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La mania del selfie non è solo la normalità, ma anche un meccanismo perverso che sembra non nuocere a nessuno, ma che a volte si inceppa, proprio sul filo sottile che separa l’audacia dal buonsenso

Perché sempre più spesso si dimentica che la propria libertà, finisce dove inizia quella degli altri e se a quella famigerata legge di tutela della privacy ci si appella quando ci si sente in pericolo, quando si pensa stiano violando i nostri diritti di riservatezza, la si dimentica quando la goliardia, la voglia di diventare virali, la necessità di avere un momento di notorietà, ci fa ruzzolare giù dal burrone, travolgendo in un colpo solo il rispetto per gli altri e la lucidità circa ciò che sia giusto.

Non sembra aver pensato al diritto di riservatezza, l’uomo di Piacenza, che si è scattato il selfie alla stazione davanti alla donna gravemente ferita dal treno, ancora riversa sulle rotaie, dopo essere stata travolta dal convoglio subito dopo esserne scesa. È stato solo l’intervento della Polizia a convincerlo a cancellare la foto. La cosa singolare è che c’era chi ha fotografato entrambi i protagonisti della vicenda: la donna è l’uomo del selfie. Ma in questo caso, la foto ha avuto il significato di denuncia.

Se la poliziotta in borghese non fosse intervenuta per tempo, quella foto, quel selfie, avrebbe affollato i social, aggiungendosi a tutto quel materiale trash che ogni giorno si fa strada in rete, che diventa sempre più pericoloso, considerato che quotidianamente c’è chi cerca qualche gesto estremo da emulare.

Il ragazzo avrà circa vent’anni; più o meno la stessa età di quel giovane che si era permesso di bullizzare un insegnante e che aveva preteso che i suoi compagni lo filassero durante quella sua miserevole performance.

Sembrano davvero i nuovi mostri … i mostri del nuovo millennio.

Quelli che non sanno cosa si festeggi il 2 giugno ma che però hanno diritto di voto;
Quelli  che in famiglia, forse, non hanno ricevuto la giusta educazione al rispetto delle regole. Perché se le regole non vengono rispettate in famiglia, difficilmente saranno rispettare in società.
Quelli che trovano sfogo e soddisfazione, solo negando l’altrui libertà.
Quelli che nella diversità, riconoscono una qualche supremazia.

Verrebbe da dire che sì, abbiamo un problema.

I ragazzi, sempre più narcisi, più egocentrici e convinti di possedere chissà quale potere, perdono sempre più spesso il confine tra virtuale e reale; perdono il controllo delle proprie azioni – forse perché non hanno più nessuno che gli dica quando sbagliano, dove sbagliano – e sempre più spesso disconoscono il senso morale ed etico del vivere.

Sembra una strada senza via d’uscita, una sorta di vicolo cieco.
Ed invece lo spiraglio risiede nel non considerare con indifferenza quel che un tempo ci faceva paura, nel non girarsi dall’altra parte, nel non far finta di nulla quando ci vien chiesto di prendere una posizione, perché  si deve scegliere da che parte stare, si deve conservare la lucidità di riconoscerla una mostruosità, quando ci si imbatte in essa, e sembra che di far questo, non si sia capaci più.

Mi sembra anche giusto sottolineare il significato sociale ed antropologico che la modernità ha conferito alle immagini. Un significato che è distante, ai giorni d’oggi, da quel potere che le immagini hanno avuto nel corso del tempo, quando – malgrado tutto – potevano essere una testimonianza di alcuni accadimenti, il passato e il presente insieme, e poi ancora immagine-ammonimento, la verità contenuta in una foto, l’essenza della foto stessa. Le immagini che – malgrado tutto – aiutano i processi mnemonici, aiutano a ricordare oltre che a “non dimenticare”.

I mostri dei giorni nostri, trasformano le immagini in feticismo, in merce, in emblema di un potere sottile finito nelle mani sbagliate. Alcuni scatti – come il selfie in oggetto – non sono il mezzo per conservare un’identità, ma per mercificare un narcisismo che diventa prodotto di scarto di identità di cartapesta.

L’istantaneità cercata (e ottenuta) con il selfie  nuoce spesso a quella società nella quale per decenni si è cercato quanto più possibile di testimoniare senza filtri, senza ritocchi, alcune atrocità che si erano consumate e non sarebbero dovute tornare. L’urgenza di strappare parti di realtà affinché divenissero storia, custodendo in se, una propria efficacia.

Tutto, subito, senza porsi tante domande, senza interrogarsi circa l’effetto che quella foto che ritrae un’altra persona possa avere sul chi guarda, sull’altrui esistenza. La volgarità sta anche in questo: nella mancanza di decenza, che può divenire offesa. E allora io mi sento offesa da un ragazzo che potrebbe essere mio figlio, che prova a mostrarsi mentre sullo sfondo si consuma una piccola grande tragedia umana, come se fosse il logo di riconoscimento di una generazione, di un divenire che – a mio avviso – fa paura, a volte ribrezzo, quasi sempre sconforta.

Non nasciamo fotografi né fotoreporter, ci divertiamo ad inquadrare e a scattare, a postare e a condividere, a ritoccare e a cercare didascalie…e pensare che nel lontano 1944 Alex, un ebreo greco, membro del sonderkommando, pur sapendo che sarebbe morto, come tutti gli altri ebrei, scattò con una macchina fotografica 4 foto – oggi conservate nel museo di stato di Auschwitz – e per farlo dovette nascondersi in una camera a gas appena svuotata, prendendo di mira l’orrore, l’inimmaginabile, con l’urgenza vera di lasciarne il segno nell’archivio dell’estinzione.

Foto, quelle, senza didascalia.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Ha vinto il ballo, il garbo, lo stile, la bravura e la riservatezza.

Nella edizione 2018 della fortunatissima trasmissione figlia di mamma Rai, vince Cesare Bocci, dato per favorito insieme a Gessica Notaro, arrivata poi terza. Vince Bocci – attore famoso per essere lo “sciupafemmine” ne “il commissario Montalbano” – insieme alla sua talentuosa e affascinante insegnante di ballo, Alessandra Tripoli, 31 anni, palermitana, che di carattere e di carisma ne ha da vendere, e che non aveva mai vinto, nelle precedenti edizioni.

