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L’appuntamento annuale con il festival per bambini più amato d’Italia sta per tornare e ci saranno anche due giovani siciliane ad interpretare le canzoni in gara: Giulia Rizzo, 5 anni da Palermo e Luna Massari, 6 anni da Ragusa. La 62esima edizione dello ZECCHINO D’ORO andrà in onda per tre appuntamenti pomeridiani il 4, 5 e 6 dicembre su Rai1, in diretta dagli studi televisivi dell’Antoniano di Bologna; la finale di sabato 7 dicembre sarà invece in prima serata su Rai1 in diretta dall’Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna), con la conduzione di Carlo Conti e Antonella Clerici, un’assoluta novità per il piccolo schermo, la direzione musicale del Maestro Peppe Vessicchio, il Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni e la regia di Maurizio Pagnussat.

 I brani che Giulia e Luna canteranno, accompagnati dal Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni, si intitolano rispettivamente “I Pesci Parlano” e “Un principe blue”.

Con le piccole siciliane sale a 60 il numero di interpreti che nella storia dello Zecchino d’Oro hanno rappresentato la Sicilia, facendone la quarta regione più rappresentata d’Italia:

18 di loro vengono da Catania, 13 da Siracusa, 12 da Palermo e Ragusa, 4 da Messina, 2 da Agrigento e 1 da Enna.

 12 le canzoni inedite in gara – con le quali il repertorio sale a 776 brani – i cui temi vanno dagli animali ai sogni, dalla grammatica alle piccole grandi difficoltà di ogni giorno; 22 gli  autori di testi e musiche scelti da una giuria mista di interni dell’Antoniano, Rai e personalità del mondo del giornalismo, della musica e dello spettacolo, tra cui il Maestro Peppe Vessicchio, lo scrittore e cantautore Gio Evan e l a youtuber e influencer Lasabrigamer16 i piccoli interpreti, con i quali sale a 1034 il numero di bambine e bambini che hanno partecipato alla manifestazione canora dalla prima edizione ad oggi; 11 le regioni d’Italia rappresentate dai solisti scelti tra oltre 5000 bimbi durante Lo “Zecchino d’Oro Casting Tour”, che da febbraio ad agosto ha toccato ben 30 città italiane65 i bambini del Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni che canteranno insieme ai solisti.

Tante le novità nelle puntate pomeridiane

Prima fra tutte, la conduzione di Antonella Clerici, una superconduttrice che porterà all’Antoniano tutta la sua proverbiale vivacità e la sua esuberante dolcezza di mamma.

Una giuria di ospiti eccezionali affiancherà la tradizionale giuria di bambini tra gli 8 e i 12 anni che avranno il compito di scegliere, tra quelle in gara, la canzone vincitrice di questa edizione.

Una cucina sarà sempre aperta per suggerire la merenda del giorno ai piccoli telespettatori e alle loro mamme.

Torna il Quizzecchino, un piccolo quiz per vagliare la preparazione degli ospiti sulla storia dello Zecchino d’oro, ma anche un’occasione per rivedere alcuni frammenti delle passate edizioni che sono rimaste nel cuore di molte generazioni di ascoltatori.

Ospiti in trasmissione, anche Lampo, Milady, Pilou e Polpetta, ovvero i Buffycats i quattro protagonisti della serie animata dal titolo 44 Gatti, prodotta da Rainbow spa in collaborazione con Antoniano Bologna e Rai Ragazzi e in onda su Rai Yoyo.

 

Il 4 dicembre inizia la gara con l’ascolto di 6 canzoni.

Il 5 dicembre la gara prosegue con l’ascolto delle altre 6 canzoni.

Il 6 dicembre vengono riascoltate tutte e 12 le canzoni in gara in una versione ridotta.

 Il 7 dicembre sarà invece il giorno della grande finale in prima serata, condotta da una coppia davvero inedita per il piccolo schermo, il “papà” Carlo Conti e la “mamma” Antonella Clerici, riporteranno in tv tutte e 12 le canzoni in gara, che verranno cantate dal vivo dinanzi a un pubblico degno delle grandi occasioni.

Questa volta, accanto alla giuria dei bambini, voterà le canzoni in gara una fantastica ed eterogenea giuria di ospiti, da Giovanni Allevi a Luciana Littizzetto, da Ficarra e Picone a Laura Chiatti, Stefano De Martino, Claudia Gerini e la coppia Raoul Bova e Rocio Morales.

 Il 62° Zecchino d’Oro sostiene la campagna “Operazione Pane”, attiva dal 17 novembre al 14 dicembre 2019 al fine di sostenere 15 mense francescane garantendo 150mila pasti da gennaio a dicembre 2020, pari a un terzo dei pasti complessivamente erogati in un anno dalla rete di mense, che accoglie e aiuta persone e famiglie che vivono in condizioni di grave disagio sociale e avvia per loro percorsi di inserimento sociale, sanitario e lavorativo. Attraverso una donazione sarà possibile sostenere le Mense Francescane donando un pasto a chi non ha da mangiare. Antoniano, oltre alle 14 mense in Italia, sosterrà anche una realtà francescana che opera ad Aleppo, in Siria, per garantire pasti, ascolto e aiuto alle famiglie che hanno subito il trauma della guerra e che adesso non hanno più nulla.  Per offrire un contributo basta un sms o una telefonata da rete fissa al numero solidale 45588.

