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Gli italiani non partecipano alle attività culturali. Ormai questo è un dato di fatto. Non fosse altro che a fronte dei numeri forniti dal rapporto annuale di Federculture, presentato ieri 22 ottobre alla Camera di Commercio di Milano, e che fa il punto sul sistema dell’offerta e della produzione culturale in Italia.

Sono ancora molte le criticità del sistema nella gestione della cultura, così come è evidente una disparità tra Nord e Sud, nella fruizione della cultura da parte dei cittadini.

I dati non sono per nulla entusiasmanti:  7 italiani su 10 non vanno al cinema, non entrano in un museo né visitano siti archeologici.

Dati critici dunque, rispetto alla partecipazione alla cultura: perché se  il 40 % circa degli italiani è inattivo culturalmente, (con picchi di 80% nel settore teatro, e 90% in quello dei concerti classici),  sale all’82% il dato che riguarda il sud Italia dove sono 8 italiani su 10 a tenersi ben lontani dalla cultura e dall’arte.

In Sicilia poi, si spende tre volte meno in cultura di quanto non si faccia in Trentino Alto Adige, dove una famiglia spende per i servizi culturali 190 euro, mentre in Sicilia solo 60 euro.

In Italia si spende in cultura poco più del 6 % e siamo ben lontani dalle cifre della Svezia, per esempio, che supera l’11%.

Peggio dell’Italia sanno fare solo la Grecia, il Portogallo e il Lussemburgo.

Allora ci si chiede come mai la quota di spesa dedicata a cinema, teatro, concerti da una famiglia media italiana è aumentata del 3,1%

Semplice.
Al botteghino si spende di più, circa il +0.71 perché aumentano i prezzi, non gli ingressi, che invece diminuiscono di circa 4 punti percentuale.

Le attività di spettacolo in genere, scendono anch’esse di 2 punti e mezzo.

E la lettura?  

La quota di chi legge almeno un libro all’anno cresce, seppur di pochissimo, diminuiscono però i cosiddetti “lettori forti ossia quelli che ne leggono di solito più di uno al mese.

Rassicuranti i dati del turismo culturale che rappresentano il 35,4 % della spera totale per il turismo. Sono i turisti a far aumentare la spesa culturale, che sale dell’11%. Crescono del 10% i visitatori di musei statali.

A parlare in merito ai dati e alla gestione della cultura  è Andrea Cancellato, Presidente di Federculture che ammette di “non aver apprezzato  che il settore turismo sia passato dal Ministero dei Beni culturali alle Politiche agricole”.

 Per Claudio Bocci, Direttore di Federculture, “ci vorrebbe una cabina di regia a Palazzo Cigi”.

E le amministrazioni comunali?

Sì perché anche loro dovrebbero incentivarla, la cultura. Ed invece la spesa in cultura della amministrazioni comunali scende del 4 % rispetto al 2015 e anche le erogazioni delle fondazioni bancarie sono al -9% rispetto al 2016.

Per i fondi pubblici, lo stanziamento del Mibac è stato confermato sui 2 miliardi, anche nelle previsioni del 2018.

Intervistati, 7 europei su 10 dichiarano che “vivere in luoghi dove si promuove la cultura, in luoghi ricchi di attività culturali, contribuisce all’innalzamento della qualità della vita“.

Per questo Federculture rinnova l’appello al Parlamento per una rapida ratifica alla Convenzione di Faro, che promuove e sostiene  il concetto di comunità-patrimonio culturale, volto all’ampliamento della partecipazione dei cittadini, fattore che implica una gestione che abbia al centro l’impresa culturale, intesa come trait d’union tra tutela, valorizzazione, conservazione e fruizione pubblica dei beni culturali.

Tanti stimoli e tante idee nuove, insieme a risorse ereditate dal passato e poi ancora conoscenze e tradizioni in continua evoluzione, accomunate dalla volontà di contribuire all’attribuzione di un nuovo valore al patrimonio culturale, mirando anche ad una nuova sinergia tra attori pubblici, istituzionali, associazioni e privati.

 

Simona Stammelluti 

 

 

 

Nella stagione teatrale 2018/2019, il Teatro della Cometa inaugura il nuovo Salotto Cometa. Da ottobre a maggio, una volta al mese si terrà l’aperitivo culturale del nuovo Salotto Cometa nel foyer del teatro: tra food, cultura e performance, si racconteranno progetti, idee, storie, libri, per favorire conversazioni, connessioni.

Il primo appuntamento di aperitivo letterario che inaugurerà questo nuovo corso si terrà lunedì 29 ottobre alle ore 18.30 è vedrà protagonista il conduttore radiofonico, televisivo e attore, Savino Zaba che racconterà il suo ultimo libro “Parole Parolealla radio, il linguaggio radiofonico dalle origini a oggi”. Introdurrà Dario Salvatori

Savino Zaba firma un saggio storico-linguistico sul linguaggio radiofonico dagli anni Venti ai giorni nostri, focalizzando la sua attenzione su tre rilevanti nuclei tematici. Il primo si traduce nell’evoluzione storica del mezzo e, nel contempo, sullo “stato dell’arte” dell’attenzione che i linguisti stanno dedicando al linguaggio radiofonico.

