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Roggiano Gravina (CS) –  Venivano sottoporti a turni di 9 ore al giorno e pagati solo 20 euro, senza alcun rispetto delle norme di sicurezza e in assenza di regolare contratto. Erano lavoratori extracomunitari richiedenti asilo politico, oltre che ospiti nel territorio di Roggiano Gravina in provincia di Cosenza. Sono stati i Carabinieri del luogo a scoprire l’illecito e ad arrestare un imprenditore agricolo di 44 anni, del posto, A. L. in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, emessa dal GIP del  Tribunale di Cosenza per i reati di “intermediazione illecita” e “sfruttamento del lavoro”.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Cosenza, sono state avviate dai militari della Stazione Carabinieri a seguito di segnalazioni sulla presunta presenza di un “caporale” che impiegava nel proprio fondo agricolo lavoratori stranieri, approfittando dello stato di bisogno in cui versavano, per sottoporli a condizioni di illecito sfruttamento senza neppure un contratto di assunzione.

Partendo da tali elementi, i militari hanno proceduto ad effettuare mirati servizi di osservazione in alcuni terreni siti nel Comune di San Marco Argentano che, in un arco temporale compreso tra il mese di settembre dello scorso anno ed agosto 2018, hanno consentito di dare un nome ed un volto al “caporale”, accertando che era solito prelevare quotidianamente diversi extracomunitari da un Centro di Accoglienza Straordinaria di Roggiano Gravina e condurli presso un fondo ubicato nel territorio di San Marco Argentano, dove venivano sistematicamente impiegati quali braccianti agricoli nella raccolta di ortaggi. Attraverso videoriprese i Carabinieri sono riusciti a documentare le pesanti giornate lavorative degli extracomunitari, come confermato dalle dichiarazioni precise, dettagliate e convergenti successivamente rese dagli stessi lavoratori, provenienti dal Gambia, dal Bangladesh e dal Senegal. Prelevati all’alba, intorno alle ore 05.00, da un furgone condotto dall’imprenditore, affluivano sui terreni coltivati ad ortaggi dove prestavano la loro attività lavorativa ininterrottamente fino a 9 ore – orientativamente dalle 06.30 alle 15.30 – in un contesto lavorativo assolutamente degradante.

Le condizioni di lavoro imposte dal “padrone” – in palese difformità dalle minimali regole dei contratti collettivi nazionali – contemplavano soltanto una pausa di appena 30 minuti (nel caso gli immigrati avessero voluto consumare cibi portati al seguito), senza mettere a disposizione degli “sfruttati” acqua per rifocillarsi ed in assenza di luoghi idonei per ripararsi dal caldo o per soddisfare le proprie esigenze fisiologiche. A fronte di così gravose condizioni di lavoro la retribuzione concordata era di appena 20 euro giornaliere, del tutto sproporzionata rispetto alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato, a riprova dell’opera di sfruttamento posta in essere in danno dei lavoratori stranieri.

Nel medesimo contesto investigativo, i Carabinieri hanno anche potuto ricostruire un tentativo di deviare il corso delle indagini da parte dell’arrestato, il quale, in diversi approcci con gli extracomunitari, aveva provato a condizionarne i racconti al fine di alleggerire le proprie responsabilità.

 

Simona Stammelluti

 

 

La guardia di Finanza arresta Domenico Lucano, elogiato da molti per il suo modello di accoglienza dei migranti.

E’ al momento agli arresti domiciliari, il sindaco della cittadina di Riace, nel reggino, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. E’ stato il Gip del tribunale di Locri ad emettere l’ordinanza di custodia cautelare.

L’arresto è l’epilogo di una lunga ed  approfondita indagine svolta in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Reggio Calabria al comune di Riace, per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico.

Nel comunicato della Procura della Repubblica si legge come durante le indagini, Lucano aveva organizzato “matrimoni di convenienza” tra cittadini italiani e donne straniere, per consentire la permanenza di queste ultime sul territorio.

Le prove raccolte hanno permesso di dimostrare come il sindaco e la sua compagna, avessero architettato degli espedienti criminosi, semplici ed efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia.

Fondamentali per l’inchiesta anche le intercettazioni che coinvolgono il sindaco. L’inchiesta della Guardia di Finanza, aveva proprio l’obiettivo di verificare l’utilizzo dei fondi dati al comune per la gestione dell’accoglienza, portando alla luce diffuse e gravi irregolarità sulla gestione dei fondi pubblici.

Nei prossimi giorni – come si legge nel comunicato – la Procura procederà ad “approfondire ogni opportuno aspetto” in merito alla vicenda.

L’esperienza dell’accoglienza di Riace, in Calabria, è stata raccolta e raccontata nei mesi scorsi anche da testate giornalistiche internazionali. Era nato il cosiddetto “modello Riace”. Ad oggi, a Riace, vivono centinaia di rifugiati, attraverso il progetto Sprar, attorno al quale sono nati anche posti di lavoro che avevano riqualificato un paesino che era praticamente semideserto. Hanno riaperto ristoranti, sono sorti asili e orti botanici.

Ma negli ultimi tempi, vi è stato anche uno scontro con il ministero degli Interni, che aveva bloccato i finanziamenti destinati ai progetti di accoglienza di Riace, in base a problemi nella rendicontazione degli stessi finanziamenti.

Lucano era finito nel registro degli indagati, lo scorso novembre per truffa, concussione e abuso d’ufficio.

Ecco perché forse, quel famoso film “tutto il mondo è paese” realizzato dalla Rai con Beppe Fiorello, non andò mai in onda.

 

 

 

 

Armando De Ceccon sarà il protagonista al Teatro Lo Spazio dal 1 al 6 ottobre di RIFIUTI UMANI, una Stand up comedy surreale, satirico-grottesca, con musiche originali eseguite dal vivo – alla chitarra – dal M° Francesco Petrucci.

