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Un omaggio a Samuel Beckett,  il nuovo lavoro teatrale del regista calabrese Max Mazzotta, che porta in scena al Piccolo Teatro Unical fino al 21 marzo, 14 ragazzi tra i 20 e i 30 anni, allievi di un laboratorio imperniato sullo studio delle opere del famoso drammaturgo.

Ieri sera la prima, che ha convinto.

La credibilità della piéce, l’ottima dizione dei ragazzi e la spiccata bravura di alcuni di essi, sono stati alcuni dei dettagli che hanno decretato il successo della messa in scena.
Sì, perché il lavoro che Mazzotta realizza con i ragazzi non è certo a caso. La scelta azzeccata delle musiche, le coreografie, il gioco di luci e le attribuzioni delle parti, si fondono alla riscrittura delle tre più famose opere di Beckett: Aspettando Godot, Finale di Partita e Giorni Felici.

La regia di Mazzotta è al contempo sapiente e prorompente, conserva intatto il senso del teatro di Beckett, l’immobilità, l’incapacità di cambiamento, e il ripetersi di azioni sempre uguali che vengono anestetizzate da quel far finta che tutto vada bene; ma tutto questo il regista lo fa dando estremo movimento alla performance. Un movimento intonato ai cambi di scena, e a quelle parti attribuire in maniera doppia ai ragazzi del laboratorio. Ci sono due coppie di Vladimiro ed Estragone, (Didi e Gogo) nel loro “Aspettando Godot”, ci sono due Winnie nel loro “Giorni Felici”.


Molto brave le donne, in scena, anche nei ruoli maschili, come colei che interpreta Hamm, il vecchio di “Finale di Partita”, che entusiasma il pubblico. Calarsi nei ruoli dei personaggi di Beckett non è cosa semplice e i ragazzi hanno fatto un bel lavoro, possibile grazie alla sapiente e capace guida di Max Mazzotta, che ha imbastito le tre opere affinché non si smarrisse mai l’essenziale, mentre la messa in scena è estremamente viva. Viva e pulsante nella credibilità degli attori e nella forma dell’originalità. Nella serietà dei temi di Beckett, che mai vengono snaturalizzati,  si adagiano atteggiamenti e personalizzazioni che fanno sorridere, a volte.

Bene anche la rivisitazione di Winnie, che nell’opera originale è bionda ed immobile dentro un cumulo di sabbia, in scena è bruna e vestita di rosso. Anzi sono due brune, vestite di rosso, perfettamente calate – a turno – nel dramma della conversazione, durante la quale si finge, fino a mostrare la miseria dell’esistenza.

Un dinamismo scenico efficace, che sfida la lentezza e la staticità del teatro di Beckett ma che lo valorizza attraverso l’intensità dello studio dei ruoli, ma mai nell’ostentazione di essi.

Max Mazzotta non si smentisce mai. Il suo sguardo originale verso il teatro d’autore è sempre convincente e consegna – come nell’omaggio al famoso drammaturgo –  una chiave di lettura moderna (si pensi alle musiche utilizzate o alle coreografie) di quei temi come la solitudine, l’angoscia e la impossibilità di comunicazione, alla base del teatro dell’assurdo di Beckett. Una comunicazione efficace e convincente, quella dei ragazzi del laboratorio che, se andrete a vedere a teatro in questi giorni, vi consegneranno la consapevolezza di come il teatro, sa reggere bene quel filo sottile tra realtà e finzione, mentre si scoprono nuove dinamiche e nessun compromesso.

 

Simona Stammelluti 

Francesca Benedetti sarà la protagonista dal 23 al 31 Marzo 2019, al Teatro Arcobaleno (Centro Stabile del Classico) di Ecuba di Euripide, drammaturgia e regia di Giuseppe Argirò. In scena un cast d’eccellenza: Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Maurizio Palladino, Maria Cristina Fioretti, Viola Graziosi, Elisabetta Arosio.

