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Fa impressione quel che noi giornalisti continuiamo a raccontare nelle ultime ore. 

Fa impressione almeno per un po’…almeno fino a quando per quello che si chiama “spirito di sopravvivenzanon si archivi l’ennesimo fatto di cronaca, impossessandosi dei propri personalissimi drammi, quelli che si riesce bene o male a tenere a bada, perché è più forte la vita che pulsa, rispetto al silenzio che fa così tanto rumore,  da strappar via a volte, anche l’ultimo barlume di lucidità. 

Sono fatti di cronaca che fanno tanto “share”, che fanno restare a bocca aperta più per il dispiacere che per lo stupore perché alla fine, non ci si stupisce quasi più di nulla. 

Quel dispiacere infilato nelle pieghe di giorni che sembrano tutti uguali, nei quali le persone agiscono come mosse da un moto perpetuo impossibile da fermare, in un tempo spesso troppo largo rispetto alla frenesia che regna sovrana, e nel quale se qualcosa ci va stretta, abbiamo tutto il tempo che necessita per scrivere un copione di quello che andremo a vivere, a mettere in scena quando quello che non sappiamo tenerle a bada diventa un’onta, una vergogna, una paura. 

E allora per mesi, ed anche per anni, si vivono vite apparentemente ideali, senza pecche, senza problemi, senza traumi. Almeno apparentemente. Perché poi alla fine quello importa; ossia che in apparenza non ci sia nulla che possa lasciare intravedere tutto quel mondo che sprofonda sotto i piedi, che inghiotte, e che fa in modo non vi sia traccia di tormenti, di paure, di sconforto e di quella voglia – che diventa protagonista – di farla finita. 

E la domanda che puntualmente viene fuori è:
ma nessuno si è accorto di nulla?
Non ha parlato mai con nessuno?
Ma non l’aveva una persona alla quale confidare le sue paure, le sue insoddisfazione? 

Perché diciamolo; siamo tutti un po’ insoddisfatti, siamo tutti perennemente alla ricerca di qualcosa che possa soddisfare il nostro ego, che possa mettere a tacere quella vocina che ci dice che siamo meno degli altri, che non abbiamo quanto gli altri. Siamo spesso costretti da quel vortice sociale a dover sempre dimostrare di essere all’altezza di qualcosa o qualcuno. 

Lo deve dimostrare la ragazzina quindicenne in sovrappeso che non ce la fa più a subire derisioni e si lascia travolgere da un treno,  il ragazzo bullizzato nei bagni della scuola perché gay, la mamma che si sente sfatta e inadeguata dopo un parto, il bambino di colore cacciato a malo modo da una giostrina perché “puzza”, la 25enne che forse, per accontentare tutti scontenta così tanto se stessa che non ce la fa più, dopo anni di finzioni, di teatrini, di copioni di cui non ricorda più le parole e che allora sceglie di spegnere la luce, spegnendo le aspettative di tutti…perché le sue, le porta via con se, gettandosi dal palazzo della cittadella universitaria che mai aveva frequentato e che era stata solo l’involucro di un alibi che non reggeva più. 

No, non sono “luoghi comuni” sono mancanza comune di attenzione che ha fatto sì che tutti questi casi ed altri ancora diventassero “di tutti i giorni”, quasi un cliché. Ma qui, sulla terra, non ne abbiamo di supereroi che scendono dal cielo volando e prendono al volo le ragazze sfinite dalla vita e dalle bugie a 25 anni mentre si gettano da 50 metri. 

Dovremmo tutti imparare ad essere un po’ supereroi, semplicemente smettendo di guardare ad alcune tragedie come a quel mondo che va come deve andare, usando i famosi cliché: “hanno tutto non sanno cosa vogliono”, “ma che gli mancava”. 

Ecco…manca sempre qualcosa. E quel qualcosa è spesso prima di tutto la presa di coscienza di chi sta dall’altra parte della barricata, di chi non ha più la sensibilità per subodorare una tragedia che si nutre di silenzi, di parole preconfezionate, di copioni scritti ad arte. 

Sprechiamo parole per dispiacerci, ma mai per interrogare cuori che sanguinano, bocche cucite dalla paura o occhi che provano a parlare ma poi restano muti, perché non riconoscono mai negli sguardi altrui, un probabile interlocutore. 

E dall’altra parte c’è chi si chiude nel silenzio, lì dove si annidano le peggiori tragedie.

Offendiamo, pretendiamo, minimizziamo. 

Siamo bravissimi nel terzo millennio a far questo. Ci atteggiamo a coloro che tutto sanno, ma non sappiamo domandarci mai se qualcuno possa nascondere un dolore o una fragilità dentro quella vita che sembra così adeguata, così impeccabile, così ben recitata.

Dove finiscono i sogni che da bambini pensavamo potessero diventare realtà, almeno qualche volta?
E quanto è spietata quella realtà, che ci costringe a tenere i piedi per terra e lava via i sogni sotto la pioggia di incertezze?

C’è un equilibrio così precario, in ognuno di noi. Eppure basterebbe che si urlasse, quando si ha paura di cadere.

Simona Stammelluti 

Indagato per concorso e favoreggiamento personale. Lui, Luciano Conte, marito di Isabella Internò, l’allora fidanzata di Denis Bergamini, morto in circostanze ad oggi ancora da chiarire il 18 novembre del 1989, quando la stessa Internò dichiarò che si era trattato di un suicidio.

Dopo innumerevoli tentativi di archiviazione, il caso è stato riaperto nell’aprile del 2017 dal Procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, su richiesta della famiglia Bergamini e del loro avvocato Fabio Anselmo, che mai hanno creduto alla versione del suicidio, così come se decenni era stato sostenuto. Nella stessa udienza fu disposta la riesumazione del corpo, sul quale poi sono state disposte delle perizie con tecnologie sofisticatissime che hanno appurato come la morte del calciatore fosse avvenuta per asfissia e dunque Denis è stato ucciso prima di essere coricato sotto le ruote di quel camion.

Ad oggi dunque, c’è un terzo indagato nella vicenda che riguarda la morte del calciatore. A Luciano Conte e a sua moglie Isabella Internò sono stati sequestrati i telefoni cellulari che saranno analizzati nei prossimi giorni.

Saltano alla cronaca, in queste ore, le intercettazioni telefoniche tra il Conte e la Internò, estrapolate da una inchiesta svolta 6 anni fa circa, dalle quali vengono fuori le conversazioni tra i due.

Dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” arrivano inquietanti le parole di quel dialogo:

Lui: “Di me non dire niente. Nel senso: Suo marito? Sì fa il poliziotto. Sempre sul generico. All’epoca? All’epoca ci sentivamo … ma era a Palermo. La verità…la verità…la verità… Nell’intimità non andare proprio. Il rapporto? Due ragazzini (frasi incomprensibili) Con tono educato, rispondi. Poche parole. Ma che rapporto? Era tormentato? Ma quale tormentato, era un rapporto normale, che magari all’epoca poteva essere … non fare o aggiungere, perché tutto quello che

Lei: “No, mai…primo. lo so…”

Lui: “Un rapporto normale. Ci lasciavamo, ci toglievamo. Il problema è che io non so perché questo ragazzo si è suicidato, non lo so proprio! Altrimenti lo avrei detto ventidue anni fa, non so il motivo perché si è…e non me l’ha confessato. Sono solo il testimone di un brutto episodio

Si noti come il Conte, imbocca a sua moglie Isabella Internò tutte le risposte da dare, alle probabili domande dei magistrati, considerato che all’epoca la donna era indagata per concorso in omicidio.