La pièce racconta la rivolta civile di un chirurgo estetico. Uno scienziato della società liquidata, in una vanità, che vuole sostituirsi a Dio, ma si ritrova oggi ineluttabilmente di fronte ai limiti dell’uomo e al bisogno di credere all’altro da sé
Un’indagine clinica, tragicomica sulla crisi dell’uomo contemporaneo. Senza volgarità, nell’ambiguità del linguaggio si riscopre il sacro, il profano dell’ultimo tabù. In un fuoco d’artificio di risate esilaranti che mirano a irretire l’intelligenza dello spettatore, la parola diventa così, farmaco, cura. L’umorismo è un esercizio di ginnastica neuronale per imparare a pensare, e leggere la realtà.

“Mettere in scena questa stand up comedy – afferma Armando De Ceccon – è per me come mettere in pista un atleta dell’anima che si è preparato da una vita alle Olimpiadi. Come in un Decatlhon moderno, partecipa alla staffetta dei magnifici 4 per 100, o 1000, misti…Inesausto tenterà di saltare, di essere all’altezza dell’asticella di un senso invisibile, in un tempo impossibile. Come un atleta preparato, corre, a fianco di Lenny Bruce, Antonin Artaud, Stephen Hawking,
Giorgio Gaber. Raccogliendo la memoria, la sfida e il testimone dalle mani di questi campioni estenuati nel medesimo sport estremo; la folle corsa verso la fin del mondo. Si, questo spettacolo ha l’ambizione di fare il giro del mondo in 80 minuti, con il sorriso. Ma è solo uno straordinario effetto speciale, di ciò che accade quando si porta alla luce un semplice rifiuto umano”.

Il testo è Patrocinato da Legambiente Lazio e dalla Provincia di Roma. In una primitiva versione in forma ridotta ad un ora in ragioni delle regole dei Festival, ha già avuto un debutto al Fringe festival di Roma, dove è arrivato in semifinale, e aSpoleto, al Festival Fringe LA MAMA, dove ha avuto come riconoscimento, il “Premio del Pubblico” . E’ una ripresa quindi, a distanza di qualche anno. E’ uno spettacolo rielaborato in una revisione del testo, musiche e scenografia.

Note dell’autore, interprete e regista Armando De Ceccon:

Il concetto di Rifiuti, come il concetto di Amore, mi affascina perché convivono.
Ha origine nelle cose ultime, ma si allarga, e abbraccia con le mani sporche di sangue ogni aspetto del sapere (Religione, Sesso, Guerra, Politica, Filosofia, Scienza, Poesia, Economia Ecologia…Sociologia, Cultura, Persona..). Tutte parole
che si mettono in piedi seriamente con la maiuscola… Anche i Profughi, che abbiamo messo per ultimi in questa evoluzione del testo e dell’uomo, hanno Diritto alla maiuscola, quindi beati gli Ultimi perché saranno i Primi. Le fonti a cui ho attinto per tentare di dipingere questo mondo sono le persone che ho incontrato, conosciuto umanamente, ma più spesso, quelle che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere leggendo il loro impegno. Sono come fratelli maggiori e
vitali, a cui sono infinitamente riconoscente”.

Un’autunno a Rende che si apre con un doppio concerto, nella serata di ieri sera per il Settembre Rendese che ha visto nel primo set Andrea Braido e il suo Jazz Organ Trio insieme a Vito Di Modugno all’organo hammond e ad Alessandro Napolitano alla batteria.

Braido, noto chitarrista rock-blues del mondo musicale italiano – è stato anche chitarrista di Vasco Rossi e di Zucchero – ha una padronanza indiscussa dello strumento e gestisce il trio con brio. Non è timido Braido a mostrare la sua bravura anche se durante il concerto – che racconta del loro comune progetto – le dinamiche all’hammond di Di Modugno giocano brillantemente nel dialogo con la chitarra. La batteria è precisa e segue sapientemente ogni cambio di tempo e di ritmo che si susseguono nell’esecuzione dei brani, che ieri sera erano alcuni tratti dal loro lavoro, alternati a famosi standard come “Caravan” di Duke Ellington e “Mercy Mercy Mercy” brano scritto nel ’66 per Cannonball Adderley. Il fraseggio di Braido si incastra con naturalezza nelle evoluzioni all’organo di Di Modugno, dimostrando come la versatilità del chitarrista è al servizio del trio, senza recitare a tutti i costi il ruolo da solista puro.

E se il tessuto della performance è senza dubbio jazz, ci sono dei momenti in cui le esecuzioni dei brani si spingono verso altre sonorità, facendo incursioni nel rock, e a tratti nel blues, proprio per come è nell’indole musicale di Braido.

I pezzi sono ben suonati e questa caratteristica è riconoscibile malgrado la velocità delle esecuzioni, che spesso catalizzano l’ascolto proprio nelle fasi più dinamiche, sempre ben equilibrate. Che Braido sia un musicista versatile lo si capisce anche da come si integra perfettamente nell’ultimo pezzo eseguito da Greta Panettieri, protagonista con il suo quintetto, nella seconda parte della serata, con il suo omaggio a Mina.

Greta Panettieri è deliziosa, raffinata e convincente, nel suo progetto. Conosce la tecnica scat, la alterna ad altre dinamiche ritmiche.  Il quintetto della cantante romana è di caratura. Giuseppe Bassi al contrabbasso, Gaetano Partipilo al sax, Andrea Sammartino al piano e lo stesso Alessandro Napolitano alla batteria. Nella serata di ieri sera, sul palco insieme a loro anche il trombettista Flavio Boltro, che non  ha fatto fatica a ricamare i brani di quel progetto musicale che vuole essere non solo un omaggio a Mina ma anche a coloro che i famosi pezzi li hanno scritti, e dunque a compositori come Bruno Canfora, Ennio Morricone, Gianni Ferrio. Omaggia anche Nino Ferrer, la Panettieri, in inizio di concerto, sfoggiando un ottimo francese.

