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Al peggio non c’è mai limite. La situazione sta sfuggendo di mano, ma per davvero. Il Codadons denuncia il Prof. Roberto Burioni, chiede che venga aperto un fascicolo disciplinare su di lui  e per lui chiede anche la radiazione dall’albo. Perché?

Perché i cittadini non ne possono più “delle sue uscite pesanti e contrarie a qualunque confronto”, dice il comunicato.

Burioni  si è solo permesso di sfidare Salvini, chiedendogli semplicemente quali sarebbero secondo lui i 10 vaccini inutili, così come dal Ministro espresso in una diretta su RadioStudio54. Forse è anche questo, un perché?

Il pensiero più e più volte espresso dall’immunologo è semplicemente che “Con la salute non si scherza e questo è davvero un modo strano di star dalla parte dei cittadini“.

Già Roberto Saviano qualche giorno fa, aveva sfidato, se così si può dire, su vicende altrettanto delicate il neo ministro dell’Interno, che a questo punto, si sente così importante da potersi esprimere ben oltre le sue competenze conferitegli dall’incarico, adentrandosi in argomenti che non sembrerebbero essere alla sua portata. A che titolo e con che titolo, si esprime su vaccini, tanto da definirli inutili? Era lecita allora la domanda di Burioni: “Ci dica almeno quali sono i 10 vaccini inutili e pericolosi“.

Nel frattempo il sottosegretario Gaetti incontra al Viminale una delegazione di “genitori no-vax” capitanato da Dario Miedico, ex medico radiato dall’ordine di Milano a maggio scorso con l’accusa di avere posizioni no-vax. Nessun imbarazzo per Gaetti che dichiara essere stato un incontro privato con persone che conosce da oltre 15 anni, nel quale i presenti hanno ringraziato il sottosegretario per la sua “apertura mentale”. Ossia? Per la sua personale posizione a favore dei no-vax? Ma se fosse stato davvero un incontro informale e privato, perché non si sono visti al bar, anziché al Viminale per parlare di vaccini senza però la presenza del ministro della salute Ilaria Grillo?

Ed intanto mentre il Prof. Burioni finisce nel mirino del Codacons – a mio avviso ingiustamente – sui social si scatena l’inferno. Che poi, la domanda è semplice: Vi fareste curare da uno che fino all’altro giorno vendeva pop corn, o salireste su un aereo pilotato da chi fino a ieri faceva il macellaio? Non penso. E allora perché chi non è medico, non si è mai occupato di immunologia e virologia, e dunque non ha competenze in campo, deve parlare di vaccini, per conto di un intero paese?

Solidarietà al Prof. Burioni, non fosse altro che per il fatto che sia un professionista che parla in base a ciò che sa, che ha l’umiltà e l’entusiasmo di continuare a studiare e a fare ricerca, proprio in questo tempo di pericolose bugie, somministrate a piccole dosi agli italiani che sembrano incapaci, a volte, di verificare le fonti di alcune notizie, fonti estremamente importanti, oggi più che mai.

E se un tempo bastava dire “non lo so” per ricevere le giuste risposte e per finire nella categoria degli ignoranti perché si ignorano tante cose, e può accadere di “non sapere”, oggi si finisce paradossalmente per essere coloro che non solo non sanno, ma che hanno anche la presunzione di spiegare agli altri.

E’ il risvolto di quella “coperta troppo corta” che è la libertà di parola, che si inserisce in un meccanismo fintamente culturale dove sembrano tutti convinti che una buona connessione wi-fi possa sostituirsi ad anni ed anni di studi e sacrifici e di ricerche e di capacità, che vanno ben oltre un ruolo.

La frase “ognuno ha diritto di dire la sua” ha bisogno di essere messa a punto,  altrimenti l’accesso alle fonti – senza manco verificarne la concretezza – diventa l’accesso al marasma in cui chi non sa, parla spesso per sentito dire, ed infetta, ed è proprio il caso di dirlo, chi ancora non sa, e che nella confusione globale, segue il gregge perché come sempre, essere la voce fuori dal coro costa …costa fatica, studio e competenza.

C’è una “nuova ignoranza” che è divenuta saccenza (e per quella no, non c’è nessun vaccino), che ostenta erudizione inesistente o – peggio ancora – informazioni sbagliate. E non ci lamentiamo delle fake news quando basta scrivere un post superficiale sui vaccini, seguendo questa o quella moda, senza aver verificato fonti, senza acculturarsi leggendo libri, e non risultati frettolosi dei motori di ricerca, ci mette nel meccanismo del “Non so perché ma c’ho ragione”.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

 

Dr. Domenico Valente

Non ci nascondiamo dietro un dito: la bellezza piace a tutti. Poi però ci sarebbe come sempre da capire cosa sia davvero la bellezza, in che canoni si collochi, e se abbia qualcosa a che fare con la perfezione.

Una cosa è certa: sono sempre di più le donne ma anche gli uomini, che ricorrono alla chirurgia estetica per ritoccare, per migliorare, per avere di più o per togliere qualcosa che proprio non si vuole più, sia essa una ruga, una gobba sul naso, la cellulite sulle cosce, un neo fuori moda. E fin qui non c’è nulla di male, perché il provare a sentirsi meglio, a proprio agio con se stessi, con gli anni che passano e con quei segni nei quali una mattina ci si sveglia, e non ci si riconosce più, nel terzo millennio è molto più che una chance.

E se sempre più persone ricorrono alla chirurgia estetica, è vero anche che ci sono in giro sempre più specialisti o finti tali; ed è qui che si innesca il primo problema in assoluto, ossia scegliere a chi affidarsi, considerato che può accadere che anche un semplice medico di base si improvvisi chirurgo estetico, consigliando punturine e ritocchi vari. E allora tutte le domande che in molti si pongono e che forse non hanno ricevuto esaudienti risposte, le ho poste ad un esperto, al Dr. Domenico Valente, uno dei più affermati e capaci chirurghi estetici e maxillo-facciale che lavora in Italia, e sono convinta che dopo aver letto questa intervista, avremo tutti un quadro ben più chiaro circa il mondo della chirurgia estetica, che spesso affascina ma altre volte spaventa.

SS: Dr Valente, ci dice di cosa si occupa attualmente e di quali e quanti trattamenti si è occupato nella sua carriera?

DV: Mi occupo principalmente di chirurgia maxillo-facciale, in particolare della ricostruzione del volto dopo incidenti stradali, tumori del distretto testa collo oltre che di chirurgia e medicina estetica.

SS: In che tipo di errore si può incorrere, mentre si sceglie un medico estetico al quale affidarsi?

DV: L’errore più comune è quello di non affidarsi a medici specialisti del settore, con un curriculum verificato, con dovuta esperienza, ed adeguato numero di casi trattati. Molti pazienti inoltre ricercano offerte su internet considerando la chirurgia e la salute un bene acquistabile alla pari di elettrodomestici o abiti da comprare ai saldi, rischiando di ritrovarsi in situazioni spiacevoli e con risultati scadenti.

