarsi d’abito Andrea Puglisi per raccogliere su di sé le intenzioni e i sentimenti dei personaggi che sono serviti per raccontare la storia di un giovane che nasce a Portopalo in Sicilia, da una famiglia umile, che lascia tutto e tutti per andare in guerra, che si relaziona con una realtà più grande di lui, che prova ad affezionarsi a qualcuno senza però averne il giusto tempo e che fa ritorno a casa con gli occhi pieni di morte, di dolore, ma anche di amore per quella vita conservata.

La scenografia è minima ma efficace. Sacchi di iuta che fanno da fronte, un tavolo che diventa mille cose, una radio d’epoca che diffonde la voce del duce. Ed a muoversi in quella scenografia Paolo Montalto, Paolino per gli amici, Pauluzzi Millarti per tutti, un ragazzo che sapeva fare tutto, che poi diventa anziano e che nella vita vera incontra un giovane attore al quale racconta la sua storia che poi diventa una piéce teatrale, capace di fare la cornice ad una storia come mille altre, ma che riceve in dono un Andrea Puglisi che la riscrive e la porta in scena, a modo suo … e quel suo modo è appagante.

La suggestione durante la rappresentazione è data dagli effetti sonori che riproducono le scene di guerra, ma anche l’intensità della voce di Andrea Puglisi, che avrebbe convinto, anche se avesse recitato completamente al buio.

In scena ieri sera sul palco del PTU dell’Unical di Rende, per la rassegna “Teatro sotto il banco” insieme ad Andrea Puglisi, in una piccola parte anche Simone Zampaglione.

 

Simona Stammelluti

E’ una sera di inizio marzo, fa ancora freddo. Ma le cose belle si scaldano da sole e “riscaldano” per magia. A portare Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro al teatro comunale di Mendicino è la Fondazione Lilli Funaro che da tanti anni ormai in onore a Lilli – ragazza appassionata di medicina e di musica, prematuramente scomparsa –  organizza concerti che hanno la musica d’autore come sfondo, e la raccolta fondi per la ricerca come obiettivo. La direzione artistica della rassegna “Cosa vuoi che sia una canzone” è toccata a Renato Costabile, appassionato e profondo conoscitore del mondo cantautorale, quanto di quello del teatro d’autore.

E’ sempre emozionate quanto si ricorda Lilli, nelle serate a lei dedicate. Perché la semplicità con quale la si ricorda attraverso quel veicolo disarmante che è la musica, consegna la consapevolezza di quanto la vita possa essere imprevedibile e di come la musica possa traghettarci sempre oltre … oltre quello che accade, lasciandoci però ancorati alle passioni e alla volontà di continuare ad “andare”, a costruire, a raccontare.

E se il “raccontare” è un vero dono per scrittori e poeti, allora va riconosciuto sin da subito che Canio Loguercio appartiene a quella ristretta categoria di musicisti dotati di quel dono. Quel suo raccontare che si sposa fedelmente con una voce che non dimentichi. Perché lui ci mette un fil di voce, una interpretazione appassionata e una intonazione impeccabile. Sì vale anche quella, per chi come me valuta performance e non certo la carriera di un artista.

Ha una voce calda, profonda, che scivola nelle note gravi e resta aperta, e da quella apertura escono parole sussurrate ma sempre chiare, rotonde, senza spigoli. Da quell’apertura escono le parole di un repertorio di canti e ballate, che parlano d’Ammore, di amicizia, di volontà perdute. Il tutto con le radici ben piantate nella tradizione non solo napoletana, la cui lingua durante il concerto viene regalata, divenendo una sorta di approccio emozionale con il pubblico, ma anche nella volontà di tradirla un po’ quella tradizione, vestendola con linguaggi differenti, sonorità che arrivano da lontano e che diventano prorompenti perché con Canio Loguercio, ieri sera c’era un signor musicista, al quale sarebbe riduttivo attribuire l’aggettivo qualificativo “bravo”. Perché Alessandro D’Alessandro è piacevolmente meticoloso mentre suona l’organetto, dal quale esce tanta Napoli, dal quale escono suoni da campionare, a loop, ma che diventa anche base ritmica. Il talento del musicista sta nel saper interpretare la volontà del cantautore, ricamare innumerevoli tappeti sonori sulle intenzioni di Loguercio, senza però mai strafare.