La seconda parte, dopo la necessaria contestualizzazione storico-letteraria di Carlo Emilio Gadda, si concentra su un approccio critico e linguistico del suo testo, Norme per la redazione di un testo radiofonico, del 1953.

La terza è il frutto di una riflessione sull’utilizzo della lingua da parte di alcuni dei personaggi più rappresentativi della radiofonia italiana: Angelo Baiguini, Carlo Conti, Linus, Michele Mirabella, Riccardo Pandolfi, Rosaria Renna, Marino Sinibaldi, Enrico Vaime, Zap Mangusta.

L’autore offre uno squarcio del mondo radiofonico, coniugando in modo singolare l’excursus storico del linguaggio nel nostro Paese alle più preziose testimonianze a riguardo.

 Mettetevi comodi e seguite la Cometa, vi aspettiamo nella nostra casa, nel Salotto Buono di Roma. #seguilacometa #teatrocometa

 

E’ biondo, giovane e bello.
E come se non bastasse, è anche maledettamente bravo.
Tom Odell 27enne cantautore inglese, incanta le platee di mezza Europa, cantando nelle sale da musica, ed (in)cantando mentre racconta l’amore … ma a modo suo. Sì, perché la cosa che stupisce è che questo giovane artista, ha già capito tutto, ha compreso bene come raccontare quel che aveva da dire, attraverso il suo affascinante modo di fare musica.

La sua tournée durerà per mesi, fino alla prossima primavera, quando dopo essere stato in molte nazioni europee, sbarcherà nelle Americhe, portandosi dietro tutto il suo appeal, oltre al suo pianoforte e a quei musicisti che lo accompagnano e che gli permettono di rendere quel concerto, un vero e proprio show.

Alla Usher Hall di Edimburgo, la sera del 18 ottobre scorso, ho provato a mimetizzarmi tra quei giovani, entusiasti di essere in quel preciso momento, in quel preciso luogo. Ovviamente, non ci sono riuscita e ho lasciato che quei ragazzi, di tutte le nazionalità si domandassero cosa ci facessi lì, perché di quel palco allestito a regola d’arte io guardassi dettagli che a loro non interessavano, perché applaudissi a cose diverse rispetto a quelle che entusiasmava loro e perché a volte chiudessi gli occhi, anche se davanti a noi c’era l’apoteosi dell’effetto scenico.

Prima di ogni altra cosa, Tom Odell è un eccellente musicista, capace di spaziare dalla musica classica – di cui ha dato sfoggio durante il concerto – al rock più puro, ricordando, semmai qualcuno possa dimenticarlo, che l’Inghilterra sforna da sempre artisti di calibro, destinati ad entrare nella storia della musica. Possiede una meravigliosa presenza scenica Tom Odell ed è divo, forse ancora senza volerlo. Su quel palco si diverte, da quel palco interagisce con il suo pubblico, dialoga musicalmente con i suoi musicisti e mostra, sfacciatamente, un’ intesa con il batterista che sembra essere perfettamente in grado di assecondare ogni dettaglio degli arrangiamenti che Tom realizza, suona, regala.

E’ un tripudio di musica ben suonata, di effetti scenici degni di un vero artista. C’è l’utilizzo della tecnologia nelle esecuzioni di chitarra e basso, ma c’è anche un pianoforte a coda che Tom Odell suona come se farlo, appagasse ogni suo bisogno, per poi salirci di sopra nei momenti clou della serata.

La voce del cantautore inglese è leggera, delicata e calda, a volte prorompente, impregnata di soul e di guizzi di vivacità. Ha una perfetta padronanza del mezzo fonatorio e utilizza il falsetto senza sbavature. Modula l’armonia utilizzando i piano e i forte come se disegnasse il contorno ai testi.

Ecco … i testi. La cosa sorprendente dei testi di Tom Odell è che raccontano l’amore ma mai in maniera stucchevole, mai in maniera scontata. E se si pensa che ha solo 27 anni, allora si fa presto a comprenderne la maturità artistica e vien voglia di scoprire cosa sarà quel cantante tra una decina d’anni, quando di strada ne avrà fatta tanta e sarà forse, consapevole di tutto il bello che in questa stagione della sua vita, sta seminando nell’attenzione dei suoi fans e in chi si imbatte nella sua musica per caso, per poi innamorarsi del suo carisma e delle sue canzoni. Per Tom Odell si può amare anche senza essere ricambiati, si può non riuscire ad andar via dalla vita di chi si ama, o desiderare così tanto di avere vicino qualcuno, che l’unico desidero è poter invecchiare insieme a quel qualcuno. Tom Odell con i suoi testi insegna che si può imparare ad amare, con tutte le conseguenze del caso. Parla di brividi d’amore, di passioni a volte incomprese e sempre sull’orlo di un collasso emozionale. E poi parla di sé, anche, nelle sue canzoni, di quei brevi frammenti di vita vissuta che per osmosi finiscono nell’attenzione di quel suo pubblico al quale racconta anche di come e quando ha scritto alcune canzoni, quel che accade quando basta un suono che proviene da una finestra lasciata aperta, per ispirare una nuovo pezzo. Scrive le canzoni come a voler aggiustare qualcosa che si è rotto e questo, diventa arte, nelle sue mani e nella sua voce. Il suo songwriting è istintivo, è passionale.

