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E’ bello quando un musicista si alza in piedi, ti parla, ti racconta a voce prima ancora che in musica, il perché ha intrapreso quel preciso viaggio, e dove vuole provare a condurti. Poi, quel che si nasconde “dentro” un progetto musicale, lo scopri chiudendo gli occhi ed ascoltando, anche se quando sul palco c’è una elegante electroharp blu, è difficile non restarne visibilmente incantati. Non si vedono spesso arpe sui palchi nei quali si consuma la musica, (a meno che non si tratti di orchestre) ma il concerto di ieri sera, tenutosi al Teatro dell’Acquario di Cosenza, nell’ambito della rassegna “La Nave dei Folli” diretta da Carlo Fanelli, è stata un’esperienza rara ed appagante.

Sul palco ieri sera 4 musicisti siciliani – Rosellina Guzzo (arpa elettrica), Vincenzo Mancuso (Chitarre), Giuseppe Viola (fiati) e Matteo Mancuso (chitarra elettrica) – con una grande esperienza musicale alle spalle, che hanno deciso di dedicarsi ad un progetto che è un vero e proprio viaggio; un viaggio sonoro e di storia della musica, che parte da molto lontano, dall’Irlanda, che prima sfiora e poi si fonde alle sonorità e alle influenze mediterranee, mentre sul più bello decide di saltare l’oceano e arrivare sin sulle sponde del nuovo continente.

 

E’ stato come viaggiare stando comodamente seduti nella poltrona di un teatro, godendosi un concerto di grande atmosfera, che ti conduce per mano mentre cammini su quel ponte che unisce culture musicali così distanti, ben connotate, eppur così compatibili.

Un concerto che asseconda la musica celtica, le ballate irlandesi, una musica tradizionalmente acustica, con arpa che disegna la melodia, con le chitarre che fanno anche da base ritmica e con i fiati che impreziosiscono, che fanno da controcanto, da bilanciamento acustico, oltre che fare da risposta alle note prodotte da un’arpista che al suo strumento, sembra poter chiedere qualunque cosa.

Le musiche prodotte durante il concerto di ieri sera, hanno la straordinaria caratteristica di essere complesse ma non troppo, armonicamente orecchiabili e rifinite a tal punto che ogni nota trova il suo spazio come nella costruzione di un puzzle perfetto.

Il concerto è senza troppi vincoli, ed è questo che lo rende particolarmente interessante. I brani –  “Granelli di sabbia” e  “The secret garden” – hanno nomi che disegnano paesaggi e invitano a tuffarsi dal punto di alto di una collina irlandese, come se la musica di quell’arpa che interroga e fa domande semplici e appassionate, possa trovare risposte nelle emozioni che trasmigrano inevitabilmente da quel palco, in platea. E quanto più l’arpa suona note acute, tanto più la chitarra detta il tempo e introduce il suono dei fiati, che ieri sera sono stati più d’uno nelle mani di Giuseppe Viola. Chalumeau, kaval, speciali flauti di canna, caratteristici proprio della musica tradizionale, folkloristica mediterranea, per poi passare in maniera versatile al sax soprano.

Non so quanti anni abbia Vincenzo Mancuso, ma porta con se, nel suonare le chitarre, tutta la sua sicilianità oltre che l’esperienza ultradecennale di musicista della Rai, di collaboratore di Francesco De Gregori e di molti altri artisti noti. La rivelazione della serata lo “Special guest” è lui, il giovanissimo Matteo Mancuso, poco più che ventenne, ex enfant prodige, in partenza per la Berklee School, che suona la chitarra elettrica senza plettro (come i più bravi), che è capace di veri e propri virtuosismi, che è capace di incastonare le note del suo strumento nell’atmosfera della musica celtica, nelle sonorità che nascono tradizionalmente acustiche e pizzicate, e riesce a far scivolare la pioggia di note ritmicamente perfette, nelle trame dell’armonia dell’arpa.

I musicisti fanno poi un salto nella musica del Mississippi, musica dalle caratteristiche del tutto singolari. Molto bello il momento della serata in cui i due Mancuso, restano soli sul palco, per un omaggio a Django Reinhardt, chitarrista fuoriclasse, gitano, che del suo handicap (non aveva più due dita alla mano sinistra dopo essere stato vittima di un incendio) ne fece una virtù, diventando uno dei più virtuosi chitarristi, che nulla di convenzionale aveva nel suo modo di fare musica, tra il gitano e lo swing; lui che aprì la strada al solismo chitarristico.

Ieri sera in suo onore, Vincenzo e Matteo Mancuso hanno regalato al loro pubblico, un viaggio che parte dal mondo rom per arrivare agli Stati Uniti, eseguendo Nuages, Cherokee e Hungaria.

Tornati tutti sul palco, i musicisti riprendono il loro viaggio da una ballata irlandese, quelle che in quei luoghi vengono suonate per la gente, tra la gente e non solo come simbolo di folklore.

Bello quando Rosellina Guzzo racconta i brani, prima di intonarli con la sua arpa, prima di ricamarli con quell’arte di pizzicare le oltre 40 corde della sua strumento, che produce un suono rotondo che scorre lungo note acute e chiare, eleganti e incantevoli … è proprio il caso di dirlo. E così, “Down by the sunny garden” che parla d’amore, diventa un vero e proprio inno al rimpianto, con note che sono appassionate, e non tristi.

Molto buona la performance in “She Moved Through the Fair“, che come l’arpista racconta prima dell’esecuzione, parla di una donna che si allontana dal suo uomo, che però la rivede ogni notte in sogno. Avvolgente il suono del sax di Giuseppe Viola.

Resta impresso il suono del flauto e dell’arpa che suonano all’unisono, mentre la chitarra fa da tappeto, nel pezzo dedicato alle colline delle fate.

Ottimo l’interplay tra i musicisti. Sanno come dosare gli accenti, trovando ognuno il giusto spazio e sono così collaudati che suonano, senza guardarsi.

Sono passate le 23.00 quando il concerto si avvia al termine, anche se i musicisti non vogliono andar via e il pubblico non vuol lasciarli andare. Dopo due ore di concerto, arriva l’omaggio a Giuseppe Leopizzi, anima celtica, chritarrista siciliano prematuramente scomparso, che amava il suono di quelle terre lontane, che le corde della sua chitarra le accarezzava più che pizzicarle e che fu il primo a concepire quanto potessero essere compatibili i suoni mediterranei con quelli del nord Europa. Nell’82 fondò gli Aes Dana (“gente d’arte” in gaelico) – gruppo di cui la stessa Rossellina Guzzo ha fatto parte –  e diede vita al suo personalissimo folk celtico. In suo onore ieri sera è stato eseguito il brano Frontiera, un pezzo dal titolo emblematico e che nel 2000 vinse il prestigioso premio “Jhon Lennon Songwriting contest” attribuitogli da Elton John, Liza Minnelli, Carlos Santana.