Il bello di questo lavoro infatti, è che non ci sono eccessi, è tutto perfettamente imbastito sull’essenziale.

Il mantice dell’organetto produce note che scendono fin nello stomaco e lì restano, come fanno le emozioni.

E’ inutile dire che la suggestione di una Napoli che pulsa, è prorompente, mentre Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro, mettono in piedi uno spettacolo intimo-sentimentale, con un risvolto tra il sacro e il profano. Preghiere laiche e assonanze creative, che camminano lungo il filo della passione amorosa, della memoria e di quella capacità di denudare la canzone napoletana classica, per rivestirla poi, di quel gioco sottile tra teatralità ed ironia.

Simpatico, vero, coinvolgente, Canio Loguercio, che in inizio di concerto finge di attendere un suo amico, Tonino, che alla fine non arriverà; chiede una sigaretta che nessuno ha, racconta piccoli aneddoti, porta il pubblico pian piano nel suo mondo, poi incomincia a cantare, imbracciando una chitarra che parla piano, mentre lui coniuga intonazione e teatralità, mentre canta in levale appoggiandosi sulla musica dell’organetto capace di trasformare tutto, in un soffio di poesia.

Il pubblico si sente parte di quel tempo condiviso, partecipa, applaude e sorride, a volte. Conta, porta il tempo e si appassiona.

Cosa vuoi che sia una canzone“, è il titolo della rassegna che va avanti per tutto il mese di marzo. Beh, una canzone può essere un approccio appassionato, una scoperta, una dimensione. Può essere un testo che parla di un “ammaro amore” o del suono di una campana , o della nostalgia che prende quando si pensa ad un amico che non c’è più, come nel pezzo “cumpà”.

Canio Loguercio – vincitore insieme ad Alessandro D’Alessandro del Premio Tenco nel 2017 – è un artista che non ha bisogno di essere classificato anche perché è difficile dire dove si colloca il suo modo di fare musica d’autore e se  come diceva lui ieri sera, le parole si distinguono in parole importanti e “strunzate”, allora mi viene da dire che la sua poetica è importante nella misura in cui di essa ci si innamora.

Io, ieri sera, mi sono innamorata e quel suo cantare, così lieve e profondo, lo contemplerò tra le cose belle che la musica mi regala da tanti anni.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

Castrolibero (Cs) – Teneva la moglie segregata in casa da tre giorni. Arrestato dai carabinieri

Nella mattinata di ieri 25 febbraio 2019, i Carabinieri della Compagnia di Cosenza hanno tratto in arresto per il reato di sequestro di persona M.A., 41enne cosentino sottoposto alla misura cautelare all’obbligo di firma.

Era pervenuta, in mattinata, una telefonata di soccorso al 112 della Centrale Operativa di Cosenza da parte di una donna la quale dichiarava spaventata di essere stata reclusa dal coniuge nella propria dimora sita in via F. Coppi del Comune di Castrolibero. I Carabinieri della locale Stazione, prontamente allertati, sono così giunti tempestivamente presso l’abitazione trovando l’ingresso chiuso da un portone blindato. I militari, impossibilitati ad accedere e sentendo le grida della donna, si sono mobilitati ed hanno rintracciato in pochi minuti il marito, in possesso dell’unico mazzo di chiavi che apriva il portone di casa, riuscendo così a liberare la donna, trovava in un angolo della mansarda sita al terzo piano dell’abitazione.

La donna visibilmente terrorizzata, ha cercato protezione nei militari e dopo essersi tranquillizzata ha raccontato loro i fatti accaduti. La stessa è stata poi  accompagnata presso la stazione CC del luogo di residenza, dove ha spiegato come il marito l’avesse segregata all’improvviso nella serata di sabato 23 febbraio, per motivi di gelosia. In quella occasione, la donna ha anche denunciato altri episodi di maltrattamenti subiti in passato.

Terminati gli accertamenti di rito,  l’uomo è stato arrestato e tradotto presso l’abitazione dei propri genitori, in regime di arresti domiciliari su disposizione della Procura della Repubblica di Cosenza. La vittima è così riuscita a riappropriarsi della propria libertà, lontana dal suo aguzzino.