Greta ha una buona intonazione, una spiccata capacità ritmica, una predisposizione per le sfumature della bossanova. Canta molto bene in diverse lingue, francese, l’inglese e il portoghese, cantato nel pezzo “Conversazione”, di Bruno Canfora, per il quale la stessa Panettieri ha proprio riscritto il pezzo in lingua romanza.

L’omaggio a Mina non richiama nessun tipo di paragone, ma è indiscutibilmente un omaggio all’artista, inserito sapientemente nel contesto jazzistico e lo stesso, risulta ben riuscito. “Sono qui per te”, “Parole Parole”, “Se telefonando”, sono stati alcuni dei pezzi regalati ad una piazza gremita e attenta. Durante le esecuzioni, i dialoghi tra tromba e sax sono risultati molto ben calibrati, nei quali si inserisce la voce di Greta che è una di quelle di spicco del panorama jazzistico italiano, dotata di grande energia e di una valida capacità interpretativa.

Sa viaggiare dalle note più gravi a quelle più acute con ottima dinamica, sa legare agli strumenti il fraseggio e mostra quello che è il suo colore vocale.

Il finale di concerto è affidato a “Brava” pezzo che la Panettieri esegue con intraprendenza, senza mai voler imitare Mina, guidata, nota su nota dai fiati che l’accompagnano su e giù lungo la dinamica armonica del pezzo e il risultato, è piacevole. Non ci sono le parole nella versione della Panettieri e vi dirò, va benissimo così, perché l’arrangiamento rende credibile l’atmosfera di un concerto jazz, prima di tutto, che lascia intravedere l’intenzione di voler ricordare le atmosfere di quando quei brani erano adagiati sulla passione, quella stessa che la Panettieri mostra, dal palco, insieme al suo stile e al suo sorriso.

 

Simona Stammelluti

 

Photo:  Robin Mercuri

 

Lo spirito dell’operetta, rivisitato in modo assolutamente originale nello spettacolo di Gennaro Cannavacciuolo – attore, cantante e fantasista italiano – che sarà il protagonista al Teatro della Cometa dal 9 ottobre al 4 novembre di ALLEGRA ERA LA VEDOVA? one-man show per una miliardaria; autore Gianni Gori, da un’idea di Alessandro Gilleri.
La regia è dello stesso Gennaro Cannavacciuolo e di Roberto Croce.
Ad accompagnare in scena Gennaro due ballerini, Giovanni De Domenico e Fulvio Maiorani e tre musicisti: pianoforte Dario Pierini – clarinetto/sax contralto Andrea Tardioli – violino Piermarco Gordini.

“ALLEGRA ERA LA VEDOVA?” Debuttò nel 2005 a Cividale del Friuli, ottenendo grandi consensi e rimase quindi “nel cassetto” per 12 anni. Ora ripresa, con il sottotitolo One-man-show per una miliardaria diventa un un capriccio scenico interpretato da un versatilissimo attore e cantante della scena italiana, Gennaro Cannavacciuolo, ormai consacratosi come ideatore di one-man-show, che interpreta i personaggi simbolo della Vedova Allegra di Lehar (il conte Danilo, Hanna Glawari, il Njegus, Valentienne, Barone Zeta), alternando sapientemente momenti comici, sentimentali e drammatici.

Il narratore, Louis Treumann, primo Danilo Danilowich nel 1905 e prediletto di Lehàr, ci conduce in questo viaggio storico tramite le arie più famose del mondo operettistico: attraversa il ‘900, rievocando la Belle Epoque, la prima guerra mondiale, gli anni 20, sino all’inferno della deportazione, suo ultimo viaggio. Il protagonista, alle soglie di un autentico colpo di scena, di un epilogo impressionante negli anni più cupi della Germania nazista, rievoca e ripercorre non solo i propri successi, ma la fortuna stessa dell’operetta viennese e del “mondo di ieri” prossimo allo sfacelo.

Uno spettacolo di indiscutibile virtuosismo, tratto da un testo inedito ritrovato nell’archivio di un teatro lirico del nord Italia, e che viene eseguito in una riduzione musicale con un trio di formazione classica.
Una mise-en-abyme per mezzo secolo di storia e per un fantasista come Gennaro Cannavacciuolo in grado di coniugare con grande equilibrio il talento comico e quello drammatico.


Uno spettacolo di sicura eleganza e di forte impatto visivo, grazie ad una scenografia essenziale, di sviluppo verticale e lineare, con il supporto di inserti audio-visivi.

Teatro della Cometa – Via del Teatro Marcello, 4 – 00186
Orario prenotazioni, vendita biglietti e info per apericena: dal martedì al sabato, ore 10:00 -19:00 (lunedì riposto), domenica 14:30 – 17:00 – Telefono: 06.6784380
Orari spettacolo: dal martedì al venerdì ore 21.00. Sabato doppia replica ore 17,00 e ore 21,00. Domenica ore 17.00.
Costo biglietti: platea 25 euro, prima galleria 20 euro, seconda galleria 18 euro.

 

 

E’ un film che ti lascia un compito; quello di trovare le parole. Parole che siano giuste, perché è facile cadere nel luogo comune. Parole che siano diverse da quelle che il tuo vicino di poltrona racconterà, appena lasciata la sala. Sì, è un film che non ti lascia senza parole…le parole te le consegna. Strana come sensazione. E’ un film fatto di parole chiave, disseminate in una pellicola ben girata, che si serve di attori di caratura; è un film rigoroso, che non fa sconti sulla vita di Stefano Cucchi, che non romanza, se non quel tanto che basta per renderlo fedele più che mai ad una realtà spietata, i cui dettagli lasciano increduli, sgomenti. E’ un film che ti mette tra le mani degli avvenimenti di cui diventi custode, per deciderne poi cosa farne, di quegli avvenimenti, mentre ti interroghi e ti domandi se hai voglia di sperare ancora, oltre che di capire, di andare fino in fondo, qualunque sia la verità che ancora resta sospesa.