Ringrazia i suoi genitori per essere giunti sin da Palermo per sentirla suonare, Rossellina Guzzo, e dopo aver raccontato la storia – che per molto tempo apparve solo come leggenda – di Lord Franklin, esploratore che sparì tra i ghiacci del mare del nord, si siede per l’ultima volta sul suo sgabello, accordando, coccolando e suonando quell’arpa che ha disegnato le tappe di un viaggio appassionato ed entusiasmante, che ha preso con se i due flauti suonati contemporaneamente nell’ultimo pezzo in scaletta, le chitarre dei Mancuso e ha fatto viaggiare gli spettatori lungo una linea invisibile che ha sorvolato culture e paesaggi, traducendo in musica le storie, le tante storie che fanno della musica, una continua leggenda.

 

Simona Stammelluti

Finalmente (ed era ora) il presidente del Consorzio Universitario di Agrigento, prof. Pietro Busetta esce allo scoperto e parla del futuro del Cua, alla luce delle ultime recenti notizie (ma in realtà durano ormai da almeno 4 anni) che danno il Polo Universitario della Città dei Templi in procinto di chiudere i battenti.

Il presidente Busetta, ovviamente, guarda lontano e ci mette anche un pizzico di ottimismo. Sostiene che “le voci di una imminente chiusura di certo non agevolano il prezioso lavoro che stiamo portando avanti. Il 2019 – continua Busetta – sarà l’anno della massima crisi ma nello stesso tempo stiamo lavorando per il rilancio sostanziale del Consorzio universitario di Agrigento”.

Si spera. Si spera anche perché la presenza del Magnifico Rettore in Consiglio comunale ad Agrigento, per riferire sulle sorti del Cua, non è stata assolutamente confortante. Di questo parleremo più avanti.

Busetta continua: “La crisi del Cua nasce da una volontà della Università di Palermo di volerne avere la governance, come peraltro è avvenuto a Trapani. Il ricorso al decreto Baccei del CUA, sotto la presidenza di Armao e la successiva presa di posizione del Governo regionale, hanno stoppato le mire di governo della Università di Palermo ed ora si è in attesa di un nuovo decreto , concordato tra Regione, Università e territorio che dovrebbe sciogliere tutti i problemi derivanti da un contrasto , ampliato dalle recenti elezioni regionali che hanno visto il rettore Micari candidato per il centro sinistra e quindi in una posizione contemporanea di parte politica e di parte tecnica.

In realtà l’università di Palermo con motivazioni relative  al contenzioso in atto con il Consorzio, ha deciso di tirare i remi in barca per quanto attiene al corso di Architettura, Giurisprudenza e incredibilmente di Archeologia, con la motivazione relative al credito , peraltro in contenzioso, vantato dalla stessa.

Un’altra tegola di un certo rilievo  – continua il presidente Busetta – è stata la pseudo abolizione delle Province , che hanno fatto venire meno importanti risorse.

A breve si avranno notizie molto interessanti sulle nuove iniziative del CUA, che è un organismo vivo e vegeto , in piena attività, che sta lavorando alacremente per incassare i crediti, per pagare i debiti, per avere nuove iniziative di formazione che interessino gli studenti agrigentini.  Tra l’altro – conclude Busetta – abbiamo promosso una riunione di tutti i Consorzi siciliani con Lagalla e Armao che hanno assicurato una certezza economica a favore degli stessi Consorzi per poter programmare serenamente il proprio lavoro”.

Ovviamente non siamo d’accordo quando sia il Magnifico Rettore Micari che il presidente Busetta sostengono che la chiusura delle Provincie regionali ha dato il colpo di grazia ai Consorzi.

Una giustificazione, questa, che serve solo a colpire le menti meno intelligenti. Cosa vuol dire “i soldi prima passavano dalla Provincia”? E quindi? Chiude la Provincia e muore tutto? Chiudono i Consorzi, non si rifanno le strade provinciali, non si mettono in sicurezza tutte le scuole del territorio?

Quando il nostro direttore Lelio Castaldo è intervenuto in Consiglio comunale rivolgendo al Magnifico Rettore queste domande, il numero uno dell’Ateneo palermitano è rimasto alquanto perplesso (oltre che zittito). E’ un passaggio obbligatorio il denaro a favore dei Consorzi attraverso le ex Provincie? Perfetto, facciamolo passare attraverso il Comune, la Camera di Commercio, un qualsiasi Ente, una qualsiasi Associazione Culturale!

Oppure, meglio ancora, se davvero c’è la volontà di salvare il diritto allo studio (e la dignità) a migliaia di studenti agrigentini, quei soldi destinati al Polo Universitario si potranno versare direttamente nelle loro casse. Il passaggio “obbligato” attraverso le ex Provincie sembra un pretesto tanto pericoloso quanto di infimo gusto, per negare, invece, una volontà evidente che non vogliamo né pensare né scrivere.

Il Rettore Micari, ad Agrigento, ha anche detto: “Avevamo soltanto 12 iscritti nel corso di Archeologia, così non si poteva andare avanti”.

Per forza che non si poteva andare avanti! Anche in questo caso l’intervento in Consiglio comunale del nostro direttore Castaldo è stato incisivo; Castaldo rivolgendosi a Micari ha detto: “Come si può pretendere che i giovani della provincia di Agrigento vengano ad iscriversi al Cua dopo che sono almeno cinque anni che si fa terrorismo politico – mediatico sulla imminente morte del Consorzio di Agrigento? E poi – ha continuato Castaldo – ha ricordato al Magnifico Rettore che proprio recentemente aveva definito il Polo di Agrigento come un cadavere…”. Di gusto assai discutibile.

Anche in questo caso il Magnifico Rettore non ha espresso alcuna parola.

Il problema serio è un altro; occorre solo la volontà di portare avanti una delle pochissime realtà positive esistenti in provincia di Agrigento. Tutto ciò è nelle mani del vice presidente della Regione Gaetano Armao, dell’assessore Roberto Lagalla e del Magnifico Rettore Fabrizio Micari.

Quest’ultimo non faccia tesoro con la storia del contenzioso e guardi avanti. Lagalla, invece, deve solo trovare i soldi. Il che non è assolutamente difficile.

Del resto, come gli assessori regionali riescono a trovare (in un periodo di profonda crisi) i soldi per i propri viaggi istituzionali (triplicandone le somme rispetto a prima), non dovrebbe essere così difficile reperire le somme che hanno il fine di ridare dignità a migliaia di giovani della provincia di Agrigento.

Per favore, smettetela. Anche voi non siete stanchi?

Fare un omaggio ad una grande attrice non è mai cosa semplice. Almeno non lo è nella misura in cui il carattere artistico è talmente spiccato e riconoscibile che si rischia di sbagliare il registro, esasperando alcune sfumature, puntando tutto sulle caratteristiche riconoscibili dell’artista stesso.

Ed invece in questo caso, l’omaggio che Max Mazzotta realizza e porta in scena per ricordare quella donna che tanto ha fatto ridere – da sola quanto in trio – avviene in punta di piedi, con garbo e maestria. Max Mazzotta è un attore e regista con una immensa conoscenza della materia teatrale, dei meccanismi e dei tempi che il teatro impone. E poi sa sempre come scovare l’attore giusto per quella “precisa parte” e mi va di puntualizzarlo perché diciamolo…spesso cose belle, finiscono per essere attribuite alle persone sbagliate che alla fine non rendono per come si dovrebbe, né il testo, né le intenzioni del regista.

