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Duro colpo alla ‘ndrangheta. Oltre 300 gli arresti tra capi, gregari, affiliati e uomini a disposizione del clan Mancuso di Limbadi, nel vibonese. Gli arresti sono stati effettuati dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Vibo Valentia, su richiesta della Procura Antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri. In 260 sono finiti in carcere, altri 70 ai domiciliari con l’accusa di associazione mafiosa, omicidio, estorsione, usura, riciclaggio, fittizia intestazione di beni, tutti reati con l’aggravante del metodo mafioso. 

Un maxiblitz ancora in corso, vede anche altre 82 persone sotto inchiesta tra cui anche politici, imprenditori, avvocati, commercialisti, funzionari dello Stato e massoni. Tra loro anche l’avvocato ed ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli. In manette sono finiti anche il sindaco di Vibo Pizzo e presidente regionale dell’Anci, Gianluca Callipo, (omonimo ma non relazionato al candidato del centrosinistra per le regionali), il comandante della polizia municipale di Vibo Valentia Filippo NesciDanilo Tripodi, impiegato del Tribunale di Vibo Valentia, più una serie di professionisti.

Contestualmente all’ordinanza di custodia cautelare e su richiesta della DDA di Catanzaro, i carabinieri hanno sequestrato beni per un valore di circa 15 milioni di euro. L’imponente operazione, è frutto di indagini durate anni,  e oltre alla Calabria interessa varie regioni d’Italia, da nord a sud, dove la ‘ndrangheta vibonese si è ramificata, sembra che nessuna regione sia rimasta fuori: Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Sicilia, Puglia, Campania e Basilicata. Alcuni indagati sono stati localizzati e arrestati anche in Germania, Svizzera e Bulgaria in collaborazione con le locali forze di Polizia e in esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso dall’autorità giudiziaria di Catanzaro. Nell’operazione sono impegnati 2500 carabinieri del Ros e dei Comandi provinciali che in queste ore stanno lavorando sul territorio nazionale supportati anche da unità del Gis, del Reggimento Paracadutisti, degli Squadroni Eliportati Cacciatori, dei reparti mobili, da mezzi aerei e unità cinofile.

Travolti dall’inchiesta “Rinascita- Scott” anche boss di storici casati di ‘ndrangheta. Fra loro c’è anche il patriarca Luigi Mancuso, fin dagli anni Novanta autorizzato a parlare in nome e per conto dell’élite della famiglie calabresi.

“Questa è un’indagine seria, concreta, fondata – dice il procuratore Nicola Gratteri che ha seguito da vicino le operazioni di questa notte – ho iniziato a lavorarci dal primo giorno in cui ho messo piede a Catanzaro”. L’inchiesta ha permesso di far emergere i rapporti dei clan con personaggi del mondo politico e dell’imprenditoria, ma ha permesso anche di documentare summit, riunioni e incontri fra boss e affiliati.

Un’ordinanza di custodia cautelare lunga 13500 pagine, con la quale la procura antimafia di Catanzaro ha ricostruito tutta la storia criminale dell’ndrangheta vibonese, nonché i rapporti, le relazioni e gli affari.

 

Sarà in scena al Teatro della Cometa dal 20 dicembre al 12 gennaio, NON È VERO MA CI CREDO di Peppino De Filippo, con Enzo Decaro, regia Leo Muscato, e con Giuseppe Brunetti, Francesca Ciardiello, Lucianna De Falco, Carlo Di Maio, Massimo Pagano, Gina Perna, Giorgio Pinto, Ciro Ruoppo, Fabiana Russo.

Quella che andremo a raccontare è una tragedia tutta da ridere, popolata da una serie di caratteri dai nomi improbabili e che sono in qualche modo versioni moderne delle maschere della commedia dell’arte… L’azione dello spettacolo è avvicinata ai giorni nostri, ambientando la storia in una Napoli anni 80, una Napoli un po’ tragicomica e surreale in cui convivevano Mario Merola, Pino Daniele e Maradona… Lo spettacolo concepito con un ritmo iperbolico condenserà l’intera vicenda in 90 minuti”.

