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Sarà in scena al Teatro Stanze Segrete a Roma, dal 5 al 10 marzo 2019, LA CASA DEL PADRE scritto e interpretato da Giovanna Lombardi, con la regia  di Francesca Fiorentino

La poesia, la dolcezza, il coraggio, l’amore, le emozioni, i ricordi, la sfrontatezza, l’audacia, la tenerezza…tutta la bellezza della scrittura di Giovanna Lombardi.

La casa, nido di amore e protezione. La casa del Padre, luogo senza contaminazioni del figlio Primogenito, non atteso.Generato da padre sicuro e madre incerta.

Storia surreale e grottesca, raccontata da Miranda, che conduce lo spettatore nel mondo degli arcani e, tra la figura del Matto, dell’Eremita, della Papessa e della Vergine folle, incarna l’Archetipo.

Come in una fiaba antica, lo spettacolo, arricchito da musica, poesia e bel canto, è un ritorno all’origine, alla propria dimora: Itaca.

La protagonista, Miranda, dopo tante peripezie, giunge a comprendere la Legge del Padre e a superarla grazie alla riscoperta del “femminile”.

Dopo Diario Licenzioso di una Cameriera e Il fantastico mondo di Ivanilda, Giovanna Lombardi torna al Teatro Stanze segrete con un nuovo viaggio in una dimensione spesso volutamente nascosta: la nostra profonda interiorità. Lo spazio teatrale diviene un involucro dove tutto diventa occasione di fantasticherie.

Note Di Autore Di Giovanna Lombardi

La realizzazione di un testo simbolico rende il racconto non affidato all’interpretazione dell’attore, ma agli Arcani, che riportano, tra il ludico ed il complesso, lo spettatore a una memoria collettiva, per lo più “subconscia”, di ordine esoterico.
Il personaggio va ad incarnare, di volta in volta, l’archetipo e in modo spettrale, trasparente, riflette il segreto recondito e occulto che ogni arcano rappresenta.
L’arcano del Mondo, nell’epilogo, così racchiude tante forme e porta a rivelare il tutto come Unità.
Attraverso lo sguardo, lo spettatore, se accetta di tramutarsi in ciò che vede, come in uno specchio, vedrà il significato svelarsi piano piano in un riflesso.
Ho voluto eliminare ogni concetto di separazione, individualità e quindi femminilità e mascolinità.
Una donna può essere attiva e un uomo ricettivo, in questo modo, la madre incerta e il padre certo rompe gli stereotipi e il mentale affidandosi al racconto fiabesco di un bambino che tutto crede, tutto spera e così, fecondo, materializza il divino in sé.

 

Sarà in scena al Piccolo Eliseo dal 21 febbraio al 3 marzo 2019, SHAKESPEA RE DI NAPOLI, lo spettacolo che da 25 anni attraversa i palcoscenici dei teatri italiani ed esteri. Il testo di Ruggero Cappuccio, pubblicato nella Collana Classici Einaudi è interpretato da Claudio Di Palma e Ciro Damiano. La messinscena nata al Festival di Sant’Arcangelo diretto da Leo De Berardinis nel 1994 ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. Shakespea Re di Napoli continua ad affascinare platee e generazioni diverse costituendo uno dei rarissimi esempi di lunga durata nell’ambito delle produzioni private italiane.

Shakespea Re di Napoli nasce da questo perché: la morte è quel sogno ad occhi chiusi che nella vita facciamo ad occhi aperti. Il mio difetto è credere solo negli aldilà, oltre il visibile, oltre il reale, la parola, il teatro.  Siamo nei primi anni del Seicento. Desiderio torna a Napoli dopo un avventuroso naufragio e riabbraccia il suo vecchio amico Zoroastro. A lui racconta di aver vissuto a lungo a  Londra e di essere diventato il più grande interprete dei personaggi femminili del grande drammaturgo inglese. Zoroastro è incredulo, sospetta che Desiderio stia narrando una delle raffinate menzogne cui lo ha abituato fin da ragazzo. La sfida interiore tra i due amici va avanti tra altissima poesia e tagliente comicità, mentre il mistero si estende progressivamente sulle loro vite. Così, nella storia appaiono misteriosi fotogrammi: le sabbie, il Seicento, la peste, un quadro, un baule, l’inchiostro sbiadito dei Sonetti di Shakespeare. Una nave affondata. Un anello perduto. Desiderio e Zoroastro: due amici sorpresi nell’abbraccio di un addio e di un ritorno. L’Inghilterra. Il genio. La bellezza. Le lettere dell’eros del grande poeta di Stratford . Tutto fiammeggia in una lingua che è intima di un’idea della partitura, della concertazione, del suono, in cui i sensi impongono una comunicazione intuitiva fondata sull’indicibile del compositore, l’indicibile dell’interprete, l’indicibile dell’ascoltatore. Solo il non detto è degno di essere letto. Solo i silenzi possono veramente essere ascoltati. Il conflitto e confronto del teatro elisabettiano con le forme espressive della Napoli barocca sono i presupposti per l’invenzione di una sinfonia del dire, specchiata in significati e ritmi che tendono alla sospensione assoluta di una storia nel tempo. La menzogna, l’indimostrabilità, la falsificazione dei fatti come gesto eversivo in grado di estendere i confini della verità sono in questa scrittura le luci che affermano e negano ogni cosa. Dopo tutto l’arte somiglia alla ricerca di prove che dimostrino eventi mai accaduti.