Mazzotta firma la regia di “Tre tentativi per un sogno” che ieri sera si è consumato sulle tavole del palcoscenico del Teatro dell’Acquario di Cosenza (nell’ambito della rassegna Milf realizzata da “Il filo di Sophia”) calcato da una ispirata e talentuosa Graziella Spadafora, che ha incarnato non tanto le movenze di Anna Marchesini, quanto i sentimenti. E questo perché lo spettacolo non è un’insieme di gag note, ma un excursus gentile nel tempo che fu, in quella strada che pian piano si aprì nella vita di Anna Marchesini, dalla passione acerba per il teatro, scoperta in seguito alla visione di uno spettacolo, e poi quei “tre tentativi” per raggiungere un sogno, divenuto così tanto vero, reale, appagante, da trasformarla, “trasformandosi” in una serie di altre vite, esasperate nei caratteri tanto da far ridere.

Ed è come se la biografia della Marchesini fosse caduta, planata nelle idee e nella genialità di Max Mazzotta che la immagina lì, seduta al centro del palcoscenico, mentre racconta quel che fu, dall’inizio fino alla fine, a quella fine che nella vita dell’artista fu una specie di colpo di scena, imprevisto e spietato.

Graziella Spadafora, interpreta in maniera minuziosa e carismatica le intenzioni del regista e l’essenza del vivere di Anna Marchesini; la incarna, non la imita, le ruba la verve, non la copia, la disegna, non la duplica. Ci mette del suo, la Spadafora, ci mette il suo modo di concepire la comicità, quella capacità di far ridere che però in alcuni momenti cruciali, mentre cambiano le atmosfere e le realtà artistiche, sa anche far commuovere. Si veste, si sveste e si mostra al suo pubblico, mostrando le emozioni della Marchesini che furono essenziali, in quel vissuto di persona e non solo di personaggio pubblico. Graziella Spadafora sa bene come raccontare le ansie dell’attrice, le speranze a volte deluse, le paure, perché anche quelle fanno parte di quella donna che si trasformò in tanti personaggi, che poi sono sopravvissuti a lei e che ieri sera, sono arrivati al grande pubblico attraverso la bravissima attrice scelta da Mazzotta. Graziella Spadafora è stata Anna Marchesini che parla di sé,  e poi ancora “la Signorina Carlo-la cecata“, “la sessuologa“, e “la cameriera secca dei signori Montagné“. Li ha fatti suoi i personaggi della Marchesini e li ha riproposti al pubblico senza ostentare, ma raccontandoli come se in quel pubblico ci fosse lei, la Marchesini che – a mio avviso – avrebbe riso, si sarebbe commossa e avrebbe applaudito così come il pubblico in sala ha fatto, a scena aperta.

Mazzotta è riuscito a raccontare un’attrice completa, ironica ma anche sensibile, che si innamora del teatro dopo aver visto “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, e che poi parla con le sue piante e poi scrive. Racconta una donna che con compostezza e dignità ha affrontato una malattia invalidante, che poi l’ha strappata al mondo, ai suoi affetti, alle sue passioni.

Ottimo l’abbinamento delle musiche con i vari step in scena, come se ogni brano potesse essere il filo conduttore tra quei “tre tentativi per un sogno” e quelle domande che spesso finiscono per archiviarsi senza ricevere per forza la risposta giusta.

Che malattia è?” – si domanda la Marchesini nell’interpretazione della Spadafora. “E’ una strada stretta” – risponde il testo di “Sei nell’anima” di Gianna Nannini.

E poi conclude: “Ebbi cura di spostarlo, il silenzio, senza muoverlo”.

La comicità, la spontaneità e la schiettezza delle due attrici, che erano presenti entrambe ieri sera su quel palco, sono state le caratteristiche che hanno permesso ad un omaggio, di diventare magia.

 

Simona Stammelluti

 

Una stagione ben riuscita, quella del Teatro Dell’Acquario di Cosenza, che anche quest’anno ha realizzato un progetto di educazione teatrale per le giovani generazioni, e così, con Scuole a Teatro e con Famiglie a Teatro, sono stati portati in scena spettacoli adatti al giovane pubblico, ma sempre di grande qualità.

La stagione “Famiglie a Teatro” si è chiusa quest’oggi al teatro Morelli di Cosenza, con lo spettacolo La gabbianella e il gatto, con attori del Teatro Vascello di Roma, che ha portato in scena una delle più belle favole, nate dalla penna dello scrittore cileno Luis Sepùlveda e poi divenuto anche un film d’animazione. Ottima la regia – nel riadattamento di Manuela Kustermann – che è riuscita a fondere la morale della favola senza mai appesantire le parti recitate, spesso esilaranti, capaci di coinvolgere bambini e ragazzi, che hanno interagito ed applaudito la bravura dei giovani attori, che in un’ora e mezzo di spettacolo hanno raccontato la storia del gruppo di gatti, che accolgono la gabbianella così diversa da loro, per poi, più che insegnarle a volare, la incoraggiano a seguire la sua natura e la sua strada. Raccontate bene le morali della favola; dalla consapevolezza che le promesse vanno mantenute, a come ci si possa arricchire condividendo spazi e tempi con chi è diverso, sino ai sogni da non abbandonare mai. Gli attori, anche ottimi cantanti, hanno allietato una delle tante domeniche che la direzione artistica del Teatro dell’Acquario è riuscita a riempire con la collaborazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Le scuole durante tutto l’anno hanno aderito alla pregevole iniziativa, portando gli studenti ad assistere agli spettacoli in cartellone, oltre alla partecipazione a laboratori messi a disposizione dei ragazzi, che si propongono di sviluppare le capacità espressive e di comunicazione per mezzo del corpo e della voce, stimolando la concentrazione, la disciplina e tirando fuori le inclinazioni di molti di loro, che finiscono non solo per innamorarsi del teatro, ma anche per desiderare di farne parte.

Le compagnie intervenute per questa stagione sono arrivate da tutta Italia, portando spettacoli di grande qualità.

Simona Stammelluti

 

Fa impressione quel che noi giornalisti continuiamo a raccontare nelle ultime ore. 

Fa impressione almeno per un po’…almeno fino a quando per quello che si chiama “spirito di sopravvivenzanon si archivi l’ennesimo fatto di cronaca, impossessandosi dei propri personalissimi drammi, quelli che si riesce bene o male a tenere a bada, perché è più forte la vita che pulsa, rispetto al silenzio che fa così tanto rumore,  da strappar via a volte, anche l’ultimo barlume di lucidità. 

Sono fatti di cronaca che fanno tanto “share”, che fanno restare a bocca aperta più per il dispiacere che per lo stupore perché alla fine, non ci si stupisce quasi più di nulla. 