Leo Muscato

Ereditando la direzione artistica della compagnia di Luigi De Filippo, Leo Muscato inaugura questo nuovo corso partendo proprio dal primo spettacolo che ha fatto con lui Non è vero ma ci credo, rispettando i canoni della tradizione del teatro napoletano, ma dando a questa storia un sapore più contemporaneo. Il protagonista dello spettacolo assomiglia tanto ad alcuni personaggi di Molière che Luigi De Filippo amava molto. L’avaro, avarissimo imprenditore Gervasio Savastano vive nel perenne incubo di essere vittima della iettatura. La sua vita è diventata un vero e proprio inferno perché vede segni funesti ovunque: nella gente che incontra, nella corrispondenza che trova sulla scrivania, nei sogni che fa di notte. Teme che qualcuno o qualcosa possa minacciare l’impero economico che è riuscito a mettere in piedi con tanti sacrifici. Qualunque cosa, anche la più banale, lo manda in crisi. La moglie e la figlia sono sull’orlo di una crisi di nervi; non possono uscire di casa perché lui glielo impedisce. Anche i suoi dipendenti sono stanchi di tollerare quelle assurde manie ossessive. A un certo punto le sue fisime oltrepassano la soglia del ridicolo: licenzia il suo dipendente Malvurio solo perché è convinto che porti sfortuna. L’uomo minaccia di denunciarlo, portarlo in tribunale e intentare una causa per calunnia. Sembra il preambolo di una tragedia, ma siamo in una commedia che fa morir dal ridere. E infatti sulla soglia del suo ufficio appare Sammaria, un giovane in cerca di lavoro. Sembra intelligente, gioviale e preparato, ma il commendator Savastano è attratto da un’altra qualità di quel giovane: la sua gobba. Da qui parte una serie di eventi paradossali ed esilaranti che vedranno al centro della vicenda la credulità del povero commendator Savastano. Peppino De Filippo aveva ambientato la sua storia nella Napoli un po’ oleografica degli anni ‘30.  Luigi aveva posticipato l’ambientazione una ventina d’anni più avanti. Questo allestimento seguirà l’intuizione di Luigi avvicinando ancora di più l’azione ai giorni nostri.

Speciale Capodanno 31 dicembre 2019 replica ore 21,45 con cena e brindisi di mezzanotte.

Venerdì 20 ore 21.00, sabato 21 doppia replica ore 17 e ore 21.00, domenica 22 ore 17.00, 24 e 24 niente replica, 26 dicembre replica ore 18.00, 28 e 29 dicembre solo replica pomeridiana alle 17.00, 1 e 2 gennaio 2020 niente replica, 3 e 4 gennaio replica alle 21.00, 5 gennaio replica ore 17.00, 6 gennaio replica ore 18.00, dal 7 all’11 gennaio replica ore 21.00, 12 gennaio replica ore 17.00

 

Quando c’è di mezzo l’esperto, il curatore e critico d’arte Roberto Sottile, si corre sempre il rischio di avere a che fare con cose belle, di incontrare l’arte in in ogni sua forma, anche sotto forma di provocazione.  Roberto Sottile che da tempo porta al Museo del Presente opere figlie di sperimentazioni, di contaminazioni, di ricerca ma anche di tradizione.

E’ quello che accade con la mostra Hovo Sapiens, dell’artista Salvatore Cammilleri, inauguratasi ieri 13 dicembre al Museo del Presente in Rende (Cs)  curata da Roberto Sottile che è stata ideata e costruita attorno alla comunicazione dell’arte, come una vera “ProvocAzione”.
La mostra nasce dall’idea di una immagine – l’uovo come oggetto – che muta in provocazione, dopo una sorta di presa di coscienza. L’uovo, da dove tutto parte, inteso come forma di vita, che ci omologa in qualche modo nel momento della nascita, che però reca in se un corredo genetico che si evolve, attraverso una sorta di codice da decifrare. Ecco che l’uovo viene declinato in maniera anche ironica, ma allo stesso tempo porta lo spettatore a riflettere, mentre si trova dinanzi alla materia cellulare che si impregna di vita, che muta e che si evolve.

Cammilleri matura questo percorso artistico, come forma di dissenso verso un mondo globalizzato, che ci vuole tutti omologati, dentro un tempo fatto di immagini che divorano tutto, anche l’essenziale. Uomini senza più idee, stereotipati, mentre un meccanismo sembra apparentemente spingerci in avanti, ed invece ci costringe a regredire sia nella capacità di pensiero critico, quanto nelle relazioni umane.

L’uovo diventa quindi la metafora dell’homo sapiens, evoluto sì, ma pieno di fragilità. L’uovo si sostituisce all’uomo, tutti apparentemente uguali, ma tutti diversi dentro una genetica che ci rende unici. Arte e genetica si fondono dunque, in un linguaggio artistico e originale.

La mostra, per come è stata concepita dall’artista, vuole indurre a riscoprirci vivi, unici e indipendenti da un contesto di uguaglianza fittizia e con una identità da difendere fino alla fine.

Le opere sono realizzate in diversi materiali e rappresentano, in maniera alquanto originali momenti del quotidiano, dalla nascita alla morte, anche in maniera ironica.

Al Museo del Presente, si può ammirare fino al 3 gennaio anche un’altra interessante mostra, curata anch’essa dal bravo Roberto Sottile che si intitola CARTAM di Pierpaolo Miccolis, che con la sua arte si muovo nel territorio della magia popolare, praticando una pittura al confine tra due realtà: quella che possiamo vedere, toccare e quella  di cui non tutti siamo disposti ad ammettere l’esistenza. Da questo mondo arrivano suggestioni, sussurri onirici, bisbigli o scossoni che fanno divenire l’artista uno strumento.

Miccolis realizza delle opere in serie, il cui messaggio si realizza solo nell’insieme. Ritratti realizzati con acquerelli e tempere, tra figure mostruose, vittime innoceni, fantasmi, spiritelli, si ergono frammenti di un mondo spirituale, che induce ad una presa di coscienza collettiva, sul rapporto tra il mondo degli umani, il mondo animale e la natura, in un connubio che un po’ confonde e un po’ affascina. Miccolis ci racconta con le sue opere come vede la natura, come l’uomo interagisce con essa, con creatività e in un tempo a volte magico.