Sospesa dove, vi chiederete?
Sospesa in quella fiducia che Stefano chiedeva, quel dettaglio che aiuta qualche volta a non sentirsi soli, e a volte anche a sopravvivere.
Sospesa sulla crudeltà, che ti domandi da dove arrivi così forte e subdola. Ed io me lo sono domandata se ai boss della malavita i carabinieri hanno mai riservato il trattamento che nel film viene riservato a cucchi.
Sospesa sul dolore. Un dolore collettivo, che travolge e che fa male. Il dolore provato da Stefano, un dolore urlato, sofferto, pianto, nel buio e nel silenzio; quel silenzio non solo fisico ma anche emotivo. Stefano è morto da solo, con quel desiderio di un pezzetto di cioccolata mai esaudito; è morto tra la sofferenza e l’indifferenza di chi a volte il suo lavoro lo fa senza abbastanza amore, senza dedizione, senza attenzione.

E’ un film che rimbomba nelle orecchie, nello stomaco, nel cuore.
Il rimbombo delle porte che si chiudono pesantemente, come pesanti sono i passi di Stefano che non ce la fa più. Il rimbombo dei respiri di Stefano, il rimbombo delle sue parole che cambiano tono, che stentano ad essere espresse, che cadenzano una verità che però sembra non interessare a nessuno, intorno a lui. C’è anche il rimbombo dello sbattere di ciglia di Stefano, che piange da solo, che si sente solo, che muore solo, in bilico tra l’agonia e i tanti perché.

Perché?
Cosa stava scontando davvero Stefano Cucchi, in quei 7 giorni di non vita? Un reato che sarebbe stata la legge a stabilire se fosse stato commesso o meno, o la frustrazione di qualcuno che arriva da così lontano, tanto da pretendere a tutti i costi una valvola di sfogo?

E’ un film affilato, che taglia come un bisturi le coscienze … ma dubito che sarà stato così per tutti. Perché ci sarà chi una coscienza non la ha, non l’ha mai avuta o magari l’ha barattata con un applauso a porte chiuse.

E’ un film che va visto “sulla propria pelle”, nudi, svestiti da ogni pregiudizio perché il film pregiudizi non ne ha, o almeno, io non ne ho visti, e vi assicuro che per me è stato più difficile che per altri, fare i conti con quelle dinamiche che hanno fatto divenire gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, un viaggio verso la morte, tra camere di sicurezza di caserme dei Carabinieri, carceri, strutture protette, come se fosse il peggiore dei malvimenti. Ah già…non lo sappiamo come li trattano nelle caserme dopo gli arresti i latitanti, i mafiosi, i boss.

E’ un film che non descrive Stefano come la vittima di un sistema ma come vittima di un accadimento, così come scritto nelle oltre 10 mila carte processuali che Cremonini si è studiato prima di scrivere questo film. Il film non fa di Stefano un santo o un martire, ma ne disegna invece le debolezze, gli errori, le fragilità.

C’è il ruolo della sua famiglia, raccontato nella pellicola, anche. Tutti ci siamo domandati nel corso di questi anni come fossero stati i rapporti tra Stefano e sua sorella Ilaria, tra Stefano e i suoi genitori, con la sua famiglia, con i suoi amici. Quella frase che Jasmine Trinca – impeccabile nel ruolo di Ilaria Cucchi – proferisce: “mamma ma non è che non lo conosciamo Stefano … io te lo dico, io non mi faccio più prendere in giro, non voglio più sentire le sue cazzate“. Lo sconforto di quella famiglia che si interrogava, che però a tratti non capiva cosa stesse accadendo ma che subisce tanto quanto Stefano, la ghigliottina di una burocrazia adulterata, confusa e ignobile che impedisce loro di stare vicino ad un loro caro, malgrado i suoi errori e gli accadimenti; impedisce di loro di vederlo, di fargli sapere che ci sono, che non lo vogliono abbandonare al suo destino. Neanche un cambio d’abiti, riescono a consegnargli. Un dettaglio che nel film è descritto con determinazione ma anche con delicatezza.

Stefano si ribella, come può, pone delle condizioni, che però nessuno ascolta. E’ questo che fa male. Tutti vedono, tutti capiscono, in qualche modo, tutti fanno i conti con una realtà che però rifiutano, perché forse è più comodo così.

E’ un film che interroga.

Perché Stefano non parlò circa quel che gli stava accadendo?
Perché non si è difeso per come avrebbe dovuto?
Aveva paura?
O semplicemente lo ritenne inutile, perché lui, aveva capito tutto?
Sapeva già come sarebbe andata a finire?
Perché diede mandato di difesa ad un avvocato d’ufficio, anziché pretendere il suo legale di fiducia?

Quanto male ha subìto Stefano Cucchi?
Questa è l’unica risposta che il film dà, attraverso il lavoro magistrale e certosino di uno straordinario Alessandro Borghi, già apprezzato nel mondo del cinema per altre ottime interpretazioni, ma che sembra in questo ruolo, essere stato investito da un “sentimento” esclusivo, che l’ha messo nei panni di Stefano Cucchi, come che Stefano vi avesse soffiato nel cuore la sua ultima emozione. Perché diciamolo, il bravo attore è quello che interpreta bene una parte, che se la studia e che la recita per come sono le direttive del regista, le esigenze della pellicola e secondo la storia che va raccontata. Ma qui la storia è stata un piccola immensa lotta che dura sette lunghi giorni, mentre si cammina lungo un corridoio che diventa un tunnel che porta alla morte, tra ipocrisie e finto rispetto di quelle regole che talvolta tolgono ad un uomo la dignità che gli spetta, anche se colpevole di una qualsivoglia colpa. Il trucco impressionante, Borghi dimagrito di 18 chili, uno studio sulla voce, sulla camminata, sugli sguardi e sul sorriso di Stefano. Un lavoro cinematografico fatto bene, con i primi piani a raccontare i dettagli, quelli che fanno più pena e danno più dolore, una fotografia calata in un decennio fa, i colori freddi, come il freddo che Stefano sentiva. Un plauso anche a Max Tortora e a Milvia Marigliano, che nella pellicola sono stati Giovanni e Rita Cucchi, nei loro panni di genitori  alle prese con accadimenti che non sono riusciti in qualche modo a fermare.