​ ​ Ruggero Cappuccio  

Arrestato  a Rose nel cosentino la scorsa notte dai Carabinieri di Reggio Calabria e in collaborazione con il reparto dei Cacciatori di Vibo Valentia,  Francesco Strangio, classe 1980, latitante da un anno. Il latitante si nascondeva in un appartamento all’ultimo piano di un condominio del centro abitato del paesino, era in possesso di 8 mila euro e sembra stesse fuggendo di nuovo.

Strangio deve scontare una condanna a 14 anni di reclusione per narcotraffico internazionale per avere negoziato e gestito l’importazione di ingenti quantità di cocaina dal Sudamerica.

Il pericoloso latitante è stato arrestato in esecuzione di un ordine di custodia cautelare in carcere emesso dalla Procura di Reggio Calabria, diretta dal Procuratore Bernardo Petralia, nel gennaio dello scorso anno, quando lo stesso Strangio, aveva fatto perdere le proprie tracce, proprio in ragione della condanna a 14 anni di carcere per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, divenuta definitiva.

Da oltre un anno, ormai, il latitante aveva trovato sicuro rifugio spostandosi tra diversi centri del cosentino, fino a giungere da un paio di settimane circa nel comune di Rose, dove aveva individuato nella mansarda all’ultimo piano di un tranquillo condominio, il luogo ideale per sottrarsi alla condanna, continuando a gestire i propri traffici illeciti.

All’interno dell’abitazione i Carabinieri, oltre al denaro contante, hanno rinvenuto svariate carte di identità ed un passaporto intestati a terzi, acquisiti per essere contraffatti con la sostituzione della fotografia, tre telefoni cellulari parzialmente bruciati in un caminetto, due valigie già pronte. L’irruzione dei militari, non ha lasciato alcun margine di fuga a Strangio, ponendo fine alla sua latitanza.

Tradotto nel carcere cosentino, è ora a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

 

Foto Matteo Rasero/LaPresse
09 Febbraio 2019 Sanremo, Italia
Spettacolo
Festival di Sanremo 2019, serata finale
Nella foto: Mahmood – Soldi, vince il Festival di Sanremo 2019

“Perché Sanremo è Sanremo!” recitava un vecchio slogan della Kermesse ai tempi in cui alla direzione artistica c’era Pippo Baudo che di mestiere faceva il presentatore. Oggi che si sono sdoganate molte professioni, cimentandosi tutti in tutto, anche gli slogan non sono più gli stessi.

E stata questa, l’edizione più cliccata, più discussa anche sui social, perché come sempre accade nessuno lo vede, Sanremo, perché per molti è la morte della musica, è trash, è inguardabile ma alla fine tutti ne parlano, a volte anche per sentito dire, senza averne visto neanche un minuto. O forse tutti lo vedono, ma molti fanno finta di non averlo visto, per stare dalla parte di quelli chic che mi piacerebbe invece sapere che tipo di cultura musicale hanno e cosa ascoltano per davvero, quando nessuno si interessa a loro.

Certo è che questa edizione, che ha avuto tante pecche, che non è stata sicuramente tra le meglio riuscite dell’ultimo decennio e che è peggio forse anche di quella condotta nel 1989 dai figli d’arte,  – così come raccontavo nel mio articolo di sabato notte –  verrà sicuramente ricordata per le assurde polemiche circa il vincitore e tutto quello che il popolo italiano è riuscito a scatenare praticamente dal nulla e sul nulla. Cose all’italiana, insomma. Perché se si fosse discusso, nei talk e sui social di quanto avesse meritato o meno Mahmood di vincere la kermesse, forse tutto quel discutere avrebbe anche avuto un senso, ma continuare a discutere, ad offendere e a credere anche a un complotto (così come in tanti hanno anche fatto) da’ il polso di quando si sia finiti in quella striscia invisibile tra assurdo e grottesco.