Quel dispiacere infilato nelle pieghe di giorni che sembrano tutti uguali, nei quali le persone agiscono come mosse da un moto perpetuo impossibile da fermare, in un tempo spesso troppo largo rispetto alla frenesia che regna sovrana, e nel quale se qualcosa ci va stretta, abbiamo tutto il tempo che necessita per scrivere un copione di quello che andremo a vivere, a mettere in scena quando quello che non sappiamo tenerle a bada diventa un’onta, una vergogna, una paura. 

E allora per mesi, ed anche per anni, si vivono vite apparentemente ideali, senza pecche, senza problemi, senza traumi. Almeno apparentemente. Perché poi alla fine quello importa; ossia che in apparenza non ci sia nulla che possa lasciare intravedere tutto quel mondo che sprofonda sotto i piedi, che inghiotte, e che fa in modo non vi sia traccia di tormenti, di paure, di sconforto e di quella voglia – che diventa protagonista – di farla finita. 

E la domanda che puntualmente viene fuori è:
ma nessuno si è accorto di nulla?
Non ha parlato mai con nessuno?
Ma non l’aveva una persona alla quale confidare le sue paure, le sue insoddisfazione? 

Perché diciamolo; siamo tutti un po’ insoddisfatti, siamo tutti perennemente alla ricerca di qualcosa che possa soddisfare il nostro ego, che possa mettere a tacere quella vocina che ci dice che siamo meno degli altri, che non abbiamo quanto gli altri. Siamo spesso costretti da quel vortice sociale a dover sempre dimostrare di essere all’altezza di qualcosa o qualcuno. 

Lo deve dimostrare la ragazzina quindicenne in sovrappeso che non ce la fa più a subire derisioni e si lascia travolgere da un treno,  il ragazzo bullizzato nei bagni della scuola perché gay, la mamma che si sente sfatta e inadeguata dopo un parto, il bambino di colore cacciato a malo modo da una giostrina perché “puzza”, la 25enne che forse, per accontentare tutti scontenta così tanto se stessa che non ce la fa più, dopo anni di finzioni, di teatrini, di copioni di cui non ricorda più le parole e che allora sceglie di spegnere la luce, spegnendo le aspettative di tutti…perché le sue, le porta via con se, gettandosi dal palazzo della cittadella universitaria che mai aveva frequentato e che era stata solo l’involucro di un alibi che non reggeva più. 

No, non sono “luoghi comuni” sono mancanza comune di attenzione che ha fatto sì che tutti questi casi ed altri ancora diventassero “di tutti i giorni”, quasi un cliché. Ma qui, sulla terra, non ne abbiamo di supereroi che scendono dal cielo volando e prendono al volo le ragazze sfinite dalla vita e dalle bugie a 25 anni mentre si gettano da 50 metri. 

Dovremmo tutti imparare ad essere un po’ supereroi, semplicemente smettendo di guardare ad alcune tragedie come a quel mondo che va come deve andare, usando i famosi cliché: “hanno tutto non sanno cosa vogliono”, “ma che gli mancava”. 

Ecco…manca sempre qualcosa. E quel qualcosa è spesso prima di tutto la presa di coscienza di chi sta dall’altra parte della barricata, di chi non ha più la sensibilità per subodorare una tragedia che si nutre di silenzi, di parole preconfezionate, di copioni scritti ad arte. 

Sprechiamo parole per dispiacerci, ma mai per interrogare cuori che sanguinano, bocche cucite dalla paura o occhi che provano a parlare ma poi restano muti, perché non riconoscono mai negli sguardi altrui, un probabile interlocutore. 

E dall’altra parte c’è chi si chiude nel silenzio, lì dove si annidano le peggiori tragedie.

Offendiamo, pretendiamo, minimizziamo. 

Siamo bravissimi nel terzo millennio a far questo. Ci atteggiamo a coloro che tutto sanno, ma non sappiamo domandarci mai se qualcuno possa nascondere un dolore o una fragilità dentro quella vita che sembra così adeguata, così impeccabile, così ben recitata.

Dove finiscono i sogni che da bambini pensavamo potessero diventare realtà, almeno qualche volta?
E quanto è spietata quella realtà, che ci costringe a tenere i piedi per terra e lava via i sogni sotto la pioggia di incertezze?

C’è un equilibrio così precario, in ognuno di noi. Eppure basterebbe che si urlasse, quando si ha paura di cadere.

Simona Stammelluti 

Indagato per concorso e favoreggiamento personale. Lui, Luciano Conte, marito di Isabella Internò, l’allora fidanzata di Denis Bergamini, morto in circostanze ad oggi ancora da chiarire il 18 novembre del 1989, quando la stessa Internò dichiarò che si era trattato di un suicidio.

Dopo innumerevoli tentativi di archiviazione, il caso è stato riaperto nell’aprile del 2017 dal Procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, su richiesta della famiglia Bergamini e del loro avvocato Fabio Anselmo, che mai hanno creduto alla versione del suicidio, così come se decenni era stato sostenuto. Nella stessa udienza fu disposta la riesumazione del corpo, sul quale poi sono state disposte delle perizie con tecnologie sofisticatissime che hanno appurato come la morte del calciatore fosse avvenuta per asfissia e dunque Denis è stato ucciso prima di essere coricato sotto le ruote di quel camion.

Ad oggi dunque, c’è un terzo indagato nella vicenda che riguarda la morte del calciatore. A Luciano Conte e a sua moglie Isabella Internò sono stati sequestrati i telefoni cellulari che saranno analizzati nei prossimi giorni.

Saltano alla cronaca, in queste ore, le intercettazioni telefoniche tra il Conte e la Internò, estrapolate da una inchiesta svolta 6 anni fa circa, dalle quali vengono fuori le conversazioni tra i due.

Dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” arrivano inquietanti le parole di quel dialogo:

Lui: “Di me non dire niente. Nel senso: Suo marito? Sì fa il poliziotto. Sempre sul generico. All’epoca? All’epoca ci sentivamo … ma era a Palermo. La verità…la verità…la verità… Nell’intimità non andare proprio. Il rapporto? Due ragazzini (frasi incomprensibili) Con tono educato, rispondi. Poche parole. Ma che rapporto? Era tormentato? Ma quale tormentato, era un rapporto normale, che magari all’epoca poteva essere … non fare o aggiungere, perché tutto quello che

Lei: “No, mai…primo. lo so…”

Lui: “Un rapporto normale. Ci lasciavamo, ci toglievamo. Il problema è che io non so perché questo ragazzo si è suicidato, non lo so proprio! Altrimenti lo avrei detto ventidue anni fa, non so il motivo perché si è…e non me l’ha confessato. Sono solo il testimone di un brutto episodio

Si noti come il Conte, imbocca a sua moglie Isabella Internò tutte le risposte da dare, alle probabili domande dei magistrati, considerato che all’epoca la donna era indagata per concorso in omicidio.

Risposte suggerite dal Conte sul rapporto con lui stesso che all’epoca era il suo fidanzato, e poi su quello che sua moglie non doveva sapere. E poi quella frase circa il fatto di essere solo il testimone di un brutto episodio.

Che la Internò sia un testimone di ciò che è realmente accaduto a Denis Bergamini, questo è fuor di dubbio.

