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Al via ieri 1 agosto, nella splendida cornice di Piazza Cattedrale in Bitonto, la 18esima edizione del Beat Onto Jazz Fest, una kermesse di grande musica che nel corso degli anni ha visto avvicendarsi sul palco alcuni dei più grandi nomi del panorama jazz nazionale ed internazionale, da Danilo Rea a Diane Schuur, da Peter Erskine a Paolo Fresu, e poi ancora Roberto Gatto, Pietro Condorelli, Renato Sellani, Robertinho De Paula, Mike Stern e tanti altri nomi prestigiosi che hanno abbellito ed arricchito di cultura la terra di Puglia, grazie alla passione del direttore artistico Emanuele Dimundo, che ha investito tempo ed energie per realizzare anno dopo anno  una rassegna jazz degna di nota e assolutamente gratuita, per il pubblico, il che significa non solo appagare l’orecchio dell’appassionato, ma anche riuscire ad educare giovani e meno giovani all’ascolto della musica jazz, ad insegnare a conoscerla e ad apprezzarla, un po’ alla volta, allenando l’orecchio e il proprio gusto.

Alceste Ayroldi e Emanuele Dimundo

Accanto a lui, ad introdurre i concerti, nelle 4 serate di agosto, Alceste Ayroldi, critico musicale tra i più accreditati dalla stampa nazionale, docente, esperto di musica, promotore culturale di grande spessore, capace di raccontare gli artisti e di sottolineare le caratteristiche di spicco dei loro progetti, molti dei quali presentati durante la rassegna.

Ieri, una prima serata tutta al femminile, due concerti con al centro le voci di Daniela Spalletta, che si è esibita nel primo set con gli Urban Fabula e a seguire Carmen Souza, in trio.

Due progetti musicali così diversi tra loro, ma entrambi variopinti; Due voci ricche di colore e di sfumature, ma anche di tecnica e di attitudini.

Nel primo set la cantante, compositrice, arrangiatrice siciliana Daniela Spalletta, che con la voce sa fare meraviglie, con il suo stile contemporaneo che si veste di jazz conservando però una sua identità personale, senza mai cadere nel cliché; dotata di grande maturità espressiva, di capacità  improvvisativa, oltre che di una ottima estensione. Il suo linguaggio musicale ed espressivo non è mai scontato, neanche nella realizzazione di standard o di pezzi noti, e nelle sue performance, veste l’arte del canto, con la padronanza dell’aspetto armonico di chi sa fin dove ci si può spingere e come fare. Perché lei con la voce sa sempre dove andare, canta le note, le incastona ad una ad una, passando dall’acuto del falsetto che è sempre cristallino, alle note gravi, scure, difficili da esibire ma che, nel suo caso, non perdono mai di intonazione.

Insieme a Daniela Spalletta ieri sera sul palco del Beat Onto Jazz Fest, gli Urban Fabula, un trio di giovani musicisti con Peppe Tringali alla batteria, Alberto Fidone al contrabbasso e il siciliano Sebi Burgio al pianoforte, giovane pianista di grande talento mai improvvisato, versatile, già pianista di Gegè Telesforo, capace di realizzare un pianismo fluido ed espressivo.

Pezzi tratti dal suo lavoro discografico, D Birth, quelli che Daniela Spalletta ha presentato ieri sera, e dentro ci sono tutti i colori che la musica può concepire. “D Birth“, il primo pezzo che da il nome all’album, e poi ancora “Manipura“, e “Fuga“. Nei brani si sentono prorompenti le contaminazioni di stile e armonia di altri continenti, e la bravura della Spalletta sta proprio nel rendere quella contaminazione appagante e credibile.

Far Away” –  pezzo del quale Daniela dice di essersi innamorata dopo averlo sentito nella versione di Astud Gilberto e Chet Baker – lo ripropone senza fronzoli, con il contrabbasso di Fidone in primo piano. Lo racconta e lo interpreta, la Spalletta, con quella punta di nostalgia che la sua voce sa far trasmigrare da se al pubblico, regalando brividi.

Bello il pezzo in Siciliano “Zara” – che in siciliano significa zagara tipico fiore profumatissimo – che suonato in maniera molto suggestiva pianoforte e voce, racconta di un amore che viene confessato con un bacio.

E poi ancora “But not for me” di Gershwin, in una particolarissima versione in cui voce e piano dialogano, in botta e risposta, e nella performance traspare forte non solo la bravura dei componenti del gruppo, ma anche l’interplay e la conoscenza minuziosa che la Spalletta ha del mezzo vocale.

Un primo set ricchissimo di musica ben suonata, di talento e di jazz, nella accezione in cui lo stile diventa il mezzo, e chi lo usa sa come farne meraviglie.

Nel secondo set, l’atmosfera travolgente della cantante portoghese, di origine capoverdiana, Carmen Souza che reca nella voce le sfumature della musica africana, brasiliana, cubana e di New Orleans. Un tripudio di ritmo, controtempo, in quella voce calda e capace di cantare rotondo, pieno, corposo. Canta e poi suona la chitarra e il pianoforte, Carmen Souza, e dialoga musicalmente con i suoi compagni di viaggio, Theo Pas’cal, suo mentore e produttore, uno dei migliori bassisti portoghesi, che ieri sera ha suonato contrabbasso e basso elettrico e che l’ha inserita nel mondo del jazz, che l’ha accompagnata nel viaggio in cui i dialetti musicali sono stati riscoperti e utilizzati per creare le atmosfere che ieri sera abbiamo ascoltato. Sul palco nel secondo set, uno strepitoso Elia Kacomanolis, alla batteria e percussioni.

Carmen Souza, che fonde perfettamente, con eleganza e raffinatezza i ritmi tradizionali africani e capoverdiani con Jazz contemporaneo e afro-latino. Il tutto accompagnato da una grande presenza scenica, una capacità di coinvolgere il pubblico con il quale dialoga, al quale chiede la collaborazione emotiva, che arriva, puntuale, e travolgente.

Lei, che si è ispirata a Ella Fitzgerald, ha saputo passare da brani originali scritti con Pas’cal, tratti dal suo lavoro discografico  Creology – sintesi creola di tutto il soul del mondo – fino a pezzi noti, come “Mas Que Nada“, “Moonlight Serenate“, ovviamente vestiti con abiti nuovi, accattivanti.