CARTAM  è un’idea, ma anche una scelta precisa dei materiali come la carta, di scelta della tecnica dell’acquarello, dell’olio, e poi i pastelli della serie “Rose” che introducono alla mostra. L’arte come strumento, come linguaggio visivo per veicolare un messaggio, e non solo gesto artistico. L’artista ci induce con le sue opere ad una profonda riflessione sulla vita, sull’equilibrio talvolta violato, che però continua a vivere e a rigenerarsi, in una maniera spesso magica.

Miccolis rappresenta dunque un cantore di una dimensione antica e persistente, raccontando per forme ed immagini il ciclo vitale dove la vita e la morte giocano a rincorrersi, tra isoterismo e una musicalità di colore su carta, che canta anche il convivio di spiriti inquieti.

Due interessanti mostre, che aspettano i visitatori al Museo del Presente fino al prossimo 3 gennaio. Fatevi un regalo, andate a vederle.

 

Simona Stammelluti 

 

Peccato che sia andato in scena una sera soltanto, quella dello scorso 4 dicembre al Teatro India, a Roma, durante la rassegna “Fuoriposto” – Festival di teatri al limite.
Peccato perché “Terremoto dentro” è un piccolo capolavoro di un’ora in cui si ha la netta sensazione di dover chiedere scusa a sé stessi, per tutte le volte in cui non siamo stati capaci di reagire per come avremmo dovuto, ai piccoli drammi di un quotidiano che ci premia, senza che ce ne si accorga.

E’ uno spettacolo ben realizzato, nel quale si alterna un monologo a canzoni napoletane che narrano una storia che a tratti fa commuovere, mentre sullo sfondo delle installazioni scenografiche, proiettano con eleganza e leggiadria i momenti salienti della storia raccontata.

La storia di una donna che in un momento di paura, ripercorre la sua vita fatta di ricordi e di emozioni, di incoraggiamenti e di insegnamenti arrivati dal suo papà, soprannominato “Vesuvio”  per via della gobba che portava sulla schiena, che aveva lottato contro una malattia invalidante, e che però a discapito di quel “terremoto” che aveva scosso la sua vita, non era finito in macerie. Lui era riuscito con tenacia e determinazione a riprendere il filo della sua esistenza, mettendo su una famiglia e insegnando a sua figlia che la voglia di vivere, il riscatto da una disabilità – che spesso è solo negli occhi di chi guarda – può concedere il coraggio di azioni che ci cambiano, che ci fanno restare in piedi, in equilibrio, sempre più stabili, dopo essere stati in bilico, dopo aver vacillato sotto i colpi di qualcosa che ci trema dentro.

Sul palco un’attrice strepitosa, Tiziana Scrocca, che utilizza il dialetto napoletano con una tale maestria da rendere tutto così passionale, e il fatto che Napoli sia lo sfondo della pièce, rende tutto più verace, più autentico.

Un testo, quello scritto e diretto da Emilia Martinelli, efficace, ben scritto e ben interpretato. La disabilità vista con gli occhi di chi sa che nessuno può fare una distinzione netta tra normalità e anormalità, perché non esistono parametri, ma solo il nostro modo di interagire, interpretare e sentire.

Siamo tutti disabili, dislessici  verso la vita, e “ingobbiti” su noi stessi, sulle nostre false convinzioni e spesso sulle nostre paure. Coraggioso il monologo, originale, nel quale l’analessi rende tutto più incisivo, interessante, appassionato. E poi quell’incipit in medias res, che per me resta il miglior modo di raccontare storie.

E così una figlia che ha paura di buttarsi giù da uno scoglio, incomincia a ricordare, ad andare indietro nel tempo, nella sua di vita e in quella di suo papà, che da ragazzino si ammala, che vive anni in ospedale, che vive con il terrore di non poter riappropriarsi più della sua esistenza e dei suoi sogni, ma che non ha voglia di smettere di sognare. E così quella figlia tentenna per un po’ ma poi quel salto, lo farà.

Molto belle le musiche suonate e cantate durante lo spettacolo da Fabio Amazzini che diventa la voce del padre che sprona quella donna a non avere paura, a vivere con slancio, a cercare un riscatto, attraverso il racconto di dialoghi intimi e a tratti commoventi, in quello spazio così speciale che è il rapporto padre-figlia.

Lo spettacolo nasce dall’esigenza della compagnia “Fuori Contesto”, di proseguire un lavoro già iniziato in precedenza, mirato a raccontare la disabilità, senza pietismi, ma riuscendo ad emozionare e ad indurre una accorata riflessione.