Si riparte anche da qui, con un unico obiettivo: la VERITA’.

 

Simona Stammelluti

 

Erano gli anni ’30 e nel panorama musicale di quel tempo c’erano due signori, Billie Holiday e Lester Young, che insieme realizzarono una  serie di cose memorabili.

Potrei fare alcuni esempi, di quelli che saltano subito alla memoria: “That Way”, “Travlin’ All Alone” e “Easy Livin”.

Questi sono solo alcuni dei pezzi che li hanno visti vicini e complici. Ma la collaborazione musicale e l’amicizia personale che ci fu tra i due titani del jazz, ebbe svariate sfumature. Billie e Lester ebbero un incredibile rapporto intuitivo, quando capirono che avrebbero dovuto fare musica, insieme. 

Ascoltando le loro registrazioni, è chiaro che si ispiravano a vicenda, musicalmente, portando però in quel connubio parte della  proprio vissuto, della propria personalità e del proprio bagaglio emotivo.  

Cantare, per Billie Holiday era un modo per sopravvivere.
LEI, Eleonora Fagan, era nata “povera e nera”, a Baltimora nella primavera del 1915. Era cresciuta a Harlem, insieme a sua madre che lavorava come domestica.
Billie sosteneva che la depressione per lei non fosse nulla di nuovo, perché aveva visto sempre e solo lei, durante la sua esistenza e con lei era cresciuta.
Billie aveva 15 anni, quando si presentò in un locale di Harlem per fare un provino per un posto di lavoro da ballerina. Le dissero che non era “abbastanza brava”  per essere una ballerina e allora provò a cantare, li sul posto e fu così che scopri che le piaceva così tanto farlo, che avrebbe anche potuto pensare di fare quello, come lavoro, per sopravvivere. 

Il suo cantare così incisivo e sofisticato, la portò ad esibirsi nei club di Harlem, nei primi anni ’30, quando fu  scoperta dal un produttore discografico, John Hammond. Da allora incominciò il successo come una delle più grandi interpreti vocali americane di jazz e blues.

 LUI, Lester Young, tenorsassofonista, proveniva da una famiglia di New Orleans, nella quale erano tutti musicisti.
Quando aveva dieci anni, Lester suonava il rullante nella banda di suo padre, viaggiando in tutto il Midwest, con uno spettacolo itinerante, nei tendoni.
Fu durante la sua adolescenza, che partorì l’obiettivo di fare per conto suo. 

All’inizio della sua carriera, Lester fu sollecitato a “smorzare” quel suo stile musicale così unico.
Si pensi a quando cominciò a suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson, e la moglie del leader, lo costrinse ad ascoltare i dischi di Coleman Hawkins più e più volte, in un vano tentativo di convincerlo a rinunciare al suo approccio lirico e di imitarne lo stile.
Fu solo quando Lester si unì all’orchestra di Count Basie presso la Sala Reno a Kansas City nel 1934, che il suo stile ebbe la possibilità di fiorire.

Billie e Lester si incontrarono ad una jam session di Harlem nei primi anni ’30 e poi lavorarono insieme nell’orchestra di Count Basie, nei locali notturni di New York, sulla 52esima. Ad un certo punto della loro conoscenza, Lester si trasferì nell’appartamento che Billie Holiday condivideva con la madre, Sadie Fagan. La storia racconta che Lester era un grande appassionato di cucina casalinga e stanco di vivere a New York in stanze infestate dai topi d’albergo, decise di accettare l’invito di Sadie ad assaggiare le sue delizie e così lui decise di far parte di quella famiglia. 

Fu quello un piacevole cambiamento per Billie e sua madre, che si ritrovarono ad avere un uomo per casa, e Lester era sempre un vero gentiluomo. Tra Lester e Billie ci fu del “tenero”, in molti lessero un grande amore, anche se lei, ha sempre sostenuto che la loro relazione fu solo platonica. 

Fu lei a dare a Lester il soprannome di “Prez”, ossia “presidente” perché lui era l’unico in cima  nei suoi pensieri. Per Billie, Lester era il migliore, il più talentuoso di tutti, il più eclettico e insieme vissero gioie e dolori, trionfi e periodi di magra. A sua volta lui, diede a Billie il famoso soprannome, “Lady Day”.

E questo perché lei era una “signora”, sofisticata, schiva e schietta. E poi quel “Day” diminutivo di “Holiday”.

Quando a Billie fu chiesto di spiegare il suo stile di canto, rispose: “Non penso mai che sto cantando. Mi sento come se stessi giocando con un corno nel quale ci soffio di dentro. Cerco di improvvisare e quello che viene fuori è quello che sentite. Odio cantare “diritto”, devo sempre cambiare un brano a modo mio. Questo è tutto quello che so”.

E a proposito di Lester Young, Billie ha detto:“Per me Lester é  il più grande del mondo perché ama se stesso e la sua musica. I miei dischi preferiti sono quelli che ho fatto con Lester, perché mentre lui suona il suo sassofono tu lo ascolti e ci puoi quasi sentire le parole. “

 Lester Young e Billie Holiday erano entrambi anime particolarmente sensibili, facilmente ferite dai colpi duri del “music business” e dal razzismo palese, nell’America del 1930.  Per alleviare questo dolore, entrambi hanno trovato conforto nella droga e nell’alcool.

Lester Young morì il 15 marzo 1959 all’età di 49 anni. Billie Holiday lo seguì pochi mesi dopo, nel mese di luglio. Ne aveva 44, di anni.
Questi due vecchi amici finirono la loro vita in maniera tragica, insieme e il loro essere geni della musica e del jazz, fu logorato dall’uso pesante di droghe e alcool. 

Attraverso la loro eredità, lasciata in registrazioni e meraviglie – e che prossimamente vi racconterò –  Prez e Lady Day continuano a intrattenere il pubblico e di influenzare il corso della musica jazz.

 

Simona Stammelluti 

Ma santo cielo, ma non sono proprio contenti di nulla, questi italiani?!?

Fico rinuncia alle indennità che gli spettano, prende il bus e ancora tutti a parlare, a dire, a criticare? Ma insomma, signori, un po’ di contegno!

Magari si potesse rispondere così a tutti quelli che nelle ultime ore si stanno indignando. Perché diciamolo … non sono “proprio proprio” tutti ingenui, gli elettori del Movimento 5 Stelle e non sono neanche tutti così tanto sprovveduti.

E poi dopo il resoconto pubblicato direttamente dal movimento – evviva la trasparenza, Dio quanto ci piace la trasparenza – tutti ormai in Italia sanno che tutta questa passione per gli autobus, Roberto Fico non l’ha mai avuta; preferiva il taxi. Chiamalo fesso! Chi è colui che potendo usufruire di un rimborso per il trasporto, prende l’autobus (poi ne parliamo della condizione in cui viaggiano gli autobus a Roma) anziché un comodissimo taxi? Che poi un po’ di tenerezza la fa (come nell’articolo di ieri, sì) quella parte di elettorato che si è commossa, vedendo Fico scendere dall’autobus credendo che quello scatto fosse assolutamente accidentale. Dico, nell’epoca in cui se non hai uno “shooting” non sei nessuno, c’è chi ha creduto che fosse tutto naturale, senza filtro, senza posa.