SS: Mi definisce la “bellezza” e mi dice se secondo lei ha più a che fare con la perfezione o con l’armonia delle forme?

DV: La bellezza è la visione che ognuno ha di se quando si riflette allo specchio. Il compito di ogni chirurgo che si occupa di chirurgia o medicina estetica è risaltare i pregi di ogni volto (o ad ogni corpo) e far sì che la persona trattata, torni a piacersi, a sorridere quando gli fanno una foto senza più aver vergogna di mostrarsi così com’è.

Per me la bellezza è conservare l’armonia anatomica del volto, riducendo i difetti, risaltando la bellezza soggettiva senza mai stravolgerla.

SS: Quali danni si possono subire se non ci si rivolge alle persone giuste?

DV: I danni possono essere molteplici e molte volte anche gravi; variano in base al tipo di intervento eseguito, e valgono sia per la medicina estetica considerata non invasiva, che per la chirurgia vera e propria.

Bisogna sempre richiede informazioni sul tipo di trattamento al quale ci si sottopone, sul tipo di prodotto che viene usato e sulla sua qualità; bisogna pretendere sempre il codice identificativo dei prodotti che vengono iniettati. Nell’ambito chirurgico è giusto ricevere le informative adeguate con chiarimenti esaustivi sulle possibili complicanze. Ogni atto chirurgico ha delle possibili complicanze, non sempre dicibili in precedenza, e dunque il paziente deve essere consapevole del fatto che ogni atto chirurgico è unico e irripetibile, ed una volta fatta l’incisione non si torna più indietro, ecco perché bisogno affidarsi esclusivamente a professionisti esperti.

SS: In base alla sua esperienza, le persone che si rivolgono a lei, hanno sempre le idee chiare su quel che vogliono cambiare o migliorare? Si lasciano consigliare oppure pretendono che vengano rispettati i loro desideri?

DV: Non sempre le persone hanno idee chiare su cosa fare o migliorare. La tendenza è spesso quella di seguire le mode, soprattutto tra i giovani. Il consiglio che do a chiunque approcci alla medicina, è quello di fare sempre ciò che è realmente necessario e soprattutto di partire con trattamenti “soft” reversibili; consiglio la chirurgia solo nei casi di assoluta necessità e di accertata consapevolezza sul percorso da intraprendere.

SS: In linea di massima, gli interventi di chirurgia estetica sono definitivi, o necessitano di ulteriori ritocchi a determinate scadenze?

DV: Se parliamo di chirurgia estetica la maggior parte degli interventi sono definitivi e non sempre reversibili, e soltanto in rari casi necessitano di ritocco correttivo. Se invece restiamo nell’ambito della medicina estetica i trattamenti sono per lo più reversibili e necessitano ritocchi ogni 8/12 mesi in quanto la maggior parte dei prodotti utilizzati, vanno incontro a un riassorbimento naturale.

SS: Ha mai detto NO, ossia si è rifiutato di effettuare un intervento quando non l’ha ritenuto consono o adeguato a quella persona?

DV: Dico spesso di NO, soprattutto a richieste non assecondabili, o quando si hanno aspettative fuori dalla portata chirurgica, o se il trattamento richiesto, può peggiorare anziché migliorare la reale condizione. Spesso mi capita di rivedere dopo mesi, pazienti che mi avevano richiesto un intervento che avevo rifiutato di fare, che nel frattempo si son fatti poi operare da qualcun altro e contestualmente sentirmi dire: “ non è ciò che volevo” ,”dovevo ascoltarla”, e così via.

SS: Quanto complesso è il lavoro del chirurgo estetico? Quali sono le varie fasi, dal momento in cui un cliente si rivolge a lei, fino a quando il lavoro può dirsi concluso?

DV: Le fasi sono tante, comprendono una serie di incontri. Il primo di solito conoscitivo in cui il paziente espone le problematiche e in cui si raccolgono i dati anamnestici; è lo stesso incontro nel quale si richiedono eventuali esami diagnostici. Il secondo utile a visionare gli esami richiesti e ad esporre l’eventuale iter chirurgico, e poi ancora un incontro pre-chirurgico in cui si consegnano le informative e si espone al paziente il consenso informato andando a chiarire ogni singolo dubbio. Si passa quindi alla fase chirurgica, seguita dai controlli post operatori che in caso di mancanza di complicanze, si risolvono di  solito in 2/3 incontri.

SS: E’ vero che la vita può cambiare, dopo un intervento di chirurgia plastica?

DV: La vita può cambiare, ed in meglio, se i risultati e le aspettative post operatorie sono chiare sin dall’inizio.

Sebbene la chirurgia estetica possa cambiare in meglio la percezione della propria immagine, è bene che il rapporto con se stessi sia equilibrato e sano già prima dell’intervento. Il candidato ideale agli interventi di chirurgia estetica è una persona che prova un reale disagio legato ad un determinato difetto fisico e ha nei confronti delle procedure chirurgiche un sano atteggiamento realistico.

Un buon consiglio è di farsi supportare prima e dopo la chirurgia estetica dai familiari e dagli amici più cari, o anche da un bravo psicologo. Inoltre è bene avere fiducia nel chirurgo scelto, e attenersi strettamente ai suoi consigli e alle sue prescrizioni.

SS: Dr Valente, vuol dare un consiglio a tutti i lettori e e le lettrici che dalle pagine del Sicilia24h leggeranno questa intervista?

DV: Quando si ha a che fare con la propria bellezza e con la propria salute è giusto affidarsi sempre e solo a specialisti (la specializzazione si ottiene frequentando per 5 anni la specifica scuola di specializzazione ed aver sostenuto gli esami per conseguirne il diploma) che abbiano un background professionale e un’esperienza formativa internazionale adeguata all’intervento da eseguire, e che abbiano eseguito un numero adeguato di procedure chirurgiche.

Inoltre anche la scelta del chirurgo è una “questione di feeling” e risultare in totale armonia ed empatia con il paziente, è fondamentale per procedere nella cura; è inoltre necessario che il paziente riponga la totale fiducia sul chirurgo prescelto.

 

Simona Stammelluti

Ci pone una domanda Federica Angeli, la coraggiosa giornalista di La Repubblica, che vive da oltre 1700 giorni sotto scorta, minacciata da Armando Spada contro il quale ha testimoniato pochi giorni fa.

Chiede aiuto a tutti noi, ai suoi seguaci, ai giornalisti, alla gente comune, affinché tutti insieme si possa dire ai cittadini di Ostia, che non sono soli, che se hanno bisogno di rinforzi, noi ci siamo. Sì, perché ieri, è partito il processo contro il clan Spada, ma le vittime non si sono presentate in aula, non vi è stata nessuna costituzione di parte civile. A parte Regione Lazio, Comune di Roma, le associazioni antimafia Libera, Caponnetto e Ambulatorio Antiusura Onlus nessuna associazione di Ostia si è presentata al processo.