Peccato che sia andato in scena una sera soltanto. E’ un testo che andrebbe visto anche dalle scolaresche, oltre che nei teatri di tutta Italia, mentre si racconta di come da un “terremoto” che prova a tirare giù tutto, si possa ripartire, più forti e pure più felici.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

L’appuntamento annuale con il festival per bambini più amato d’Italia sta per tornare e ci saranno anche due giovani siciliane ad interpretare le canzoni in gara: Giulia Rizzo, 5 anni da Palermo e Luna Massari, 6 anni da Ragusa. La 62esima edizione dello ZECCHINO D’ORO andrà in onda per tre appuntamenti pomeridiani il 4, 5 e 6 dicembre su Rai1, in diretta dagli studi televisivi dell’Antoniano di Bologna; la finale di sabato 7 dicembre sarà invece in prima serata su Rai1 in diretta dall’Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna), con la conduzione di Carlo Conti e Antonella Clerici, un’assoluta novità per il piccolo schermo, la direzione musicale del Maestro Peppe Vessicchio, il Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni e la regia di Maurizio Pagnussat.

 I brani che Giulia e Luna canteranno, accompagnati dal Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni, si intitolano rispettivamente “I Pesci Parlano” e “Un principe blue”.

Con le piccole siciliane sale a 60 il numero di interpreti che nella storia dello Zecchino d’Oro hanno rappresentato la Sicilia, facendone la quarta regione più rappresentata d’Italia:

18 di loro vengono da Catania, 13 da Siracusa, 12 da Palermo e Ragusa, 4 da Messina, 2 da Agrigento e 1 da Enna.

 12 le canzoni inedite in gara – con le quali il repertorio sale a 776 brani – i cui temi vanno dagli animali ai sogni, dalla grammatica alle piccole grandi difficoltà di ogni giorno; 22 gli  autori di testi e musiche scelti da una giuria mista di interni dell’Antoniano, Rai e personalità del mondo del giornalismo, della musica e dello spettacolo, tra cui il Maestro Peppe Vessicchio, lo scrittore e cantautore Gio Evan e l a youtuber e influencer Lasabrigamer16 i piccoli interpreti, con i quali sale a 1034 il numero di bambine e bambini che hanno partecipato alla manifestazione canora dalla prima edizione ad oggi; 11 le regioni d’Italia rappresentate dai solisti scelti tra oltre 5000 bimbi durante Lo “Zecchino d’Oro Casting Tour”, che da febbraio ad agosto ha toccato ben 30 città italiane65 i bambini del Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni che canteranno insieme ai solisti.

Tante le novità nelle puntate pomeridiane

Prima fra tutte, la conduzione di Antonella Clerici, una superconduttrice che porterà all’Antoniano tutta la sua proverbiale vivacità e la sua esuberante dolcezza di mamma.

Una giuria di ospiti eccezionali affiancherà la tradizionale giuria di bambini tra gli 8 e i 12 anni che avranno il compito di scegliere, tra quelle in gara, la canzone vincitrice di questa edizione.

Una cucina sarà sempre aperta per suggerire la merenda del giorno ai piccoli telespettatori e alle loro mamme.

Torna il Quizzecchino, un piccolo quiz per vagliare la preparazione degli ospiti sulla storia dello Zecchino d’oro, ma anche un’occasione per rivedere alcuni frammenti delle passate edizioni che sono rimaste nel cuore di molte generazioni di ascoltatori.

Ospiti in trasmissione, anche Lampo, Milady, Pilou e Polpetta, ovvero i Buffycats i quattro protagonisti della serie animata dal titolo 44 Gatti, prodotta da Rainbow spa in collaborazione con Antoniano Bologna e Rai Ragazzi e in onda su Rai Yoyo.

 

Il 4 dicembre inizia la gara con l’ascolto di 6 canzoni.

Il 5 dicembre la gara prosegue con l’ascolto delle altre 6 canzoni.

Il 6 dicembre vengono riascoltate tutte e 12 le canzoni in gara in una versione ridotta.

 Il 7 dicembre sarà invece il giorno della grande finale in prima serata, condotta da una coppia davvero inedita per il piccolo schermo, il “papà” Carlo Conti e la “mamma” Antonella Clerici, riporteranno in tv tutte e 12 le canzoni in gara, che verranno cantate dal vivo dinanzi a un pubblico degno delle grandi occasioni.

Questa volta, accanto alla giuria dei bambini, voterà le canzoni in gara una fantastica ed eterogenea giuria di ospiti, da Giovanni Allevi a Luciana Littizzetto, da Ficarra e Picone a Laura Chiatti, Stefano De Martino, Claudia Gerini e la coppia Raoul Bova e Rocio Morales.

 Il 62° Zecchino d’Oro sostiene la campagna “Operazione Pane”, attiva dal 17 novembre al 14 dicembre 2019 al fine di sostenere 15 mense francescane garantendo 150mila pasti da gennaio a dicembre 2020, pari a un terzo dei pasti complessivamente erogati in un anno dalla rete di mense, che accoglie e aiuta persone e famiglie che vivono in condizioni di grave disagio sociale e avvia per loro percorsi di inserimento sociale, sanitario e lavorativo. Attraverso una donazione sarà possibile sostenere le Mense Francescane donando un pasto a chi non ha da mangiare. Antoniano, oltre alle 14 mense in Italia, sosterrà anche una realtà francescana che opera ad Aleppo, in Siria, per garantire pasti, ascolto e aiuto alle famiglie che hanno subito il trauma della guerra e che adesso non hanno più nulla.  Per offrire un contributo basta un sms o una telefonata da rete fissa al numero solidale 45588.