Risposte suggerite dal Conte sul rapporto con lui stesso che all’epoca era il suo fidanzato, e poi su quello che sua moglie non doveva sapere. E poi quella frase circa il fatto di essere solo il testimone di un brutto episodio.

Che la Internò sia un testimone di ciò che è realmente accaduto a Denis Bergamini, questo è fuor di dubbio.

Si riparte anche da qui, con un unico obiettivo: la VERITA’.

 

Simona Stammelluti

 

Erano gli anni ’30 e nel panorama musicale di quel tempo c’erano due signori, Billie Holiday e Lester Young, che insieme realizzarono una  serie di cose memorabili.

Potrei fare alcuni esempi, di quelli che saltano subito alla memoria: “That Way”, “Travlin’ All Alone” e “Easy Livin”.

Questi sono solo alcuni dei pezzi che li hanno visti vicini e complici. Ma la collaborazione musicale e l’amicizia personale che ci fu tra i due titani del jazz, ebbe svariate sfumature. Billie e Lester ebbero un incredibile rapporto intuitivo, quando capirono che avrebbero dovuto fare musica, insieme. 

Ascoltando le loro registrazioni, è chiaro che si ispiravano a vicenda, musicalmente, portando però in quel connubio parte della  proprio vissuto, della propria personalità e del proprio bagaglio emotivo.  

Cantare, per Billie Holiday era un modo per sopravvivere.
LEI, Eleonora Fagan, era nata “povera e nera”, a Baltimora nella primavera del 1915. Era cresciuta a Harlem, insieme a sua madre che lavorava come domestica.
Billie sosteneva che la depressione per lei non fosse nulla di nuovo, perché aveva visto sempre e solo lei, durante la sua esistenza e con lei era cresciuta.
Billie aveva 15 anni, quando si presentò in un locale di Harlem per fare un provino per un posto di lavoro da ballerina. Le dissero che non era “abbastanza brava”  per essere una ballerina e allora provò a cantare, li sul posto e fu così che scopri che le piaceva così tanto farlo, che avrebbe anche potuto pensare di fare quello, come lavoro, per sopravvivere. 

Il suo cantare così incisivo e sofisticato, la portò ad esibirsi nei club di Harlem, nei primi anni ’30, quando fu  scoperta dal un produttore discografico, John Hammond. Da allora incominciò il successo come una delle più grandi interpreti vocali americane di jazz e blues.

 LUI, Lester Young, tenorsassofonista, proveniva da una famiglia di New Orleans, nella quale erano tutti musicisti.
Quando aveva dieci anni, Lester suonava il rullante nella banda di suo padre, viaggiando in tutto il Midwest, con uno spettacolo itinerante, nei tendoni.
Fu durante la sua adolescenza, che partorì l’obiettivo di fare per conto suo. 

All’inizio della sua carriera, Lester fu sollecitato a “smorzare” quel suo stile musicale così unico.
Si pensi a quando cominciò a suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson, e la moglie del leader, lo costrinse ad ascoltare i dischi di Coleman Hawkins più e più volte, in un vano tentativo di convincerlo a rinunciare al suo approccio lirico e di imitarne lo stile.
Fu solo quando Lester si unì all’orchestra di Count Basie presso la Sala Reno a Kansas City nel 1934, che il suo stile ebbe la possibilità di fiorire.

Billie e Lester si incontrarono ad una jam session di Harlem nei primi anni ’30 e poi lavorarono insieme nell’orchestra di Count Basie, nei locali notturni di New York, sulla 52esima. Ad un certo punto della loro conoscenza, Lester si trasferì nell’appartamento che Billie Holiday condivideva con la madre, Sadie Fagan. La storia racconta che Lester era un grande appassionato di cucina casalinga e stanco di vivere a New York in stanze infestate dai topi d’albergo, decise di accettare l’invito di Sadie ad assaggiare le sue delizie e così lui decise di far parte di quella famiglia. 

Fu quello un piacevole cambiamento per Billie e sua madre, che si ritrovarono ad avere un uomo per casa, e Lester era sempre un vero gentiluomo. Tra Lester e Billie ci fu del “tenero”, in molti lessero un grande amore, anche se lei, ha sempre sostenuto che la loro relazione fu solo platonica. 

Fu lei a dare a Lester il soprannome di “Prez”, ossia “presidente” perché lui era l’unico in cima  nei suoi pensieri. Per Billie, Lester era il migliore, il più talentuoso di tutti, il più eclettico e insieme vissero gioie e dolori, trionfi e periodi di magra. A sua volta lui, diede a Billie il famoso soprannome, “Lady Day”.

E questo perché lei era una “signora”, sofisticata, schiva e schietta. E poi quel “Day” diminutivo di “Holiday”.

Quando a Billie fu chiesto di spiegare il suo stile di canto, rispose: “Non penso mai che sto cantando. Mi sento come se stessi giocando con un corno nel quale ci soffio di dentro. Cerco di improvvisare e quello che viene fuori è quello che sentite. Odio cantare “diritto”, devo sempre cambiare un brano a modo mio. Questo è tutto quello che so”.

E a proposito di Lester Young, Billie ha detto:“Per me Lester é  il più grande del mondo perché ama se stesso e la sua musica. I miei dischi preferiti sono quelli che ho fatto con Lester, perché mentre lui suona il suo sassofono tu lo ascolti e ci puoi quasi sentire le parole. “

 Lester Young e Billie Holiday erano entrambi anime particolarmente sensibili, facilmente ferite dai colpi duri del “music business” e dal razzismo palese, nell’America del 1930.  Per alleviare questo dolore, entrambi hanno trovato conforto nella droga e nell’alcool.

Lester Young morì il 15 marzo 1959 all’età di 49 anni. Billie Holiday lo seguì pochi mesi dopo, nel mese di luglio. Ne aveva 44, di anni.
Questi due vecchi amici finirono la loro vita in maniera tragica, insieme e il loro essere geni della musica e del jazz, fu logorato dall’uso pesante di droghe e alcool. 

Attraverso la loro eredità, lasciata in registrazioni e meraviglie – e che prossimamente vi racconterò –  Prez e Lady Day continuano a intrattenere il pubblico e di influenzare il corso della musica jazz.

 

Simona Stammelluti 

Ma santo cielo, ma non sono proprio contenti di nulla, questi italiani?!?

Fico rinuncia alle indennità che gli spettano, prende il bus e ancora tutti a parlare, a dire, a criticare? Ma insomma, signori, un po’ di contegno!