 

 

 

Sarà in scena al Teatro Stanze Segrete a Roma, dal 5 al 10 marzo 2019, LA CASA DEL PADRE scritto e interpretato da Giovanna Lombardi, con la regia  di Francesca Fiorentino

La poesia, la dolcezza, il coraggio, l’amore, le emozioni, i ricordi, la sfrontatezza, l’audacia, la tenerezza…tutta la bellezza della scrittura di Giovanna Lombardi.

La casa, nido di amore e protezione. La casa del Padre, luogo senza contaminazioni del figlio Primogenito, non atteso.Generato da padre sicuro e madre incerta.

Storia surreale e grottesca, raccontata da Miranda, che conduce lo spettatore nel mondo degli arcani e, tra la figura del Matto, dell’Eremita, della Papessa e della Vergine folle, incarna l’Archetipo.

Come in una fiaba antica, lo spettacolo, arricchito da musica, poesia e bel canto, è un ritorno all’origine, alla propria dimora: Itaca.

La protagonista, Miranda, dopo tante peripezie, giunge a comprendere la Legge del Padre e a superarla grazie alla riscoperta del “femminile”.

Dopo Diario Licenzioso di una Cameriera e Il fantastico mondo di Ivanilda, Giovanna Lombardi torna al Teatro Stanze segrete con un nuovo viaggio in una dimensione spesso volutamente nascosta: la nostra profonda interiorità. Lo spazio teatrale diviene un involucro dove tutto diventa occasione di fantasticherie.

Note Di Autore Di Giovanna Lombardi

La realizzazione di un testo simbolico rende il racconto non affidato all’interpretazione dell’attore, ma agli Arcani, che riportano, tra il ludico ed il complesso, lo spettatore a una memoria collettiva, per lo più “subconscia”, di ordine esoterico.
Il personaggio va ad incarnare, di volta in volta, l’archetipo e in modo spettrale, trasparente, riflette il segreto recondito e occulto che ogni arcano rappresenta.
L’arcano del Mondo, nell’epilogo, così racchiude tante forme e porta a rivelare il tutto come Unità.
Attraverso lo sguardo, lo spettatore, se accetta di tramutarsi in ciò che vede, come in uno specchio, vedrà il significato svelarsi piano piano in un riflesso.
Ho voluto eliminare ogni concetto di separazione, individualità e quindi femminilità e mascolinità.
Una donna può essere attiva e un uomo ricettivo, in questo modo, la madre incerta e il padre certo rompe gli stereotipi e il mentale affidandosi al racconto fiabesco di un bambino che tutto crede, tutto spera e così, fecondo, materializza il divino in sé.

 

Sarà in scena al Piccolo Eliseo dal 21 febbraio al 3 marzo 2019, SHAKESPEA RE DI NAPOLI, lo spettacolo che da 25 anni attraversa i palcoscenici dei teatri italiani ed esteri. Il testo di Ruggero Cappuccio, pubblicato nella Collana Classici Einaudi è interpretato da Claudio Di Palma e Ciro Damiano. La messinscena nata al Festival di Sant’Arcangelo diretto da Leo De Berardinis nel 1994 ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. Shakespea Re di Napoli continua ad affascinare platee e generazioni diverse costituendo uno dei rarissimi esempi di lunga durata nell’ambito delle produzioni private italiane.

Shakespea Re di Napoli nasce da questo perché: la morte è quel sogno ad occhi chiusi che nella vita facciamo ad occhi aperti. Il mio difetto è credere solo negli aldilà, oltre il visibile, oltre il reale, la parola, il teatro.  Siamo nei primi anni del Seicento. Desiderio torna a Napoli dopo un avventuroso naufragio e riabbraccia il suo vecchio amico Zoroastro. A lui racconta di aver vissuto a lungo a  Londra e di essere diventato il più grande interprete dei personaggi femminili del grande drammaturgo inglese. Zoroastro è incredulo, sospetta che Desiderio stia narrando una delle raffinate menzogne cui lo ha abituato fin da ragazzo. La sfida interiore tra i due amici va avanti tra altissima poesia e tagliente comicità, mentre il mistero si estende progressivamente sulle loro vite. Così, nella storia appaiono misteriosi fotogrammi: le sabbie, il Seicento, la peste, un quadro, un baule, l’inchiostro sbiadito dei Sonetti di Shakespeare. Una nave affondata. Un anello perduto. Desiderio e Zoroastro: due amici sorpresi nell’abbraccio di un addio e di un ritorno. L’Inghilterra. Il genio. La bellezza. Le lettere dell’eros del grande poeta di Stratford . Tutto fiammeggia in una lingua che è intima di un’idea della partitura, della concertazione, del suono, in cui i sensi impongono una comunicazione intuitiva fondata sull’indicibile del compositore, l’indicibile dell’interprete, l’indicibile dell’ascoltatore. Solo il non detto è degno di essere letto. Solo i silenzi possono veramente essere ascoltati. Il conflitto e confronto del teatro elisabettiano con le forme espressive della Napoli barocca sono i presupposti per l’invenzione di una sinfonia del dire, specchiata in significati e ritmi che tendono alla sospensione assoluta di una storia nel tempo. La menzogna, l’indimostrabilità, la falsificazione dei fatti come gesto eversivo in grado di estendere i confini della verità sono in questa scrittura le luci che affermano e negano ogni cosa. Dopo tutto l’arte somiglia alla ricerca di prove che dimostrino eventi mai accaduti.