Il festival di Sanremo incorona il 27enne milanese Mahmood, di madre sarda e padre egiziano, i network traboccano di rabbia e sdegno – “Il festival della canzone italiana non lo deve vincere uno straniero” – e i patriottici avrebbero votato “Il Volo” arrivati terzi e “Ultimo” arrivato secondo, per arrestare l’ascesa dello “straniero” senza però riuscirci. mMa straniero cosa? Che è un bel giovanotto italiano!

Non è stato il Pd, né le élite a consegnare la vittoria al giovane cantante italo-egiziano, ma la semplice ripartizione di voti che sono arrivati dalla giuria demoscopica, quella di qualità (?) e quella del voto a casa che costa la bellezza di 0,51 centesimi a voto. Tutto secondo le regole, un vincitore deciso “dal Popolo”.

Le contestazioni sono iniziate al teatro Ariston di Sanremo e sono continuate fuori di lì per giorni, tant’è che a 36 ore dalla fine della kermesse ancora si parla di chi ha vinto e perché, con molto improbabili motivazioni.

Ultimo a cui bruciava non aver vinto,  se l’è  presa con i giornalisti, Salvini ha dichiarato che avrebbe preferito vincesse Ultimo, la sua ex, la Isoardi dichiara invece che la diversità di cultura genera cose belle. Già in inizio di serata Salvini aveva cinguettato: “Secondo voi chi vince? Io dico Ultimo”. Seguiva una faccina sorridente. Ma dopo la mezzanotte il vicepremier ha espresso il suo disappunto con un gioco di parole: “Mahmood, mah…” E dopo incalza ancora: “La canzone italiana più bella?!? Io avrei scelto Ultimo, voi che dite???“. Al post sono seguiti in pochi minuti, nonostante la tarda ora, oltre 2 mila risposte, naturalmente degli orientamenti più vari.

La cosa che lascia perplessi è che si è fatto una bagarre sul nulla, su un ragazzo italianissimo che canta la sua storia, a modo suo e che vince perché il sistema di votazione del festival così ha deciso senza oscurantismi, senza mosse strategiche arrivate da chissà dove … e va benissimo così.

Sarebbe stato interessante invece sapere cosa si pensi di Mahmood dal punto di vista musicale, di come canta, cosa e con che stile, se piace o meno quel che fa a prescindere dai suoi tratti somatici. Sarebbe stato interessante interrogare uno ad uno quelli che hanno gridato al complotto, chiedendo loro perché avrebbero preferito invece Ultimo o la Bertè, cosa ricordano delle loro canzoni, cosa ascoltano di solito e cosa c’è che non va nella canzone vincitrice del festival che – a mio avviso – si inserisce a pieno titolo in un festival sotto tono, con canzoni senza troppa armonia, dove i testi erano miseri tranne alcune eccezioni (giustamente evidenziati dai premi speciali messi in palio dall’organizzazione sanremese) e che ha portato in gara fino alla fine, tutti e 24 i concorrenti senza scrematura, costringendo pubblico e giuria a sciropparsi per cinque lunghi giorni tutto ciò che il paniere sanremese aveva scelto a proprio gusto.

Sanremo non è più quello di una volta, quello dei presentatori che facevano i presentatori, delle vallette belle e mute, dei fiori sul palco, della canzone “sanremese”, degli ospiti che arrivavano da tutto il mondo, delle radio che nel palinsesto avevano le canzoni di Sanremo e così imparavi a memoria quelle che ti piacevano di più. Ma non mi si venga a dire che in passato è stato tutto “puro” perché a Sanremo abbiamo avuto Anna Oxa, Malika Ayane, e nessuno ci faceva caso però, perché si guardava alle canzoni, ancora. Oggi si filosofeggia, poi si inveisce contro un nemico che non esiste e ci si schiera, ahimè sempre dalla parte sbagliata.

 

Simona Stammelluti 

 

 

I finalisti erano Il volo, Ultimo e Mahmood 

Vince Mahmood con “Soldi” una canzonetta bella e pronta per l’Eurovision.