Lo Zecchino d’Oro è sottotitolato per i non udenti alla pagina 777 di Televideo.

La trasmissione può essere seguita in streaming su RaiPlay e commentata attraverso gli hashtag #Zecchino62 e #Zecchinodoro.

Lo Zecchino d’Oro, inoltre, esce dalla Tv e arriva sul web: sul sito www.zecchinodoro.rai.it, dedicato alla 62° edizione e visibile su tutti i device, il pubblico di internet è chiamato ad esprimersi sulla propria canzone preferita; in trasmissione sarà annunciata la canzone con più preferenze.

Scusate il ritardo.

Mi sono voluta prendere il giusto tempo, per metabolizzare, per non scrivere di impeto e per evitare di apparire di parte, circa gli eventi che hanno inflitto un duro colpo all’apparato locale dello stato e nello specifico, alla giustizia … o (in)giustizia. Perché basta poco per scivolare dalla parte opposta.

Purtroppo non è servito il “prendere tempo”, visto che sono ancora indignata come il primo giorno.

Se fosse una favola inizierebbe con:
“C’era una volta …”
Ma è mia speranza che si concluda con un lieto fine, perché a me solo quelle piacciono e allora spero di leggerlo presto, questo lieto fine.

E’ paradossale il nulla, le quisquiglie con le quali si rimuove un procuratore capo della Repubblica, e non un procuratore capo qualsiasi, il Dott. Eugenio Facciolla della Procura di Castrovillari, un magistrato integerrimo che ha alle spalle una carriera di vera lotta alla criminalità organizzata e non, e che ha lavorato sempre e solo all’ombra del suo operato, senza cercare la ribalta del media, senza scrivere libri sulle inchieste, senza “conferenziare” su temi della criminalità organizzata, senza dispensare qua e là l’0vvio e lo scontato.

E così il Procuratore Capo del tribunale di Castrovillari, viene rimosso dal suo incarico dal Consiglio Superiore della Magistratura, ed esiliato in Basilicata ad occuparsi di cause civili.
Fa silenzio, Facciolla, non concede interviste, non mostra incertezze, non vacilla.
Quello che gli è accaduto ha dell’inverosimile.
Lui, integerrimo servitore dello Stato, lui  il magistrato calabrese che ha condotto numerose e delicate inchieste sulla criminalità organizzata in terra di Calabria, che deve fare i conti con le accuse di appalto del noleggio delle apparecchiature per eseguire le intercettazioni in cambio di un’utenza telefonica e dell’impianto di videosorveglianza per la sua abitazione privata. Ma anche false annotazioni di servizio per coprire un carabiniere finito nei guai per i suoi rapporti con soggetti legati alle cosche. Corruzione in atti d’ufficio e falsità ideologica. 

Potevano anche aggiungere magari (?) una cassetta di mandarini della piana di Sibari, visto che c’erano, considerato il periodo?

Chissà perché viene subito in mente che queste accuse abbiano poco fondamento, che si fondino su basi che si sgretolano ad ogni passaggio;  e dunque ci si chiede: a chi ha dato fastidio Eugenio Facciolla? A quali inchieste scottanti stava lavorando? Ci sono “poteri” che tremavano, sotto il peso delle sue azioni o decisioni?
Sono sicura che queste risposte non tarderanno ad arrivare e già prefiguro la sequela di “erano atti dovuti” che saranno elargiti da questo o quell’altro ufficio giudiziario.

Non c’è bisogno di elencare le innumerevoli inchieste condotte dal Dott. Eugenio Facciolla, tra le quali non posso non ricordare quella dell’annoso caso Bergamini che sto anche personalmente seguendo.
E a mio avviso la cosa che accomuna queste due vicende così diverse, ovviamente, è la presenza di una fitta foschia che distorce i contorni rendendoli surreali; già, come nelle “favole” dove gli orchi e gli altri mostri si celano proprio dentro quella fitta nebbia, a volte, ma che altre volte invece sono personaggi che si muovono alla luce del giorno, mostrando finanche un bell’aspetto.

Per adesso rispettiamo il silenzio del Procuratore Facciolla – perché per noi è il Procuratore – e attendiamo fiduciosi l’arrivo di questo tanto sospirato lieto fine ( per noi gente comune)

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

Sarà in scena al Teatro della Cometa dal 4 al 15 dicembre …FINO ALLE STELLE! scalata in musica lungo lo stivale di e con Tiziano Caputo e Agnese Fallongo, regia Raffaele Latagliata.

Dopo il clamoroso successo della passata stagione con “Letizia va alla guerra”, lo straordianario duo Fallongo – Caputo, torna al Teatro della Cometa con un nuovo imperdibile spettacolo.

 

“E mica ti cade dal cielo, sai? La felicità, quella… te la devi conquistare”!