C’è senza dubbio un muro di omertà che soffoca la libertà di questo territorio. La parte buona della città di Ostia diserta l’aula, non accoglie neanche l’accorato appello del Santo Padre della scorsa domenica, che ha incoraggiato ad “aprire le porte alla giustizia e alla legalità“.

Le ragioni di questa assenza collettiva, risiede nella paura, così come sottolineato dal Pubblico Ministero durante il processo, risiede nel fatto che la pericolosità criminale non si è placata con gli arresti, risiede nella sfiducia, forse anche nella rassegnazione.

E se dai social però son tutti “coraggiosi” mentre si lanciano in definizioni di cosa sia la mafia, mentre si lamentano dell’etichetta affibbiata a Ostia, mentre si dicono tutti solidali con chi ha subìto le minacce della malavita, ieri l’aula del tribunale non ha potuto accogliere coloro che avrebbero potuto e dovuto  – perché parte lesa – andare e parlare, una volta per tutte;  hanno preferito star zitti, essere assenti.

Lei no, Federica Angeli parla, perché lei con la paura ha imparato a convivere, l’ha messa a tacere, perché la sua ridotta libertà di movimento non le toglie la libertà di difendere la legalità, con al sua penna e con quel coraggio che tutti dovremmo avere.

Dite cosa avreste fatto voi, al loro posto – chiede la Angeli dalle pagine di Twitter. Bella domanda; perché a parole siam tutti bravi, ma ci saremmo alzati, per andare in quell’aula, ieri?

Se davvero in questi anni, siamo stati sinceri, abbiamo sostenuto con consapevolezza Federica Angeli, le sue battaglie e i suoi insegnamenti, se davvero abbiamo gridato insieme a lei che la mafia è una montagna di merda (Cit. Peppino Impastato) che si vince “a mano disarmata“, allora avremmo dovuto affollare quell’aula, avremmo dovuto denunciare, e sostenere chi ha subìto i soprusi che si trasformano in schiavitù, quando non ci si libera dal peso  delle prepotenze, come ribadiva Papa Francesco solo pochi giorni fa.

Fa bene la Angeli a chiederci cosa avremmo fatto, visto che in quell’aula quando si è girata, ieri, -perché lei c’era malgrado i giornalisti non fossero proprio i benvenuti – non ha visto nessuno. Ha ragione la Angeli a spronarci a chiederci da che parte stiamo, veramente; ha ragione ad incoraggiarci a parlare con i suoi followers, perché la legalità è quella libertà irrinunciabile che dovremmo aiutarci reciprocamente ad avere, a riavere se l’abbiamo perduta e a difendere.

E allora  sì ci siamo, se la parte sana di Ostia ha voglia di parlare, di non stare più zitta, di entrare in quell’aula di tribunale, ci saremo…nessuno sarà lasciato solo. Lo Stato ad Ostia è arrivato, che i cittadini facciano la loro parte, adesso.

E se oggi Federica Angeli rinuncia a presentare ad Ostia il suo libro #amanodisarmata, dopo giorni e giorni di tour in tutta Italia – è perché è stanca proprio di questo comportamento; è stanca di sentirsi chiamare “eroe”, è stanca di applausi e di sentirsi dire “sei tutti noi”. Quel sostegno che in tanti professano, è venuto meno, ieri.

Era questo il momento di alzare la testa, ma non è stato fatto” – dice Federica Angeli, e allora ci auguriamo che la sua provocazione, la sua scelta, e quella domanda rivolto alla collettività dalle pagine del social, possa essere un vero esame di coscienza un po’ per tutti, che idealmente, in quell’aula di tribunale ci dovremmo entrare per dire, senza paura, da che parte stiamo.

 

Simona Stammelluti

Un’ora e 15 minuti di discorso, quello al Senato; letto, pagina dopo pagina, decine di pagine di appunti.  Un discorso interrotto spesso da applausi, a volte anche “fuori tempo”. Perché anche gli applausi, hanno un loro spazio, per produrre il giusto significato.
Ma torniamo agli appunti, quegli “appunti” che il presidente Conte rischiava di smarrire – ieri a Montecitorio –  e allora ci si chiede quanto sarebbe durato il suo discorso, se avesse smarrito quei fogli di carta, dove sarebbe andato a parare. Perché il problema non sono gli appunti, tutti coloro che parlano in pubblico (figuriamoci un Presidente del Consiglio neoeletto) posseggono degli appunti, che elaborano spesso a penna, nel mentre fanno il punto di quello che si desidera dire; il punto è capire chi li ha scritti quegli appunti, perché se si scrivono in prima persona, magari non ricorderai tutto quello che hai appuntato, magari non userai le stesse espressioni, ma alla fine non sarà una tragedia smarrirli. Magari il tuo discorso non durerà un’ora durerà 50 minuti, magari sarà diverso l’ordine delle cose da dire, ma il contenuto del tuo discorso, non ne risentirà. La stessa cosa non può dirsi per i copioni (inteso come elenco di battute e non come colui che copia). Perché il copione pretende uno sforzo di memoria e se quella manca, la performance non sarà delle migliori.

Diciamo che da chi ci rappresenterà, ci si aspetta che perda anche i fogli degli appunti (che poi appunti non erano, era un discorso bello che scritto) ma che al contempo si ricordi i nomi delle vittime di mafia, che non apostrofi come “congiunto” Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia ucciso nel 1980 da Cosa nostra, fratello del Presidente della Repubblica, Sergio, preso di mira dai social nei giorni scorsi, con inaudita violenza.

E’ Graziano Delrio, che durante il suo intervento glielo urla contro, quel nome, perché è assurdo non ricordarlo, non pronunciarlo quel nome. Scatta l’applauso, la standing ovation, l’emozione. Gli animi si scaldano.

Perché mentre nel primo discorso al Senato – quasi senza voce, con qualche papera, mentre cita Jonas, Beck, Dostoevskij, con la voglia di spiegare a noi comuni cittadini più o meno colti il significato di populismo e tranquillizzandoci sul fatto che loro “no, non saranno razzisti” – alla Camera Giuseppe Conte chiede il permesso a Di Maio se possa o meno dire qualcosa – così come si evince dal video pubblicato dal Corriere della Sera che ha colto il “fuori onda” al quale invece il Presidente non ha pensato. Di Maio gli propina un sonoro “No”(chissà su cosa verteva quel permesso negato). Poi smarrisce gli appunti, Di Maio si offre di cercarli e lo incita a proseguire. Ed è emblematica anche la frase di Relrio che segue questo momento: “Non faccia il pupazzo, Signor Presidente, riscriva di suo pugno il programma e la lista dei ministri”.

C’è chi si è preso la briga di andare a ripescare il discorso di un altro presidente del consiglio, di qualche decennio fa e ops, alcuni passaggi sono molto simili, (per non dire uguali) a quelli proferiti da Conte prima della fiducia: “grande riforma della giustizia, riammodernamento del sistema fiscale, lotta alla mafia, più sicurezza ai cittadini, meno tasse, meno burocrazia“. Io lo so chi l’ha detto, ma non voglio togliervi il passatempo di andare a riascoltare quei discorsi. Un indizio ve l’ho dato, sicché non sarà difficile scovare il “chi l’ha detto?”.

