Home / Articoli pubblicati daSimona Stammelluti (Pagina 26)

Quello che è successo nella discoteca di Ancora ha dell’incredibile ma nasconde tante realtà che come sempre non vengono considerate, fino a quando non si trasformano in tragedia.

Sembra assurdo, eppure rischiamo la vita – senza farci troppo caso – tutte le volte che decidiamo di assistere ad un concerto in luoghi che ospitano centinaia di migliaia di persone, che sia una discoteca, una sala da musica, un palazzetto, uno stadio.

Non pensiamo mai a cosa potrebbe accaderci, se ci dovessimo trovare in una condizione di emergenza; vi partecipiamo e basta, mettendo in cima alle nostre priorità l’evento desiderato e raggiunto.

Per chi come me ne vede più di qualcuno nell’arco dei 12 mesi dell’anno in Italia come all’estero, non è difficile notare quanto le misure di sicurezza e i controlli agli ingressi siano differenti da luogo a luogo, da nazione a nazione; non sono standard, non sono uguali dappertutto e già qui ci sarebbe da domandarsi perché. Ci sono luoghi dove i controlli sono così  rigidi, fiscali e assoluti (nelle borse, metal detector, controllo su eventuali sostanze stupefacenti ecc) da impedirti di portare all’interno di uno stadio o di una sala da musica anche il deodorante no gas, o una bottiglietta di acqua con il tappo, ed altri invece dove ti schedano e basta, apponendoti al braccio una fascetta numerata, che serve solo a contare il numero dei morti nel caso di strage.

Singolare come all’Arena di Verona i controlli siano spietati, mentre ad Edimburgo alla Usher All nessuno abbia guardato nella mia borsa.

E già così si fa presto ad immaginare come un comportamento irresponsabile di chi nella borsa porti una limetta per le unghie o uno spray urticante, possa divenire una roulette russa per tutti i partecipanti ad un evento.

Ma la cosa che più sconvolge è che si continua a non rispettare le regole, come se fossero un optional del buon vivere anziché una condizione irrinunciabile per limitare i danni e proteggere gli utenti.

Se un locale, uno stadio, una sala da musica ha una determinata capienza, perché la si riempie con più del doppio delle persone? Mi rendo conto che il punto di domanda sia alquanto superfluo, ma se la domanda non ce la si pone, siamo tutti un po’ colpevoli.  Il dio denaro regna sovrano. Più gente c’è più guadagno; cosa vuoi che accada? Accade che vengono giù le balaustre che non reggono il peso delle persone in eccesso in caso di pericolo; accade che le uscite di sicurezza non servono a nulla se devono smaltire le persone in eccesso in caso di pericolo; succede che il panico che regna sovrano tra centinaia di persone in più finisce per sconvolgere, travolgere, distruggere.

Distrugge la vita di 5 ragazzini tra i 14 e i 16 anni, una mamma che accompagnava al concerto la figlia di 11. E poi si contano i feriti, tanti, e quei sette che sono in coma farmacologico in pericolo di vita. No, non sono morti, non sono in lotta per la vita perché sono andati ad un concerto, no, non dovevano restare a casa, no. Dovevano trovare un luogo idoneo ad accoglierli, dove il numero di biglietti venduti fosse consono a quello consentito, dove i controlli avrebbero dovuto svuotare per bene le borse e le tasche da ogni oggetto potenzialmente pericoloso.

A me poco importa chi sia il rapper titolare del concerto. Ho sentito criticarlo, malgrado sia molto amato e abbia milioni di followers. Non importa il genere di musica, importa che la musica che dovrebbe essere la parte buona di quel divertimento che spetta a tutti, grandi e piccoli, non si trasformi in una trappola, voluta da chi non certo ingenuamente lucra e sfrutta un evento a discapito della collettività.

Il locale ora è sotto sequestro.
La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio plurimo.
Si indagherà e poi chissà.

 

Simona Stammelluti 

Taglio del nastro e apertura delle porte del Museo del Presente sull’arte di Francesco Speciale e sulla sua mostra “Opera al Nero” visibile a Rende fino al 15 dicembre

L’arte è un viaggio.
A volte magia.
Altre volte semplicemente una serie di domande, di interrogativi a cui lo spettatore dovrebbe rispondere attraverso un feedback più o meno immediato.

La mostra del giovane artista Francesco Speciale, inaugurata ieri presso il Museo del Presente a Rende, è tutto questo insieme.

E se è vero che la magia si nutre di riti, il poterne fare parte, almeno per un po’ diventa un privilegio.

Le opere esposte, impongono degli interrogativi, inducono ad alcune riflessioni e mostrano tutto il percorso che l’autore ha elaborato, prima che divenisse opera d’arte.

Come spiegava il curatore della mostra e critico d’arte Roberto Sottile prima di dare il via alla mostra, le opere di Francesco Speciale nel tempo hanno subìto una sostanziale maturazione e come spesso accade, la verità si compie quando è pronta a mostrare anche la sua faccia più cruda. Di opere e di talento Sottile se ne intende e la sua firma ad avallo dell’arte di Francesco Speciale è la dimostrazione di come si può e si deve disegnare un percorso solo quando è maturo.

Ciò che impressiona delle opere esposte, è l’accuratezza con cui la mostra è stata concepita prima, e realizzata poi. Un percorso tra ciò che sappiamo dovrà trasformarsi, ma di cui non possiamo conoscerne il “come”, fino ad arrivare ai dilemmi che la vita stessa ci pone riguardo un passato, un futuro ed un presente che hanno un peso fin quando lasciamo aperte alcune porte e che poi cambiano la loro forza quando chiudiamo fuori qualcosa o se ci chiudiamo noi dentro qualcos’altro, per star lontani da ciò che ancora non siamo pronti a conoscere.

E poi la bravura dell’artista che ha realizzato tutto nei minimi dettagli, tutto con un preciso significato espressivo affinché lo spettatore potesse realizzare il suo viaggio tra l’alchimia e l’arte.

