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Succede tutti gli anni, ed il bello sta proprio lì. A chi piace e a chi no, poi c’è chi finge di non vederlo perché molti lo definiscono “démodé” o privo di materiale culturale e allora per uniformarsi alla massa, lo guarda di nascondo, senza esprimersi mai in merito (hai visto mai che venga scoperto mentre canticchia il suo pezzo preferito?!?)

E poi si ha sempre qualcosa da ridire sui presentatori (più o meno abili), sul direttore artistico (le cui scelte non si apprezzano mai fino in fondo) e sulle presenze femminili che, tra una gaffe e l’altra, e vestite di tutto punto, portano sempre a casa il compitino.

Quest’anno c’è chi “altro che compitino” ha portato a casa ed è colui che è stata la vera rivelazione di questo Sanremo 2018, e che ha saputo sfruttare quel palco per mostrare tutti – ma proprio tutti – i suoi talenti.

Pierfrancesco Favino che fino a ieri era visto esclusivamente, forse, come uno dei migliori attori che l’Italia possa vantare, oggi, soprattutto dopo la straordinaria ed emozionante performance di ieri sera, può dire di saper fare davvero tutto.

E se ieri sera Favino ha straziato emotivamente tutti, con quel toccante monologo sulla condizione degli immigrati, tratto dal dramma di Bernard-Marie Koltès, commuovendosi e commuovendo, dimostrando di essere un attore di grande caratura, la sera prima ha lasciato tutti a bocca aperta suonando al sax “In a sentimental Mood”, famosissimo standard jazz composto da Duke Ellington.  E prima ancora ballando, e cantando, tanto che ci si è chiesti dove e quando abbia imparato a fare tutto, così bene. Verrebbe da dire che non ci si dovrebbe meravigliare più di tanto considerato che l’attore vero, dovrebbe essere capace di interpretare un qualsiasi ruolo e dunque le abilità dovrebbero essere tante e tutte in modalità “on”, e nel caso di Favino questa regola sembra calzargli a pennello.

Durante questo festival, mi sono domandata se mettere alla conduzione e alla direzione artistica un cantante, fosse stata una scelta giusta e onesta, o se potesse entrare in scena anche una buona dose di conflitti di interesse.  Da addetta ai lavori mi verrebbe da dire che un musicista, è sicuramente più abile nel scovare un pezzo che funziona e nel costruire poi uno spettacolo che, malgrado tutti gli annessi e connessi, alla fine si basa sulla canzone italiana. Baglioni ha passato quasi tutto il suo tempo sul palco dell’Ariston cantando le sue canzoni in duetto con i vari ospiti che si sono avvicendati (c’era troppo Baglioni nel Festival), e questo si è inevitabilmente tradotto in frutto in fatto di diritti d’autore; e poi la sigla, che ha scritto lui e ancora, scava scava, si scopre che la maggior parte dei cantanti in gara è della scuderia Sony Music, la stessa di Claudio Baglioni. Un caso? Direi di no. Che poi a dirla tutta, i momenti che sono toccati a lui, nella conduzione, sono stati spesso salvati da coloro che di mestiere sanno come fare uno Show, e allora Fiorello nella prima serata, la Virgina Raffaele nella seconda e così via.

Gli ospiti quest’anno, condannati al duetto con Baglioni – che forse se avessero potuto scegliere liberamente avrebbero probabilmente declinato l’invito – hanno fatto meno scalpore degli anni precedenti, fatta eccezione per Sting, che ha cantato in italiano, e James Taylor che nella terza serata ha regalato un bel duetto con Giorgia. Il Volo, i Negramaro, la Nannini, Gino Paoli, Antonacci, Pelù … ognuno a proprio modo ha riempito “un tempo”. Gli omaggi ad alcuni artisti scomparsi sono stati un tentativo (non sempre riuscito) per ricordare la bravura di cantautori che hanno ricamato in maniera impeccabile le trame della musica italiana. De Andrè, Bindi, Endrigo, Battisti. Ieri sera molto bello è stato il duetto Baglioni-Mannoia sulle note di “mio fratello che guardi il mondo” di Fossati, subito dopo il monologo di Favino.

Forse quasi nessuno ha notato la bravura al pianoforte ieri sera di Goeffry Martin Wesley, proprio mentre cantava Baglioni, ma era troppo dispendioso raccontare colui che è uno dei migliori pianisti ed arrangiatori in circolazione. Wesley che ha diretto l’orchestra di questa edizione e che proprio ieri sera, durante l’esecuzione della sigla.

Come tutti gli anni la presenza femminile è quella che fa più discutere, a partire da abiti e acconciature, per finire a gaffe e scivoloni vari. La Michelle Hunziker presa in presto alle reti Mediaset, fa quel che può, considerato che lei, nata modella, nella sostanza non sa fare un granché, non spicca per bravura in nulla e quella scelta infelice di farla cantare (per darle una collocazione diversa dalla valletta) non le ha giovato. Che poi capita a tutti la defaillance ma sbagliare clamorosamente il nome di un cantante come Jobim, la dice lunga su quanto lontana lei sia dal mondo musicale che l’ha inghiottita per 5 giorni, in modalità “full time”. Perché alcune cose si imparano con il tempo, si metabolizzano attraverso le passioni, però a dirla tutta, nessuno pretendeva che lei conoscesse Daniel Jobim e Ana Carolina, ma il copione in mano glielo avevano messo diversi giorni prima, le prove si erano abbondantemente consumate e dunque qualcuno avrebbe dovuto erudirla almeno sulla pronuncia. Le perdoniamo quell’eccesso di “dolcezza” nei confronti del marito seduto in platea nella prima serata, i cui abiti lei ha indossato qualche sera dopo, senza sortire grande successo. In quanto a perdono, perdoniamo anche Baglioni per non aver saputo cosa sia un melismo, nominato dalla Nannini, mentre disquisiva su abbellimenti sonori.