La cosa sorprendente del film e che non ci sono nomi in rilievo, che non ci sono figure singole inchiodate a responsabilità, né penali né morali ed è questa la forza del film di  Alessio Cremonini, che lo dice in una intervista: “è una storia che riguarda tutti perché racconta di come un uomo entra vivo esce morto da un sistema giudiziario“.Come è noto, la storia giudiziaria del caso Cucchi è ancora in corso, questo film non nasce con la voglia di riconoscere responsabilità singole che eventualmente saranno appurate nelle appropriate sedi, ma mettendo al centro la vita di Stefano, così come si è consumata, mentre imboccava una strada ormai senza uscita.

Attendiamo che sia la giustizia a mettere la parola “fine” sul caso Cucchi.

Io vi invito a vederlo e a farvi una vostra idea, ed è giusto così.

la mia è questa.

E’ un film sul dolore e si sa, “il dolore è traditore; viene fuori piano piano”

 

Simona Stammelluti

(A Stefano)

 

Lui, è da sempre la voce unica di Radio Montecarlo, è la voce della notte, è colui che in radio già dalla fine degli anni 80 passava il jazz, regalando così agli ascoltatori, da oltre trent’anni “Musica di grand class”. E dire che lui sembra non invecchiare mai. Ed anche la sua voce è rimasta ad oggi, così limpida, vellutata, accattivante. Lui, direttore artistico del Blue Note di Milano, lui cantante, musicista, produttore; insomma tante cose tutte insieme, ma in porzioni diverse.

Cerisano è un piccolo borgo di 3 mila anime dell’entroterra cosentino, conosciuto da diversi anni per il “Festival delle Serre“, una rassegna che ospita arte e cultura gratuitamente, che mette insieme in pochi giorni ogni inizio di settembre cinema, jazz, teatro, musica classica, arti visive e incontri culturali, e per questo va fatto un plauso al sindaco di Cerisano, Lucio Di Gioia che ieri sera mi è sembrato perfettamente a suo agio nei panni di presentatore tanto del festival quanto della serata in divenire.

E poi c’è un direttore artistico dal nome altisonante, c’è Sergio Gimigliano, conosciuto in tutti i circuiti jazzistici nazionali, punta di diamante del jazz e della musica in Calabria, colui che insieme a sua moglie Francesca Panebianco ha dato lunga e florida vita al “Peperoncino Jazz Festival“, portando in Calabria i migliori nomi del panorama jazzistico italiano ed internazionale e che tanto fa, affinché la Calabria possa avere un suo splendore, un suo piccolo paradiso musicale, divenendo non solo meta di turisti ma anche di quei progetti musicali che quasi mai arrivano al sud, perché di solito al sud è abbinata l’incognita, quell’incognita che invece sparisce quando il rosso dello sfondo del Peperoncino Jazz Festival, infiamma di musica e cose belle.

E non in ultimo ieri sera, su quel palco montato in una piccola e suggestiva cavea, dove il pubblico seduto sulle panche di legno è a meno di un metro dai propri idoli, sono saliti 4  fantastici musicisti. La cosa bella è che quando ne conosci due, perché li hai più volte sentiti dal vivo e non conosci gli altri due, la curiosità sale, esponenzialmente, e ti domandi come sarà quel “concertare”, quale feeling si avvertirà, che tipo di Interplay si consumerà.

Ieri sera per il Festival delle Serre a Cerisano, nella sezione Jazz, sul palco è salito Malcom McDonald Charlton in arte Nick The Nightfly con Francesco Puglisi al basso, Amedeo Ariano alla batteria, Jerry Popolo al sax e al flauto traverso, e Claudio Colasazza al pianoforte.

Lo dico subito, così non ci penso più; Penso che la riuscita di questo progetto, che poi è un excursus su dischi di Nick già realizzati ed un nuovo che esce tra pochi mesi, siano proprio i musicisti che ha scelto, quei musicisti, che sono in grado di creare il giusto equilibrio su quel modo che il cantante scozzese ha, che non è il cantare classico di un crooner ma un modo di mettere insieme il mondo del jazz newyorkese a quel mood che, nella sua voce  – e forse solo nella sua – riesce a divenire atmosfera.

Il look, quell’appeal innato, quel fascino che possiede e che è irresistibile, lo rende l’inimitabile Nick The Nightfly, che da solo è “Montecarlo Night”, che da solo è colui che scrive i pezzi per un nuovo disco e che poi in quintetto, con i suoi musicisti, diventa il successo di una serata in jazz che si ricorda per molte cose.

La serata inizia con un saluto e con la raccomandazione di non filmare nulla, perché, come dice “il concerto va vissuto fino in fondo, va ascoltato con le orecchie e con il cuore“. Poi aggiunge: “è per voi, solo per voi, dunque godetevelo“. Mi è sembrato un ottimo modo di incominciare, e per me, che sono cresciuta con la voce di Nick The Nightfly, per me che l’ho considerato in gioventù un vero mito – considerata la mia passione per il jazz – è stata una bella emozione sentire quella voce dal vivo, con quel suo italiano che ha l’inflessione inglese, ma che è così caratteristica che vorresti non perdesse mai quell’armonia e quell’intonazione.