I musicisti non solo hanno suonato con lei e per lei, ma sono anche stati eccellenti coristi, creando l’atmosfera giusta, segno della musica africana e sudamericana. La musica di Carmen è limpida, è aperta e dentro ci finisci perché non ne puoi fare a meno. Lei ti incanta, ti ipnotizza, con quella sua capacità di perseverare sulle note, sugli accenti e sui controtempi, che poi sono il dettaglio prorompente del suo modo di fare musica. Ci sono innumerevoli suggestioni musicali nella sua perfomance, il Sound, il Soul, il Sole nella sua musica, e in quel Sorriso disarmante.

Serata di grande caratura artistica, quella di apertura del Beat Onto Jazz Fest, e si va avanti fino al 4 di agosto. Visitate il programma qui

http://www.beatontojazz.com/index.php/il-jazz-festival/edizione-2018/programma

e venite a sentire questi musicisti dal vivo.

Enjoy

Simona Stammelluti

 

 Varchi la soglia dell’Arena di Verona e la sensazione è sempre la stessa: una sorta di euforia che si mischia alla consapevolezza che quel luogo è fantasmagorico, tutto è amplificato, tutto è impeccabile.
Ieri sera, in una delle cornici più suggestive dello stivale, Sting ha fatto meraviglie. Ma non era solo; i suoi compagni di viaggio gli hanno permesso di realizzare uno show stratosferico.
Lui, Sir Gordon Matthew Thomas Sumner, un pezzo della storia della musica mondiale, 40 anni di carriera, oltre 100 milioni di dischi venduto, 13 Grammy, impegnato nel sociale, uomo semplice e disarmante; lui, che ospita gli amici nella sua tenuta in Toscana ma che non spiccica una parola in italiano; lui cantautore, polistrumentista, lui pop, rock, fusion, jazz, new age; lui, che scopre e sceglie un allora giovanissimo Brandford Marsalis, sassofonista, per l’album del 1987  “Nothing like the Sun”; lui che firma un vero e proprio sodalizio con Dominic Miller straordinario chitarrista argentino che negli anni insieme a lui ha scritto capolavori come “The shape of my heart” e che durante il concerto di ieri sera ha regalato momenti di puro piacere.
Perché lui, Miller, suona benissimo ma non ha bisogno di strafare per dimostrare il suo talento, suona in maniera versatile, realizza sì evoluzioni con la chitarra, ma seppur con uno stile inconfondibile, preferisce la tecnica, la precisione, l’armonia. E sorpresa delle sorprese, sul palco ieri sera anche Rufus, suo figlio…chitarrista anch’egli, e alla batteria Josh Freese rockettaro, che é stato anche batterista di Lenny Kravitz.Un concerto quello di ieri sera, che Sting ha condiviso con Shaggy. Una strana coppia, si direbbe prima di ascoltarli, ed invece è un duo che seduce il pubblico, sia i semplici appassionati che gli addetti ai lavori. L’energia travolgente del reggae che scivola tra le pieghe blues di Sting, e così la voce suadente ed impeccabile di Sting, si fonde al fascino e alla versatilità dello stile giamaicano. E se Sting è impeccabile tanto nel cantato – non sbaglia una nota – quando nel suonare il basso, altrettanto lo è Shaggy che da mostra di grande carisma ma anche di talento canoro e lì, nell’Arena, l’audio non mente.

Il look dei due è singolare: t-shirt basic con disegnino del concerto e jeans nero per Sting, camicia bianca e jeans denim per Shaggy, che indossa una paglietta e porta un foulard con i colori della Giamaica attaccato ad un passante.

È un susseguirsi di momenti mitici. Il concerto di apre con “Englishman in New York” e l’Arena di Verona subito esplode.
La scaletta corre via veloce, a parlare con il pubblico è il giamaicano che regala tra l’altro un momento di grande intensità quando sottolinea durante la serata che siamo tutti diversi, “c’è un inglese, un giamaicano e tanti italiani, ma siamo un solo, unico popolo”. Una forza della natura Shaggy che canta e balla, e con lui due straordinari coristi di colore – Monique Musique e Gene Noble – che hanno trovato il giusto spazio durante il concerto, per far sentire di cose fossero capaci.

Shaggy, ha cantato Sting e viceversa.
Shaggy ha fatto i cori a Sting e viceversa.
Sinergia, versatilità e grande appeal ha tenuto legati i due artisti che si sono divertiti ed hanno divertito.

I pezzi storici dei Police, riproposti durante il concerto di ieri sera, sono senza dubbio contaminati, vestono nuovi arrangiamenti ma conservano le intenzioni e il carisma, oltre che identità espressiva.

Diventano “nuova versione”, più ricchi di accenti e di sfumature armoniche.
If You Love Somebody Set Them free” mostra il reef dell’influenza sudamericana.
Si alternano, i due artisti, ma tengono altissima l’attenzione e le energie del pubblico.
E così anche Sting canta “Angel”, e durante “Shape of My Heart”, sarà Gene Noble ad abbellire la performance, con quella voce delicata che ricorda Craig David, che crea evoluzioni che corrono lungo la melodia con una impeccabile intonazione e con quelle sfumature che solo una voce nera sa consegnare. Il pubblico è in piedi, incantato.

Walking on the Moon, so Lonely…e poi Shaggy che entra con Strength of a Woman. “The italian Woman” – incalza l’artista giamaicano e l’Arena risponde.

Lo step che inizia con “Message in a bottle”, che scivola dolcemente su “Fields of gold”, punta dritto a “Waiting For The Break Of Day”, Brano di Shaggy e Sting tratto dall’album Reggae “44/876” che da altresì il titolo al tour.

Shaggy di ragamuffin ti incanta e ti travolge, balla, si muove e si pone strategicamente a fianco a Sting, che invece nelle sue pose da rockstar, si dedica ammiccante al suo basso e a 67 anni “suonati”, canta come se il tempo per lui non passasse mai. Inconfondibile quella sua voce rotonda, con un’ottima estensione, contaminata di suo, dal suo gusto e dalla sua predisposizione ai suoni e alle note blues, nella quale si sente la tecnica ma senza mai strafare, quella voce roca ma mai forzata. Lui che è bravo, ma che non deve dimostrare mai nulla a nessuno e che se ricama sul tema, lo fa con la naturalezza di chi sa fin dove ci si può spingere. Lui, che schivo non parla mia troppo, ma che semplicemente cantando manda il pubblico in visibilio.

È inutile cercare di spiegare cosa accade durante pezzo come “Walking on the moon” o “Desert Rose” – che Sting regala nel primo bis insieme a “Every Breath you take” – lo si può immaginare da se. Il pubblico canta, porta il tempo e si commuove, così come è accaduto a me.