Così Tonino, cantastorie siciliano dall’animo poetico, musicista istrionico e affabulatore, convincerà Maria, fanciulla dal temperamento apparentemente mite ancora ignara del suo straordinario talento, a seguirlo in un’impresa a dir poco improbabile: scalare l’intero stivale alla ricerca di fama e gloria per arrivare… FINO ALLE STELLE! Un sogno ardito e un po’ folle, soprattutto considerandone il punto di partenza: la strada. Soprattutto negli anni ’50. Soprattutto in Sicilia. Soprattutto senza un soldo in tasca. Ma quanto può incidere la volontà nella vita di un essere umano? Quanto è appannaggio del proprio volere e quanto invece del caso e della sua squisita sregolatezza? Ebbene, la risposta corretta è quella che ognuno sceglie di darsi. Così, Tonino e Maria, piombati casualmente l’uno nella vita dell’altra, scoprendosi legati da un’intesa artistica impossibile da ignorare, decidono di intraprendere il viaggio. Un viaggio dentro loro stessi e lungo tutta la penisola, attraverso regioni, dialetti ed eventi musicali dal sapore tipicamente nostrano; un viaggio reale e metaforico insieme fatto di momenti privati, piccoli dissapori e comiche gelosie; un viaggio alla ricerca della grande occasione che possa cambiar loro la vita, un’occasione che forse non arriverà mai o forse sì? Magari non proprio come se l’erano immaginata…

Allo Spazio Diamante dal 28 novembre al primo dicembre sarà in scena SERATA GENET da Jean Genet; due testi: Splendid’s progetto visivo e regia Gianluigi Fogacci e Stretta Sorveglianza, progetto visivo e regia di Alessandro Averone. La banda della Rafale, o banda della raffica, che al settimo piano del Grand Holtel Splendid ha sequestrato e ucciso la figlia di un miliardario americano, si è formata in carcere, e in carcere tornerà dopo che l’assedio della polizia la costringerà ad una rocambolesca resa… Protagonisti: Andrea Nicolini, Simone Ciampi, Laurence Mazzoni, Sebastian Morosini Gimelli, Domenico Macrì, Michele Maccaroni, Gianluigi Fogacci, Giovanni Longhin.

Questo progetto nasce da alcune conversazioni con il maestro Peter Stein durante le fasi preparatorie di Richard II in cui sono stato coinvolto come attore.  Dopo aver visto i miei lavori su Pirandello (“O di uno o di nessuno”) e Shakespeare (Cymbeline) affrontati con compagnie di giovani attori, il maestro ha ritenuto che io fossi in grado di condurre un laboratorio con gli attori da lui selezionati per l’allestimento di Richard ma che non avevano ruoli di primaria responsabilità e soprattutto visibilità, così importante ormai nel così detto mercato del lavoro.    La componente esclusivamente maschile del gruppo ha ovviamente ristretto la scelta del testo e la proposta di Genet è arrivata dal maestro Stein, autore a suo tempo alla Schaubuhne di una memorabile messa in scena de “I negri” , che inizialmente mi ha suggerito “Stretta sorveglianza”, dopo vari incontri si è arrivati dietro  mio suggerimento a “Splendid’s”che ha tra l’altro il numero di personaggi esattamente corrispondente al numero di attori della compagni e  ha, non solo per questo motivo  incontrato il favore del maestro.  Dopo alcune letture con la compagnia, anche di altri testi, si è aggiunta la collaborazione di Alesandro Averone che si è proposto di lavorare su “Stretta sorveglianza” e che ho accolto con gioia data la grande stima professionale che a lui mi lega.  Dividendoci il tempo per le prove si è moltiplicato lo sforzo per la compagnia ma si è ampliata la visione sulla poetica dell’autore che viene così declinata con due stili completamente diversi di messa in scena, pur mantenendo le corrispondenze e le continuità tematiche presenti nelle due opere.   Man mano che il lavoro cresceva e prendeva forma ci siamo trovati d’accordo che presentare i due testi in un’unica serata sarebbe stato giusto per garantire un’offerta singolare e articolata.