Difficile dire quale sia stato il ballo migliore della coppia vincitrice, che ha lasciato dietro di se Francisco Porcella, arrivato secondo nell’ultimo step. Certo è che a 61 anni suonati, Bocci ha dimostrato impegno, dedizione, volontà e quella attitudine che da oggi in poi andrà ad impreziosire il talento che già lo contraddistingue nel ruolo di attore. Tango, paso doble e free style, i balli che ieri sera hanno convinto giuria e pubblico, consegnargli la coppa del vincitore.

E’ stata un’edizione ricca di momenti toccanti, di commozione, di colpi di scena. Un’edizione nella quale l’aspetto sociale, ha seduto a fianco allo spettacolo. Un’edizione impreziosita dalle storie di alcuni dei personaggi in gara, ma anche dalle storie di giudici ed ospiti, che si sono avvicendati tra i “ballerini per una notte”.

La presenza in gara di Gessica Notaro – la giovane addestratrice di delfini, sfregiata  con l’acido dal suo ex compagno – è stata una delle storie che ha tenuto il pubblico incollato alla Tv il sabato sera. La sua storia, protagonista, ma anche il suo coraggio, la tempra di colei che ha mostrato voglia di riscatto, e poi il desiderio di far giungere un preciso messaggio a tutte le altre donne, ossia che malgrado le paure, le incertezze circa il futuro e i cambiamenti che alcuni eventi provocano nell’esistenza, si può resistere, rinascere, riscattare un morso di vita e di speranza, contro il male ricevuto; e poi ancora che ci può e ci si deve ribellare, fin quando si è in tempo, ai soprusi fisici e psicologici che talvolta vengono inflitti. La storia di Gessica ha inevitabilmente avuto uno spazio particolare, una ridondanza mediatica, anche a seguito delle lettere che gli avvocati del suo aggressore hanno fatto recapitare a lei e alla redazione, intimando di tacere sulle vicende processuali ancora in itinere. Tutta la squadra di Rai 1 si è schierata con Gessica e puntata dopo puntata ha sostenuto la ragazza che mai, tra l’altro, ha usato le telecamere, se non per raccontare il suo percorso, le sue paure mai sopite e la sua voglia di non darla vinta mai, a chi l’ha ridotta in quello stato.

Ma anche la storia di coraggio di Carolyn Smith, la grande e amatissima giudice di “Ballando con le Stelle“, ha emozionato e non poco. Lei, che quest’anno, proprio durante la trasmissione ha dovuto riprendere la lotta contro il cancro. Lei donna di grande tempra e di coraggio, che è stata un vero esempio di come si possa affrontare un male senza mollare mai, mostrando le proprie fragilità ma anche la propria voglia di vivere. Lei, che il giorno prima affrontava la chemioterapia e il giorno dopo interveniva in trasmissione senza capelli, ma con quel sorriso così prorompente che è stato capace di innescare in tutti commozione e speranza. Lo si ricorderà a lungo, l’abbraccio tra Caroline e Anastacia, la cantante americana, anch’essa costretta ancora a combattere contro lo stesso male, che durante questa edizione si è lanciata in un ballo, senza inibizioni.

E poi ancora storie d’amore nate durante questa stagione televisiva (come quella tra Francisco Porcella e Anastasia Kuzmina) e la storia personale del vincitore, Cesare Bocci; storia che lui ha provato a tenere per se, poi però tornata alle cronache, dopo che la giuria lo ha quasi costretto a mostrare quella parte di se, custodita dietro quell’aplomb, come se ogni piega dei suoi giorni gli cadesse senza mai fare una piega.

L’attore infatti ha dato sempre l’idea di essere in un perenne stato di grazia, concentratissimo sul suo ruolo di ballerino novello, mentre puntava all’obiettivo, poi centrato. E così alla fine la storia di Cesare e di sua moglie Daniela Spada, colpita da un ictus post partum 18 anni fa, quando la stessa aveva 36 anni, è diventata di dominio pubblico. Eppure la delicatezza con la quale gli stessi protagonisti l’hanno raccontata, è divenuta in un ennesimo incoraggiamento a non mollare mai, anche quando ti dicono a bruciapelo che “non c’è nessuna speranza”. Daniela, che ieri sera, è riuscita – seppur a fatica – a fare una sorpresa a Cesare, diventando la sua “specialissima” ballerina, nella serata finale. L’emozione era visibile, pulsante, coinvolgente. Quell’emozione che le telecamere non possono correggere né modificare e che sono arrivate agli spettatori forti e prorompenti, senza nessuna forma di pietismo.

E se come si dice “squadra vincente non si cambia”, Milly Carlucci – che ha dedicato la serata di ieri sera a Bibi Ballandi, scomparso a febbraio – ha dimostrato di sapere bene come sfruttare le risorse e tutte le potenzialità della sua squadra. La giuria – perfida ma non troppo – ha dato un ottimo contributo alla riuscita della fortunata edizione, con un Mariotto che si è spesso intenerito, con la Lucarelli che nel suo ruolo di opinionista fa la parte dell’antipatica tout court, con Canino che con disinvoltura si schiera a difesa delle diversità, Zazzaroni che da ex ballerino della trasmissione, spesso giudica l’aspetto tecnico e lei, la grande Carolyn Smith che non smette mai di essere l’emblema di come si possa “giudicare” senza mai perdere il garbo e lo stile.

Edizione che è stata notata anche per i due uomini in gara – Giovanni Ciacci che ha fatto coppia con Raimondo Todaro, divenuto tra l’altro attore in scena a teatro in questi giorni – per la prima volta da quando la trasmissione è nata e sembrerebbe che nel resto d’Europa, dove lo stesso format ha il medesimo successo, prenderà esempio da questa edizione.

La trasmissione che si è chiusa ieri sera, vanta maestri di ballo di grande caratura, capaci di trasformare dal nulla  – come facciano davvero resta un mistero – personaggi del mondo dello spettacolo e della moda in ballerini che a volte mostrano talento e attitudini che mai avrebbero pensato di avere. E poi la validissima orchestra che sera dopo sera, stagione dopo stagione, realizza  e riarrangia decine e decine di pezzi, adattandoli ai tempi dal ballo, mostrando la grande versatilità e bravura dei musicisti e coristi che ormai da anni, fanno parte della “Paolo Belli Big Band”.