Peccato che quando lo scoprirete, avrete i brividi…di paura.

 

Simona Stammelluti

 

Nella giornata di ieri 4/6/2018, il personale del Nucleo Investigativo Carabinieri di Cosenza, ha proceduto a eseguire ulteriori notifiche di provvedimenti riguardanti il patrimonio di Serpa Nella (detta “la bionda), reggente boss dell’omonima cosca di Paola (Cs), attualmente al regime di 41 bis, presso la casa circondariale del L’Aquila.

Nello specifico la Suprema Corte di Cassazione con provvedimento datato 9/5/2018 aveva disposto la restituzione a Nella Serpa e ai familiari, di quanto precedentemente confiscato – correva l’anno 2015 – nell’ambito della misura di prevenzione.

Ma allora come mai la decisione estrema della Suprema Corte, che oggi si apprende essersi espressa su un ricorso da parte del collegio difensivo della famiglia Serpa?

Contestualmente – il mistero si infittisce ulteriormente – gli uomini del Nucleo Investigativo notificavano due provvedimenti di sequestro beni:
– uno emesso a seguito di sentenza nella quale Serpa Nella è stata ritenuta colpevole del reato di cui all’art 416 bis c.p. (associazione di stampo mafioso) nonché di estorsione pluriaggravata dall’art 7 (cioè del metodo mafioso);
– il secondo invece, che segue a sentenza emessa nell’ambito della misura di prevenzione dal Tribunale di Catanzaro – II Sezione Penale Misure di Prevenzione – a seguito della pronuncia della determinazione della citata Corte di Cassazione di annullamento del provvedimento della Corte di Appello di Catanzaro emessa nell’anno 2017.

Il patrimonio “conteso” tra le parti, in sostanza, ammonterebbe a  poco meno di 4 mln di euro tra beni mobili, immobili, società e rapporti finanziari.

Ancora, quindi, non sono chiare le ragioni per le quali si è dovuto reiterate in modo così inusuale l’adozione di provvedimenti che sembravano già formalmente ultimati, nel loro iter procedurale.

Ma questa è un’altra storia che – forse (?)- qualcuno un giorno si degnerà di raccontare ai noi comuni mortali

[To be continued…]

Simona Stammelluti

La mania del selfie non è solo la normalità, ma anche un meccanismo perverso che sembra non nuocere a nessuno, ma che a volte si inceppa, proprio sul filo sottile che separa l’audacia dal buonsenso

Perché sempre più spesso si dimentica che la propria libertà, finisce dove inizia quella degli altri e se a quella famigerata legge di tutela della privacy ci si appella quando ci si sente in pericolo, quando si pensa stiano violando i nostri diritti di riservatezza, la si dimentica quando la goliardia, la voglia di diventare virali, la necessità di avere un momento di notorietà, ci fa ruzzolare giù dal burrone, travolgendo in un colpo solo il rispetto per gli altri e la lucidità circa ciò che sia giusto.

Non sembra aver pensato al diritto di riservatezza, l’uomo di Piacenza, che si è scattato il selfie alla stazione davanti alla donna gravemente ferita dal treno, ancora riversa sulle rotaie, dopo essere stata travolta dal convoglio subito dopo esserne scesa. È stato solo l’intervento della Polizia a convincerlo a cancellare la foto. La cosa singolare è che c’era chi ha fotografato entrambi i protagonisti della vicenda: la donna è l’uomo del selfie. Ma in questo caso, la foto ha avuto il significato di denuncia.

Se la poliziotta in borghese non fosse intervenuta per tempo, quella foto, quel selfie, avrebbe affollato i social, aggiungendosi a tutto quel materiale trash che ogni giorno si fa strada in rete, che diventa sempre più pericoloso, considerato che quotidianamente c’è chi cerca qualche gesto estremo da emulare.

Il ragazzo avrà circa vent’anni; più o meno la stessa età di quel giovane che si era permesso di bullizzare un insegnante e che aveva preteso che i suoi compagni lo filassero durante quella sua miserevole performance.

Sembrano davvero i nuovi mostri … i mostri del nuovo millennio.

Quelli che non sanno cosa si festeggi il 2 giugno ma che però hanno diritto di voto;
Quelli  che in famiglia, forse, non hanno ricevuto la giusta educazione al rispetto delle regole. Perché se le regole non vengono rispettate in famiglia, difficilmente saranno rispettare in società.
Quelli che trovano sfogo e soddisfazione, solo negando l’altrui libertà.
Quelli che nella diversità, riconoscono una qualche supremazia.

Verrebbe da dire che sì, abbiamo un problema.

I ragazzi, sempre più narcisi, più egocentrici e convinti di possedere chissà quale potere, perdono sempre più spesso il confine tra virtuale e reale; perdono il controllo delle proprie azioni – forse perché non hanno più nessuno che gli dica quando sbagliano, dove sbagliano – e sempre più spesso disconoscono il senso morale ed etico del vivere.

Sembra una strada senza via d’uscita, una sorta di vicolo cieco.
Ed invece lo spiraglio risiede nel non considerare con indifferenza quel che un tempo ci faceva paura, nel non girarsi dall’altra parte, nel non far finta di nulla quando ci vien chiesto di prendere una posizione, perché  si deve scegliere da che parte stare, si deve conservare la lucidità di riconoscerla una mostruosità, quando ci si imbatte in essa, e sembra che di far questo, non si sia capaci più.

Mi sembra anche giusto sottolineare il significato sociale ed antropologico che la modernità ha conferito alle immagini. Un significato che è distante, ai giorni d’oggi, da quel potere che le immagini hanno avuto nel corso del tempo, quando – malgrado tutto – potevano essere una testimonianza di alcuni accadimenti, il passato e il presente insieme, e poi ancora immagine-ammonimento, la verità contenuta in una foto, l’essenza della foto stessa. Le immagini che – malgrado tutto – aiutano i processi mnemonici, aiutano a ricordare oltre che a “non dimenticare”.

I mostri dei giorni nostri, trasformano le immagini in feticismo, in merce, in emblema di un potere sottile finito nelle mani sbagliate. Alcuni scatti – come il selfie in oggetto – non sono il mezzo per conservare un’identità, ma per mercificare un narcisismo che diventa prodotto di scarto di identità di cartapesta.

L’istantaneità cercata (e ottenuta) con il selfie  nuoce spesso a quella società nella quale per decenni si è cercato quanto più possibile di testimoniare senza filtri, senza ritocchi, alcune atrocità che si erano consumate e non sarebbero dovute tornare. L’urgenza di strappare parti di realtà affinché divenissero storia, custodendo in se, una propria efficacia.