Il concerto si apre con “I don’t care” e il pubblico è trasportato nell’atmosfera dei club newyorkesi; il pezzo è accattivante, l’esecuzione impeccabile, e l’assolo di sax, pazzesco. Alcuni pezzi regalati dal quintetto sono stati un’anticipazione di un nuovo disco in uscita; un disco che a mio avviso è al contempo un “piccolo viaggio” tra i profumi e le sfumature musicali di alcuni luoghi nel mondo, e poi un invito alla spensieratezza ma anche alla riflessioni su alcune cose belle della vita; dall’amore all’amicizia, da un incontro avvenuto dopo tanti anni ad un bacio, il tutto condito da alchimie musicali, che sono distillato di jazz, ma anche di soul e di pop raffinato. E se anche i testi sono semplici, si sposano bene con la metrica musicale e con le intenzioni dell’artista.

Tra i pezzi presentati ieri sera c’è “New York“, scritto dopo un viaggio nella grande mela e dedicato a Tony Bennett, al suo modo di cantare, al suo stile. Il pianoforte si lancia in un assolo su note alte, spesso svisate e la voce cede piano il passo al sax che ricama il tema con note ostinate.

Il groove è prorompente, tra i musicisti c’è grande intesa, e ogni spazio concesso loro è un regalo fatto al pubblico. Ognuno di loro ha sempre tanto da dire, il groove cambia sera dopo sera e – così come sottolinea lo stesso Nick – ogni modulazione musicale è diversa, ogni assolo è diverso, ma l’intenzione resta la stessa e la sinergia tra loro è apprezzabile. La base ritmica, Puglisi/Ariano è impeccabile, come sempre, e nessuno di loro ha bisogno di strafare per mostrare la classe e la capacità di raccontare un concerto.

il brano “Paris” inizia con un assolo di Francesco Puglisi (musicista siciliano) al basso, che imbastisce l’introduzione del pezzo, che poi si muove su ritmi sudamericani. Nick ricorda che della stesso brano Nicola Conte vi ha fatto una sua vesione. Nel nuovo disco c’è anche una cantante carioca. Il pezzo si chiama “Brazil”; Il pezzo parla della gioia di quella terra, della gente allegra, che balla e che incanta; è tempo di bossanova. Jerry Popolo nel pezzo suona magistralmente il flauto traverso e scopriamo che Nick The Nightfly è il re del “la-la-la”.

Invita il pubblico a fare da coro, a cantare con lui, a modulare le note, riproponendo le sue. Il pubblico non si fa pregare, e poi è così coinvolgente l’atmosfera che si è creata, che si va avanti così per un po’ mentre il quintetto ci prende gusto e non si risparmia.

C’è una parentesi nel concerto dedicata a due omaggi: uno a Lucio Dalla – con cui Amedeo Ariano ha anche suonato – e l’altro a Pino Daniele. Il pezzo di Dalla è “Vita” è completamente riarrangiato; di Pino Daniele sceglie “I say I’sto cca‘”. Legge i testi Nick, non è certo facile per lui cantare in napoletano, non vuole sbagliare. L’esecuzione va presa proprio come un omaggio; il cantante racconta di quella volta in cui in radio, era il 1986, ebbe insieme ospiti Pat Metheny e Pino Daniele.

Il fatto è che Nick The Nigthfly, porta con se la storia della musica, e potrebbe raccontare aneddoti per ore; porta con se quella voglia di vivere che si sposa perfettamente con i colori del jazz che sono molteplici e tutti significativi. Negli omaggi ai due grandi artisti scomparsi è il sax ha far venire i brividi, poi il piano entra decorando i ritornelli ed è subito nostalgia.

Bella la sua riflessione su come ad oggi, “si ascoltano sempre le stesse cose, mentre un tempo, la linfa era la nuova musica, le nuove sonorità, e la curiosità che l’accompagnava”.

Si fa un salto a tre anni addietro, quando Nick scrive un brano – che sarà presente nel nuovo disco – dedicato ad un amico rivisto dopo trent’anni, a cui aveva dato un appuntamento in un pub irlandese, e che non riconobbe a prima vista. Eppure, quell’incontro, dopo che le loro vite erano rimaste distanti per tanto tempo, si consumò dentro una distanza minima, così come accade per le amicizie vere.

Alzate il telefono e chiamate qualcuno che non sentite da un po’, ne avrà piacere”  – raccomanda Malcom. E così arriva una ballata romantica, che inizia pianoforte e voce, poi piano incede la base ritmica, la voce dialoga con il sax ed è proprio il sax a raccontare con un assolo l’intensità di quell’incontro. Avvolge il suono del sax, ti costringe e correre insieme a quelle note, e poi a fermarti, lì, su quelle note alte, come se fossi sull’ultimo piano di un grattacielo dal quale si vede un panorama mozzafiato.

Siate voi stessi, anche perché altro non potete essere poiché nei panni degli altri ci sono già gli altri” – si sorride alla battuta.  Ecco “Be yourself“; Nick The Nightfly imbraccia l’ukulele, perché sì, lui è anche musicista, e questo pezzo lo ha scritto e concepito così, con quella piccola chitarra che ha un suono così irresistibile. Una canzoncina a tempo di swing, che lascia il giusto spazio alle scale ardite del pianoforte e alle spazzole grintose della batteria.

Ma il racconto del nuovo disco non è finito. C’è anche un pezzo “Oh lord” che racconta della storia di un giovane che vive in campagna e che sogna di andare in città. Ecco, cose semplici come un sogno, come l’amicizia, come un viaggio, che però raccontate in musica da questo quintetto diventano appassionate, appassionanti e complete; come se nella musica, in quelle note così ideate e così eseguite, e in quel “tempo” suonato senza sbavature, tutto possa avere un lieto fine.

La verità è che Nick The Nightfly è uno showman a tutto tondo. E’ coinvolgente e quello che fa è pieno di ottimismo, di passione e questo trasmigra nell’ascoltatore che non può che lasciarsi travolgere.

E se gli assoli di basso, sax e piano trovano il giusto spazio, nelle esecuzioni dei brani, il momento della batteria arriva prima del finale. Ariano lo conosciamo bene, sappiamo di cosa è capace. Cassa e rullante si piegano alla sua energia,  in un crescendo di beet che diventano sempre più stretti, e che quando rallenta sembra portarti via con sé…a suo agio in quel sostegno ritmico che non conosce staticità.