La mostra è ciò che resta dopo aver filtrato una preparazione che è avvenuta attraverso discipline come l’astrologia, la cristalloterapia, e l’ebanisteria. Intaglia, forgia, calca, tutto a mano Francesco Speciale. Utilizza gesso, ferro, cere, piombo, encausto. Fa tutto da se ma mai in un momento a caso. Mai nulla viene realizzato se non seguendo fasi lunari, godendo a pieno dell’energia delle gemme, e la vitale essenza del legno.

Il sacrificio, la decomposizione, il segreto. Questi alcuni dei temi, trattati nella mostra, con opere che esprimono il senso profondo di alcune trasformazioni. Anche la morte è contemplata e concepita come un passaggio che può avvenire più volte nell’esistenza, solo che a volte è consapevole e necessaria, perché dona un “dopo” che può avere un nuovo senso, una nuova luce.

Un viaggio mistico, spirituale, affascinante come solo l’arte a volte sa essere. Un’esperienza da condividere, ma anche da godere da soli, mentre si scorge in ognuna della opere in mostra, la profondità nella tridimensionalità, l’oscurità nella profondità.

La numerologia mi ha molto affascinato, visitando ed apprezzzando la mostra. Mi sarebbe piaciuto capirne l’utilizzo, il meccanismo che vien fuori dal quadro magico. Ma la bellezza di alcune opere è che devono conservare un senso di mistero e di magia, quella magia che ti resta appiccicata addosso, quando lasci un luogo dove si respira l’arte e i suoi mille perché.

 

Simona Stammelluti 

 

Credits: Photo Vincenzo Zicaro  che ne conserva la proprietà

Conserva la dignità Luigi Leonardi e non molla.

Dopo l’ennesima minaccia e dopo che attende risposte dal Ministero degli Interni da 77 giorni nel silenzio più assoluto, ieri ha iniziato lo sciopero della fame, davanti a Montecitorio, a Roma.

A comunicarlo ieri, con un video sui social network: “Oggi è il primo giorno di sciopero della fame. Non sarei voluto arrivare a questo punto, ma dopo 76 giorni di silenzio e soprattutto dopo l’ultima minaccia che ho ricevuto, la disperazione e al netto della dignità di un uomo, mi ha portato qui. Porterò avanti questa manifestazione pacifica finché non avrò delle risposte dalla commissione centrale, dal ministro dell’Interno o dal vice ministro. Non ci sarei voluto arrivare a questo, perché dignitosamente per me è molto forte questa storia, ma è altrettanto forte la disperazione, per questo Stato che si lamenta che le persone non denunciano, e fa di tutto per far pentire le persone che hanno denunciato. Io sarò qui ancora per giorni, fino a quando non avrò delle risposte

Ha paura Luigi Leonardi, ha paura ma non molla.

Luigi Leonardi è un giovane imprenditore napoletano che ha avuto il coraggio di denunciare e di portare a processo i suoi estorsori.

La scorsa settimana Luigi ha ricevuto l’ennesima minaccia, un segnale inequivocabile. Una busta anonima lasciata alla maniglia della porta di casa, contenente la lingua di un animale, un invito chiarissimo a stare zitto. Ma Luigi Leonardi, non ha nessuna intenzione di stare zitto, non sta zitto da quando ha avuto il coraggio di opporsi alla camorra, denunciando le estorsioni subite per anni. All’inizio, dopo essere stato buttato fuori strada con la macchina, dopo essere stato in ospedale e dopo che a sua madre era stato detto chiaramente che se non avesse pagato il pizzo i suoi fratelli sarebbero stati uccisi, Luigi commette l’errore – come lui stesso lo definisce – di pagare. Ma la situazione peggiora, Luigi non ce la fa più e dopo essere stato sequestrato e portato in una piazza di spaccio a Secondigliano dove gli furono chiesti 36 mila euro di estorsione, denuncia diversi clan, portando all’arresto di tantissime persone. Un processo già si è concluso con la condanna di 81 persone, e c’è un altro processo in corso, che vede altre 10 persone imputate, di cui si è concluso solo il primo grado.

Dopo la denuncia parte un piano di protezione.
Luigi Leonardi entra nel programma di protezione come testimone il 10 febbraio del 2016, e con la scorta si sente al sicuro. Ma la brutta notizia arriva dopo qualche tempo, quando il Ministro dell’Interno decide di modificare il suo status da “testimone di giustizia “ – ossia cittadino incensurato che ha testimoniato denunciando la camorra – a “collaboratore di giustizia”, ossia come se fosse un pentito, con un passato di appartenenza ad una qualche organizzazione criminale. Luigi ha fatto ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, considerato che era stata messa in dubbio la sua attendibilità. Luigi ancora ad oggi aspetta un bel po’ di risposte che non arrivano. Non ha avuto problemi Luigi Leonardi – che ad oggi gira senza scorta dopo avervi rinunciato perché gli era stato chiesto di mettere a disposizione la sua stessa auto –  a dire al nuovo ministro dell’Interno Salvini, che se non è un testimone di giustizia, allora che si facciano delle indagini su di lui, che si dica di quale clan ha fatto parte, quali estorsioni ha compiuto.

La realtà è che con le sue denunce e con la sua testimonianza, Leonardi ha mandato in galera tantissime persone. Luigi così decide di uscire dal programma di protezione. Lui non vuole essere un collaboratore di giustizia. O è un testimone, persona onesta che va difese e protetta per come si deve, per preservare la sua incolumità,  o è un delinquente e i delinquenti non si proteggono.

Luigi Leonardi non vuole essere un eroe, vuole solo giustizia, e la pretende attraverso delle risposte che speriamo arrivino al più presto, mentre lui prosegue il suo sciopero della fame, in una svilente e difficile battaglia per la verità.