Una edizione del Festival di Sanremo piuttosto scadente.  Con presentatori improbabili presi in prestito al cabaret che – a mio avviso –  non sono stati all’altezza del ruolo. 

Baglioni c’ha provato a ricordarci  tutte le sante sere, che belle canzoni ha scritto, ma doveva evitare di cantare, perché alla fine arriva il momento in cui bisogna farsi da parte. Avrebbe potuto limitarsi a fare il direttore artistico. 

Il livello delle canzoni è stato scarso, come mai così negli ultimi 10 anni. 

Sempre più presenti i figli dei talent, sinonimo de fatto che si preferisce sostenere quelli, anziché le scuole di musica e di canto. E i ragazzi dei talent sono spesso impreparati, e si vede.

Testi inutili, tranne quelli che alla fine sono stati giustamente premiati come quelli di  Simone Cristicchi e Daniele Silvestri, come già evidenziato dalla sottoscritta alla fine della prima serata del Festival. 

Mi è parsa una edizione peggiore di quella presentata dai figli d’arte nel lontano 1989. 

Livello delle performance insufficienti. Tante stonature, sera dopo sera hanno deluso anche quelli che di solito cantano intonati; abiti improbabili, trucco e parrucco senza gusto. 

E basterebbe ricordare che a Sanremo sono stati in gara Tenco, Milva, Claudio Villa, Domenico Modugno, Sergio Endrigo.

Ospiti che forse costavano poco, ma inappropriati alla kermesse, quest’anno.

E a Sanremo sono approdati in passato come ospiti i Queen, David Bowie, Whitney Huston, Sting, Madonna. 

Stacchetti e siparietti banali, melensi e noiosi.

Spariti i fiori dal palco – fatta eccezione per quelli donati alle Lady in gara e non – si salva la scenografia, che il teatro Ariston magico. Buona la regia di Duccio Forzano.

Certo è che quel “69” che poi è anche il simbolo grafico del segno zodiacale dei pesci, e dello Yn e Yang, e tutto quella quasi totale del bianco e del nero, mi dice che si è voluto prendere spunto dal numero dell’edizione per sottolineare la differenza netta del bene e del male, in un particolare periodo storico.

Vince il premio della critica  Daniele Silvestri a cui va anche il premio Lucio Dalla.
Premio Sergio Endrigo a Simone Cristicchi.
Premio Bardotti, miglior testo a Daniele Silvestri
Premio Bigazzi, dato dai maestri dell’orchestra, per il miglior pezzo a Simone Cristicchi
Premio Tim Music a Ultimo 

Impeccabili come sempre i maestri  dell’orchestra della Rai, professionisti a tutto tondo, che sorreggono questa kermesse, sempre e comunque.

Che ritorni il festival del bel canto. 

Noi, lo aspettiamo. 

Buonanotte 

Simona Stammelluti  

Parte discretamente la prima puntata del Festival di Sanremo, con quel “69” che svetta sulla grafica.  Finita l’epoca delle vallette straniere belle e impedite nella lingua, Claudio Baglioni ancora una volta direttore artistico della Kermesse, quest’anno, co-conduce con Claudio Bisio e con Virginia Raffaele che non convince in quella veste, e che rende sicuramente di più nelle performance comiche che le si addicono alla perfezione.

La prima serata vede sfilare i Big, (tanti, forse troppi) tra i quali quest’anno ci sono tanti nomi semisconosciuti, figli dei talent, ma che nulla hanno a che vedere con la figura dei “giganti” che ci si aspetta al Festival della Canzone Italiana. Nek, Renga, la Bertè, con una canzone scritta da Gaetano Curreri, il cui testo delude, Paola Turci, Patty Pravo, Nino D’Angelo tra i nomi conosciuti. E poi ancora la Tatangelo,  Arisa, con un pezzo fuori dal suo stile che non convince, Il Volo,  che sembrano antichi, pur essendo giovanissimi, Simone Cristicchi, con un ottimo pezzo ” Abbi cura di me” con un testo degno di nota scritto a 4 mani con lo scrittore Nicola Brunialti, un inno alla cura e al potere di un abbraccio, e poi Daniele Silvestri che con il pezzo “Argentovivo”, vera e propria denuncia del disagio giovanile.

Tra gli ospiti i due Bocelli, Andrea e Matteo, padre e figlio insieme sul palco dell’Ariston, Giorgia, che canta canzoni non sue, si fa accompagnare poi da Baglioni al pianoforte, ma riesce a sbagliare sulle cose facili, e forse dovrebbe allentare con tutti quei vocalizzi ed evoluzioni inutili.