Ma alla fine della fiera, cosa resta di Sanremo?

Restano le canzoni, al netto di tarantelle, di denunce per plagio, di squalifiche e ripescaggi. Perché a giochi fatti, probabilmente la squalifica del pezzo “Non mi avete fatto niente” del duo Meta-Moro, accusati di aver utilizzato un pezzo già sentito, ha giocato a loro favore, ha tenuta alta l’attenzione su di loro, più che sul pezzo e alla fine alcuni meccanismi, innescano delle reazioni a catena che finiscono proprio lì, sul primo posto del podio. Fatto sta che alla quinta serata, anche quello che di solito non gradisci, si insinua nella testa, diventa orecchiabile e ti sembra di conoscerlo da sempre e si fa quasi fatica a dire cosa non piace.

Ma più che ciò che non piace, “mi piace” dire ciò che “mi piace” o meglio ciò che mi è piaciuto circa le canzoni in gara. Intanto mi sono piaciuti alcuni duetti – quelli consumatisi nella quarta serata – durante i quali l’arrivo di altre voci oltre a quelle in gara, ha concesso l’opportunità di immaginare altri abiti per le canzoni, altri arrangiamenti, altre sfumature. Il ritorno vocale di Servillo negli Avion Travel mi è sembrato un accordo perfetto, il jazz di Rita Marcotulli e Roberto Gatto hanno impreziosito il pezzo già bello di Gazzè, e poi Ron – la cui canzone ha vinto a pieno titolo il premio Mia Martini – con Alice; in quel duetto, la classe e la bravura hanno dato il giusto grembo alla canzone scritta da Lucio Dalla che, ne sono certa, sarà contemplata come una delle più belle dell’ultimo decennio.

Tutti gli anni diciamo che “non ci sono più le canzoni di una volta” oppure che “non ci sono più bei testi“, o che “gli interpreti sono orfani di buoni testi“. Beh quest’anno mi è sembrato che di buoni testi ce ne fosse più di qualcuno, forse perché a scriverli c’erano bravi autori dietro, già noti e famosi per il loro lavoro nel mondo della musica a prescindere da Sanremo, ed anche perché l’aspetto sociale è caduto in maniera NON involontaria in alcuni testi sottolineando come alcune tematiche non sono più ignorabili. Che il premio come “miglior testo” sia andato a “Stiamo tutti bene” di Mirkoeilcane che ha gareggiato nelle nuove proposte, non è un caso. La storia di un bambino che parte per un viaggio drammatico, la vita di chi lascia tutto senza sapere cosa sarà, il tema dei migranti è stato toccato con la giusta delicatezza ed anche musicalmente è stata rispettata la metrica. I ragazzi bolognesi de Lo Stato Sociale, arrivati secondi con “Una vita in vacanza“, vince il premio della Sala Stampa e a parte il ritornello orecchiabile e la dinamica artistica che mima un po’ lo show che lo scorso anno fu di Gabbani, il pezzo punta l’occhio sugli standard del lavoro, su quel voler identificare per forza qualcuno in base al lavoro che svolge, oltre che quel desiderio che appartiene ai giovani di poter lavorare facendo quello che piace e non solo per necessità.

Ho puntato più l’attenzione sull’assegnazione dei premi speciali, come quello per la migliore interpretazione andata ad Ornella Vanoni o al miglior arrangiamento stabilito dai maestri dell’orchestra che quest’anno è andato a Max Gazzè. Questi premi analizzano un po’ più a fondo i brani, li scandagliano dal punto di vista musicale, ne scorgono le novità armoniche, ne scrutano i dettagli interpretativi perché alla fine un pezzo bello ha bisogno anche di un bell’abito, che si traduce anche in un’ottima direzione d’orchestra, considerati che si è a Sanremo.

Calato il sipario, adesso si raccolgono i dati dello share, tutte le critiche che piovono insieme ai plausi e si riazzera tutto fino alla prossima edizione. A me resta la voglia di riascoltare alcuni brani, di riassaporare alcune sonorità e di far mie alcune parole. E poi resto con quel ricordo di quando nel 1998 sono entrata per la prima volta al teatro Ariston e dopo aver esclamato “ma così piccolo è?” ho respirato la magia che quel posto custodisce e che si rinnova ogni anno, quando oltre qualsiasi pronostico, produce sempre lo stesso successo perché “Sanremo è Sanremo…papàpà”

 

Simona Stammelluti

 

 

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Tra diatribe su un eventuale plagio, squalifiche e ripescaggio, Ermal Meta e Fabrizio Moro salgono sul podio e VINCONO la 68esima edizione del Festival di Sanremo con la loro “non mi avete fatto niente”.

Premio della critica Mia Martini a Ron con “Almeno pensami” di Lucio Dalla.

Premio Sala Stampa a Lo Stato Sociale con “Una vita in vacanza”.

Premio Sergio Endrigo per la migliore interpretazione Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico con il pezzo “Imparare ad amarsi”.

Premio Sergio Bardotti per il miglior testo assegnato dalla giuria degli esperti a Mirkoeilcane con il pezzo “Stiamo tutti bene”.

Premio Giancarlo Bigazzi assegnato dai maestri dell’orchestra a Max Gazzè con il pezzo “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”.

Premio Tim Music per il pezzo più ascoltato sulla app Tim a Ermal Meta e Fabrizio Moro con il pezzo “Non mi avete fatto niente”

Gli ultimi saranno i primi“, recita un famoso passo. E’ stato il caso del giovane 22enne che ieri sera ha vinto il Festival di Sanremo nella sezione “Nuove Proposte”. Ultimo, il 22enne romano vince con il brano “Il ballo delle incertezze” e la spunta su Mirkoeilcane, che però vince il premio della critica “Mia Martini” e su Mudimbi con la sua “Il mago” arrivato terzo, ma dato per favorito nelle ultime ore. La canzone vincitrice ha tutte le caratteristiche per essere quel pezzo che spopolerà in radio, che in tanti canticchieranno anche se il giovane cantante, non ha ancora una maturità vocale che dovrà invece allenare, se deciderà di continuare a fare questo mestiere per nulla facile.