Ma che secondo voi li lasciavamo andar via senza un bis? Certo che no!

kiss the bride“… “bacia la sposa” è il titolo del pezzo. Invita le coppie a baciarsi, nelle pause del cantato. E’ festa…una festa in una notte di fine estate, ricamata dai suoi “la-la-la” che alla fine diventano anche i nostri, perché molti refrain restano impigliati nelle orecchie ma anche nella gioia che questo concerto, lascia nell’aria.

Non è divo Nick  Nightfly, è Nick  Nightfly, l’unico, l’inimitabile.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Giovedì 6 settembre e venerdì 7 settembre alle ore 21, nella splendida cornice del giardino di Palazzo Venezia, per la rassegna “Il Giardino Ritrovato”, si terranno gli ultimi due appuntamenti di L’ARCHITETTURA RACCONTA, Conversazioni di Architettura a cura di Sonia Martone direttore del Museo di Palazzo Venezia e Pisana Posocco, docente di Progettazione presso il Dipartimento DIAP della Sapienza, e introdotte e condotte da Orazio Carpenzano, direttore del Dipartimento di Architettura e Progetto della Sapienza di Roma.

Il 6 settembre, l’intervento dal titolo UNA TORRE ROMANA con Franco Purini, si articolerà tra ideazione, disegno e costruzione dell’architettura. Il disegno come strumento creativo e non solo comunicativo. In particolare verrà raccontato il progetto della Torre Eurosky. L’edificio è la casa di abitazione più alta della città, una nuova presenza visiva nel profilo panoramico di Roma. Oltre all’illustrazione del manufatto si metteranno anche in evidenza alcune soluzioni tecniche avanzate, interpretate non solo come soluzioni funzionali sostenibili ma come nuovi caratteri architettonici.

Franco Purini è Professore Emerito di composizione Architettonica e Urbana presso l’Università La Sapienza di Roma, allievo di Maurizio Sacripanti e di Ludovico Quaroni. Dal 1966 ha studio a Roma con Laura Thermes.

Il 7 settembre l’intervento dal titolo PROGETTI, vedrà protagonista  Manuel Aires Mateus. “L’architettura è un’arte incompleta, non è come la pittura o la scultura; ha bisogno di un altro layer per completarsi: la vita”. Aires Mateus costruisce vuoti, disegna spazi, plasma masse così da indurre esperienze spaziali che elevino il visitatore dal banale, per portare ad una situazione di confronto con una realtà più alta.

Lo studio Aires Mateus, che ha sede a Lisbona, è stato fondato da Manuel assieme al fratello Francisco; il loro lavoro ha avuto molti riconoscimenti nazionali ed internazionali, hanno insegnato in più istituzioni, tra cui Graduate School of Design di Harvard, l’Accademia di architettura a Mendrisio e altre in Portogallo.

La rassegna L’ARCHITETTURA RACCONTA,  ha lo scopo di confrontare le voci di studiosi e architetti di chiara fama così da poter affrontare con loro il tema della comunicazione in architettura: come comunicare l’architettura, cosa ci racconta l’architettura, come inserire l’architettura nel dibattito sociale, per capire con alcuni protagonisti, particolarmente impegnati sul lavoro espressivo e poetico, quale lingua oggi parla l’architettura, come questa veicola i valori plastici e spaziali, a quale prezzo per l’ambiente, per la cultura, per il mercato.

Il ciclo di incontri “L’Architettura Racconta”, rientra tra gli appuntamenti di “Il Giardino Ritrovato” che si inserisce nella più ampia cornice di “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio“, un progetto organico di iniziative culturali. Nato nei musei e per i musei, unisce sotto un ombrello comune, iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo. Realizzato dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, il programma di ARTCITY coprirà l’intera estate 2018, spalancando i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura.

 “Il Giardino Ritrovato” ha segnato la rinascita di uno dei palazzi storici tra i più significativi della città. La scelta della rassegna di quest’anno, curata dal direttore del Museo di Palazzo Venezia Sonia Martone e da Anna Selvi, direttore dell’ufficio per il teatro e per la danza del Polo Museale del Lazio, con la collaborazione di Davide Latella, punta sulla dimensione internazionale e sulla commistione tra diversi registri espressivi.

 

 

 

Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, all’Auditorium Conciliazione di Roma, ad ottobre: un’occasione di riflessione spirituale  durante il Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani.

 “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel”, il primo spettacolo residente italiano, che ha per protagonista assoluta un’opera d’arte, si inserisce negli eventi religiosi del 14 ottobre – in occasione del Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani – con una replica dedicata alle ore 17.00, che accompagnerà il pubblico in un viaggio d’eccezione presso l’Auditorium Conciliazione.  Lo spettacolo, incentrato sulla bellezza dell’arte, offre infatti momenti di profonda riflessione e di spiritualità. Tramite il racconto delle opere Michelangiolesche, della Volta e del Giudizio Universale, ma anche degli affreschi laterali degli altri grandi artisti che contribuiscono a rendere la Cappella Sistina un luogo unico al mondo, l’allestimento offre allo spettatore, un viaggio nella storia più antica del mondo, la Bibbia.

 Il 14 ottobre, Papa Francesco, durante il Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani, proclamerà santi Paolo VI e monsignor Oscar Arnulfo Romero. Il Papa del Concilio Vaticano II Giovanni Battista Montini, morto a Castel Gandolfo il 6 agosto 1978 e beatificato da papa Francesco il 19 ottobre 2014, e il salvadoregno «martire dei poveri», l’arcivescovo Romero, ucciso sull’altare a San Salvador dagli «squadroni della morte» il 24 marzo 1980 e beatificato il 23 maggio 2015, saranno proclamati santi insieme in una cerimonia in Vaticano. Fissato per domenica 14 ottobre, sarà questo uno degli eventi al centro del Sinodo dei giovani, in programma in Vaticano dal 2 al 28 di ottobre.