Tutto, subito, senza porsi tante domande, senza interrogarsi circa l’effetto che quella foto che ritrae un’altra persona possa avere sul chi guarda, sull’altrui esistenza. La volgarità sta anche in questo: nella mancanza di decenza, che può divenire offesa. E allora io mi sento offesa da un ragazzo che potrebbe essere mio figlio, che prova a mostrarsi mentre sullo sfondo si consuma una piccola grande tragedia umana, come se fosse il logo di riconoscimento di una generazione, di un divenire che – a mio avviso – fa paura, a volte ribrezzo, quasi sempre sconforta.

Non nasciamo fotografi né fotoreporter, ci divertiamo ad inquadrare e a scattare, a postare e a condividere, a ritoccare e a cercare didascalie…e pensare che nel lontano 1944 Alex, un ebreo greco, membro del sonderkommando, pur sapendo che sarebbe morto, come tutti gli altri ebrei, scattò con una macchina fotografica 4 foto – oggi conservate nel museo di stato di Auschwitz – e per farlo dovette nascondersi in una camera a gas appena svuotata, prendendo di mira l’orrore, l’inimmaginabile, con l’urgenza vera di lasciarne il segno nell’archivio dell’estinzione.

Foto, quelle, senza didascalia.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Ha vinto il ballo, il garbo, lo stile, la bravura e la riservatezza.

Nella edizione 2018 della fortunatissima trasmissione figlia di mamma Rai, vince Cesare Bocci, dato per favorito insieme a Gessica Notaro, arrivata poi terza. Vince Bocci – attore famoso per essere lo “sciupafemmine” ne “il commissario Montalbano” – insieme alla sua talentuosa e affascinante insegnante di ballo, Alessandra Tripoli, 31 anni, palermitana, che di carattere e di carisma ne ha da vendere, e che non aveva mai vinto, nelle precedenti edizioni.

Difficile dire quale sia stato il ballo migliore della coppia vincitrice, che ha lasciato dietro di se Francisco Porcella, arrivato secondo nell’ultimo step. Certo è che a 61 anni suonati, Bocci ha dimostrato impegno, dedizione, volontà e quella attitudine che da oggi in poi andrà ad impreziosire il talento che già lo contraddistingue nel ruolo di attore. Tango, paso doble e free style, i balli che ieri sera hanno convinto giuria e pubblico, consegnargli la coppa del vincitore.

E’ stata un’edizione ricca di momenti toccanti, di commozione, di colpi di scena. Un’edizione nella quale l’aspetto sociale, ha seduto a fianco allo spettacolo. Un’edizione impreziosita dalle storie di alcuni dei personaggi in gara, ma anche dalle storie di giudici ed ospiti, che si sono avvicendati tra i “ballerini per una notte”.

La presenza in gara di Gessica Notaro – la giovane addestratrice di delfini, sfregiata  con l’acido dal suo ex compagno – è stata una delle storie che ha tenuto il pubblico incollato alla Tv il sabato sera. La sua storia, protagonista, ma anche il suo coraggio, la tempra di colei che ha mostrato voglia di riscatto, e poi il desiderio di far giungere un preciso messaggio a tutte le altre donne, ossia che malgrado le paure, le incertezze circa il futuro e i cambiamenti che alcuni eventi provocano nell’esistenza, si può resistere, rinascere, riscattare un morso di vita e di speranza, contro il male ricevuto; e poi ancora che ci può e ci si deve ribellare, fin quando si è in tempo, ai soprusi fisici e psicologici che talvolta vengono inflitti. La storia di Gessica ha inevitabilmente avuto uno spazio particolare, una ridondanza mediatica, anche a seguito delle lettere che gli avvocati del suo aggressore hanno fatto recapitare a lei e alla redazione, intimando di tacere sulle vicende processuali ancora in itinere. Tutta la squadra di Rai 1 si è schierata con Gessica e puntata dopo puntata ha sostenuto la ragazza che mai, tra l’altro, ha usato le telecamere, se non per raccontare il suo percorso, le sue paure mai sopite e la sua voglia di non darla vinta mai, a chi l’ha ridotta in quello stato.

Ma anche la storia di coraggio di Carolyn Smith, la grande e amatissima giudice di “Ballando con le Stelle“, ha emozionato e non poco. Lei, che quest’anno, proprio durante la trasmissione ha dovuto riprendere la lotta contro il cancro. Lei donna di grande tempra e di coraggio, che è stata un vero esempio di come si possa affrontare un male senza mollare mai, mostrando le proprie fragilità ma anche la propria voglia di vivere. Lei, che il giorno prima affrontava la chemioterapia e il giorno dopo interveniva in trasmissione senza capelli, ma con quel sorriso così prorompente che è stato capace di innescare in tutti commozione e speranza. Lo si ricorderà a lungo, l’abbraccio tra Caroline e Anastacia, la cantante americana, anch’essa costretta ancora a combattere contro lo stesso male, che durante questa edizione si è lanciata in un ballo, senza inibizioni.

E poi ancora storie d’amore nate durante questa stagione televisiva (come quella tra Francisco Porcella e Anastasia Kuzmina) e la storia personale del vincitore, Cesare Bocci; storia che lui ha provato a tenere per se, poi però tornata alle cronache, dopo che la giuria lo ha quasi costretto a mostrare quella parte di se, custodita dietro quell’aplomb, come se ogni piega dei suoi giorni gli cadesse senza mai fare una piega.

L’attore infatti ha dato sempre l’idea di essere in un perenne stato di grazia, concentratissimo sul suo ruolo di ballerino novello, mentre puntava all’obiettivo, poi centrato. E così alla fine la storia di Cesare e di sua moglie Daniela Spada, colpita da un ictus post partum 18 anni fa, quando la stessa aveva 36 anni, è diventata di dominio pubblico. Eppure la delicatezza con la quale gli stessi protagonisti l’hanno raccontata, è divenuta in un ennesimo incoraggiamento a non mollare mai, anche quando ti dicono a bruciapelo che “non c’è nessuna speranza”. Daniela, che ieri sera, è riuscita – seppur a fatica – a fare una sorpresa a Cesare, diventando la sua “specialissima” ballerina, nella serata finale. L’emozione era visibile, pulsante, coinvolgente. Quell’emozione che le telecamere non possono correggere né modificare e che sono arrivate agli spettatori forti e prorompenti, senza nessuna forma di pietismo.

E se come si dice “squadra vincente non si cambia”, Milly Carlucci – che ha dedicato la serata di ieri sera a Bibi Ballandi, scomparso a febbraio – ha dimostrato di sapere bene come sfruttare le risorse e tutte le potenzialità della sua squadra. La giuria – perfida ma non troppo – ha dato un ottimo contributo alla riuscita della fortunata edizione, con un Mariotto che si è spesso intenerito, con la Lucarelli che nel suo ruolo di opinionista fa la parte dell’antipatica tout court, con Canino che con disinvoltura si schiera a difesa delle diversità, Zazzaroni che da ex ballerino della trasmissione, spesso giudica l’aspetto tecnico e lei, la grande Carolyn Smith che non smette mai di essere l’emblema di come si possa “giudicare” senza mai perdere il garbo e lo stile.