La quarta serata del Festival ha visto poi duettare tutti i 20 Big, che hanno riproposto i loro brani insieme a personaggi del mondo musicale e non solo,  vestendo a nuovo alcune atmosfere.

Una lunga serata, durante la quale i brani in gara sono passati al vaglio della giuria di qualità, che ieri sera ha decretato una classifica provvisoria che vede nella parte alta la Vanoni, Diodato, Caccamo, Ron, Barbarossa e Gazzè.

I momenti più toccanti della serata hanno visto protagonisti Ron con Alice, sul brano scritto da Lucio Dalla, Avitabile e Servillo che hanno suonato con gli Avion Travel, Gazzè con due grandi jazzisti – Rita Marcotulli al piano e Roberto Gatto alla batteria – che hanno impreziosito il pezzo in gara, Barbarossa con Anna Foglietta che ha dimostrato ottima presenza scenica e phatos, e Lo Stato Sociale, che ha ospitato Paolo Rossi e il coro dell’Antoniano.  Anche l’intro al piano di Cammariere che ha accompagnato Nina Zilli è stato un ottimo ricamo.

Nella serata di ieri, ospiti Gianna Nannini, che dopo aver presentato il suo ultimo pezzo “Fenomenale” ha duettato – così come ormai fan tutti – con Baglioni che non perde occasione per cantare. Il pezzo è stato “Amore bello” durante il quale però, a causa di continui cambi di tonalità per adattare le strofe alle due diverse voci, ci sono state delle pecche in fatto di intonazione. La Nannini coglie anche impreparato Baglioni circa il significato di “melismo“. Ma a detenere lo scettro delle gaffe è la Hunziker che sbaglia i nomi dei cantanti stranieri ospiti nei duetti con i Big. Ma tanto alla fine lei ride, e non se ne interessa più di tanto.

Ospite della serata anche Piero Pelù che con Baglioni fa un omaggio a Battisti, raccontando poi come “Il tempo di morire” fu un modo di sfogare la rabbia di un tradimento, considerato che – differentemente da oggi, quando ci si arma e si uccide – il cantautore usò una penna e una chitarra per raccontare uno stato d’animo.

Favino non sa più come tenere a bada i suoi mille talenti, e dopo aver omaggiato la sua compagna con un mazzo di fiori ed un panino, scendendo in platea e baciandola tra i capelli, si cimenta anche in un momento jazz, suonando al sax “In a sentimental Mood”  tra i maestri dell’orchestra.

Segnalo come momento di grande lustro ed emozione durante la quarta serata del Festival, il premio alla carriera “Città di Sanremo” consegnato alla grande Milva, ritirato da sua figlia Martina Corgnati che ha regalato al pubblico in maniera toccante le parole di sua madre, che non solo ringraziava tutti coloro che avevano accolto la sua arte in tutto il mondo, ma incoraggiava i ragazzi a riconoscere i propri talenti e a coltivarli attraverso lo studio.

Ci prepariamo adesso all’ultima serata della 68esima edizione del Festival di Sanremo. Ai primi tre posti ci saranno, secondo i miei pronostici la Vanoni, Lo Stato Sociale e il duo Meta-Moro, ma il mio gusto personale mi porta a voler sperare che quel premio quest’anno vada a Ron, con la canzone di Lucio Dalla, ma anche con la sua capacità di interpretare, di essere lucido ma non troppo, di essere intonatissimo e appagante sotto il punto di vista delle emozioni, che poi alla fine, sono il grande regalo che la musica sa fare.

 

Simona Stammelluti

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Questa 68esima edizione del Festival di Sanremo è stata un’ottima possibilità per Pierfrancesco Favino per mostrare – anche a chi lo conoscesse abbastanza bene come attore – tutte le sue capacità artistiche. E se la presenza scenica con la quale calca il palcoscenico è senza dubbio una dote innata, sorprende vederlo, sera dopo sera, ballare ed intrattenere in maniera a volte esilarante, ma sempre con stile e con un picco alto di talento. Non è comune vedere un attore parlare così fluentemente la lingua inglese tanto da potersi permettere una sorta di parodia a Steve Jobs che spiega come sia riuscito a mettere a punto un replicante di  Claudio Baglioni.

La terza serata – che a parte qualche momento – non sembra particolarmente accattivante, si rianima con l’arrivo di Virginia Raffaele, che con la padronanza di chi sa fare “tutto e bene”, riesce a prendere elegantemente in giro il direttore artistico e poi con lo stesso canta. Ma lei sì che può farlo, perché ne é capace e così “canto anche se sono stonata”, diventa uno dei momenti migliori della serata.

Baglioni continua a proporre le sue canzone in tutte le salse e in ogni contesto; Persevera anche la Hunziker, che per la terza sera di seguito si cimenta nella pratica canora fallendo miseramente.
Non convince neanche il look retrò con quella pettinatura anni ‘30 e quei vestiti con godet.

Non falliscono invece in quel che a loro riesce benissimo, James Taylor e Giorgia in duetto, super ospiti della terza serata, che con la famosa “You’ve got a friend” mettono in pausa tutto il resto e tengono il palco di una bolla, sospesa in un’atmosfera sofisticata.