Durante la performance suona in piedi, lancia via il sellino del pianoforte, scende tra il pubblico. Cosa da divo, ma con classe.

E’ capace di passare da “Imagine” ad un suo pezzo con la versatilità di chi non solo conosce bene la musica, ma possiede l’intenzione giusta per scavalcare la convenzione, contaminando un genere con l’originalità che gli appartiene.

I suoi musicisti sono di grande caratura, ma non sarebbe potuto essere altrimenti. La loro bravura non si evince solo nell’evoluzione delle parti solistiche ma anche nella capacità – che non sempre si riscontra – di saper essere a disposizione del leader. Bello il loop del basso campionato, delle svisate della chitarra che “sporcano” il pop contaminandolo di blues, rendendo maturo il piano-playing e costruendo un mood empatico e soul, che poi si mischia a quei cori raffinati che gli stessi musicisti realizzano con estrema versatilità.

La batteria è prorompente, è accattivante è dinamica e capace di disegnare il controtempo che è sinonimo di respiro. In quel respiro, Tom Odell può realizzare ogni suo desiderio.

Ho provato a capire se Tom Odell mi ricordasse qualcuno, e la cosa bella è che seppur qualcuno avrà accostato la sua voce, il suo songwriting e le sue sonorità ad artisti come Nutini, Sheeran o Blunt – dei quali è facile apprezzarne la bravura – io ci ho sentito invece una rigorosa unicità, non solo nel dettaglio vocale ma anche nella impeccabile capacità di suonare e cantare come se la prima attività fosse intimamente la condizione ideale per esprimere tutto il suo mondo, e come se riuscisse a mantenere in equilibrio funambolico, la sua sensibilità di contenuti.

Maestose armonie nell’aria, tradizione brit-pop, un’intima immagine cantautorale e poi l’effetto rockeggiante in dosi ben distribute.

Gli inglesi non sono di grandi slanci, eppure tutte quelle persone contente nella Usher Hall di Edimburgo, hanno trovato il loro personalissimo posto ideale, nel proprio pezzo preferito. Qualcuno si è lasciato andare alla commozione, le ragazze si lasciavano andare alla loro passione per quel divo biondo e gli applausi a scena aperta hanno sottolineato  il successo di quella performance impeccabile e travolgente, che si è dipanata in oltre 2 ore di musica ben fatta.

Che musica avrà ascoltato, a chi si sarà ispirato Tom Odell, quali i suoi maestri? Elton Jhon, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tom Waits. Mi è tutto chiaro. Ha saputo ascoltare, Tom, prima ancora di mettersi alla prova e scoprire di essere bravo, a modo suo.

Run“, “Hold me“, “Can’t pretend“, la splendida “Another love“, “I know” e tante altre, tutte così belle che sembrava un peccato, finissero così presto.

Andando via erano in tanti a canticchiare però il pezzo che Tom Odell non ha fatto, “Il you wanna love somebody“; forse per strategia, perché in fondo è il singolo di quel suo nuovo album, che farà ancora tanto parlare di lui.

Come sono perfetti gli inglesi.
Impeccabili in tutto.
Anche nel servirti una serata di emozioni.

 

Simona Stammelluti 

 

 

 

 

Mi scrive un amico: “Simona, devi assolutamente sentire un lavoro discografico”.
Mi fido di lui, del suo gusto, lui si fida della mia spietatezza in fatto di musica.

E così mi trovo ad aprire la porta di uno dei dischi che in questo periodo non solo gratificano il mio lavoro, ma che inondano di bellezza il mondo musicale, che è in continua evoluzione ma che a volte si arresta, nell’attesa che venga nutrito ancora di ispirazione, mentre vien fuori un’idea nuova, un nuovo esperimento, una nuova strada.

Mi imbatto in “Grace in town”. Guardo la copertina, leggo i nomi su scritti. Ci sono loro: Fabrizio Sferra e Costanza Alegiani. Lui di profilo, lei ha una mano sul capo. Entrambi indossano cappotti ed occhiali da sole.

Fashion, direbbero gli influencer. A me sembrano voler nascondere qualcosa che però diventa notorio, manifesto, di lì a poco. Una sorta di sfida, che io ovviamente, accetto.

Conosco benissimo Sferra. Chi della mia generazione appassionato di jazz, non conosce i famosi Doctor 3, chi non ha il ricordo di uno dei loro concerti, quando il jazz incominciava ad essere pura innovazione, quando le mini-suite sostituivano i pezzi singoli, proprio mentre il gusto melodico e la sensibilità musicale, diventano importanti e significativi tanto quanto la preparazione tecnica.

Faccio appello alla memoria. Non ricordo di aver mai sentito Costanza Alegiani. Scopro che è una cantante jazz, ma è anche l’autrice dei testi che hanno sposato le musiche realizzate da Sferra. Ma questo non mi basta, la curiosità prende il sopravvento e dunque, premo play.