Per i partecipanti al sinodo, il biglietto speciale è di 12 euro.

Il biglietto promozionale è disponibile anche per le repliche di venerdì 12 ottobre alle ore 17,30 e 21.00 e per lunedì 15 alle ore 11.30 e 20.00

A questo link si possono consultare tutte le repliche dello spettacolo disponibili:

http://www.giudiziouniversale.com/il-calendario/

Si può contattare l’ ufficio promozionale per prenotare i gruppi con questa speciale tariffa.

“Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel”, ideato da Marco Balich e realizzato da Artainment Worldwide Shows, ha debuttato a Roma il 15 marzo, suscitando ampio interesse nazionale e internazionale: realizzato con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani,  per la prima volta mette in scena la genesi degli affreschi della Cappella Sistina. Lo spettacolo dunque si inserisce perfettamente anche in un percorso di carattere spirituale.

Un viaggio straordinario che permetterà allo spettatore di immergersi completamente nelle meraviglie della Cappella Sistina, scoprirne la storia e i segreti e vivere un’esperienza unica grazie al capolavoro di Michelangelo e all’ innovativa modalità di fruizione. Il tema musicale principale dello spettacolo è di Sting, la voci di Michlenagelo è di Pierfrancesco, co-regia Lulù Helbek.

Lo spettacolo ha segnato la nascita di un nuovo genere definito “ARTAINMENT®”, ovvero mettere in connessione il fascino e la bellezza delle più grandi opere d’Arte con i codici emozionali e coinvolgenti dello spettacolo: da un lato l’azione fisica della performance teatrale incontra la magia immateriale degli effetti speciali, dall’altro la tecnologia più avanzata si mette al servizio di un racconto per parole e immagini mai visto prima. L’immersività di proiezioni a 270° porta lo spettatore al centro stesso dell’evento.

Un’esperienza estetica ed emotiva completamente nuova che ha conquistato il pubblico: lo spettacolo ha superato i 130.000 biglietti venduti e le 200 repliche. Un dato che conferma la caratura internazionale dello show, divenuto in poco tempo un riferimento per migliaia di spettatori,  nonché turisti che visitano Roma, sia italiani (il 38%) sia stranieri, con spettatori provenienti da Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Svizzera, Usa, Sud America e dall’Asia.

 Artainment Worldwide Shows, la società che produce lo spettacolo, ha stretto accordi pluriennali con tour operator nazionali e internazionali: è possibile infatti assistere allo show attraverso un sistema audio multilingue in inglese, cinese, francese, giapponese, portoghese, russo, spagnolo e tedesco.

Artainment Worldwide Shows (AWS) è stata fondata nel 2016 all’interno di WSCorp. Nel 2017, la società Overjoy, composta da professionisti italiani di primo piano, ha deciso di investire in AWS credendo nella mission di Artainment.

www.giudiziouniversale.com

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Instagram: @giudiziouniversale_show

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INFO:

Auditorium della Conciliazione – via della Conciliazione, 4t

Dato il grande successo, lo spettacolo sarà in scena per tutta la stagione teatrale 2018/ 2019.

Biglietti acquistabili con diverse modalità

Box Office: via della Conciliazione, 4t – Roma tel.+39.06.6832256
info@ giudiziouniversale.com

 

 

 

 

 

Continua la rassegna “Il Giardino Ritrovato”, che ospiterà domani 1 settembre, alle 21:00 nella splendida cornice del giardino di Palazzo Venezia, il concerto SIGNUM SAXOPHONE QUARTET – 4 Sassofoni per Roma, con: Blaž Kemperle sax soprano, Hayrapet Arakelyan sax alto, Alan Lužar sax tenore, Guerino Bellarosa sax baritono.

 

I quattro musicisti si incontrano a Colonia nel 2006 dove fondano l’ensemble. Dopo la vittoria di numerosi premi internazionali, il SIGNUM si esibisce regolarmente nei festival e nei teatri di tutta Europa. Nel 2013 fa il suo debutto a Carnegie Hall NY e riceve il Rising Stars Award 2014/2015 dalla European Concert Hall Organisation (ECHO), che li proietta sui più rinomati palcoscenici internazionali come Barbican Centre di Londra, Konzerthaus di Vienna, Concertgebouw di Amsterdam, Palais des Beaux – Arts di Bruxelles, Gulbenkian di Lisbona, Festspielhaus di Baden-Baden, Philharmonie di Lussemburgo, Elbphilharmonie di Amburgo, Konzerthaus di Dortmund, Philharmonie di Colonia. Nell’ottobre 2016 il SIGNUM vince il premio “Best Ensemble” al prestigioso Festival Mecklenburg Vorpommern.

Del quartetto la rivista Hamburger Abendblatt ha detto:

“Che siano la reincarnazione dei Beatles?
Quattro musicisti, quattro ragazzi dall’aspetto irriverente e quella stessa sicurezza dei quattro celebri inglesi, salgono sul palcoscenico, infiammando gli animi. Un incrocio tra mascolinità e sensibilità caratterizza la musica dei quattro. La loro perfezione stupenda è diventata un fatto assodato”.

“Il Giardino Ritrovato” si inserisce nella più ampia cornice di “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio“, un progetto organico di iniziative culturali. Nato nei musei e per i musei, unisce sotto un ombrello comune, iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo. Realizzato dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, il programma di ARTCITY coprirà l’intera estate 2018, spalancando i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura.

 “Il Giardino Ritrovato” ha segnato la rinascita di uno dei palazzi storici tra i più significativi della città. La scelta della rassegna di quest’anno, curata dal direttore del Museo di Palazzo Venezia Sonia Martone e da Anna Selvi, direttore dell’ufficio per il teatro e per la danza del Polo Museale del Lazio, con la collaborazione di Davide Latella, punta sulla dimensione internazionale e sulla commistione tra diversi registri espressivi.