Anche i Negramaro ospiti della terza serata, che dopo aver profuso sul palco dell’Ariston tutta la verve possibile, alla fine – perché quella è la sorte che tocca a tutti ormai – cantano con Baglioni una delle sue canzoni, “Poster”. Che poi questi pezzi per forza di cose vengono riarrangiati e non sempre conservano le peculiarità armoniche e ritmiche che le resero celebri.

È tardi ormai quando sul palco sale Danilo Rea, un veterano del jazz che oggi piegatosi al commerciale, sveste quei panni e segue da anni Gino Paoli che ha fatto anche lui la storia della musica italiana, ma che ormai non ce la fa più e forse dovrebbe tenere seriamente in considerazione la possibilità di lasciare le scene; e così resta solo la tenerezza dell’omaggio a Faber e a Bindi.

Ma Sanremo è soprattutto una gara. In gara per la sezione “nuove proposte” Mudimbi (Il mago), Eva (Cosa ti salverà), Ultimo (Il ballo delle incertezze), Leonardo Monteiro (Bianca). Buoni i pezzi di Mudimbi e di Ultimo, anche se “quest’ultimo” ha poco controllo della sua voce.

Per i secondi 10 Big in gara, restano nella zona “alta” della classifica Max Gazzè, il duo Meta-Moro (aiutati sicuramente dalle polemiche degli ultimi giorni circa la vicenda del plagio) e Lo Stato Sociale.
A me ha colpito invece il duo partenopeo Avitabile-Servillo; hanno un sound spettacolare, ed arte interpretativa degna di nota.

Si attende la serata di oggi, durante la quale i 20 big duetteranno con altri artisti e tra questi “altri” ci sono fior fiore di talenti. Sarà – a mio avviso – la migliore delle serate fin ora consumatesi.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Seconda serata con qualche dettaglio degno di nota, ma anche tante “note stonate”. Si ostinano a far cantare la Hunziker che proprio non ce la fa, mentre Baglioni si autocelebra, mettendo i suoi pezzi – che per l’amor del cielo sono un pezzo importante della musica italiana – in ogni blocco di trasmissione.

Serata di ingresso per 4 nuove proposte, ma non sono certo i tempi della Pausini, di Zucchero, di Vasco o di Giorgia e tutto scorre via in poco più di mezz’ora, tra il “congiuntivo” di Lorenzo Baglioni (beato lui che ci scherza su), il “come stai” di Giulia Casieri, lo “stiamo tutti bene” di Mirkoeilcane e “gli specchi rotti” di Alice Caioli.

Tornano in gara sullo storico palco dell’Ariston 10 big, e dal secondo ascolto incominciano a delinearsi quelle che con molta probabilità saranno i pezzi che si guadagneranno il podio. Ancora degno di nota il pezzo scritto da Lucio Dalla “Almeno pensami” cantata magistralmente da Ron, che come sempre intonatissimo e appassionato, sembra possedere le dinamiche giuste per far rivivere Dalla in quel pezzo. Penso che andrà a lui il premio della sala stampa.

Anche la Vanoni, sul palco insieme a Bungaro e Pacifico e la loro “Imparare ad amarsi” rappresenta un ottimo momento di musica e di interpretazione. Decibel con “Lettera dal duca” (omaggio a David Bowie), anche il pole position, e tra le meno veterane Annalisa con la sua ballad “Il mondo prima di te” resta la più credibile, almeno in fatto di intonazione.

E poi ancora in gara ieri sera, Diodato con Roy Paci, Red Canzian, Renzo Rubino, le Vibrazioni e la Zilli che cerca in qualche modo di uscire dal suo cliché.

La serata si dipana tra cantanti in gara ed ospiti. Piacciono i tre ragazzi de “Il volo” ai quali il pubblico dell’Ariston riserva una standing ovation e con i quali Baglioni fa un omaggio a Sergio Endrigo in inizio di puntata, ma la star, la stella indiscussa della seconda serata resta Sting, che riesce a mettere in ombra tutto il resto. Canta – in italiano per omaggiare il Festival – “mad about you“, riadattata da Zucchero e che diventa “muoio per te“. Quella che a mio avviso è la peggior regia degli ultimi 15 anni di Festival di Sanremo, si riscatta proprio mentre canta la star inglese. Personalità da vendere, capacità espressiva, intonazione e fascino tutto insieme che si consuma sul palco dell’Ariston di Sanremo e poi quella performance insieme a Shaggy, alla fine della quale Sting scappa quasi via. Tra le due esibizioni qualche battuta con Favino, che ieri sera si è lanciato anche nel ballo.

Non c’è Fiorello, ma arriva Pippo Baudo, che racconta per sommi capi la sua esperienza sanremese; 13 edizioni, tanti talenti scoperti, tanti ospiti stranieri invitati ed incontrati, da Armstrong a Whitney Huston, a Springsteen. A Baglioni invece come ospite tocca Biagio Antonacci, che non dispiace se non fosse che si affossa da solo, provando a cantare con Baglioni – che continua ad autocelebrarsi – “mille giorni di te e di me”.

Sul finale – siamo quasi in ore piccole – un gradevole Roberto Vecchioni che racconta come nacque la canzone Samarcanda e cosa narra e con lui sul palco, un bravissimo (come sempre) Lucio Fabbri al violino.

Insomma…alla fine è sempre così; le trasmissioni collaudate nel tempo, finiscono per diventare un grande calderone, dal quale ognuno tira fuori quel sente più affine, il testo più sentito e quella musica che – come spesso accade – si insinua e finisce per ricordarti qualcosa che viene da lontano, come una nostalgia.