È un gioco da ragazzi, unire Roxanne a Boombastic e il ritmo che ne nasce sembra non dover finire mai.

Shaggy si prende il suo posto nella performance, e dopo “Sexy lady” e “I was me”, indossa la parrucca da giudice e Sting indossa la mitica maglietta gialla a strisce nere – simbolo del “pungiglione” –  finge di essere alla sbarra  ed è “Don’t make me Wait”, nuovo lavoro discografico firmato a 4 mani.

Ripercorrere in due ore i successi di 40 anni di carriera di Sting, alcuni riproposti in una veste nuova, scoprire che l’emozione è incontenibile, che il talento è un privilegio della vita, per alcuni, che la bravura propria è un dono che si fa agli altri, che le contaminazioni, anche in musica sono la miglior propulsione per l’arte, che si può cambiare tenendo inalterato il proprio essere, mentre alcune cose non cambino mai…come la consapevolezza che la passione muove il mondo, la curiosità è il motore della cultura e che la musica arriva dove nessun altro linguaggio sa far meglio.

Tutto questo a Verona, ieri sera, in un’Arena sold out, in un concerto che è iniziato prorompente quando ancora c’era la luce del giorno e che poi è terminato sulle note di “Fragile” sotto l’occhio di una luna meravigliosa.

Cosa mancava?
Ad ognuno sarà mancato qualcosa o qualcuno, ma senza dubbio i ricordi legati al proprio pezzo preferito, hanno accarezzato una nostalgia.

Mi viene da dire che l’Arena, ieri sera, mi ha suggerito come a volte le giuste distanze da ciò che abbiamo a vista e a cui rivolgiamo la nostra attenzione, ci fornisce un significativo feedback per continuare ad amare ciò che scegliamo a discapito di chi sceglie sempre il posto in prima fila e si perde il panorama migliore (anche sonoro)

Simona Stammelluti

Domenica 29 luglio, alle ore 21, nella raffinata cornice del giardino di Palazzo Venezia, per la rassegna “Il Giardino Ritrovato”, andrà in scena lo spettacolo di danza/performance R. OSA _10 ESERCIZI PER NUOVI VIRTUOSISMI, autrice, coreografia e regia Silvia Gribaudi, ed in scena Claudia Marsicano

OSA è una performance che si inserisce nel filone poetico di Silvia Gribaudi, coreografa che con ironia dissacrante porta in scena l’espressione del corpo, della donna e del ruolo sociale che esso occupa con un linguaggio “informale” nella relazione con il pubblico. R. OSA si ispira alle immagini di Botero, al mondo anni 80 di Jane Fonda, al concetto di successo e prestazione. R. OSA è uno spettacolo in cui la performer è una “one woman show” che sposta lo sguardo dello spettatore all’interno di una drammaturgia composta di 10 esercizi di virtuosismo. R. OSA è un’esperienza in cui lo spettatore è chiamato ad essere protagonista volontario o involontario dell’azione artistica in scena. R. OSA fa pensare a come guardiamo e a cosa ci aspettiamo dagli altri sulla base dei nostri giudizi. Lo spettacolo mette al centro una sfida, quella di superare continuamente il proprio limite. R. OSA è in atto una rivoluzione del corpo, che si ribella alla gravità e mostra la sua lievità. In scena Claudia Marsicano, vincitrice del Premio UBU 2017 come Miglior attrice under 35.

“Il Giardino Ritrovato” si inserisce nella più ampia cornice di “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio“, un progetto organico di iniziative culturali. Nato nei musei e per i musei, unisce sotto un ombrello comune, iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo. Realizzato dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, il programma di ARTCITY coprirà l’intera estate 2018, spalancando i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura.

 “Il Giardino Ritrovato” ha segnato la rinascita di uno dei palazzi storici tra i più significativi della città. La scelta della rassegna di quest’anno, curata dal direttore del Museo di Palazzo Venezia Sonia Martone e da Anna Selvi, direttore dell’ufficio per il teatro e per la danza del Polo Museale del Lazio, con la collaborazione di Davide Latella, punta sulla dimensione internazionale e sulla commistione tra diversi registri espressivi.

 

 

 

 Segreti d’Autore – dal 29 luglio al 14 agosto – si propone anche quest’anno come osservatorio civile dei rapporti tra il patrimonio culturale italiano e studiosi, scrittori, associazioni, musicisti, attori  impegnati per la sensibilizzazione del connubio uomo – territorio. Un Festival tra gli affascinanti borghi storici del Cilento che apre un’indagine sull’ambiente, sulla legalità, sulle scienze e sulle arti.

Una manifestazione aperta gratuitamente al pubblico che coinvolge le bellezze paesaggistiche dei comuni: Sessa Cilento, Serramezzana, Stella Cilento, Lustra, Laureana Cilento, Gioi Cilento.

 Il Festival della Legalità, dell’Ambiente, delle Scienze e delle Arti inaugurerà l’ottava edizione nel mese di luglio 2018.

Tra gli appuntamenti più significativi si segnalano il 29 luglio, a Valle/Sessa Cilento, nella splendida cornice di Palazzo Coppola, Vita d’attore, la regista Nadia Baldi dialoga con Alessio Boni sulla sua esperienza di attore teatrale, cinematografico e televisivo;

il 3 agosto, a Lustra, il compositore Peppe Vessicchio presenterà il suo libro La musica fa crescere i pomodori, sul legame tra la musica e la dieta mediterranea;
il 4 agosto, a Serramezzana, La signora della scena, Lina Sastri racconta la magia della recitazione. Ai due attori verrà conferito il Premio Segreti d’Autore 2018, scultura realizzata da Mimmo Paladino;
il 5 agosto,  a Laureana Cilento, Falcone e Borsellino la ricerca della verità, Franco Roberti, Assessore Politiche Integrate Sicurezza e Legalità Regione Campania e Giovanni Chinnici, Presidente Fondazione Chinnici,  dialogano con lo scrittore e regista Ruggero Cappuccio.