Lo Zecchino d’Oro è sottotitolato per i non udenti alla pagina 777 di Televideo.

La trasmissione può essere seguita in streaming su RaiPlay e commentata attraverso gli hashtag #Zecchino62 e #Zecchinodoro.

Lo Zecchino d’Oro, inoltre, esce dalla Tv e arriva sul web: sul sito www.zecchinodoro.rai.it, dedicato alla 62° edizione e visibile su tutti i device, il pubblico di internet è chiamato ad esprimersi sulla propria canzone preferita; in trasmissione sarà annunciata la canzone con più preferenze.

Scusate il ritardo.

Mi sono voluta prendere il giusto tempo, per metabolizzare, per non scrivere di impeto e per evitare di apparire di parte, circa gli eventi che hanno inflitto un duro colpo all’apparato locale dello stato e nello specifico, alla giustizia … o (in)giustizia. Perché basta poco per scivolare dalla parte opposta.

Purtroppo non è servito il “prendere tempo”, visto che sono ancora indignata come il primo giorno.

Se fosse una favola inizierebbe con:
“C’era una volta …”
Ma è mia speranza che si concluda con un lieto fine, perché a me solo quelle piacciono e allora spero di leggerlo presto, questo lieto fine.

E’ paradossale il nulla, le quisquiglie con le quali si rimuove un procuratore capo della Repubblica, e non un procuratore capo qualsiasi, il Dott. Eugenio Facciolla della Procura di Castrovillari, un magistrato integerrimo che ha alle spalle una carriera di vera lotta alla criminalità organizzata e non, e che ha lavorato sempre e solo all’ombra del suo operato, senza cercare la ribalta del media, senza scrivere libri sulle inchieste, senza “conferenziare” su temi della criminalità organizzata, senza dispensare qua e là l’0vvio e lo scontato.

E così il Procuratore Capo del tribunale di Castrovillari, viene rimosso dal suo incarico dal Consiglio Superiore della Magistratura, ed esiliato in Basilicata ad occuparsi di cause civili.
Fa silenzio, Facciolla, non concede interviste, non mostra incertezze, non vacilla.
Quello che gli è accaduto ha dell’inverosimile.
Lui, integerrimo servitore dello Stato, lui  il magistrato calabrese che ha condotto numerose e delicate inchieste sulla criminalità organizzata in terra di Calabria, che deve fare i conti con le accuse di appalto del noleggio delle apparecchiature per eseguire le intercettazioni in cambio di un’utenza telefonica e dell’impianto di videosorveglianza per la sua abitazione privata. Ma anche false annotazioni di servizio per coprire un carabiniere finito nei guai per i suoi rapporti con soggetti legati alle cosche. Corruzione in atti d’ufficio e falsità ideologica. 

Potevano anche aggiungere magari (?) una cassetta di mandarini della piana di Sibari, visto che c’erano, considerato il periodo?

Chissà perché viene subito in mente che queste accuse abbiano poco fondamento, che si fondino su basi che si sgretolano ad ogni passaggio;  e dunque ci si chiede: a chi ha dato fastidio Eugenio Facciolla? A quali inchieste scottanti stava lavorando? Ci sono “poteri” che tremavano, sotto il peso delle sue azioni o decisioni?
Sono sicura che queste risposte non tarderanno ad arrivare e già prefiguro la sequela di “erano atti dovuti” che saranno elargiti da questo o quell’altro ufficio giudiziario.

Non c’è bisogno di elencare le innumerevoli inchieste condotte dal Dott. Eugenio Facciolla, tra le quali non posso non ricordare quella dell’annoso caso Bergamini che sto anche personalmente seguendo.
E a mio avviso la cosa che accomuna queste due vicende così diverse, ovviamente, è la presenza di una fitta foschia che distorce i contorni rendendoli surreali; già, come nelle “favole” dove gli orchi e gli altri mostri si celano proprio dentro quella fitta nebbia, a volte, ma che altre volte invece sono personaggi che si muovono alla luce del giorno, mostrando finanche un bell’aspetto.

Per adesso rispettiamo il silenzio del Procuratore Facciolla – perché per noi è il Procuratore – e attendiamo fiduciosi l’arrivo di questo tanto sospirato lieto fine ( per noi gente comune)

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

Sarà in scena al Teatro della Cometa dal 4 al 15 dicembre …FINO ALLE STELLE! scalata in musica lungo lo stivale di e con Tiziano Caputo e Agnese Fallongo, regia Raffaele Latagliata.

Dopo il clamoroso successo della passata stagione con “Letizia va alla guerra”, lo straordianario duo Fallongo – Caputo, torna al Teatro della Cometa con un nuovo imperdibile spettacolo.

 

“E mica ti cade dal cielo, sai? La felicità, quella… te la devi conquistare”!