 

Simona Stammelluti

 

 

Puntuale come ogni festività che si rispetti, è arrivato Sanremo e come tutti gli anni ha portato con se le polemiche che alla fine, sono solo della prima serata; poi tutto sembra viaggiare su binari che si riscaldano e portano in circolo la musica che – piaccia o no – accompagna per un bel po’ di tempo, riempie le radio, e quando è possibile diventa il tormentone dell’estate.
È inutile dire che non è più il Festival di Luigi Tenco, di Claudio Villa, di Bindi e di Lauzi, come non é più quel Sanremo che aveva il ritmo e la leggiadria di chi quel palco sapeva come calcarlo, di chi di mestiere faceva il presentatore e che ha per molto tempo sostenuto il binomio “Sanremo-Pippo Baudo”.
Perché lui, con a fianco mannequin o soubrette, ha sempre saputo come portare avanti per sere e sere uno degli spettacoli più antichi della televisione italiana ed anche tra i più conosciuti fuori dai confini. Canzoni, ospiti stranieri, qualche gag e poi la musica protagonista.
Che però piaccia o meno, ieri sera la prima puntata del festival ha tenuto incollati oltre 11 milioni di telespettatori, che nell’era del digitale ha poi utilizzato i social network per dire la propria con il famoso hashtag.

Nel tempo le cose sono cambiate e alla conduzione oggi c’è un Claudio Baglioni rimesso a nuovo per l’occasione, impacciato e “fuori tempo”, che sembrava più in crisi per il papillon che non stava al suo posto, che per l’impaccio che ha mostrato. La Hunziker, che qualcuno pensa adatta a tutto, è sembrata forzata nelle battute, oltre che stonata ed improponibile come cantante. La triade alla conduzione si chiude con Pierfrancesco Favino, che impeccabile nel suo smoking e da bravo attore che piace a tutti, ha provato a fare del suo meglio, ma forse ci vuole ancora un po’ per padroneggiare sul famoso palco dell’Ariston che per quanto facile, resta una istituzione con tutto quello che si consuma su di esso.

La gaffe della Hunziker che sottolinea come “i pezzi a Sanremo siano tutti inediti”, non passa inosservato tanto quando i suoi begli abiti.
Per riempire un tempo morto le scappa anche un “ti amo, amore” diretto al marito in platea (ma a noi poco importa).

Sul palco, imprevista anche l’irruzione di un disturbatore ma a quello, gli spettatori di Sanremo sono abituati, considerato che ai tempi di Baudo, anche quel momento faceva audience.

Mattatore della serata Fiorello, show man a tutto tondo, versatile e simpatico come sempre, ironico al punto giusto, oltre che capace di ridare un ritmo alla trasmissione che alla fine è fatta di tante cose oltre alla musica, come ogni show che si rispetti.
La musica a Sanremo ha un grande privilegio, quello di essere suonata dai grandi maestri dell’Orchestra, che probabilmente non riceveranno in compenso cifre astronomiche come quelle di presentatori ed ospiti vari, ma sono l’emblema di come l’arte sia un dato oggettivo e al contempo appagante.
Ottima orchestra – sempre protagonista – ed anche ottimi direttori, come Antonio Fresa che quest’anno ha diretto l’orchestra sul pezzo cantato dalla Vanoni insieme a Bungaro e Pacifico, entrambi autori del pezzo “imparare ad amarsi”.
Molti cantautori sul palco di Sanremo quest’anno; Gazzè (discreto), Ron con “almeno pensami”, un pezzo delicato e appagante scritto da Lucio Dalla, e poi ancora Barbarossa, Avitabile con Servillo.
Mi è sembrato già tutto sentito nel pezzo di Elio e le Storie Tese, non mi sembra riuscito il duetto Meta-Moro e boccio Noemi e la Zilli che a parte il look improponibile, abbandona il suo stile, il suo sound e si dà alla canzone melodica che le toglie ogni caratteristica costruita nel tempo.
Le canzoni – tranne qualche raro caso – come sempre meritano un ascolto più approfondito, ed abbiamo ancora diverse serate per allenare l’orecchio e farci un’idea sui probabili vincitori.
Non mi sembra particolarmente azzeccata la giuria di qualità che influenzerà il verdetto finale, ma ormai ci hanno abituati ad accontentarci, e allora lasceremo che Scanzi, Allevi e Muccino dicano la loro.
Mi stringo nelle spalle e penso che forse a questo giro farà meglio il televoto.

Simona Stammelluti

Non è un film realizzato solo per celebrare la regia di chi i film li sa fare, e pure bene e neanche per mostrare l’immensa bravura di due attori come Maryl Streep e Tom Hanks che di riconoscimenti prestigiosi ne hanno vinti a vagonate. E’un film girato con la voglia e la fierezza di raccontare il ruolo del giornalismo nella storia, oltre a mostrare come si affrontano i poteri forti, come si resiste alla tentazione di “non rischiare”.

La stampa è al servizio di chi è governato, non di chi governa“. E’questa la frase cardine di un film forte, che pianta le sue fondamenta nella difficoltà delle scelte, e punta l’attenzione su quanto quelle scelte pesino sul lavoro, in termini di credibilità e di correttezza.
È tutto questo mentre amicizie strette, sodalizi, interessi più o meno spiccati, vengono utilizzati come sottili ricatti affinché alcune verità non vengano rivelate. Poteri forti da difendere, così come sono da difendere gli investitori e poi il popolo americano, il lettore, l’unico al quale la stampa dovrebbe sempre dare conto.
Seppur i fatti raccontati siano noti a tutti, il film di Spielberg, con il suo ritmo incessante e i dettagli storici, tiene lo spettatore in uno stato di eccitazione e di attesa.