Nella sezione musica, il 2 agosto Di terra e mare, a Valle/Sessa Cilento il concerto spettacolo con Claudio Di Palma;
l’8 agosto, a Stella Cilento, ritornano gli Avion Travel con il loro nuovissimo album Privé ;
il 10 agosto, a Gioi Cilento, Su x giù Gaber con Renato Salvetti e Antonella Ippolito; l’11 agosto, a Valle/Sessa Cilento, Operina elettro- meccanica, una singolare installazione concerto di e con Enzo Mirone;
il 12 agosto, a Serramezzana, i dirompenti Foja;
il 14 agosto a Valle/Sessa Cilento concluderà la sezione il concerto L’armonia sperduta con Raffaello Converso, elaborazioni e orchestrazioni di Roberto De Simone.

Per gli spettacoli teatrali nazionali ospitati da Segreti d’Autore,
il 3 agosto, nel cortile di Palazzo Andrea Verrone a Lustra, Simu e Pùarcu di e con Angelo Colosimo;
il 5 agosto, a Laureana Cilento, Il mio giudice con Sara Bertelà;
 il 6 agosto, a Serramezzana, FOSCO (storia de nu matto) di e con Peppe Fonzo;
il 7 agosto, a Valle/Sessa Cilento, Ellepi (such a perfect day) di e con Fulvio Cauteruccio e Flavia Pezzo;
il 13 agosto, a Serramezzana, Patrizio vs Oliva con l’ex pugile Patrizio Oliva e Rossella Pugliese.
La sezione teatro si conclude il 14 agosto, a Valle/Sessa Cilento, con lo spettacolo Anime esito del laboratorio teatrale organizzato dal Festival.

Segreti d’Autore, con il sostegno del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni, si arricchisce degli incontri culturali con Silvio Perrella, Giovanni Guadagna, Giuseppe Galzerano e Carlo Pellegrino e di un appuntamento cinematografico con Slot di Dario Albertini.

Associazioni di studiosi ed esperti di natura, difesa del territorio, legalità e geologia, completano il quadro del Festival che si articola nei comuni del Cilento storico.  Durante l’intero arco della manifestazione saranno proposti percorsi naturalistici, passeggiate guidate nella natura: La Rocca del Cilento – Da Casigliano a Rocca Cilento, a cura del professor Antonio Malatesta; I paesaggi e le piante della dieta Mediterranea, a cura della professoressa Dionisia De Santis.

Tra le iniziative collaterali: il laboratorio per attori condotto da Elena Bucci; le mostre, all’interno di Palazzo Coppola, Sahara Te Quiero a cura di Romeo Civilli e Memento Deus Lux Aeterna a cura di Rosario Tedesco.

L’ingresso agli spettacoli, ai percorsi naturalistici e ai seminari è gratuito.

Informazioni: www.festivalsegretidautore.it

 

 

L’ultima apparizione pubblica l’aveva fatta pochi giorni prima del ricovero, quel 27 di giugno, nella clinica di Zurigo per un intervento ad una spalla. Aveva voluto fortemente consegnare di persona la Jeep all’Arma dei Carabinieri

Da quel giorno, le notizie che si sono susseguite hanno parlato di un peggioramento delle sue condizioni, tali da costringere la società che da anni guidava come amministratore delegato, a sostituirlo, perché impossibilitato a continuare nel suo prestigioso ruolo, che con dedizione e capacità gli consentì di cambiare il destino della Fiat, portandola ad altissimi livelli.

E’ John Elkann, presidente della holding Exor e della stessa Fca, che ne da’ la notizia quest’oggi, affidando a poche righe il suo pensiero: “E’ accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato. Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il più convinto promotore. Io e la mia famiglia gli saremo per sempre riconoscenti per quello che ha fatto e siamo vicini a Manuela e ai figli Alessio e Tyler. Rinnovo l’invito a rispettare la privacy della famiglia di Sergio“.

Insieme a Marchionne nei suoi ultimi giorni di vita, la sua compagna e i suoi figli, ed intanto i mercati negli ultimi giorni, si sono confrontati con il nuovo AD Mark Manley, nominato dal consiglio di amministrazione già la scorsa settimana, quando non si intravedevano miglioramenti nella salute di Sergio Marchionne, che invece aveva programmato tutto, pensando di doversi assentare dal lavoro solo per pochi giorni.

Indiscrezioni hanno parlato di un tumore, di un errore durante l’intervento. I medici parlano ufficialmente solo di una complicanza post-operatoria.

Era arrivato a Fca nel 2003, come consigliere di amministrazione, e l’anno successivo avrebbe assunto il ruolo di Amministratore delegato.

Perdiamo due milioni di euro al giorno, la situazione non è semplice“, aveva constatato. La rinascita di Fca dopo la rottura del patto con General Motors e la restituzione dei debiti alle banche, è stato il suo primo successo. Ma anche se l’azienda era solida il vento della crisi mondiale aveva rimesso di nuovo tutto in discussione, e c’erano ancora delle difficoltà da tenere a bada.  Così nel 2009  Marchionne cerca la soluzione nel salvataggio della Chrysler e nella fusione di Fiat con la casa americana.

Con Fiat Chrysler Automobiles, nasce un colosso da 4,5 milioni di auto all’anno, il settimo costruttore mondiale. Nel 2010 giunge lo scontro con la Cgil. Marchionne chiede la rinuncia allo sciopero, come aveva ottenuto in America. I sindacati si dividono. Il Piano Fabbrica Italia, travolto dalla crisi globale, non viene realizzato. Nel 2014 Marchionne, fissa un nuovo obiettivo, quello che entro fine 2018 possa esserci l’azzeramento dei debiti e della cassa integrazione. Il primo punto viene centrato, la cassa  integrazione riguarda ancora il 7 per cento dei dipendenti.

Negli ultimi anni Marchionne tenta un nuovo accordo con Gm per creare il primo produttore mondiale e risparmiare sugli investimenti, ma l’accordo non si concretizza. Nel 2017 annuncia la sua uscita di scena da Fca. Dopo aprile 2019 sarebbe rimasto presidente di Ferrari.

Il debutto del successore di Marchionne, Mark Manley, oggi davanti al  mercato, nel giorno della scomparsa del manager, suo predecessore.

Il vero valore di un leader non si misura da quello che ha ottenuto durante la carriera ma da quello che ha dato. Non si misura dai risultati che raggiunge, ma da ciò che è in grado di lasciare dopo di sé

[S. Marchionne]

 

Simona Stammelluti

Nacque per “restare in contatto con le persone della tua vita”, poi si aprì al nuovo, a nuove conoscenze, mostrandoci anche dei suggerimenti, in base a dei criteri che mai, nella vita vera, avremmo considerato come plausibili.