Edizione che è stata notata anche per i due uomini in gara – Giovanni Ciacci che ha fatto coppia con Raimondo Todaro, divenuto tra l’altro attore in scena a teatro in questi giorni – per la prima volta da quando la trasmissione è nata e sembrerebbe che nel resto d’Europa, dove lo stesso format ha il medesimo successo, prenderà esempio da questa edizione.

La trasmissione che si è chiusa ieri sera, vanta maestri di ballo di grande caratura, capaci di trasformare dal nulla  – come facciano davvero resta un mistero – personaggi del mondo dello spettacolo e della moda in ballerini che a volte mostrano talento e attitudini che mai avrebbero pensato di avere. E poi la validissima orchestra che sera dopo sera, stagione dopo stagione, realizza  e riarrangia decine e decine di pezzi, adattandoli ai tempi dal ballo, mostrando la grande versatilità e bravura dei musicisti e coristi che ormai da anni, fanno parte della “Paolo Belli Big Band”.

Quest’anno Ballando con le Stelle ha stracciato letteralmente la trasmissione concorrente “Amici” di Maria De Filippi sulle reti Mediaset. Le motivazioni potrebbero essere molteplici ma forse la pecca, dall’altra parte, è stata quella di aver attuato troppi cambiamenti nella gestione della finale, che il pubblico probabilmente non ha gradito o forse quelle diatribe, che a volte sono sembrate eccessive, per un sabato sera in prima serata. Alla fine il pubblico si stanca anche di quelle.

Questa edizione si ricorderà per le emozioni e la commozione, come quella che ieri sera è appartenuta anche a Simone Di Pasquale, veterano maestro di Ballando con le Stelle, che durante questa edizione ha insegnato a ballare alla piccola e deliziosa attrice francese Natalie Guetta, ma che in cambio ha avuto l’opportunità di scoprire quel suo essere Simone e basta, a prescindere dai passi di danza, che per contratto deve insegnare.

A corredo di un grande successo, anche il ruolo dei social, che hanno permesso al pubblico di dire la propria circa le coppie in gara, di sostenere i propri beniamini e di seguire le vicende degli stessi, settimana dopo settimana.

Un percorso netto, per la trasmissione, una sana competizione tra i concorrenti, un vincitore bravo che ha messo d’accordo tutti, e poi un arrivederci alla prossima stagione, perché alla fine il popolo italiano ha voglia di sognare, a modo proprio, chi guardando i reali andare all’altare e chi sognando un giorno di essere ballerino per una notte.

 

Simona Stammelluti

 

 

Sono pochi metri quadrati in mezzo al mare del Mediterraneo. E’ una prigione bellissima, equidistante dalla Sicilia e dalla Tunisia, abitata da pochi isolani: E’ l’isola di Linosa.

E’ qui che si sta girando in questi giorni, un film di Matteo Querci, diretto da Simona De Simone. Il film che si intitola “Forse è solo mal di mare” racconta la storia di Francesco, un 40enne toscano, ex fotografo, che dopo aver girato il mondo, decide di tornare sull’isola di Linosa, dedicandosi alla pesca. Lo stesso luogo dove si era innamorato di Claudia un’isolana che però dopo diciassette anni di matrimonio, decide di lasciare isola e famiglia perché innamorata di un altro uomo. Francesco e sua figlia Anita sono molto legati; lei ha il sogno di diventare pianista e desidera andare a studiare in Svizzera. Nell’attesa che si scoprano i destini dei personaggi, il film si dipana lungo riflessioni, problematiche esistenziali, sorprese e colpi di scena.

Sullo sfondo una Linosa quasi deserta, fotografata in una stagione non turistica. Un luogo che di solito conta trecento anime e proprio da quei luoghi emergono personaggi con caratteristiche bizzarre, che saranno i dettagli umani del mondo della scuola, della chiesa, delle tradizioni folkloristiche.

Tanti i personaggi: Nino, il pescatore belloccio e marpione, che aspira a diventare uno speaker, Don Enrico, il parroco che si occupa delle tradizioni della parrocchia. Fin quando – mentre il tempo scorre inesorabile, scandito dalla pesca e dai cineforum in strada – arriva Laura, la nuova insegnante di liceo, che porterà scompiglio nella vita degli isolani ed anche in quella di Francesco.

Tra i nomi noti della pellicola, Francesco Ciampi nei panni di Francesco, Maria Grazia Cucinotta sarà Claudia, Anna Maria Malipiero è Laura, l’insegnante. Ad interpretare Anita, Beatrice Ripa. E poi ancora Paolo Bonacelli, Barbara Enrichi, Orfeo Orlando, Patrizia Schiavone, Cristian Stelluti.

Forse è solo mal di mare” è una riflessione sul desiderio di fuga, ma al contempo sull’attaccamento ad una terra di origine, così unica. Il film eviterà stereotipi o scorci da cartolina, cercando di raccontare una Linosa inedita.

il primo lungometraggio prodotto dalla Cibbè Film, società che riunisce un gruppo di imprenditori tessili pratesi intorno ad un progetto ambizioso, sia per il soggetto che per la location.

Ho incontrato sull’isola il produttore Riccardo Matteini Bresci, che ha risposto alle mie domande:

SS: Come e quando é nata questa idea?

RMB:  Nasce 9 anni fa dopo un viaggio di Matteo Querci, uno degli autori, a Linosa. Rimasto colpito dalla particolarità della vita su questo scoglio vulcanico, coinvolgerà Tommaso Santi, che scriverà la sceneggiatura

SS: Con che criteri ha valutato la commerciabilità del soggetto cinematografico?

RMB: Credo che ognuno di noi, al pari di una cozza, sogni di abbandonare lo scoglio per vagare in mare aperto e poi, inevitabilmente, trovare un altro scoglio dove rifugiarsi … è una storia nella quale molti potranno ritrovare se stessi

SS: Qual è il circuito al quale è destinato questo lungometraggio?

RMB: Il lavoro è stato pensato per essere “internazionale”; l’idea è di portare nel mondo la bellezza dell’isola

SS: Ci sarà una supervisione su tutte le fasi di realizzazione, o lascerà libero il regista di mettere a punto il senso della storia?

RMB: Abbiamo le idee molto chiare su ciò che vogliamo  realizzare; ovviamente c’è una supervisione che accompagna tutta la produzione definita in precedenza, ma aperta ad ogni contributo

 SS: Conosceva già la regista che si occuperà della direzione delle riprese?

RMB: Matteo Querci e Simona De Simone fanno parte della nostra squadra già da molto tempo, e abbiamo costruito con loro un rapporto di piena fiducia

SS: Avete scelto insieme gli attori, considerato che spesso la scelta di un determinato attore influenza e non poco, il percorso di una pellicola?