E’ solo, Luigi …  abbandonato anche dalla sua famiglia, che ha fatto finta di non sapere, di non ricordare, perché la paura a volte è più forte, ma lui se dovesse tornare indietro farebbe ancora la stessa scelta: denunciare.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

Dall’ 11 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019 Michela Andreozzi sarà in scena al Teatro della Cometa con “L’amore al tempo delle mele”, per la regia di Paola Tiziana Cruciani, uno spettacolo di Michela Andreozzi, Paola Tiziana Cruciani e Giorgio Scarselli; musiche dal vivo Alessandro Greggia e direzione artistica di Massimiliano Vado.

Dopo il successo di “Maledetto Peter Pan”, Michela Andreozzi è pronta ad accompagnare ancora il pubblico in un nuovo viaggio, comico e sentimentale, questa volta a ritroso nel tempo, indietro, fino a quel momento in cui, a nostre spese, abbiamo iniziato a capire le prime tragiche, irresistibili e divertentissime conseguenze del primo amore: l’adolescenza.

“L’amore al tempo delle mele… mature” mantiene la stessa formula dello stand-up metà commedia, metà viaggio nella memoria collettiva, accompagnato stavolta dalla musica dal vivo e il coinvolgimento del pubblico che partecipa come se fosse l’altro interprete dello spettacolo, o un vecchio amico. In questo nuovo spettacolo interattivo Michela porta in scena personaggi storici del suo repertorio e novità, brani musicali degli anni ’80 e classici sanremesi… la colonna sonora del nostro primo amore.

“Dreams are my reality” cantava Richard Sanderson ne “Il tempo delle mele”. Il sabato pomeriggio una palla di specchietti girava sul soffitto del salotto: poche coppie dondolavano al centro della stanza. Lei gli teneva le mani sulle spalle, lui le teneva a pinza sui fianchi e tutte le mani erano sudate. Poi arrivava qualcuno con una scopa e la coppia scoppiava fino al lento successivo.

Sul sesso circolavano poche notizie e annosi quesiti restavano insoluti: “Si può rimanere incinta con un bacio?”. Le confuse spiegazioni dei genitori riuscivano solo ad alimentare i dubbi…

Non restava che scrivere alla Posta del Cuore.

L’adolescenza, il diario, il telefono, la gita scolastica e soprattutto, il primo amore: indimenticabili, drammatici e involontariamente esilaranti momenti che hanno segnato la vita di ciascuno di noi.

E se potessimo per un attimo tornare indietro a quell’incantevole istante in cui non eravamo né carne né pesce, ma in cui tutto stava per accadere?

E oggi, come siamo diventati?
Siamo davvero cambiati?
O siamo rimasti, da qualche parte dentro di noi, gli adolescenti che eravamo?
E non è ogni amore un primo amore?
E non siamo tutti sempre e ancora adolescenti nei confronti dell’amore?

 

 

 

Il prossimo 4 dicembre alle 17,30 presso il  Museo del Presente in Rende (Cs) si inaugura “Opera al Nero” una mostra di Francesco Speciale, curata da Roberto Sottile che rimarrà visitabile fino al 15 dicembre. 

Quando il critico d’arte, curatore e amico Roberto Sottile mi ha invitata a questa mostra, mi sono particolarmente incuriosita, come spesso accade, sapendo che lui, scopre talenti. Così ho raggiunto l’autore della mostra, Francesco Speciale, figlio d’arte, e ne è venuta fuori una bella intervista che mette il luce non solo l’artista, ma anche l’uomo e come ha nutrito la sua cultura.

 

SS: Si sceglie di essere artisti oppure la si scopre come necessità?
FS: Essere artisti è una condizione interiore; si può scegliere di fare gli artisti, di vivere da artista, di assecondare questa condizione dell’essere, oppure di ignorarla ma non si può scegliere se esserlo oppure no. Io l’ho sempre vissuto come un processo naturale, e lo avverto come qualcosa di potente, che condiziona nel bene e nel male la mia intera esistenza. Un po’ come le acque di un fiume che nonostante le avversità trovano sempre un modo per scorrere a valle. Un fiume non sceglie di essere un fiume e non ne avverte la necessità; Un fiume semplicemente è un fiume.

SS: Conta l’ambiente familiare in cui si vive o valgono solo le personali inclinazioni?
FS: L’ambiente familiare conta moltissimo. Un artista è sempre dotato di una considerevole dose di sensibilità. Per questo motivo amplifica ed indaga, esamina e scompone, aggiunge, considera, sottrae. Ritengo che un artista sia influenzato non solo dagli affetti a lui più vicini, ma anche da tutto il resto. Per un artista il mondo è il suo giardino; ogni evento, ogni disciplina, ogni energia, può diventare idea, istinto, opera della sua arte. Si, un artista subisce le influenze, poi le trasforma. A volte ne è servo, altre volte padrone.

SS: Quando hai scoperto che il tuo futuro risiedeva nell’arte?
FS: L‘ho sempre saputo. È la mia casa.

SS: Che cos’è “Opera al Nero”?
FS: È una domanda che ognuno di noi dovrebbe porre a se stesso. L’Opera al Nero è la prima fase dell’alchimia, la madre di tutte le scienze. L’alchimia è l’applicazione di molte discipline diverse tra loro, come l’astrologia, l’astronomia, la chimica, la psicologia, la magia.. l’alchimia è un cammino iniziatico, attraverso cui un individuo sceglie di evolversi diventando consapevole di essere vile metallo… piombo. L’Opera al Nero è la fase in cui tutto ha inizio. È l’origine, la radice, l’oscurità, la fonte stessa dell’abisso. È sotto il dominio di Saturno, il Grande Maestro. Suppongo che potrei parlarne per anni.. “Opera al Nero” è una fase interiore in cui si può rimanere a lungo…

SS: Che tipo di percorso hai intrapreso per giungere a questa mostra?
FS: Il mio contatto con l’arte l’ho avuto sin da bambino, quando seduto sulle ginocchia di mio padre, lo guardavo dipingere grandi tele con i colori ad olio … da quel momento l’arte non mi ha mai più abbandonato, ed io l’ho seguita. Non mi ha mai tradito e non l’ho mai tradita. Ho vissuto e vivo nel suo nome. Ma dopo aver portato a compimento il percorso formativo  all’Accademia delle Belle Arti di Roma, è stato determinante l’incontro con Roberto Sottile, il mio insostituibile critico d’arte. Ma di Roberto parlerò in altra sede;  se “Opera al Nero” è visitata al Museo del Presente, lo devo a lui.