Quest’anno Ballando con le Stelle ha stracciato letteralmente la trasmissione concorrente “Amici” di Maria De Filippi sulle reti Mediaset. Le motivazioni potrebbero essere molteplici ma forse la pecca, dall’altra parte, è stata quella di aver attuato troppi cambiamenti nella gestione della finale, che il pubblico probabilmente non ha gradito o forse quelle diatribe, che a volte sono sembrate eccessive, per un sabato sera in prima serata. Alla fine il pubblico si stanca anche di quelle.

Questa edizione si ricorderà per le emozioni e la commozione, come quella che ieri sera è appartenuta anche a Simone Di Pasquale, veterano maestro di Ballando con le Stelle, che durante questa edizione ha insegnato a ballare alla piccola e deliziosa attrice francese Natalie Guetta, ma che in cambio ha avuto l’opportunità di scoprire quel suo essere Simone e basta, a prescindere dai passi di danza, che per contratto deve insegnare.

A corredo di un grande successo, anche il ruolo dei social, che hanno permesso al pubblico di dire la propria circa le coppie in gara, di sostenere i propri beniamini e di seguire le vicende degli stessi, settimana dopo settimana.

Un percorso netto, per la trasmissione, una sana competizione tra i concorrenti, un vincitore bravo che ha messo d’accordo tutti, e poi un arrivederci alla prossima stagione, perché alla fine il popolo italiano ha voglia di sognare, a modo proprio, chi guardando i reali andare all’altare e chi sognando un giorno di essere ballerino per una notte.

 

Simona Stammelluti

 

 

Sono pochi metri quadrati in mezzo al mare del Mediterraneo. E’ una prigione bellissima, equidistante dalla Sicilia e dalla Tunisia, abitata da pochi isolani: E’ l’isola di Linosa.

E’ qui che si sta girando in questi giorni, un film di Matteo Querci, diretto da Simona De Simone. Il film che si intitola “Forse è solo mal di mare” racconta la storia di Francesco, un 40enne toscano, ex fotografo, che dopo aver girato il mondo, decide di tornare sull’isola di Linosa, dedicandosi alla pesca. Lo stesso luogo dove si era innamorato di Claudia un’isolana che però dopo diciassette anni di matrimonio, decide di lasciare isola e famiglia perché innamorata di un altro uomo. Francesco e sua figlia Anita sono molto legati; lei ha il sogno di diventare pianista e desidera andare a studiare in Svizzera. Nell’attesa che si scoprano i destini dei personaggi, il film si dipana lungo riflessioni, problematiche esistenziali, sorprese e colpi di scena.

Sullo sfondo una Linosa quasi deserta, fotografata in una stagione non turistica. Un luogo che di solito conta trecento anime e proprio da quei luoghi emergono personaggi con caratteristiche bizzarre, che saranno i dettagli umani del mondo della scuola, della chiesa, delle tradizioni folkloristiche.

Tanti i personaggi: Nino, il pescatore belloccio e marpione, che aspira a diventare uno speaker, Don Enrico, il parroco che si occupa delle tradizioni della parrocchia. Fin quando – mentre il tempo scorre inesorabile, scandito dalla pesca e dai cineforum in strada – arriva Laura, la nuova insegnante di liceo, che porterà scompiglio nella vita degli isolani ed anche in quella di Francesco.

Tra i nomi noti della pellicola, Francesco Ciampi nei panni di Francesco, Maria Grazia Cucinotta sarà Claudia, Anna Maria Malipiero è Laura, l’insegnante. Ad interpretare Anita, Beatrice Ripa. E poi ancora Paolo Bonacelli, Barbara Enrichi, Orfeo Orlando, Patrizia Schiavone, Cristian Stelluti.

Forse è solo mal di mare” è una riflessione sul desiderio di fuga, ma al contempo sull’attaccamento ad una terra di origine, così unica. Il film eviterà stereotipi o scorci da cartolina, cercando di raccontare una Linosa inedita.

il primo lungometraggio prodotto dalla Cibbè Film, società che riunisce un gruppo di imprenditori tessili pratesi intorno ad un progetto ambizioso, sia per il soggetto che per la location.

Ho incontrato sull’isola il produttore Riccardo Matteini Bresci, che ha risposto alle mie domande:

SS: Come e quando é nata questa idea?

RMB:  Nasce 9 anni fa dopo un viaggio di Matteo Querci, uno degli autori, a Linosa. Rimasto colpito dalla particolarità della vita su questo scoglio vulcanico, coinvolgerà Tommaso Santi, che scriverà la sceneggiatura

SS: Con che criteri ha valutato la commerciabilità del soggetto cinematografico?

RMB: Credo che ognuno di noi, al pari di una cozza, sogni di abbandonare lo scoglio per vagare in mare aperto e poi, inevitabilmente, trovare un altro scoglio dove rifugiarsi … è una storia nella quale molti potranno ritrovare se stessi

SS: Qual è il circuito al quale è destinato questo lungometraggio?

RMB: Il lavoro è stato pensato per essere “internazionale”; l’idea è di portare nel mondo la bellezza dell’isola

SS: Ci sarà una supervisione su tutte le fasi di realizzazione, o lascerà libero il regista di mettere a punto il senso della storia?

RMB: Abbiamo le idee molto chiare su ciò che vogliamo  realizzare; ovviamente c’è una supervisione che accompagna tutta la produzione definita in precedenza, ma aperta ad ogni contributo

 SS: Conosceva già la regista che si occuperà della direzione delle riprese?

RMB: Matteo Querci e Simona De Simone fanno parte della nostra squadra già da molto tempo, e abbiamo costruito con loro un rapporto di piena fiducia

SS: Avete scelto insieme gli attori, considerato che spesso la scelta di un determinato attore influenza e non poco, il percorso di una pellicola?

RMB: Abbiamo scelto insieme gli attori, condividendo ogni opinione ed esperienza e soprattutto avvalendoci dell’aiuto strategico di Barbara Enrichi, la nostra Actor-Coach

 SS: Seguendo molti lavori di giovani registi sopratutto di corto-medio metraggio, mi salto subito all’attenzione che le attrici siano quelle che di solito vengono scelte per questo genere di cinema. Parlo della Cucinotta, della Malipiero, pensiamo a “La moglie del sarto” per la Cucinotta e “L’imbarcadero” per la Malipiero.