 

Francesca Benedetti – Premio Le Maschere 2018 – è la straordinaria interprete che veste i panni della regina di Troia. Ecuba incarna una sofferenza senza fine, consumata in una disperata solitudine. Troia è caduta e le donne di Ilio attendono la sorte riservata ai vinti. Lo spettro della guerra si svuota di ogni significato ideologico e declina la violenza in tutte le sue varianti, propagandosi come una malattia senza cura. Vittime e carnefici vengono accomunati dalla sopraffazione. In un momento di assenza di pace, in cui i teatri di guerra sono molteplici, raccontare gli orrori della violenza è un dovere etico. La drammaturgia di Euripide raffigura l’ineluttabilità della storia umana e l’indifferenza degli dei, spettatori attoniti e crudeli di fronte allo stupefacente spettacolo del mondo.

In più di sessant’anni di carriera Francesca Benedetti ha interpretato i più importanti ruoli femminili della storia del teatro classico e contemporaneo, e ispirato i più grandi registi italiani da Missiroli a Castri, da Cobelli a Ronconi a Strehler. Nata a Urbino, artista ecclettica di straordinario talento, racconta: “Ci sono tre eventi che nella mia vita artistica sono stati fondamentali e mi piace sempre ricordarli: nel 1974 lo spettacolo “Macbetto” scritto per me da Giovanni Testori (premio la Maschera con Lauro d’Oro), nel 1976 “Il Temporale” di Strindberg con la regia di Giorgio Strehler, fino ad arrivare al 1983 anno in cui con Emilio Isgrò fondammo le “Orestiadi” di Gibellina (protagonista per tre anni nel ruolo di Clitennestra)”.

Note di Regia di Giuseppe Argirò

Troia è caduta e in quel lembo di terra che separa il Chersoneso dalle macerie della città, le donne di Ilio attendono la sorte riservata ai vinti. Nella terra di Tracia i Greci aspettano venti Propizi alla navigazione, che potrà essere ripresa solo dopo il sacrificio di Polissena, superstite principessa troiana. La vittima immolata dagli Achei costituirà l’estremo onore riservato ad Achille e favorirà il viaggio di ritorno. Ecuba, la regina di Troia, dovrà subire questa decisione, frutto del l’orrore del conflitto sullo sfondo della città distrutta. La moglie di Priamo dovrà assistere a quest’ennesimo scempio in terra di Tracia, dove il più giovane dei suoi figli, Polidoro è stato ucciso dal re Polimestore, al quale il ragazzo era stato affidato con un ingente quantità d’oro nel tentativo di salvarlo. Questi i presupposti dell’azione drammatica che alimentano il dolore e i propositi di vendetta di Ecuba.

La protagonista di Euripide incarna una sofferenza senza fine, consumata in una disperata solitudine: Ecuba rappresenta il dolore assoluto, senza alcuna catarsi. In questo scenario bellico, lo spettro della guerra si svuota di ogni significato ideologico e declina la violenza in tutte le sue varianti che si propaga come una malattia senza cura, dai vincitori, ai vinti; vittime e carnefici vengono cosi accomunati dalla sopraffazione. Ecuba, custode della memoria della stirpe troiana, annientata dai Greci, non lascerà scampo al traditore Polimestore, infliggendogli un castigo tremendo. Una madre senza patria e senza figli mette in scena un dolore trasfigurante, irripetibile a qualsiasi latitudine scenica, come ci ricorda Amleto citando la complessità dell’arte teatrale. Protagonista di quest’ impresa è Francesca Benedetti, un’attrice multiforme ed emotivamente intelligente nel cogliere le peripezie dell’animo umano. Nello spettacolo sarà coadiuvata da Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Viola Graziosi. In un momento di assenza i pace in cui i teatri di guerra sono molteplici, raccontare gli orrori della violenza è un dovere etico che valica l’ aspetto estetico e ritrova le sue ragioni più profonde nel dibattito democratico, che solo il linguaggio scenico sa rendere evidente, nella sua necessità. La drammaturgia di Euripide raffigura l’ineluttabilità della storia umana e l’indifferenza degli dei, spettatori attoniti e crudeli di fronte allo stupefacente spettacolo del mondo.