SS: Come definiresti la tua arte? Di cosa si nutre?
FS: La mia arte è sicuramente concettuale, anche se si serve di conoscenze antiche usate però in chiave moderna. Incastri a tenone e mortasa diventano supporti per il “Clouage”, l’encausto di Pompei diventa un polittico nero. La mia arte si serve di molte discipline… La falegnameria, la numerologia, l’astrologia, la cristalloterapia, l’esoterismo in tutte le sue forme. Costruisco sempre i supporti da solo, compongo io le tempere, le mestiche, le ricette. Sono del parere che un artista debba conoscere la materia e plasmarla dalla base, realizzando i colori dalle polveri, come ci hanno insegnato Leonardo da Vinci o Michelangelo. Anche l’arte è Alchimia.

SS: Della tua mostra Roberto Sottile dice che “lo spazio e il tempo hanno una dimensione percettiva diversa”. Cosa significa?
FS: Noi, in arte, conosciamo quattro dimensioni. Altezza, larghezza e profondità che sono le prime tre dimensioni Euclidee, e poi il tempo, la quarta dimensione inventata da Picasso. Io ho “inventato” la quinta dimensione. È la dimensione della consapevolezza, delle percezioni, dell’invisibile. Paradossalmente dovrebbe essere la prima, perché è attraverso le percezioni che possiamo decodificare le prime tre dimensioni, ed è attraverso la consapevolezza che possiamo sentire il tempo. Un animale, ad esempio, non ha percezione del tempo, perché inconsapevole. La maggior parte del mio “modus operandi” è al servizio di questo concetto. Nelle mie opere rendo percettibili, “tempi” in cui si è consapevoli, rendo visibili “spazi” o dimensioni, che resterebbero altrimenti invisibili.

SS: Cosa ti aspetti da questa tua prima mostra?
FS: La trovo una domanda davvero interessante… beh, mi piacerebbe che i visitatori possano recepire il messaggio della mostra stessa. Ritengo che questa sia un’epoca in cui vi è finalmente un risveglio delle coscienze; l’uomo abbandona dubbie religioni e sette per ritornare alla natura, alla fonte. Si riconnette alle energie di Madre Terra come gli antichi Celti, i druidi. Ma per risvegliarsi ognuno di noi deve affrontare il più pericoloso dei nemici: se stesso. “Opera al Nero” è questo; è come consacrare se stessi ad un percorso evolutivo interiore e personale. Si ha la possibilità di diventare consapevoli, di attraversare le tenebre, quelle che albergano in ognuno di noi. Quanto più è grande l’oscurità, tanta più luce può contenere, e la luce più risoluta è quella che nasce e s’irradia, dalle più fitte tenebre.

 

Simona Stammelluti

E’ un buon prodotto teatrale.

Si prova a far ridere, si interpreta, si balla e si canta.

Ecco, si canta.

Perché mentre la comicità ha dei feedback non classificabili perché sono personali, adattabili al momento, alle sensazioni, al contesto, la bravura musicale si presta ad un ritorno immediato, nel senso che se sei bravo, gli altri non possono non accorgersene.

In comune la musica e la comicità hanno “il tempo”. Il tempo che detta il ritmo delle battute alle quali dovrebbe seguire la risata che però non sempre arriva;  e poi il tempo, impeccabile nel cantato a cappella, che nell’opera “Le rane di Aristofane”  – in scena a Roma al teatro Eliseo fino al 9 dicembre –  è affidato a degli strepitosi SeiOttavi che hanno dato – a mio avviso – un contributo impeccabile e geniale alla messa in scena.

Io non ho mai avuto un particolare rapporto con la comicità, infatti durante lo spettacolo – che ho visto durante la prima dello scorso 27 novembre –  ho riso “controtempo“, quando non rideva nessuno, forse perché è vero che alcuni dettagli della comicità non sempre si nascondono nel tempo della battuta, ma anche negli accenni ad essa, e dunque alcune scene mi sono sembrate più accattivanti di altre.

Protagonista della pièce il collaudato duo comico Ficarra e Picone, che interpretano rispettivamente il Dio Dioniso e il suo schiavo Xantia, che intraprendono un viaggio nell’oltretomba per riportare in vita Euridipe, al fine di salvare la poesia dal declino. Lo spettacolo diretto da Giorgio Barberio Corsetti che ne ha curato la regia, è ben articolato, molto fedele all’opera a cui si sono ispirati, e vi è al suo interno una buona alternanza tra momenti esilaranti e altri in cui spiccano momenti riflessivi.

Certo rendere comica un’opera del 405 a.C. non è facilissimo ma il tentativo è riuscito, se si pensa alla coralità con la quale è stato concepito il riadattamento. Le scenografie sono essenziali ma esaustive, i costumi adeguati alla comicità e il movimento creato dalle parti ballate sulle musiche dei SeiOttavi hanno creato un dinamismo  che era necessario, considerato che il testo racconta di un viaggio e di tutto quello che esso comporta in fatto di incognita.