 RMB: Non concordo sulla definizione di Maria Grazia Cucinotta e Annamaria Malipiero come di attrici di cortometraggi … la loro filmografia parla chiaro

 SS: In che percentuale l’ha convinta il soggetto? C’è chi sostiene che basti un buon soggetto, per prevedere il successo di una pellicola

RMB: Il soggetto rappresenta la base, la vera guida, e ne siamo rimasti entusiasti

SS: Spesso buone idee cinematografiche non riescono ad avere lustro per via dei pochi mezzi che si riescono a mettere insieme. Mi sembra che in questo caso, ci sia una troupe di buon livello, a partire da autori e regista

 RMB: La regista di questo film é Simona De Simone, da sempre nel nostro team, alla sua prima direzione in un lungometraggio ma con esperienze maturate in lavori con attori di grande calibro

 SS: Non le ha ricordato un po’ la storia del romanzo “L’isola di Arturo” della grande Elsa Morante, la storia di “forse è solo mal di mare”?

 RMB: Purtroppo non ho letto il libro

SS: Mi incuriosiva sapere quando è diventato produttore e perché. Mi incuriosisce perché un imprenditore può sicuramente avere delle passioni, ma per arrivare ad un ruolo così cruciale nel cinema, deve aver avuto più di un buon motivo per intraprendere questo percorso

 RMB: Proveniamo da una città, Prato, nota per l’enorme comunità cinese che la abita, una città etichettata come avida e priva di slanci culturali. Intendiamo portare la nostra passione, con la collaborazione delle istituzioni, ai giovani che vorranno avvicinarsi al mondo del cinema

SS: Ottimo proposito. Promettendole che presenzierò alla prima del film – che mi incuriosisce molto – e dunque potremo parlarne ancora dopo l’uscita circa come sono andare le cose, un pronostico me lo fa?

 RMB:  I pronostici non sono il mio forte, ma sono certo che emozioneremo chi vorrà passare un’ora e mezzo con noi

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quante volte abbiamo tirato su un muro, dietro il quale ci siamo nascosti difendendoci da qualcosa o da qualcuno, o semplicemente per non vedere quel che era troppo scomodo, in una vita spesso già scomoda di suo. 

Un muro da tirare su in una notte, un muro che separa la realtà dai sogni, l’illecito dallo sfruttamento, l’avidità dal bisogno; un abuso edilizio, da consumare a discapito dell’arte e a favore dell’ennesima attività commerciale, che non fa sconti, se non sugli scaffali. 

A tirare su quel muro due Muratori, Fiore e Germano, squattrinati, in cerca di un riscatto sociale, amici ancora per un po’, divisi – così come fa quel muro – da una visione un po’ diversa della vita. Uno realista, sposato, con figli, l’altro scapolone incallito, ancora alla ricerca di cosa fare da grande, un sognatore che gira con l’Ape; eppure scoprono di avere più di qualcosa in comune, senza saperlo. 

Accettano un lavoro in nero, per racimolare una somma che gli permetta di aprire un’impresa di spurgo. Germano ha paura del buio e dei topi (la materia prima delle fogne) e Fiore, che teme che quello che stanno per compiere, sia una fatica immane, per poi continuare ad essere nessuno “con tanti sogni e senza speranze”. 

Germano difende il ruolo del destino, Fiore sostiene che “il destino è diventare grandi e si diventa grandi mettendo un mattone alla volta, ma messo bene”. 

E di mattoni in scena se ne mettono su tanti e per davvero. Un muro di 4 metri si erge sul palcoscenico, ed è una piéce faticosa, in manualità ed intenti. Carriole da trasportare, cemento da preparare e foratini da sistemane. Tutto in scena, dal vivo, sotto gli occhi di un pubblico che ride, tanto, perché il romanesco è spiccato, le battute geniali. 

Ma la genialità di Edoardo Erba – che ha scritto 16 anni fa il testo teatrale –  è quella di imbastire attraverso i dialoghi, una storia che è attuale più che mai, che si regge sull’impalcatura – è proprio il caso di dirlo – delle problematiche del lavoro, sulle aspettative puntualmente deluse, sulle amarezze che restano in tasca insieme a pochi spicci. E poi ancora sulla questione dei favoritismi, degli imbrogli autorizzati nel mondo dell’imprenditoria, del come si diventa esperti di truffa, per poter “fottere il mondo”.

I protagonisti bravi fino alla lacrime – che non sono solo di risate ma anche di commozione  – sono Nicola Pistoia e Paolo Triestino, che diretti da Massimo Venturiello, interpretano con maestria, veracità ma anche delicatezza il ruolo della disillusione, e di come alla fine non si guarda in faccia a nessuno, per un minuto di felicità o anche solo per una dose di illusione, che è così forte da sembrare vera.   

Lo spettacolo non è solo un ritratto di come il potente mondo imprenditoriale stia facendo scivolare la società nel simultaneo degrado culturale, nella deriva che sembra spettare ai posteri, ma è anche un poetico esperimento sociale ed antropologico; è un testo che racconta molto bene di un amore per il teatro. Quel teatro che entra esso stesso nel testo teatrale, oltre che nelle mura del teatro. 

Il “metateatro” che si affaccia alla “meta realtà”, è una delle parti degne di nota del testo di Erba. La signorina Giulia, protagonista di uno spettacolo teatrale – interpretata in maniera affascinante e deliziosa da Lydia Giordano – piomba nella vita dei due muratori, in tempi diversi, dividendoli in più di un momento; quando Fiore prova a convincere Germano che quell’incontro è solo frutto di una allucinazione e quando lo stesso Fiore, subisce il fascino di quella creatura che credeva non potesse esistere se non in un’opera teatrale [In fondo il lavoro a nero, era in un teatro in disuso da un po’]. 

L’ipotetica donna dei sogni in un sogno, forse ad occhi aperti. Che di alcuni sogni si ha bisogno, in fondo, ogni tanto, per sopravvivere. Il fatto è che la realtà è così dura, a volte, che quell’attimo di Incanto, non lo vuoi lasciare neanche al tuo miglior amico. 

Mai noioso lo spettacolo, pregno di capacità e di successi e di talento, che talvolta è collettivo, proprio come in questo caso. 

Edoardo Erba sa scrivere, il suo testo è finito in scena e lì è restato meritatamente (perché il riscontro del pubblico lo ha tenuto in vita) per 16 lunghi anni.  Partito il 20 novembre del 2002 con centinaia e centinaia di repliche in tutta Italia da Bolzano a Palermo; ha viaggiato per tanto tempo e si è fermato ieri sera, per l’ultima replica in assoluto, al Teatro Ghione di Roma. 