Ci hanno poi chiesto di “dire qualcosa che potesse rappresentarci“, da fermare lì su, in cima alla propria “bacheca”, come quella su cui a scuola scrivevano le comunicazioni importanti. Ma quello ad un certo punto non bastava più e così ci hanno invitati a “dire a cosa stessimo pensando“, come se fosse un alternativo studio di psicanalisi. In fondo, la domanda è quella che ti pongono gli strizzacervelli: “Su, non si tenga nulla dentro, mi dica quello che le passa per la testa, tutto“. E così molti (tutti) abbiamo ubbidito a questo invito e così ci siamo messi a vomitare tutto quello che attraversava la nostra mente e i nostri sentimenti istintivi, su quello spazio – che un tempo era bianco, mentre oggi ce lo propinano a colori e con i disegnini – usandolo proprio come un moderno confessionale, al quale consegnare amore, odio, frustrazioni, invidie, gelosie, voglia di arrivare chissà dove e di essere chissà chi.

Poi è arrivato il tempo del “condividere” e siamo stati invitati pure a “ri-condividere“, facendo nostre cose che nostre, non erano. Un tempo ci esprimevamo con “come disse …“, oggi ri-condividiamo se siamo onesti, ma se per caso quel che leggiamo ci piace proprio assai, lo “rubiamo” e lo facciamo nostro con il desiderio spasmodico di poter fare bella figura agli occhi dei più e con la diabolica convinzione che tanto in tutto quel marasma, nessuno si accorgerà di quel “furto”. Ma poi puntualmente accade, e allora il tempo scorre tra una diatriba e l’altra, tra un’offesa e l’altra.

Pian piano sono nati i link, poi sono arrivate le foto scattate da te con lo smartphone, poi la rivoluzione dei selfie, poi il fotoritocco.

Poi una sfilza di opzioni, dal “come ti senti” al “cosa stai facendo” al “con chi sei”, dove e perché. E poi a fare sondaggi, a rispondere a domande. La situazione ha così incominciato a sfuggirci di mano. Perché mentre rispondiamo, non pensiamo quasi mai al fatto che più rispondiamo, più il sistema fa la radiografia di ciò che siamo (o fingiamo di essere), e di ciò che vogliamo (o fingiamo di volere). E poi quando l’algoritmo ci propone pubblicità – che noi abbiamo autorizzato senza manco accorgercene – mostrandoci cose che non ci piacciono, abiti che mai indosseremmo, attività alle quali mai parteciperemmo, riusciamo anche a meravigliarci. Siamo ormai inseriti nel sistema dal quale diventa sempre più difficile uscirne, e che assomiglia tanto a quella condizione in cui si imbocca una scala mobile contromano; cammini cammini, ma non arrivi mai dall’altra parte e la cosa più assurda è che si sta bene così.

Al mattino ci svegliamo e ci domandiamo “chi saremo oggi”, cosa ci faremo piacere, a quale schieramento appartenere. E dire che un tempo più di qualcuno aveva un suo credo, una sua fede politica, un suo stile. Poi chissà come e soprattutto chissà perché siamo riusciti a rinnegare tutto (o quasi) per amore di un like, di un compiacimento effimero, come se quel banale e finto apprezzamento potesse lenire una insoddisfazione profonda e radicata, ma mai riconosciuta.

Ci hanno istigati ad essere sempre presenti, a dire la nostra anche quando non avevamo nulla da dire, a mostrarci, sempre e comunque, ad apparire, a “far vedere che”: che siamo sempre in tiro, che abbiamo sempre la battuta pronta, che siamo sempre in giro, che siamo sempre sulla cresta dell’onda, che siamo irresistibili, che abbiamo qualcosa in più che gli altri dovrebbero invidiarci.

Poi però, stanchi, le pagine dei social si chiudono (almeno per qualcuno) ed ognuno di noi resta la propria vita, fatta di momenti – belli o brutti che siano – che non si possono ritoccare, a cui non si può cambiare la data, e così restiamo in compagnia delle cose che non sappiamo, delle mancanze che ci scorticano, delle difficoltà di “trovare le parole giuste” e delle fragilità che ci rende così unici, a dispetto di questo sistema che ci vuole tutti uguali, ritoccati con la stessa applicazione sia per i volti che per i pensieri.

E allora sì, va bene, abbiamo capito…siete (siamo) tutti belli, bravi, affascinanti ed irresistibili.

Capite (capiamo) di tutto, siete (siamo) tutti geni … però io vi aspetto fuori di qui, quando sarete (saremo) disposti ad ammettere seppur tacitamente che i social vi (ci) hanno cambiati, rendendo più difficile sapere chi siete (chi siamo) e soprattutto quello che vogliamo.

E dire che un tempo potevamo avere qualche dubbio su cosa volevamo, ma sapevano benissimo cosa non volevamo essere.

 

Simona Stammelluti

IL NUOVO LABORATORIO DI MAX MAZZOTTA, CON UN OMAGGIO A BECKETT

Partirà ad ottobre il nuovo laboratorio organizzato da Libero Teatro in collaborazione con Cams Centro Arti Musica e Spettacolo Unical e diretto dall’attore e regista Max Mazzotta sulle opere teatrali di Samuel Beckett. Il corso per attori, che si terrà al Piccolo Teatro dell’Unical fino al mese di marzo, è rivolto a studenti universitari, giovani artisti ed interpreti, e terminerà con l’allestimento e la messinscena di uno spettacolo teatrale.

“A trent’anni dalla scomparsa di Samuel Beckett, Libero Teatro vuole rendergli omaggio con un laboratorio teatrale incentrato sulle sue opere drammaturgiche con il desiderio e l’ambizione di farle conoscere ai più giovani, per tentare di riscoprirne il senso poetico, ricercando, con gli strumenti contemporanei, nuove forme musicali capaci di far vibrare ancora una volta le sue note poetiche e universali” –  spiega Mazzotta. 

“Beckett è senza dubbio uno degli autori più complessi e completi del teatro e della letteratura moderna – continua il regista – Con la sua opera ha influenzato tutta la drammaturgia teatrale venuta dopo di lui. Maestro e genio assoluto, ha saputo fare del linguaggio scritto un vero e proprio spartito interiore, una musica che si nutre di parole pesanti come macigni, intrise di una poesia talmente elevata che tocca le corde dell’anima segnando per sempre le viscere della nostra coscienza”. 