 

 

Risonanze Magnetiche scritto e diretto da Alessandra Panelli, sarà in scena al Teatro della Cometa dal 26 marzo al 7 aprile,  con Mauro Marino, Barbara Porta, Costanza Castracane

La storia di due donne e un uomo che “nel mezzo del cammin di loro vita” si trovano ad un bivio: soccombere all’ineluttabilità delle cose, così come le vorrebbe un certo modo di pensare, o trovare la forza per reagire e reinventarsi in una nuova esistenza vitale e fantasiosa.

Una sorta di favola che i tre amici raccontano al pubblico, consapevoli del grande bisogno che c’è di credere ancora nella forza dell’amicizia, sentimento a volte sottovalutato a favore di altri considerati più forti come l’amore o spesso confuso con la connivenza o con l’evasione dall’impegno.

In un arco di tempo che va dal 1990 ad oggi, in un curioso intreccio di personaggi ed eventi che li vede collegati prima ancora che loro stessi sappiano di esserlo, i protagonisti si incontrano e, attraverso la loro capacità di cogliere i segni che magicamente si presentano sul loro cammino, riescono a fondersi in un’amicizia speciale grazie alla quale è possibile risuonare magneticamente insieme e costruire una nuova idea di futuro.

In scena gli allievi del Laboratorio con uno studio sulle opere del famoso drammaturgo

Ancora un debutto per la compagnia  Libero Teatro, in scena con uno studio sulle opere di Samuel Beckett dal 19 al 21 marzo alle ore 20,30 al Piccolo Teatro Unical.

Beckett è infatti il titolo del nuovo lavoro diretto da Max Mazzotta, un omaggio all’autore nel trentennale della sua morte, che vedrà sul palco gli allievi del laboratorio di ricerca teatrale tenuto dal regista cosentino in questi mesi al Ptu in collaborazione con il Cams dell’Università della Calabria e incentrato su tre delle più importanti opere del famoso drammaturgo, “Aspettando Godot”, “Finale di Partita” e “Giorni Felici”. Nelle vesti dei personaggi dei testi beckettiani Antonio Belmonte, Camilla Sorrentino, Caterina Anastasio, Cesare Vitaliano, Claudia Rizzuti, Emanuel Bianco, Francesca Pecora, Helena Pedone, Ilaria Nocito, Ivonne Garo, Maria Canino, Maria Grazia Pantusa, Michele Condò, Valentina Bonavita.

L’esito di questo laboratorio vuole essere un omaggio al genio di Beckett nel trentennale della sua morte e dare al pubblico non soltanto uno spettacolo, ma fargli vivere l’esperienza esistenziale del suo teatro attraverso i paradossi e le grandi verità nascoste tra le righe dei suoi indimenticabili versi e dei suoi impossibili personaggi. Un’occasione importante per farlo conoscere alle nuove generazioni e allo stesso tempo un modo per tutti noi di ritornare a studiare e re-immergerci nella potenza dei suoi testi. Il laboratorio è scuola e ricerca, è indagine e sperimentazione. L’esito è l’opportunità di rivivere in scena i luoghi metafisici, i sottotesti e i silenzi che danno vita e cuore ai suoi personaggi. Quattordici ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni si cimentano in un lavoro drammaturgico e teatrale legato alla sua poetica. I giovani aspiranti attori giocano con gli “spartiti” di alcune opere, interpretandone “l’andamento esistenziale”; ognuno di loro è personaggio, ma allo stesso tempo luogo, musica, luce, sabbia, albero, bidoni” – dichiara lo stesso Mazzotta.

Parte del ricavato delle tre repliche della messinscena sarà, inoltre, devoluto in favore dei progetti dell’associazione “Susan G. Komen Italia” per la lotta ai tumori del seno. La stessa associazione farà tappa a Cosenza il prossimo 28 marzo con la Carovana della Prevenzione, un servizio gratuito rivolto soprattutto a donne che vivono in condizioni di disagio sociale ed economico.

 

 

Al teatro Manzoni di Roma dal 28 marzo al 21 aprile va in scena “2 Donne in Fuga…”

Un testo di successo, in Francia, soprattutto a Parigi. Due attrici grandiose – Marisa Laurito e Fioretta Mari – che lo reciteranno come fosse stato scritto per loro. Questo è 2 Donne in Fuga… tratto da Le fuggitive di Pierre Palmade e Christophe Duthuron, per l’adattamento di Mario Scaletta e la regia di Nicasio Anzelmo, in scena al Teatro Manzoni dal 28 marzo al 21 aprile.