Il testo di Erba è la risposta a tutti coloro che in questi anni hanno pensato che il teatro si fosse affiacchito, che la drammaturgia contemporanea fosse in sordina. La scelta del dialetto romano ha creato il giusto spessore all’opera, ha reso il senso, ha suggerito riflessioni, così come il napoletano fa nelle commedie di De Filippo. 

Il testo di Erba è finito in teatro passando nelle mani di un ottimo Venturiello alla regia, e di due fuoriclasse, Pistoia e Triestino, che hanno reso tutto così vero, così appassionato, fino allo stremo delle forze, (anche fisiche) come quel destino che a volte ti fa restare “un muratore della vita”, per tutta la vita. 

E allora il destino di quest’opera è quella di restare nella storia del teatro contemporaneo, con il pregio di aver raccontato le fragilità dell’essere umano e di quella società che si è spostata troppo in là, si è spostata dove i muri che crollano sono quelli che seppelliscono l’arte sotto un mucchio di macerie e da esse non risorge un domani che può essere cambiato, e lui, Edoardo Erba profeticamente lo sapeva già 16 anni fa. 

Applausi a scena aperta ieri sera, al Teatro Ghione, commozione pulsante e ringraziamenti doverosi per chi ha lavorato alacremente a che questo progetto avesse lunga vita, e a chi con amore gestisce il teatro e protegge la cultura. 

 

Simona Stammelluti

Ha ormai tutti i capelli bianchi il pianista statunitense, ha la nonchalance di chi ha navigato abbastanza per potersi permettere tutto o quasi, ha la postura di chi non ha tante regole da seguire tranne l’estro che nel tempo l’ha reso riconoscibile e apprezzabile come uno dei migliori pianisti della scena jazzistica contemporanea. 

Molti hanno azzardato paragoni tra Brad Mehldau e alcuni pianisti del passato. Lui si è sempre scrollato di dosso questo peso ed io, a dire il vero, c’ho provato ma non ci sono riuscita, forse perché quando lo ascolto provo sempre la stessa sensazione – che non mi accade spesso ascoltando concerti – ossia di riconoscere nel suo pianismo una sorta di effetto ipnotico che lui dispensa all’ascoltatore, attraverso quel suo modo di ripetere le note, in controtempo ostinato ed armonico, e si sentono tutte, le variazioni di tempo tipiche di chi è stato influenzato dalla musica classica e sa come allargare e poi stringere nel timing; e poi quella caratteristica di fare domande con la mano sinistra per poi rispondere con la mano destra, cosa che prima di lui (ma in maniera differente) aveva fatto meravigliosamente bene Bill Evans. E se in “piano solo” questo accade abbastanza spesso nelle esecuzioni pianistiche, più o meno bene, in trio diventa un dialogo aperto in cui tutti gli strumenti in gioco, danno una loro risposta che – in questo caso – non é mai sbagliata, anzi, è convincente e appagante. 

Brad Mehldau, ospite sabato 12 maggio nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, ha ipnotizzato tutti, con la complicità di due musicisti sopraffini e  perfettamente complici di ciò che il pianista aveva da raccontare. 

Brani tratti dal suo ultimo lavoro discografico “Seymour Reads the Constitution!” in uscita in questi giorni, realizzato proprio in trio con due eccellenti musicisti  Larry Grenadier, strepitoso al contrabbasso e Jeff Ballard, raffinato e sofisticato alla batteria – che nella serata di sabato mi sono piaciuti tanto quanto il leader. 

Alcuni dei brani eseguiti sono originali, ma combinati con alcuni pezzi pop. 

C’è grande scorrevolezza, fruibilità e godibilità nelle esecuzioni, come in “Ten Tune”, e poi quel linguaggio personale che non ammicca ai giganti del passato. E la performance è ancor più apprezzabile proprio nella misura in cui la stessa si snoda su reinterpretazioni di brani di altri compositori, con il focus su opere di Cole Porter, o “and I love her” di McCartney. 

La rivisitazione di alcuni pezzi noti – come These foolish things”-  è originale, si sente tutta la sua  originalità stilistica, ma non abbandona quasi mai il tema; Mehldau lo imbastisce in ingresso e poi in un tempo ampio lo ricama, con Grenadier che usa l’archetto e  Ballard che spesso si serve delle spazzole; Ballard che anche negli assoli non strafà, non si ostina, ma lascia suonare tanto i tom quando il rullante in maniera calibrata e appassionante, dando al contempo dimostrazione della sua bravura all’interno del trio, che è in perfetta armonia. 

Nel jazz una performance in trio può diventare un piano solo e non solo un “assolo” ed e tutto normale, tutto appagante, tutto calibrato. Questo sabato sera è accaduto, ed è stato uno dei momenti più ricchi di pathos. Tutto si ferma, al momento giusto, e lui, quel Pianista che parla poco ma suona tanto, che si lancia in poche parole in italiano e più recupera il suo inglese per piccoli convenevoli, continua a suonare come se avesse da dire qualcosa di importante e sapesse farlo solo così. 

Corre sui tasti verso le note acute, si lascia andare al virtuosismo, nuotando con bracciate sicura nelle acque calme di ciò che sa fare bene. L’estetica della sua arte pianistica si riappropria poi del trio, di quell’interplay che resta la chiave di volta di chi si propone in formazione. 

I brani corrono lungo il tempo e lo ingoiano facendoti dimenticare che sta “andando” perché tu sei lì, che cerchi di capire cosa faranno un minuto dopo. 

Nel jazz un pezzo può durare anche 20 minuti e alla fine dici “già finito?” Perché in alcuni ascolti si perde la dimensione spazio/temporale, si chiudono gli occhi, il tempo non scorre, batte.

Nel jazz quando si è più d’uno conta moltissimo l’affiatamento tra i musicisti, l’Interplay, la sintonia, un po’ come in quelle coppie che lo vedi da subito che si capiscono anche senza parlare.

Nel jazz ci sono tante formazioni eppure il trio così come era strutturato sabato sera resta una delle mie formazioni preferite. 

4 bis…l’atmosfera era impregnata di jazz, emozioni e pathos e nessuno voleva finisse. Quel pubblico era caloroso e affamato. 