Magari si potesse rispondere così a tutti quelli che nelle ultime ore si stanno indignando. Perché diciamolo … non sono “proprio proprio” tutti ingenui, gli elettori del Movimento 5 Stelle e non sono neanche tutti così tanto sprovveduti.

E poi dopo il resoconto pubblicato direttamente dal movimento – evviva la trasparenza, Dio quanto ci piace la trasparenza – tutti ormai in Italia sanno che tutta questa passione per gli autobus, Roberto Fico non l’ha mai avuta; preferiva il taxi. Chiamalo fesso! Chi è colui che potendo usufruire di un rimborso per il trasporto, prende l’autobus (poi ne parliamo della condizione in cui viaggiano gli autobus a Roma) anziché un comodissimo taxi? Che poi un po’ di tenerezza la fa (come nell’articolo di ieri, sì) quella parte di elettorato che si è commossa, vedendo Fico scendere dall’autobus credendo che quello scatto fosse assolutamente accidentale. Dico, nell’epoca in cui se non hai uno “shooting” non sei nessuno, c’è chi ha creduto che fosse tutto naturale, senza filtro, senza posa.

Dai, su…facciamo i seri. Che Fico sa benissimo che dovrà prendere l’auto blu, perché ricopre una carica importante, perché così come hanno fatto tutti prima di lui, ha una scorta, e non si può permettere di mettere a rischio né la sua, né tanto meno la vita degli altri. Si sono giocati la carta del marketing politico (sì, come sull’articolo di ieri) e ha funzionato. Ha funzionato per quella parte di elettorato che ha una voglia spasmodica di cambiamento, a cui non frega nulla se è tutto vero o se c’è una sceneggiatura dietro, basta che si respiri un’aria diversa, che si veda fare qualcosa di nuovo. Ricordiamo a chi ha la memoria un po’ corta, che Ignazio Marino, quando fu Sindaco di Roma, girava in bici, senza fotografo a seguito, però.

Se avessi tempo, mi metterei alle calcagna di Fico, per vedere quanto dura questa storia dell’autobus. A proposito notizie in merito, nella giornata odierna? Non penso. Ormai abbiamo archiviato anche quello.

E se qualcuno – di quelli proprio fedelissimi – si è chiesto che ne sarà dell’aereo presidenziale, vorremmo ricordare che quel mezzo, non è di proprietà privata del singolo, ma messo a disposizione delle autorità per gli spostamenti internazionali, quindi se dovesse servire, pure con la camicia di forza, ci salirà anche il neo Presidente della Camera, che sembra un appartenente all’ordine dei carmelitani scalzi, ma che alla fine farà quello che si deve fare, appena ripone l’euforia del momento.

E allora rispondo da qui, alle tante persone che mi hanno intasato la posta, dicendomi che dovrei essere grata a colui che ha rinunciato alla sua indennità di parlamentare e rispondo dicendo che i politici si sono mangiati l’Italia non certo prendendo le indennità che spettano loro, ma con il malaffare, la corruzione, la concussione, le politiche clientelari, i nepotismi e con le cattive usanze tutte nostre italiane. 
Anche perché con 4 mila euro al mese gli yacht non si possono comprare.
Di che campa Fico, se rinuncia all’indennità?
Mio marito senza il suo stipendio di dipendente dello Stato, non potrebbe campare.
C’ha di suo, quindi non ha bisogno di quella indennità – dirà qualcuno.
Un professionista che fa bene il suo lavoro deve assolutamente essere retribuito, altrimenti diventa un hobby e sinceramente la politica non può essere un passatempo.
Io il progetto di una casa, non lo affido a chi fa l’ingegnere per hobby.

Per ora mi sembra tutto un po’ poco, un marketing ben orchestrato; attendo che si portino in pari i conti pubblici; magari alla prossima tornaa, anche noi che oggi siamo meno impressionabili, voteremo per il movimento.

Ad oggi mi piace pensare che gli elettori del M5S non siano poi una massa informe di persone facilmente impressionabili, mi piace constatare che non sono tutti alla ricerca di un gesto qualsiasi, purché si faccia, ma che è in grado di capire che in politica, nulla è a caso, né alleanze, né rinunce, né scelte. Che poi sono le stesse che distinguono l’essere umano raziocinante, da coloro che hanno la porta del giudizio critico, troppo stretta.

Ah dimenticavo: ci sarebbe anche la questione del “cambio di paradigma”, ma quella, ve la racconto alla prossima puntata.

 

Simona Stammelluti

Documentare, creare un documento, ma anche interpretare eventi e realtà, raccontarli e poi lasciare un segno, un solco, una traccia

Film di interesse culturale, una caccia all’uomo, quella doccia fatta al volo grazie alla gentilezza della proprietaria del lido come un’ultima esperienza di umanità, e poi il viaggio senza ritorno verso Vallo della Lucania, quello di Francesco Mastrogiovanni, sul quale pende una richiesta di un Trattamento Sanitario Obbligatorio; Francesco, quell’uomo che diventa vittima inconsapevole di una condotta umana fuori da ogni umanità.

Le sue ultime 87 ore di vita, dal 31 luglio al 4 agosto del 2009, riprese dalle telecamere di video sorveglianza, mentre viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico, “imprigionato” in una metodica operativa nella quale gli viene negato anche l’essenziale come cibo, igiene e visite mediche, mentre viene sedato, legato, portato via ai suoi affetti, e strappato senza motivo alla vita.

Orari scanditi su uno sfondo nero, utilizza la regista per segnare lo scorrere di quelle 87 ore che si stringono sempre più strette intorno a Francesco e quel suono che scortica l’animo di chi guarda e che scandisce l’agonia di un uomo che potrebbe essere ognuno di noi, sorpreso in un giorno qualunque mentre sbaglia le parole di una canzone, mentre mostra una leggera follia, di quelle che non nuocciono a nessuno e che a volte, aiutano anche a sopravvivere.

Quelle telecamere, quel sorvegliare senza guardare, diventa un metodo di tortura pari alle torture reali subite da Francesco. Immagini diurne e notturne, quelle più macabre, quelle ad infrarossi, spettrali in bianco e nero, degne del miglior film dell’orrore, e poi il meccanismo della frammentazione della responsabilità di ognuno delle persone che hanno girato intorno a lui, che lo hanno pian pian torturato, un pezzetto alla volta, seguendo un contesto istituito, che tanto ricorda la prassi dei luoghi di tortura, di quelli dei campi di concentramento, delle aberrazioni di regime, dell’annullamento dell’umanità per mano dell’uomo.

Quella frammentazione di responsabilità che cancella la responsabilità del singolo che nel proprio “breve fare”, in quel breve e metodico percorso smette di essere un uomo che pensa e che reagisce, ma semplicemente esegue.

Le mostra la regista le porte oscurate di quel posto, con i fogli bianchi attaccati alle parti trasparenti, affinché nessuno sguardo possa scrutare ciò che lì dentro si consuma e nulla possa uscire da quei luoghi, neanche un grido di dolore o una parola che possa domandare aiuto.

