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Sì, no, con il pubblico, senza pubblico, a febbraio, no a marzo.
Insomma intenzionati a farlo anche quest’anno, il Festival di Sanremo, alla fine tra mille problemi e critiche, sono riusciti a realizzarlo. E se l’idea era quella di far dimenticare per qualche giorno (per qualche ora) che viviamo ormai in tempo di pandemia, allora a prescindere dal risultato che porteranno a casa, ci sono riusciti.

Perché è proprio vero che un anno fa, il Festival di Sanremo fu l’ultimo momento felice e spensierato prima della drammaticità dei tempi che sono accorsi e che ci hanno investiti.

E siccome squadra che vince non si cambia, ecco anche quest’anno Fiorello che affianca Amadeus, ed anche quest’anno il Festival è in duo. Amadeus, che già dallo scorso anno aveva preso dimestichezza che le dinamiche della Kermesse, non fa fatica a riprendere lì dove aveva lasciato e Fiorello, che ormai è uno showman collaudato, balla e canta senza incertezze e la sua performance, tra gag e stacchetti musicali quasi rassicura.

Non è inutile sottolineare che Sanremo è Sanremo perché sostenuto da una orchestra strepitosa, guidata dal maestro De Amicis, che vanta musicisti di caratura e che quest’anno, fanno anche il sacrificio di suonare con indosso le mascherine. E sono quelle, insieme al carrello che trasporta i fiori per le signore del Festival a ricordarci che siamo in tempo di covid.

Quest’anno la scelta della figura femminile ricade – per fortuna – su una giovane attrice “made in Italy”, Matilda De Angelis, che ha dalla sua il fatto di essere autentica nei suoi pochi centimetri di altezza, senza troppe sovrastrutture e di possedere la spigliatezza di chi per mestiere deve essere qualcos’altro sembrando credibile. Carino il monologo sul bacio, ed è anche una discreta cantante, che a metà festival si cimenta in duetto con Fiorello in “Ti lascerò” che fu di Oxa-Leali.

Il pubblico non c’è, così come da decisione finale, ma non manca.
In fondo, di solito è un pubblico solo di bei vestiti e di autorità Rai nelle prime file; per il resto non è mai stato un pubblico chissà quanto competente o di slancio. Gli applausi sono finti e su questo dettaglio Amadeus in apertura di Festival dichiara “penserò che siano quelli degli spettatori da casa“.

Lo dico adesso così mi tolgo il pensiero, le canzoni in gara non sono un granché e nella prima serata ho apprezzato molto più i cantanti ospiti che quelli che si contengono la vittoria.

Diodato il primo, che ricanta il pezzo vincitore della scorsa edizione; emozioni e ricordi, qualche stonatura, ma alla fine resta un bel regalo fatto all’Ariston. E poi la Bertè in forma e in gamba, che all’Ariston regala un medley dei suoi successi, ben arrangiati, interpretati per come si deve e appassionata, mentre porta sul palco le scarpe rosse simbolo della lotta contro la violenza delle donne. C’è spazio anche per il nuovo singolo “Figlia di…” un brano autobiografico, sincero e ironico firmato dalla stessa Bertè, con Pula e Chiaravalli. E poi Achille Lauro, che calvalca l’onda ed è sicuro nel suo ruolo e nel suo look.

Superospite della prima puntata, Zlatan Ibrahimović, che riempie il tempo che gli è concesso con qualche battuta e la sua imponente fisicità.

Prima dei big in gara, partono le nuove proposte: niente di che, ma se sai cantare vien fuori e così delle prime 4 nuove proposte salvo lui, Folcast, classe 1992, di Spinaceto, famiglia di musicisti, suona un po’ tutti gli strumenti e poi però approda alla chitarra che diventa sua compagna di viaggio. Con la sua “Scopriti” si assicura l’accesso alla finale. Buono il pezzo, bella la voce del cantautore e una buona capacità di gestire il mezzo vocale.

In una prima serata che si allunga fino a notte fonda, Amadeus trova il tempo per un appello alla liberazione di Patrick Zaki, lo studente dell’università di Bologna detenuto da un anno in Egitto.

Sarà che la prima sera della famosa kermesse, l’audio non è proprio al meglio o che i pezzi ci sono sconosciuti e facciamo fatica a metabolizzare testo e musica, ma al primo ascolto dei 13 brani in gara, non mi è sembrato ci fosse un gran livello di canzoni, ma come tutti gli anni ci sono delle certezze e delle conferme, oltre a qualche sorpresa che spiazza.