Gli intermezzi sono noiosi. Bisio si intrattiene sui testi di Baglioni. Sfruttata male la presenza di Pierfrancesco Favino, che con la Raffaele mette in piedi una parodia sui Musical, ma che nessuno ricorderà. Mi è sembrata inutile anche la presenza di Claudio Santamaria a cui ieri sera stava male anche la giacca dello smoking. I  “Claudio” così salgono a a 3, per un omaggio insieme alla Raffaele al Quartetto Cetra, che fu sempre emblema di bravura, ironia ed eleganza. Nella vecchia fattoria, Baciami Piccina, Donna, Musetto, Vecchia America. Brava la Raffaele ed anche Baglioni, nel medley. Ricordano Tata Giacobetti. In platea sua figlia e la moglie Valeria Fabrizi.

Federica Carta, Ex Otago, Achille Lauro, Boomdabash, Zen Circus, Enrico Nigiotti, gli altri nomi in gara, Motta,Ghemon, Einar, Ultimo, Irama. Nulla di particolarmente rilevante. Proveremo a capire se nelle successive puntate, qualcosa possa restare nell’attenzione di pubblico e critica.

Gli outfit lasciano a desiderare. Su tutti l’abito fucsia fosforescente della Pravo, che portava a spasso anche una improbabile pettinatura, dissonante con la sua età e con ciò che fu.

Impeccabile come sempre la fantastica orchestra della Rai, chiamata a suonare dal vivo tutti i brani, sera dopo sera, che resta il pilastro della kermesse. Ottimi anche alcuni direttori d’orchestra.

Alla prima serata un voto che non va oltre il 7, ma soprattutto perché lasciano molto a desiderare i testi. E se gli arrangiamenti magari arrivano ad un ascolto successivo, quando si esce dalle mura dell’Ariston, i testi si avverte subito essere di poco spessore, spesso senza troppe parole nuove, e quelle usate, il più delle volte sono usate male. Fatta eccezione – a mio avviso – per i testi delle canzoni di Cristicchi e Silvestri.

Anche quest’anno c’è il televoto e si sa, il popolo italiano vota “a senso” o “a fiducia”. Spietati restiamo noi addetti ai lavori che passiamo al setaccio proprio tutto quello che viene mostrato e che da sempre, è meno bello di come può apparire.

Ma siamo solo alle prime battute.

Simona Stammelluti

 

 

 

La solidarietà che ancora commuove, quella che arriva da dove non l’aspetti ma che quando arriva travolge e lascia senza parole. Così  arriva anche il ringraziamento dell’Arcivescovo di Bologna, Monsignor Zuppi, che ringrazia a cuore aperto i detenuti per aver partecipato a quella che è stato una vero e proprio atto di carità.

E’ accaduto infatti che i detenuti della casa circondariale di Bologna, hanno voluto donare quel poco che avevano, facendo una colletta, per aiutare i poveri e i senzatetto della città. Un gesto di solidarietà verso chi è nell’indigenza. Anche i detenuti versano in stato di indigenza, ma non hanno esitato a donare, a raccogliere quel che avevano per donarlo. Un atto di grande generosità che si consuma tra le mura di un carcere, dove regna non solo la colpa ma anche una sorta di redenzione. Il carcere deve rieducare e riabilitare non solo punire per le colpe compiute. E vien da pensare che tra quei detenuti, qualunque sia il reato per il quale scontano la pena, ci siano persone mosse da un sentimento di pietà e di carità verso chi non ha davvero nulla.

E in un periodo storico come questo – che passerà proprio alla storia per indifferenza, odio, razzismo e abbandono – sorprendono gesti come questo e lasciano intravedere una forma di salvezza collettiva, di riscatto umano, nel vero senso del termine, un ritorno all’ “umanità” che mette in moto lo stare tutti “sulla stessa barca”, malgrado si giochi e far credere di essere tutti diversi, per meriti che ancora in molti disconosciamo.

Riscattare dunque, quel termine, prendendocene la responsabilità, ognuno per come può, come hanno fatto quei detenuti, attraverso quella loro scelta così appassionata e consapevole. Tornare ad umanizzarlo, questo mondo, che sta diventando freddo, e al freddo molti ci stanno, che sta diventando cinico, perché questo vogliono farci diventare, che è crudele nelle scelte che contemplano differenze assurde,  come se una vita valesse più di un’altra. La sofferenza, la crudeltà, l’odio, l’indifferenza, l’emarginazione, sono già esplosi sotto una disumanità che cerca di travestirsi da altro, ma non vi riesce più.