Racconta la fiducia mal riposta dei familiari, Costanza Quatriglio, la raccoglie quella fiducia ingenua che non incontra rispetto e la condivide con lo spettatore, affinché possa trovare riscatto. Il racconto nella voce di quella nipote della quale non si vede il volto, che si scaglia contro il nero dello schermo, mentre si attende impassibili al ritorno di immagini senza pietà, agghiaccianti e raccapriccianti.

Il film è anche una denuncia verso tutti quegli abusi che sono stati condotti contro i familiari che non sapevano che quelle porte non dovevano restare chiuse, e che si sono chiuse invece, lasciando fuori il loro diritto di vedere tridimensionalmente, da vicino e con coraggio quello che lì dentro si stava consumando.

Il lavoro diviso in più tranche, si dedica anche alla parte processuale, mostra i volti dei familiari di Francesco, degli avvocati; sottolinea quella frase “se solo una persona in quei 5 giorni si fosse alzato e avesse detto, ma cosa stiamo facendo?”

Le parole della sorella di Francesco, che lo descrive come un uomo riservato, e poi quella voglia di “proteggere tutti” affinché i suoi cari non sapessero cosa gli fosse davvero accaduto. Anche la regista ha voluto proteggere lo spettatore dalla crudeltà consumatasi, diluendo le immagini con la sua capacità di raccontare una storia, che in se racchiude il senso profondo di una vita che è andata ben oltre quelle vicissitudini.

Mette tutto quello che serve per creare un senso circolare al film, Costanza Quatriglio. Le iniziative, la richiesta di giustizia per Francesco; quella giustizia, che spesso diventa quasi un privilegio per pochi, e poi la verità, quel dettaglio posto in fondo all’orizzonte che sembra così lontano ed inafferrabile, se non ci si impegna fino allo spasimo per poterlo stringere, almeno una volta prima di archiviare un dolore.

Le mette insieme le immagini di quel luogo, la regista, vi fa un petchwork, affinché non ci siano dubbi di cosa si consumi nelle ultimissime ore di vita del maestro elementare Francesco Mastrogiovanni. La desolazione tutt’intorno, il vuoto, il nulla, la permanenza del dolore che viene ignorato e poi sacrificato, in nome di una assenza di umanità che spaventa più della crudeltà delle immagini che riprendono un uomo nudo, maltrattato e morente in un letto di un ospedale psichiatrico.

Per chiudere il cerchio di una storia che ha dell’incredibile, la regista torna al mare, all’imbrunire, lo inquadra da vicino, lo rende protagonista, lo lascia cantare, così come faceva Francesco, lo lascia cantare mentre si agita e poi si spegne a riva e in quello “spazio” che è anche emozionale lo spettatore si ritrova a cercare di mettere insieme pezzi di pensieri e quelle parole che, se le si potessero catalogare, finirebbero tutte nella casella con su scritto: “ingiustizia”.

La luna a metà, il vento che spinge avanti e indietro le foglie sottili di una pianta in riva al mare. Inquadra da vicino la terra, dove Francesco ritorna senza un perché. In quella terra dove c’è vita però, se guardi bene, dove c’è un’operosità perpetua e incoraggiante.

Non la lascia scorrere la domanda che tutti si sono posti davanti a quelle immagini e cioè: “Avrà sofferto Francesco, durante quelle 87 ore?” Non la lascia al caso la risposta a questa domanda che fa male, ma l’affida alle parole del medico legale che lo spiega bene come anche sotto sedazione, ci fu un tentativo di strapparsi via da quella situazione di contenzione forzata. Decide di fare male fino in fondo, Costanza Quatriglio, di far male alle coscienze, più che agli occhi.

La sentenza che condanna i medici per “falso ideologico, sequestro di persona e morte conseguente ad altro delitto”, e che assolve gli infermieri poiché “obbedivano ad un ordine legittimo“, scorrono nei titoli di coda, come fosse un premio di consolazione, come se si potesse – in pieno stile Quatriglio – utilizzare la punteggiatura, mettendo un punto ed andando a capo.

Un racconto che parte da un documento, che diventa storia. L’intento della regista diviene quello di far parlare la sconcertante realtà delle immagini, di come sono andare le cose; utilizza le immagini messe a disposizione dall’ospedale psichiatrico, ma sa bene che l’orrore che da esse viene fuori e che lascia senza parole, non è sufficiente e pertanto quelle immagini sono diventate la chiave di lettura per costruire un racconto.

La regista ha dovuto prima far suo un linguaggio; un linguaggio medico ed anche giuridico, che andava interpretato e compreso. Ha dovuto anche servirsi dell’occhio disumano e disumanizzante delle telecamere di sorveglianza, che sono molto diverse dall’occhio meccanico che un regista di solito usa per inquadrare ciò che sceglie di raccontare.

La chiave del film è l’osservazione, fare quello che quelle telecamere non hanno fatto per come avrebbero dovuto. Quelle telecamere hanno in maniera disumana, incastrato la disumanità con la quale è stato trattato e poi ucciso Francesco.

Insensatezza, atrocità, assurdità compiute in nome di alcune leggi e regole interne che sono proprie del modo di guardare che hanno in quel luogo. La sua regia è un modo di restituire una sorta di tridimensionalità ai personaggi catturati dalle telecamere della videosorveglianza ed intrappolate in immagini fredde e bidimensionali, quasi schiacciate da quelle stesse insulse regole da rispettare.

Il potere di quello sguardo dall’alto, di quell’occhio che non sa chiedere scusa e che non ha nessun rapporto umano, di umanità, con l’essere “umani”.

Vi è una linea netta che si evince da questo lavoro, ed è quel limite che separa la vita di Francesco, fatta di spiaggia, luce, bellezza, e quel senso di libertà (che sono le immagini con le quali si apre il film) da quei giorni di contenzione, di illecito, di abuso; il film mostra “la rappresentazione” ed il meccanismo del male che si autoalimenta fino all’assuefazione, attraverso un modus operandi meccanico e crudo.

E se è vero che l’occhio freddo di quelle telecamere hanno lasciato una traccia indelebile di quel che è accaduto a Francesco, solo un occhio umano poteva in realtà dire come e perché fosse morto, osservando da vicino le ferite, interrogando quel corpo come se potesse ancora parlare. La testimonianza di come in quel luogo –  dove Francesco Mastrogiovanni non voleva andare perché sapeva che “lo avrebbero ammazzato” – si smette di essere umani, si smette di pensare e si diventa macchine.

Archivio e sintassi, gli anelli preziosissimi del lavoro documentaristico di Costanza Quatriglio che apre al “suo punto di vista”, malgrado quelle immagini cruente impongano un proprio punto di vista dal quale non si può scappare.

Utilizza come narratori non solo le immagini delle telecamere, o il corpo di Francesco, ma anche i proprietari del lido che raccontano a modo proprio le ultime ore di vita da cosciente di Francesco, le sue ultime parole. La regista non mostra i volti di chi racconta, ma solo i luoghi da dove quel racconto ha inizio. Sono quelle immagini a disegnare i contorni dell’accaduto, a fare da controcampo alle vicissitudini di Francesco, e sono loro le protagoniste della storia, paradossalmente.