A parte che la classifica di gradimento stona completamente con la realtà delle esecuzioni, dire che quel primo posto di Annalisa, che ha cantato per terzultima è apparso scontato, visto che lei è sempre quella impeccabile, quella senza mai un pelo fuori posto, che canta senza stonare mai, che ha sempre il pezzo che le è congeniale, che è sempre la prima della classe, che è sempre prima, senza però vincere mai. “Dieci” il suo pezzo, e fosse solo perché non ha sbagliato una nota, lei è tra i big che salvo dalle prima serata del Festival. Insieme a lei Max Gazzé con “Il farmacista“, testo con il quale il bravo cantautore, veterano del Festival, vestito come un Farmacista dell’epoca di Leonardo, instaura un ipotetico dialogo con una donna, alla quale regala una seria di “rimedi” per i suoi malanni d’amore. Alcuni riferimenti a “L’elisir d’amore” di Donizzetti, fanno del pezzo una chic-cheria.

E dulcin in fundo – che però lui è proprio in fondo alla classifica – il mio preferito tra i big della prima serata del Festival di Sanremo è Ghemon, in abiti più sobri rispetto al solito, con indosso un completo scozzese e i capelli in libertà con la sua “Momento perfetto“. Il giovane avellinese, quasi irriconoscibile sul palco dell’Ariston, vince per me, per testo e arrangiamento e quel “country bluegrass folk” che a Sanremo porta una ventata di spensieratezza e di voglia di cantarla. Il ritornello si infila in testa e scommetto che questo pezzo sarà il pezzo dell’estate 2021.

Ci tengo a precisare che alcune mie aspettative sonore sono rimaste deluse: Arisa, per esempio, con una canzone scritta da Gigi D’Alessio che non le ha dato la possibilità di esprimersi a dovere. Rivorrei l’Arisa di “Sincerità”, anche se i tempi cambiano ed anche i dolori.
Bellissima nel suo vestito d’argento Noemi, ma poco arrosto, brano debole, non mi ha convinta.

Tra i nomi meno conosciuti ma inseriti tra i Big, bene Madame, rapper italiana, 18 anni, buono il pezzo “Voce”, da riascoltare sicuramente.

Renga, non pervenuto.

Maneskin, tanto rumore, poca sostanza.

Pessimi Fedez Michielin.

Ultima riflessione sulla scelta dell’infermiera Alessia Bonari, ospite di Amadeus in questa prima puntata, che è divenuta famosa per i segni della mascherina sul volto, dopo ore e ore in un reparto covid nella scorsa primavera. Avrei fatto un’altra scelta, avrei invitato la donna la cui foto è divenuta il simbolo dell’emergenza covid, Elena Pagliarini, ma mi rendo conto che alcune scelte nascono da alcuni cliché e si sa “Sanremo è Sanremo”.

A domani

La Stammelluti

Sono passati 31 anni dalla morte di Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza, morto  – oggi si sa – per soffocamento e non suicidatosi come invece aveva sempre dichiarato l’ex fidanzata Isabella Internò, che ad oggi risulta essere l’unica indagata per quella morte di cui ancora si aspetta la verità.

La Internò ha ricevuto oggi dalla procura di Castrovillari l’avviso di conclusione di indagini contestandole il “concorso in omicidio del calciatore Bergamini”.

I magistrati hanno prosciolto il marito della donna, Luciano Conte, poliziotto e Raffaele Pisano, sospettato di concorso nel delitto, e che quel pomeriggio del 18 novembre del 1989 – giorno della morte di Denis Bergamini – alla guida dell’autocarro, percorreva la strada ionica all’altezza di Roseto Capo spulico e che avrebbe schiacciato il corpo di Denis, che però si trovava già sull’asfalto e non travolgendolo mentre era in corsa, così come la Internò ha continuato a dichiarare durante questi trentuno lunghi anni.

Ma sul corpo di Bergamini è stata effettuata dopo 28 anni dalla sua morte una nuova straordinaria perizia, dai professori Antonello  Crisci, Carmela Buonomo e Maria Pieri hanno portato alla luce la verità circa la reale morte di Denis e cioè “morte per soffocamento, verosimilmente con una busta di plastica” e poi dunque il suo corpo, sarebbe stato adagiato sull’asfalto.

L’Avvocato della famiglia Bergamini, Fabio Anselmo, in una dichiarazione, si è detto sorpreso della modalità con la quale la procura ha informato la famiglia Bergamini circa la chiusura delle indagini, ossia attraverso un comunicato stampa rilasciato a tutti i giornalisti: “Ci auguriamo di poter conoscere i dettagli degli atti, e abbiamo già inviato regolare richiesta, poiché la famiglia ne ha diritto, come avrebbe avuto diritto di avere questa notizia in modo differente e non attraverso i giornali”.