Il film narra di una donna, titolare del Washington Post, che tira fuori tutto il coraggio e la convinzione che ha per ignorare la minaccia del governo americano guidato da Nixon – siamo nel 1971 – decidendo di pubblicare un articolo frutto di un’inchiesta stracolma di dettagli circa la guerra in Vientam, dettagli che spiegavano come mentre si continuavano a mandare a morire migliaia di soldati pur sapendo che non si sarebbe mai potuto vincere, i presidenti degli Stati Uniti si continuavano a passare il testimone di quelle scelte scellerate, solo per non ammettere la verità davanti al mondo intero.
Il film narra di come si fa il giornalismo d’azione, di come si consumano fumo ed ore in una redazione ai tempi nei quali le informazioni dovevi sapere dove trovarle e come. Il salto nel passato Steven Spielberg lo sa fare, portandoti dentro a quel luogo fatto di gente che lavora alacremente, mentre prepara le macchine per stampare a ciclostile, e poi ancora i camion che partono all’alba e buttano i giornali per strada mentre sono ancora in corsa. Racconta di un reporter che raccoglie la verità sul posto e che decide di trafugare i documenti Top Secret per poi passarli al New York Time che però dopo aver pubblicato, viene fermato dalla Casa Bianca. Sarà allora il Washington Post a dover continuare la battaglia affinché il popolo americano sappia.

Il sodalizio e il coraggio di colei che detiene la proprietà del giornale, ma che per una vita intera ha dovuto piegarsi al fatto di essere una donna, di essere spesso invisibile rispetto ad alcuni meccanismi, che sceglie però di mettere a repentaglio anche la sua amicizia con il Primo Ministro – colui che quelle indagini le aveva richieste – pur di dare un senso al suo ruolo e al ruolo della stampa. Il suo gesto ispira le altre testate che sull’esempio del Washington Post decidono anch’esse di pubblicare parti di quel fascicolo fino ad allora secretato, innescando a catena la forza della stampa libera, quella che non si lascia intimidire, che va fino in fondo, con tutti i rischi del caso.
E’ un film che tutti i giornalisti dovrebbero vedere perché descrive il coraggio di chi deve decidere, della passione che si deve necessariamente mettere in questo lavoro, di come si lavora in squadra, di come si reagisce davanti a delle scelte da prendere con lucidità e mettendo da parte ogni interesse, di come si tiene testa a chi è più forte e a chi quella forza sa sempre come usarla.
Molto bello il ruolo di Tom Hanks, che interpreta il direttore Ben Bradlee, che vive la sua vita in attesa che arrivi il momento propizio affinché il giornale possa diventare un quotidiano di grido; entusiasmante quel modo di convincere, di motivare, di non mollare. Appassionato il rapporto con Katharine Graham (Maryl Streep) editore, donna di grande fascino, che si trova a dover gestire il quotidiano alla morte di suo marito, morto suicida, che aveva ricevuto l’incarico di dirigere il giornale dal padre di Katharine. Degna di nota anche l’interpretazione di Bob Odenkirk, che nella pellicola fa Ben Bagdikian che insegue il suo vecchio amico Dan fino in una sperduta camera di un Motel per prendere in consegna i fascicoli incriminati e che, quella sua voglia di poter essere parte di una piccola rivoluzione la vive quando, all’indomani dell’uscita dell’articolo sul W.P. scopre che tutti gli altri giornali hanno seguito quell’esempio.

Un film dinamico, con molti primi piani, con la cinepresa che segue i personaggi nei loro passi, non sfrutta il campo controcampo nei dialoghi, ma si mette come terzo interlocutore, a fianco e poi gira intorno per scorgere ogni dettaglio di quello scambio di parole, di sguardi e di emozioni. E sono quelle che pulsano nel film e che dalla pellicola vengono fuori travolgenti. Emozioni come amore per un lavoro, passione per quel che si deve fare e coraggio, quello che spesso cambia per sempre il corso della storia.
Vincente la trovata di Spielberg che decide di utilizzare sul finale la vera voce di Nixon mentre si ribellava e sputava odio verso la stampa che raccontava i suoi misfatti.

Un film fin troppo attuale, che ricorda qualcuno che ancora oggi si comporta nella medesima maniera, ma resta da chiedersi se il coraggio della stampa di allora, sarebbe replicabile oggi.

Il film c’ha provato a porre questo interrogativo, chissà se gli avvenimenti e le scelte che verranno, sapranno regalare questa risposta, senza deludere.

 

Simona Stammelluti

 

Continua la raccolta delle testimonianze nell’ambito della strage avvenuta a San Lorenzo del Vallo il 30 ottobre del 2016

In aula oggi per il processo che vede imputato Luigi Galizia come esecutore materiale del duplice omicidio di Edda Costabile ed Ida Maria Attanasio, i tre uomini della squadra mobile – il commissario Falcone, il sovrintendente capo Palermo, l’ispettore Funaro – e il dottor Barbaro, il perito incaricato di effettuare l’esame autoptico sulle vittime nonché numerose perizie su luoghi, auto, indumenti.

I tre uomini della mobile, intervennero quando fu individuata grazie al sistema Gps l’auto del Galizia, oltre ad occuparsi della consegna della stessa ai familiari di Luigi Galizia – padre Domenico Galizia, Salvatore Galizia il fratello e l’omonimo zio – hanno spiegato come si fossero mossi nel momento del ritrovamento dell’auto, di come la stessa mostrasse chiavi inserite nel quadro e finestrino lato giuda completamente abbassato e poi di come siano riusciti furtivamente a fotografare gli indumenti presenti sul sedile posteriore dell’auto.

Le domande del Pm e della difesa miravano a capire come mai nelle foto realizzate dai poliziotti, l’immagine delle scarpe nuove che il padre di Luigi aveva rivelato appartenere a suo figlio, fossero state ritratte in diverse posizioni.

Si è ritenuto dunque necessario chiarire se le stesse – come anche il giubbino e il cappellino con visiera – anch’essi presenti all’interno dell’auto – fossero stati spostati e da chi.

Concordi i poliziotti nel dichiarare che gli indumenti erano stati maneggiati e spostati dal Domenico Galizia, padre di Luigi, mentre spiegava che quelle scarpe erano state acquistate da poco e mani messe.