Così Tonino, cantastorie siciliano dall’animo poetico, musicista istrionico e affabulatore, convincerà Maria, fanciulla dal temperamento apparentemente mite ancora ignara del suo straordinario talento, a seguirlo in un’impresa a dir poco improbabile: scalare l’intero stivale alla ricerca di fama e gloria per arrivare… FINO ALLE STELLE! Un sogno ardito e un po’ folle, soprattutto considerandone il punto di partenza: la strada. Soprattutto negli anni ’50. Soprattutto in Sicilia. Soprattutto senza un soldo in tasca. Ma quanto può incidere la volontà nella vita di un essere umano? Quanto è appannaggio del proprio volere e quanto invece del caso e della sua squisita sregolatezza? Ebbene, la risposta corretta è quella che ognuno sceglie di darsi. Così, Tonino e Maria, piombati casualmente l’uno nella vita dell’altra, scoprendosi legati da un’intesa artistica impossibile da ignorare, decidono di intraprendere il viaggio. Un viaggio dentro loro stessi e lungo tutta la penisola, attraverso regioni, dialetti ed eventi musicali dal sapore tipicamente nostrano; un viaggio reale e metaforico insieme fatto di momenti privati, piccoli dissapori e comiche gelosie; un viaggio alla ricerca della grande occasione che possa cambiar loro la vita, un’occasione che forse non arriverà mai o forse sì? Magari non proprio come se l’erano immaginata…

Allo Spazio Diamante dal 28 novembre al primo dicembre sarà in scena SERATA GENET da Jean Genet; due testi: Splendid’s progetto visivo e regia Gianluigi Fogacci e Stretta Sorveglianza, progetto visivo e regia di Alessandro Averone. La banda della Rafale, o banda della raffica, che al settimo piano del Grand Holtel Splendid ha sequestrato e ucciso la figlia di un miliardario americano, si è formata in carcere, e in carcere tornerà dopo che l’assedio della polizia la costringerà ad una rocambolesca resa… Protagonisti: Andrea Nicolini, Simone Ciampi, Laurence Mazzoni, Sebastian Morosini Gimelli, Domenico Macrì, Michele Maccaroni, Gianluigi Fogacci, Giovanni Longhin.

Questo progetto nasce da alcune conversazioni con il maestro Peter Stein durante le fasi preparatorie di Richard II in cui sono stato coinvolto come attore.  Dopo aver visto i miei lavori su Pirandello (“O di uno o di nessuno”) e Shakespeare (Cymbeline) affrontati con compagnie di giovani attori, il maestro ha ritenuto che io fossi in grado di condurre un laboratorio con gli attori da lui selezionati per l’allestimento di Richard ma che non avevano ruoli di primaria responsabilità e soprattutto visibilità, così importante ormai nel così detto mercato del lavoro.    La componente esclusivamente maschile del gruppo ha ovviamente ristretto la scelta del testo e la proposta di Genet è arrivata dal maestro Stein, autore a suo tempo alla Schaubuhne di una memorabile messa in scena de “I negri” , che inizialmente mi ha suggerito “Stretta sorveglianza”, dopo vari incontri si è arrivati dietro  mio suggerimento a “Splendid’s”che ha tra l’altro il numero di personaggi esattamente corrispondente al numero di attori della compagni e  ha, non solo per questo motivo  incontrato il favore del maestro.  Dopo alcune letture con la compagnia, anche di altri testi, si è aggiunta la collaborazione di Alesandro Averone che si è proposto di lavorare su “Stretta sorveglianza” e che ho accolto con gioia data la grande stima professionale che a lui mi lega.  Dividendoci il tempo per le prove si è moltiplicato lo sforzo per la compagnia ma si è ampliata la visione sulla poetica dell’autore che viene così declinata con due stili completamente diversi di messa in scena, pur mantenendo le corrispondenze e le continuità tematiche presenti nelle due opere.   Man mano che il lavoro cresceva e prendeva forma ci siamo trovati d’accordo che presentare i due testi in un’unica serata sarebbe stato giusto per garantire un’offerta singolare e articolata.