E’ giusto ricordare che l’inchiesta sulla morte del calciatore fu riaperta sei anni or sono dall’allora procuratore di Castrovillari Dott. Eugenio Facciolla

 

Era il 2016 e Maria Isolina Catanese, imprenditrice vinicola di Menfi, in provincia di Agrigento, mentre viaggia in aereo in una delle sue trasferte da Roma a Francoforte, prova lo stupore di sedere accanto ad una persona che sicuramente non immaginava potesse viaggiare in classe economy: al suo fianco c’è Mario Draghi.
Fila 8. Lei all’ 8A, lui all’8C.
«Dopo il decollo – racconta la Catanese in un post sui social network – ci siamo girati contemporaneamente a prendere i nostri rispettivi iPad. Io sono rimasta in silenzio per un po’, facevo finta di lavorare, ma poi non ce l’ho più fatta e mi sono girata verso di lui a chiedere, quasi sottovoce: “mi scusi… ma io … ho l’onore di viaggiare con il prof. Mario DRAGHI??” … “ed in classe economy??»
A quella domanda in lui nasce una sincera risata e prontamente risponde: “e perché no?”
E lei gli risponde, sgranando gli occhi: “ma Lei ha visto chi è seduto in prima classe?!”
Lui ride ancora e poi a sorpresa, mette via l’iPad e incominciano a chiacchierare.
Lui le chiede se va a Francoforte per studio o per lavoro.
Per lavoro” – risponde Maria con orgoglio. Era quello uno degli ultimi viaggi in cui l’imprenditrice portava in giro per il mondo il frutto del lavoro della sua terra natìa: i vini settesoli e Mandrarossa.
Con grande stupore dell’imprenditrice siciliana, Mario Draghi conosce benissimo la storia della cantina.
Conosceva anche bene l’opera compiuta da Diego Planeta; fu lui infatti a nominarglielo per primo.
Poi con tanta semplicità le raccontò delle sue vacanze in Sicilia con la moglie l’estate precedente; le impressioni sulla Sicilia e su quanto fosse meravigliosa; e così via …
Un continuo semplice scambio di racconti fino all’arrivo a Francoforte.
Appena atterrati le disse:  “dunque, riassumendo: se io vado in un ristorante a Francoforte e chiedo una bottiglia di Settesoli sarà opera sua?
“Non proprio”- rispose Maria – ma vengo qui per far crescere la conoscenza del marchio”.
Lei tira fuori il suo biglietto da visita, precisando che non si sarebbe aspettata una corrispondenza, ma era solo per ricordargli eventualmente il brand scritto su quel biglietto.
Al ristorante eventualmente avrebbe dovuto chiedere di quel marchio mentre nella grande distribuzione avrebbe trovato Settesoli. Tutto chiaro.
Si salutano cordialmente. Lui le augura buona fortuna, poi sono arrivati degli uomini in abito scuro che lo hanno scortato fino ad una porta secondaria del finger.
Rientrando in Sicilia, dopo il suo viaggio, Maria chiese il permesso alla direzione di inviare una 3L di Cartagho alla Banca Centrale Europea.
Qualcuno assecondò. Altri risero.
Non sa dove spedire. Maria fa delle ricerche, trova i contatti della BCE, le risponde una segretaria, espone la richiesta, le passa un altro interno. Altra segretaria, generalità, racconti sul volo e il motivo del regalo.
Spiegai che a nome della cantina desideravo omaggiarlo con il frutto del lavoro dei nostri agricoltori come da racconto in aereo. La signorina mi fece attendere qualche minuto al telefono e poi mi disse che potevo inviare il regalo all’indirizzo che mi avrebbe fornito e che il dono non doveva superare il valore certificato di € 50“.
Spedizione organizzata, solo due righe di suo pugno e a nome di tutti, inviò la Jeroboam di Cartagho.
Circa quindici giorni dopo, al ritorno da un altro viaggio di lavoro, insieme a la posta accumulato e tra tutta la pubblicità trova una busta BCE. Non si aspettava certo una risposta, Maria Catanese; ed invece apre la busta e trova i ringraziamenti di Mario Draghi, scritti a mano, di suo pugno.
Un uomo di grande levatura, di enorme potere, ma allo stesso tempo semplice ed umile, che probabilmente con altrettanta umiltà si prenderà cura del paese.
Ho incontrato Mario Draghi … e mi ha fatto una buona impressione!” – conclude Maria

Non è un caso che alle scuole medie si invitino gli adolescenti a leggere libri come “il diario di Anna Frank” o “Se questo è un uomo”.