Dai, su…facciamo i seri. Che Fico sa benissimo che dovrà prendere l’auto blu, perché ricopre una carica importante, perché così come hanno fatto tutti prima di lui, ha una scorta, e non si può permettere di mettere a rischio né la sua, né tanto meno la vita degli altri. Si sono giocati la carta del marketing politico (sì, come sull’articolo di ieri) e ha funzionato. Ha funzionato per quella parte di elettorato che ha una voglia spasmodica di cambiamento, a cui non frega nulla se è tutto vero o se c’è una sceneggiatura dietro, basta che si respiri un’aria diversa, che si veda fare qualcosa di nuovo. Ricordiamo a chi ha la memoria un po’ corta, che Ignazio Marino, quando fu Sindaco di Roma, girava in bici, senza fotografo a seguito, però.

Se avessi tempo, mi metterei alle calcagna di Fico, per vedere quanto dura questa storia dell’autobus. A proposito notizie in merito, nella giornata odierna? Non penso. Ormai abbiamo archiviato anche quello.

E se qualcuno – di quelli proprio fedelissimi – si è chiesto che ne sarà dell’aereo presidenziale, vorremmo ricordare che quel mezzo, non è di proprietà privata del singolo, ma messo a disposizione delle autorità per gli spostamenti internazionali, quindi se dovesse servire, pure con la camicia di forza, ci salirà anche il neo Presidente della Camera, che sembra un appartenente all’ordine dei carmelitani scalzi, ma che alla fine farà quello che si deve fare, appena ripone l’euforia del momento.

E allora rispondo da qui, alle tante persone che mi hanno intasato la posta, dicendomi che dovrei essere grata a colui che ha rinunciato alla sua indennità di parlamentare e rispondo dicendo che i politici si sono mangiati l’Italia non certo prendendo le indennità che spettano loro, ma con il malaffare, la corruzione, la concussione, le politiche clientelari, i nepotismi e con le cattive usanze tutte nostre italiane. 
Anche perché con 4 mila euro al mese gli yacht non si possono comprare.
Di che campa Fico, se rinuncia all’indennità?
Mio marito senza il suo stipendio di dipendente dello Stato, non potrebbe campare.
C’ha di suo, quindi non ha bisogno di quella indennità – dirà qualcuno.
Un professionista che fa bene il suo lavoro deve assolutamente essere retribuito, altrimenti diventa un hobby e sinceramente la politica non può essere un passatempo.
Io il progetto di una casa, non lo affido a chi fa l’ingegnere per hobby.

Per ora mi sembra tutto un po’ poco, un marketing ben orchestrato; attendo che si portino in pari i conti pubblici; magari alla prossima tornaa, anche noi che oggi siamo meno impressionabili, voteremo per il movimento.

Ad oggi mi piace pensare che gli elettori del M5S non siano poi una massa informe di persone facilmente impressionabili, mi piace constatare che non sono tutti alla ricerca di un gesto qualsiasi, purché si faccia, ma che è in grado di capire che in politica, nulla è a caso, né alleanze, né rinunce, né scelte. Che poi sono le stesse che distinguono l’essere umano raziocinante, da coloro che hanno la porta del giudizio critico, troppo stretta.

Ah dimenticavo: ci sarebbe anche la questione del “cambio di paradigma”, ma quella, ve la racconto alla prossima puntata.

 

Simona Stammelluti

Documentare, creare un documento, ma anche interpretare eventi e realtà, raccontarli e poi lasciare un segno, un solco, una traccia

Film di interesse culturale, una caccia all’uomo, quella doccia fatta al volo grazie alla gentilezza della proprietaria del lido come un’ultima esperienza di umanità, e poi il viaggio senza ritorno verso Vallo della Lucania, quello di Francesco Mastrogiovanni, sul quale pende una richiesta di un Trattamento Sanitario Obbligatorio; Francesco, quell’uomo che diventa vittima inconsapevole di una condotta umana fuori da ogni umanità.

Le sue ultime 87 ore di vita, dal 31 luglio al 4 agosto del 2009, riprese dalle telecamere di video sorveglianza, mentre viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico, “imprigionato” in una metodica operativa nella quale gli viene negato anche l’essenziale come cibo, igiene e visite mediche, mentre viene sedato, legato, portato via ai suoi affetti, e strappato senza motivo alla vita.

Orari scanditi su uno sfondo nero, utilizza la regista per segnare lo scorrere di quelle 87 ore che si stringono sempre più strette intorno a Francesco e quel suono che scortica l’animo di chi guarda e che scandisce l’agonia di un uomo che potrebbe essere ognuno di noi, sorpreso in un giorno qualunque mentre sbaglia le parole di una canzone, mentre mostra una leggera follia, di quelle che non nuocciono a nessuno e che a volte, aiutano anche a sopravvivere.

Quelle telecamere, quel sorvegliare senza guardare, diventa un metodo di tortura pari alle torture reali subite da Francesco. Immagini diurne e notturne, quelle più macabre, quelle ad infrarossi, spettrali in bianco e nero, degne del miglior film dell’orrore, e poi il meccanismo della frammentazione della responsabilità di ognuno delle persone che hanno girato intorno a lui, che lo hanno pian pian torturato, un pezzetto alla volta, seguendo un contesto istituito, che tanto ricorda la prassi dei luoghi di tortura, di quelli dei campi di concentramento, delle aberrazioni di regime, dell’annullamento dell’umanità per mano dell’uomo.

Quella frammentazione di responsabilità che cancella la responsabilità del singolo che nel proprio “breve fare”, in quel breve e metodico percorso smette di essere un uomo che pensa e che reagisce, ma semplicemente esegue.

Le mostra la regista le porte oscurate di quel posto, con i fogli bianchi attaccati alle parti trasparenti, affinché nessuno sguardo possa scrutare ciò che lì dentro si consuma e nulla possa uscire da quei luoghi, neanche un grido di dolore o una parola che possa domandare aiuto.

Racconta la fiducia mal riposta dei familiari, Costanza Quatriglio, la raccoglie quella fiducia ingenua che non incontra rispetto e la condivide con lo spettatore, affinché possa trovare riscatto. Il racconto nella voce di quella nipote della quale non si vede il volto, che si scaglia contro il nero dello schermo, mentre si attende impassibili al ritorno di immagini senza pietà, agghiaccianti e raccapriccianti.

Il film è anche una denuncia verso tutti quegli abusi che sono stati condotti contro i familiari che non sapevano che quelle porte non dovevano restare chiuse, e che si sono chiuse invece, lasciando fuori il loro diritto di vedere tridimensionalmente, da vicino e con coraggio quello che lì dentro si stava consumando.

Il lavoro diviso in più tranche, si dedica anche alla parte processuale, mostra i volti dei familiari di Francesco, degli avvocati; sottolinea quella frase “se solo una persona in quei 5 giorni si fosse alzato e avesse detto, ma cosa stiamo facendo?”