La banda della Rafale, o banda della raffica, che al settimo piano del Grand Holtel Splendid  ha sequestrato e ucciso la figlia di un miliardario americano, si è formata in carcere, e in carcere tornerà dopo che l’assedio della polizia la costringerà ad una rocambolesca resa , ed è proprio il carcere la scena dove si svolge la torbida storia di tre galeotti e un secondino in “Stretta sorveglianza”   Per quanto riguarda “Splendid’s”ciò che più mi ha colpito è la maestria del gioco teatrale che Genet mette in atto: in un clima da Vaudeville i personaggi,  che uno dopo l’altro riempiono la scena, sembrano che siano preoccupati  di recitare un ruolo e di voler essere coerenti con la loro auto rappresentazione ,  ma  via via che la vicenda si dipana e il cerchio della polizia/società si stringe intorno a loro, il senso di pericolo e di morte aumenta  ed esaspera le relazioni,  che legano i componenti della banda spingendoli a tradirsi e a rinfacciarsi vecchie ruggini.   Gli inganni, i travestimenti, La morale rovesciata, il gioco al massacro, la lotta per la leadership, i continui capovolgimenti di fronte (tutto il repertorio scenico caro a Genet insomma), sono le linee portanti del testo, e percorrerle con spregiudicata vitalità insieme alla compagnia è stata ed è la sfida che mi sono proposto.   L’incontro con quest’autore, di cui ringrazio il maestro Stein, è stato a dir poco sorprendente (ma dovrei dire a questo punto scioccante).  Non ho mai letto niente di così sconvolgente, sconveniente, violento, irriverente e scandaloso come le sue opere, soprattutto i romanzi, e non è un caso infatti che Genet si sia avvicinato alla letteratura quando era in carcere leggendo Dostoevskij.  E se dovessi condensare in solo aggettivo il carattere della sua opera non me ne verrebbe uno più appropriato che virile, ed è proprio questa virilità che pulsa nelle sue opere che ho cercato di restituire, chiedendo agli attori uno sforzo interpretativo estremamente impegnativo e complesso, facendo emergere i paradossi e gli ingredienti da commedia attraverso la verità dei personaggi e non indugiando sulle modalità convenzionali della commedia e del vaudeville”.

Gianluigi Fogacci

 

In “Stretta Sorveglianza” Genet ci porta dentro le quattro mura di una cella. Tre carcerati. Un secondino. Nessuna uscita, nessuna scelta. Soltanto la possibilità di sopravvivere aggrappandosi a ciò che ci rende vivi, che ci restituisce un senso attraverso i propri ricordi, le fantasie, i demoni mai affrontati che prendono la forma di chi ci sta vicino. Brandelli di verità e di vita che hanno un valore solo all’interno delle mura del carcere. Tre vite giocano pericolosamente sul filo sottile della follia: giochi di ruolo e di potere, la disperata vitalità della provocazione, la vicinanza eccitante e perturbante della morte. Ci siamo addentrati in questo testo cercando di dare una vivida concretezza ai legami contraddittori che uniscono e incatenano i personaggi costretti in una cella. Tre corpi. Tre universi che si confrontano, si scontrano, si mischiano di volta in volta nel tentativo di restare vivi”.

Alessandro Averone

 

Lo dico subito: A me, non è piaciuto.

Aveva ragione Fossati in quel 2 ottobre del 2011 quando da Fabio Fazio dichiarò che sarebbe uscito di scena, che non avrebbe più fatto dischi né concerti, che la sua carriera finiva lì, perché non aveva più nulla da dire. 

Non credo che potrei ancora fare qualcosa che aggiunga altro rispetto a quello che ho fatto fino ad ora” – disse.

Ed invece è tornato; sembrerebbe perché non capace di dire di no alla grande Mina, un po’ anche temendo un eventuale divorzio minacciato da sua moglie se non avesse accettato quell’allettante invito. E’ tornato Ivano Fossati, con un album senza titolo specifico. C’è solo un “Mina-Fossati“, due profili disegnati in copertina e 11 brani che sembrano troppo “scritti per l’occasione”. Sembrano scritti perché si doveva, senza particolare ispirazione, ma tant’è, considerato che era stato detto proprio dal cantautore diversi anni fa: “penso di non aver più altro da dire”. 

E allora cosa ha detto Fossati, in questo nuovo album?

Beh per chi conosce bene Ivano Fossati, per chi l’ha seguito in tutte e nelle tante fasi della sua carriera, e per chi come me l’ha amato e contemplato tra i migliori cantautori del secolo, si fa fatica a capire il senso di questo disco, del quale si poteva, forse, fare a meno.

Lui, che ci aveva abituati a brani come “L’orologio americano“, “Carte da decifrare“, “Questi posti davanti al mare“, “Notturno delle tre“, oggi ci costringe a godere(?) di pezzi nei cui titoli ricorrono parole come “luna, stelle, amore, noi due“. Insomma già nella scelta dei titoli non vi è la ricercatezza a cui Fossati in una vita di carriera ci ha abituati, così come ci ha abituati ad interrogarci circa quel che ci voleva dire, nel modo in cui ci consegnava un senso circa l’amore (cantato in maniera mai scontato)  o donandoci un affresco sul mondo, su come gestire un punto di vista, o sulle distanze. Ed invece in questo album le idee sono vaghe, con parole messe insieme spesso a forza e con rime improbabili come nel brano “Farfalle”: “il mio cuore intervistato adesso cosa ci dice, e risponde sono qui e per questo sono felice”.  E se “Nella barca di legno di rosa” passava una barca, qui passa un aereo. Ma è il significato racchiuso in quel “passare” che è completamente diverso, anzi dovrei dire distante.

In questo album non c’è nulla di veramente nuovo (inteso come sonorità) e ahimè neanche nulla di vecchio.
Non c’è la passionalità di Fossati, la melanconia struggente di amori che sembravano passati ma che ancora ardevano sotto le ceneri della distanza; in questo disco l’amore è cantato come se debba per forza assomigliare a qualcosa che fa fatica a compiersi … proprio come questo disco, che non convince fino in fondo.