La banda della Rafale, o banda della raffica, che al settimo piano del Grand Holtel Splendid  ha sequestrato e ucciso la figlia di un miliardario americano, si è formata in carcere, e in carcere tornerà dopo che l’assedio della polizia la costringerà ad una rocambolesca resa , ed è proprio il carcere la scena dove si svolge la torbida storia di tre galeotti e un secondino in “Stretta sorveglianza”   Per quanto riguarda “Splendid’s”ciò che più mi ha colpito è la maestria del gioco teatrale che Genet mette in atto: in un clima da Vaudeville i personaggi,  che uno dopo l’altro riempiono la scena, sembrano che siano preoccupati  di recitare un ruolo e di voler essere coerenti con la loro auto rappresentazione ,  ma  via via che la vicenda si dipana e il cerchio della polizia/società si stringe intorno a loro, il senso di pericolo e di morte aumenta  ed esaspera le relazioni,  che legano i componenti della banda spingendoli a tradirsi e a rinfacciarsi vecchie ruggini.   Gli inganni, i travestimenti, La morale rovesciata, il gioco al massacro, la lotta per la leadership, i continui capovolgimenti di fronte (tutto il repertorio scenico caro a Genet insomma), sono le linee portanti del testo, e percorrerle con spregiudicata vitalità insieme alla compagnia è stata ed è la sfida che mi sono proposto.   L’incontro con quest’autore, di cui ringrazio il maestro Stein, è stato a dir poco sorprendente (ma dovrei dire a questo punto scioccante).  Non ho mai letto niente di così sconvolgente, sconveniente, violento, irriverente e scandaloso come le sue opere, soprattutto i romanzi, e non è un caso infatti che Genet si sia avvicinato alla letteratura quando era in carcere leggendo Dostoevskij.  E se dovessi condensare in solo aggettivo il carattere della sua opera non me ne verrebbe uno più appropriato che virile, ed è proprio questa virilità che pulsa nelle sue opere che ho cercato di restituire, chiedendo agli attori uno sforzo interpretativo estremamente impegnativo e complesso, facendo emergere i paradossi e gli ingredienti da commedia attraverso la verità dei personaggi e non indugiando sulle modalità convenzionali della commedia e del vaudeville”.

Gianluigi Fogacci

 

In “Stretta Sorveglianza” Genet ci porta dentro le quattro mura di una cella. Tre carcerati. Un secondino. Nessuna uscita, nessuna scelta. Soltanto la possibilità di sopravvivere aggrappandosi a ciò che ci rende vivi, che ci restituisce un senso attraverso i propri ricordi, le fantasie, i demoni mai affrontati che prendono la forma di chi ci sta vicino. Brandelli di verità e di vita che hanno un valore solo all’interno delle mura del carcere. Tre vite giocano pericolosamente sul filo sottile della follia: giochi di ruolo e di potere, la disperata vitalità della provocazione, la vicinanza eccitante e perturbante della morte. Ci siamo addentrati in questo testo cercando di dare una vivida concretezza ai legami contraddittori che uniscono e incatenano i personaggi costretti in una cella. Tre corpi. Tre universi che si confrontano, si scontrano, si mischiano di volta in volta nel tentativo di restare vivi”.

Alessandro Averone

 

Lo dico subito: A me, non è piaciuto.

Aveva ragione Fossati in quel 2 ottobre del 2011 quando da Fabio Fazio dichiarò che sarebbe uscito di scena, che non avrebbe più fatto dischi né concerti, che la sua carriera finiva lì, perché non aveva più nulla da dire. 

Non credo che potrei ancora fare qualcosa che aggiunga altro rispetto a quello che ho fatto fino ad ora” – disse.

Ed invece è tornato; sembrerebbe perché non capace di dire di no alla grande Mina, un po’ anche temendo un eventuale divorzio minacciato da sua moglie se non avesse accettato quell’allettante invito. E’ tornato Ivano Fossati, con un album senza titolo specifico. C’è solo un “Mina-Fossati“, due profili disegnati in copertina e 11 brani che sembrano troppo “scritti per l’occasione”. Sembrano scritti perché si doveva, senza particolare ispirazione, ma tant’è, considerato che era stato detto proprio dal cantautore diversi anni fa: “penso di non aver più altro da dire”. 

E allora cosa ha detto Fossati, in questo nuovo album?

Beh per chi conosce bene Ivano Fossati, per chi l’ha seguito in tutte e nelle tante fasi della sua carriera, e per chi come me l’ha amato e contemplato tra i migliori cantautori del secolo, si fa fatica a capire il senso di questo disco, del quale si poteva, forse, fare a meno.

Lui, che ci aveva abituati a brani come “L’orologio americano“, “Carte da decifrare“, “Questi posti davanti al mare“, “Notturno delle tre“, oggi ci costringe a godere(?) di pezzi nei cui titoli ricorrono parole come “luna, stelle, amore, noi due“. Insomma già nella scelta dei titoli non vi è la ricercatezza a cui Fossati in una vita di carriera ci ha abituati, così come ci ha abituati ad interrogarci circa quel che ci voleva dire, nel modo in cui ci consegnava un senso circa l’amore (cantato in maniera mai scontato)  o donandoci un affresco sul mondo, su come gestire un punto di vista, o sulle distanze. Ed invece in questo album le idee sono vaghe, con parole messe insieme spesso a forza e con rime improbabili come nel brano “Farfalle”: “il mio cuore intervistato adesso cosa ci dice, e risponde sono qui e per questo sono felice”.  E se “Nella barca di legno di rosa” passava una barca, qui passa un aereo. Ma è il significato racchiuso in quel “passare” che è completamente diverso, anzi dovrei dire distante.

In questo album non c’è nulla di veramente nuovo (inteso come sonorità) e ahimè neanche nulla di vecchio.
Non c’è la passionalità di Fossati, la melanconia struggente di amori che sembravano passati ma che ancora ardevano sotto le ceneri della distanza; in questo disco l’amore è cantato come se debba per forza assomigliare a qualcosa che fa fatica a compiersi … proprio come questo disco, che non convince fino in fondo.