Due donne si incontrano di notte su una strada statale mentre fanno l’autostop. Entrambe fuggono dalla loro vita, Margherita da 30 anni di vita di casalinga, moglie e madre repressa, Clorinda detta Clo dalla casa di riposo dove il figlio l’ha parcheggiata dopo la morte del marito. L’incontro suscita le battute più divertenti, per il luogo e l’ora equivoci.

Clo ha un temperamento forte e, nonostante l’età, non si lascia intimidire da Margherita, più giovane ma anche più sprovveduta. E’ l’inizio di un’avventura che vede le due donne viaggiare in autostop, interpretando una commedia dalle battute felici che non sono mai fini a se stesse ma servono a costruire con ironia i caratteri diversissimi delle due donne.

Così mentre la progressione narrativa della commedia, sviluppata per brevi scene autonome, eleganti e funzionali, vede le due donne avventurarsi in situazioni diversissime (dalla strada provinciale al cimitero, dalla fattoria alla casa di estranei nella quale entrano come due ladre…), dalle quali scaturiscono battute e situazioni divertentissime, ogni scena aggiunge un tassello alla vita e alla psicologia delle due protagoniste mostrando allo spettatore il nascere di una vera amicizia. Si ride di gusto per l’ironia e l’arguzia delle battute e si sorride nel riconoscere, nelle due protagoniste, alcuni aspetti della nostra vita, a volte pavida, altre volte più temeraria, in un perfetto equilibrio tra commedia e vita (vera), niente affatto retorico.  Uno spettacolo perfetto, da vedere e portare nel cuore per il resto della vita.

Andrea Sales – psicologo, psicoterapeuta

Stava tranquillamente mangiando una pizza in una nota pizzeria di Reggio Calabria, Ciro Russo, dopo aver dato fuoco alla sua ex moglie. E’ stato arrestato nel giro di poche ore, dopo l’atto delittuoso. Era evaso dai domiciliari, aveva precedenti per maltrattamenti in famiglia.

Ma questo è l’ultimo in ordine cronologico dei gesti folli, malsani e sconcertanti, che occupano quotidianamente le pagine di cronaca.  Prendendo spunto dall’atto criminoso di Ciro Russo, lo psicologo, psicoterapeuta e docente Andrea Sales, lancia sul social un dibattito, condividendo una delle domande alle quali facciamo fatica a rispondere, ma che alla fine ci portano a dover fare i conti in maniera brutale, con ciò che sta accadendo in un momento storico in cui – come lo stesso Sales fa notare – accadono cose agghiaccianti: mamme che vendono le figlie e le inducono a prostituirsi per avere dei soldi da giocare alle slot-machine, una coppia di amici (50 e 70 anni), abusano, molestano e seviziano una donna di 40 anni, per vent’anni, tenendola segregata in casa. Per non parlare del fatto che il femminicidio sia ormai all’ordine del giorno.

Quando una persona si sente in diritto di commettere queste atrocità?

E se fino a ieri, Ciro Russo era una persona sconosciuta, che faceva la sua vita, come io faccio la mia, Sales la sua e voi la vostra, oggi siamo qui a parlarne perché ancora una volta si consuma l’atrocità, la follia di un gesto, ai danni di un’altra persona.

Ma sarà davvero follia? A questa domanda potrebbe rispondere Andrea Sales, che di menti se ne intende. Ma la domanda è più ampia, quella che lui pone attraverso il social è cercare di capirne il perché anche dal punto di vista sociale.