Lo dice Mehldau : “sento una buona energia; è quella che mi da la carica” e allora va avanti, vanno avanti, suonano complici con i loro strumenti e tra di loro, suonano con la tecnica ma anche con l’estro che appartiene a chi non ha paura di osare. 

Sono lontani gli anni in cui Mehldau dalla musica classica si converte al jazz, per poi rivoluzionarlo il mondo del pianismo jazz, e dopo anni di sperimentazione armoniche, sembra tutto perfettamente in equilibrio tra lo spunto di genialità e il senso della polifonia. 

Simona Stammelluti 

Ma in quanti siete? 

Solo in due. O forse avrebbero dovuto rispondere “in 4” perché ci sono anche “una voce e una chitarra”, il meglio degli effetti speciali che si possano desiderare, in serate come quella consumatasi sulle tavole del Teatro dell’Acquario di Cosenza (sold out)  che ha ospitato lo scorso venerdì 11 maggio il duo londinese formato da Kevin Dempsey e Jacqui McShee. 

C’è da fare un plauso al direttore artistico della rassegna “La nave dei folli” Carlo Fanelli, che con quel pizzico di geniale follia ha scovato oltre la manica due artisti che – così come hanno spiegato loro stessi durante la serata – era la prima volta (inteso come prima esperienza) che suonavano insieme, dopo essersi incontrati per caso e piaciuti reciprocamente (musicalmente parlando), mettendo pertanto insieme tutto quello che si era consumato in decenni di personali carriere, accomunati dal folk britannico, e poi dal blues, contaminato dalla musica che arriva dall’est dell’Europa, dalla Bulgaria, dalla Russia.  

Le ballate inglesi sono un meraviglioso mondo sonoro che i due artisti hanno imbastito e raccontato, senza sovrastrutture, con la forza della voce sottile, raffinata, quasi cristallina di Jacqui McShee (che se chiudi gli occhi mai diresti che è una deliziosa signora di 70 anni) e dal carisma, dall’energia di Kevin Dempsey, chitarrista acustico sopraffino, compositore e intrattenitore. 

Sobri, a loro agio, appaganti. 

Sono saliti su di un aereo e raccogliendo l’invito di Carlo Fanelli sono volati in Calabria, abbandonando per qualche giorno la loro tournée nel Regno Unito, intenzionati a raccontare in musica, il mondo fatto di dettagli di musica britannica, all’interno del tessuto blues e jazz. Non dimentichiamo che la grande Jacqui McShee è stata la cantante dei Pentangle, innovativo gruppo Folk rock degli anni 70. 

Le tradizioni folkloristiche si vestono per l’occasione, in una dimensione intima, acustica, in un viaggio musicale vario, con sonorità affascinanti. 

Lei, vestita con un semplice vestitino a fiori, bionda, come un tempo, semplice – perché non ha bisogno di null’altro se non la sua voce che ricorda Joni Mitchell – una voce sottile, rotonda, da mezzo soprano, che si vela appena di malinconia, nelle ballate, sempre in equilibrio tra la trasparenza vocale e il vissuto che si porta dentro. 

Dempsey accompagna nei controcanti, suona in accompagnamento e poi ricama, con virtuosismi calibrati. Parla con il pubblico, è simpatico ed accattivante. 

“Come to me baby”, “Song to Molly” ed è subito atmosfera. Gli lascia il palco Jacqui durante la serata e Dempsey sfrutta quel tempo per deliziare il pubblico con il suo blues e con la musica inglese datata 1965. 

È un duo che sembra avere ancora  tante cose da dire, e malgrado qualche piccola imperfezione, che si perdonerà a due artisti di quella portata che ancora a 70 anni reggono magnificamente il palco, io c’ho visto una ruota panoramica in quel concerto, che girando e salendo verso l’alto raccoglie dettagli sonori fuori dal tempo, e poi il jazz in velata suggestione, oltre a quel sapere frizzante del folk e quando quel suono, girando arriva giù, vicino al pubblico, giunge appagante. 

Un bel concerto, un mondo lontano a portata di mano, storie di amore in musica, di canzoni dedicate e di voglia di fare ritorno da qualche parte, fosse anche una nostalgia. 

Simona Stammelluti 

In data odierna, I Carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza – Nucleo Investigativo, coadiuvati da Personale della Sezione Tributaria della Guardia di Finanza di Cosenza, ha dato esecuzione a provvedimenti di sequestro beni a carico di Nella Serpa – capo dell’omonimo clan del cosentino, condannata all’ergastolo nel 2016 (leggi qui la notizia) –  e suoi congiunti, per un valore di oltre 2 milioni di euro, beni consistenti in 11 immobili, alcuni veicoli, 3 società e 40 rapporti finanziari.

Il decreto è stato emesso dalla Corte D’assise d’Appello di Catanzaro, nell’ambito della sentenza di condanna della stessa Serpa Nella, a seguito dell’indagine “Tela del ragno”. Si tratta nello specifico di un sequestro preventivo art. 321 cpp, che in sostanza, prevede il blocco di tutti i beni comunque riconducibili alla sfera personale della condannata, preservandoli da possibili alienazioni sino alla eventuale sentenza definitiva.

L’art. 321 cpp combinato con quanto disposto dell’art. 240 bis cp che, appunto, prevede in caso di condanna definitiva, la consequenziale confisca degli stessi beni.

Sì pensi che tuttavia l’accusa a Nella Serpa, ha sinora retto sino in Corte D’Appello dove ha subìto un’ulteriore condanna, la più grave della quale si ricorda, per i due omicidi di Martello Luciano e Siciliano Rolando.

Nella Serpa per tali reati, si trova ancora ristretta a regime 41 bis O.P.

Tra le motivazioni del provvedimento nei confronti di Nella Serpa, oltre alle sentenze già subite, anche le approfondire indagini patrimoniali effettuate dal personale del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Cosenza, che hanno dimostrato una notevole sproporzione tra i redditi dichiarati e i beni posseduti.

Tra gli altri elementi evidenziati dalle indagini patrimoniali, soprattutto la sopraggiunta e sospetta interposizione fittizia di detto patrimonio, a favore di prossimi congiunti.

Ma se esisteva già un provvedimento di confisca sugli stessi beni come misura di prevenzione, come mai la Procura è dovuto intervenire nuovamente sullo stesso patrimonio?