L’alternanza della parte recitata e quella raccontata con la voce, i testi e le musiche originali dei SeiOttavi, decreta il successo dell’intera opera. L’audio in platea era impeccabile e pertanto si è potuto scorgere tutte le sfumature dei sei cantanti, che  non sono solo padroni della tecnica a cappella e di impeccabile intonazione, ma anche di una presenza scenica degna di nota. Sei voci – Germana Di Cara Soprano, Alice Sparti mezzosoprano, Kristian Andrew Thomas Cipolla tenore, Ernesto Marciante tenore, Vincenzo Gannuscio baritono e Massimo Sigillò Massara basso – che non solo cantano, dando un senso ai testi, ma intrappolano l’attenzione del pubblico che si adagia in quel senso armonico, che nei controcanti ben eseguiti, racchiude una modalità sonora che si sposa con la capacità interpretativa.

L’aspetto comico dell’opera si districa maggiormente nel rapporto tra Dioniso e il suo servo, che sembrano bisticciare in continuazione e poi hanno bisogno l’uno dell’altro. Un viaggio nell’aldilà dove si viene traghettati, ci si imbatte in equivoci, ci si scambia di ruolo e poi si assiste a quella che – per come l’ho percepita – è una delle parti più belle della pièce, quella che vede in scena due bravissimi attori che sono Gabriele Benedetti e Roberto Rustioni che interpretano rispettivamente Euridipe ed Eschilo, che si sfidano a suon di versi, appesi ad una bilancia che dovrebbe decretarne il vincitore, ma Dioniso, che si trova a fare da giudice in questa disputa, malgrado fosse sceso negli inferi per riportare in vita Euridipe, sceglie invece Eschilo, che ritiene in grado di salvare Atene dal decadimento. Sceglie il bene collettivo al proprio personalissimo gusto. In questo passaggio, Salvo Ficarra è credibile senza essere troppo comico e Valentino Picone, è spiccatamente comico e accattivante.

Lo scambio di battute, quel reciproco canzonarsi dei due drammaturghi è molto ben gestita. Rustioni mi è sembrato in una serata di grazia.

Pertanto quel viaggio che inizia con lo scopo di salvare la tragedia, finisce per trasformarsi in un tentativo di salvare una città in declino.

Non è difficile riscontrare un’analogia con l’attuale periodo storico, il legame con l’attualità è piuttosto evidente, spiccato. Ma forse è solo perché fin dagli albori, politici buffoni e corrotti sono sempre esistiti.

Il lavoro del regista dimostra come è possibile forgiare un’opera antica rendendola pronta per i tempi nostri, sfruttando la comicità come porta per far passare un messaggio antico che però è sempre attuale e soprattutto come uno spettacolo può essere di qualità senza essere per forza anacronistico; si può ridere oggi, su testi antichi.

Ottimo anche il giovane cast in scena.

Uno spettacolo che si presta a far ridere ma che porge spunti di riflessione, che da spazio all’arte, alla bravura e che mostra come non si possa mai prescindere dalla cultura e l’opera teatrale, se fatta bene,  quella cultura la calca in pieno.

 

Simona Stammelluti

Saranno in scena al Teatro della Cometa dal 4 al 9 dicembre  i DISGUIDO in CINÉMAGIQUE Il Cinema è Magia! di e con Guido Marini e Isabella R. Zanivan.

Il Cinema è una delle Magie più belle che l’uomo abbia inventato, i sogni si concretizzano in immagini e tutto diventa possibile, è stato fin da sempre terreno fertile per gli illusionisti; gli effetti speciali furono inventati proprio da un prestigiatore Francese alla fine dell‘800, George Méliès.

Questo connubio vincente di Cinema e Magia lo ritroviamo nello spettacolo dei Disguido, dove la Settima Arte offre un contenitore eccellente per dare libero sfogo al sogno e alla fantasia.

Dieci atti magici con ironia e dirompente comicità danno vita ad un teatro dell’assurdo, uno spettacolo di visual comedy ricco di sketch, un susseguirsi di gag, magia, illusioni e trasformismo.

Tra molteplici allegorie e metafore, lo spettacolo si compone di quadri che si rifanno al meraviglioso mondo del cinema, raccontando la storia dell’uomo e dell’eterno bambino che è in lui. 

In 10 capitoli i Disguido mettono in scena il loro “iO” in un Duo, il Magico rapporto tra l’uomo e la donna con tutta la sua poesia e i suoi contrasti.

A fare da collante tra un capitolo e l’altro è il puntino sulla i, il Mondo, una pallina rossa che muta nelle dimensioni perpetuandone la presenza. Questa macchia rossa come il naso di un clown è il cuore pulsante dell’ “iO”, il fil rouge che rigenera gli eventi sul palco come la risata del pubblico in sala.

Magia, illusioni, performance, acrobazie, un teatro visuale che riesce a coinvolgere e meravigliare sia i grandi che i bambini!

Un gioco tra attore e spettatore, una parentesi tonda in un mondo quadrato.

Lo spettacolo è adatto ad un pubblico internazionale ed ha una durata di 90 minuti con intervallo.

I Disguido al secolo Guido Marini e Isabella R. Zanivan, sono un duo 50&50, performer professionisti a tempo pieno, due esuberanti attori premiati sia in Italia che all’estero per la loro originalità. Nel 2013 hanno ricevuto il MANDRAKE D’OR (Oscar della Magia, Francia), nel 2017 il terzo premio agli europei di Blackpool (UK) e nel 2018 in Corea hanno rappresentato l’Italia per la seconda volta al Campionato Mondiale di Magia.

Dicono dei DISGUIDO

“Lui è una sorta di Charlie Chaplin. Lei un’eterea danzatrice che gli ha rapito il cuore”. (Il Giornale)

“Isabella e Guido sono un perfetto cocktail con le giuste dosi di surrealtà, poesia e una spruzzatina di follia!” (Mr Forest)

“Artisti Veri di grande estrazione teatrale”. (Raul Cremona)

“Bravi, Innovativi, Creativi e Intelligenti!” (Silvan)

“E’ uno spettacolo che fa bene all’anima!” (Critical Minds)

“Uno show allegoria di un mondo che, sempre di più, necessita di fantasia.” (Momento sera)

 

 

Non è mai facile presentare e raccontare un’opera, che sia letteraria, musicale o di altro genere, perché si corre il rischio di dire sempre troppo, anche quello che invece spetta al lettore scoprire, in base alla propria sensibilità e al proprio background.