Le parole della sorella di Francesco, che lo descrive come un uomo riservato, e poi quella voglia di “proteggere tutti” affinché i suoi cari non sapessero cosa gli fosse davvero accaduto. Anche la regista ha voluto proteggere lo spettatore dalla crudeltà consumatasi, diluendo le immagini con la sua capacità di raccontare una storia, che in se racchiude il senso profondo di una vita che è andata ben oltre quelle vicissitudini.

Mette tutto quello che serve per creare un senso circolare al film, Costanza Quatriglio. Le iniziative, la richiesta di giustizia per Francesco; quella giustizia, che spesso diventa quasi un privilegio per pochi, e poi la verità, quel dettaglio posto in fondo all’orizzonte che sembra così lontano ed inafferrabile, se non ci si impegna fino allo spasimo per poterlo stringere, almeno una volta prima di archiviare un dolore.

Le mette insieme le immagini di quel luogo, la regista, vi fa un petchwork, affinché non ci siano dubbi di cosa si consumi nelle ultimissime ore di vita del maestro elementare Francesco Mastrogiovanni. La desolazione tutt’intorno, il vuoto, il nulla, la permanenza del dolore che viene ignorato e poi sacrificato, in nome di una assenza di umanità che spaventa più della crudeltà delle immagini che riprendono un uomo nudo, maltrattato e morente in un letto di un ospedale psichiatrico.

Per chiudere il cerchio di una storia che ha dell’incredibile, la regista torna al mare, all’imbrunire, lo inquadra da vicino, lo rende protagonista, lo lascia cantare, così come faceva Francesco, lo lascia cantare mentre si agita e poi si spegne a riva e in quello “spazio” che è anche emozionale lo spettatore si ritrova a cercare di mettere insieme pezzi di pensieri e quelle parole che, se le si potessero catalogare, finirebbero tutte nella casella con su scritto: “ingiustizia”.

La luna a metà, il vento che spinge avanti e indietro le foglie sottili di una pianta in riva al mare. Inquadra da vicino la terra, dove Francesco ritorna senza un perché. In quella terra dove c’è vita però, se guardi bene, dove c’è un’operosità perpetua e incoraggiante.

Non la lascia scorrere la domanda che tutti si sono posti davanti a quelle immagini e cioè: “Avrà sofferto Francesco, durante quelle 87 ore?” Non la lascia al caso la risposta a questa domanda che fa male, ma l’affida alle parole del medico legale che lo spiega bene come anche sotto sedazione, ci fu un tentativo di strapparsi via da quella situazione di contenzione forzata. Decide di fare male fino in fondo, Costanza Quatriglio, di far male alle coscienze, più che agli occhi.

La sentenza che condanna i medici per “falso ideologico, sequestro di persona e morte conseguente ad altro delitto”, e che assolve gli infermieri poiché “obbedivano ad un ordine legittimo“, scorrono nei titoli di coda, come fosse un premio di consolazione, come se si potesse – in pieno stile Quatriglio – utilizzare la punteggiatura, mettendo un punto ed andando a capo.

Un racconto che parte da un documento, che diventa storia. L’intento della regista diviene quello di far parlare la sconcertante realtà delle immagini, di come sono andare le cose; utilizza le immagini messe a disposizione dall’ospedale psichiatrico, ma sa bene che l’orrore che da esse viene fuori e che lascia senza parole, non è sufficiente e pertanto quelle immagini sono diventate la chiave di lettura per costruire un racconto.

La regista ha dovuto prima far suo un linguaggio; un linguaggio medico ed anche giuridico, che andava interpretato e compreso. Ha dovuto anche servirsi dell’occhio disumano e disumanizzante delle telecamere di sorveglianza, che sono molto diverse dall’occhio meccanico che un regista di solito usa per inquadrare ciò che sceglie di raccontare.

La chiave del film è l’osservazione, fare quello che quelle telecamere non hanno fatto per come avrebbero dovuto. Quelle telecamere hanno in maniera disumana, incastrato la disumanità con la quale è stato trattato e poi ucciso Francesco.

Insensatezza, atrocità, assurdità compiute in nome di alcune leggi e regole interne che sono proprie del modo di guardare che hanno in quel luogo. La sua regia è un modo di restituire una sorta di tridimensionalità ai personaggi catturati dalle telecamere della videosorveglianza ed intrappolate in immagini fredde e bidimensionali, quasi schiacciate da quelle stesse insulse regole da rispettare.

Il potere di quello sguardo dall’alto, di quell’occhio che non sa chiedere scusa e che non ha nessun rapporto umano, di umanità, con l’essere “umani”.

Vi è una linea netta che si evince da questo lavoro, ed è quel limite che separa la vita di Francesco, fatta di spiaggia, luce, bellezza, e quel senso di libertà (che sono le immagini con le quali si apre il film) da quei giorni di contenzione, di illecito, di abuso; il film mostra “la rappresentazione” ed il meccanismo del male che si autoalimenta fino all’assuefazione, attraverso un modus operandi meccanico e crudo.

E se è vero che l’occhio freddo di quelle telecamere hanno lasciato una traccia indelebile di quel che è accaduto a Francesco, solo un occhio umano poteva in realtà dire come e perché fosse morto, osservando da vicino le ferite, interrogando quel corpo come se potesse ancora parlare. La testimonianza di come in quel luogo –  dove Francesco Mastrogiovanni non voleva andare perché sapeva che “lo avrebbero ammazzato” – si smette di essere umani, si smette di pensare e si diventa macchine.

Archivio e sintassi, gli anelli preziosissimi del lavoro documentaristico di Costanza Quatriglio che apre al “suo punto di vista”, malgrado quelle immagini cruente impongano un proprio punto di vista dal quale non si può scappare.

Utilizza come narratori non solo le immagini delle telecamere, o il corpo di Francesco, ma anche i proprietari del lido che raccontano a modo proprio le ultime ore di vita da cosciente di Francesco, le sue ultime parole. La regista non mostra i volti di chi racconta, ma solo i luoghi da dove quel racconto ha inizio. Sono quelle immagini a disegnare i contorni dell’accaduto, a fare da controcampo alle vicissitudini di Francesco, e sono loro le protagoniste della storia, paradossalmente.

Una testimonianza questo film, di ciò che sta dietro le azioni dei singoli, che diventano torture e che potrebbero accadere ancora. Una denuncia profondamente sentita, nella scelta della regista di contrapporre l’inumanità di chi agisce all’innocenza di chi subisce, che sapeva forse a cosa andasse incontro, ma la cui voce non ha trovato spazio, tranne che nel film.

La ripetizione delle azioni subìte da Francesco e l’autenticità di un documento, che a corredo avrà – grazie alla capacità di Costanza Quatriglio di creare una linea narrativa – almeno nelle intenzioni,  un riscatto emotivo.

Torna il senso circolare nella storia: Francesco che amava il mare, che come si vede in inizio di pellicola è lì, bagnato di salsedine e di sole, dopo le 87 ore, muore con l’acqua che fa collassare i suoi polmoni.