 

Simona Stammelluti

L’ho conosciuta qualche anno fa, viveva e lavorava a Gerusalemme…Vive e lavora ancora a Gerusalemme Pina Belmonte, una giovane donna che vede cambiare pian piano quei luoghi in terra santa, che respira speranza e che sembra vivere una sorta di missione, come se l’amore che nutre per quella terra, le venga restituito in gocce quotidiane di accoglienza che arriva, malgrado tutto.

L’ho rincontrata in Italia, qualche mese fa, prima che ripartisse per Gerusalemme; era piena di vita, di sorrisi per tutti, di capacità e di dedizione verso gli altri, verso gli ultimi. Ho provato a domandarle in questi giorni, come vanno le cose in quei luoghi che spesso sembrano dimenticati, come se tutti ne conoscessero le difficoltà, ma al contempo nessuno se ne interessasse alla fine, più di tanto, fin quando alcuni accadimenti non saltano alle cronache.

E siccome alcuni squarci di mondo e le loro storie non vanno dimenticati, sono qui a raccontarle quelle storie, aiutata dalla voce e dall’esperienza di chi alcune vicissitudini le conosce perché le vive ogni giorno, anche sulla propria pelle.

SS: Pina, da quanto tempo “vivi la città” di Gerusalemme e non certo da quanto”ci vivi
PB: Vivo la città di Gerusalemme e la Palestina da circa cinque anni anche se in cuor mio la vivo da sempre. Fin da piccola leggevo cosa accadeva in questo angolo di mondo.

SS: Cosa hai visto cambiare negli anni – se qualche cambiamento vi è stato – che potesse lasciare intravedere una piccola speranza per quella terra?
PB: Questa terra mi ha insegnato proprio la speranza. Si, nonostante tutto questa terra insegna a sperare. E’ una terra che non ha visto mai la pace, ma aspetta ancora la pace. Più che dai politici, i piccoli cambiamenti, arrivano da singole persone unite dalla vera voglia di pace. Penso al gruppo di donne coraggiose che guidano il movimento di Women Wage Peace (Le donne portano la pace).
Il loro obiettivo è quello di far sentire la voce di decine di migliaia di donne israeliane, ebree, arabe, di destra, di centro e di sinistra. Da cristiana, non possono non ricordare anche la presenza dei Francescani che da ben ottocento anni, sono presenti in questa terra, e sono numerose le attività formative e e sociali che portano avanti.

SS: Ci racconti una delle scene che i tuoi occhi vedono ogni giorno, mentre vivi e lavori in quei luoghi?
PB: Vedo due popoli che soffrono ma a farne maggiormente le spese, sono sicuramente i palestinesi, i cui diritti spesso vengono violati. Ma accanto a queste cose, vedo anche tante piccole scene, segni che fanno pensare che la pace è possibile.

SS: Ieri è terminato il giro d’Italia – prestigiosa gara ciclistica – che è iniziata a Gerusalemme ed è terminata a Tel Aviv. Sembra esserci stato un silenzio mediatico su alcuni dettagli di questo evento. Ci dici cosa ne pensi e cosa hai potuto vivere in merito?
PB: A riguardo ho letto un’interessante analisi di Alberto Nigri che descrive il Giro d’Italia come un’operazione politica e propagandistica a favore di decisioni legali e non, accettate dalla stessa Unione Europea, oltre che dalle risoluzioni dell’Onu. Ho visto in prima persona però, questo evento, perché la tappa includeva la zona dove lavoro e vivo.

SS: Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha annunciato che aprirà l’ambasciata statunitense a Gerusalemme in questo  Maggio 2018, in concomitanza con il settantesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza di Israele. Cosa cambierà nell’assetto dell’ordine, delle scelte e della vita di Gerusalemme?
PB: Ormai è ufficiale lo spostamento. Penso ci sarà una risposta molto dura qui nei territori, da parte della gente. Credo che questa decisione degli Stati Uniti, sia una violazione del diritto internazionale.

 SS: Cosa manca a quella terra, da dove bisognerebbe incominciare per ristabilire un equilibrio? Due stati, uno stato solo. Sembra tutto possibile ed inattuabile al tempo stesso.
PB: La gente vuole solo la pace, ma chi decide le sorti di questa terra, realmente la pace non la vuole, perché gli interessi economici e di potere, sono più alti di tutto il resto. A farne le spese, in ogni conflitto, non sono i potenti, ma la povera gente che ogni giorno vive e affronta con difficoltà la quotidianità.

SS: Perché resti lì? Mai ti è venuto il desiderio di andar via, di lasciarti alle spalle quella terra ma anche quella vita, che lì sembra diversa da qualunque altro posto al mondo?
PB: Ormai questa terra fa parte di me, pur non dimenticando mai le mie origini. Qui lavoro solo alcuni periodi all’anno, ma ormai mi sento parte di questa quotidianità. Devo tanto a questa terra e a questa gente, perché mi hanno insegnato tanto, mi hanno accolta fin dal primo giorno con amore e riconoscenza gratuita.

SS: Quanto difficile è vivere il quotidiano?
PB: E’ molto difficile il quotidiano, qui. E’ difficile anche vivere un’amicizia con le donne palestinesi. Se Ci spostiamo da Gerusalemme, ai checkpoint è uno strazio al cuore. Il regolamento prendere che i palestinesi scendano dal pullman mentre i turisti e chi non è palestinese resti sul pullman. Loro, dunque, devono scendere dal pullman, mettersi in fila, mostrare il documento. Uno strazio vedere le mie amiche lì in fila, come se venisse tolta loro la dignità di essere umano, mentre poi chi resta sul pullman viene controllato da due soldati che salgono sul mezzo.
La scorsa volta nel vedere le mie amiche lì in fila, appena sono risalite sul pullman mi è scesa una lacrima. Una donna musulmana di fronte a me vedendomi dispiaciuta, con aria sicura e piena di forza mi ha detto: “tranquilla, io prego”; mente la ragazza di fianco alla donna musulmana, cattolica (aveva una croce al collo) mi ha dato un fazzoletto per asciugare la lacrime. Ho ritenuto fosse giusto raccontarla, questa cosa, perché alcune cose che da noi in Italia non sono così normali, qui rappresentano la normalità. Convivo ogni giorno con queste situazioni e questi stati d’animo,  ma spesso il senso di impotenza e di tristezza mi assale.