RMB: Abbiamo scelto insieme gli attori, condividendo ogni opinione ed esperienza e soprattutto avvalendoci dell’aiuto strategico di Barbara Enrichi, la nostra Actor-Coach

 SS: Seguendo molti lavori di giovani registi sopratutto di corto-medio metraggio, mi salto subito all’attenzione che le attrici siano quelle che di solito vengono scelte per questo genere di cinema. Parlo della Cucinotta, della Malipiero, pensiamo a “La moglie del sarto” per la Cucinotta e “L’imbarcadero” per la Malipiero.

 RMB: Non concordo sulla definizione di Maria Grazia Cucinotta e Annamaria Malipiero come di attrici di cortometraggi … la loro filmografia parla chiaro

 SS: In che percentuale l’ha convinta il soggetto? C’è chi sostiene che basti un buon soggetto, per prevedere il successo di una pellicola

RMB: Il soggetto rappresenta la base, la vera guida, e ne siamo rimasti entusiasti

SS: Spesso buone idee cinematografiche non riescono ad avere lustro per via dei pochi mezzi che si riescono a mettere insieme. Mi sembra che in questo caso, ci sia una troupe di buon livello, a partire da autori e regista

 RMB: La regista di questo film é Simona De Simone, da sempre nel nostro team, alla sua prima direzione in un lungometraggio ma con esperienze maturate in lavori con attori di grande calibro

 SS: Non le ha ricordato un po’ la storia del romanzo “L’isola di Arturo” della grande Elsa Morante, la storia di “forse è solo mal di mare”?

 RMB: Purtroppo non ho letto il libro

SS: Mi incuriosiva sapere quando è diventato produttore e perché. Mi incuriosisce perché un imprenditore può sicuramente avere delle passioni, ma per arrivare ad un ruolo così cruciale nel cinema, deve aver avuto più di un buon motivo per intraprendere questo percorso

 RMB: Proveniamo da una città, Prato, nota per l’enorme comunità cinese che la abita, una città etichettata come avida e priva di slanci culturali. Intendiamo portare la nostra passione, con la collaborazione delle istituzioni, ai giovani che vorranno avvicinarsi al mondo del cinema

SS: Ottimo proposito. Promettendole che presenzierò alla prima del film – che mi incuriosisce molto – e dunque potremo parlarne ancora dopo l’uscita circa come sono andare le cose, un pronostico me lo fa?

 RMB:  I pronostici non sono il mio forte, ma sono certo che emozioneremo chi vorrà passare un’ora e mezzo con noi

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quante volte abbiamo tirato su un muro, dietro il quale ci siamo nascosti difendendoci da qualcosa o da qualcuno, o semplicemente per non vedere quel che era troppo scomodo, in una vita spesso già scomoda di suo. 

Un muro da tirare su in una notte, un muro che separa la realtà dai sogni, l’illecito dallo sfruttamento, l’avidità dal bisogno; un abuso edilizio, da consumare a discapito dell’arte e a favore dell’ennesima attività commerciale, che non fa sconti, se non sugli scaffali. 

A tirare su quel muro due Muratori, Fiore e Germano, squattrinati, in cerca di un riscatto sociale, amici ancora per un po’, divisi – così come fa quel muro – da una visione un po’ diversa della vita. Uno realista, sposato, con figli, l’altro scapolone incallito, ancora alla ricerca di cosa fare da grande, un sognatore che gira con l’Ape; eppure scoprono di avere più di qualcosa in comune, senza saperlo. 

Accettano un lavoro in nero, per racimolare una somma che gli permetta di aprire un’impresa di spurgo. Germano ha paura del buio e dei topi (la materia prima delle fogne) e Fiore, che teme che quello che stanno per compiere, sia una fatica immane, per poi continuare ad essere nessuno “con tanti sogni e senza speranze”. 

Germano difende il ruolo del destino, Fiore sostiene che “il destino è diventare grandi e si diventa grandi mettendo un mattone alla volta, ma messo bene”. 

E di mattoni in scena se ne mettono su tanti e per davvero. Un muro di 4 metri si erge sul palcoscenico, ed è una piéce faticosa, in manualità ed intenti. Carriole da trasportare, cemento da preparare e foratini da sistemane. Tutto in scena, dal vivo, sotto gli occhi di un pubblico che ride, tanto, perché il romanesco è spiccato, le battute geniali. 

Ma la genialità di Edoardo Erba – che ha scritto 16 anni fa il testo teatrale –  è quella di imbastire attraverso i dialoghi, una storia che è attuale più che mai, che si regge sull’impalcatura – è proprio il caso di dirlo – delle problematiche del lavoro, sulle aspettative puntualmente deluse, sulle amarezze che restano in tasca insieme a pochi spicci. E poi ancora sulla questione dei favoritismi, degli imbrogli autorizzati nel mondo dell’imprenditoria, del come si diventa esperti di truffa, per poter “fottere il mondo”.

I protagonisti bravi fino alla lacrime – che non sono solo di risate ma anche di commozione  – sono Nicola Pistoia e Paolo Triestino, che diretti da Massimo Venturiello, interpretano con maestria, veracità ma anche delicatezza il ruolo della disillusione, e di come alla fine non si guarda in faccia a nessuno, per un minuto di felicità o anche solo per una dose di illusione, che è così forte da sembrare vera.   

Lo spettacolo non è solo un ritratto di come il potente mondo imprenditoriale stia facendo scivolare la società nel simultaneo degrado culturale, nella deriva che sembra spettare ai posteri, ma è anche un poetico esperimento sociale ed antropologico; è un testo che racconta molto bene di un amore per il teatro. Quel teatro che entra esso stesso nel testo teatrale, oltre che nelle mura del teatro. 

Il “metateatro” che si affaccia alla “meta realtà”, è una delle parti degne di nota del testo di Erba. La signorina Giulia, protagonista di uno spettacolo teatrale – interpretata in maniera affascinante e deliziosa da Lydia Giordano – piomba nella vita dei due muratori, in tempi diversi, dividendoli in più di un momento; quando Fiore prova a convincere Germano che quell’incontro è solo frutto di una allucinazione e quando lo stesso Fiore, subisce il fascino di quella creatura che credeva non potesse esistere se non in un’opera teatrale [In fondo il lavoro a nero, era in un teatro in disuso da un po’]. 

L’ipotetica donna dei sogni in un sogno, forse ad occhi aperti. Che di alcuni sogni si ha bisogno, in fondo, ogni tanto, per sopravvivere. Il fatto è che la realtà è così dura, a volte, che quell’attimo di Incanto, non lo vuoi lasciare neanche al tuo miglior amico. 

Mai noioso lo spettacolo, pregno di capacità e di successi e di talento, che talvolta è collettivo, proprio come in questo caso. 

Edoardo Erba sa scrivere, il suo testo è finito in scena e lì è restato meritatamente (perché il riscontro del pubblico lo ha tenuto in vita) per 16 lunghi anni.  Partito il 20 novembre del 2002 con centinaia e centinaia di repliche in tutta Italia da Bolzano a Palermo; ha viaggiato per tanto tempo e si è fermato ieri sera, per l’ultima replica in assoluto, al Teatro Ghione di Roma. 