La prima cosa che mi raggiunge è l’originalità.
Nel disco c’è tanto sound, siamo lontani dal mondo del jazz anche se alcune sfumature le si rintracciano. Ci sono dosi di rock inglese, c’è del pop, ma è raffinato, spennellate di blues e poi c’è l’elettronica.

Come hanno fatto, mi domando?

E’ senza dubbio un lavoro corale, ad ampio respiro, di grande impatto emozionale. Ci sono dei passaggi musicali che sono classici (nel senso puro della parola) che però – e questo è il punto di forza di questo lavoro discografico – sa diventare appassionatamente contemporaneo.

E’ un disco che ha una sua profondità, è coerente, è credibile. Richiama alcune sonorità sentite in passato, ma è un dettaglio questo, assolutamente personale. Ognuno si gusta l’ascolto in base a quelle che sono le proprie conoscenze e la propria esperienza in fatto di musica.

Il passaggio fondamentale di questo disco è l’incastro voluttuoso delle voci. Sì perché in questo disco, che è cantato, c’è anche la voce di Fabrizio Sferra (chi l’avrebbe detto che sapesse anche cantare) sorretta però da una sorta di “codice interpretativo” che si sposa con la “grazia” – è proprio il caso di dirlo –  di una Alegiani che sa usare il mezzo vocale come espediente artistico.

Gli effetti che transitano sulle voci di entrambi, non ne alterano le intenzioni, il gracchiare di alcuni echi è come un’onda che sale e poi scende, scoprendo, ritraendosi, la base ritmica che pulsa nei passaggi in battere, come nel pezzo “Three lives before my end”, nel quale poi il suono della chitarra elettrica di Francesco Diodati, si impossessa del finale, si evolve lungo una saturazione dell’effetto overdrive, che diventa riverbero, wah-wah e poi fischio, lasciato lì in alto, sospeso, fino a quando non precipita nel silenzio accomodato.

Il disco ha 10 tracce, alcune particolarmente degne di nota, come “Try me out” con un mood  che va di accenti in levare, di spazzole sul rullante, di chitarra amabilmente arpeggiata, di controcanti, di passaggi accattivanti della Alegiani, di accordi minori che disegnano quel “goes by”, inteso come “cambiamento”, quel qualcosa che si allontana, azzardando un nuovo tentativo. Al piano e keyboards c’è Alessandro Gwiss, capace di adattarsi alla perfezione alle esigenze del lavoro discografico, che sorregge e sottolinea i passaggi armonici cruciali.

La voce della Alegiani si apre e si chiude sulle note delle sue due ottave di range, si allontana e si avvicina dal volume, sa quando smorzare, sa restare in bilico ma perfettamente in equilibrio. Mai scontata, dotata di una adeguata personalità canora oltre che di un’ottima dizione della lingua inglese.

Sferra non è l’unico a suonare la batteria. Si alterna con Federico Scettri.
Al basso, c’è Francesco Ponticelli.

E’ un album che invita ad un viaggio, fatto in quel caos che a volte ci inghiotte, ma che è costantemente ostacolato dalla grazia di alcuni dettagli del vivere. Perché in fondo noi, ci sappiamo convivere benissimo con il caos, a patto di saper rintracciare la grazia in alcune stagioni della vita, nella bellezza di qualcosa che ci conduce verso quel che ci piace.

A questo proposito posso dire che a me è piaciuto molto “In the mood for Annie”, traccia numero 2 dell’album, in cui ha fatto da sola i controcanti, la Alegiani, in cui ha regalato alcuni acuti ben sistemati e raccontato come la grazia, è un virtù. Nel testo recita “don’t let me go”. L’invito a non lasciar andare, che però ruota musicalmente in una sorta di loop, di ripetizione che ipnotizza, mente voce e chitarra si avvinghiano.

Il codice semiologico del disco è perfettamente riscontrabile;  l’espressione comunicativa in questo disco, è al contempo processo produttivo e ricettivo.

E’ un disco appagante, acusticamente accattivante, che ha saziato, a pieno, la ma fame di originalità che però, a mio avviso, non deve mai distaccarsi troppo dalla credibilità prettamente armonica.

Mentre si ascolta questo lavoro discografico, viene voglia di immaginare uno spazio; io l’ho immaginato blue, con me in un punto qualunque, con le stelle che viaggiano all’incontrario, che si spostano verso l’alto e non ho voglia di scansare.

 

Simona Stammelluti

I critici sono affamati di nuovi progetti e di cose belle.
Soprattutto noi, intorno ai 50 anni, che di musica ci siamo nutriti e di dischi ne abbiamo sentiti tanti; che tanti progetti abbiamo visto e di altrettanti abbiamo scritto, a volte lodando, sottolineandone i punti di forza. Altre volte è capitato invece di dover essere spietati, perché non tutto il materiale che riceviamo, che sentiamo o a cui assistiamo, è degno di nota.