Il laboratorio è incentrato su lezioni teoriche e pratiche di improvvisazione, studio dei testi teatrali, recitazione e interpretazione dei personaggi beckettiani, canto, training fisico e vocale, elementi di danza e coreografia a cura anche di professionisti del settore che affiancheranno il regista durante il percorso formativo. Per l’esito finale è previsto inoltre l’utilizzo di materiali video e multimediali.

Lo studio sulle poetiche teatrali e sulla storia del teatro invece si avvarrà della collaborazione di docenti del Dams Unical.

In particolare il laboratorio è diviso in due fasi: una prima fase da ottobre a dicembre 2018 con tre incontri a settimana ed una seconda fase da gennaio a marzo 2019 con quattro-sei incontri a settimana. È aperto ad un massimo di quindici aspiranti attori (studenti e non) e tre stagisti/tirocinanti Unical. Nella selezione degli stagisti saranno privilegiati tesisti e studenti con esigenze didattiche direttamente correlate all’argomento trattato.

A fine corso sarà rilasciato a chi ne farà richiesta un attestato di partecipazione e gli studenti Unical iscritti al Dams potranno richiedere i crediti formativi (Cfu) o partecipare come tirocinanti. I giorni, gli orari e i costi del laboratorio saranno comunicati durante il primo incontro conoscitivo che si svolgerà lunedì 15 ottobre 2018 alle ore 18 al Piccolo Teatro Unical.

Per partecipare al laboratorio bisogna candidarsi inviando una breve lettera motivazionale all’indirizzo della compagnia info@liberoteatro.org con oggetto “candidatura al laboratorio teatrale 2018/2019” aggiungendo alla mail i propri dati anagrafici e di residenza e se studenti Unical anche l’anno e il corso di laurea, entro e non oltre lunedì 8 ottobre 2018. I candidati riceveranno una mail di conferma e convocazione al primo incontro (15 ottobre). Dopo il primo incontro collettivo seguiranno dei colloqui individuali di valutazione con il regista e curatore Max Mazzotta.

Uno SPETTACOLO, “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel”, e poi ancora la VISITA NOTTURNA DELLA CAPPELLA SISTINA , la MUSICA DAL VIVO nel cortile della Pigna dei Musei Vaticani e biglietti ad un prezzo speciale per una notte d’estate nella magia di Michelangelo

 Per tutta l’estate, fino ad Ottobre, il venerdì sera diventa l’occasione per una serata unica. Il visitatore potrà prima partecipare allo spettacolo “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, l’innovativo show in scena all’Auditorium Conciliazione, ed entrare poi nei Musei Vaticani per una straordinaria visione notturna delle opere dal vivo,  approfittando di una offerta  speciale.

Giudizio Universale.  Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, ideato da Marco Balich e realizzato da Artainment Worldwide Shows con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani, è un innovativo spettacolo immersivo sulla genesi del capolavoro di Michelangelo che ha già appassionato più di 130.000 spettatori, grazie all’emozione delle proiezioni ravvicinate delle opere, alla musica di Sting e alle voci di Pierfrancesco Favino e Susan Sarandon.

Le proiezioni a 270° degli affreschi nella Cappella Sistina permettono una visione unica e spettacolare del genio di Michelangelo, che completa l’esperienza insostituibile della visita della Cappella stessa.

Per permettere allo spettatore il percorso ideale che comincia con lo spettacolo e prosegue  con la visita durante le Aperture Notturne dei Musei del Papa, “Giudizio Universale”, in scena a pochi passi da Piazza San Pietro, all’Auditorium Conciliazione, propone la replica del Venerdì in orario pomeridiano ad hoc, in lingua italiana, con un biglietto speciale riservato ai visitatori dei Musei Vaticani.

Tutti i Venerdì fino ad Ottobre infatti i Musei Vaticani aprono le porte ad una straordinaria visita notturna, che prevede  anche  l’ascolto di un concerto nella  splendida cornice del Cortile della Pigna all’interno dei Musei. Da oggi è possibile abbinare, ad un prezzo speciale, anche la visione dello spettacolo “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel” e passare così, a prezzo ridotto, una serata intera immersi nella bellezza, nell’arte e nella musica.

L’apertura notturna offre, in primo luogo, la possibilità di visitare i Musei del Papa in un orario inconsueto, lontano dai ritmi vorticosi dei circuiti del turismo di massa, diventando così uno spazio privilegiato per chi desidera beneficiare al meglio del patrimonio culturale che i Vaticani racchiudono.

Un momento ideale, dunque, per trarre ispirazione, istruzione e diletto dalla contemplazione dei capolavori custoditi nelle raccolte pontificie: l’agio di spazi meno affollati, la luce e il silenzio che la notte porta con sé, rendono i Notturni un’esperienza emozionante, uno spettacolo della conoscenza.

Artainment Worldwide Shows (AWS) è stata fondata nel 2016 all’interno di WSCorp. Nel 2017, la società Overjoy, composta da professionisti italiani di primo piano, ha deciso di investire in AWS credendo nella mission di Artainment.

La roadmap di AWS prevede una seconda fase con il tour mondiale di “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel” ed una terza con nuovi spettacoli, applicando il codice e il linguaggio di Artainment ad altri capolavori del patrimonio artistico e culturale italiano.

 

Scopri di più: https://www.giudiziouniversale.com/

Trailer video: https://vimeo.com/260986895

Musei Vaticani: http://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/eventi-e-novita/iniziative/Eventi/2018/il-giudizio-universale-quando-un-capolavoro-si-anima-vive-emozio.html

 

LA PROPOSTA

 

VISITA LIBERA IN NOTTURNA DEI MUSEI E SPETTACOLO GIUDIZIO UNIVERSALE

 

Musei Vaticani + Giudizio Universale, Settore Immersive: € 38 (16€ + 22€)

Musei Vaticani + Giudizio Universale, Settore Central: € 34 (16€ + 18€)

Musei Vaticani + Giudizio Universale, Settore Standard: € 31 (16€ + 15€)

 

 

VISITA LIBERA IN NOTTURNA DEI MUSEI E SPETTACOLO GIUDIZIO UNIVERSALE

Under 18 e studenti under26

Musei Vaticani + Giudizio Universale, tutti i Settori: € 24 (12€ + 12€)

 

UTILE SAPERE SUI VENERDÌ IN BELLEZZA:

Periodo: Luglio, Agosto, Settembre e Ottobre 2018

Giorno: Venerdì (escluso Venerdì 10 Agosto, per riposo spettacolo)

Orario spettacolo Giudizio Universale: ore 17:30

Orario visita ai Musei: dalle 19.00 alle 23.00

 

I biglietti sono acquistabili dal sito giudiziouniversale.com  e attraverso il circuito Vivaticket

https://giudiziouniversale.vivaticket.it

 

Per acquistare il biglietto ridotto per la visita ai Musei, vai sul sito dei Musei Vaticani oppure mostra il biglietto dello spettacolo del venerdì stesso all’ingresso dei Musei.