Il testo di Erba è la risposta a tutti coloro che in questi anni hanno pensato che il teatro si fosse affiacchito, che la drammaturgia contemporanea fosse in sordina. La scelta del dialetto romano ha creato il giusto spessore all’opera, ha reso il senso, ha suggerito riflessioni, così come il napoletano fa nelle commedie di De Filippo. 

Il testo di Erba è finito in teatro passando nelle mani di un ottimo Venturiello alla regia, e di due fuoriclasse, Pistoia e Triestino, che hanno reso tutto così vero, così appassionato, fino allo stremo delle forze, (anche fisiche) come quel destino che a volte ti fa restare “un muratore della vita”, per tutta la vita. 

E allora il destino di quest’opera è quella di restare nella storia del teatro contemporaneo, con il pregio di aver raccontato le fragilità dell’essere umano e di quella società che si è spostata troppo in là, si è spostata dove i muri che crollano sono quelli che seppelliscono l’arte sotto un mucchio di macerie e da esse non risorge un domani che può essere cambiato, e lui, Edoardo Erba profeticamente lo sapeva già 16 anni fa. 

Applausi a scena aperta ieri sera, al Teatro Ghione, commozione pulsante e ringraziamenti doverosi per chi ha lavorato alacremente a che questo progetto avesse lunga vita, e a chi con amore gestisce il teatro e protegge la cultura. 

 

Simona Stammelluti

Ha ormai tutti i capelli bianchi il pianista statunitense, ha la nonchalance di chi ha navigato abbastanza per potersi permettere tutto o quasi, ha la postura di chi non ha tante regole da seguire tranne l’estro che nel tempo l’ha reso riconoscibile e apprezzabile come uno dei migliori pianisti della scena jazzistica contemporanea. 

Molti hanno azzardato paragoni tra Brad Mehldau e alcuni pianisti del passato. Lui si è sempre scrollato di dosso questo peso ed io, a dire il vero, c’ho provato ma non ci sono riuscita, forse perché quando lo ascolto provo sempre la stessa sensazione – che non mi accade spesso ascoltando concerti – ossia di riconoscere nel suo pianismo una sorta di effetto ipnotico che lui dispensa all’ascoltatore, attraverso quel suo modo di ripetere le note, in controtempo ostinato ed armonico, e si sentono tutte, le variazioni di tempo tipiche di chi è stato influenzato dalla musica classica e sa come allargare e poi stringere nel timing; e poi quella caratteristica di fare domande con la mano sinistra per poi rispondere con la mano destra, cosa che prima di lui (ma in maniera differente) aveva fatto meravigliosamente bene Bill Evans. E se in “piano solo” questo accade abbastanza spesso nelle esecuzioni pianistiche, più o meno bene, in trio diventa un dialogo aperto in cui tutti gli strumenti in gioco, danno una loro risposta che – in questo caso – non é mai sbagliata, anzi, è convincente e appagante. 

Brad Mehldau, ospite sabato 12 maggio nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, ha ipnotizzato tutti, con la complicità di due musicisti sopraffini e  perfettamente complici di ciò che il pianista aveva da raccontare. 

Brani tratti dal suo ultimo lavoro discografico “Seymour Reads the Constitution!” in uscita in questi giorni, realizzato proprio in trio con due eccellenti musicisti  Larry Grenadier, strepitoso al contrabbasso e Jeff Ballard, raffinato e sofisticato alla batteria – che nella serata di sabato mi sono piaciuti tanto quanto il leader. 

Alcuni dei brani eseguiti sono originali, ma combinati con alcuni pezzi pop. 

C’è grande scorrevolezza, fruibilità e godibilità nelle esecuzioni, come in “Ten Tune”, e poi quel linguaggio personale che non ammicca ai giganti del passato. E la performance è ancor più apprezzabile proprio nella misura in cui la stessa si snoda su reinterpretazioni di brani di altri compositori, con il focus su opere di Cole Porter, o “and I love her” di McCartney. 

La rivisitazione di alcuni pezzi noti – come These foolish things”-  è originale, si sente tutta la sua  originalità stilistica, ma non abbandona quasi mai il tema; Mehldau lo imbastisce in ingresso e poi in un tempo ampio lo ricama, con Grenadier che usa l’archetto e  Ballard che spesso si serve delle spazzole; Ballard che anche negli assoli non strafà, non si ostina, ma lascia suonare tanto i tom quando il rullante in maniera calibrata e appassionante, dando al contempo dimostrazione della sua bravura all’interno del trio, che è in perfetta armonia. 

Nel jazz una performance in trio può diventare un piano solo e non solo un “assolo” ed e tutto normale, tutto appagante, tutto calibrato. Questo sabato sera è accaduto, ed è stato uno dei momenti più ricchi di pathos. Tutto si ferma, al momento giusto, e lui, quel Pianista che parla poco ma suona tanto, che si lancia in poche parole in italiano e più recupera il suo inglese per piccoli convenevoli, continua a suonare come se avesse da dire qualcosa di importante e sapesse farlo solo così. 

Corre sui tasti verso le note acute, si lascia andare al virtuosismo, nuotando con bracciate sicura nelle acque calme di ciò che sa fare bene. L’estetica della sua arte pianistica si riappropria poi del trio, di quell’interplay che resta la chiave di volta di chi si propone in formazione. 

I brani corrono lungo il tempo e lo ingoiano facendoti dimenticare che sta “andando” perché tu sei lì, che cerchi di capire cosa faranno un minuto dopo. 

Nel jazz un pezzo può durare anche 20 minuti e alla fine dici “già finito?” Perché in alcuni ascolti si perde la dimensione spazio/temporale, si chiudono gli occhi, il tempo non scorre, batte.

Nel jazz quando si è più d’uno conta moltissimo l’affiatamento tra i musicisti, l’Interplay, la sintonia, un po’ come in quelle coppie che lo vedi da subito che si capiscono anche senza parlare.

Nel jazz ci sono tante formazioni eppure il trio così come era strutturato sabato sera resta una delle mie formazioni preferite. 

4 bis…l’atmosfera era impregnata di jazz, emozioni e pathos e nessuno voleva finisse. Quel pubblico era caloroso e affamato. 

Lo dice Mehldau : “sento una buona energia; è quella che mi da la carica” e allora va avanti, vanno avanti, suonano complici con i loro strumenti e tra di loro, suonano con la tecnica ma anche con l’estro che appartiene a chi non ha paura di osare. 

Sono lontani gli anni in cui Mehldau dalla musica classica si converte al jazz, per poi rivoluzionarlo il mondo del pianismo jazz, e dopo anni di sperimentazione armoniche, sembra tutto perfettamente in equilibrio tra lo spunto di genialità e il senso della polifonia. 

Simona Stammelluti