Perché la disumanità di consuma sia nelle condizioni di vita di coloro che hanno bisogno della colletta dei detenuti per non morire, e poi nelle scelte spietate di chi può fare e non fa, di chi lascia che si muoia in mare, di chi diffonde odio negli stadi, di chi disprezza un preside gay e decide di punirlo con una scritta sul muro di una scuola.

E invece, chi sta scontando una pena, perché così la legge stabilisce, perché così è giusto, ha dimostrato che si può e si deve porgere una mano. Perché la pena peggiore, resta quella del cuore, l’aridità delle menti e la povertà dell’animo.

Domandarsi da che parte stare, come hanno fatto quei detenuti che hanno accolto l’invito dell’Arcivescovo e che hanno dimostrato che ce la si può fare, se non si perde il senso di questa vita che dà e a volte toglie, ma che non dovrà mai toglierci la speranza.

 

Simona Stammelluti

 

 

Piange Gino Murgi, il sindaco di Torre Melissa in provincia di Crotone dove questa mattina all’alba  sono stati accolti 41 migranti curdi, salvati dal naufragio.

Piange ai microfoni di Radio Capital raccontando quello che ha visto e che ha provato, quello che è accaduto in quella cittadina che ha dato una lezione di umanità senza precedenti.

E’ stata una mattina tremenda” – dice Murgi –  e poi continua il suo racconto. Pioveva, il mare era agitato. Eppure c’è stata tanta umanità profusa, una continua accoglienza e costante sinergia di forze nella coordinazione del salvataggio.

I cittadini in maniera veloce, quasi in un batter d’occhio sono intervenuti. Sono arrivati immediatamente abiti, coperte, pasti caldi. Nessuna forma di indifferenza.

Ma come si fa ad essere indifferenti davanti ad una mamma con un bambino di 3 mesi in braccio?  – Il sindaco si commuove –  come si fa ad essere indifferenti davanti a qualcuno che ti chiede aiuto, che ti dice che sulla imbarcazione ci sono ancora i suoi figli? Ho pensato ai miei figli, ai figli di tutte le persone della nostra comunità”

Alle 4 del mattino i cittadini di Torre Melissa si sono tolti i giubbotti di dosso, e li hanno dato ai ragazzi che scendevano dalla barca.

Questo è il rispetto per la vita – continua Murgi – e non ci dovrebbe essere colore politico in situazioni come queste. Bisognerebbe tirar fuori l’umanità che abbiamo dentro”

Non aveva mai vissuto una situazione del genere il sindaco di Torre Melissa e non dimenticherà mai quei bambini bagnati, infreddoliti, viola dal freddo e dalla paura

 

Simona Stammelluti 

 

I dati dicono che solo a Cosenza – come si legge sulla Gazzetta del Sud – nella notte di capodanno sono stati  46 i minori finiti all’ospedale, vittime dell’alcool. I dati nazionali sull’alcolismo nei giovani sono allarmanti;  1,7 milioni  sino ai 24 anni, di cui 800 mila minori ai quali l’alcool, dovrebbe essere negato, sia nella vendita che nella somministrazione.

Dalla spavalderia del sentirsi adulti al vizio del bere, il passo è breve.

Una volta sola e poi basta, voglio solo vedere com’è“, si trasforma in una consuetudine. Nei locali si beve, a volte senza limite perché è proprio il limite la sfida; e il superarlo, il brivido. Sono tante le forme di autolesionismo e l’alcool è uno di quelle. I giovani paragonano l’essere grandi, alla capacità di superare un limite,  sia esso di velocità, di bottiglie di birra bevute o di sigarette da fumare. Il limite è l’unica spinta che hanno. Perché per il resto, i giovani vivono in un mondo tutto loro, primo di passioni e di voglia di fare, indaffarati nel mettere insieme sfide virtuali e giorni tutti uguali che li fa crescere senza accorgersene, perché troppo intenti ad ignorare le sfide vere, quelle fatta di obiettivi e di traguardi, di fatica e di soddisfazioni. Vivono chiusi nei loro mondi fatti di “black mirror” e di vite dentro uno schermo,  che alterano la percezione dei sensi, tutti. Non sentono, non vedono, non interagiscono se non attraverso il mondo virtuale, o giochi di strategia e di ricostruzioni di mondi rasi al suolo senza un perché. Anche le loro vite a volte vengono rase al suolo, nell’indifferenza generale.