Le domande del Pm hanno portato i teste a rispondere circa il periodo in cui gli stessi avessero sparato al poligono in sede di esercitazione.

Tutti hanno risposto che tali esercitazioni non si svolgono tanto spesso, circa una volta ogni 3 mesi e che sicuramente nessuno di loro aveva sparato a ridosso di quel 31 ottobre del 2016, data in cui i poliziotti sono intervenuti in quella piazza di Spezzano Albanese dove era stata intercettata l’auto del Galizia.

Si capisce poco dopo il perché di quella domanda, considerato che è durante la testimonianza del dott Barbaro, medico legale e perito della procura, che vien fuori che in una delle perizie svolte, ossia quelle all’interno dell’Alfa 156 di proprietà di Luigi Galizia, erano state rinvenute delle particelle di materiale che compongono la polvere da sparo. Il perito parlava proprio di antimonio, stagno, bario e piombo. Anche dalla perizia svolta presso la Questura di Cosenza, mirata ad analizzare del materiale balistico, il perito Barbaro ha potuto verificare che le cartucce sottoposte ad esame, erano identiche a quelle esplose dall’arma con la quale era stato commesso il duplice omicidio, ossia una Beretta calibro 9 corto.

Il materiale balistico era tra quello sequestrato nei locali di Rende in merito all’inchiesta della Dda.

Ma lo stesso perito ha tenuto a specificare che quel genere di proiettile è molto comune, e attualmente utilizzato anche dalla Guardia di Finanza.

Le perizie mirate a rintracciare tracce di polvere da sparo svolte sulle altre due autovetture di proprietà del padre di Luigi Galizia e di suo fratello Salvatore, ossia una Grande Punto e una Citroen, avevano dato esito negativo.

Il perito Barbaro ha poi illustratori in maniera approfondita le dinamiche della perizia svolta sul luogo del duplice omicidio (il cimitero di San Lorenzo del Vallo) oltre che in sede di esame autoptico, e poi, rispondendo al Pm Giuliana Rana, ha delucidato circa i 10 bossoli rinvenuti, di cui 2 inesplosi, 4 diretti all’Attanasio e i restanti verso la Costabile.

Molti dei dettagli del Dott. Barbaro erano già stati resocontati in aula dirante la prima udienza, dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Cosenza, che avevano effettuato i rilievi nell’immediatezza del crimine.

L’imputato, Luigi Galizia, anche quest’oggi in aula.

 

Simona Stammelluti

 

Le aspettative erano molto alte; perché quando si parla, si scrive, si sceneggia circa la vita di colui che da sempre è considerato il più grande cantautore italiano –  quello più amato ma anche a tratti discusso per alcune sue sfaccettature caratteriali, di personalità e di scelte di vita che hanno influenzato non poco il suo modo di fare musica –  viene da domandarsi se ci si stupirà circa qualche dettaglio, o se la conoscenza che in molti ci si è costruiti nel tempo circa Fabrizio De Andrè, reggerà rispetto a quello che spesso i film cercano di raccontare.

E’ una discreta fiction, ed in realtà è quella la destinazione che avrà  in Tv sulla Rai divisa in due puntate, i prossimi 14 e 15 febbraio. Due giorni nei cinema di tutta Italia, con i suoi pesanti ma non troppo 200 minuti, “Fabrizio De Andrè – il principe libero” di Luca Fiacchini, resta un ottimo motivo per recuperare emozioni che vengono da lontano, rispolverare le motivazioni per le quali si è amato e si continua ad amare il grande cantautore e godere di alcuni momenti di commozione. Perché c’è da dare atto al regista, di essere riuscito a spingere per bene, su alcuni aspetti prettamente emotivi della vita del cantautore inquieto, che tanto aveva da dire per quanto aveva vissuto, al netto di ciò che riuscì tardi a far emergere dalle sue volontà, dai suoi tormenti, dai suoi bisogni.

Le attrici femminili sono Elena Radonicich e Valentina Bellè che interpretano i grandi amori del cantautore genovese, rispettivamente la moglie, Enrica Rignon, detta Puny, e Dori Ghezzi, la donna che con lui ha condivise anche i 4 mesi di prigionia durante il sequestro del ’79, in Sardegna.

Mi è sembrato che il film – a sfondo biografico, che mirava a raccontare abbastanza fedelmente la vita e le vicissitudini di Fabrizio De Andrè –  non volesse scontentare nessuno, né Chiesa, né ambienti politici, né chi lo ha amato solo per alcune delle sue tante, ma proprio tante caratteristiche distintive non solo di un pensiero, ma anche di quell’epoca che il cantautore genovese vivendo, ha attraversato. E’ un prodotto che va bene per tutti, per chi è appassionato, per chi lo conosce per i grandi successi ma che magari non si è mai adentrato più di tanto nella sua vita, per chi gli riconosce una bravura ed una sorta di vena profetica ma non si è mai confrontato con quella potente carica comunicativa che Faber ha avuto fino all’ultimo giorno di vita.

Ho pensato a quanti video di repertorio e a quanto materiale abbia dovuto analizzare e studiare Luca Marinelli ( che per qualche tratto somatico un po’ ricorda De Andrè) prima di cimentarsi in quel ruolo così difficile, riuscendo in diversi passaggi del film ad incarnare non solo le movenze e le espressioni del cantautore, ma anche alcune paure, le angosce, i tormenti, le prese di posizione, il coraggio. Fabrizio De Andrè divenne Faber quando il suo amico fraterno, Paolo Villaggio gli diede quel soprannome ispirandosi alle mille sfumature dei colori da disegno. La figura di Villaggio è molto sentita nel film, così come il legale tra i due amici che fu un filo conduttore e un punto di riferimento per quel giovane uomo che mentre approcciava all’età adulta e alle scelte, aveva bisogno costantemente di chi gli ricordasse chi fosse, che lo strappasse alle angosce che derivavano da quel mix di timidezza e frustrazione, di voglia e ritrosia che spesso lo tormentavano; ed era proprio Paolo a riuscire a ripristinare il giusto equilibrio lì dove spesso fallivano gli stessi familiari di De Andrè.