Alcune dinamiche armoniche finiscono inevitabilmente lì dove ci furono capolavori del passato (la mano artistica quella è)  e la voce di Fossati si sposa bene con quella di Mina che resta una delle voci più belle di tutti i tempi per intensità, estensione, espressività. I gravi di Fossati sono affascinanti come sempre, e nel cantato si riconosce ancora una voluttuosità ed un piacere profondo. Buoni alcuni arrangiamenti, alcune sonorità  ricercate in strumenti solisti o in voci sintetizzate.  Fisarmonica, nuance di  R &B come nel pezzo “Ladro“, ma tendenziamente un album che si alza dentro una impalcatura sostanzialmente pop.

E a noi appassionati tornano in mente i ritmi reggae di “Panama“, gli arrangiamenti soul-jazz di “J’adore Venice“, e quel suo modo straordinario ed inconfondibile di saper andare sempre oltre e di poterci condurre ovunque. 

Se il senso di questo lavoro era dimostrare la grandezza dei due artisti, mi sembra un intento caduto un po’ nel nulla, se invece era l’unico espediente per risentire le voci dei due artisti, allora mi viene da dire che sarebbe bastato mettere su un vecchio disco, per goderne a pieno.

Si saranno sicuramente divertiti loro due, in questo disco, in fondo, che avevano da perdere? Due voci, che si incontrano, si incastrano spesso alla perfezione e poi il resto l’ha fatto l’orchestrazione di Celso Valli, che ebbi l’onore di conoscere a Sanremo nel lontano 1995.

Fossati è stato un gigante nella scrittura di testi, Fossati è stato quello che disse a De Andrè come rendere “Dolcenera” un capolavoro, ma che in questo album – sostanzialmente senza titolo – fa il compitino, ma senza particolare ispirazione. E forse, sarebbe stato meglio declinare l’invito, dire di “no”, e lasciare che ricordassimo quella carriera interrotta, come si confà con i grandi veri artisti, quando era giunto il tempo giusto.

 

 

Inaugurerà la stagione di prosa dello Spazio Diamante in Roma dal 22 al 24 novembre uno spettacolo di Vuccirìa Teatro (una compagnia quasi tutta siciliana)  produzione Fondazione Teatro di NapoliTeatro Bellini: BATTUAGE, drammaturgia e regia di Joele Anastasi, protagonisti: Joele Anastasi Federica Carruba Toscano, Ivan Castiglione, Enrico Sortino.

BATTUAGE, termine coniato per definire i luoghi battuti da persone in cerca di rapporti occasionali. Generalmente, si tratta di luoghi all’aperto o facilmente accessibili da un vasto pubblico, frequentati da singoli o coppie dedite allo scambismo. L’attività del “battere” si dierenzia dalla prostituzione in quanto non presume un rapporto sessuale a pagamento. Vespasiani, parchi cittadini, spiagge, cimiteri, cinematogra, parcheggi, aree di servizio. Non di rado però questi luoghi sono gli stessi frequentati da marchette, prostitute, transessuali che orono sesso in cambio di denaro.

BATTUAGE racconta il luogo in cui è morto anche il desiderio del desiderio. E’ un viaggio aperto all’interno dell’animo umano, declinato nella sua più estrema e profonda oscurità. Brutalità e bestialità si riversano in ogni angolo, scardinando l’ordine morale delle cose. Il popolo di questo luogo-non luogo ci viene raccontato attraverso gli occhi – deformanti – di Salvatore, un giovane lavoratore del sesso. Ma Salvatore, non è una vittima, non è costretto da nessuno. E’ l’esempio di un uomo disposto a tutto: a dissacrare quello che egli stesso ha elevato a sacro; a smantellare a piacimento i suoi valori, le sue idee, i suoi ideali.

Il sesso così diviene l’unico strumento di mediazione tra gli uomini, l’ultimo punto di contatto attraverso il quale fondare delle relazioni. L’universo che ne viene fuori è però uno spazio in cui si riversano mastodontiche solitudini che non vogliono altro che rimanere tali, il cui il desiderio è ormai evidentemente appiattito nello spasmodico sprofondare delle anime dentro se stesse. Il desiderio si tramuta quindi in un affanno distruttivo di quelle relazioni, conferendogli un significato assolutamente anti-sessuale: Il suicidio dell’eros.  Nell’indagine di questa viscerale contraddizione a cui è giunto l’uomo, si colloca quindi la ricerca drammaturgica di Battuage.

Lo spazio scenico diventa metafora del mondo che ospita piccole abitazioniorinatoio degradate: anonimi punti di ritrovo per anonimi esseri umani che abitano dei corpi che sono involucri di una decadenza comune. Un obitorio per vivi (?) occupato da 4 corpi, quelli degli attori che interpretano 8 personaggi, e che potrebbero bastare per raccontare l’umanità intera, incastrata dagli stessi depersonalizzanti meccanismi.  

BATTUAGE prova a raccontare lo sforzo, la deformità e la necessità di queste anime di rimanere ognuna saldamente attaccata a questa propria personale deformità per non auto-definirsi del tutto morte.