Verrebbe voglia di dire, “ci rinuncio”, rinuncio a trovare un perché, rinuncio a capire, considerato che sembra tutto così assurdo. Ed invece l’invito alla riflessione e al dibattito che lancia Andrea Sales, è importante nella misura in cui ci si possa scuotere prima di tutto da quella assuefazione che ormai abbiamo maturato nei confronti del male che incede,  che vien fuori anche da dove mai avremmo immaginato potesse essere prodotto. E’ importante nella misura in cui si recuperi la consapevolezza che il male, va combattuto anche se non ci investe in prima persona. Che non vale più la regola “a un metro dal mio culo, accada quel che accada“, che a volte può sembrare una sorta di modalità per difenderci da quel che succede e che non riconosciamo come formula del nostro modo di concepire il vivere.

E allora davanti alla domanda: “ma cosa sta accadendo?”, tocca fermarsi a riflettere. C’è un delirio di onnipotenza, una convinzione malsana di poter possedere, di poter avere il controllo sulla vita degli altri, come se quel modo di concepire un rapporto, nel quale c’è chi domina, chi decide, chi annienta ogni giorno l’altro – spesso silenziosamente, altre volte in maniera atrocemente distruttiva – fosse la soluzione a dei problemi, che derivano dalla incapacità di gestire una qualsivoglia forma di rottura, di frattura nei rapporti.

Cosa manca a chi sevizia, violenta e segrega una donna per vent’anni?
Cosa accade nelle loro vite e nelle loro scelte?
Perché come dice lo stesso Sales. le scelte vengono guidate dai valori, da ciò che vale.
Dunque, dove sono finiti i valori?
Spazzati via quelli, ci si sente onnipotenti, alla mercé del pensiero folle di potere tutto?
Fuori dai valori, fuori dalle regole del buon vivere, resta la seduzione del male, del limite da superare, in balia di alcune ossessioni.

Il conflitto dunque, con se stessi, prima ancora che con gli altri?
Una completa assenza di sentimento, forse, verso se stessi e poi verso l’altro. Un amore mai provato, un risentimento stantio verso una condizione che non si può cambiare, forse.

Resta che c’è una società in balia dell’odio, di profonde forme di razzismo, di omofobia, di delirio di onnipotenza, che si manifesta in maniera latente, a volte, ma che poi esplode e annienta l’altro.

Mi ha colpito molto una dichiarazione di Andrea Sales circa il malessere. Perché alla base di tutto c’è questa condizione. Se avverti un malessere – dice lo spicoterapeuta – devi cambiare qualcosa e per cambiare qualcosa devi credere nella possibilità del cambiamento. Il cambiamento è effettivo quando si trasforma in azione.

Forse abbiamo smesso di credere nella possibilità di cambiamento e abbiamo lasciato che le cose accadano così come ci impone il silenzio che spesso regna in fondo alle nostre vite. E da quel silenzio, scaturiscono rabbia, odio, voglia di riscatto ai danni degli altri.

Il silenzio è deleterio. Sono le parole che generano il cambiamento, perché generano emozioni, reazioni e riflessioni, sostiene Sales.

E allora andrebbe, forse, riscoperta l’arte del dialogo, del tirar fuori in due, credendo e confidando ancora, nella potenza straordinaria della parola.

 

Simona Stammelluti

Home Feeling è un disco che nasce per restare nell’orecchio dell’ascoltatore, che inevitabilmente finisce per scegliere il suo brano preferito per poi continuare a canticchiarlo a lungo.

E’ accaduto anche a me, che in linea generale – forse è meglio dirlo subito – non amo particolarmente la bossa nova, se non contestualmente a quelle eccezioni in cui quel genere di musicale viene ritagliato dallo sfondo canonico, per poi essere ricucito con originalità e con una apertura verso quella che è la porta principale del jazz, ossia l’improvvisazione.

Massimiliano Rolff, veterano del mondo del jazz, contrabbassista con oltre un ventennio di esperienza consumata e affinata nei migliori festival e  jazz club europei, firma questo album prodotto da Rosario Moreno per la BlueArt, che mette insieme molte sonorità sudamericane, cubane, latine, le mischia con una prorompenza comunicativa e con un appeal che è classico di chi sa come raccontare un “feeling in”; quello che nasce tra un musicista e alcuni luoghi, alcuni incontri e con la dimestichezza che alcuni artisti come Rolff hanno, nella fase compositiva.