Penso sinceramente che sia l’età giusta per capire cosa accadde durante l’olocausto, parola che significa bruciato interamente e che reca in se tutto lo sgomento e la crudeltà di ciò che accadde per mano nazista, anche se oggi, ci siamo abituati – giovanissimi compresi – a fare silenzio nel ricordo di quella efferata distruzione, che in lingua ebraica è detta “Shoah”.

Tanto è stato scritto e raccontato, anche attraverso la cinematografia, anche se a me ancora tocca, intimamente, sentire i racconti fatti dalla viva voce di chi a quei campi di concentramento è sopravvissuto e che da allora non ha più dormito una sola notte tranquilla, perché immagini indelebili, come quel numero tatuato sul braccio, hanno spazzato via ogni immagine di umanità, ogni colore, ogni speranza.

Ricordi, quelli, che ti restano attaccati addosso come una seconda pelle, che non si lavano via, come non si lavano via i ricordi che puzzano ancora di crudeltà.

“Per non dimenticare”, leggo scritto ovunque, oggi.

Non si dimentica, raccontando agli adolescenti, ai giovani, ciò che accadde, insegnando loro  – non solo nel giorno della memoria – il bene inestimabile che possiedono, vivendo in un’epoca storica nella quale non vieni strappato via alla tua famiglia, non vieni perseguitato, non ti viene negata la dignità di essere umano, hai la libertà di scegliere, sei libero di ballare, di nuotare, di sorridere, di provare “gioia”…sei libero di “amare”, e di “credere” in qualcosa (pandemia a parte). 

Perché c’era la parola “odio”  in quelle stragi, e chi é sopravvissuto non ha saputo amare più, né credere più.

E se abbiamo la memoria corta, leggiamo di più. 

« È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo che puo’ sempre emergere. »

[Diario di Anna Frank]

 Queste foto sono state scattate durante un viaggio a Gerusalemme nel museo storico di Yadmashem. 

Mi hanno particolarmente colpita perché come tutte le foto storiche, racchiudono in se la vita le pene ed il sacrificio umano di chi ha vissuto una condizione tremenda; qui si parla di campi di concentramento, come quello di Treblinka che fu uno dei 6 principali campi di sterminio del regime nazista durante l’ olocausto.

In solo 16 mesi, in quel campo furono uccise 900 mila persone…se ci penso forte, mi assale la disperazione, il dolore e siccome indietro non si può tornare, per cancellare tutto quell’odio e quella #violenza inaudita e gratuita, penso che si debba avere l’obbligo di ricordare forte, di avere MEMORIA ogni giorno, non solo oggi; perché oggi esistono ancora atti di odio profondo, oggi, esattamente come in quelle stragi. 

Chi è sopravvissuto non ha saputo amare più, né credere più. 

E allora semmai si abbia la memoria corta, forse sarebbe il caso di leggere di più, di guardare foto come queste ogni giorno, perché la #giornatadellamemoria non si esaurisca, al calare del buio. 

Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio. Lì si va in pellegrinaggio. Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora.

[Liliana Segre]

E’ appena cominciato nella caserma dei carabinieri di Termini Imerese l’interrogatorio di Pietro Morreale, 19 anni, da parte del Procuratore Giacomo Barbara, che sta coordinando le indagini dei carabinieri.

Il giovane, che questa mattina ha condotto le forze dell’ordine in quel burrone nelle campagna di Caccamo, dove giaceva il cadavere in parte carbonizzato della sua fidanzata 17enne, Roberta Siragusa, dovrà chiarire tutta la dinamica della morte.

Il corpo parzialmente bruciato e senza vita della 17enne Roberta Siragusa è stato trovato in un burrone nella zona di Monte San Calogero a Caccamo, in provincia di Palermo, zona impervia dove è molto difficile arrivare. Sul luogo sono intervenuti  i vigili del fuoco, il 118 e i carabinieri  che stanno conducendo le indagini, coordinati dalla procura di Termini Imerese e gli uomini della scientifica per i rilievi del caso, il Pm di turno e il medico legale.