Poi capita però che ci si imbatte in dischi che non smetteresti mai di ascoltare, i cui brani vorresti passassero anche in radio, perché ti sembra assurdo che il grande pubblico non ne possa godere, perché il jazz, quello fatto bene, quello suonato da musicisti che nel tempo hanno trovato il proprio stile, che sono versatili ma anche originali, che sanno come convincerti, è una delle più alte forme di godimento derivante dalla musica.

Sono dischi che non smetteresti mai di ascoltare, non solo perché sono oggettivamente belli, ben suonati e accattivanti, ma perché sono il frutto di una maturità artistica, di un talento e di un affiatamento che diventa vero e proprio motore trainante, un mezzo per trasformare l’arte, in un dono, tutto da scartare e da ascoltare.

E’ il caso di “Triplets”, progetto firmato da Amedeo Ariano,  tra i più bravi e talentuosi batteristi italiani, versatile, capace di raccontare di cosa è capace senza manie di protagonismo, e questo è stato – a mio avviso – un dettaglio fondamentale per la riuscita di questo progetto che vede come suoi compagni di viaggio, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Francesca Tandoi al pianoforte e voce.

E’ un disco amabilmente jazz, ben calibrato, a tratti ammiccante.
E’ un viaggio nel mondo degli standard, della tradizione, ma senza regole da rispettare, con pezzi ri-arrangiati in modo originale ma senza mai abbandonare quell’atmosfera swing che Ariano suona con particolare maestria.

Il bello di questo disco è che non pensi alla carriera di ognuno dei musicisti che vi suonano – il che già da sola fa da garante di bellezza – perché sei preso dal modo in cui è stato suonato. La Tandoi è una jazzista tra le più capaci, suona il pianoforte, benissimo, e canta, altrettanto bene. Per me, è una delle voci più convincenti  del panorama contemporaneo. E’ capace di porre l’accento sul modulo giusto, è affascinate, e l’interpretazione è credibile e sofisticata. Poi diciamolo … non si sceglie un contrabbassista a caso,  se si pensa al ruolo del contrabbasso nel trio jazz canonico, e a Luca Bulgarelli con cui Ariano collabora da tanti anni ormai, si può chiedere qualunque cosa. Non vi è rassegna o festival jazz che non lo abbia visto ospite.

Ma non serve elencarne i curriculum, basta parlare del disco per scoprirne la meraviglia.La copertina del disco è cool.
Loro sono bellissimi, ammiccanti.
In tre è meglio”, sembra suggerire.

Ma la verità è che il titolo “Triplets”  non è messo a caso.
(Che bello quando i titoli dei dischi sono la porta d’ingresso di un progetto).

Già solo il titolo, qualche suggerimento lo dà.

Le “terzine”, che  compongono il movimento nello swing,  che riempiono i dodicesimi in cui le battute sono suddivise e che mettono a disposizione dei 3 musicisti, un tessuto ritmico che loro utilizzano senza esitazione e sul quale ricamano arrangiamenti degni di nota.

Otto sono le tracce, tra pezzi originali, standard e omaggi.

Bulgariantandoj”, il pezzo originale, in cui basso e batteria, spadroneggiano, e nel cui dialogo si inserisce il pianoforte, che racconta il tema, che sfida la base ritmica e che diventa ostinato mentre usa il controtempo, come un vero e proprio linguaggio. Non c’è un dettaglio della sua batteria, che Ariano non sfrutta per coinvolgere l’ascoltatore.

La scelta degli standard è significativa.

The Sheik of Araby” – di cui mi viene in mente la versione di Buddy De Franco –  nel disco conserva la verve e il tempo serrato, ma è florido di dettagli ritmici. Velocissime le note sulla tastiera del pianoforte e impeccabili le spazzole di Ariano sul rullante. Il contrabbasso che entra in un dialogo con il pianoforte e che porge il doppio tempo alla batteria che è fonte di un groove incontenibile. La cassa pulsa con leggero anticipo, i piatti suonano le sincopi e il charleston scandisce i movimenti deboli. La perfezione è servita.

I thought about you”, famosissimo standard che fu interpretato dalle più belle voci femminili, ti accoglie in quell’atmosfera dettata dal tempo “sospeso”. Dettaglio che si sposa benissimo con l’intenzione del brano che “guarda attraverso”. Attraverso immagini che qui, arrivano prorompenti in musica. Le note velocissime in alcuni passaggi, e poi gli accordi che incedono e il rullante che vibra senza compromessi.

I didn’t know what time it was”. Senti gli splash che si adagiano sulle note del piano che mette in fila le scale minori e le infila tra le corde del contrabbasso, che ne ricama le dinamiche. Più grave è il contrabbasso, più dinamico è il pianismo della Tandoi.

Quando arriva “You don’t know me”, omaggio a Ray Charles, è come finire in jazz club; è una gemma, che parte con il pianoforte e che dopo 4 battute lascia che la voce di Francesca si impossessi di tutto. Ha sfumature delicate ma radicate nella conoscenza della tecnica. Anche le note gravi sono piene e sicure. Mette in gioco tutto il fascino e la maestria che conosce, la pianista, della quale in questo pezzo si ammira la capacità interpretativa, e che canta con la consapevolezza di ogni parola del testo. Poi il piano torna protagonista, e sono il contrabbasso e la batteria a fare da controcanto, e questo passaggio è originale, è studiato, è riuscito.