Mi sono interrogata su che percorso intraprendere per raccontare “L’ultima luna – racconti e monologhi” l’opera di Emanuela Sica, avvocato e scrittrice, e così ho deciso di raccontarvelo a modo mio, attraverso quello che è il mio mondo.

Mi occupo di comunicazione e sono esperta di semiotica e come da deformazione professionale sono andata ad analizzare titolo e sottotitolo – “racconti e monologhi” – prima ancora che il contenuto di questa opera che, mio avviso, è una di quelle che va letta con calma, intervallata da delle pause.

Sono monologhi diversi dal solito, perché l’unica voce che parla – dettaglio fondamentale del monologo – non parla solo all’altro, ma anche a se stesso. E’ un monologo altisonante più che un io narrante.

E’ quella dimensione nella quale Wittgeinstain individuava il linguaggio come coincidente con il mondo, “non vi è un confine”. Perché i limiti del linguaggio diventano i limiti del mondo. Ecco perché chi scrive, allunga la linea del mondo, quel confine che ci rende sempre in bilico tra il probabile e il possibile.

Nell’io che narra vi è esperienza.

Non si fa fatica a capire che le frasi brevi, senza capoversi, senza troppa punteggiatura (spesso leggiamo libri con punteggiatura spropositata) se non il punto, inducono ad lettura serrata di ogni capitolo che però è indipendente da tutti gli altri e quindi, permette al lettore di fermarsi e di riflettere.

Emanuela Sica – avvocato e scrittrice

Riflettere su cosa, direte. In questo interrogativo, regna il senso di questo libro.

La volontà di ridestare il mondo dal torpore, dallo sbiadimento della condizione in cui ormai ci siamo abituati a tutto. Ci desta dal bianco e nero in cui siamo rintanati per non soffrire o per non essere chiamati in causa. Ridona le tinte, questo libro, anche quelle che raccontano di sangue che scorre o della gioia di tornare alla vita dopo essersi smarriti.

Capire il senso della vita.

Chi ci riesce senza essersi prima passato dalle avversità? Eppure tutti aspiriamo solo ad essere felici. Questa tenace eppure sottile contraddizione, viene analizzata da Emanuela Sica con coraggio e lucentezza espressiva.

Conoscendo molto bene Dalla come cantautore e il titolo della canzone a cui l’autrice si è ispirata, non ho fatto fatica – terminata la lettura del libro – a rintracciarne le medesime intenzioni: la disperazione, la  speranza, l’orrore, la dolcezza, l’amore e l’odio.

Perché questo è l’ordine che la scrittrice dà ai due sentimenti.
L’amore è sempre avanti, però, è sempre più in alto, domina la traccia che via via si arricchisce di dettagli in cui l’odio seppur capace di prendere il sopravvento e di diventare violenza orrore e disperazione, non permette mai che la speranza o la verità soccombano.

“L’ultima luna” non è un romanzo, con al suo interno una storia attraversata da un filo conduttore, da dei personaggi che si fanno compagnia lungo una trama.

E’ un libro madido di PAROLE CHIAVE.

Ecco…questo è dettaglio fondamentale di questo libro. Questa la sfida che lancia al lettore. Recuperare tutte le parole chiave disseminate nell’opera attraverso delle riflessioni su tutto quello che ormai non contempliamo più, perché non ci facciamo neanche più caso, perché siamo diventanti indifferenti.

E’ un libro che ci pone una domanda: Chi siamo?

Se qualcuno ci facesse questa domanda a bruciapelo, probabilmente non sapremmo rispondere perché da soli, chi siamo, ce lo chiediamo sempre meno, perché significherebbe metterci in discussione e neanche quello, sappiamo fare più.  Sempre più spesso diciamo la frase  “quando mi dispiace”, ma lo facciamo ad intermittenza, e non abbiamo più lo slancio per reagire. Differentemente da qualunque romanzo, questa opera racconta di vita vera, e qui va dato merito alla scrittrice di aver utilizzato tutta la sua sensibilità, il suo pathos e la sua empatia per raccontare il dolore di chi è vittima di azioni criminali, ed ignobili e poi la vita, cruda e vergognosacome lei stessa la descrive.

Il talento della Sica nel raccontare le radici profonde del dolore e la forza prorompente di un sorriso, la rabbiache sistema verbi e congiunzioni“. E poi il silenzio che può essere portatore di consolazione, ma che a volte amplifica le atrocità della vita.

Ho molto apprezzato l’utilizzo della neve come metafore di una coscienza, che a volte copre tutto, sotterra nasconde mentre altre volte ne evidenzia i contorni, le brutture.

Per me, è un libro che inneggia proprio alla rinascita dell’uomo.

Non è però un manuale, ma un tracciato luminoso da percorrere mentre ci si sveste delle priore convinzioni, mentre ci si libera da alcune schiavitù emotive e a ritrovare una intimità con se stessi prima ancora che con chiunque altro.

E se è vero che l’uomo continuerà ad errare, nella diversa accezione dello sbagliare e della incertezza nel giungere ad una meta, allora questo libro potrà rappresentare quelle tappe nelle quali scoprire, che possiamo ancora salvarci.

 

Simona Stammelluti

 

Da un libro ci si aspetta di tutto, perché un libro è un luogo/non luogo verso il quale siamo liberi di nutrire tutte le aspettative possibili. Al massimo delude, ma non tradisce. Pertanto si approccia ad esso spesso con entusiasmo (quando lo scegliamo), con molta curiosità (quando ce lo regalano). In entrambi i casi diventa una esperienza, per cui, da un libro ci si aspetto di tutto; che sia bello, meno bello, che ti faccia desistere, che ti faccia riflettere, che ti faccia ridere, che ti tiri dentro o che ti lasci lì, in punta di pagina perché forse “è meglio così”.