Intanto il sindaco di Caccamo, Nicasio Di Cola, proclamerà il lutto cittadino ed ha affermato: “Sono stato a casa della ragazza trovata nel burrone. Ho incontrato i genitori. Per Caccamo è un giorno tristissimo. Questa notizia ha sconvolto tutti. Conosco entrambe le famiglie. Sono tutte e due dedite al lavoro e i genitori hanno sacrificato tutta la loro vita per far crescere in modo onesto e leale i loro figli“. Il sindaco ha anche confermato che i due ragazzi malgrado la “zona rossa” ieri si erano visti, ed erano stati insieme ad alcuni amici in una villetta nella zona Monte Rotondo a Monte San Calogero a Caccamo.

In quella villetta i due giovani avrebbero litigato per motivi di gelosia. Roberta non era tornata a casa e i genitori avevano sporto denuncia ai carabinieri e anche la procura per i minorenni era stata informata del mancato rientro a casa della ragazzina.

Pietro Morreale ha le sembianze di un ragazzino, capelli corti, volto semplice e sul social in queste ore, dove il ragazzo ha circa 3.000 amici e diversi selfie, sono molti i commenti di persone che inneggiano alla sua sofferenza e alla sua morte per quello che avrebbe fatto alla fidanzatina. Uno tra tutti: “SOLO IN UNA BARA TU STARESTI BENE E MI AUGURO TU CI FINISCA IL PIÙ PRESTO POSSIBILE”

Colpisce anche una delle sue frasi scritte sul social: “ho scelto il male, perché il bene era banale”.

Aggiornamento

Gli investigatori stanno passando al setaccio tutte le immagini delle telecamere sparse sul territorio del paese, cercando anche di capire se Pietro Morreale si sia recato presso qualche pompa di benzina per rifornirsi di carburante

Nella caserma dei carabinieri, oltre a Pietro Morreale vengono ascoltate anche una decina di giovani, in qualità di testimoni.
Sarebbero coloro che insieme a Pietro e Roberta hanno partecipato alla serata nella villetta in zona Monte San Calogero, poco distante dal luogo dove è stato rinvenuto il corpo semicarbonizzato della 17enne.
I testimoni avrebbero confermato la lite tra i due ragazzi, che però si sarebbero poi allontanati dalla villetta intorno alla mezzanotte.

 

A Palermo, in via Schiavuzzo, dove abita la famiglia della piccola Antonella, morta due giorni fa per aver forse partecipato ad una blackchallenge su Tik Tok, sono apparsi palloncini e striscioni, nei quali si legge: “Il tuo dolce sorriso non lo dimenticheremo mai. TI amiamo Principessa”.

Sono tutti stravolti dal dolore, parenti e amici.
Intanto oggi sul corpo della piccola di 10 anni, dal quale sono stati espiantati gli organi, verrà effettuata l’autopsia, e poi potrà tornare a casa per il funerale.

I genitori intervistati da Repubblica hanno raccontato come la piccola avesse ricevuto il telefonino per il suo decimo compleanno, che ballava cantava e voleva essere la star del famosissimo social.
E intanto in quel suo cellulare, sequestrato dagli inquirenti, si nasconde presumibilmente la verità su quello che le è accaduto, considerato che la bambina aveva più profili su Facebook, Tik Tok e anche youtube dove sarebbero stati caricati dei video in cui lei parlava sottovoce.

Quei minuti in bagno sono stati fatali, e a quanto dichiara il papà della piccola, quella cinta che si stringeva al collo, gliel’aveva data lui, su richiesta della figlia.

“Era una bambina solare e allegra ma anche ubbidiente, eppure penso che in quei 5 minuti non sia stata più lei” – continua il papà, distrutto dal dolore.

Intanto da ieri e fino almeno al 15 febbraio il garante per la protezione dei dati personali ha disposto il blocco immediato per Tik Tok dei dati degli utenti per i quali non è stata accertata con sicurezza l’età anagrafica.

 

13 morti, 427 nuovi casi di coronavirus e 847 guarigioni, 87 pazienti in terapia intensiva, 21 di loro in ventilazione.
Sappiamo dare benissimo i numeri.
In questi mesi ci siamo allenati tantissimo.
Solo che questi sono numeri che arrivano dalla Palestina, e sono numeri in continuo aggiornamento.
Si fa fatica però a contare laggiù, molto più che qui.
Il ministro della Salute palestinese, Mai Al-Kailah, ha diffuso alcuni dati che però risalgono allo scorso sabato.
Anche in Palestina si fanno i conti con la situazione vaccini.

Ma mai dovremmo perdere di vista quello che laggiù accade, perché sarebbe come perdere di vista un pezzo di mondo che vive, e pulsa e soffre più che altrove. E per sapere il perché vi basterà leggere questo articolo fino in fondo.