Dire che i pezzi sono tutti ben suonati è un gioco da ragazzi, scegliere il tuo preferito, invece, è impresa ardua. Ma a furia di ascoltarlo, questo disco, io alla fine, ci sono riuscita.

Il mio pezzo preferito è “F.S.R. – For Sonny Rollins”. Lo è perché il mood che ne viene fuori è di quelli incontenibili, che non si arresta, è ostinato ma mai a caso, è convinto, prorompente e ascoltandolo lo sai, lo senti, lo riconosci che a quella batteria suona Ariano, che quella voce che senti in sottofondo è di Bulgarelli che al contrabbasso fa fare gli straordinari e la sorpresa accattivante di sapere che al pianoforte, c’è una di quelle donna che farà ancora e tanto parlare di sé perché ha tanto da dire e da suonare.

Il bello di questo album è che non ti chiede altro che di essere ascoltato. Ti avvolge, non ti chiede di interpretare intenzioni … le intenzioni sono tutte lì, suonate e cantante. Sono lì, con carattere e appeal. Sono lì con talento artistico, energia  e appassionata complicità, quella che nel jazz ha spesso fatto la differenza.

Un album da 5 stelle su 5. Un lavoro che sta nei primi posti tra la mia personale classifica dei dischi più belli dell’ultimo quinquennio, di cui consiglio l’ascolto.

E’ il jazz che piace a me.

Simona Stammelluti

 

 

Alle 11.00 di questa mattina, ora italiana, il Norwegian Nobel Institute di Oslo ha annunciato i nomi dei vincitori del Premio Nobel della Pace 2018, che è andato a Denis Mukwege e Nadia Murad rispettivamente medico e attivista, “per i loro sforzi contro l’uso della violenza sessuale come arma di guerra”.

La schiavitù sessuale e gli stupri di guerra sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l’umanità. Premiata dunque il valore della resistenza civile e la testimonianza rispetto al resto del mondo.

Il motto di  Mukwege è proprio: “La giustizia è affare di tutti, perché chiunque ha il diritto/dovere di testimoniare e svelare gli abusi praticati affinché non accadano più”.

Per la Murad è il più importante riconoscimento dopo essere stata insignita nel 2016, a soli 23 anni, della nomina di Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. Nello stesso anno vinse anche il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, il più importante riconoscimento per i diritti umani in Europa assegnato dal Parlamento europeo.

La realtà di cui i due vincitori si sono fatti testimoni e per la quale hanno operato, è quella che si perpetra durante i conflitti, quando lo stupro viene usato come arma psicologica, non solo da soldati a volte minorenni, ma anche dai civili. Le donne sono costrette a prostituirsi e a divenire schiave sessuali, ad essere sottoposte a violenze sistematiche e a volte anche a massacri.

Si dono battuti, hanno denunciato al mondo gli abusi subiti dalle donne yadiste, per mano dei miliziani dell’Isis, a volte anche minorenni.

Denis Mukwege con il suo staff ha curato migliaia di vittime di violenze sessuali nella Repubblica Democratica del Congo.

Premiato perché “ha ripetutamente condannato l’impunità per gli stupri di massa e ha criticato il governo congolese e quelli di altri paesi per non aver fatto abbastanza per fermare l’uso della violenza sessuale contro le donne come arma di guerra“.

Nadia Murad, l’attivita premiata anch’essa, è stata una delle circa 3 mila ragazze e donne yazide che sono state vittime di stupri e abusi da parte dell’Isis.  Murad “è stata vittima e testimone degli abusi e ha dimostrato un coraggio raro, nel raccontare le proprie sofferenze e parlare a nome di altre vittime”.

 

Simona STAMMELLUTI

Nelle ultime ore la Calabria – come gran parte del sud Italia – è nella morsa del maltempo che sta devastando tutta la zona del lametino, di Crotone e Catanzaro.

Mario Oliverio, Presidente della Provincia annuncia che chiederà “lo stato di emergenza”. Famiglie evacuate, alcuni salvataggi sono stati condotti con i gommoni, persone che si sono messe in salvo salendo sui tetti delle proprie abitazioni, alberi caduti, disagi su strade, auto bloccate sulla A2 Salerno-Reggio Calabria, la statale jonica chiusa all’altezza di Crotone, con fango sulle carreggiate. Interruzioni sulla linea ferroviaria, voli annullati all’aeroporto di Lamezia.

E poi ancora auto trascinate, ponti che diventano cascate, e il lavoro incessante dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile che ha reso noto come sulla Calabria siano caduti 300 millilitri d’acqua e 370 nell’arco delle 24 ore. Sulla statale 18 all’altezza di Palmi, un uomo è rimasto intrappolato nella sua auto, sulla quale è caduto un albero.

in questo scenario, il ritrovamento questa mattina dell’auto di Stefania Signore, 30 anni, il cui corpo è stato ritrovato insieme al figlio di 7 anni. L’altro bambino di 2 anni, risulta ancora disperso. La donna viaggiava in auto con i suoi figli, quando è stata sorpresa dal maltempo. Ha provato a far rientro a casa a Gizzeria, ma non vi è riuscita. Ha cercato aiuto attraverso una telefonata fatta al marito, ma subito dopo la linea si è interrotta e nulla più si è saputo della donna e dei suoi figli fino a questa mattina.