Una testimonianza questo film, di ciò che sta dietro le azioni dei singoli, che diventano torture e che potrebbero accadere ancora. Una denuncia profondamente sentita, nella scelta della regista di contrapporre l’inumanità di chi agisce all’innocenza di chi subisce, che sapeva forse a cosa andasse incontro, ma la cui voce non ha trovato spazio, tranne che nel film.

La ripetizione delle azioni subìte da Francesco e l’autenticità di un documento, che a corredo avrà – grazie alla capacità di Costanza Quatriglio di creare una linea narrativa – almeno nelle intenzioni,  un riscatto emotivo.

Torna il senso circolare nella storia: Francesco che amava il mare, che come si vede in inizio di pellicola è lì, bagnato di salsedine e di sole, dopo le 87 ore, muore con l’acqua che fa collassare i suoi polmoni.

La sceneggiatura porta la storia, dal suono del mare del Cilento, dalla musica con cui si apre il Film, al silenzio, al nulla con il quale si chiude su quella immagine di una rete di un letto di un ospedale psichiatrico ormai vuoto, pronto ad essere riempito ancora di orrore.

 

Simona Stammelluti

Visione del docufilm, qui https://www.raiplay.it/video/2015/12/Doc-3-87-Ore-del-28122015-302e0e12-2a9b-4ae8-a339-e5c5ed9f659d.html

 

 

 

 

 

Ci voleva un gesto che facesse simpatia a tutti, ma proprio a tutti, anche a quelli del PD messi in punizione fino a data da destinarsi. Ma il gesto di simpatia, che poi è un gesto di puro marketing politico – per chi mastica la materia – ossia la bella foto che ritrae Fico che scende da un autobus, non è sicuramente lì a caso, soprattutto considerato lo sdegno, il rigurgito acido e l’insurrezione di una parte degli elettori che lo scorso 4 marzo hanno votato per il Movimento 5 Stelle sull’onda dello slogan “nessun inciucio, tutti a casa“; perché è da un paio di giorni che quegli stessi elettori inondano i social pubblicando a tutto gas, quel video patchwork nel quale in una lunga carrellata si sente forte e chiara la voce dei grillini che ripetono quelle parole, per poi rimangiarle replicando con un “siamo aperti al confronto, parleremo con tutte le forze politiche, è stato un voto per poter avere Fico come presidente della Camera“.

Che poi a dirla tutta questa parte di elettorato fa un po’ tenerezza, considerato che in politica i compromessi, gli accordi, i patti è quasi impossibile non farli, soprattutto quando diviene necessario uscire da alcune empasse che fermano quelle fasi fondamentali del percorso di una legislatura. Quelli dei 5 Stelle  – i furbetti del movimento – lo sapevano che quelle parole avrebbero attecchito, e pure bene; loro, a differenza di quelli che oggi incominciano ad indignarsi, lo sapevano bene che quelle erano le dinamiche della politica, semmai avessero governato. Dunque si torna sempre allo status quo ante. Se alcune domande ce le si fosse poste a monte, se si conoscesse la materia un po’ di più, oggi non ci sarebbe tutto questo meravigliarsi ed indignarsi…e ancora non abbiamo visto nulla.

Per cui ad oggi poco varranno i: “pensavo fossero diversi”, “avevano detto che mai con Berlusconi”, perché che piaccia o no – e qui gli elettori del Movimento 5 Stelle dovranno farsi piacere tutto, ma proprio tutto, a meno che non si mettano a pregare che accordatisi su una nuova legge elettorale, si vada nuovamente al voto – loro hanno vinto, e devono governare, devono far vedere quello che sanno fare e quel “fare”, va ben oltre la foto di Fico che scende da un autobus.

Certo è che fanno sorridere e non poco quei video in cui l’odio e il disgusto che Di Maio esternava verso Salvini e viceversa, si sia trasformato, nel giro di poche ore, in una pacifica convivenza, o forse dovrei dire in un “tango” nel quale ci si appassiona al ruolo, a quel ruolo che fa gola  a tutti, e allora va bene che ci si rimangi tutto, tanto loro sapevano come sarebbero andate le cose, perché seppur non avranno la competenza del “fare”, sono tutti furbi abbastanza per sedere su quelle sedie.

E mentre si salvano e si conservano le foto dell’ormai famoso murales realizzato a  Roma da un artista di strada palermitano, esponente del movimento “Neo Pop” che ritrae il bacio tra Di Maio e Salvini – fatto cancellare alla velocità della luce dall’amministrazione Raggi (magari avesse fatto chiudere le buche sulle strade con la stessa solerzia) – che tanto ricorda il murales di Berlino che ritraeva il bacio fraterno tra Erich Honecker e Leonid Brezhnev, il marketing politico del Movimento 5 Stelle muove i suoi passi e punta tutto sulla foto di Fico, sorridente che si mostra uomo tra gli uomini, come Gesù Cristo prima di finire sulla croce e che prende i mezzi pubblici (sempre che circolino in orario e fuori dagli scioperi).

E si lasci stare il fatto che molti degli esponenti del M5S non hanno conseguito una laurea o che hanno lavorato in un call center, non è questo che importa. Ci sono persone validissime senza laurea, mi viene da pensare a Valter Veltroni, che è stato direttore dell’Unità, e poi vicepresidente e ministro nel governo Prodi, fu Sindaco di Roma, e i risultati ottenuti nella valorizzazione ed il recupero dei beni culturali su tutto il territorio nazionale, sono stati riconosciuti anche all’estero. Per questo non è la mancata laurea  di qualcuno, ma la mancanza di un pensiero politico, di un’idea propria che esca dalla loro bocca senza essere stati prima indottrinati come se ci fosse una sola risposta contemplabile, nella miriade di domande plausibili.

Non siamo come quelli del Fatto Quotidiano che vomitano parolacce ed improperi perché usare quel tipo di intercalare contro gli altri, contro il Pd forse, da loro una forza che non riescono a trovare altrove. Noi, dalle pagine del nostro giornale, vogliamo sottolineare anche qualcosa che in queste ore sfugge, ossia che quelli del M5S non sono angeli scesi dal paradiso per liberarci dal fuoco dell’inferno. Sono quelli che tra di loro hanno Dessì, sono quelli del bluff, del “Dessì ha rinunciato” e poi dell’imbarazzo di Di Maio. Emanuele Dessì, finito sotto accusa per il canone di 7 euro della casa popolare in cui era in affitto e per il filmato che lo ritraeva insieme a Roberto Spada. Difficile oggi non sapere chi siano gli Spada, la malavita, la mafia su Ostia. La stessa Ostia dove i balneari puntarono sull’appoggio dei 5 Stelle, per intralciare il lavoro di Sabella alla lotta al sistema degli abusi edilizi sulle spiagge e delle concessioni balneari irregolari. A parlare sono le intercettazioni in cui Balini e Papagni tramano per sabotare gli interventi sui lidi abusivi, e che  potete leggere se vi va, su La Repubblica a firma di Federica Angeli, che vive e resiste ad Ostia, che ha bisogno della scorta per non morire, dopo essere stata minacciata da quella stessa mafia locale.