Il Primo Ministro palestinese Dr. Muhammad Shtayyeh, proprio sabato ha aperto l’ospedale della Mezzaluna Rossa “Palestine Red Crescent Hospital” designato proprio per curare il Coronavirus a Nablus. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza di Mahmoud Al-Aloul, Vice Presidente del movimento “Fatah”, e del Ministro della Salute, Dr. Mai Al-KailaH, alcuni altri ministri, il governatore di Nablus, il maggiore generale Ibrahim Ramadan e il capo della “Mezzaluna Rossa”, il dott. Yunus Al-Khatib.

Queste le parole del dott. Shtayyeh:A nome del presidente Mahmoud Abbas, stiamo aprendo questo edificio medico, e siamo pronti, a partire da domani, per fornire ciò di cui l’ospedale ha bisogno in termini di bisogni, e tutte queste procedure rientrano nel campo della localizzazione del servizio sanitario, e in un modo che ci salvi da qualsiasi trasferimento. Vogliamo aumentare il livello del servizio nel settore della sanità pubblica.”

Lo scorso 9 gennaio il Ministro della Salute palestinese ha affermato : “Non esiste una data precisa per l’arrivo del vaccino anti-Corona in Palestina, e abbiamo un contratto con quattro aziende“. Il ministro ha poi aggiunto che il vaccino arriverà probabilmente durante il primo trimestre di quest’anno, rilevando che  è stato stipulato un contratto con quattro aziende produttrici del vaccino, poiché questi vaccini copriranno un totale del 70% della popolazione palestinese, oltre la quantità di vaccini che l’Organizzazione Mondiale della Sanità fornirà al ministero e che si attesta intorno al 20% .

Il ministro della salute ha poi continuato, spiegando cosa si farà nel frattempo per arginare l’emergenza: “Dopo la riunione del Comitato Supremo di Emergenza, del Comitato Epidemiologico e del Consiglio dei Ministri, e in base ai poteri conferitimi dal Presidente ai sensi del decreto presidenziale emanato per dichiarare lo stato di emergenza, si è deciso di continuare a lavorare con le stesse misure attualmente in atto per fronteggiare l’epidemia del Corona virus, per ulteriori due settimane. Le misure includono: chiusura settimanale venerdì e sabato, e tutti i giorni dopo le 19:00 fino alle 6:00, chiusura delle università e prevenzione della circolazione tra governatorati e il lavoro delle istituzioni ufficiali e del settore privato e civile secondo il meccanismo di emergenza“.

In Israele però la situazione è diversa.

Sono quasi 170.000 israeliani che riceveranno la seconda iniezione di vaccino contro il coronavirus entro venerdì.
Gli studi iniziali effettuati sui primi destinatari del vaccino, avrebbero rilevato che  nei soggetti non ci sono stati effetti collaterali significativi se non qualche dolore locale.

Giovedì 56.716 israeliani hanno ricevuto la loro prima vaccinazione, per un totale di 1.992.806, con altri 64.366 che hanno ottenuto la seconda dose, raggiungendo 169.707 – di gran lunga il più alto tasso di vaccinazioni al mondo, secondo il sito web Our World In Data. I risultati sono correlati ai dati del Ministero della Salute diffusi giovedì che hanno indicato che su quasi 2 milioni di persone vaccinate, solo 1.127 persone hanno presentato segnalazioni di leggeri effetti collaterali.

Ma la pandemia, in Palestina, non ha fermato gli espropri dei terreni e delle case. 
Le problematiche di quella terra non si fermano perché esiste un problema pandemico.
Sarebbe bene che il vaccino possa essere accessibile a tutti in Palestina, che questa terra anche in questo caso, non venga dimenticata, perché resta una terra che lotta e combatte contro due pandemie: Il coronavirus, ma ancor prima l’occupazione.

Abbiamo domandando all’esperto quali saranno nel tempo le conseguenze nei bambini e negli adolescenti, dopo tutto questo tempo lontani dalla scuola, luogo cardine della loro crescita, dove maturano scelte, percorsi comportamentali, capacità di socializzare e personalità.