 

Box Office: via della Conciliazione, 4t – Roma tel.+39.06.6832256 info@ giudiziouniversale.com

 Le riduzioni previste dall’offerta sono valide esclusivamente per l’acquisto in combo del biglietto dei Musei Vaticani e dello spettacolo ‘Giudizio Universale’.

 

 

 

 

Ti imbatti nella notizia quasi in sordina, che alla fine di giugno esce un album inedito di John Coltrane. Ti poni mille domande a cui nessuno può rispondere e attendi che quel lavoro discografico esca per saperne di più e soprattutto per ascoltare.

Questo materiale, diviso in due cd prende il nome da una famosa affermazione che Coltrane aveva fatto a Wayne Shorter durante una sessione registrata negli anni ’50. Gli aveva chiesto di incominciare un fraseggio musicale come se si fosse nel mezzo di un tema e poi andare fino all’inizio e poi alla fine, quindi in entrambe le direzioni, in una sola volta. Ecco il titolo dell’ultimo album di Coltrane: “Both directions at once“.

La cose interessante è questo album è il frutto delle abitudini di Coltrane e del privilegio di cui godette quando lavorava con la Impulse! Records.  Perché la casa discografica gli  consentiva di portare a casa le registrazioni, per riascoltarle, prima di essere incise. Il mistero è dunque: perché mai queste registrazioni non andarono alle stampe? Eppure per durata e perfezione, sembrerebbe che fossero nate esclusivamente per quello. Fatto sta che se oggi possiamo goderne è perché la sua famiglia le ha conservate con cura. Colei che per prima ne ebbe cura fu la sua ex moglie Naima a cui lui rimase molto legato e con la quale rimase sempre in contatto anche dopo la separazione, e alla quale dedicò il famoso pezzo.

Tracce dunque mai editate, mai mixate, mai masterizzate, prima della morte di Coltrane nel 1967. Non esisteva nulla, nessuna indicazione che potesse diventare un album, non vi era elenco di brani stabilito, né immagini di copertina.  Fatto sta che sono due album completi, e che forse Coltrane aveva quella voglia che diventassero tali, mentre registrarono, ma quel che accadde dopo, resta un mistero. Ravi Coltrane, figlio del grande sassofonista, ha dichiarato che quella registrazione fu realizzata in maniera pignola, curata nei minimi particolari; una sessione impeccabile, insomma, realizzata in poco tempo. E qui l’aneddoto è interessante visto che la dovettero registrare in pochissimo tempo, considerato che subito dopo, il quartetto – formato da Cotrane al tenore e al soprano, Mccoy Tyner al piano, Jimmy Grrison al basso e Elvin Jones alla batteria, dovevano suonare a Manhattan l’ultima replica di una tournée di 12 concerti e considerato il traffico di quell’ora avevano bisogno di circa un’ora per arrivare. Così registrarono come se dovesse essere “buona la prima” e così fu. Quel quartetto di Coltrane era un tutt’uno tra di loro e con la musica e da queste registrazioni, questa caratteristica si avverte in maniera prorompente.

Verrebbe da dire che la musica di Coltrane merita di essere celebrata ed esaltata sempre, ma davanti a questa registrazione perduta e poi ritrovata, ogni domanda trova le sue risposte nell’ascolto e nel contesto, in cui venne realizzato. Molti pezzi sono senza titoli, e tanto è il materiale a cui Coltrane non diete titolo. Il perché, il chi, il come ma soprattutto il quando, trova risposta nella musica stessa perché si tratta di performance meravigliose, date alla luce da colui che fu uno dei nomi più prestigiosi sulla scena jazzistica di quell’epoca. Era il tardo inverno del 1963, precisamente il 6 di marzo, quando Coltrane e il suo collaudato quartetto diedero alla luce questo lavoro.

Com’è direte voi? E’ questa la prima domanda che viene spontanea. La prima cosa che verrebbe da rispondere è: “è meraviglia pura, che domande fai!” Ed invece proprio perché la musica di Coltrane, merita un ascolto attento, ve lo racconto un po’ dei dettagli.

Sono performance che provocano un immediato entusiasmo, come se il tempo si fermasse, mentre ci si sente immersi in uno spazio non perfettamente definito. Viene evocato lo spirito del jazz, ma in maniera particolarissima. E’ come se venisse iniettato uno stato estatico, nel quale il messaggio del gospel e della musica nera della chiesa americana, si insinuasse nel mondo educato, cortese ed ammiccante del jazz. E’ come se una domenica mattina americana, si infilasse in un sabato sera in un jazz club affumicato ed euforico.

Il 1963 era già il terzo anno che Coltrane era leader indiscusso e la sua musica influente ma al contempo controversa, era capace di bilanciare emozioni crude con sperimentazioni improvvisate. Alcuni etichettarono la sua musica come “anti-jazz“, mentre era la nuova epoca che nasceva sotto il simbolo del free jazz, un jazz che più libero di così non si poteva, soprattutto per tutti quei giovani che a lui si ispirarono.

Coltrane in questo lavoro è come lo conosciamo noi appassionati. E’ idea, forza e coraggio. Sono ballate, sono dialoghi che si intrecciano e non lasciano nulla al caso. Sono importanti tentativi, sono improvvisazione, sono melodia che Coltrane, prova prima con il tenore, poi ripropone con il soprano, usando arpeggi ed espandendo le melodie del tema con note lunghe, spesso semplici eppure carichi spiritualmente e ricchi di pathos.

Riflettono a pieno il suo modo di concepire la musica. Tra i brani, c’è una versione di “Nature Boy”, pezzo registrato la prima volta nel 1948 da Nat King Cole. Quando finì allora nel repertorio di Coltrane? Una sera in un concerto in cui Coltrane volle “provare”, diciamo così, e Wayne Shorter che era nel pubblico gli disse che quella versione con il soprano era pazzesca. In fondo Coltrane suonava sempre in modo nuovo. Quella versione con il tenore, in questa registrazione è poggiata su un mood minore. Utilizza il tenore, per accentuare il messaggio sobrio, per difinire ed abbellire la melodia, a suo piacimento.