E che non si dica sempre “Però il Pd” perché il Pd è fuori dai giochi, e un po’ di penitenza non gli farà male, sopratutto perché ha bisogno di tempo per capire quali errori siano stati commessi e soprattutto come rimediare, per non permettere che l’incoerenza e il potere del marketing, trascinino questa Italia, in una sete di sangue e ad un punto senza più ritorno.

Che poi siamo sempre alle solite. Siamo tutti bravi quando dobbiamo difendere quel che è nostro, ma alla fine siamo un popolo che non vuole cambiare, forse, perché vogliamo l’onestà altrove e poi però continuiamo ad essere quelli che non pagano le tasse, che parcheggiano al posto degli invalidi, che sorpassano con la doppia striscia continua e che aggrediscono gli altri, perché signori, a parlare civilmente, non siamo abituati più.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

Con l’arrivo della primavera si perpetua quella pratica durante le quali le donne di ogni età e ceto sociale, aprendo gli armadi per fare il tanto famigerato “cambio di stagione“, si pongono la fatidica domanda: “Tengo o butto via?” Perché le stagioni si alternano, i cambi di abiti negli armadi pure, ma 9 volte su 10 quello che l’anno precedente non si è messo, pur avendolo conservato, finirà per non essere indossato anche nell’anno in corso. Le statistiche dicono che sono più di 20 gli abiti che “restano lì“.

E così, vestiti mai messi o messi poco, pantaloni nei quali non entriamo più o vi entriamo 2 volte, finiscono per restare appesi negli armadi per troppo tempo, quando invece si potrebbe dare loro una nuova vita, barattandoli con qualcosa che a noi piace, che non abbiamo e che a qualcun altro non piace più o non va, più.

E’ questa l’idea alla base dello Swap Party, il fenomeno innovativo portato a Cosenza da Soave Maria Pansaautore televisivo – organizzato e realizzato ieri nel Chiostro di San Domenico con la collaborazione del Comune di Cosenza, dove tantissime donne sono riuscite a “Swappare“, a barattare, a scambiare abiti, scarpe, accessori, trovando tutte – ed è questa la cosa singolare – qualcosa che facesse al caso loro. I capi (rigorosamente freschi di lavanderia) esposti in maniera ordinata, erano tutti di qualità, rispettando i canoni della scelta che era stata effettuata in fase organizzativa, quando ad ogni capo che si aveva intenzione di  scambiare, è stato attribuito un valore simbolico in stelle di qualità, che andavano da 1 a 3. Bella l’iniziativa voluta dall’organizzatrice dell’evento, di devolvere ad una associazione umanitaria, i capi che alla fine della serata non sono stati swappati, e questo con il benestare delle signore che hanno aderito all’iniziativa.

La location scelta per questo esperimento riuscitissimo, è molto suggestiva, eppure lei, Soave Maria Pansa, è riuscito a renderlo ancor più appropriato al mood di quella tendenza, nata nella “Big apple” con lo scopo di invertire e rinnovare il modo di fare Shopping, rendendolo gratuito, senza sprechi e riciclando con stile. Molto ben arredato il chiostro – dotato dei giusti spazi per consentire la prova abiti – con quadri che ritraevano la divina Marylin Monroe, con libri aperti sull’arte di Andy Warhol, e come in tutti i party che si rispettino, con un aperitivo in piedi con vino di qualità, piccole delizie e ottima musica.

Un pomeriggio diverso, per Cosenza, che per qualche ora è diventata una piccola Milano, che ha potuto respirare l’aria di un evento che all’estero è ormai da tempo una consuetudine e che invece in città, è stato un esperimento ben riuscito, che ha dovuto però scavalcare quella tendenza tutta meridionale del voler “tenere per se” anche quello che non piace più, e che al massimo si regala ad un parente, purché resti in famiglia. L’iniziativa ha dovuto rompere anche il pregiudizio della piccola provincia, dove non è semplice entrare nel meccanismo di un vero e proprio scambio, di un evento in cui non si compra e non si vende, in cui non girano soldi, ma solo idee, gusti, vestiti ed accessori che nascono a nuova vita, e che – nel caso dello Swap Party cosentino – è riuscito a soddisfare sia chi di solito è “shopper compulsiva”, sia colei che invece, per predisposizione acquista poco, ma in maniera oculata.

Per le donne che hanno partecipato all’evento, quest’anno il guardaroba sarà perfetto, senza quell’abito che sostava da troppo tempo, o con quel capo che aspettava solo di finire nell’armadio giusto.

Un’idea perfetta, quelle di Soave Maria Pansa, che ha sfidato la diffidenza verso il nuovo che si respira al sud, ma al contempo ha saputo solleticare la curiosità di chi ha poi accettato di “andare a vedere” quel pezzo di mondo chic, che sembrava così lontano, e che poi è stato un baratto utile, divertente e alla portata di tutti.

 

Simona Stammelluti

Povera terra.

Un morto non muore, è già morto.

Agrigento non può morire, perché è morta da tempo.

Il Polo Universitario di Agrigento sta per morire definitivamente. Ciò significa che un filo di vita ancora ce l’ha.

E allora perché questa agonia? Perché tentare di salvare un Consorzio Universitario che fa tantissimo comodo a migliaia e migliaia di giovani agrigentini i quali, per un motivo o per un altro, non hanno la possibilità di trasferirsi a Palermo o Catania per il sacrosanto diritto allo studio?

Perché tanto bene ai giovani agrigentini, ai giovani di una provincia in agonia e che adesso sta solo aspettando i colpi finali dei suoi killer pronti ad eliminare (invece di salvare) l’ultimo ostacolo?

E’ così che la “nuova” classe politica vuol cancellare il brutto passato che ha distrutto una intera provincia; forse per iniziarne uno di nuovo, peggiore del precedente?

Fabrizio Micari, Rettore dell’Università di Palermo e Lagalla (già presidente del Cupa) assessore, hanno iniziato il balletto delle responsabilità; in realtà (e se ne sono accorti tutti) stanno mettendo i colpi in canna. Stanno facendo la corsa contro il tempo, ma non per salvare il Cua di Agrigento, ma per fregiarsi di essere i primi a sparare il colpo di grazia ed assassinare definitivamente il diritto allo studio nella provincia di Agrigento.

A questo punto ai giovani studenti non rimane altro che aggrapparsi al buon senso ed alla sensibilità del presidente della Regione Nello Musumeci ed al suo vice, Gaetano Armao, già presidente del Cua agrigentino. Stanno in quei posti non per eliminare ma per creare, salvare, innovare e perché no, dare anche un briciolo di speranza.

Prima l’Ingegneria, poi la Giurisprudenza, poi l’Architettura e adesso la facoltà di Beni Culturali che verrà trasferita a Palermo.