Segnati a fuoco nel film, che scandiscono proprio il ritmo, i tre argomenti fondamentali dell’esistenza di De Andrè: Il rapporto con suo padre, che riesce ad evolversi nel corso del tempo fino a diventare un legame di grande tenerezza, l’amore straordinario, unico e totalizzante per Dori Ghezzi e quella voglia di non lasciarsi ingabbiare dagli schemi, dagli obblighi e dalle credenze.

Quel violino proprio non lo voleva suonare perché gli faceva male al mento e così suo padre gli regala una chitarra. “L’investimento migliore che ho fatto” – dice in una battuta Giuseppe De Andrè interpretato da uno dei migliori attori del panorama italiano che è Ennio Fantastichini, impeccabile nei cambi di registro, nella espressività del vissuto di chi vorrebbe per il figlio una vita più sicura, magari vissuta nella sua ombra, piuttosto che una vita improvvisata, incerta, come spesso è quella dei musicisti.

Era un irrequieto, Fabrizio e in questo dal film viene fuori. Da adolescente già aveva guardato da vicino il mondo della prostituzione e quel mondo gli rimarrà sempre caro tanto che attraverso la sua musica gli ridonò una dignità sgualcita o forse semplicemente perduta. Figlio, fratello, amico, marito, padre, amante…i tanti ruoli di quell’uomo che sapeva bene quanto spiccato fosse il suo carisma, quell’appeal che lo rendeva irresistibile non solo con le donne ma con tutti coloro che entravano nel suo mondo, agiato, fatto di musica e di quella libertà che a volte sembrava perdere colpi perché nutrita di responsabilità, di incertezze e di momenti di rinuncia. Scriveva canzoni, De Andrè, era quello che sapeva fare e qualche volta ha dovuto piegarsi al meccanismo della censura, ha dovuto cambiare parole, affinché la sua musica potesse arrivare e non restare chiusa dietro la sbarra di una stazione nella quale passa il treno che spetta ai grandi poeti.

Cantante, cantastorie, poeta tutto insieme, mentre viveva una vita spesso in luce, ma che quando scendeva quel particolare buio, sembrava inghiottirlo e l’alcool e il fumo sono stati una sorta di rifugio silenzioso e fedele. Una vita in cui quel successo che si concretizzò, forse non lo aveva mai veramente desiderato, ma che diventò quasi inevitabile, perché quello è il destino che spetta a coloro che nascono talenti, fuoriclasse e a tratti profeti, che raccontano quella vita che in molti sfiorano e fanno finta di non vedere, che mettono a tacere per paura e alla quale De Andrè ha dato un senso di eterno.

Canta Marinelli nel film e lo fa anche abbastanza bene, ma nei concerti che vengono raccontati, la voce che fa venire i brividi e fa affacciare le lacrime agli occhi è quella del grande cantautore.

Il film parte dal rapimento e poi fa un tuffo indietro nel tempo, torna all’adolescenza e poi da lì tutta la vita – o quasi – del cantautore. Non si è dato a mio avviso nel film, la giusta rilevanza ad alcune situazioni, ad alcune idee, ad alcune prese di posizione che De Andrè ha invece invocato per tutta la sua vita. Un breve accenno all’amicizia con Tenco, la cui morte destabilizzò tanto Fabrizio; pochissimo vien detto sul De Andrè anarchico, sulla sua idea di Cristo, o sull’influenza che il cantautore e poeta francese George Brassens ebbe sul suo stile e sulle sue idee, e che Faber  stesso definì il suo “maître à penser”. Un De Andrè più tenero, quello che vien fuori, un uomo che ama la natura, che i cambiamenti li imbocca, che si innamora perdutamente. Un De Andrè al quale si è quasi voluto cancellare una buona dose di quei peccati che a lui tanto piacevano, perché erano parte del suo modo di essere.

Bello il dettaglio di quando De Andrè scopre il rock di Elvis Presley rubando un disco, lo stesso che regalerà a Tenco, per farsi perdonare di aver usato le parole di “Quando”, spacciandole per sue.

Come non notare però quanto si sia sviato sulla reazione di De Andrè davanti alla interpretazione di Mina di “La canzone di Marinella”, che poi fu il punto di snodo della sua carriera, ma che a Fabrizio non piacque affatto.

Mi sarei aspettata che nel repertorio che viene affidato al De Andrè del film ci fossero riferimenti a quello che lo stesso De Andrè definì il suo miglior lavoro ossia “La buona novella“, mi serei aspettata “Testamento di Tito”, o “Il testamento” scritta per esorcizzare quella morte che tanto gli faceva paura, e poi per innalzare l’amore verso quell’unica donna alla quale alla fine interessa davvero della morte di quell’uomo; il tutto con quell’ironia che faceva il paio con quella capacità di evidenziare gli aspetti contraddittori della realtà spogliandola completamente dal perbenismo e dall’ipocrisia.

Ma va bene così…va bene “Il pescatore”, va bene “La canzone di Marinella”, “La canzone dell’amore perduto”, “canzone del Maggio”, va benissimo “L’hotel Supramonte”…e poi quelle immagini di repertorio sul  finale tratto dall’ultimo concerto, con tutto quello che ha scatenato in termini di ricordi che sono difficili sicuramente da sceneggiare, perché sono la parte di Fabrizio De Andrè che solo ognuno di noi potrebbe intimamente scrivere.

 

Simona Stammelluti