Altro brano degno di nota è Vilia, melodia presa in prestito all’opera “La vedova allegra”, resa nota dal clarinettista Artie Shaw. Anche in Vilia, si sente tutta la freschezza della prima volta, e la cosa bella è questi brani sono stati registrati tutti al primo tentativo.

Stupendo, è proprio il caso di dirlo, la traccia che regala “Slow Blues, altro grande successo di questa sessione, suonato in modo rilassato, dove la calda familiarità del blues si fonde al famoso soffio del movimento di Coltrane, protagonista assoluto di questa sessione, che per fortuna è rimasta infiocchettata nelle mani della sua famiglia per oltre 50 anni.

E se il significato cardine del lavoro simbolo di Trane,I love supreme” fu non solo il simbolo dell’improvvisatore ardito, ma anche di come il suo modo migliore di vivere fosse suonare, sempre e comunque, mi viene da dire che questo lavoro “nuovo” ma con 55 anni portati con classe, è l’espressione della sua fede, del suo sapere, della sua essenza. Non è un disco selvaggio, ma è “torrenziale”, scivola, durante l’ascolto e ti travolge. Ha un magico equilibrio, è quasi miracoloso e poi ci regala un Coltrane inedito, ci racconta quel che voleva dire senza darti indizi, chiedendoti solo di “andare in entrambe le direzioni, in una volta sola”.

 

Simona Stammelluti

 

  • “This is like finding a new room, in the great pyramid” – Sonny Rollins

Che strano…ti imbatti in una storia e ti si apre un mondo. Quel mondo che è fatto di tante altre storie, tutte collegate tra di loro, che sembrano star su non per volontà divina ma per volontà di un singolo che mette a disposizione il suo vissuto, per salvare tutti gli altri. E allora si capisce come a volte giudichiamo tutti e tutto molto in fretta.
Dietro ogni uomo c’è una storia e quella storia può decretare o meno un lieto fine, nella storia di qualcun altro.

Ecco, in questo caso tutto ciò che quel giovane allenatore thailandese aveva vissuto, è divenuta la soluzione alla storia dei 12 ragazzini finiti nella grotta. In quella grotta in realtà vi erano stati portati dal loro allenatore. Quella grotta così pericolosa nel periodo dei monsoni. 17 giorni in una striscia di terra asciutta a 800 metri di profondità. Leggerezza, imprudenza quella dell’allenatore, senza dubbio. Ma cosa ne sarebbe stato di quei ragazzini se Ake, (soprannome di Ekkapol Chantawong), non avesse badato a loro così come ha fatto? Una volta finiti lì sotto, il panico ha preso in ostaggio tutti. E diciamolo, Ake è solo 11 anni più grande di quei ragazzini, quindi un ragazzo anch’egli. Orfano dall’età di 10 anni, ha imparato la meditazione in un monastero buddista e quelle pratiche le ha insegnate ai suoi ragazzi, li ha motivati infondendo loro calma e serenità, ha insegnato loro a tenere a bada i morsi della fame, a contemplare il respiro, a guardare la mente. Li ha tenuti per mano, li ha accuditi come figli, li ha sostenuti, incoraggiati a non mollare (in fondo questo dovrebbe fare ogni vero allenatore) ha rinunciato al cibo per distribuirlo tra i bambini. E’ stato l’ultimo ad uscire dalla grotta e ha chiesto perdono ai genitori di quei cuccioli, dei quali aveva messo in pericolo la vita, ignorando il divieto di ingresso nella grotta, quel vice allenatore che era cresciuto a pane e pallone, dopo essere stato prima abbandonato presso i preti e poi affidato alla nonna. Sarà processato, forse; comunque, in ogni caso, si prenderà le responsabilità della sua scelta.

Ma cosa sarà accaduto in quell’ora in cui è rimasto solo in quella grotta, dopo che anche l’ultimo dei bambini ha lasciato quel luogo e la sua mano? Nessuno può saperlo, però forse possiamo provare ad immaginarlo. Avrà pianto, forse, avrà sfogato tutta la paura, la sua e quella di quei bambini di cui si era fatto carico, si sarà arreso alla sua fragilità e alle sue colpe, e forse si sarà sentito solo, ancora una volta. Però una cosa è certa; se Ake non avesse gestito in quella maniera la situazione, probabilmente quell’imprevisto si sarebbe tramutato in tragedia. Forse nessuno di noi, seppur adulto, con esperienza e “sazio” di vita, sarebbe stato così bravo a tenere lucidi e salvi quei 12 bambini, perché il buio, la fame, la claustrofobia e lo sconforto sono delle armi potentissime che quando esplodono mietono molte più vittime di quanto si possa immaginare.

I soccorritori hanno trovato bambini sereni, in buono stato e sorridenti. Nella disgrazia di quella scelta scellerata, il giovane allenatore ha gestito al meglio gli eventi. La sua esperienza di vita, la sua storia, ha decretato il lieto fine della storia di quei 12 bambini appassionati di vita e di pallone, esattamente come lui.

Lo so, direte “tutto questo non sarebbe successo se si fosse attenuto al divieto affisso fuori da quella grotta e avesse trovato un altro posto dove portare i ragazzi a meditare“. Vero. Ma è vero anche, che la vita è stracolma di imprevisti, a volte decisi,  a volte subiti, e come reagiamo ad essi spesso fa la differenza. La storia subita da Ake quando era bambino l’ha reso capace di salvare la vita degli altri, ed anche la sua, ora che è uscito da quel buio, che fa crescere troppo in fretta, che ti toglie i punti di riferimento, che ti ricorda che sei solo, così come quando sei finito in quella grotta, e che devi ritrovare un senso, un filo conduttore, portandoti però addosso un senso di colpa ma anche un significativo sollievo.

Avete mai pensato a cosa sarebbe accaduto a coloro che si sono tolti la vita, se avessero condiviso la loro esistenza con qualcuno che come Ake, li avesse tenuti per mano, avesse insegnato loro a tenere a bada la paura?

Io sono convinta che la storia di ognuno di noi possa cambiare in meglio, a volte, le sorti di qualcun altro, e in quei 17 giorni nella grotta, la vita di quei bambini, la loro salute psico-fisica, è stata custodita nelle mani di un ragazzo con una infanzia difficile, triste, quasi ingombrante, per poi divenire leggera e impalpabile come quelle lacrime che sono scese, per lavar via, anche solo per un po’ la paura di un futuro che ci racconterà come questa storia andrà a finire.

 

Simona Stammelluti