Da scrittrice faccio un po’ fatica a raccontare i libri degli altri, ma non perché io non sia in grado di rendere onore alle opere altrui, soprattutto quando sono belle, ma perché ho sempre paura di lasciarmi prendere un po’ la mano, tanto nel gradire, quanto nel dissentire.

Fatta questa piccola premessa che mi sembrava doverosa, prima di raccontarvi che libro, anzi che tipo di progetto è “Ti presento Francesco”, ho la necessità di dire che io – vecchia e navigata – tutto mi sarei aspettata da questo regalo (perché tale è stato)  tranne che riuscisse a scardinare la corazza che negli anni mi sono costruita poiché di lasciarmi scalfire troppo dai sentimenti, non ne potevo più. E proprio mentre avrei scommesso che mai nulla avrebbe potuto ricondurmi a fare i conti con una emotività sopita per necessità e mai per scelta, è arrivato lui, Leonardo De Lorenzo, che in un giorno qualunque, mi ha messo tra le mani un libro, senza chiedermi nulla, tranne che di dedicare il tempo di una lettura e di un ascolto, a quel suo lavoro.

Senza fretta” – mi disse.

La mia vita è fatta di libri che leggo, e di cui spesso mi viene chiesta una recensione, di dischi, tanti dischi, che ascolto e che a volte mi inebriano ma che non sempre mi entusiasmano, e poi di pochissimo tempo libero, che però alla fine finisco per dedicare a dischi e libri, quelli sui quali nessuno mi chiede di dire nulla e dei quali quindi, posso godere a pieno, senza dover dar conto.

Quando ho aperto il libro, mi sono accorta che sull’ultima pagina, dentro la copertina vi era un disco e così – sarà deformazione professionale – ho ascoltato prima quello. In quel disco vi ho trovato una commistione di pathos e musica ben suonata. Un disco pensato, composto  e arrangiato da De Lorenzo (che è un batterista che si divide tra attività concertistica e didattica), e realizzato con la collaborazione di ottimi musicisti – cito su tutti Giovanna Famulari e Paolo Fresu ma ce ne sono tanti altri – e poi ancora Tullio De Piscopo che ha anche firmato la prefazione al libro, e Luca Pizzurro, attore e regista teatrale che è voce narrante. Sì perché questo disco, nato con la voglia di raccontare un percorso di vita, è fatto di parole recitate e di musica che scorre e che sottolinea alcuni passaggi cruciali della vita di Francesco.

 Chi è Francesco?

Dovete attendere ancora un po’ per  scoprirlo, perché prima è giusto che io dedichi ancora qualche riga all’aspetto prettamente musicale di questo lavoro. Ritengo che rispettare “il tema” quando si scrive musica non sia semplice, perché si corre il rischio di ostinarsi in una sola direzione, per paura che chi ascolta non capisca. Ecco, questo disco non snaturalizza le intenzioni, con il risultato di riuscire a raccontare l’intensità di una vita, di un cambiamento, come quando le note di un piano (che nel disco è quello di Ivano Leva) sottolineano la complessità di uno stato d’animo.

E’ Natale in quel disco, come nella vita dei protagonisti, e una bellissima “Tu scendi dalle stelle” viene reinterpretata dal flicorno che suona sugli archi, prima che entri in gioco un loop che accompagna l’ascoltatore alla ricerca di un finale, perché quello facciamo senza quasi accorgercene … cerchiamo un finale che sia come lo vogliamo. L’uso dei fiati, nel disco, mi è apparso molto ben gestito, perché capaci si rivelare il cambio di respiro, di enfasi e di emozione. La ricerca del dettaglio sonoro è il miglior merito che spetta a Leonardo De Lorenzo, che ha affidato a percussioni ed echi, non solo lo scandire di “un tempo”, ma anche il passo che cambia, mentre cambi strada perché se non cambi posizione, soccombi.

L’aria che è vita, che però a volte si ferma e ti lascia inerme mentre ti domandi “perché“, è affidata al sax che disegna non solo quella respirata, ma anche quella trattenuta.

Il disco musicalmente muta. Nella seconda parte, vi è una orchestrazione semplice e raffinata, che ha il compito di mettere insieme due sentimenti come la speranza e la rassegnazione, la forza di chi non molla e la voglia di ricominciare, qualunque sia la forma del domani.

Vi è poi la genialità di affidare al violoncello il senso e il movimento di una preghiera, le domande senza risposte e quindi di note che salgono e scendono senza sosta, ostinate e costanti, e che poi si aprono alle altre voci. Ci sono echi di bossanova, nel disco, quelli scelti per descrivere la specialità di alcuni sorrisi, quelli speciali, quelli che ti restano impigliati, che ti avvolgono e ti ridanno vita.

Di chi sono quei sorrisi?

Bene, Vi presento Francesco.

Ma non per come vi aspettate, e non lo farò perché non ne sarei capace, perché lo ha fatto benissimo suo padre, Leonardo, in questo libro.

Francesco oggi è un ragazzo ventenne, che da quando ne aveva 5 di anni, dopo un tumore pediatrico raro che l’ha colpito, è rimasto tetraplegico, intrappolato in un passato che non si è evoluto nel corpo ed in alcune manifestazioni come il linguaggio, ma che ha imparato a comunicare anche solo con un sorriso e che ha insegnato agli altri che “l’amore è il più intenso dei linguaggi”.

Ho letto questo libro in due mezze nottate, perché è un libro che non vuoi proprio lasciare sul comodino e lì su lo lasciavo, solo quando calava l’attenzione, ed invece volevo dare a quest’opera tutta l’attenzione che meritava e di cui sono capace.

Leonardo De Lorenzo è dotato di una grande capacità di scrittura. Non lo conoscevo come musicista, tanto meno potevo immaginare che gli appartenesse il dono dello scrivere. Fluido, mai banale, scrive con parole semplici, esaustive.