A rispondere la Dottoressa Maria Esposito, psicologia esperta in devianza, sessuologa, psicodiagnosta, analista del comportamento e Consulente Tecnico in ambito forense. Attualmente Funzionario in Regione Calabria

  • «La lontananza da quello che è il luogo di socializzazione per eccellenza nella vita di bambini ed adolescenti, sta lasciando profonde ferite. I bambini non hanno la possibilità di coltivare, proprio nella fase che Freud definisce “periodo di latenza” – in cui l’attività fondamentale per una buona crescita dei bambini è la socializzazione –  il rapporto fra pari che è un importante precursore del successivo passaggio all’età adolescenziale.
    I bambini, quindi, manifestano soprattutto sintomi ansiosi che spesso si presentano con manifestazioni fisiche come mal di testa, mal di pancia, disturbi alimentari, disturbi nel ciclo sonno – veglia, o con manifestazioni comportamentali, come pianti improvvisi, atteggiamenti aggressivi o, al contrario, depressivi.
    Negli adolescenti, oltre all’ansia, compare la depressione che si manifesta soprattutto con senso di vuoto, senso di impotenza, che si contrappone a quella che generalmente è l’onnipotenza come nucleo principale della fase adolescenziale, che li espone poi a varie forme di dipendenza per cercare di colmare angoscia e frustrazione. È in aumento infatti il numero di adolescenti che consumano alcol e droghe, soprattutto sintetiche, che possono essere facilmente acquistate in Rete.
    Ed è anche in aumento il fenomeno conosciuto come Hikikomori, ovvero un fenomeno di isolamento sociale che si protrae a lungo e che porta i giovani a disconnettersi totalmente dalla vita reale per immergersi esclusivamente in quella virtuale, andando incontro anche ad una dipendenza da internet.
    Se si continuerà ad ignorare questo problema, si pagherà un prezzo sociale per tantissimo tempo
    »

In Calabria davvero siamo alla barzelletta.
Nella situazione già tremendamente drammatica a livello nazionale, mentre chi governa non sa più che pesci prendere, che non ha uno straccio di piano pandemico, né uno vaccinale, mentre si dice tutto e il contrario di tutto, mentre si danno i numeri e pure i colori, così ormai a caso, in Calabria nelle ultime ore si è andati avanti a botta e risposta tra la Regione che predisponeva chiusure e il Tar che annullava le ordinanze regionali circa la chiusura delle scuole e così lunedì, a seguito della delibera del Tar, i ragazzi delle scuole elementari e medie sono tornati in aula.
Ma la normalità è durata appena che 48 ore perché stamane, nel comune di Montalto Uffugo ci siamo svegliati con una ordinanza circolata nella notte e firmata dal vicesindaco con la quale si disponeva nuovamente la chiusura delle scuole per altri 4 giorni a causa di un caso di positività riguardante un collaboratore scolastico.

Ma fateci capire, esiste un protocollo serio o si agisce così alla carlona, tanto chi se ne frega della salute mentale ed emotiva dei ragazzi? A cosa servono 4 giorni di chiusura quando bastano 4 ore per sanificare una scuola? E ci dicessero dal comune, la scuola resta aperta solo se nessuno si contagia?  E sarebbe normale secondo loro che in tempo di pandemia non ci fosse nessun caso di contagio nelle scuole? E allora ogni volta che ci sarà un caso di positività, le scuole resteranno chiuse per 4 giorni?

Roba davvero da far cadere le braccia anche ai più pazienti.

In molte zone di Italia si va a scuola, si bonificano i locali, si interviene nei casi di positività bonificando in serata e la mattina si torna in classe. A cosa servono 4 giorni di chiusura? A cosa?

Per non parlare della completa assenza di controlli sul territorio.
E non solo davanti alle scuole, ma su tutto il territorio comunale.

E si continuano a fare gli happy hours, in alcuni bar, si continuano a somministrare caffè e bibite senza nessun rispetto delle norme previste per i bar in zona arancione. E mi domando come si faccia a non accorgersene quando si abita proprio su determinati bar e gli schiamazzi sono udibili in tutto il vicinato.

Non esiste un controllo, mai visto sul territorio in questo periodo.
E a farne le spese sono le poche attività che si attengono scrupolosamente al rispetto delle norme, perdendo anche clientela davanti ad un “no, ci scusi, non è possibile avere il caffè nella tazzina, non è possibile entrare senza mascherina”.

La gestione della situazione sul territorio è completamente fuori controllo.

Prudenza, buonsenso, rispetto delle regole, ma anche la salvaguardia del diritto allo studio e alla salute mentale ed emotiva dei ragazzi

Ricevo la notizia per telefono di mattina, mi chiama un’amica: “Simo si è suicidato il dottor Marrocco 

Mi fermo un attimo, faccio mente locale, e nel dispiacere che mi pervade chiedo conferma: sì e lui, il medico che sempre sorridendo rispondeva alle domande dei giornalisti circa la vicenda Covid, considerato il suo ruolo di responsabile anche per quanto riguarda i vaccini. 

Perché si è suicidato? – mi chiedo. 