Uno stillicidio che dura ormai da troppi anni; una sconfitta per tutto un territorio che necessita di ben altre figure politiche per il proprio “risorgimento”.

Il dramma vuole che quando si parla di Archeologia e di Beni Culturali il riferimento geografico non è al paesello di Decimomannu o alla città di Catanzaro, ma semplicemente alla città di Agrigento (che ha rischiato di diventare la capitale della cultura), capitale mondiale della Archeologia e culla della cultura greca.

“Doveroso” chiudere il corso di laurea più importante…

Mancano i soldi e il Consorzio Agrigentino avrebbe qualche debito con l’Ateneo palermitano.

Non riusciamo a comprendere un fatto: come mai i soldi (e sono tanti) per pagare missioni, aerei, alberghi e ristoranti di lusso si trovano sempre e poi si sbatte la porta in faccia in modo crudele a tantissimi giovani speranzosi di crearsi un futuro?

Forse dovranno trasferirsi a Decimomannu o a Catanzaro?

Non abbiamo mai temuto la solitudine come in questo periodo storico, tanto che a volte pur essendo soli non ce ne accorgiamo, perché non abbiamo più né mente né sentimento per percepirla. Siamo diventati sordi, oltre che ostinatamente ancorati a quella compagnia “a tutti i costi”, e quella sordità non è solo di percezione uditiva ma anche di sensazioni che sono ormai adulterate dall’euforia di quel sistema che ci ingloba, spesso ci inghiotte, ci digerisce e poi ci risputa sul mondo ancora più confusi sul perché si sia sempre alla ricerca di qualcosa che alla fine non ci soddisfa mai fino in fondo. Vogliamo colmare i buchi, deve essere “tutto pieno”, i momenti di silenzio sono sempre meno, i giovani non conoscono neanche più la noia, il silenzio è divenuto un nemico e alcuni suoni (per esempio quelli delle notifiche dei social e delle chat) scandiscono le ore che un tempo riempivamo con molte più cose, rispetto alla curiosità odierna – che ci ossessiona – di sapere che vita ha avuto una “storia su Instagram” o quanti “Like” ha preso quel preciso selfie che per farlo venire “accettabile dalla rete” ci si è perso un intero pomeriggio.

Essere solo, sentirsi solo, stare da solo; quanta differenza in apparenti uguaglianze.

Quanti ad oggi potrebbero raccontare come esperienza di vita l’essere solo? Solo … rispetto a chi, a cosa? La solitudine che si subisce, è quella che ti segna, quella che ti attraversa, che ti mette con le spalle al muro, che ti spinge a capire se te la sei meritata o se ti è stata data in eredità da una condotta di vita, o da un vita destinata a quello. Lo vedi guardando i tuoi passi; quando nessuno ti cammina a fianco, sei solo. Ma le strade che si percorrono non sempre sono sotto i piedi, sono anche sopra la testa, sopra il cuore, dentro lo stomaco, nei ricordi e nei desideri. Tutto spento, come quell’ultima insegna a neon nella notte, che illumina per un po’ e poi fa buio proprio quando passi tu. Perché? Perché qualcosa si è inceppato in quel che vogliamo, in quel che chiediamo, in quel che proviamo a barattare in cambio di due gambe che camminino insieme alle nostre mentre procediamo. Perché nessuno ascolta più quel che abbiamo da dire, e non lo sente non solo perché il mondo è abituato ad “urlare”, ma perché l’intensità di quel che diciamo non viaggia sulle frequenze che intercettano solo ciò che è semplice. Perché i dialoghi sono diventati asfittici e poco attraenti e non contemplano più le pause, come quelle che un tempo si chiamavano “di riflessione”.

Abbiamo ancora qualcosa su cui “riflettere”, o abbiamo stupidamente sempre tutto chiaro?

Ciò che richiede riflessione e senso critico costa troppa fatica, costa notti insonni e tante parole, perché la solitudine è muta, non ha parole. Ma la cosa più grave che chi è solo è povero anche di gesti, di sguardi, di mani che stringono, che abbracciano, che aiutano ed incoraggiano.

E quando, ci si sente soli?

Forse è quella dimensione in bilico sul filo senza rete. Resti spesso immobile per paura di cadere e di frantumarti in mille pezzi che sai per certo non saprai più rimettere insieme, perché con quei pezzi in frantumi proverai a rimontarti ma non ci riuscirai perché alcuni pezzi, quelli fondamentali saranno andati perduti, mancheranno irrimediabilmente e allora resterai monco, per sempre.

Ti domandi perché nessuno lo capisca che ci si sente soli. Soli nelle risate, nei momenti in cui il silenzio scende e si accende la reciproca comprensione. Soli nelle scelte e nelle posizioni da prendere, soli nella luce del giorno che scivola dentro la notte e quella dell’alba che riprende fiato dopo un’apnea che lascia senza luce e senza fiato. Soli, mentre il mondo corre e ti attraversa perché sei invisibile alle necessità di quel mondo, che non contempla le necessità del singolo ma della globalità del target di appartenenza. Nessuno ti chiede più cosa ti piace, perché c’è un sistema che conta ciò che fingi ti possa piacere, che lo registra e poi te lo ripropone in altre vesti. Nessuno ti chiede più cosa senti, perché tanto nel chiasso è già tanto se senti il tuo respiro che si fa affannoso quando corri perché hai perso qualcosa, o qualcuno … e allora provi a riacciuffarlo, ma ti trovi fermo, mentre le immagini si fanno piccole e il respiro dalle orecchie scende piano nel petto, dove si arrende.

E lo stare da soli, poi, diventa una conquista, una sfida, quasi; Un mondo nel quale trovare un proprio spazio, e un modo per tornare a sentire quel che hai perso, che non riconosci più quando lo incontri, che devi imparare di nuovo a disegnare, come una casa nella quale accomodarti e sentirti di nuovo a tuo agio, nei tuoi panni, nei tuoi desideri, nelle tue necessità. Necessità che ti rendono di nuovo erudito, mentre abbandoni quell’essere analfabeta di momenti da riempire solo con ciò che serve, perché l’essenziale è la porta di quella casa che ti aspetta per rifiatare.

La solitudine è ormai una malattia che ci passiamo in maniera pandemica, alla quale sviluppiamo anticorpi che però non ci fortificano, ma ci rendono solo immuni ad alcuni cambiamenti che si consumano sotto i nostri occhi e che inconsapevolmente autorizziamo perché ad ostacolarli non siam capaci più. Siamo così oppressi da moti perpetui di “non consapevolezza” che abbiamo perso la capacità di indugiare su una riflessione e persino di avere paura. Sembra che non si abbia più paura di nulla, e poi alla fine però siamo tutti malati di idiosincrasia.

Chi sa più guardare oltre? Ci ostiniamo a vivisezionare quel che ci si para dinanzi agli occhi, alla vita, alle nostre aspettative e ci facciamo andare bene quel che ci propinano gli altri. In fondo piace a tutti, può piacere anche a noi e al diavolo se non ci piace per davvero, tanto chi se ne accorge, a chi interessa? Chi sa dire se le nostre vite si siano popolate o desertificate in questi giorni tutti uguali, che non sapremmo fermare neanche se lo volessimo, e che non hanno più un orizzonte, perché per disegnarlo si ha bisogno di un tempo per prima desiderarlo?