La storia di tutte le storie” è il racconto di un viaggio che Arlecchino, Pulcinella, Colombina e Balanzone compiono alla ricerca de ”L’Uomo che non c’è”. Durante il viaggio i quattro protagonisti saranno aiutati da Pierrot e da “Il Bambino sperduto”, mentre verranno ostacolati dai cattivi, Pantalone e Smeraldina. Il viaggio toccherà molte tappe: il paese delle paure, il mercato delle parole, l’ospedale, ecc. Arriveranno poi sulla luna e lì, vedendo il perfido Pantalone che imperversa sulla terra, decideranno di tornare indietro per contrastare la perfidia del loro avversario. Lo spettacolotratto da Gianni Rodari (adattamento di Attilio Marangon e Roberto Gandini), con la regia di Roberto Gandini,sarà in scena dal 21 novembre al 1 dicembre al Teatro India. Musiche di Roberto Gori. Protagonisti gli attori del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli: Jessica Bertagni, Maria Teresa Campus, Fabrizio Lisi, Edoardo Maria Lombardo, Gabriele Ortenzi, Daniel Panzironi, Fabio Piperno, Giulia Tetta, Danilo Turnaturi.

Ci sono voluti 10 anni ma alla fine la giustizia e la verità si sono finalmente allineate.

Stefano Cucchi fu pestato da due carabinieri fino alla morte. Sono stati loro ad ucciderlo. E’ questa la verità sancita dalla Corte D’assise di Roma che arriva dopo 10 lunghi anni da quel 16 ottobre del 2009, quando il 33enne fu arrestato a Roma per droga e fu restituito alla sua famiglia senza vita dopo una settimana.

Sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio preterintenzionale i due carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, nell’ambito del processo per la morte di Stefano Cucchi, morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini il 22 ottobre 2009, una settimana dopo il suo arresto.

Una pena di 12 anni per i due militari dell’Arma dei Carabinieri, inflitta dai giudici della Corte d’assise di Roma.  Assolto invece dall’accusa di omicidio preterintenzionale l’imputato-teste Francesco Tedesco, condannato a due anni e sei mesi per falso.

Tre anni 8 mesi per falso, inflitti al maresciallo Roberto Mandolini, ex comandante della stazione Appia,  che è stato però assolto dall’accusa di calunnia dopo che il reato è stato riqualificato in falsa testimonianza. Assolto dalla stessa accusa anche il carabiniere Vincenzo Nicolardi.

Assolto uno dei medici, prescritte accuse per gli altri quattro.

I giudici hanno inoltre assolto uno dei cinque medici imputati, Stefania Corbi, per “non aver commesso il fatto”. Prescritte invece le accuse per il primario del reparto di Medicina protetta dell’ospedale dove fu ricoverato il geometra romano, Aldo Fierro, e per altri tre medici Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Per tutti il reato contestato era di omicidio colposo.

Adesso Stefano potrà riposare in paceCosì Ilaria Cucchi subito dopo la sentenza.
Poi ha continuato: “Oggi ho mantenuto la promessa fatta a Stefano dieci anni fa quando l’ho visto morto sul tavolo dell’obitorio. A mio fratello dissi: Stefano ti giuro che non finisce qua. Abbiamo affrontato tanti momenti difficili, siamo caduti e ci siamo rialzati, ma oggi giustizia è stata fatta e Stefano, forse, potrà riposare in pace. Stefano non è caduto dalle scale, Stefano è stato ammazzato di botte. Questo lo sapevamo e lo ripetiamo da 10 anni”.

E poi ancora: “in questi 10 anni chi è stato al nostro fianco ogni giorno sa benissimo quanta strada abbiamo dovuto fare.Voglio ringraziare Fabio (l’avvocato Fabio Anselmo)  il dottor Musarò e il Dott. Pignatone, la Squadra mobile di Roma, tutte gli uomini e le donne in divisa per bene che insieme a me c’hanno creduto fino all’ultimo momento”

Il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri dopo la sentenza: “Abbiamo manifestato in più occasioni il nostro dolore e la nostra vicinanza alla famiglia per la vicenda. Un dolore che oggi è ancora più intenso dopo la sentenza di primo grado che definisce le responsabilità di alcuni carabinieri venuti meno al loro dovere, con ciò disattendendo i valori fondanti dell’istituzione”. “Sono valori – riprende – a cui si ispira l’agire di 108mila carabinieri che, con sacrificio e impegno quotidiani, operano per garantire i diritti e la sicurezza dei cittadini, spesso mettendo a rischio la propria vita, come purtroppo testimoniano anche le cronache più recenti”.

Commozione per i genitori di Stefano, Rita e Giovanni Cucchi: “Avanti per la verità e la giustizia, lo abbiamo giurato sul corpo martoriato di Stefano. Questo è il primo passo e andremo avanti fino alla fine, ma oggi è già tanto e vogliamo ringraziare la procura di Roma e tutte le persone che ci sono state vicine”. 

Subito dopo la lettura della sentenza un carabiniere, visibilmente commosso, ha fatto il baciamano a Ilaria Cucchi. “Finalmente dopo tutti questi anni è stata fatta giustizia“, ha dichiarato il militare mentre accompagnava i genitori di Stefano Cucchi, anche loro commossi, fuori dall’aula di Rebibbia dove si è celebrato il processo.