Insieme a lui, che ha firmato tutti i brani tranne “Beija Flor” e “Melodia del Rio“, omaggio al pianista cubano Ruben Gonzalez, ci sono Nicola Angelucci alla batteria e Mario Principato alle percussioni. L’album ospita il pianista colombiano Hector Martignon, brioso, spigliato, con quella raffinata capacità di incedere oltre il tema principale con una spiccata versatilità, e che in alcuni brani come “The wind strikes againsensa dubbio il mio preferito dell’intero album – sembra indomabile. Il pezzo mi piace molto perché nella sua esecuzione Massimiliano Rolff, non ha bisogno di sentirsi protagonista, lascia molto spazio agli altri strumenti per porre solo dopo, il suo contributo sonoro per riportare il brano sul tema, con un giro a loop, riproponendo i colori del controtempo, con un reef in bilico tra lo swing e la bossanova.

Sono questi dettagli che mostrano la faccia originale del lavoro discografico che non eccede mai, pur essendo incalzante e coinvolgente.

E siccome ogni jazzista che si rispetti ha una vena appassionata, quasi romantica, Rolff la racconta nel pezzo “A song for…” . Per chi sia non lo sappiamo, ma c’è dato sapere, con l’ascolto, che si tratta di una accattivante ballad, morbida, spoglia da ogni ammiccamento, nel quale gli strumenti che reggono la base ritmica, accompagnano in maniera leggera il pianoforte, fino a quando il contrabbassista non mette in gioco un’atmosfera, senza mai perdere stile e quell’abilità che lo lega al suo strumento.

Lungo le tracce si dipana una narrazione, creativa e fascinosa, nella quale il sound è inevitabilmente palpabile e pulsante, ma perfettamente equilibrato. Non ci sono eccessi, ci sono pochi momenti ostinati, c’è la comprensione perfetta tra i musicisti che dialogano e si comprendono;  non c’è sfida, c’è una sorta di staffetta nota su nota, in un tempo che è quello perfetto per coinvolgere. E’ questo lo rende un disco che accompagna, che tiene compagnia, che trasporta altrove, che ti soffia addosso quel linguaggio afro-cubano.

Insomma, una “casa emotiva” che ognuno arreda come vuole, con le pareti piene zeppe di colori accesi, mentre dalle finestre entra il suono di melodie cantabili, e di voglia di far ritorno verso qualcosa o verso qualcuno, e di sentirsi a casa.

 

Simona Stammelluti

Che Andrea Puglisi, sia un giovane e bravo attore siciliano, lo si capisce subito. Lo si capisce da come entra in scena, da come respira, da come resta concentrato anche quando va via la voce al suo microfono. Lo si capisce da come passa dal siciliano all’italiano, e poi ancora ad altri dialetti restando credibile. Ecco, la credibilità di un attore è la porta che separa i dilettanti dai professionisti e Andrea Puglisi può tranquillamente essere contemplato in quella categoria di chi sa che si parlerà ancora a lungo di sé, mentre si continua a studiare, mentre si percorre la strada dell’arte, ci si fortifica,  e si prende sempre più consapevolezza delle proprie potenzialità.

Ma Andrea Puglisi è credibile soprattutto nella storia che porta in scena, praticamente da solo, vestito da marinaio e da uomo che la guerra l’ha vissuta, subita e poi raccontata. Una guerra fatta di vita e di vite, di ricordi, di dolori e di speranze.

E’ la storia di Paulinuzzu Millarti, un giovane che viene chiamato alle armi a 21 anni e che farà ritorno a casa dopo 6 anni di incubi, dopo aver rischiato più volte di morire ma che non soccombe mai all’atrocità di quella guerra che ti toglie tutto, a volte anche la dignità.

La personalità di Puglisi in scena è prorompente. Il testo è dinamico, mira a raccontare non ad intristire. Ben diretto da Benedetta Nicoletti, l’attore veste più ruoli, tutti nei suoi panni, perché non ha bisogno di cambiarsi d’abito Andrea Puglisi per raccogliere su di sé le intenzioni e i sentimenti dei personaggi che sono serviti per raccontare la storia di un giovane che nasce a Portopalo in Sicilia, da una famiglia umile, che lascia tutto e tutti per andare in guerra, che si relaziona con una realtà più grande di lui, che prova ad affezionarsi a qualcuno senza però averne il giusto tempo e che fa ritorno a casa con gli occhi pieni di morte, di dolore, ma anche di amore per quella vita conservata.