​ ​ Ruggero Cappuccio  

Arrestato  a Rose nel cosentino la scorsa notte dai Carabinieri di Reggio Calabria e in collaborazione con il reparto dei Cacciatori di Vibo Valentia,  Francesco Strangio, classe 1980, latitante da un anno. Il latitante si nascondeva in un appartamento all’ultimo piano di un condominio del centro abitato del paesino, era in possesso di 8 mila euro e sembra stesse fuggendo di nuovo.

Strangio deve scontare una condanna a 14 anni di reclusione per narcotraffico internazionale per avere negoziato e gestito l’importazione di ingenti quantità di cocaina dal Sudamerica.

Il pericoloso latitante è stato arrestato in esecuzione di un ordine di custodia cautelare in carcere emesso dalla Procura di Reggio Calabria, diretta dal Procuratore Bernardo Petralia, nel gennaio dello scorso anno, quando lo stesso Strangio, aveva fatto perdere le proprie tracce, proprio in ragione della condanna a 14 anni di carcere per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, divenuta definitiva.

Da oltre un anno, ormai, il latitante aveva trovato sicuro rifugio spostandosi tra diversi centri del cosentino, fino a giungere da un paio di settimane circa nel comune di Rose, dove aveva individuato nella mansarda all’ultimo piano di un tranquillo condominio, il luogo ideale per sottrarsi alla condanna, continuando a gestire i propri traffici illeciti.

All’interno dell’abitazione i Carabinieri, oltre al denaro contante, hanno rinvenuto svariate carte di identità ed un passaporto intestati a terzi, acquisiti per essere contraffatti con la sostituzione della fotografia, tre telefoni cellulari parzialmente bruciati in un caminetto, due valigie già pronte. L’irruzione dei militari, non ha lasciato alcun margine di fuga a Strangio, ponendo fine alla sua latitanza.

Tradotto nel carcere cosentino, è ora a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

 

Foto Matteo Rasero/LaPresse
09 Febbraio 2019 Sanremo, Italia
Spettacolo
Festival di Sanremo 2019, serata finale
Nella foto: Mahmood – Soldi, vince il Festival di Sanremo 2019

“Perché Sanremo è Sanremo!” recitava un vecchio slogan della Kermesse ai tempi in cui alla direzione artistica c’era Pippo Baudo che di mestiere faceva il presentatore. Oggi che si sono sdoganate molte professioni, cimentandosi tutti in tutto, anche gli slogan non sono più gli stessi.

E stata questa, l’edizione più cliccata, più discussa anche sui social, perché come sempre accade nessuno lo vede, Sanremo, perché per molti è la morte della musica, è trash, è inguardabile ma alla fine tutti ne parlano, a volte anche per sentito dire, senza averne visto neanche un minuto. O forse tutti lo vedono, ma molti fanno finta di non averlo visto, per stare dalla parte di quelli chic che mi piacerebbe invece sapere che tipo di cultura musicale hanno e cosa ascoltano per davvero, quando nessuno si interessa a loro.