 

Carismatico, intenso, un autentico fuoriclasse.

Questo è Archie Shepp, 82 anni suonati e ancora tanto da dare alla musica e al jazz.

Arriva sul palco dell’Auditorium Parco della Musica in Roma poco dopo le 21 a piccoli passi; i suoi anni si fanno sentire nella deambulazione, non certo in quello che è da sempre il suo famoso “soffio”. Il fiammante sassofono – poi si scoprono essere due – lo attende sul palco. E parte un applauso di oltre 5 minuti per accogliere il grande artista.

Indossa un elegante abito grigio e un cappello. Saluta, poi presenta i musicisti prima ancora di dar via  alla performance (cosa rara) e poi incomincia ad incantare.

Con lui sul palco musicisti stratosferici, Carl Henri Morisset al piano, Matyas Szandai al contrabbasso e poi colui che suona con Shepp da più di vent’anni,  Steve McCraven alla batteria, che durante il concerto delizierà il pubblico con un “clap handing and voice”.

Ottimo interplay tra Shepp e il suo quartetto, così come ben calibrati sono i dialoghi tra piano e il sassofono magico del leader. Su e giù per la tastiera Morisset che non si risparmia durante gli assoli e intreccia velocità nelle terzine e nelle scale.

Matyas Szandai suona spesso in loop accompagnando i virtuosismi del sassofonista ma quando gli viene concesso lo spazio per l’assolo le evoluzioni sono ampie e raffinate.

Se ti concentri solo su quello che sta accadendo sul palco di sembra di essere in un jazz club di New York e ti arriva in maniera travolgente tutto il bebop degli anni in cui Archie Shepp incarnava con la sua musica il cambiamento, l’avanguardia e l’impegno politico. Il suo è anche un linguaggio semantico e concettuale.

Durante il concentro i cambi di tempo all’interno dei pezzi sono sofisticati.

Suona un omaggio a Coltrane, “Four for Trane” con un suono corposo, vigoroso, pieno.

Canta, anche per il pubblico dell’Auditorium, il sassofonista virtuoso …  canta il blues. Suona anche il sax soprano, Shepp, oltre al tenore, modula, soffia e lascia andare quel fiato che a volte resta soffio e altre porta a compimento tutte le intuizioni armoniche e stilistiche del suo elettrizzante modo di suonare il sax tenore. 

Durante il concerto si viene investiti da quel suo modo di fare il jazz per nulla filosofico ma estremante concreto;  quel suo “qui e ora”, tra arcate armoniche mai ammiccanti e una strepitosa versatilità.

E’ un concerto fruibile, a tutto groove, un groove possente e scintillante.

Un concerto in cui convivono il soul, la bossa e il blues in maniera accattivante e nel quale le tonalità e i colori della musica di Archie Shepp, sono il segno distintivo del suo ruolo imponente nel mondo del jazz.

Dalle bacchette alle spazzole, e tutta leggiadria di Steve McCraven che usa il rullante e il bordo di esso con un tempo ed una precisione impeccabile sia nel bebop che nel blues.

È emozionante sentire Archie Shepp cantare, cantare in maniera profonda, ogni parola; un cantato rauco, graffiato, convinto ma mai sporco.

Ecco, la voce di Shepp ha una potenza e personalità, che anche due singole note qualsiasi portano l’inconfondibile marchio del suo stile. La sua tagliente eloquenza e la sua impetuosa lucidità, non lascia scampo all’ascoltatore.

Un solo pezzo nel bis per dire che c’è ancora un po’ di tempo per una serata di pura magia.
Applausi a scena aperta, lui che si inchina e poi a piccoli passi va via, lasciando la sensazione di aver assistito ad un concerto indimenticabile, in cui si è ascoltato “la leggenda”.

 

Simona Stammelluti

E’ tutto un pasticcio, di trama e di regia.
Volendo far passare che uno scrittore possa cimentarsi nel ruolo “anche” di regista, non si può accettare che un film tratto da un libro (il proprio libro) abbia una sceneggiatura scritta male, considerato che sarebbe bastato ricostruire i luoghi e trascrivere i dialoghi, che nel film “L’uomo del labirinto” nella sale in questi giorni, sono davvero improponibili e a tratti banali.

Se non fosse per il fatto che sono abituata ad “andare fino in fondo” probabilmente mi sarei alzata e sarei andata via dal cinema al settimo minuti di film, ma l’averlo visto tutto, fino in fondo, mi ha fornito i dettagli per dire perché questo film è brutto sotto tutti i punti di vista.

E’ un film con gravi difetti e ahimè Donato Carrisi non più agli esordi,  non può certo contare sull’indulgenza di pubblico e critica, e pertanto tocca dirlo che come regista è assai mediocre. E’ forse il destino che tocca a chi vuol far di più, e finisce per fare “di più e male”.