La sceneggiatura porta la storia, dal suono del mare del Cilento, dalla musica con cui si apre il Film, al silenzio, al nulla con il quale si chiude su quella immagine di una rete di un letto di un ospedale psichiatrico ormai vuoto, pronto ad essere riempito ancora di orrore.

 

Simona Stammelluti

Visione del docufilm, qui https://www.raiplay.it/video/2015/12/Doc-3-87-Ore-del-28122015-302e0e12-2a9b-4ae8-a339-e5c5ed9f659d.html

 

 

 

 

 

Ci voleva un gesto che facesse simpatia a tutti, ma proprio a tutti, anche a quelli del PD messi in punizione fino a data da destinarsi. Ma il gesto di simpatia, che poi è un gesto di puro marketing politico – per chi mastica la materia – ossia la bella foto che ritrae Fico che scende da un autobus, non è sicuramente lì a caso, soprattutto considerato lo sdegno, il rigurgito acido e l’insurrezione di una parte degli elettori che lo scorso 4 marzo hanno votato per il Movimento 5 Stelle sull’onda dello slogan “nessun inciucio, tutti a casa“; perché è da un paio di giorni che quegli stessi elettori inondano i social pubblicando a tutto gas, quel video patchwork nel quale in una lunga carrellata si sente forte e chiara la voce dei grillini che ripetono quelle parole, per poi rimangiarle replicando con un “siamo aperti al confronto, parleremo con tutte le forze politiche, è stato un voto per poter avere Fico come presidente della Camera“.

Che poi a dirla tutta questa parte di elettorato fa un po’ tenerezza, considerato che in politica i compromessi, gli accordi, i patti è quasi impossibile non farli, soprattutto quando diviene necessario uscire da alcune empasse che fermano quelle fasi fondamentali del percorso di una legislatura. Quelli dei 5 Stelle  – i furbetti del movimento – lo sapevano che quelle parole avrebbero attecchito, e pure bene; loro, a differenza di quelli che oggi incominciano ad indignarsi, lo sapevano bene che quelle erano le dinamiche della politica, semmai avessero governato. Dunque si torna sempre allo status quo ante. Se alcune domande ce le si fosse poste a monte, se si conoscesse la materia un po’ di più, oggi non ci sarebbe tutto questo meravigliarsi ed indignarsi…e ancora non abbiamo visto nulla.

Per cui ad oggi poco varranno i: “pensavo fossero diversi”, “avevano detto che mai con Berlusconi”, perché che piaccia o no – e qui gli elettori del Movimento 5 Stelle dovranno farsi piacere tutto, ma proprio tutto, a meno che non si mettano a pregare che accordatisi su una nuova legge elettorale, si vada nuovamente al voto – loro hanno vinto, e devono governare, devono far vedere quello che sanno fare e quel “fare”, va ben oltre la foto di Fico che scende da un autobus.

Certo è che fanno sorridere e non poco quei video in cui l’odio e il disgusto che Di Maio esternava verso Salvini e viceversa, si sia trasformato, nel giro di poche ore, in una pacifica convivenza, o forse dovrei dire in un “tango” nel quale ci si appassiona al ruolo, a quel ruolo che fa gola  a tutti, e allora va bene che ci si rimangi tutto, tanto loro sapevano come sarebbero andate le cose, perché seppur non avranno la competenza del “fare”, sono tutti furbi abbastanza per sedere su quelle sedie.

E mentre si salvano e si conservano le foto dell’ormai famoso murales realizzato a  Roma da un artista di strada palermitano, esponente del movimento “Neo Pop” che ritrae il bacio tra Di Maio e Salvini – fatto cancellare alla velocità della luce dall’amministrazione Raggi (magari avesse fatto chiudere le buche sulle strade con la stessa solerzia) – che tanto ricorda il murales di Berlino che ritraeva il bacio fraterno tra Erich Honecker e Leonid Brezhnev, il marketing politico del Movimento 5 Stelle muove i suoi passi e punta tutto sulla foto di Fico, sorridente che si mostra uomo tra gli uomini, come Gesù Cristo prima di finire sulla croce e che prende i mezzi pubblici (sempre che circolino in orario e fuori dagli scioperi).

E si lasci stare il fatto che molti degli esponenti del M5S non hanno conseguito una laurea o che hanno lavorato in un call center, non è questo che importa. Ci sono persone validissime senza laurea, mi viene da pensare a Valter Veltroni, che è stato direttore dell’Unità, e poi vicepresidente e ministro nel governo Prodi, fu Sindaco di Roma, e i risultati ottenuti nella valorizzazione ed il recupero dei beni culturali su tutto il territorio nazionale, sono stati riconosciuti anche all’estero. Per questo non è la mancata laurea  di qualcuno, ma la mancanza di un pensiero politico, di un’idea propria che esca dalla loro bocca senza essere stati prima indottrinati come se ci fosse una sola risposta contemplabile, nella miriade di domande plausibili.

Non siamo come quelli del Fatto Quotidiano che vomitano parolacce ed improperi perché usare quel tipo di intercalare contro gli altri, contro il Pd forse, da loro una forza che non riescono a trovare altrove. Noi, dalle pagine del nostro giornale, vogliamo sottolineare anche qualcosa che in queste ore sfugge, ossia che quelli del M5S non sono angeli scesi dal paradiso per liberarci dal fuoco dell’inferno. Sono quelli che tra di loro hanno Dessì, sono quelli del bluff, del “Dessì ha rinunciato” e poi dell’imbarazzo di Di Maio. Emanuele Dessì, finito sotto accusa per il canone di 7 euro della casa popolare in cui era in affitto e per il filmato che lo ritraeva insieme a Roberto Spada. Difficile oggi non sapere chi siano gli Spada, la malavita, la mafia su Ostia. La stessa Ostia dove i balneari puntarono sull’appoggio dei 5 Stelle, per intralciare il lavoro di Sabella alla lotta al sistema degli abusi edilizi sulle spiagge e delle concessioni balneari irregolari. A parlare sono le intercettazioni in cui Balini e Papagni tramano per sabotare gli interventi sui lidi abusivi, e che  potete leggere se vi va, su La Repubblica a firma di Federica Angeli, che vive e resiste ad Ostia, che ha bisogno della scorta per non morire, dopo essere stata minacciata da quella stessa mafia locale.

E che non si dica sempre “Però il Pd” perché il Pd è fuori dai giochi, e un po’ di penitenza non gli farà male, sopratutto perché ha bisogno di tempo per capire quali errori siano stati commessi e soprattutto come rimediare, per non permettere che l’incoerenza e il potere del marketing, trascinino questa Italia, in una sete di sangue e ad un punto senza più ritorno.

Che poi siamo sempre alle solite. Siamo tutti bravi quando dobbiamo difendere quel che è nostro, ma alla fine siamo un popolo che non vuole cambiare, forse, perché vogliamo l’onestà altrove e poi però continuiamo ad essere quelli che non pagano le tasse, che parcheggiano al posto degli invalidi, che sorpassano con la doppia striscia continua e che aggrediscono gli altri, perché signori, a parlare civilmente, non siamo abituati più.

 

Simona Stammelluti