I giovani hanno perso la capacità di pensiero critico, di rispetto delle regole e di percezione dei proprio limiti e delle proprie potenzialità. Spesso sopravvivono a loro stessi, alle loro cattive abitudini e ai loro vizi. Tra questi, anche l’alcool. Ma la responsabilità non è la loro, o meglio non solo. L’alcool è venduto nei supermercati, nei bar, nei locali notturni. Non ho mai visto una commessa chiedere un documento di identità ad un minore che arriva alla cassa con una bottiglia di birra o di superalcolico. Così come non accade nei locali modaioli delle città, dove nessuno controlla quanto bevano i minori o cosa accade dopo che sono andati a spendere la paghetta settimanale, al bancone dei pub.

Eppure qualche mese fa ad Edimburgo l’esperienza vissuta in prima persona mi ha restituito una realtà diversa; quella di un luogo dove le problematiche si affrontano in maniera drastica, e dove la piaga dell’alcolismo giovanile si combatte in maniera rigida, vietando categoricamente la vendita ai minori, e in quel “categoricamente” c’è tutta la perentorietà del caso.

Mia figlia, sedicenne, con me a pochi metri, mette sul bancone di uno “Scotch Experience” una bottiglietta da collezione e un pacco di biscotti al burro. Alla domanda della commessa se fosse maggiorenne lei risponde di essere insieme a sua madre e che quella bottiglia è un souvenir da portare in Italia. Confermai quella versione, eppure da quel negozio uscimmo senza la bottiglietta di scotch, perché – mi dissero – nessuno poteva garantire loro, che usciti da quel locale io non passassi quella bottiglia di alcool a mia figlia.

Così è anche nei locali. C’è un controllo rigido sulla questione alcool.

E allora perché non vi sono gli stessi controlli sul territorio italiano? Perché non si vigila sul rispetto della legge che vieta la vendita degli alcolici ai minori? Dove sono le pesanti sanzioni? Dov’è la chiusura dell’attività per chi reitera? Perché si permette che 46 ragazzi vengano ricoverati a causa dell’alcol, alcuni in coma etilico, e che rischiano di spappolarsi il fegato e rischiando la vita?

Le domande restano sempre troppe, i minori vittime dell’alcool anche.
Sembrerà retorica, ma ormai gli adulti sembrano complici consapevoli dell’immaturità dei giovani. C’è una disattenzione generale, perché è più comodo così,  perché supervisionare sulle vite dei figli, è un compito di cui non conosciamo più l’importanza. Sapere, significa interrogarsi su eventuali errori e ritrovarsi ad ammettere di aver sbagliato, da qualche parte, è cosa da adulti; ecco, sì … da adulti.

Simona Stammelluti

 

 

PFF – Trisonata per corpo femminile e pianoforte, scritto e diretto da Valentino Infuso, con Valentina Cidda, che sarà in tournée fino a maggio 2019, debutterà in prima nazionale a Roma al Cometa Off dal 15 al 20 gennaio

“Prendete la forza espressiva di Jessica Biel, la carica devastata di Lana Del Rey, il rock di Sheryl Crow, la schiettezza di Alanis Morrissette, centrifugate… Ecco ci avviciniamo a questa interprete… Il poderoso testo è un apertura a cuore sanguinante messa in prosa dal regista e drammaturgo con enorme sensibilità e allo stesso tempo crudezza…”

Tommaso Chimenti

Un’opera teatrale perfettamente compiuta che ti ferisce e ti accarezza, fusione ed equilibrio fra vena drammatica e comica, che arriva a vertici inaspettati e travolgenti in un turbinio di emozioni, il tutto impreziosito da momenti di grande virtuosismo interpretativo e brillantezza musicale. Uno spettacolo capace di coniugare con grande sensibilità artistica parole, musiche e movimento in un racconto intenso, sconvolgente. Tutto questo è PFF – Trisonata per corpo femminile e pianoforte, scritto e diretto da Valentino Infuso, con Valentina Cidda, che ne compone anche le musiche originali.

PFF, pronunciato con la f prolungata, come un lungo sospiro che contiene ogni sfumatura emotiva, dal pianto al sollievo, dalla fatica alla resa, dalla disperazione alla speranza, dall’ illusione al disincanto, dalla dolcezza al dolore, dall’inizio alla fine, dalla fine ad un nuovo inizio…è il racconto di una donna, è la storia di una vita, narrata per narrare tante vite…narrata per parlare a tutti, donne e uomini.