Certo è che questa edizione, che ha avuto tante pecche, che non è stata sicuramente tra le meglio riuscite dell’ultimo decennio e che è peggio forse anche di quella condotta nel 1989 dai figli d’arte,  – così come raccontavo nel mio articolo di sabato notte –  verrà sicuramente ricordata per le assurde polemiche circa il vincitore e tutto quello che il popolo italiano è riuscito a scatenare praticamente dal nulla e sul nulla. Cose all’italiana, insomma. Perché se si fosse discusso, nei talk e sui social di quanto avesse meritato o meno Mahmood di vincere la kermesse, forse tutto quel discutere avrebbe anche avuto un senso, ma continuare a discutere, ad offendere e a credere anche a un complotto (così come in tanti hanno anche fatto) da’ il polso di quando si sia finiti in quella striscia invisibile tra assurdo e grottesco.

Il festival di Sanremo incorona il 27enne milanese Mahmood, di madre sarda e padre egiziano, i network traboccano di rabbia e sdegno – “Il festival della canzone italiana non lo deve vincere uno straniero” – e i patriottici avrebbero votato “Il Volo” arrivati terzi e “Ultimo” arrivato secondo, per arrestare l’ascesa dello “straniero” senza però riuscirci. mMa straniero cosa? Che è un bel giovanotto italiano!

Non è stato il Pd, né le élite a consegnare la vittoria al giovane cantante italo-egiziano, ma la semplice ripartizione di voti che sono arrivati dalla giuria demoscopica, quella di qualità (?) e quella del voto a casa che costa la bellezza di 0,51 centesimi a voto. Tutto secondo le regole, un vincitore deciso “dal Popolo”.

Le contestazioni sono iniziate al teatro Ariston di Sanremo e sono continuate fuori di lì per giorni, tant’è che a 36 ore dalla fine della kermesse ancora si parla di chi ha vinto e perché, con molto improbabili motivazioni.

Ultimo a cui bruciava non aver vinto,  se l’è  presa con i giornalisti, Salvini ha dichiarato che avrebbe preferito vincesse Ultimo, la sua ex, la Isoardi dichiara invece che la diversità di cultura genera cose belle. Già in inizio di serata Salvini aveva cinguettato: “Secondo voi chi vince? Io dico Ultimo”. Seguiva una faccina sorridente. Ma dopo la mezzanotte il vicepremier ha espresso il suo disappunto con un gioco di parole: “Mahmood, mah…” E dopo incalza ancora: “La canzone italiana più bella?!? Io avrei scelto Ultimo, voi che dite???“. Al post sono seguiti in pochi minuti, nonostante la tarda ora, oltre 2 mila risposte, naturalmente degli orientamenti più vari.

La cosa che lascia perplessi è che si è fatto una bagarre sul nulla, su un ragazzo italianissimo che canta la sua storia, a modo suo e che vince perché il sistema di votazione del festival così ha deciso senza oscurantismi, senza mosse strategiche arrivate da chissà dove … e va benissimo così.

Sarebbe stato interessante invece sapere cosa si pensi di Mahmood dal punto di vista musicale, di come canta, cosa e con che stile, se piace o meno quel che fa a prescindere dai suoi tratti somatici. Sarebbe stato interessante interrogare uno ad uno quelli che hanno gridato al complotto, chiedendo loro perché avrebbero preferito invece Ultimo o la Bertè, cosa ricordano delle loro canzoni, cosa ascoltano di solito e cosa c’è che non va nella canzone vincitrice del festival che – a mio avviso – si inserisce a pieno titolo in un festival sotto tono, con canzoni senza troppa armonia, dove i testi erano miseri tranne alcune eccezioni (giustamente evidenziati dai premi speciali messi in palio dall’organizzazione sanremese) e che ha portato in gara fino alla fine, tutti e 24 i concorrenti senza scrematura, costringendo pubblico e giuria a sciropparsi per cinque lunghi giorni tutto ciò che il paniere sanremese aveva scelto a proprio gusto.

Sanremo non è più quello di una volta, quello dei presentatori che facevano i presentatori, delle vallette belle e mute, dei fiori sul palco, della canzone “sanremese”, degli ospiti che arrivavano da tutto il mondo, delle radio che nel palinsesto avevano le canzoni di Sanremo e così imparavi a memoria quelle che ti piacevano di più. Ma non mi si venga a dire che in passato è stato tutto “puro” perché a Sanremo abbiamo avuto Anna Oxa, Malika Ayane, e nessuno ci faceva caso però, perché si guardava alle canzoni, ancora. Oggi si filosofeggia, poi si inveisce contro un nemico che non esiste e ci si schiera, ahimè sempre dalla parte sbagliata.

 

Simona Stammelluti