La scenografia è minima ma efficace. Sacchi di iuta che fanno da fronte, un tavolo che diventa mille cose, una radio d’epoca che diffonde la voce del duce. Ed a muoversi in quella scenografia Paolo Montalto, Paolino per gli amici, Pauluzzi Millarti per tutti, un ragazzo che sapeva fare tutto, che poi diventa anziano e che nella vita vera incontra un giovane attore al quale racconta la sua storia che poi diventa una piéce teatrale, capace di fare la cornice ad una storia come mille altre, ma che riceve in dono un Andrea Puglisi che la riscrive e la porta in scena, a modo suo … e quel suo modo è appagante.

La suggestione durante la rappresentazione è data dagli effetti sonori che riproducono le scene di guerra, ma anche l’intensità della voce di Andrea Puglisi, che avrebbe convinto, anche se avesse recitato completamente al buio.

In scena ieri sera sul palco del PTU dell’Unical di Rende, per la rassegna “Teatro sotto il banco” insieme ad Andrea Puglisi, in una piccola parte anche Simone Zampaglione.

 

Simona Stammelluti

E’ una sera di inizio marzo, fa ancora freddo. Ma le cose belle si scaldano da sole e “riscaldano” per magia. A portare Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro al teatro comunale di Mendicino è la Fondazione Lilli Funaro che da tanti anni ormai in onore a Lilli – ragazza appassionata di medicina e di musica, prematuramente scomparsa –  organizza concerti che hanno la musica d’autore come sfondo, e la raccolta fondi per la ricerca come obiettivo. La direzione artistica della rassegna “Cosa vuoi che sia una canzone” è toccata a Renato Costabile, appassionato e profondo conoscitore del mondo cantautorale, quanto di quello del teatro d’autore.

E’ sempre emozionate quanto si ricorda Lilli, nelle serate a lei dedicate. Perché la semplicità con quale la si ricorda attraverso quel veicolo disarmante che è la musica, consegna la consapevolezza di quanto la vita possa essere imprevedibile e di come la musica possa traghettarci sempre oltre … oltre quello che accade, lasciandoci però ancorati alle passioni e alla volontà di continuare ad “andare”, a costruire, a raccontare.

E se il “raccontare” è un vero dono per scrittori e poeti, allora va riconosciuto sin da subito che Canio Loguercio appartiene a quella ristretta categoria di musicisti dotati di quel dono. Quel suo raccontare che si sposa fedelmente con una voce che non dimentichi. Perché lui ci mette un fil di voce, una interpretazione appassionata e una intonazione impeccabile. Sì vale anche quella, per chi come me valuta performance e non certo la carriera di un artista.

Ha una voce calda, profonda, che scivola nelle note gravi e resta aperta, e da quella apertura escono parole sussurrate ma sempre chiare, rotonde, senza spigoli. Da quell’apertura escono le parole di un repertorio di canti e ballate, che parlano d’Ammore, di amicizia, di volontà perdute. Il tutto con le radici ben piantate nella tradizione non solo napoletana, la cui lingua durante il concerto viene regalata, divenendo una sorta di approccio emozionale con il pubblico, ma anche nella volontà di tradirla un po’ quella tradizione, vestendola con linguaggi differenti, sonorità che arrivano da lontano e che diventano prorompenti perché con Canio Loguercio, ieri sera c’era un signor musicista, al quale sarebbe riduttivo attribuire l’aggettivo qualificativo “bravo”. Perché Alessandro D’Alessandro è piacevolmente meticoloso mentre suona l’organetto, dal quale esce tanta Napoli, dal quale escono suoni da campionare, a loop, ma che diventa anche base ritmica. Il talento del musicista sta nel saper interpretare la volontà del cantautore, ricamare innumerevoli tappeti sonori sulle intenzioni di Loguercio, senza però mai strafare.