L’auto ritrovata dai soccorritori questa mattina era vuota, con le 4 frecce accese. I corpi della donna e del figlio più grande giacevano nel torrente, ad un chilometro l’uno dall’altro. Rintracciati i corpi, dagli elicotteri dei Vigili del Fuoco arrivati anche da Salerno e da Catania.

Proseguono in maniera serrata, le ricerche dell’altro bimbo.

Il capo della protezione civile, Carlo Tanzi, al Tg3 ha dichiarato che: “I fondi delle Province destinati alla manutenzioni delle strade provinciali sono insufficienti se non assenti e quindi la colpa di questi eventi è anche dovuta alla irregolare e mancata corretta manuntenzione della rete stradale provinciale

 

Simona Stammelluti 

Foto: Meteo in Calabria che ringraziamo

 

 

Roggiano Gravina (CS) –  Venivano sottoporti a turni di 9 ore al giorno e pagati solo 20 euro, senza alcun rispetto delle norme di sicurezza e in assenza di regolare contratto. Erano lavoratori extracomunitari richiedenti asilo politico, oltre che ospiti nel territorio di Roggiano Gravina in provincia di Cosenza. Sono stati i Carabinieri del luogo a scoprire l’illecito e ad arrestare un imprenditore agricolo di 44 anni, del posto, A. L. in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, emessa dal GIP del  Tribunale di Cosenza per i reati di “intermediazione illecita” e “sfruttamento del lavoro”.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Cosenza, sono state avviate dai militari della Stazione Carabinieri a seguito di segnalazioni sulla presunta presenza di un “caporale” che impiegava nel proprio fondo agricolo lavoratori stranieri, approfittando dello stato di bisogno in cui versavano, per sottoporli a condizioni di illecito sfruttamento senza neppure un contratto di assunzione.

Partendo da tali elementi, i militari hanno proceduto ad effettuare mirati servizi di osservazione in alcuni terreni siti nel Comune di San Marco Argentano che, in un arco temporale compreso tra il mese di settembre dello scorso anno ed agosto 2018, hanno consentito di dare un nome ed un volto al “caporale”, accertando che era solito prelevare quotidianamente diversi extracomunitari da un Centro di Accoglienza Straordinaria di Roggiano Gravina e condurli presso un fondo ubicato nel territorio di San Marco Argentano, dove venivano sistematicamente impiegati quali braccianti agricoli nella raccolta di ortaggi. Attraverso videoriprese i Carabinieri sono riusciti a documentare le pesanti giornate lavorative degli extracomunitari, come confermato dalle dichiarazioni precise, dettagliate e convergenti successivamente rese dagli stessi lavoratori, provenienti dal Gambia, dal Bangladesh e dal Senegal. Prelevati all’alba, intorno alle ore 05.00, da un furgone condotto dall’imprenditore, affluivano sui terreni coltivati ad ortaggi dove prestavano la loro attività lavorativa ininterrottamente fino a 9 ore – orientativamente dalle 06.30 alle 15.30 – in un contesto lavorativo assolutamente degradante.

Le condizioni di lavoro imposte dal “padrone” – in palese difformità dalle minimali regole dei contratti collettivi nazionali – contemplavano soltanto una pausa di appena 30 minuti (nel caso gli immigrati avessero voluto consumare cibi portati al seguito), senza mettere a disposizione degli “sfruttati” acqua per rifocillarsi ed in assenza di luoghi idonei per ripararsi dal caldo o per soddisfare le proprie esigenze fisiologiche. A fronte di così gravose condizioni di lavoro la retribuzione concordata era di appena 20 euro giornaliere, del tutto sproporzionata rispetto alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato, a riprova dell’opera di sfruttamento posta in essere in danno dei lavoratori stranieri.

Nel medesimo contesto investigativo, i Carabinieri hanno anche potuto ricostruire un tentativo di deviare il corso delle indagini da parte dell’arrestato, il quale, in diversi approcci con gli extracomunitari, aveva provato a condizionarne i racconti al fine di alleggerire le proprie responsabilità.

 

Simona Stammelluti

 

 

La guardia di Finanza arresta Domenico Lucano, elogiato da molti per il suo modello di accoglienza dei migranti.

E’ al momento agli arresti domiciliari, il sindaco della cittadina di Riace, nel reggino, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. E’ stato il Gip del tribunale di Locri ad emettere l’ordinanza di custodia cautelare.

L’arresto è l’epilogo di una lunga ed  approfondita indagine svolta in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Reggio Calabria al comune di Riace, per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico.

Nel comunicato della Procura della Repubblica si legge come durante le indagini, Lucano aveva organizzato “matrimoni di convenienza” tra cittadini italiani e donne straniere, per consentire la permanenza di queste ultime sul territorio.