SS: Vuoi dire qualcosa ai lettori del Sicilia24h e a tutti coloro che si imbatteranno in questa intervista?
PB: Invito tutti a venire in Terra Santa. I cristiani qui sono una minoranza. Con i pellegrinaggi, si da’ un sostegno economico e si mantengono anche vivi questi luoghi.

 

Simona Stammelluti

 

I fatti si sono svolti durante i festeggiamenti del 1 maggio, in onore di S.Francesco sul lungomare di Paola dove un bambino di pochi mesi era in sofferenza respiratoria

Gli Assistenti Capo della Polizia di Stato Maurizio De Seta e Stefano Vocaturo, mentre erano di pattuglia, venivano contattati intorno alle 20.40 dai colleghi Sov. C. Federico Scarpino e Giorgio Tripicchio, che chiedevano loro un intervento urgente poiché un bambino di poco più di un anno,  aveva ingerito un corpo estraneo che gli ostruiva le vie aeree. La mamma del piccolo era in evidente stato di agitazione.

De Seta e Vocaturo, si portavano pertanto prontamente sul posto, con non poca difficoltà, considerato che in quel giorno festivo, vi era nei luoghi, una moltitudine di gente oltre al traffico bloccato nel centro cittadino. Attivando sistemi di emergenza visivi e sonori, sono così riusciti a giungere sul posto, anche spostando personalmente – ove necessario – le vetture di quegli utenti che presi dal panico, non riuscivano a dare spazio ai poliziotti impedendo loro di passare.

Giunti sul posto, i due poliziotti, hanno trovato il posto adibito ai soccorsi non più presidiato, considerato che gli addetti allo stesso, terminavano il loro turno alle ore 20. Il 118 era stato allertato, ma vista la gravità delle condizioni del piccolo Alessandro, De Seta e Vocaturo, hanno deciso nell’immediatezza di caricare il bimbo e la sua mamma sull’autovettura di servizio e di correre verso il locale nosocomio dove i sanitari del Pronto Soccorso dell’Ospedale Civile di Paola, hanno provveduto a rianimare il bambino.

La tempestività dell’intervento dei poliziotti, è stata dunque fondamentale per la sopravvivenza del piccolo Alessandro, che è stato poi trasferito presso l’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza, dove è rimasto per tutta la notte in osservazione.

I genitori una volta capito che il loro piccolo era fuori pericolo sono scoppiati in un pianto liberatorio, ringraziando gli operatori intervenuti, per aver salvato il loro bambino.

 

Simona Stammelluti

 

Paola (Cs) – E’ l’alba, quando i pellegrini raggiungono il santuario. Sono in migliaia coloro che hanno scelto di festeggiare il 1 maggio partendo a piedi, da molte località della provincia, per giungere in mattinata presso il santuario dedicato a San Francesco, il Santo eremita, che visse una vita piena di prodigi

 

E’ da poco passata la mezzanotte del 30 aprile, quando a piedi, zaini in spalla, i pellegrini – più o meno devoti al Santo – si incamminano per poi addentrarsi nella notte e nel fitto bosco, per attraversare la montagna oltre la quale c’è la meta, quel luogo così suggestivo, a tratti mistico, che si affaccia sul mare, che riconcilia con il mondo, che mette a tacere alcune paure e che regala il sollievo per l’anima.

Che di paure, ad attraversare una montagna in piena notte, ce n’è più d’una. Alcuni questo pellegrinaggio lo fanno per voto, lo fanno a piedi scalzi, incontrando sul proprio cammino anche il dolore fisico, oltre che la stanchezza. Ci sono intere comitive, tanti ragazzi, che quasi ci si domanda cosa muova una massa umana così corposa, verso un luogo di culto. Ci siamo fatti raccontare da alcuni di loro, se fosse la prima volta in quell’esperienza, il perché si fossero incamminati e cosa si aspettassero realmente appena giunti a destinazione.

C’è chi questa esperienza la fa ogni anno, e ogni anno vive una notte diversa; c’è che ci va per ringraziare il Santo e chi per chiedergli qualcosa che gli sta particolarmente a cuore. Ci sono ragazzi che vogliono passare un 1 maggio differente e chi, come Fabio, sceglie di recarsi in quei luoghi per la prima volta perché, pur essendo buddista, è rimasto affascinato dal carisma di quel Santo e quindi vuole fare quell’esperienza per “sentire” alcune cose; e quale dimensione migliore per avere qualche risposta, se non scrutando il buio, il silenzio e alcune difficoltà oggettive. Sì, perché quel percorso prima tutto in salita per raggiungere la cima della montagna, e poi tutta in discesa, incontra difficoltà reali come alcuni sentieri impervi, un fiume da guadare, animali selvatici, e poi ancora il freddo, la stanchezza e la paura di non farcela, di non riuscire a ultimare quel percorso.

Come tutti gli anni, qualcuno lungo il cammino si sente poco bene, viene soccorso e riportato indietro. C’è chi piange, perché ha un peso sul cuore e si commuove in un abbraccio di consolazione. C’è chi canta – perché come si dice “chi canta, prega due volte” – e chi si tiene silenziosamente per mano, almeno fin quando il sentiero lo permette. C’è qualcuno che resta indietro, che si accoda al gruppo successivo e poi mette a disposizione quel che ha: un po’ di cibo, una merenda, un po’ d’acqua.

La notte scorre lenta, ma a tratti sa accogliere i pellegrini con una luna meravigliosa e un cielo pieno di stelle. All’alba, migliaia di persone, in più tranche, arrivano a Paola, al santuario di San Francesco. Si è tutti stanchi, privi di forze, ma magicamente felici, come se quel posto fosse un premio per averci creduto fino in fondo.

Una volta arrivati, ognuno sceglie come disporre di quel nuovo giorno; C’è chi fa visita al Santo, chi segue la celebrazione della Messa, chi si butta sulla prima panchina disponibile per riposare per qualche minuto. E’ un colpo d’occhio incredibile, vedere tutte quelle persone che, arrivate in massa, poi si dividono, come se in comune avessero avuto solo la notte appena trascorsa.

A Paola si festeggia il Santo fino a domenica 6 maggio, con un programma di eventi sia sacri che profani, ma il pellegrinaggio a piedi, attraverso la montagna, resta il momento più suggestivo, che mostra la forza di tanti pellegrini che sono capaci di mettersi in cammino.

 

Simona Stammelluti – Claudia Badalamenti