Alcune dinamiche armoniche finiscono inevitabilmente lì dove ci furono capolavori del passato (la mano artistica quella è)  e la voce di Fossati si sposa bene con quella di Mina che resta una delle voci più belle di tutti i tempi per intensità, estensione, espressività. I gravi di Fossati sono affascinanti come sempre, e nel cantato si riconosce ancora una voluttuosità ed un piacere profondo. Buoni alcuni arrangiamenti, alcune sonorità  ricercate in strumenti solisti o in voci sintetizzate.  Fisarmonica, nuance di  R &B come nel pezzo “Ladro“, ma tendenziamente un album che si alza dentro una impalcatura sostanzialmente pop.

E a noi appassionati tornano in mente i ritmi reggae di “Panama“, gli arrangiamenti soul-jazz di “J’adore Venice“, e quel suo modo straordinario ed inconfondibile di saper andare sempre oltre e di poterci condurre ovunque. 

Se il senso di questo lavoro era dimostrare la grandezza dei due artisti, mi sembra un intento caduto un po’ nel nulla, se invece era l’unico espediente per risentire le voci dei due artisti, allora mi viene da dire che sarebbe bastato mettere su un vecchio disco, per goderne a pieno.

Si saranno sicuramente divertiti loro due, in questo disco, in fondo, che avevano da perdere? Due voci, che si incontrano, si incastrano spesso alla perfezione e poi il resto l’ha fatto l’orchestrazione di Celso Valli, che ebbi l’onore di conoscere a Sanremo nel lontano 1995.

Fossati è stato un gigante nella scrittura di testi, Fossati è stato quello che disse a De Andrè come rendere “Dolcenera” un capolavoro, ma che in questo album – sostanzialmente senza titolo – fa il compitino, ma senza particolare ispirazione. E forse, sarebbe stato meglio declinare l’invito, dire di “no”, e lasciare che ricordassimo quella carriera interrotta, come si confà con i grandi veri artisti, quando era giunto il tempo giusto.

 

 

Inaugurerà la stagione di prosa dello Spazio Diamante in Roma dal 22 al 24 novembre uno spettacolo di Vuccirìa Teatro (una compagnia quasi tutta siciliana)  produzione Fondazione Teatro di NapoliTeatro Bellini: BATTUAGE, drammaturgia e regia di Joele Anastasi, protagonisti: Joele Anastasi Federica Carruba Toscano, Ivan Castiglione, Enrico Sortino.

BATTUAGE, termine coniato per definire i luoghi battuti da persone in cerca di rapporti occasionali. Generalmente, si tratta di luoghi all’aperto o facilmente accessibili da un vasto pubblico, frequentati da singoli o coppie dedite allo scambismo. L’attività del “battere” si dierenzia dalla prostituzione in quanto non presume un rapporto sessuale a pagamento. Vespasiani, parchi cittadini, spiagge, cimiteri, cinematogra, parcheggi, aree di servizio. Non di rado però questi luoghi sono gli stessi frequentati da marchette, prostitute, transessuali che orono sesso in cambio di denaro.

BATTUAGE racconta il luogo in cui è morto anche il desiderio del desiderio. E’ un viaggio aperto all’interno dell’animo umano, declinato nella sua più estrema e profonda oscurità. Brutalità e bestialità si riversano in ogni angolo, scardinando l’ordine morale delle cose. Il popolo di questo luogo-non luogo ci viene raccontato attraverso gli occhi – deformanti – di Salvatore, un giovane lavoratore del sesso. Ma Salvatore, non è una vittima, non è costretto da nessuno. E’ l’esempio di un uomo disposto a tutto: a dissacrare quello che egli stesso ha elevato a sacro; a smantellare a piacimento i suoi valori, le sue idee, i suoi ideali.

Il sesso così diviene l’unico strumento di mediazione tra gli uomini, l’ultimo punto di contatto attraverso il quale fondare delle relazioni. L’universo che ne viene fuori è però uno spazio in cui si riversano mastodontiche solitudini che non vogliono altro che rimanere tali, il cui il desiderio è ormai evidentemente appiattito nello spasmodico sprofondare delle anime dentro se stesse. Il desiderio si tramuta quindi in un affanno distruttivo di quelle relazioni, conferendogli un significato assolutamente anti-sessuale: Il suicidio dell’eros.  Nell’indagine di questa viscerale contraddizione a cui è giunto l’uomo, si colloca quindi la ricerca drammaturgica di Battuage.

Lo spazio scenico diventa metafora del mondo che ospita piccole abitazioniorinatoio degradate: anonimi punti di ritrovo per anonimi esseri umani che abitano dei corpi che sono involucri di una decadenza comune. Un obitorio per vivi (?) occupato da 4 corpi, quelli degli attori che interpretano 8 personaggi, e che potrebbero bastare per raccontare l’umanità intera, incastrata dagli stessi depersonalizzanti meccanismi.  

BATTUAGE prova a raccontare lo sforzo, la deformità e la necessità di queste anime di rimanere ognuna saldamente attaccata a questa propria personale deformità per non auto-definirsi del tutto morte.