Perché si è suicidato? – mi chiedono le tante persone che pensano io possa sapere qualcosa in più, perché di mestiere faccio la giornalista; ma non sono nata a Cosenza, alcune personalità non le conosco, non conosco del tutto alcune storie che riguardano anche il mondo della sanità dell’ultimo trentennio. 

Funerali. 

Poi sembra calare il silenzio, fino all’arrivo di un messaggio di una cara amica, che mi avverte che la moglie di Marrocco sarà ospite di Giletti.

Come lo ha saputo? – mi domando.

Probabilmente da qualcuno che l’ha saputo da qualcun altro, che a sua volta chissà da chi l’avrà saputo. Forse la dottoressa Loizzo, lo ha reso noto, e così la notizia si diffonde.

Perché Giletti vuole questa intervista? – mi domando. 

Perché la moglie del medico suicida ha accettato di farsi intervistare? – mi domando. 

Alle 23:20 circa su La 7 Giletti intervista la moglie del medico suicida a Cosenza, ma qualcosa non mi torna. 

Intanto Giletti si interessa molto alla Calabria ma mai una sola volta che abbia invitato qualche giornalista calabrese, di quelli che questa terra la conoscono, la vivono, la interrogano. 

Durante la tranche di trasmissione dedicata all’intervista alla dott.ssa Simona Loizzo, moglie del dott. Marrocco, morto suicida 72 ore fa, salta alla mia attenzione un servizio perfettamente confezionato dalla redazione di La7, senza una sbavatura, realizzato durante il funerale del medico, con interviste impeccabili alla dott.ssa Loizzo e ad altre colleghe che altro non fanno che confermare quanto il dottore fosse una bravissima persona.

Ma perché è morto? – ce lo siamo domandati tutti.

Perché quel gesto estremo? 

Cosa si aspettava di sentirsi dire Giletti dalla moglie, considerato che – come lo stesso dichiara – si erano già sentiti prima della trasmissione? 

È vittima indiretta di covid, la sua è una morte bianca – dice la dottoressa Loizzo – è come un operaio che cade da un’impalcatura” .

Lo stress, dunque. 

Alla domanda se avesse notato qualcosa di strano, lei risponde di no, se non proprio la pressione al quale era sottoposto, al quale si era aggiunto il dispiacere perché una Oss a cui era affezionato, era peggiorata dopo aver contratto il Covid. 

Basta a Giletti questa risposta? 

A me sinceramente no. 

Non una intervista a colleghi che ci lavoravano insieme nelle tante ore di lavoro quotidiano.

Non una piccola indagine sulla realtà, raccolta però da fuori alla famiglia che ha forse ogni diritto di tenere per sé una eventuale verità diversa da quel che appare. 

Cosa si aspettava Giletti da questa intervista?
A chi serviva?
A cosa è servita? 

Se il dottore suicida è vittima indiretta del Covid, chissà se qualcuno della sua famiglia deciderà di chiedere un risarcimento.

Fossi stata in Giletti, questa domanda l’avrei posta.

Polimeni tergiversa e poi incalzato da Giletti che gli dice di fare in fretta, pone la domanda: “Signora c’entra per caso la massoneria deviata? Suo marito può essere stati avvicinato da qualcuno?” 

Perché la massoneria deviata? – Avrei chiesto, se fossi stata al posto di Giletti. 

Era massone il dottore? 

E anche se lo fosse stato, perché proprio la massoneria deviata, che poi è un’altra faccia della mafia.  

No – risponde la moglie – assolutamente no“. 

Due sono le cose: 

O si sa davvero tutto e allora si dovrebbe usare una intervista per condannare.

O non si sa tutto e difficilmente lo si potrà fare. 

Ma una intervista ad una donna che ha perso il marito 72 ore prima, per sentirsi dire che lo stress lo ha portato a togliersi la vita, forse, non è servita a molto. 

In fondo erano le stesse parole dette dalla dottoressa nel servizio ben confezionato durante il funerale, mandato in onda prima dell’intervista. 

Ognuno fa il suo lavoro come meglio crede. 

Ma urlare allo scandalo come fa Giletti, senza mai voler toccare con mano, facendo eventualmente ed efficacemente parlare più voci in causa, mi sembra più da show che da pagina di giornalismo d’inchiesta. 

Chissà poi come avrà fatto la Gazzetta del Sud a pubblicare lo stesso contenuto dell’intervista alla dottoressa Loizzo ospite da Giletti, per intera. Prima o dopo l’avranno pubblicata?
I misteri del mondo del giornalismo, del quale faccio parte, mentre ancora mi domando un po’ troppi perché