 PFF è una favola tenebrosa e delicata, rude e dolcissima, spietata e amorevole…una favola i cui personaggi prendono vita plasmati dall’invisibile ad ogni istante, dove tutto è all’ultimo fiato, senza tregua, dove la storia di una vita si fa tessuto intrecciato di dolore e bellezza, un segreto di liberazione, un’ affresco intimo e profondissimo sull’anima umana…

PFF – Trisonata per corpo femminile e Pianoforte” è un opera alchemica,  e, come tale, drammaturgicamente si compone appunto, di “tre sonate” che insieme incarnano una sinfonia complessa, coraggiosa, sfrontata. Tre parti, tre fasi dell’esistenza, i tre stadi di mutamento dal piombo esistenziale alla ricerca dell’oro che siamo e possiamo Essere…

Nella prima sonata, “Origini” (del male), si  narra la nascita, “la caduta dell’angelo”, l’inizio del viaggio terrestre di una piccola donna che comincia a poco a poco ad essere piegata, logorata, congelata, dalle grandi bugie del mondo degli “adulti”: le aspettative, il giudizio, l’inganno, la prima violenza, la vergogna, la fuga da se stessi, lo smarrimento, la paura, il senso di colpa, la ricerca disperata di un respiro d’amore autentico che manca, manca sempre, manca ovunque, manca da sempre, …

La seconda sonata, “Inferno”, si apre con l’avvio verso la vita da “signorina”, e percorre, attraverso i passaggi del diventare donna, gli schemi che, dal primo germe di dolore originario, vanno a crearsi e ripetersi ostinatamente, sciami di demoni evocati e nutriti costantemente in un anelito inarrestabile di autodistruzione…la tensione alla vita, l’omicidio continuo di ognuno per mano di ognuno, il disincanto, il dolore, la fuga, la rabbia che salva dalla disperazione ma lo fa avvelenando inesorabilmente il cuore…

La terza sonata, è “Guarigione”. La trasformazione. E’ la dissoluzione dell’ego, la fine di ogni pretesa, la consapevolezza incarnata, la responsabilità riconosciuta, l’accoglienza della Bellezza, la resa. E’ un monologo muto, dove il vuoto purifica la parola…e la restituisce scarnificata e leggera, libera e solenne nella sua trasparenza inafferrabile.

PFF è uno spettacolo così perfettamente tessuto da sembrare un essere vivente di per sé palpitante, bruciante, urgente, divorante e fecondo, fiero, vero.

Avevo da tempo il sogno di mettere in scena un monologo che raccontasse una Vita,  attraverso l’interazione unica con il pianoforte, ma non avrei mai potuto realizzarlo senza la geniale scrittura e la straordinaria, folle, pazzesca regia di Valentino Infuso…dichiara l’attrice Valentina Cidda.  

Il Pianoforte, si fa essere in carne ed ossa, fedele compagno di scena, vissuto, attraversato, suonato e suonato magicamente, con le mani, i piedi, il corpo, l’anima, penetrato, abitato, logorato dal sangue e dal sudore e glorificato dalla pace di una trasformazione che è catarsi reale, nuda, e senza filtri.

Note di Regia e drammaturgia.

 Scrivere uno spettacolo per corpo (e anima) femminile e pianoforte. Ecco. Una bella scommessa in principio.

Il viaggio di Piano, Forte, Forte, è iniziato così, “semplicemente”, da un “discorso” intorno all’essere umano. Che si tratti di un viaggio nel femminile, questo è un “dettaglio”, è semplicemente un colore, una sfumatura, ma una sfumatura intensa, potente, di quelle che emanano odore proprio, che ha richiesto a me – e lo ha fatto senza mezzi termini – non la comprensione della sensibilità femminile ma l’emersione spudorata del mio femminile profondo. E di questo ringrazio tutte le donne che sono stato nelle vite precedenti. Ogni esperienza raccontata e rivissuta in scena da Valentina, infatti, è stata scritta attraverso la mia Verità, nulla di quello che racconto io in parole e lei in corpo, voce e sudore, è arrivato nelle sue vene senza che sia transitato per le mie, e, contemporaneamente PFF è PFF proprio perché creato e vivente attraverso ciò che Valentina Cidda è, nel corpo, nella voce, nel sentire, nella musica. Nessun altro potrebbe interpretare questo testo ed incarnare questa regia.”

 Valentino Infuso