Il racconto di Francesco e della sua famiglia è un meraviglioso viaggio durante il quale ci si imbatte in mille sentimenti, tranne che nella pietà strappalacrime. Io le lacrime le ho piante, ma perché lui è riuscito – e  vorrei sottolineare che io invece non sarei stata capace – a raccontare tutto quello che ha segnato la sua esistenza, nella verità cruda della realtà e nella forza di quei sentimenti che si provano, senza neanche sapere come fare. E parlo di disperazione, e poi di dignità e di coraggio; e ancora di rassegnazione, di desideri ostili, di perdita di lucidità e poi di ritorno all’unica verità possibile.

La bellezza dello scritto, che combacia con la forza che appartiene a Leonardo e sua moglie Teresa (a cui va un abbraccio speciale dalle pagine di questo giornale, e che a mio avviso custodisce in se come molte mamme una forza magica ed inspiegabile); e poi ancora la speranza, l’amore che vince su tutto e la gioia “malgrado tutto”.

Ecco quel “malgrado tutto” non è mai a caso, e nel libro viene regalato al lettore sotto forma di cambio di prospettiva, come un cielo che dispensa pioggia ma anche senso di pienezza e serenità.

Questo libro è stato fatica, è costato sacrificio. E’ stato una condizione “sine qua non”, senza la quale, forse, non si sarebbe chiuso un cerchio, il loro, quello della loro famiglia, dentro il quale sono transitati medici, santoni, persone di gran cuore ma anche indifferenza, insofferenza e quella consapevolezza che il tempo non si può sprecare.

Sì, direte … lo diciamo tutti fin troppo spesso.

Ecco, è raffinato proprio il modo, in cui Leonardo De Lorenzo racconta di quel tempo che è meno di quanto si possa immaginare, di come quello stesso tempo fa mutare tutto, contro ogni volontà, di come alcuni rapporti mutino, diventando speciali oltre ogni aspettativa … malgrado tutto.

Nel libro si racconta con una maestria dialettica e senza filtri, un dramma, come quelli che accadono a molti, ogni giorno ed è questa la forza del testo. Potersi adagiare nelle emozioni di chi un dramma del genere non lo ha mai vissuto e nello stesso tempo avvicinarsi alla disperazione di chi invece, vive drammi diversi, condividendone però quel percorso fatto di rabbia, malinconia e disperazione.

C’è un grande inno alla vita, in questo progetto, che impreziosito dalla parte musicale sa divenire una dimensione dalla quale non si vuole uscire se non prima di aver fatto i conti con un desiderio. Io il mio l’ho espresso e presto lo realizzerò. A voi il compito di scegliere il vostro, dopo la lettura di questo libro e dopo l’ascolto delle musiche che un padre musicista ha tirato fuori da quella forza che solo l’amore può consegnare a piene mani. Perché lo credo da sempre: da solo un eventuale talento può poco, se non sorretto da ispirazione, passione, trasporto verso qualcosa o qualcuno.

C’è voluto tanto tempo per realizzarlo, questo libro ma ne è valsa la pena. Insieme al libro nasce anche un progetto, un’associazione “L’isola dei girasoli” con lo scopo di utilizzare la musica come mezzo per crescere, affinché la fruizione possa riguardare anche contesti dove i protagonisti sono i più deboli e disagiati. La musica gratuita negli ospedali pediatrici, nei centri con disabilità gravi, nelle carceri.

Una “missione” valida e di grande sensibilità.

Valuto questa opera come pregevole, perché è ben realizzata, non ha pretese, se non quella di interrogarci su cosa saremmo disposti a fare, se da un giorno all’altro qualcuno ci strappasse di mano quelle piccole certezze che appartengono all’essere umano. Leonardo e Teresa sono stati così umili e così generosi da raccontarci il loro percorso, suggerendoci, senza volerlo e con discrezione un piccola morale: se si riesce a farlo decantare, un dolore, finisce che riusciamo a trovare in un apparente normalità, ogni giorno, un nuovo stimolo per imparare ad amare.

 

Simona Stammelluti

Un ricordo della divina Callas a quarant’anni dalla morte: in Master Class, Terrence McNally ripercorre la vita, l’arte, l’ascesa e il graduale distacco dal mondo del grande soprano greco. Lo spettacolo sarà in scena al Teatro della Cometa dal 20 novembre al 2 dicembre e vede protagonista, nei panni della Divina, Mascia Musy, in scena con e con Sarah Biacchi soprano, Chiara Maione soprano, Andrea Pecci tenore, Diego Moccia pianista. La regia è di Stefania Bonfadelli.

In questa pièce che vede come interprete d’eccezione Mascia Musy – attrice capace di dar voce alla complessa personalità di un’artista dalle mille sfaccettature, al suo carisma e ai toni amari del declino di una carriera inimitabile – Terrence McNally focalizza l’attenzione sulle lezioni che la Callas tenne alla Juilliard School Music di New York, dopo essersi ritirata dalla scena. La grande artista rievoca la propria leggenda pubblica e privata senza risparmio di frecciate, mentre si diletta a usare come cavie e vittime sacrificali gli allievi che seguono le sue lezioni.

Ma tra la stizza orgogliosa e la capacità di commuoversi, c’è posto anche per la trepida complicità con una grande professionista che spasima per la verità dei dettagli e la concretezza della recitazione, intimamente soggiogata dalla musica. Il suo pensiero torna con l’insistenza di un incubo alla durezza degli inizi greci, al periodo della fame e della bruttezza, alle battaglie per sopravvivere, alla fatica tremenda di una carriera circondata dall’ostilità.

La commedia è incentrata sui momenti dell’ascesa al tempio scaligero; la “divina” torna quindi a recitare i suoi personaggi e ci conduce, con un ulteriore passaggio, nell’impasse tormentosa dei rapporti amorosi con gli uomini della sua vita: un paternalista Meneghini e un volgare e spietato Onassis, scendendo molto nell’intimo con l’inevitabile approdo al melodramma.