Le prove raccolte hanno permesso di dimostrare come il sindaco e la sua compagna, avessero architettato degli espedienti criminosi, semplici ed efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia.

Fondamentali per l’inchiesta anche le intercettazioni che coinvolgono il sindaco. L’inchiesta della Guardia di Finanza, aveva proprio l’obiettivo di verificare l’utilizzo dei fondi dati al comune per la gestione dell’accoglienza, portando alla luce diffuse e gravi irregolarità sulla gestione dei fondi pubblici.

Nei prossimi giorni – come si legge nel comunicato – la Procura procederà ad “approfondire ogni opportuno aspetto” in merito alla vicenda.

L’esperienza dell’accoglienza di Riace, in Calabria, è stata raccolta e raccontata nei mesi scorsi anche da testate giornalistiche internazionali. Era nato il cosiddetto “modello Riace”. Ad oggi, a Riace, vivono centinaia di rifugiati, attraverso il progetto Sprar, attorno al quale sono nati anche posti di lavoro che avevano riqualificato un paesino che era praticamente semideserto. Hanno riaperto ristoranti, sono sorti asili e orti botanici.

Ma negli ultimi tempi, vi è stato anche uno scontro con il ministero degli Interni, che aveva bloccato i finanziamenti destinati ai progetti di accoglienza di Riace, in base a problemi nella rendicontazione degli stessi finanziamenti.

Lucano era finito nel registro degli indagati, lo scorso novembre per truffa, concussione e abuso d’ufficio.

Ecco perché forse, quel famoso film “tutto il mondo è paese” realizzato dalla Rai con Beppe Fiorello, non andò mai in onda.

 

 

 

 

Armando De Ceccon sarà il protagonista al Teatro Lo Spazio dal 1 al 6 ottobre di RIFIUTI UMANI, una Stand up comedy surreale, satirico-grottesca, con musiche originali eseguite dal vivo – alla chitarra – dal M° Francesco Petrucci.

La pièce racconta la rivolta civile di un chirurgo estetico. Uno scienziato della società liquidata, in una vanità, che vuole sostituirsi a Dio, ma si ritrova oggi ineluttabilmente di fronte ai limiti dell’uomo e al bisogno di credere all’altro da sé
Un’indagine clinica, tragicomica sulla crisi dell’uomo contemporaneo. Senza volgarità, nell’ambiguità del linguaggio si riscopre il sacro, il profano dell’ultimo tabù. In un fuoco d’artificio di risate esilaranti che mirano a irretire l’intelligenza dello spettatore, la parola diventa così, farmaco, cura. L’umorismo è un esercizio di ginnastica neuronale per imparare a pensare, e leggere la realtà.

“Mettere in scena questa stand up comedy – afferma Armando De Ceccon – è per me come mettere in pista un atleta dell’anima che si è preparato da una vita alle Olimpiadi. Come in un Decatlhon moderno, partecipa alla staffetta dei magnifici 4 per 100, o 1000, misti…Inesausto tenterà di saltare, di essere all’altezza dell’asticella di un senso invisibile, in un tempo impossibile. Come un atleta preparato, corre, a fianco di Lenny Bruce, Antonin Artaud, Stephen Hawking,
Giorgio Gaber. Raccogliendo la memoria, la sfida e il testimone dalle mani di questi campioni estenuati nel medesimo sport estremo; la folle corsa verso la fin del mondo. Si, questo spettacolo ha l’ambizione di fare il giro del mondo in 80 minuti, con il sorriso. Ma è solo uno straordinario effetto speciale, di ciò che accade quando si porta alla luce un semplice rifiuto umano”.

Il testo è Patrocinato da Legambiente Lazio e dalla Provincia di Roma. In una primitiva versione in forma ridotta ad un ora in ragioni delle regole dei Festival, ha già avuto un debutto al Fringe festival di Roma, dove è arrivato in semifinale, e aSpoleto, al Festival Fringe LA MAMA, dove ha avuto come riconoscimento, il “Premio del Pubblico” . E’ una ripresa quindi, a distanza di qualche anno. E’ uno spettacolo rielaborato in una revisione del testo, musiche e scenografia.

Note dell’autore, interprete e regista Armando De Ceccon:

Il concetto di Rifiuti, come il concetto di Amore, mi affascina perché convivono.
Ha origine nelle cose ultime, ma si allarga, e abbraccia con le mani sporche di sangue ogni aspetto del sapere (Religione, Sesso, Guerra, Politica, Filosofia, Scienza, Poesia, Economia Ecologia…Sociologia, Cultura, Persona..). Tutte parole
che si mettono in piedi seriamente con la maiuscola… Anche i Profughi, che abbiamo messo per ultimi in questa evoluzione del testo e dell’uomo, hanno Diritto alla maiuscola, quindi beati gli Ultimi perché saranno i Primi. Le fonti a cui ho attinto per tentare di dipingere questo mondo sono le persone che ho incontrato, conosciuto umanamente, ma più spesso, quelle che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere leggendo il loro impegno. Sono come fratelli maggiori e
vitali, a cui sono infinitamente riconoscente”.