Lo scopiazzamento dal modo di fare i thriller all’americana, è completamente fallito. Donato Carrisi ci riprova e dopo “La ragazza nella nebbia” torna dietro la macchina da presa, improvvisando – è proprio il caso di dirlo – un ruolo che non gli appartiene, nel quale incespica e poi cade, clamorosamente. Il film è arriccioppato, pieno di frasi fatte, luoghi comuni, dialoghi miseri e con enormi buchi nella trama. La storia narra del rapimento di una ragazzina che viene liberata dopo 15 anni e mentre si cerca il rapitore, tra finti profiler e un investigatore privato che fa sembrare dei mentecatti quelli della polizia, ci si avventura (forse questo era l’intento certamente non riuscito) tra aspetti psicologici derivanti dalla ricostruzione di ricordi adulterati.

Vuole essere un thriller, un po’ horror, ma completamente privo di momenti di suspense; ma ancor più è un film privo di climax. Non è concesso allo spettatore di assistere a quel momento “alto”, quel crescendo, quel culmine, quell’acme che spetta di diritto ai gialli, ai film che prevedono un colpo di scena. Perché va detto che la vicenda che porta a scoprire che i rapimenti sono più d’uno e che a rapire non è un solo personaggio,  è affrontata come una zavorra e non con la dinamicità che spetta al genere.

Un film che non ha aspetti spazio-temporali precisi. Non si sa dove si sia, né in che epoca si svolgano i fatti. Un po’ all’americana anche questo, certo, ma fatto male. Anche perché fa ridere che ci siano mezzi nomi italiani, mezzi americani, un telefono di ultima generazione e un registratore con cassetta, luoghi in mezzo al nulla dove arriva una pizza e non si sa come, investigatori privati con caratteristiche italianissime e poliziotti con distintivi alla NPD.

Vien da domandarsi cosa ci facciano Dustin Hoffman e Tony Servillo, in questo film sconcluso e scialbo.
Hoffman – che non convince più di tanto malgrado la sua maestria recitativa – impersona una sorta di psicologo arrivato da chissà dove, che lo capisci alla seconda scena che è uno psicopatico, e Servillo – la cui bravura indiscussa salva la pellicola, pur non essendo il Servillo che abbiamo apprezzato nei film di Sorrentino – che diventa il protagonista assoluto del film nei panni di un investigatore privato che sta per morire e che per riscattare tutta una vita passata a recuperare crediti conto terzi, decide di dedicarsi alla ricerca del rapitore, stesso incarico per il quale era stato ingaggiato 15 anni prima senza occuparsene mai per come avrebbe dovuto. Nel ruolo della donna che viene rilasciata dopo tanti anni di prigionia, una Valentina Bellè che non convince e che sembra la caricatura di personaggi del cinema di Dario Argento.

Nel film si parla di “mostro”, anche se i rapitori alla fine non uccidono le donne rapite, quindi restano rapitori malati di mente, che utilizzano il labirinto come gioco perverso. Ma il vero labirinto è quello in cui finisce lo spettatore, mentre cerca di scappare ma non può, ed è quello di un film fatto male pieno di domande senza risposte. Bruno (Servillo) non va mai a trovare la ragazza che è stata ritrovata, perché? Cosa c’entra il prete morente con tutta la narrazione? A cosa serve ai fini della trama l’accenno al mondo oscuro degli ambienti religiosi? Qual è il legame tra il detective e la prostituta? Per non parlare del “limbo” una sorta di archivio di persone scomparse, che non si capisce né dove sia, né con quale criterio venga tenuto in vita. Alcuni dettagli del film sembrano davvero incollati così, senza farci troppo caso; peccato però che gli appassionati di thriller siano spesso spietati, molto più dei personaggi di Donato Carrisi.

E’ un film lento, troppo lento per essere un giallo psicologico, didascalico nell’intreccio degli eventi e dei pochi colpi di scena. Alcune battute sono così tanto prevedibili che le labbra ti si piegano in una smorfia.

Come mai non c’erano specchi?” – domanda tratta dal film .
Per evitare che la vittima potesse avere la percezione dello scorrere del tempo” – ti vien subito da pensare.
(E quella è la risposta, ovviamente).

C’è un accenno al mondo del fumetti, delle favole, ma è gestito male. Ci sono conigli che ricordano “Alice nel paese delle meraviglie”, fumetti che nascondono messaggi subliminali, personaggi che sembrano usciti da un cartone animato, ma senza un senso appropriato, all’interno della trama.

Non ho apprezzato neanche tanto la fotografia, che a mio avviso sbaglia i colori e crea un’atmosfera cupa e per nulla suggestiva.

Non avendo letto il libro mi astengo dal giudicarne la fattura, ma il riferimento che nella pellicola si fa a “Il suggeritore” (che invece ho letto) mi fa pensare che si sia voluto cercare una scorciatoia, per addrizzare il tiro, sul finale.

Chissà se Servillo e Hoffman sono andati a bersi una birra insieme durante le riprese, chissà se si sono rispettivamente chiesti cosa abbia convinto l’altro a prendere parte a questo film. Certo è che questa è la domanda che tutti gli appassionati di cinema si sono posti, all’uscita dalla sala oltre a “ma perché Carrisi non scrive libri e basta?”