Piccole fughe ci attendono, proprio lì, mentre scappiamo da quel finto appagamento sociale dove tutti fingono di sentire mancanze improbabili, ma in quel circolo vizioso, dimentichiamo a volte di mancare a noi stessi.

Ci vorrebbe un cambio di direzione, un tempo in cui arrivare tardi, in cui farsi attendere perché solo così alcune solitudini diventeranno il respiro che torna, mentre smettiamo di correre dietro a treni persi, a persone che corrono senza meta, mentre lasciamo naufragare la paura di essere soli per scelta propria e non per modalità altrui.

Simona Stammelluti

 

 

Le emozioni sono sempre difficili da tenera a bada. Talvolta però è ancora più complicato, perché a sederti a fianco è anche la commozione che ti raggiunge senza chiedere il permesso, tirandoti dentro un vortice di magia. Tutta “colpa” dell’unicità dell’evento, della bravura coinvolgente dei maestri dell’orchestra, oltre al coraggio e all’energia contagiosa che appartiene a Ennio Morricone, che a dispetto dei suoi 89 anni di età ha regalato l’ennesima indimenticabile serata d’incanto.

Ad omaggiare la musica sublime e la carriera di uno dei più grandi compositori contemporanei nella notte del 6 marzo all’interno dei 40 mila metri quadrati del Forum di Assago, oltre 12 mila spettatori, 100 componenti del coro, l’Orchestra Roma Sinfonietta al completo, la soprano svedese Susanna Rigacci e lui, il Maestro Ennio Morricone, classe 1928, compositore e direttore d’orchestra sopraffino, specializzato nella composizione di musica assoluta e di musica applicata, e non solo di famose colonne sonore.

La maestosità del suo modo di concepire la musica, la ricercatezza creativa che mette in campo quando scrive per il cinema, l’immensa capacità di costruire un tema servendosi di quelle “voci” – come le chiama lui – che si insinuano nella sua testa, producendo poi le basi per quegli arrangiamenti che nel tempo sono diventati memorabili, hanno permesso di realizzare un concerto che avresti voluto non finisse mai. Il maestro lo sa, e non si risparmia nel concedere bis, e a fatica risale più volte sul suo palchetto, senza prima ringraziare a mani giunte il suo pubblico.

Eppure durante il concerto Morricone non rispetta a pieno gli arrangiamenti originali delle sue celeberrime composizioni; cambia il tempo di alcuni passaggi in “Il buono, il brutto e il cattivo“, nel brio del divertimento che si mescola alle note drammatiche, e le atmosfere passionali ed energiche che appartengono al suo modo di scrivere la musica, si avvertono a pieno in “The ecstasy of gold” – accompagnata dalla voce del soprano Susanna Rigacci – o mentre si viene avvolti dalla raffinatezza di “The mission” e dal suono dell’oboe. Ogni voce dell’orchestra trova il suo spazio, ma è quando i fiati entrano in gioco, legandosi alla base ritmica e alle percussioni, che si scatena il vortice emotivo, che ti porta a godere a pieno del lavoro del maestro Morricone che non agita semplicemente la sua bacchetta per dirigere, ma con incisività da’ gli attacchi, incoraggia, e coordina perfettamente ogni ingresso di sezione, e guida magistralmente l’esecuzione, come se quella fosse la sua unica, irripetibile, appassionata “missione”. Gli archi riempiono il tempo e la dimensione ritmica, incalzano e poi si smorzano, rispondono alle nacchere e lasciano andare le note alte, come se potessero restare sospese e attaccate al soffitto per poi piovere addosso al pubblico incantato durante il pezzo “Indagine di un cittadino ad di sopra di ogni sospetto“.

Non dice una parola al suo pubblico, ma ad esso si inchina con amore e gratitudine, la stessa che tutti abbiamo provato a restituirgli proprio con quella emozione che è stata incontenibile per le oltre due ore di concerto, intervallate da una ventina di minuti di pausa che era necessaria. Ennio Morricone non ce la fa a dirigere in piedi e così gli viene concessa una seduta, che è suggestiva, perché il maestro sembra incastonato tra gli archi, come se volessero proteggerlo dagli applausi e dall’affetto prorompente che lo travolge.

L’impatto visivo è coinvolgente quanto quello sonoro. Sono i 200 elementi dell’orchestra che creano la migliore suggestione possibile, condita solo dall’essenziale, ossia quel dipanare la musica lungo la linea melodica di pezzi che non sono solo conosciuti come le straordinarie colonne sonore dei film di Sergio Leone ma che creano il miglior connubio tra cinema e musica, oltre ad aver fatto la storia del cinema.

Un concerto in cui c’è tutto; C’è il tempo, la memoria, la nostalgia, l’oblio. Al centro della scena la ricerca di un tempo perduto, citazioni sonore, allusioni e dettagli evocativi. Ma risuonano anche le note di quell’ambizione che  trasborda dalla musica compositiva di Morricone, senza schemi, ma con la giusta dovizia nella direzione e nell’esecuzione di brani che sono nella memoria di tutti, in cui ognuno trova il filo del proprio gusto e della propria predisposizione verso una musica che il tempo lo tiene, lo rimodula, e poi lo passa come testimone di qualcosa di impalpabile che va sorretto e custodito.

Per un pugno di dollari, C’era una volta in America, La leggenda del pianista sull’oceano; Li regala tutti, i suoi successi il maestro Morricone, e il coro non è solo una cornice artistica, ma una vera e propria esperienza estetica rispetto alla musica; è voce, accompagnamento e ricchezza espressiva. Nella musica di Ennio Morricone si sentono gli echi della musica classica dell’800, di Mahler e di Stravinskij che hanno influenzato proprio la composizione delle colonne sonore a cui lui ha dato vita.

Tanti capolavori in un concerto che celebra una carriera lunga 60 anni, con oltre 500 colonne sonore scritte, e se è vero che – come il maestro racconta – non si deve credere alla mera ispirazione quando si approccia alla musica di un compositore, allora quel suo modo di tessere, intessere, cucire, scucire, distruggere e ricostruire ciò che parte da un’idea, diventa un raffinato lavoro artigianale che conduce non all’espressione romantica della musica assoluta ma alla sua capacità di superare sempre se stesso, mentre difficilmente qualcuno è riuscito a superare lui, in quella maestria di comporre musiche stracolme di armonia, melodia e chiara presenza musicale.

Che si sia o meno educati alla musica, che si riesca o meno a percepire alcune raffinatezze stilistiche, di contrappunto, di cambio di registro o di modalità di note tenute sospese in un assolo, questo concerto ha costituito per i presenti una coerente e appassionante avventura, in cui la direzione dell’orchestra è stata il filo  conduttore di una intelligenza musicale, che si traduce in dialogo, immagini che coinvolgono la sensorialità, con risultati magistrali.

Simona Stammelluti