Il bello di questo lavoro infatti, è che non ci sono eccessi, è tutto perfettamente imbastito sull’essenziale.

Il mantice dell’organetto produce note che scendono fin nello stomaco e lì restano, come fanno le emozioni.

E’ inutile dire che la suggestione di una Napoli che pulsa, è prorompente, mentre Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro, mettono in piedi uno spettacolo intimo-sentimentale, con un risvolto tra il sacro e il profano. Preghiere laiche e assonanze creative, che camminano lungo il filo della passione amorosa, della memoria e di quella capacità di denudare la canzone napoletana classica, per rivestirla poi, di quel gioco sottile tra teatralità ed ironia.

Simpatico, vero, coinvolgente, Canio Loguercio, che in inizio di concerto finge di attendere un suo amico, Tonino, che alla fine non arriverà; chiede una sigaretta che nessuno ha, racconta piccoli aneddoti, porta il pubblico pian piano nel suo mondo, poi incomincia a cantare, imbracciando una chitarra che parla piano, mentre lui coniuga intonazione e teatralità, mentre canta in levale appoggiandosi sulla musica dell’organetto capace di trasformare tutto, in un soffio di poesia.

Il pubblico si sente parte di quel tempo condiviso, partecipa, applaude e sorride, a volte. Conta, porta il tempo e si appassiona.

Cosa vuoi che sia una canzone“, è il titolo della rassegna che va avanti per tutto il mese di marzo. Beh, una canzone può essere un approccio appassionato, una scoperta, una dimensione. Può essere un testo che parla di un “ammaro amore” o del suono di una campana , o della nostalgia che prende quando si pensa ad un amico che non c’è più, come nel pezzo “cumpà”.

Canio Loguercio – vincitore insieme ad Alessandro D’Alessandro del Premio Tenco nel 2017 – è un artista che non ha bisogno di essere classificato anche perché è difficile dire dove si colloca il suo modo di fare musica d’autore e se  come diceva lui ieri sera, le parole si distinguono in parole importanti e “strunzate”, allora mi viene da dire che la sua poetica è importante nella misura in cui di essa ci si innamora.

Io, ieri sera, mi sono innamorata e quel suo cantare, così lieve e profondo, lo contemplerò tra le cose belle che la musica mi regala da tanti anni.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

Castrolibero (Cs) – Teneva la moglie segregata in casa da tre giorni. Arrestato dai carabinieri

Nella mattinata di ieri 25 febbraio 2019, i Carabinieri della Compagnia di Cosenza hanno tratto in arresto per il reato di sequestro di persona M.A., 41enne cosentino sottoposto alla misura cautelare all’obbligo di firma.

Era pervenuta, in mattinata, una telefonata di soccorso al 112 della Centrale Operativa di Cosenza da parte di una donna la quale dichiarava spaventata di essere stata reclusa dal coniuge nella propria dimora sita in via F. Coppi del Comune di Castrolibero. I Carabinieri della locale Stazione, prontamente allertati, sono così giunti tempestivamente presso l’abitazione trovando l’ingresso chiuso da un portone blindato. I militari, impossibilitati ad accedere e sentendo le grida della donna, si sono mobilitati ed hanno rintracciato in pochi minuti il marito, in possesso dell’unico mazzo di chiavi che apriva il portone di casa, riuscendo così a liberare la donna, trovava in un angolo della mansarda sita al terzo piano dell’abitazione.

La donna visibilmente terrorizzata, ha cercato protezione nei militari e dopo essersi tranquillizzata ha raccontato loro i fatti accaduti. La stessa è stata poi  accompagnata presso la stazione CC del luogo di residenza, dove ha spiegato come il marito l’avesse segregata all’improvviso nella serata di sabato 23 febbraio, per motivi di gelosia. In quella occasione, la donna ha anche denunciato altri episodi di maltrattamenti subiti in passato.

Terminati gli accertamenti di rito,  l’uomo è stato arrestato e tradotto presso l’abitazione dei propri genitori, in regime di arresti domiciliari su disposizione della Procura della Repubblica di Cosenza. La vittima è così riuscita a riappropriarsi della propria libertà, lontana dal suo aguzzino.